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sabato 3 novembre 2018

Letture - 363

letterautore


Alberi – C’è una ripresa della “difesa degli alberi” anche della letteratura, come era avvenuto in passato. Di cui lo storico Alain Corbin ha fatto una rassegna in “La douceur de l’ombre”, di “tutti quelli che hanno saputo «vedere l’albero»”: Orazio e Virgilio, Ronsard e La Fontaine, Roussea, Goethe, Novalis, Chateaubriand, Hugo, Proust. Yves Bonnefoy, il grande poeta recentemente scomparso, ottimo italianista tra l’altro, ne era appassionato. La celebrazione più appassionata è dello scrittore che meno si vede nella natura, Philip Roth. Il suo protagonista di “Pastorale americana”, un ricco, bello, fortunato imprenditore, a un certo punto si accorge di possedere degli alberi: “Io posseggo quegli alberi”, riflette degli alberi nel giardino di casa. Lo trova “stupefacente”: “Fu più stupefacente per lui possedere alberi che possedere fabbriche”.  W “sconcertante”: “Era sconcertante possedere alberi – non erano posseduti al modo come si possiede un’impresa o una casa. Semmai, erano tenuti in affido. In affido. Sì, per la posterità”.

Bovary – Ma la sua colpa è la lettura: è una che s’immagina cose leggendo. Flaubert aveva in odio anche la lettura? Aveva tendenze suicidarie, se poi sono le donne che leggono i romanzi – o come dice Vargas Llosa “consentono di scrivere e vendere romanzi”.
Un personaggio adorato dalle lettrici femminili, ma uno sbocco di acidità. Opera di uno scrittore parecchio misogino. Che le donne frequentava al bordello, e sulla carta senza compassione e anzi cattivo.

Complottismo - “The Nation” passa in rassegna le mostre di New York, singolarmente dedicate in gran numero in contemporanea al complottismo. Dal Metropolitan Museum a molte gallerie d’arte. Scoprendo che il complottismo del lungo dopoguerra è di sinistra, dei media, gli intellettuali e i politici di sinistra.
Il sospetto è storicamente di destra, Eco ne ha fatto ripetuto inventario, dal “Pendolo di Foucault” al ““Il cimitero di Praga” e a “Numero zero”, l’ultimo romanzo. Se ne è prodotto molto a partire dal primo Ottocento, contro la rivoluzione francese, attribuita a questa o quella setta, loggia, potenza eccetera - gesuiti compresi. Ma era in origine proprio liberale, e contro i gesuiti. Contro il “complotto gesuitico” – quello proverbiale, il “Protocollo dei savi di Sion” è ricalcato sui tanti “complotti gesuitici” di centocinquant’anni prima.
In America la sinistra non ha trovato di meglio, dai Kennedy in poi: mafie, russi, cinesi, social, fake news, hacker. Tutto pur di non confrontarsi con la realtà, che la stessa America agisce – quella che conta, la spina dorsale. “The Nation” curiosamente non fa il caso di Putin che avrebbe ordito lelezione di Trump, il “Russiagate”.

Frantz Fanon – Autore di culto del Sessantotto, per il lato liberazione del Terzo Mondo, lo psichiatra scrittore francese della Martinica, nonché stratega della lotta anticoloniale in Algeria, è sarcasticamente preso a partito da Philip Roth in “Pastorale americana” come l’influencer del terrorismo americano post-68, dei Weathermen, le Pantere Nere e altri gruppi. Lo Svedese, il protagonista della “Pastorale”, riflette che l’adorata figlia divenuta terrorista non ha più pensiero per sé, i genitori, la casa, per le persone che uccide, a caso, “quello di cui lei si preoccupava era l’Algeria. Lei amava l’Algeria”. E l’Algeria di Fanon lo scrittore fissa in un lungo passo di “Per la rivoluzione algerina”: “Dev’essere costantemente tenuto a mente che la donna algerina impegnata apprende insieme il suo ruolo come «una donna sola per strada» e la sua missione rivoluzionaria istintivamente. La donna algerina non è un agente segreto. È senza pratica, senza istruzioni, senza confusioni, che va fuori in strada con tre granate nella borsa. Lei non ha la sensazione di giocare un ruolo. Non ha un personaggio da imitare. Al contrario, c’è un’intensa drammatizzazione, una continuità tra la donna e il rivoluzionario. La dona algerina si erge direttamente a livello della tragedia”.
Negli Usa Fanon era morto nel 1961, in un estremo tentativo di curare la leucemia, dopo un ricovero non risolutivo in Unione Sovietica. Gli scritti di Fanon, “Pelle nera, maschere bianche” e i postumi, “I dannati della terra”, “Per la rivoluzione africana”, pubblicati a cura di Sartre, sono sempre riediti. Fanon è uno dei pochi autori terzomondisti, probabilmente il solo, ancora stabilmente in edizione, anche in italiano e in inglese.

Fellini – Era un malinconico, non zuzzurellone quale sembra, e non sguaiato. “Confuso e volgare” era il mondo che vedeva, l’Italia del dopoguerra e del boom. È il ritratto che ne fa Mereghetti su “Liberi tutti”, il supplemento del “Corriere della sera” – non ce ne sono stai altri per i 25 anni della morte. Col sorriso, ma retrattile, introverso. Anche perché si sapeva non “in linea” – il neo realismo imperante non gli perdonò “La dolce vita”.

