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sabato 25 febbraio 2012

Il Medio Oriente deve bruciare

Ufficiali americani che bruciano il “Corano” e lo fanno vedere non è un errore non voluto e non è una sventatezza – anche se lo fosse. È una maniera semplice per lasciare l’Afghanistan nel caos, se non in mano dei talebani. Alla vigilia del ritiro delle truppe Usa e Onu è riaccendere una delle tre micce che bruciano il Medio Oriente – le altre due sono l’Iran e la Palestina. Per la Farnesina la lettura è univoca, e non è una novità.
Nel corso di questi dieci anni di guerre nell’arco della crisi la diplomazia italiana non si è fatta illusioni sulla volontà effettiva degli Usa di pacificare e governare il Medio Oriente. L’Italia avrebbe seguito le decisioni di Washington nell’unico obiettivo di tenere stretti i contatti con la superpotenza americana, specie nei due interventi successivi all’11 Novembre, in certa misura risarcitori. L’inconsistenza dei regimi trapiantati in Afghanistan e Iraq non sarebbe l’effetto di un’incapacità militare, politica o diplomatica americana, bensì di un disegno complessivo tendente a mantenere l’area insieme sotto controllo e sotto tensione. Che si fa risalire alle linee di politica estera delineate da Kissinger nel 1973, alla vigilia della nomina a segretario di Stato (e della prima crisi del petrolio), con l’intento di condizionare l’Europa allora, oggi i mercati mondiali, attraverso il mercato dell’energia.

Secondi pensieri - (92)

zeulig

Bestemmia – La più radicale è di sant’Agostino, “Città di Dio”, XXI, 14: “C’è qualcuno che, di fronte alla scelta tra la morte e una seconda infanzia non inorridirebbe dalla paura di fronte a questa seconda ipotesi e non sceglierebbe di morire?” Di un santo dunque, Freud al confronto è un dilettante. O Melanie Klein, che dell’infanzia sa tutto il peggio, con la sua “città divina e violenta, dietro la città umana”. Anche i santi sbarellano – senza contare la retorica, di cui Agostino era maestro: “non inorridirebbe?”, due negativi, un condizionale e un’interrogativa negativa non sono un esempio di chiarezza.
Allo stesso sant’Agostino – che però amava la sua mamma – si attribuisce l’errore-orrore di essere stati concepiti nel peccato. Non nel peccato originale ma nel coito.

Corpo - “Non posso fuggire il mio corpo, né lui me, è incatenato a me” – Pascal Guignard, “La nuit sexuelle”, p. 199. Io chi? Lo spirito, l’anima? Di che corpo?

Dolore - Si vive ma soprattutto si esprime. Si vive per esprimerlo?
R. Barthes mostra in “Dove lei non è”, il diario-volutamente-occasionale (frammentario ma ordinato) in morte della madre, un’elaborazione del lutto “subìta per essere coltivata”: coltivare il lutto per estrarne letteratura.

Gelosia - È zelos in greco, una competitività attiva. Diventa sospettosa in tutte le lingue europee nel Trecento: quando nasce il possesso?

Generi – Maschio e femmina vuole il pensiero della differenza diversi e incompleti: sono diversi perché non si completano. Ma cos’è completarsi se non essere diversi – uguali e diversi? È dei generi come degli individui.
Meccanicamente si completano, altro che, combaciano, malgrado le loro articolazioni e strutture strane. Ma per essere, e porsi, diversi.

Immagine – È qualcosa che ci guarda. Che noi creiamo, per uscire dal vuoto – dare consistenza alla luce, dare apparenza, se non sostanza, alla realtà. Ma per dialogarci, l’immagine ci ritorna a specchio.

Si faccia vedere un’immagine cento volte e sarà la sola realtà e quindi la verità.
Sia pure un’immagine rubata, truccata, montata. Qualsiasi fotografo lo sa, come già Platone.
Lo stesso potere deve avere avuto la giaculatoria, l’esicasmo, quando si pregava.

Immortalità – Barthes la dice “posizione bizzarra, pirroniana”. Ma è la verità anche se ha un inizio.
Nella stessa, postuma, raccolta di frammenti, “Dove lei non è”, Barthes nota più in là: “«Mai più» è una parola d’immortale”.
Immortale è certamente la mamma morta, di cui elabora il lutto, anche quando Barthes non si leggesse più. “Nessun uomo è così povero da non lasciare nulla in eredità” è pensiero di Pascal ripreso da Walter Benjamin. O si può dire con Didi-Huberman, filosofo dell’immagine – o della lucciola, del balenio di luce, del momentaneo, frammentario: “L’esperienza è indistruttibile”.

Malinconia – Saturno, che vi presiede, ha presieduto fino al Cinquecento all’età dell’oro, antica e promessa, dell’abbondanza, nella perpetua primavera, e nella perfetta uguaglianza. Il suo è il nome dell’abbondanza, della semina – a partire dai “Saturnia regna” di Virgilio alla quarta “Bucolica”. È nel Cinquecento che nasce propriamente la malinconia, come soggetto a sé, di trattati e rappresentazioni.

Breve storia in Pascal Guignard, “La nuit sexuelle”. Ildegarda, “Causae et Curae”, dice che la malinconia si è coagulata al momento della disobbedienza di Adamo. È atra bilis in latino, la bile nera, e quindi è un liquido. È fumo in Dante. “Come un oscuramento” nel Rinascimento. Si trasformò in vapori nei romanzi inglesi del Settecento. Tornando sul continente in forma di spleen. Divenne nevrosi dopo la Grande Guerra.
Charles d’Orléans la scriveva mèrancholie, come una palpitazione materna.

Nudo – Lo è solo l’uomo, e la donna, nessun altro animale è mai nudo, anche se ne ha l’apparenza, i bruchi per esempio. La nudità non è una questione di pelo. Nudo è la disposizione di spogliarsi, come la ricerca di un qualcosa che non appare, pur apparendo. Di tornare alla nascita, che è il solo momento nudo. Subito ricomposto peraltro – a protezione dagli elementi? Allo stato intrauterino, forse felice, comunque spensierata. Levandosi i pensieri, che il capo impone ingombranti.

Ombra – Nasciamo all’ombra, nella notte, giacché veniamo alla vita nel ventre materno. Da qui la difficoltà di vedere, di penetrare il buio, per quanta luce ci mettiamo, di acume e immaginazione?

Tempo – Breve storia, esemplare, di Edoardo Boncinelli, “Ecco dove va a finire il tempo” (“La Lettura”, 19 febbraio 2012).
Una storia, per quanto breve, che segna essa stessa il tempo. Che in sé è un metronomo, anche se usa contarlo nei calendari: scandisce gli eventi. Compreso il futuro che è sempre presente, anche passato (tradizione). E anche il passato che è sempre vivo e lotta insieme a noi.