Litote – “Gentile  civilissima figura” una volta – “questa lirica non è malvagia” – diventa “ferale” se ripetuta. Gadda bolla con durezza la doppia e triplice litote - quella, per capirci, di cui si compiacciono i verbali di polizia e i giudici - nelle “Norme per la redazione di un testo radiofonico”: la frase del tipo “non è impossibile che non sia avvenuto…”, per dire che forse è avvenuto. Anche per una ragione pratica, oltre che di verità degli assunti, spiega, pratico di analisi matematiche: “Una doppia litote è, le più volte, un problema di secondo grado. Difficile risolvere mentalmente un problema di secondo grado, impossibile risolvere un problema di terzo grado”.

Pasolini – “Se ci fossero stati i social, credo che lui sarebbe stato su Facebook”, Michela Murgia, “la Repubblica” dell’altro giovedì.  O non li avrebbe condannati? Pasolini era un moralista più che un esibizionista – un esibizionista di moralismo.
Era un tuttologo, anche lui? Non da talk-show, in tv non rendeva.

Remake – Da “Profumo di donna” al “Suspiria” di Amazon-Guadagnino, è più spesso, se non sempre, un flop. È anche inevitabile che lo sia, si vuole replicare un grande successo, che per definizione non è replicabile, poiché nel successo confluiscono degli imponderabili. Ma, specie al cinema, che pure implica sempre grossi investimenti, è privilegiato, rubare un soggetto e anche la sceneggiatura.

Tucidide – È stato tradotto da Hobbes per la prima volta dal greco, nel 1629, direttamente in lingua “volgare”, in inglese. Prima circolava la versione latina di Lorenzo Valla a Firenze, 1452, commissionata dal papa Niccolò V, nel quadro del suo progetto di ricostituire i testi antichi. Altri progetti fiorentini di traduzione in latino prima di Valla erano finiti nel nulla. Leonardo Bruni in particolare rifiutò di occuparsene, protestando che avrebbe dovuto passare troppo tempo sull’originale greco. Valla ci impiegò due anni, ma produsse un’edizione annotata che fece testo su Tucidide per molti secoli.
L’originale greco fu pubblicato da Aldo Manuzio a Venezia nel 1502. Adattamenti in lingue “vernacolari”, più spesso di passi, furono eseguiti sulla traduzione di Valla. Quella francese si segnala, nel 1527, a opera di Claude de Seyssel, perché fu stampata in ben 1.225 copie. Tucidide era entrato dopo Valla nella tradizione umanistica. Prima la storia era quella di Plutarco e di Erodoto.
Pure la traduzione di Hobbes, allora sconosciuto segretario di William Cavendish, conte di seconda generazione, e alla sua prima opera, ebbe successo. Tre riedizioni seguirono, da lui curate. Grazie alla sua provvida avvertenza iniziale, che le storie di Tucidide aiutavano a comprendere il momento attuale in Inghilterra. Hobbes dichiarava anche di avere condotto la traduzione dal greco e non dal latino o altre lingue, con il supporto di dizionari e altri testi di riferimento, basandosi sulla migliore edizione del testo greco disponibile, quella di Emilio Porto a Francoforte nel 1594. “Nel 1658 William London, un noto librario di Newcastle, inserì gli Eight Bookes (di Tucidide) all’interno di un catalogo che raccoglieva le opere da lui giudicate più vendibili” (Luca Iori, “Thomas Hobbes traduttore di Tucidide”).

letterautore@antiit.eu

L’universalismo è borghese


“Le identità ambigue” è il sottotitolo. Una riflessione in più saggi di trent’anni fa, 1988, che si ripubblica altrove per essere attuale. A fronte delle migrazioni, e del riflusso identitario. Ma più interessante è il filo che lega i saggi, da parte di due pensatori “antisistema”: i rapporti ugualitari e senza pregiudizio sono indissociabili dall’universalismo borghese.
Un ritorno a Marx, se si vuole, ma senza le incrostazioni in cui Lenin lo ha imbalsamato. I diritti sono borghesi. Borghese è il mondo universale. Borghesi sono i diritti politici, i diritti umani, il codice Napoleone, la libertà. Si vede dai contrari, che sempre serpeggiano, o riemergono. Più spesso popolari, populiste – molto comuni peraltro in Germania, all’insegna del Volk, o nello sciovinismo di marca francese.
Étienne Balibar-Immanuel Wallerstein, Razza nazione classe