Totalitarismo - Il totalitarismo è la democrazia quando si governa con l’ipocrisia: una camicia di forza elastica che piace e incoraggia. Quello di Hitler si dichiara, e la verità non può essere strumento d’inganno. Ma non c’è solo quello dei regimi totalitari. Più robusto è anzi il totalitarismo democratico, attraverso i media, la cultura di massa, la persuasione. Che si nega ed è igienico, sanitarizzato perfino, con razioni abbondanti, e il tempo libero invece del lavoro forzato, ma è più forte, è elastico e radicato. Si usa l’opinione pubblica e il voto, la democrazia, per consolidare il potere. La maggior parte degli schiavi sempre si sono ritenuti liberi.
C’è una tradizione pure della schiavitù. Di più: della schiavitù volontaria (La Boétie). Molti schiavi si ritenevano privilegiati per essere vivi, e poter mangiare. Lo stesso capita ai lavoratori, quando hanno perso il lavoro, e alle donne. La maggior parte delle donne, là dove non hanno diritti, sta volentieri in casa, si copre il volto, si amputa le zone erogene. Lo stesso gli operai, che preferiscono il posto al sindacato, non a torto.

zeulig@antiit.eu

venerdì 24 febbraio 2012

Notte uterina, che la vita genera

Un libro forte di coiti - incisi, dipinti, detti: la “notte sessuale” è la “scena primigenia”, da cui pare che tutti i bambini sono ossessionati dopo Freud. Un tour de force, ma non senza senso: “All’inizio del XXImo secolo la riproduzione delle società umane cessò di transitare dalla voce maschile (legge, matrimonio, abito, regola, linguaggio, identità, statuto). La riproduzione s’attorniò allora di una luce radicalmente nuova, per ridiventare unaria, violenta, silenziosa”. Heidegger sarebbe stato invidioso. “Prima viene l’infantia, la parola seconda. L’oblio è primo, la memoria seconda. La lèthè prima, la verità (l’alètheia) seconda”. Analitico, sintetico, immaginifico: “L’umanità si è moltiplicata attraverso generazioni di coiti – millenari di coiti – che sono essi stessi delle immagini zoologiche sideralmente instancabili”.
I chiaroscuri un tempo i pittori chiamavano “le notti”, e i romani elucubrationes, le attività che si esercitavano alla luce delle lampade. Pene era in latino penicillus, un pennelino. Revelatio è “togliere il velo”: “Le quattro più grandi religioni attuali non furono soltanto collezioni di miti come tutte le ideologie originarie: esse pretesero di essere religioni «rivelate»”. Il “Noli me tangere” di Cristo a Maria (Maddalena?) nel Vangelo, e così li ritrae il Bronzino, è “interdizione di vedere” nel senso di non scoprire le parti intime. Hades, la tenebra, l’infero, è l’in-visibile, Ha-ides. Cholera era in greco la nerezza. Nero è il colore dello spazio, “ogni volta dietro gli astri, la terra, i pianeti, le comete: la “natività (è) notturna”. Nulla di scandaloso: coire è viaggiare insieme. E “il sadismo è la pulsione sociale essenziale”. Anche Lacan sarebbe stato invidioso – furtivo è in latino fur, il ladro.
L’uomo viaggia per tre notti, uterina, terrestre, infernale. Da qui la difficoltà di vedere, di penetrare il buio, per quanta cura ci metta. “Tua est nox”, dice sant’Agostino a Dio – non soltanto la notte, per la verità. La notte, dunque. Che però è bisogno di luce – il discorso gira sempre – e cioè d’immagine: “Noi abbiamo bisogno, appena nati, di qualcosa che ci guarda”. E questa cosa che sorge dal nero, a opera del nostro sguardo piatto, fisso, delimitato, chiamiamo “immagine”. Perché in realtà, come nella “notte sessuale”\“scena primigenia”, non si vede, la scena s’immagina. Attribuendo a sant’Agostino, che invece amava la sua mamma, l’errore-orrore di essere stati concepiti nel peccato – non nel peccato originale, nel coito.
Che resta della furia - Quignard è scrittore sempre furiosamente accattivante? Il piacere delle immagini. Qui migliori del testo: “Il piacere in immagine (Denken in Bilden – ma intende i Denkilder di W.Benjamn) è più allucinante della deliberazione mentale”. Dato per scontato che il verbo è allucinante, tutto lo è di più. Guignard ne fa la dimostrazione, allucinata, con le parole e con le immagini: aggressive, anche in quest’epoca di porno etereo.
Pascal Quignard, La nuit sexuelle, J’ai lu, pp. 219 € 6,70

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (118)

Giuseppe Leuzzi

Un tempo c’era la misura del lutto. Recente, di una generazione fa: un anno, due, tre, o sei mesi, in dipendenza dal grado di parentela col defunto, genitore, figlio, fratello, cugino, zio.
La osservavano le donne, e quindi è finita col femminismo giustamente. L’elaborazione del lutto però aiutava, più del “sostegno” psicologico - “meccanismo classico del lutto” Roland Barthes dice “l’autosvalutazione”: no, è una rivalutazione, di sé nell’altro.

Il Sud ha figli molto accuditi. Coccolati, privilegiati, viziati – fino all’incapacità. Per farsi perdonare che cosa?

Lattanzio, “Divinae Institutiones”, 2,10, intende il Sud e il Nord come “figurae vitae et mortis”, come il giorno e la notte, nel senso di “vera e falsa fede”.

Platone il Sud aveva disgustato perché troppo ricco e operoso. Platone, angustiato al pensiero che le città sarebbero state sempre malgovernate, in chiave di “vera filosofia”, decise di venire “in Italia e in Sicilia per la prima volta”, di andare a vedere nelle ex colonie, a Occidente – l’Italia era la Calabria, la Magna Grecia. Ma, scrive, “appena giunto, mi disgustò la vita che quivi era chiamata felice, piena com’era di banchetti italioti e siracusani, e quel riempirsi lo stomaco due volte al giorno, e non dormir mai, solo la notte”.

Umberto Eco opera uno slittamento insistito, nel saggio sul Gruppo 63, da italiano a mediterraneo, a crociano, e a meridionale. Che è solo naturale: Eco sicuramente trova a Bellinzona, dopo Chiasso viene Bellinzona, molto più che a Palermo, che lo ospitava. Il problema è: perché un siciliano va a Milano invece di andare direttamente anche lui a Bellinzona? La Svizzera è più bella della Lombardia, è meglio amministrata, è meno cara, e parla anche l’italiano.
Eco si dà con gaudio a illustrare in quel saggio il rozzo tema di Dionisotti, illuminismo padano contro romanticismo meridionale - De Sanctis certo è romantico, ma il resto del Sud? E lo fa in modo sbagliato: c’è più illuminismo nell’idealismo “meridionale” (De Sanctis, Croce) che nel bozzettismo lombardo. Dossi, Gadda e Arbasino sono lombardi o non “meridionali”? Perché sono fuggiti via da Milano?

Sergio Romano lo va ripetendo da qualche tempo, ed è vero: Jean-Baptiste Duroselle, il grande storico diplomatico, in una “Storia d’Europa” abbozzata trent’anni fa, nel 1982, la disse di origine latina, germanica e celtica. Con esclusione della Grecia, che se la prese a male – ma anche i tedeschi che ne avranno detto, loro che si vogliono (si volevano quando pensavano) gli eredi esclusivi dei greci classici?
Dunque non c’è spazio, in Europa come in Italia, per chi non è latino né tedesco: la connotazione razziale conta. Checché essa sia - chi sarà stato latino per Duroselle, chi lo è per Romano? se la connotazione fosse giuridica, cioè culturale, saremmo tutti anche greci, i druidi inclusi. Conta cioè la perimetrazione.