venerdì 2 novembre 2018

Ci sarà Trump dopo Trump

C’è Trump in America, E ci sarà Trump dopo Trump, quando cioè avrà perduto fra quattro giorni, come da sondaggi, la maggioranza parlamentare. Probabilmente lo stesso, fazioso, aggressivo e bottegaio. 
Non è una novità, Trump è stato eletto per quattro anni – piace dirlo fascista ma è stato eletto - e quindi governerà ancora per altri due. Ma la stampa lo scopre ora in Italia, la grande stampa, il “Corriere della sera” dopo “la Repubblica” e “la Stampa” - che pure sono giornali di due ex corrispondenti dall’America.
Sul “Corriere della sera” la filosofa Di Cesare cincischia sulla questione immigrati, anche se non sa bene di che si tratti. È per lo ius soli – chi è nato nel paese è cittadino – che è una buona  cosa. Ma non sa quanti premono per entrare in America – sono il doppio di quanti premono per entrare in Europa, che ha una popolazione una volta e mezzo quella americana. Né sa dire se è giusto che i gruppi americani anti-Trump facciano marciare mille o cinquemila honduregni per cinquemila km., senza nemmeno pagare loro una diaria – cinquemila km. in fanteria sotto la naja sarebbero 250 giorni: 20 km. al giorno sono il massimo regolamentare, in condizioni di estrema necessità. Cazzullo invece, inviato alla campagna elettorale di Trump, scopre che ha un certo appeal – “la folla lo adora  e si identifica con lui come non ha mai fatto con Obama”. Cè lAmerica dietro Trump.
Ci sarà ancora Trump perché ha ancora due anni di mandato. E perché tutte le ciambelle gli stanno riuscendo. Tutti gli accordi di ex-import da lui denunciati perché sfavorevoli agli Usa o con largo ricorso al dumping sono stati o vengono rinegoziati su basi più favorevoli, compresi quelli con la Cina e con la Ue – Obama aveva denunciato molti casi di dumping alla Wto, l’organizzazione mondiale del commercio, senza esito. E con i missili anche Putin potrebbe indursi a trattare, sulla Siria se non sull’Ucraina, dato che con le sanzioni ormai ci convive. L’accordo di Parigi sul clima va rivisto perché deve imporre più vincoli alla Cina, che è il paese che inquina più di tutti – quasi più di tutti gli altri messi assieme. L’economia va al meglio, con piena occupazione vera, retribuita cioè e non come negli anni di Obama, che bisognava fare tre lavori per sopravvivere. L’Iran degli ayatollah, che aveva acquisito un’ottima immagine internazionale grazie all’accordo con Obama, l’ha perduta rapidamente dopo che Trump lo ha cancellato. E col rinnovo delle sanzioni tornerà isolato.
Sarà sempre lo stesso Trump, fazioso, aggressivo e bottegaio? Ma la sindrome, sotto l’anatema, è di lunga e larga portata, con Trump e senza. Trump è, indigesto, quello che Kissinger accorto rileva necessario a ogni governo con responsabilità internazionali: raccordare gli obiettivi e impegni esterni agli umori interni, e viceversa.

Perché Mattarella non protegge il risparmio

Dopo i fondi e le obbligazioni spazzatura rifilati in banca ai risparmiatori contro ogni regola di buona gestione e anche di legge, le assicurazioni vengono al pettine. Le assicurazioni rifilate sempre dalle banche sempre ai risparmiatori. Ne vengono vendute di ogni specie, per cifre anche piccole, ma ripetute: infortunistica, assistenza legale, sicurezza, elettrodomestici, eccetera, e naturalmente le vari forme vita. Senza che nessuno sappia esattamente cosa vende e cosa compra. E senza assistenza in caso di sinistro. Bisogna fare capo a entità remote, più spesso numeri verdi incompetenti per loro stessa ammissione – ce ne sono anche irlandesi.
Bancassicurazione è l’ultimo tassello di una strategia intesa a defraudare il risparmiatore. Perché è una strategia, non può essere un caso: è pervasiva e duratura, da almeno due decenni, dalla banca universale. Nessuna possibilità di piani di accumulo in banca, non con i fondi, non con le obbligazioni, non con i pir, né con altri strumenti più sofisticati. Gli strumenti ci sono, in altri mercati funzionano, proteggono il risparmio, anche a beneficio del risparmiatore, per la vecchiaia, per i figli, per i nipoti, per beneficenza, in Italia vanno tutti in perdita. Tutti.
La banca onnivora, che ha fagocitato agenti assicurativi e di borsa, con i quali era possibile confrontarsi e investire con qualche esito, fagocita (distrugge) tutto: il risparmio bancario è la distruzione del risparmio. Il risparmio che il presidente Mattarella richiama e onora, rimproverando gli spreconi al governo, è affidato in banca a consulenti riciclati, quasi tutti senza competenze specifiche. Nell’ottica bancaria cara ai governi prima di questo. 
Un  richiamo anche su questo versante sarebbe stato necessario, e non da ora. Ma, certo, non si può pretendere: il presidente della Repubblica è pure lui parte del partito bancario, anche per le nomine recenti in Banca d’Italia. Il partito dei Draghi e Visco, dei Bazoli e Profumo, dei vertici Bpm, mutevoli ma tutti della parrocchia, di ben due aumenti di capitale truffaldini del Monte dei Paschi, delle tante truffe emerse a danno dei correntisti e obbligazionisti nelle banche regionali, il tutto avendo a referente politico il partito del presidente. Compreso l’illustre professore  Monti, che ha rovinato gli indifesi, nominato membro a vita dello stesso partito, senatore ad honorem - un bancario. Poi dice che l’Italia vota Grillo.  

L’aritmetica degli animali scomparsi


“Abbiamo fatto fuori il 60 per cento degli animali”. “La Terra ha perso il 60 per cento degli animali”. “L’umanità in 44 anni ha spazzato via il 60 per cento degli animali selvatici”. Dice che l’ha detto il Wwf, che è organizzazione seria. Ma come è stato possibile? Per un errore di aritmetica.
“The Atlantic”, la rivista americana, che è ecologista e di sinistra, ha voluto andare a vedere. Ha letto cioè il rapporto Living Planet Index del Wwf. E ha scoperto uan verità semplice.
Il Wwf ha contato a campione varie specie di animali, in alcune aree ristrette, per certi intervalli di tempo. E per ognunodi essi (16.700 mila, tra mamiferi, uccelli, rettili, anfibi, e pesci, di 4 mila specie diverse) ha elaborato un indice di sopravvivenza. Coprendo il 6,4 per cento di circa 63 mila specie di vertebrati. Il 60 per certo è un valore mediano, di indici, localizzati e ristretti.
Siano – la rivista americana fa questo esempio - 5 mila leoni passati a 4.500 in una certa zona, le tigri da 500 a 100, e gli orsi da 50 a 5. Il declino è del 10, dell’80 e del 90 per cento. Tre numeri la cui media fa 60. Ma il numero degli animali censiti è sceso da 5.550 a 4.605, cioè del 17 per cento.