Il Sud è un’eccezioneOgni sottosistema che fa parte di un sistema più grande tende ad assimilarne i contenuti. Parlando di sviluppo: il reddito e la capacità di creare reddito. Se ne è discusso per decenni, negli anni 1960-1970 (Myrdal, Tinbergen), al tempo delle “Decade degli aiuti”, ed è ormai indiscusso, che l’integrazione nel mercato mondiale è il miglior veicolo di sviluppo, ed è ciò che ha portato alla globalizzazione. I cui effetti positivi sui cinque sesti del mondo, dal Messico alla Cina, sono appunto indiscussi, malgrado le utopie conservatrici.
Ciò non è avvenuto per il Sud. L’effetto reddito vi è trascurabile, e si accompagna alla devastazione, del territorio, delle psicologie, della stessa economia – dove altro riscontrare tanta inerte avidità, miserabile anche, quanta al Sud? Il problema dunque c’è: è il Sud incapace, o è il sistema Italia che lo tiene in servaggio? La risposta dell’evidenza è: l’una e l’altra. È vero che i meridionali fuori del Sud sono come ogni altro capaci, ingegnosi, applicati, costanti. Ma resta sempre vero che alla lunga non c’è servitù se non volontaria. Il Sud poi vota liberamente da quasi settant’anni, e in alcune aree ha larghe autonomie, amministrative, fiscali.

Mafia e giustiziaLa giustizia al Sud è privatizzata nei fatti. Arrivi una minaccia, un furto, un dispetto, un avvertimento, una richiesta di pizzo, una violenza alla persona, la vittima dovrà procurarsi le prove e le testimonianze, e sostenere in prima persona l’accusa al processo, se mai ci arriverà. Né le Procure della Repubblica né i Carabinieri gli saranno di aiuto. Dovrà anzi guardarsene, perché per loro, normalmente, a meno cioè che non sia “conosciuta”, cara ai poteri, la vittima è sempre colpevole – complice, correo.
Un aspetto della giustizia privata sono le forme di contiguità: conoscenze, amicizie, favori, parentele acquisite. Che non piacciono a nessuno, nemmeno ai mafiosi, ma sono una necessità.

La relativa impunità è il miglior collante della criminalità organizzata, l’“economia di relazione”. Non necessariamente con la politica – non ultimamente: la politica è screditata, non garantisce (delivers). Col sistema della giustizia, che è in Italia un fatto fra “giusti”. L’apparato repressivo e quello giudiziario, procedure, pene, magistrati, sono conformati a regolare punitivamente quella parte della società che ha subito un torto, nel presupposto che è comunque in colpa: il ricorrente (l’offeso) deve dimostrare e giustificare tutto, con dispendio di tempo e soldi. Il violento è invece, letteralmente, fuori dalla giustizia, dalle sue jugulazioni. Deve solo scontare – attuariamente, mettere cioè tra le possibilità – qualche mese di carcere di tanto in tanto. Facendo il conto dei costi di un criminale abituale, in carcere e soldi, peraltro potenziali, e di quelli subiti mediamente da chi debba confrontarvisi, tutti comunque effettivi, in tempo, pratiche e soldi, anche a trascurare i danni morali o psicologici, e quelli patrimoniali, da furto, scippo o rapina, non c’è dubbio che la vittima ci rimette di più.
La giustizia è il fondamento dell’uguaglianza, dunque della democrazia. In Italia si reinterpreta come strumento di giustizia sociale. Che non vuole dire nulla, se non che se ne fa un apparato repressivo, della società.

leuzzi@antiit.eu

giovedì 23 febbraio 2012

Free for all

Alla Stazione Termini a Roma un dispensatore automatico di bevande e panini è aperto. Un barbone, sulla via per il suo rifugio notturno tra i binari, tenta di richiuderlo.
Il dispensatore è stato scassinato? Sui ripiani lattine e panini sono in bell’ordine, nessuno ne ha approfittato.

Leopardi ride, come Mozart

Il primo numero di una collezione “Emozioni a Roma” è ferocemente antiromano. Sia nel primo che nel secondo soggiorno a Roma, nell’inverno del 1822 e in quello del 1831, sei mesi e mezzo e cinque mesi e mezzo, la seconda volta per accompagnarvi Ranieri, due “bamboccioni” sempre a corto di uno scudo dal babbo, Leopardi è deluso da tutto. Ma non è questa la novità, le lettere sono note, e i suoi disagi a Roma. Che non è una “città”, come il provinciale Giacomo sa che ne esistono, lui è un vero cosmopolita, oltre che oltremodo colto: Roma è un paesone di 300 mila abitanti, superficiale a suo dire, ignorante, cafone. Donne comprese, preti e intellettuali, che si occupano tutti solo di antichità, pur non sapendo di greco né di latino. Le donne anzi senza eccezione: “Io non conosco le puttane d’alto affare”, scrive al fratello Carlo col plurale maiestatis, “ma quanto alle basse, vi giuro che la più brutta e gretta civettina di Recanati vale per tutte le migliori di Roma” - e non trova di meglio: “Ti saluta donna Marianna”, scrive della zia che lo ospita, “che si fa sempre più schifosa”. E più di tutto è sopraffatto dalla noia, la vecchia acedia, contro la quale si aspettava il rimedio dall’uscita di casa: “La conversazione o spiritosa o senza spirito m’è venuta in odio mortale”. Stufo pure della filologia, l’occupazione prediletta: “Sempre più ne conosco la frivolezza”.
Una prima novità è che questa di Leopardi è un’altra Roma rispetto a quella contemporanea di Stendhal, che peraltro frequentava gli stessi ambienti del poeta. Un raffronto che meriterebbe attenzione. Stendhal, ben “milanese” anche se per tutto italianizzante, trovava a Roma più di un interesse. Questione di carattere. La noia ha effetto inverso sui due. Una delle prime riflessioni che Leopardi scrive a casa, da questa sua ambita uscita, è: “Per me non v’è maggior solitudine che la gran compagnia”. Questione di approccio. Roma era stata appena rinnovata da Napoleone, che non c’era mai andato, in cinque anni, dal 1809 al 1814. Era stato scoperto il Pincio, create la piazza del Popolo e la Passeggiata Archeologica, scavato e recuperato il Foro Romano, dopo un’incuria di quindici secoli. Ma Leopardi non sa di Napoleone. E col papa e i cardinali ha approccio anticlericale, in questo lui stesso molto romano, come di lascivi fornicatori – “il santo Pio VII deve il cardinalato e il papato a una civetta di Roma” e non parla che di donne. Stendhal e Leopardi a Roma sono due mondi diversi: uno nuovo nuovo, al passo coi tempi in tutti gli aspetti, anche sociali, politici, e uno nuovo vecchio, l’intellettuale italiano di sempre a partire da Petrarca, che anche quando è grandissimo poeta e filosofo di sé solo cura.
Una seconda novità di questa estrapolazione è la curiosa sintonia del giovane Leopardi con un altro genio adolescente attardato, Mozart - benché Giacomo sia figlio di un conte. La stessa franchezza, diretta quanto la genialità: di “cacare”, “farsi f.”, “coglionare” e non capire, non contare, non fare “un cazzo” scrive alla sorella Paolina oltre che al fratello Carlo, col quale, come si sa, soprattutto “parlano di donne”. Una terza è il rapporto col padre. Giacomo arriva a Roma a 24 anni, per la prima volta lontano da Recanati e dalla famiglia, col beneplacito della stessa dopo il famoso tentativo di “fuga” abortito, ospite dello zio Antici, fratello della madre, nel palazzo Antici-Mattei oggi parte del monumentale complesso Caetani. Della famiglia che lo ospita Giacomo non fa che parlare male, dello zio, della zia, e delle figlie. Senza rispetto per la propria madre, Adelaide Antici, che ne è dopotutto sorella, cognata e zia - nella “leopardiana” Adelaide Antici Leopardi si vuole quella che “salva” la famiglia, a dispetto del bizzoso Monaldo. Carlo Antici è lo zio-padre, presuntuoso, uomo d’esperienza, che angaria e offende Giacomo con prolisse reprimende-esortazioni.
Col padre Monaldo, invece, Giacomo corrisponde di letteratura, può farlo, si capiscono, mentre a Roma non ci riesce, eccetto che con i letterati stranieri che trova dagli ambasciatori di Prussia, prima Niebuhr poi Bunsen, e dal Reinhold, ambasciatore d’Olanda, amico e estimatore del padre, nonché di filologia, e della biblioteca di casa, che entrambi accudiscono al dettaglio. Con lunghe, ripetute, perfino tenere espressioni di affetto, malgrado le “opinioni e inclinazioni molto diverse in politica” - il disagio dovrà essere riportato al rapporto con la rigidissima madre?
Che altro? Un dato biografico. Nella delusione per la città eterna cafona e noiosa il letterato ventenne si manifesta molto moderno, senza complessi, molto attivo e curioso, molto mondano nel senso buono, in grado di conversare ventenne con brio e intelligenza con studiosi di rinomanza, ambasciatori, bellezze. Pessimista si direbbe per scelta filosofica, oltre che per il rapido declino fisico.
Giacomo Leopardi, Lettere da Roma, Lozzi Publishing, pp. 190 € 9,90