La ricerca del fascismo che non c’è

Un pamphlet ben scritto, molto. Si legge di corsa. Se non che poi uno, passato l’esame n. 65 del “Fascistometro”, il capitolo decisivo e conclusivo, si chiede: di che stiamo parlando?
Bene è scritto del populismo – con un sola riserva: “Non tutti i populismi sono fascismi, ma ogni fascismo è prima di tutto un populismo, perché – anche se non nasce mai dalle classi popolari – il fascismo le racconta come a esse piace essere raccontate: forti nelle intenzioni, fragili solo per le circostanze, matrici di autenticità nazionale e vere protagoniste sociali”. La riserva è che il populismo nasce sempre dalle classi popolari, altrimenti è Ingroia, Santanché, i candidati dello zero virgola: ci vuole un chiama e rispondi.
Bene è detto dei tic della sinistra – della sinistra dem: conformismo, albagia, spregiudicatezza. Ma già qui c’è una faglia. Stroncando il fascistometro oggi Gramellini dice una cosa giusta: “Alle 65 voci del fascistometro bisognerebbe aggiungere la numero 66: «Scrivere un test per misurare il fascismo altrui»”. Ma anche sbagliata: anche qui di che stiamo parlando, che c’entra Murgia col fascismo? La colpa è semmai di avere adottato i tic, che scongiura, della sinistra dem. Il pamphlet aggiunge e non toglie ai vizi dei belli-e-buoni del villaggio. Soprattutto perché è ben scritto.
C’è poi, ripetuta, la messa in guardia contro la “ricostituzione della memoria”, del fascismo. Che è possibile, si fa in continuazione, è il proprio della storia (storiografia) – da ultimo per la guerra civile, 1943-1945 e dopo, da Claudio Pavone a Violante e Pansa. Ma fino a un certo punto. Non si revisionano le ideologie e gli atti – programmi, sovversioni, leggi, delitti.  La reazione in agguato è un brutto tic. 

Peggio con l’immigrazione dall’Africa, al centro del pamphlet, buona a prescindere. Che è sempre il vezzo coloniale, del missionario e del bravo colono, il socialista mandato a redimere Algeria e Somalia, dell’africano infante. Anche dopo che la Francia ci ha vinto due Mondiali, con questi bambini, forse altrettanto capricciosi, ma più veloci, e rapidi di riflessi.
Murgia non è sola, viene dopo la riedizione di Eco e Pasolini, nel filone del “fascismo eterno”, che evidentemente torna a vendere. Ma quelli parlavano di altro. Non della tratta dei migranti, perché questo oggi avviene, una nuova tratta dei neri. A opera per lo più di mafie nere. Per il resto, con tutte le buone intenzioni, basterebbe  guardarsi attorno. Soprattutto in rete e in tv, luoghi che Murgia frequenta. Ai ragazzotti presuntuosi di Grillo, ignoranti per lo più, e scansafatiche, che sono onorevoli, senatori e ministri, nonché sindache, e chiedersi: com’è stato possible che li abbiamo votati? Che un italiano su due abbia votato Di Maio o Salvini. Che tutto il Sud abbia votato Grillo – che non sa nemmeno il Sud dov’è e non se ne cura – e che l’iperleghista Salvini sia senatore eletto in Calabria. 
La democrazia è cambiata, questo sì. È influenzata non più da assemblee e programmi ma da media e big data. Da chi le spara più grosse, per semplificare. Non dal fascismo, dall’opposto – a meno di non dire la rete una squadraccia, uno schieramento di squadracce. Il fascismo non si vede, siamo liberissimi, ma purtroppo si vede qualcosa di peggio: la stupidità al potere. Nostra, del popolo. Anche se è pure vero che si vota come si compra al mercato, fra quello che si vede.
L’ironia sulla democrazia è invece pericolosa. Murgia vuole andare oltre le intemperanze dei nonni Eco e Pasolini, e scrive cose come: “Scrivo contro la democrazia perché è un sistema di governo irrimediabilmente difettoso”. Nella vena ironica verrebbe da obiettarle: “Perché ha consentito la straordinaria carriera politica del tuo editore Berlusconi?” Ma lei non è in vena: “La verità è che è il peggiore e basta”, il sistema di governo democratico, non Berlusconi, “ma è sempre difficile dirlo apertamente”. Come no, si è sempre detto, dai tempi di Atene e degli oligarchi, quindi da 2.500 anni fa: come sistema di governo (governabilità) la democrazia è inefficiente, va sempre corretta, ma è l’unico strumento che democratizza il potere.