Letture - 87

letterautore

Collaborazionismo – Si sviluppò a Parigi, nei quattro anni dell’Occupazione tedesca , dal 1940 al 1944, un francese diverso, letterario e anche pratico, giornalistico, conversativo. È un effetto non analizzato dell’Occupazione, ma evidente, e incisivo, durante la guerra e dopo: ci fu e c’è, è rimasto, un impatto della sconfitta lampo e dell’occupazione lunga sul francese scritto. I facsimile di “Céline ci scrive” offrono ampia materia, ma più se ne trova nella pubblicistica riedita, di Céline, Drieu, Brasillach, anche di Sartre, che “nasceva” in quegli anni come drammaturgo e narratore, e di chi sotto l’Occupazione si formò, Vian, Nimier. Sul vocabolario, i linguaggi (filosofie), le espressioni: le céliniane sospensioni, le apostrofi, il polemismo, l’irrisione. Attorno al tema “essere buoni francesi”, “essere”. Tutto convulso, esagerato, esasperante, e classificato all’ingrosso come letteratura della crisi, ma con connotazioni molto datate.

Dante – È un proto animalista. Per Massimo Cacciari, per il quale nell’antropomorfismo “l’altro sembra essere costitutivo della sua essenza”, e l’animale ha la funzione di un“un metamorfizzarsi instancabile dell’Io”, quella che lui chiama la “Comedìa” di Dante “si pone tra i grandi «bestiari»”, e anzi è “incomparabilmente il più grande” (“L’animale politico”, nota del collettaneo “Animalia”): “Par di vedere e toccare quei porci, quei botoli, quei cani che si trasformano in lupi, quelle volpi che abitano «la maledetta e sventurata fossa» della valle dell’Arno!”, o la colomba di Francesca.

Corrado Bologna, “Dante di Pound” (di cui dà una sintesi sul “Sole 24 Ore” di domenica 19 febbraio), ha trovato nelle carte di Vanni Scheiwiller un progetto di Pound “per uno studio serio di Dante”. Al giovane Vanni che gli chiedeva consigli per i suoi progetti di editore, Pound così rispondeva in italiano il 20 maggio 1954 dal manicomio criminale di Saint Elizabeth: “Mi pare che faresti bene di stampare un piccolo corso di studii danteschi, cioè dei precursori. Almeno tre volumetti necessari per lo studio serio di Dante”. Che elenca: Riccardo di San Vittore, Cavalcanti, “seguendo Cicciaporci, con due or tre note di varianti della mia ed.”, e l’“Eccerinide” di Mussato, nella traduzione di Dazzi. Antonio Cicciaporci, studioso di nobile famiglia bolognese, è il riesumatore delle rime edite e inedite di Cavalcanti, nel 1813. E chi è Mussato?
Mussato è un uomo politico e letterato padovano coetaneo di Dante (nato quattro anni prima, morì otto anni dopo). Un altro fiero comunalista, e guelfo-ghibellino, uno che vuole accordare come Dante – come Pound - gli ideali universalisti dell’impero e della chiesa. La Treccani lo dice il maggior storico (ma in latino) del Trecento, con Villani e Compagni. Ma Wikipedia lo dice esumato cinquant’anni fa da Roberto Weiss e Kristeller. Pound ne sapeva di più.
Mussato fu ambasciatore della sua città, contro lo strapotere di Cangrande della Scala e dei Veronesi, presso Bonifacio VIII nel 1302, e nel 1311, con la delegazione guelfa di Padova, presso l’imperatore Enrico VII a Milano contro i Vicentini. L’“Ecerinis”, una tragedia alla maniera di Seneca, sugli intrighi di Ezzelino da Romano contro Padova, fu rappresentata nel 1315. Sanzionando il recupero del metro classico, seppure in latino, già adottato in numerosi poemi, poi in uso in Dante e più in Petrarca, a cui si fa risalire il primo umanesimo italiano. Aveva già versificato un carme epico in tre canti (“De Obsidione domini Canis”), e uno, in forma di visione, di viaggio attraverso l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso (“Somnium in negritudine”). Ci toccherà un Dante “mussatiano”?

Neo realismo - Il migliore neo realismo è cinematografico, di De Sica, Rossellini, lo stesso Pasolini, è cioè d’immagini. In forme diverse ma tutte, dice Pasolini (ora in “Le belle bandiere”) del tipo “realismo creaturale” di Auerbach. Inscritte su un fondo comico, ancorché dolente – e dunque dell’irredimibile. Se non che il creaturalismo di Auerbach è cosa diversa – è l’opposto. E non senza ragione.
Da qualche tempo tutto è creaturale. Si è partiti negli anni 1960 con i transessuali, si è passati per il neo creazionismo dei biblisti americani, si naviga ora nella concezione comunque “creaturale” dell’universo, nel senso che “tutti – uomini e animali – sono concezione di Dio”. Auerbach, studioso di Vico, che tradusse in tedesco, ha inaugurato questo concetto nella seconda serie di studi danteschi (ora in “Studi su Dante”), nella ricerca complessiva che approderà in “Mimesis”, “sulla struttura della rappresentazione letteraria della realtà”. Ma con altro significato.
Nella seconda serie di studi su Dante il saggio “Figura” esplora i diversi significati della parola, “che ha lo stesso tema di «fingere», «figulus», «fictor»e «effigies»”, a partire da Terenzio, che per primo la usò, via via per tutta la letteratura latina, con una bibliografia densissima, fino alla “«Figura» come profezia reale nei Padri della Chiesa”, in un significato “nuovo e peculiare” che “si trova per la prima volta, e molto spesso, in Tertulliano”. Partendo dal “realismo energico” di Tertulliano, parallelo alla sua insistenza sulla “figurazione” come fatto reale, quasi fisico, del Vecchio Testamento rispetto al nuovo, del profetismo, del battesimo, come astrattamente opposto a “verità”. Fino a che, con sant’Agostino, non viene riproposta come opposta all’allegoria, come figurazione del reale, aderente al reale stesso. Una lettura che s’impone sull’autorità di San Paolo, dei molteplici riferimenti che le sue “Lettere” offrono. Congiungendo “esemplarmente le forze pratico-politiche della fede con quelle poeticamente creatrici” – “la profezia figurale contiene l’interpretazione in un processo terreno per mezzo di un altro; il primo significa il secondo, e questo adempie il primo”. Figurale, quindi, non “creaturale”.
Questo realismo trova il coronamento in Dante, nella “Commedia” e nella “Vita Nova”, in Beatrice come in Virgilio: “La concezione figurale degli avvenimenti ebbe una larga diffusione e una profonda influenza fino al Medio Evo e oltre”.

In “Mimesis. Il realismo nella cultura occidentale” Auerbach delineerà due realismi, uno “creativo” a partire da Dante nei suoi termini, di figure e fatti della storia, e uno naturalistico, che riduce a Zola. Creativo in opposizione a “creaturale”, a una sorta di nichilismo cristiano nel primo millennio della nostra storia. Analizzando il realismo nella letteratura del Medio Evo, Auerbach parla di creaturalità in contrapposizione a Dante e Rabelais: creaturalità è la destinazione dell’uomo a larva, un mucchio di ossa con la pelle, nell’attesa della morte e della redenzione.
È un concetto molto egualitario della condizione umana, se si vuole, ma Auerbach nota che esso si accompagna con l’acquiescenza all’ordine e alle gerarchie sociali. A essa fanno eccezione Dante, per il quale le azioni umane sono sostantive, tardo e neo classicista. E Rabelais, del quale è stata argomentata la miscredenza, ma in contrapposizione alla concezione “creaturale” dell’umanità, al nichilismo.
Il titolo originale dell’opera di Auerbach è “Mimesis. La rappresentazione della realtà nella cultura occidentale”. O, proprio alla lettera, “Mimesis. La realtà rappresentata”. Auerbach, ottimo italianista, ha sicuramente voluto il titolo semplificato italiano. Ma nel suo ragionamento la nozione di “rappresentazione” – che il titolo italiano dà per scontata? – è essenziale. Nel primo abbozzo dell’opera, secondo alcuni bibliografi, durante la guerra in Turchia, il titolo era “Mimesis: eine Geschichte des abendländischen Realismus, als Ausdruck der Wandlungen der Selbstanschauung der Menschen”: storia del realismo occidentale, come espressione dei mutamenti della percezione della realtà da parte degli uomini.

Nella sua confusa polemica pro e contro dei primi anni 1960, Pasolini rivendica la visione figurativa. Il neo realismo elegge a impegno politico, in “Cultura dopo l’«impegno»” (ora in “Le belle bandiere”): “Dall’immediato dopoguerra all’inizio degli anni Sessanta, il motivo letterario in Italia è stato unico, e così profondamente individuato da fondare quasi una forma di civiltà: è stato chiamato impegno. Il riferimento ideale di esso era la Resistenza e il suo fine era «rivelare» una realtà fino a quel momento mistificata, la società italiana. Esso presupponeva una sorta di elastico dogmatismo…”. Non è vero – non può esserlo, se c’è il dogmatismo (o comunque non abbastanza, se ci consente di respirare anche in questa lunga agonia dell’Europa). Ma personalmente Pasolini è impegnato nella figurazione: “La mia visione della realtà è figurativa”, dice a più riprese, e “piuttosto pittorica che cinematografica”, cioè di storie concretizzate in immagine e non dipanate in azioni.

Totalitarismo – Togliatti fece dire Corrado Alvaro fascista a cadenza biennale, da Giacomo Debenedetti (1953), Salinari (1955), Angioletti (1957), Trombatore (1959), reo di avere scritto “L’uomo è forte”, il romanzo dell’orrore del totalitarismo.
Il Pci del resto voleva le compagne, alle quali il segretario Longo dava del voi, madri opime di famiglia. Credeva cioè al “mammismo” di Corrado Alvaro, creatore ironico di pathos mediterraneo, benché già condannato.

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mercoledì 22 febbraio 2012

La prima recessione dell’Italia unita

Non fa titolo e non fa testo, ma l’Italia è in recessione per la prima volta nella storia della Repubblica. Da sola cioè, e in controtendenza sull’economia mondiale. Neppure negli anni infausti 2002 e 2003, dopo l’11 settembre, l’economia era andata in rosso. Neppure nel 1992, dopo il crack della lira, e il milione e passa di posti di lavoro tagliati. Ci sono due precedenti, nel 2008 e nel 2009, ma sono dovuti al crack occidentale, così come nel 1930-31.
L’Italia va in recessione anche nel modo peggiore. Con un aggravio molto forte della tasse, dirette e indirette (Irpef, Ici o Imu, Tarsu, Iva), con un aumento inflazionistico dei prezzi, con una ulteriore compressione del reddito spendibile, da lavoro o da pensione. L’inflazione non è rilevata dall’Istat perché gli indici sono addomesticati. Anche sfrontatamente: come si può dire che in un anno i carburanti sono aumentati del 4 per cento?. Ma tutti sanno che è del 15-20 per cento sui consumi di energia (benzina, gas, elettricità), e del 20-25 per cento sui prodotti agricoli.
La recessione può essere peggiore anche perché non sembra ce ne sia la percezione. Non solo nei media, superficiali ormai per definizione: Napolitano ride in Sardegna quando i disoccupati gli urlano contro, Monti, che sa di che si tratta, ne parla, di rado, atono come di ogni altro argomento. Recessione vuol dire disoccupazione, senza alternative, e povertà di ritorno. È – è sempre stata – prodroma di imbarbarimento. Sarà un forte test per l’Italia, anche del Nord questa volta, non solo per il Sud: specie del Lombardo-Veneto legato all’industria tedesca.

“Il Gattopardo” ridotto a Proust

Una raccolta per feticisti del “Gattopardo”. Un “racconto di un romanzo”, uno dei cinque che lo compongono, è una glossa alle glosse di lettura, in margine al “Gattopardo”, di Soldati, che doveva farne il film e ci rinunciò, confondendo a ogni passo Lampedusa con Proust – o Proust è gattopardesco? questa sarebbe pista migliore. Lampedusa Proust è la pista principale – ma è proprio inedita? – anche degli altri “racconti di racconti” del libro. Un Lampedusa che narra (invoca) proustianamente la morte: “«Il Gattopardo» è un romanzo di disperazione, rabbiosa alla fine”. Lampedusa Proust piace a Nigro, che lo rintraccia anche in Edmund White, e in un accenno di Edward Said – quanto gli basta per irridere le ascendenze dickensiane, anzi pickwickiane, indicate dalla vedova. Un’emerneutica soverchiata dalla retorica, di cui Nigro è maestro. Un sicilianista attorcigliarsi non dei più virtuosi: molto Nigro, forse, poco o punto Salina-Lampedusa, il romanzo, i racconti.
Più che fulvo, come un leone?, il principe Salina è qui un Ercole, l’Ercole Farnese che è uno dei “racconti del romanzo”: un Mostro come il suo autore Lampedusa. È il “racconto di un racconto” iniziale, del Lampedusa Mostro fascistissimo e sbertucciante, specie nei confronti dei cugini Piccolo, divertente anche, poiché, sfaticato, senza risorse, vive la migliore Europa a spese dei parenti, ma già raccontato sei anni fa dallo stesso Nigro e da Gioacchino Lanza Tomasi nella raccolta di lettere “Viaggio in Europa”.
Il libro si chiude malinconicamente con la chiusura di Soldati nei confronti della Sicilia e dello stesso “Gattopardo” (quando non è Proust), non censurata e anzi condivisa. A causa di uno squallido produttore di assegni a vuoto, Felice Zappulla di Catania, ingegnoso certo ma siciliano, quindi inevitabilmente mafioso, che faceva fare i film a Soldati e a molti altri a credito. Ed è invece un vero personaggio gattopardesco.
Salvatore Silvano Nigro, Il principe fulvo, Sellerio, pp. 153 € 13