È invece vero che “manipolando gli strumenti democratici si può rendere fascista un intero Paese senza nemmeno pronunciare mai la parola fascismo”. Anzi, perché no, nel nome dell’antifascismo – Pasolini.  Ma questi “strumenti democratici” sono i media, di cui Murgia è reginetta. L’opinione pubblica, che si può considerare una disfunzione della democrazia, tanto è manipolabile - ma forse non è meglio di no?
L’uso disinvolto delle parole non è una buona cosa – si direbbe anche questo della sinistra che Murgia critica, per non dire di Grillo: si dà del fascista a chiunque dal 1968, prima che lei nascesse. Il suo impegnatissimo libello si affianca nelle pile in libreria con un romanzone storico (o fantasy, “Le nebbie di Avalon” è fantasy) che si avvale di questa fascetta della stessa Murgia: “Prima ancora che un romanzo è un atto di rivolta narrativa”. Tutto si può dire, ma up to a point. Ci sono limiti nelle cose, e di senso nelle parole.
Michela Murgia, Istruzioni per diventare fascisti, Einaudi, pp. 112 € 12

giovedì 1 novembre 2018

Ombre - 438


Michela Murgia stigmatizza su “la Repubblica” “tanto il fascismo «agito» che stiamo vedendo in queste settimane, quanto quello progettato, quando governava il centro sinistra”. Di tutta l’erba un fascio? Il fascismo è anzitutto il rifiuto della politica, della logica politica.

“Paese sera” risorto fa la conta dei lettori di giornali: erano il 67 per cento, due italiani su tre, dieci anni fa, sono ora  il 37 per cento, uno su tre. Ma gli italiani leggono: il 46 per cento si informa sugli “aggregatori di notizie online e portali web d’informazione”. Perché non costano? Ma il giornale costa poco: è un’abitudine. E questa si è persa. Per mancanza di credibilità, non c’è altro nesso, dalla politica allo sport.

Ma quanti animali abbiamo ucciso in 44 anni? Possibile che ne abbiamo sterminato il 60 per cento? La notizia è che è una falsa notizia, calcola “The Atlantic”: è l’estrapolazione di un indice di indici – di indici localizzati e ristretti. Siano, per esempio, 5 mila leoni passati a 4.500, le tigri da 500 a 100, e gli orsi da 50 a 5. Il declino è del 10, dell’80 e del 90 per cento. Tre numeri la cui media fa 60. Ma il numero degli animali censiti è sceso da 5.550 a 4.605, cioè del 17 per cento.

Sciopero alla Mondadori, per la cessione dei periodici. È il primo sciopero nelle aziende di Berlusconi. Si vede che ha perso il tocco in tutto, dopo il Milan, e Forza Italia. E lo affronta senza grazia: ha negato lo spazio nel palazzone Mondadori di Segrate per un’assemblea dei giornalisti.

Nelle “visualizzazioni di pagine per paese”, che Google offre ai blogger di blogger.com, compare ora una “Regione sconosciuta”. Si può digitare da una “regione sconosciuta”? Un mondo alieno? L’emersione di un continente negato al business Ict?

L’ambasciatore Armellini argomenta sul “Corriere della sera” che, essendo le ex colonie italiane in Africa ingovernabili, Somalia, Libia, Eritrea (ci mette anche l’Etiopia, ma l’Italia vi ha poche colpe, in appena cinque anni di “impero”), ciò è dovuto all’Italia, “uno Stato debole con un’amministrazione inefficiente e boriosa”. Bisognerebbe conoscere le altre “amministrazioni” per fare un paragone – dare un giudizio. Ma non sarà che Somalia, Eritrea e Libia sono state lasciate all’Italia perché ingovernabili? C’è una storia anche in Africa.

Col Brasile tutta l’America Latina passa a destra – a meno che non si voglia considerare Maduro di sinistra. Compreso il Messico del populista Obrador. Tutta l’America è a destra, eccetto il Canada di Trudeau. Non avendo più rendite da spendere, per la crisi fiscale degli Stati, l’Occidente non ha più idee. Si vota a destra per arroccamento – nessuno è fascista, o pochi: è paura, anche se non si sa di che. 

Reportage de “L’Espresso” su stupri e torture in Libia, raccontati da una donna etiope, illustrati con foto di interni e esterni da riviste di architettura, eccezionali in Africa e non solo, prese a Niamey, in Niger – dove l’Italia vuole mandare i suoi militari. Che è però un edificio dell’Onu. Nel paese più povero del mondo, dove tre donne su quattro sono sposate prima dell’età, e fanno, in media, otto figli, qualcuno dei quali sopravvive. L’Africa non è raccontabile?

La Spal vince in casa della Roma, la squadra prima del suo girone di Champions League, meglio del Real Madrid, 2-0. E la aprtita dopo perde in casa col Frosinone, che non ha mai vinto una partita, ultimo abbondante in classifica, per 3-0. C’è una logica? Stocastica (scommettitoria)?

Per la morte di Cucchi la corte d’Assise di Roma aveva condannato sei medici – poi assolti in Appello ma intanto rovinati, nella carriera e nella vita. Con un dibattimento seduto su un’istruttoria schierata? Magari dai Carabinieri – anche se non gli stessi che hanno ridotto Cucchi in fin di vita.

L’economia Usa va avanti a tassi cinesi, più 3,5 per cento, gli indici di Borsa vanno in picchiata a passi analoghi, meno 2 meno 3 per cento – passi indietro giganteschi per gli indici americani, Wall Street e Nasdaq, indici stabili e non volatili. Il denaro non corre con l’economia.