martedì 21 febbraio 2012

La Patria abolita dall’Italia bianca e rossa

Galli della Loggia si regala, e ci regala, per i settant’anni, fra le tante antologie possibili, la più sorprendente. Sotto forma di saggio, il volume appare nella Bur Saggi, ma in realtà squadernando una serie di testi tutti in vario modo succulenti e ormai non altrimenti delibabili, se non per il suo coraggio ad affrontare per noi il diluvio da cui li fa emergere. Perché da un certo punto di vista la sua tesi è vera, che la Patria è morta: non ci interessa più la poesia civile, dell’ultimo suo alfiere, Pasolini, che è morto nel 1975, siamo già insofferenti. Che dirne? Non c’è da scegliere, c’è solo da leggere: da “Italy” di Pascoli, uno dei “Primi Pormetti”, a Michele Serra – ebbene sì, è lui…
Con alcune lezioni dello storico ai letterati. La riscoperta, dopo De Sanctis, dell’Italia unita dalla lingua. E, con Pasolini, dell’Italia dagli appuntamenti mancati, o dalla “storia sbagliata”, insomma “l’«umile» Italia della grande tradizione nostra, già perfettamente definita in Dante in ognuno dei suoi tratti identitari”. Se non che dantesco, cioè originario, è anche “il sepolcro di Gramsci”, che secondo Galli della Loggia invece “mette metaforicamente termine alla vicenda di quella patria”, all’Italia nuova auspicata dai “Sepolcri”. Una fine curiosamente in contrasto con l’idea dell’antologia. Quanto a Pasolini, lo stesso Galli della Loggia nota che “Le ceneri di Gramsci” riportano – lui dice riducono – la poesia civile “a invettiva, a satira, o a perenne lamento”. Cioè a Dante?
Dello storico è nota la posizione: nel dopoguerra la Patria s’inabissa in reazione all’ipernazionalismo fascista. Non è così: non lo era, non lo è comunque dopo settant’anni, e nell’antologia, sgranata cronologicamente, si vede anche meglio. C’era stata continuità su questo aspetto tra l’Italia risorgimentale e il fascismo, nelle alleanze o assi, nel colonialismo, nei miti (l’Italia civile di antica civiltà, la proletaria, la raddrizzatrice di torti). La rottura avviene col passaggio dell’Italia alle due subculture dominanti della Repubblica, la confessionale e la comunista: la sconfitta e il passaggio alla Repubblica sono un discrimine forte nel centocinquantenario. Due subculure che si ama dire portate, gonfiate, dalla guerra fredda e invece perdurano oltre la caduta del Muro e la liquidazione dei partiti ideologici. Con un riassetto solo parziale, incompiuto, di questa seconda Italia nel nuovo concerto europeo: l’imboscamento (la diminutio, l’understatement) oltre ogni ragionevole cautela in campo internazionale, e l’antigovernabilità eletta a democrazia, sotto le insegne false dell’assemblearismo – un uso strumentale, essendo confessionale e quindi di parte, dell’anarchismo, che è fondamentalmente liberale. Senza una funzione politica in realtà, se non quella partitica delle due “confessioni”. Che sono alla radice, un giorno magari si scoprirà, dell’antipolitica che ci opprime: siamo oppressi non dai giudici di partito, piccoli carrieristi, ma da questa invasiva – “sovietica” – opinione pubblica, che la Rai democristiana forma, con i grandi giornali oggi “democratici”.
Ernesto Galli della Loggia (a cura di), Poesia civile e politica dell’Italia del Novecento, Bur, pp. 396 € 16

Ombre - 120

Formidabile via libera alla pirateria nell’Oceano indiano. I due marò avrebbero potuto (dovuto) essere trattati in mille modi diversi, se si voleva fare giustizia. Ma si vuole fare giustizia? È per caso che l’Oceano indiano è infestato dai pirati, di qua e di là dell’India? E che il Kerala non ha mai perseguito un pirata? Per caso non può essere.

Non si molta informazione estera in Italia, è vero. Ma perché non dire che il Kerala è, è stato a lungo, a governo comunista? Che la sua Alta Corte, quella che ha creato il caso dei marò, è famosa per  il caso quindici anni fa della studentessa sedicenne schiavizzata per quaranta giorni e stuprata ogni giorno da quaranta uomini. Che l’Alta Corte prosciolse.

E così tutti i ministri di Monti sono, più o meno, milionari. Erano cioè, perché tutti, pur ardimentosi, senza un gesto di dolore, si prospettano entrate decimate - letteralmente, da 10 mediamente a 1 - quest’anno. Poi si dice che la politica non paga.

Questo governo è dunque una grave perdita per il fisco. Meglio i politici? È per questo che la politica è stata inventata, per lasciare liberi i ricchi di fare i ricchi, e pagare le tasse.

I due mezzi ministri Grilli e Martone che non hanno voluto pubblici i loro redditi – non essendo politici non ne hanno l’obbligo… - siamo sicuri che non si sono vergognati di guadagnare poco? Fra tanti milionari possidenti, di diecine di milioni in titoli e immobili.

C’è la recessione, dice sabato la Banca d’Italia. Recessione vuole dire fallimenti, licenziamenti, povertà. Ma nessun giornale ci fa il titolo domenica, nemmeno il “Sole”. Si preferisce il papa, che non ha detto nulla, la ministra Fornero, idem, e Celentano a Sanremo. Scongiuri?

È una singolare commedia dell’arte, per non dire una buffonata, Mani Pulite raccontata al “Corriere della sera” e dal “Corriere della sera” nel volume del ventennale. Sottotitolato “L’inchiesta che ha cambiato l’Italia”.
Un cambiamento tra l’altro per il peggio: così si arguisce dagli autorevoli contributi, ma senza critica.

Si è riprodotto in continuazione nei media la foto del massaggio cardiaco a un paziente sulla barella a terra al San Camillo. Senza dire che è la prassi. E che il paziente così era stato salvato.
All’epoca dei collaboratori di giustizia siamo tutti delatori: facciamo foto invece di dare un mano, mettiamo su youtube, e entriamo nella società civile.
Il San Camillo è un ottimo ospedale, ma la foto serve a occultare i lazzaretti di Torino, Genova, Milano.

“Sembra Calcutta, invece è Roma” apre venerdì il “Corriere della sera-Roma” Fiorenza Sarzanini. Uscendo per un momento dagli angiporti delle questure. E non si capisce se questa signora, che vive tra Milano e Bari, non conosce Roma. O se vuole offendere Calcutta.

Non fa in tempo Monti a dire che la chiesa, forse, pagherà più Ici che “l’Europa plaude”. L’Europa?
Al più, l’Ici aumenterà sui beni ecclesiastici di 300-400 milioni. In percentuale, lo stesso di quanto aumenterà per le famiglie.

A Sanremo Napoli, che è tre quarti della canzone italiana anche se l’industria del disco è milanese, è stata rappresentata quest’anno da Noa, “Noapoli”, israeliana – peraltro ottima a tutte le latitudini. L’anno scorso era rappresentata dal milanese Vecchioni.

“Non chiamateli zingari” – nemmeno zigani. Anche se loro si chiamano così. E fanno gli zingari: i mendicanti, i borseggiatori, i ladri.
La prima pagina di cronaca riporta giovedì l’appello dell’Esperto. La quinta il caso di una ragazza che a diciassette anni ha già fatto trentanove borseggi – trentanove sono quelli per i quali è stata fermata.

Discutono i sindacati, verrebbe da dire i capi mostacciuti dei sindacati non fosse per la Camusso, col ministro Fornero dalla profonda ruga verticale sulla fronte, quella che ha inguaiato senza dire due milioni di pensionandi e una diecina di milioni di pensionati, di contratti, contrattini e del feticcio art. 18 – il nuovo fronte della resistenza? Mentre fuori c’è, dichiarata perfino dall’Istat, la recessione. Cioè il licenziamento per centinaia di migliaia di persone.

Monti dice no freddo all’Olimpiade a Roma, da professore serio – il professore è serio - in una classe di sguaiati. Alla vigilia della candidatura e non prima. Distrattamente, in una pausa. Avendo lascato i presidenti dello sport in lunga attesa – che peraltro non si dimettono e nemmeno si ribellano. Non sarà che ci prende per i fondelli?

Monti dice no, con aria mezzo seria, all’Olimpiade a Roma: “Non sarebbe responsabile”. Poi va da Tg 24 Sky e dice che le entrate sono aumentate e forse non farà l’aumento dell’Iva. Con un mezzo sorriso. Ci prende per i fondelli?

Il grande titolo del “Corriere della sera” il giorno dopo non è il no di Monti all’Olimpiade, ma la pubblicazione dei redditi dei ministri. Che sono pubblici da tempo - dovrebbero. Ci prendono per i fondelli.

Monti ha un precedente illustre. L’olimpiade di Dorando Pietri, che poi finì a Londra, il barone De Coubertin voleva farla giocare a Roma. Ma il presidente del consiglio si oppose: Giolitti, un altro settentrionale, sempre nel nome della spesa pubblica – uno che corrompeva tutti e fece una carissima guerra per lo “scatolone di sabbia”.

Piove fango missino sulla sanità a Roma

Gli scandali-non-scandali che si succedono a Roma nella sanità sono schegge della disintegrazione del Msi-An. Avviata da Storace contro Alemanno e Polverini, e ora, più insidiosa, da Fini contro Alemanno e Polverini, nonché tra questi due, il sindaco e la presidente della Regione. Alla vecchia maniera democristiana, cioè con scandali finti, destinati a sgonfiarsi. Anche se ora più temibili, perché Fini conta molto nella Procura romana – in questo senso è l’erede di Andreotti.
La foto rubata al San Camillo già s’è sgonfiata – il massaggio cardiaco a un paziente sulla barella a terra è la prassi all’emergenza, e il paziente è stato comunque salvato. Al Policlinico la Procura finiana è scesa in campo contro la volontà e le testimonianze dei congiunti stretti della malata di Alzheimer in barella al Pronto Soccorso per quattro giorni con i polsi legati – figlio e marito si affannano a ribadire che la malata è stata oltremodo ben accudita. Lo “scandalo” è stato denunciato dai senatori Marino (Pd) e Gramazio (ex Mis-An) su input interno dallo stesso Pronto Soccorso, in ostilità al direttore generale del Policlinico, polveriniano.
Le ostilità puntano per ora sull’immagine di Alemanno, che vuole ricandidarsi alle comunali fra un anno, e si sa già che non finiranno qui. Anche se Alemanno sembra non rendersene conto: ha, non da ora, la grande città meglio amministrata d’Italia (è l’unica che al censimento ancora cresce), ma s’è fatto ridicolizzare sulla neve – che a Roma è stata una festa – e ora sulla sanità.

lunedì 20 febbraio 2012

Gramsci nazionalpopolare fuori del Pci

Lo Piparo, linguista, studioso del Gramsci grammatologo, lo vuole apostata, dal Pci se non dal comunismo. Per una serie di indizi che qui analizza, di date, redazioni mutile, testi mancanti.
Il saggio non è piaciuto all’establishment gramsciano, che si è eretto a bizzarra ortodossia. Ma è stringente benché non apodittico, semmai è troppo pieno di subordinate (dubbi), tale che riesce impossibile non considerarlo onesto. Con un curioso effetto: la parte indiziaria, alla Ginzburg, che Lo Piparo svolge non è persuasiva – per sazietà, troppa dietrologia in giro (revisionismo, illuminazioni, golpismo)? Tanto più che si spinge in conclusione a “indiziare” (suggerire, indurre) un parallelismo antigramsciano, tra il “nemico e opportunista” Togliatti e Mussolini. Mussolini che, vecchio compagno di Gramsci all’“Avanti!”, e per questo sollecito a soddisfarne tutte le richieste dalla prigione contro le vessazioni dei carcerieri, non avrà mancato di leggersi i “Quaderni”. Perché? “La polizia politica non poteva non sapere”, e quindi Mussolini non poteva che leggere, e ordinare di non distruggere… Ma la sua tesi è nei fatti, squadernata.
È nei fatti che Gramsci si sentì tradito dal partito, a partire dalla famosa lettera di Grieco che, contro tutta l’impostazione della sua difesa al Tribunale fascista, lo deputata a capo del Partito. Fatto peraltro noto e acquisito: Lo Piparo riprende la questione già “giudicata” venticinque anni fa, anche per l’autorità, filologica e deduttiva, di Sciascia. È nei fatti che Gramsci a un certo punto scrisse o riscrisse i suoi appunti, i “Quaderni del carcere”. Non in vista di una pubblicazione, di cui non poteva avere speranza, ma di un riassetto del suo proprio pensiero. E i “Quaderni” riscritti sono molto poco Pci e nemmeno comunisti. Serviranno a Togliatti per appropriarsi del nazionalpopolare, con un colpo di genio: una sorta di gigantesca battaglia campale per il postfascismo in Italia, decisiva, vinta con una semplice alzata d’ingegno alla lettura a tavolino, delle carte di uno che tutto dice comunque un avversario politico, sia pure interno al Partito (ma che ferocia in quegli anni all’interno dei partiti comunisti: dove si conoscono, quelli del Pdk, il Partito tedesco, pupilla degli occhi di Stalin, sono da non credere).
Sono nei fatti anche le “gravi lacune” del patrimonio documentario gramsciano, e specialmente delle lettere. Create non dalla censura fascista ma dai destinatari, diretti e indiretti. Sraffa compreso, prima di Togliatti, che da Cambridge era il tramite di Mosca. Se non ne era la spia, il “quinto uomo” di Cambridge di cui mai s’è saputa l’identità - poi magari, un giorno, si farà la storia delle sorelle Schucht, la moglie e la cognata, una delle tante coppie di bellezze russe, e anche di bellezze singole, disseminate in Europa negli anni 1920, a contatto stretto con intellettuali importanti e espatriati, anche temporanei, Gramsci appunto, Gor’kij, Majakosvskij, Aragon, H.G.Wells. Nel dopoguerra Sraffa evitò l’Italia, pur vivendo a lungo, fino al 1983, e anche il Pci, i pochi contatti li mantenne con Mattioli, col quale da giovane era stato assistente di Einaudi. C’è, dice Lo Piparo nei ringraziamenti, “una parte non pubblicata di questo libro (il triangolo Gramsci, Sraffa e Wittgenstein”) - probabilmente più interessante.
Gramsci si rilegge ancora con interesse, specie i “Quaderni”, ma in nessun modo ricollega alla storia successiva del Pci, se uno evita il curatore Gerratana e le avocazioni di Togliatti.
Franco Lo Piparo, I due carceri di Gramsci. La prigione fascista e il labirinto comunista, Donzelli, pp. 144 € 16

Flop di Mani Pulite in edicola

Vendite insoddisfacenti in edicola per il primo volume “Mani Pulite” del “Corriere della sera”, inferiori alle attese dell’editrice. L’invenduto superebbe le vendite: ridotte il giorno di uscita, venerdì, si sono rianimate poco nel week-end, e del volume si dà per scontato il flop. Le vendite insoddisfacenti del primo volume hanno portato a ridimensionare la tiratura del secondo, fotografico, previsto per venerdì.
Non un grave perdita, chi ha visto il primo volume non lo dice un granché. Il libro però si compra a scatola chiusa. L’insuccesso potrebbe voler dire il rifiuto di Mani Pulite, di una “verità” sempre più traballante, malgrado il forte sostegno dei media.