Facebook è in effetti una comunità. Di gruppi di ogni genere, in genere di auto compassione, su disgrazie di ogni tipo: malattie, adulteri, abbandoni, morti. Si direbbe ricostituisca lo spirito di paese, ma senza la continuità territoriale, né l’omogeneità socio-storica, di linguaggi. È un linguaggio indistinto, che evidentemente funziona ance se non sembra significante. O da terapia di gruppo: disinnescare il problema parlandone.

Un mondo di debiti

Il debito lordo pubblico (dei governi centrali) è più che raddoppiato nei dieci anni dalla crisi. Era di 28 mila 500 miliardi di dollari nel 2007, e di 61 miliardi di fine 2017, secondo i conteggi del Fondo monetario internazionale, e del Mc Kinsey and Global Institute. Ed è in crescita dappertutto, compresi i paesi con più debito, Giappone, Usa, Cina, nonché in tutta l’eurozona, con l’esclusione di Germania, Irlanda e Grecia.  
Il debito mondiale è ancora all’80 per cento quello delle economie sviluppate. Ma le economie emergenti sono quelle dove cresce più rapidamente. Avevano debiti per un quota del 10 per cento del totale mondiale vent’anni fa, a fine Novecento, ora del 20-22 per cento.
Cresce anche il debito privato. L’indebitamento globale, o totale, dei governi, le imprese e le famiglie, è cresciuto nel decennio da 142 a 170 mila miliardi di dollari. Il 228 per cento del prodotto lordo (pil) mondiale. 
La metà del nuovo indebitamento è dovuta alla Cina. Il debito totale o globale della Cina, che era di 7 mila miliardi nel 207, è ora di 28 mila miliardi. In rapporto al pil è del 260 per cento – superiore a quello americano, che naviga sul 155-160 per cento del pil.
In rapporto al pil lo sbilancio attuale dell’indebitamento trova riscontro solo negli anni dell’ultima guerra mondiale.

C’era una volta l’erotismo


L’egittologo, archeologo, storico dell’arte, incisore, grande burocrate di Napoleone, creatore del museo moderno (Louvre), autore di una narrazione di viaggio in Sud Italia che ancora fa etsto, è stato anche scrittore libertino, noto, “Senza domani”, e disegnatore-incisore, ignoto, di oscenità. Il volume ne riproduce le fantasie che lo specialist Hans-Jürgen Dopp ha collezionato – per una casa editrice tedesca specializzata nel recupero della grafica erotica dal Seicento al Novecento. Una piccola parte, dunque, ma estremamente lasciva, della produzione “priapica” del barone.
Un altro mondo, in cui l’erotismo aveva una funzione importante. Anche se sous le manteau, clandestino, animava vite, conversazioni, immaginazioni. Che oggi si è sterilizzata, specie nei libri e i film che lo esibiscono - Rai 1 non passa fiction che non ne faccia subito scena, forse in chiave moralistic, dello squallore.   
La curiosità maggiore è la data di prima stampa di una “Oeuvre priapique” di Vivant Denon: 1793. In pieno Terrore, a Parigi. Che il barone aveva abbandonato i primi mesi della rivoluzione, per mettersi in salvo a Venezia. Era tornato a Parigi nel Terrore per i beni di famiglia dai progetti di alienazione, e non ha esitato a pubblicare per qualche franco le grafiche fantasticate a Venezia, anche se anonime. Nella rivoluzione c’era di tutto.
Vivant Denon, Oeuvre priapique, Editions de l’oeil, pp. 28, ill. € 12

mercoledì 31 ottobre 2018

Appalti, fisco,abusi (131)

Le assicurazioni si avvalgono, per non liquidare i sinistri, della normativa antiriciclaggio – antimafia e antiterrorismo. Che prescrive ogni volta l’esibizione dei famosi “documenda”. A opera della banca presso cui il beneficiario della liquidazione è correntista. Il Modulo per l’ identificazione e l’adeguata verifica, si chiama così, deve essere fresco al massimo di quindici giorni, e siccome l’Ivass ne concede 45 per liquidare, il gioco del posticipo è semplice: basta lasciar passare sedici giorni.

Il Modulo per l’ identificazione e l’adeguata verifica è una prescrizione assurda del decreto antiriciclaggio. Richiede la produzione di cinque fogli per dire che il beneficiario è lui in persona, documento numero tale, rilasciato in data tale e scadenza in data tale - lo stesso documento d’identità che le assicurazioni hanno a parte, in copia ma controfirmato. Cinque fogli di cui uno solo reca le generalità, il resto sono la privacy che nessuno sa cosa sia. O in alternativa la pec. Comunqne, nell’un caso e nell’altro un aggravio per la banca, a nessun utile per nessuno - certo non per la polizia. E per l’utente vittima, che deve recarsi in banca e alla posta, riempire moduli, fare due code, e pagare otto euro di raccomandata: mezza giornata di lavoro sprecata, come minimo.

Per la sesta volta da quando è in carica, da poco più di due anni, la giunta comunale romana Raggi ha dovuto annullare il bando per il servizio di rimozione delle auto in sosta vietata. Sommersa dai ricorsi.  Contro l’ultimo bando i ricorsi soo stati undici, qualche concorrente evidentemente ne ha presentato più d’uno. La gente nuova in amministrazione ha evidentemente rotto gli “affidamenti” che presiedevano agli appalti.

L’Agenzia del Territorio, l’ex catasto, ha a Roma due numeri di telefono: uno è inesistente e uno stabilmente occupato – anche di notte.  