La Monteide del conformismo

La “Monteide” più che una vicenda di tasse è una di conformismo. Che la Rai, che fa il nostro linguaggio – il raiume è imbattibile – ha subito codificato, e con essa ci opprime a ogni ora del giorno. Con l’assurdo populismo dei conti correnti gratuiti, pur sapendo che le banche non possono accenderli - il conto glielo paga il governo?
Monti è soprattutto di vertice. Una sua telefonata è un vertice telefonico. Se convoca Passera a palazzo Chigi è per un vertice – non convoca mai Fornero: ci sarà un motivo? Tiene vertici anche con Alfano, Bersani e Casini – ABC, come le batterie dell’artiglieria. Figurarsi quando va in giro per l’Europa. Ha tenuto un vertice perfino con il presidente dell’Ocse, che nessuno sa chi sia e cosa faccia.
Monti è un premier. Con soddisfazione gli inviati e i corrispondenti a Bruxelles, Parigi, Londra, New York ne parlano come di un premier che arriva con la decisione pronta. Mentre è un capo del governo come i suoi predecessori, un presidente del consiglio che non può decidere nulla, nemmeno dimissionare un ministro, anzi nemmeno sconfessarlo.
Monti può dire impunemente tutto, e sempre elogiato. Per esempio che paga gli arretrati ai creditori dello Stato con i proventi della caccia all’evasione fiscale. Come se la Guardia di Finanza, andando a caccia di scontrini, ogni sera incassasse qualcosa – i maggiori incassi sono fermi ai “proventi” dello scudo fiscale, roba di otto mesi fa. Per non dire degli incredibili conti bancari obbligatori e gratuiti a chi ha un reddito fino a 4.500 euro. L’anno. Cioè 350 euro al mese. Neppure il cinismo è sanzionato.

domenica 19 febbraio 2012

Problemi di base - 91

spock

Viene Wulff, viene Merkel (poi non viene), l’Italia è occupata, di nuovo?

Troppe prescrizioni per Berlusconi: non saranno un mezzo per condannarlo senza giudicarlo – giudici maliziose?

E se fosse stata Domnica ad affondare la Concordia?

“Perché il ragno fa la sua tela più fitta in un punto e più larga in un altro?”, ci chiede Montaigne. Ma: perché il ragno fa la tela?

Perché la luce è veloce e lenta la voce?

Perché l’universo è inimmaginabilmente vasto ma non immaginabilmente infinito? È un problema d’immaginazione?

Perché la fisica non sa niente della fisica?

Perché gli impiegati pubblici non bastano mai?

Sono passati un paio di mesi e ancora non abbiamo i redditi dei ministri: non avevano fatto la denuncia a maggio?

spock@antiit.eu

Ipazia, che visse postuma

Silvia Ronchey s’identifica in Ipazia, che dedica “a Teone” questa storia come a dire al proprio padre Alberto – Teone è il padre, anch’egli filosofo, che educò Ipazia? Ma non lo fa pesare. Per metà bibliografia e “documentazione ragionata”, questa “Ipazia” è infine una narrazione filologicamente corretta, una “vera storia” non alla maniera di Luciano, che sempre coinvolge come il miglior romanzo d’invenzione. Anche sciolta: le fonti si ricompongono in una scrittura semplice, d’interesse costante.
Alessandria rivive, seppure del quinto secolo. La sua irradiazione ovunque nell’antichità classica, nella filosofia, la teologia, l’astronomia, la geografia. Cerniera attiva nel rapporto ora trascurato tra Oriente e Occidente cristiani. La distruzione del Serapeo, meraviglia di architettura e statuaria, a opera dei fanatici del vescovo Teofilo, che eguaglia in turpitudine la più tarda distruzione della Biblioteca. La guerra endemica tra cristiani ed ebrei, di cui Alessandria ospitava una colonia di almeno centomila emigrati, dai tempi di Alessandro Magno, con migliaia e in qualche occasione centinaia di migliaia di morti. Il linciaggio di Ipazia, a opera dei “parabalani”, i monaci-infermieri talebani del vescovo Cirillo, nipote di Teofilo, poi santo e dal 1882 “dottore della chiesa”. Al tempo di un imperatore bambino, Teodosio II, di cui è tutrice la sorella Pulcheria, imperatrice di fatto, che alla morte di Ipazia ha quindici anni – ragazza pia, “monaca porporata”, poi santificata, non lascerà impunito il delitto: evita la condanna di Cirillo ma lo esclude dalla vita politica.
Poi c’è la vita postuma di Ipazia. Che è tutta la storia, di Ipazia in vita non si sa nulla. Una storia sempre di cristiani e anticristiani, pagani, ebrei, islamici, poi intercristiana, fra romani e antipapisti. Con più consistenza a partire dal Settecento. Quando Ipazia riemerge nella lettura ragionata dell’illuminismo, di Diderot, Voltaire e la dimenticata Olympe de Gouges, vittima nella rivoluzione del suo femminismo (a opera dei Giacobini…). E in quella, che poi sarà dominante, di pietra dello scandalo, a opera di esoteristi, da Toland a Yeats, ateisti, anticlericali, Gibbons sopratutto, Fielding, Wieland, e massoni. L’ultima reviviscenza la vede al centro delle diatribe tra “la storiografia cattolica..(e) quella protestante, anglicana, giansenista”. Oppure identificata, mutando solo il nome, con Caterina d’Alessandria, una santa di cui invece non si sa nulla - per questo esclusa da Paolo VI nel 1969 dal calendario liturgico (per poi esservi reinsediata da Benedetto XVI, che della santità non ha concezione laica).
La lettura della resurrezione d’Ipazia nella letteratura francese, Chateaubriand, Leconte de Lisle, Flaubert, Barrès, Péguy, Claudel, Renée Vivien, e italiana, Diodata Saluzzo, Mario Luzi, non è meno interessante: è un “nome mantra”, la studiosa arguisce con Luzi. E da ultimo affronta l’inevitabile: san Cirillo è colpevole? Certo che lo è, Ipazia è un’icona. Ma le fonti sono pregiudicate, si sa. Nel caso lo sono dall’arianesimo contro il monofisismo, di Cirillo, da Antiochia e Costantinopoli contro Alessandria, dall’Oriente cristiano contro l’Occidente, dallo Stato bizantino contro il potere temporale dei vescovi. Sull’analisi delle fonti la narrazione, com’è inevitabile per la buona filologia, prende l’andamento del giallo, parola scoprendo dopo parola, posizione dopo posizione, teologia dopo teologia, e una riserva inesauribile di riserve mentali: tra l’evento e le fonti è sempre rincorsa, un sorpassarsi continuo. Per tornare infine a Ipazia via Sinesio, il vescovo di Tolemaide, che ha molto scritto, ed è ben conosciuto, apprezzato via via fino a Erasmo e a Wilamowitz, coetaneo di Ipazia, che si recò a conoscere ad Alessandria l’anno dopo l’abbattimento del Serapeo, e della quale fu discepolo e costante ammiratore. Fino all’ultima sua lettera, poco prima dell’assassinio di Ipazia.
Silvia Ronchey, Ipazia, Bur, pp.319 €10,90