Si protesti o si proponga ricorso presso le associazioni dei consumatori: nessuna è disponibile, per nessun tipo di reclamo o protesta. Tutte “lavorano” con l’incumbent industriale del settore, Enel, Eni. Ferrovie, Tim o Vodafone, una volta Alitalia, etc. . Protestano, quando raramente lo fanno, a un fine.

Wind ha la “soluzione unica per telefonare e navigare”: minuti illimitati verso Wind, 500 minuti al mese verso tutti, 250 minuti verso l’estero, 20 Giga, a 10 euro al mese. Ma l’offerta è “riservata ai clienti con cittadinanza straniera”. Pagano la differenza i clienti con cittadinanza italiana, e perché? I margini sono tali che telefonare ovunque e senza limiti, e navigare 24 ore, costano solo dieci euro, con margini di guadagno?


Il compagnone Marx


Questo Marx di Carlo Galli è uno di metà Ottocento: bisognava pensarci. L’uomo della politica risolutiva. Hegeliano a metà, fino ai trent’anni. Più che altro, di Hegel si fece vessillo, bandiera, copertura. Di fatto non ha mai studiato, non come uomo di scienza o filosofo. E mai, si può aggiungere, è stato preso sul serio come politico – il leninismo è altra cosa, si potrebbe dire antimarxiano.
Galli dice che fu uno dei numi del ‘68. Ma solo perché era nello slogan. E nella copertina, come Galli ricorda in entrata, del “Sgt. Pepper onely Hearts Club Band” dei Beatles, “di fianco a Oliver Hardy” (Olllio). Nessuno nel ‘68, se c’eri lo sapevi, ha letto alcunché di Marx - eccetto il "Manifesto", e non per intero.
Un grande scrittore, di politica. E un incompiuto teorico. Galli ne vuole celebrare i duecento anni della nascita, uno dei pochi, il bicentenario cade nel silenzio – se si eccettua il film di Raoul Peck, “Il giovane Karl Marx”, non del tutto lusinghiero. Ma non può che riflettere sulle incompiutezze del suo pensiero e della sua attività politica. Le contraddizioni, le tante ambiguità lasciate in sospeso, e sul piano pratico, di organizzatore, più sconfitte che vittorie – mai pratiche, queste, portate a effetto. Una sorta di eterno adolescente, si può aggiungere leggendolo, un allegrone e un compagnone, a leggere gli scritti giornalistici, che tanto gli piacevano, quelli “storici”, polemici, e la corrispondenza.
Carlo Galli, Marx eretico, Il Mulino, pp. 168 € 13

martedì 30 ottobre 2018

La deriva della Germania - senza Merkel non sarà meglio

Ha governato col “troppo poco troppo tardi”, non una grande politica. Non all’altezza di una Germania che si proponeva di rivivere il tempo dell’egemonia. La prima donna cancelliera, per questo già nella storia, con quattro mandati, anch’essi storici. Per questo sarà ricordata, ma per nient’altro – a parte il salvataggio delle banche tedesche nel 2008-2009 con molte centinaia di miliardi di euro della Ue. Una badante e una rattoppatrice. Forse, però, perché non poteva altro, come lei stessa soleva dire nelle riunioni europee e internazionali – “vedeste in Germania!”. Ha governato moderatamente una Germania già da tempo divisa e spostata a destra. Ma non è riuscita a recuperare la spinta centrifuga.
Il recupero delle spinte reazionarie, e il gioco di anticipo sulle tentazioni eversive, è compito quasi istituzionale, prima ancora che politico, che i cristiano-democratici, insieme con i cristiano-sociali bavaresi, si sono dato nella Repubblica Federale. Ora non riesce più, ma forse non per colpa di Merkel. 
La riforma delle riforme, varata nel 2005 dal governo socialista, col sostegno del sindacato, la liberalizzazione totale del lavoro, ha spostato progressivamente il voto a destra. Già il voto a Merkel, la leader cristiano-democratica, fu nello stesso 2005 un primo spostamento verso destra. Poi Merkel ha governato con questo e con quello, a destra e a sinistra indifferentemente, ma i socialisti e la parte progressista della Cdu hanno perso voti non negli ultimi quattordici mesi ma progressivamente da tempo. La liberalizzazione totale del lavoro ha salvato l’industria dalla delocalizzazione e ha fatto la Germania grande con le esportazioni, col dumping sociale, ma ha impoverito dieci milioni di tedeschi – tanti vivono di sussidi.
Lo spostamento a destra, un voto di protesta più che nazionalista o razzista, è costante in ogni elezione da qualche tempo. Con la crescita di Alternative für Deutschland, dei Liberali, e degli stessi Verdi, lecologia ha unanima di destra in Germania, nonché della Csu di Dobrink, delle frange bavaresi reazionarie. Lo stesso avvicendamento che la Cdu, il partito della cancelliera, le chiedeva da settembre dell’anno scorso, è per una leadership più moderata, se non nettamente destrorsa – nel senso populista, del “salviamo i bisognosi”.

Secondi pensieri - 365

zeulig


Amico\Nemico – L’autonomia del politico, che la “Teologia politica” di  C. Schmitt ricostituiva - in questa epoca che si voleva dominata dalla tecnica, cioè da tutti indifferentemente, senza più un terreno neutrale per costituire la forma politica, e in cui quindi vedeva comparire lo Stato totale, senza più l’autonomia del politico – con l’antinomia Amico\Nemico, per nemico intendendo non un concorrente o avversario, ma l’“altro” in senso esistenziale, lo scrittore Dürrenmatt vede vanificata dal mercenario. Da quello per cui ogni nemico è uguale all’altro e tutti sono nemici.
La teologia politica del sommo giurista lo scrittore Dürrenmatt scardina sardonico alle pp. 21-22 del trattatello “La guerra invernale nel Tibet”: “Un mercenario deve evitare di chiedersi se esista o meno il nemico, per un semplice motivo: quella domanda lo uccide. Se mette in dubbio il nemico, sia pure inconsciamente, non può combattere”.  Il Nemico nel senso proprio.
Il mercenario sfugge all’architettura schmittiana. Il killer pentito anche, si può aggiungere – cioè il confidente. E l’adultero\a - l’ex adultero\a, la categoria certo oggi è svuotata. E più in generale nel quadro morale, che è instabile. La relazione stabile, e fondativa, Amico\Nemico è instabile. Non pone problemi di giudizio, non preliminari, ma di effetti sì.  

Autorità – Si dissolve nel populismo, dovendo esso per programma rincorrere ogni bisogno e ogni interesse? È stato il punto debole del fascismo, che fu autoritario quale si voleva solo nell’ordine pubblico o di polizia, per il resto divisivo e dissolutore, anche prima delle guerre che lo hanno sconfitto. Il populismo può non essere fascista nel senso che non è autoritario, non abolisce le costituzioni né la libertà di espressione e associazione, ma ne condivide il nucleo di debolezza. L’autorità, o decisionismo nel gergo schmittiano, la governabilità, vuole scelte – “decisioni”. Cioè un complesso di interessi che il populismo, che tutto vuole abbracciare, finisce per sconfiggere. Soprattutto se interagisce (di determina) sull’indistinto digitale.

Credere – È il motore dell’esistenza. “Credi in Dio?”, chiede una guardia al candidato mercenario di Dürrenmatt in “La guerra invernale nel Tibet”: “No”. “Credi nell’immortalità dell’anima?” “No”. “Non è richiesto, anzi è solo d’impaccio se ci credi. Credi in un nemico?” “Sì”. “Ecco, questo è richiesto”.  E invece no. Quando non si crede non c’è attesa né speranza, ma credere in un nemico, solo nel nemico, vuol dire isolarsi, chiudersi, spegnersi.
Credere è un prolungamento, una protesi mentale.

Dissenso – Può essere una forma di consenso, una sua mascheratura. Oggi, nell’età e nei luoghi del politicamente corretto, i suoi fautori possono presentarsi come innovatori e anticonformisti. E non repressivi ma protettori dei deboli e araldi di libertà.

Entropia – È la negazione dell’umanità: se è la legge dell’universo: la esclude – ne sarà stata un accidente. L’essere pensante ci sarà, poiché c’è. L’essere critico, prospettivo, costruttivo. Ma come improbabilità (casualità), essendo in contraddizione con la legge dell’universo, se essa è l’entropia. L’umanità è cresciuta a nove miliardi di esseri in tre milioni di anni, una massa rinnovata in continuo e in crescita costante, nonostante diluvi e tempeste cosmiche. Ma allora come una massa di formiche.
Più che col numero in crescita, l’entropia è in contrasto con l’essere pensante. Che è più complesso, molto, della stessa entropia – meccanismo perfino semplice.

Fede – È credito in greco, nel greco del “Nuovo Testamento”.

Femminismo – Si vuole per se libertario e progressivo, mentre può essere regressivo. Per esempio nella condizione femminile nel mondo islamico. E in esso nei paesi di maggiore tradizione e progresso: la Persia, l’Egitto, il Marocco. Dove il velo integrale, la copertura del corpo e del viso della donna, è una scelta ed è un rifiuto, della modernità, e dei diritti che essa comporta.

Opinione pubblica – Agamben la riduce a moderno strumento dei potere. È la liturgia che copre il potere, la funzione di comando? La liturgia in senso religioso e in quello profano, delle celebrazioni o trionfi. È il tema di Agamben, “Il regno e la gloria”:  dei trionfi e le acclamazioni non relitti del passato ma contemporanei e anzi diffusi. Proprio attraverso la pubblica opinione, ridotta ai “media che organizzano e controllano il consenso”.
Ma il potere è gerarchico, e un’operazione di potere va organizzata, mentre i media sono anarcoidi.  La funzione passa attraverso il consenso – che, certo, può ammantarsi di dissenso.

Scienza - È l’individuazione dei meccanismi della natura per meglio dominarla. Non propriamente in questo senso finalistico, la scienza non si vuole biecamente utilitaristico, ma sì totale: più controlla la natura meglio si ritiene realizzata.
La natura che si idealizza è il residuo della scienza – quella che si conforma, magari per sue virtù proprie, alla scienza, a un assetto critico.


zeulig@antiit.eu

La felicità corre sull’Appennino

Un racconto semplice, come il libro di viaggio cui si ispira, di Paolo Rumiz lungo l’Appennino su una Topolino nel 2006. I personaggi, con qualche anno in più, sono gli stessi. Rumiz e la Topolino legano nel montaggio i vari episodi, le storie del viaggio. Senza una trama, ma un racconto che si dipana agile: due ore senza stanchezze né cadute di attenzione.
Un racconto corale. Di esperienze diverse, dalla musicologia alla pastorizia. Ma tutte felici: un racconto di felicità. Anche nella fatica e nell’abbandono, l’Appennino non è facile, specie la parte continentale, tosco-emiliana. Un pieno di energia: volontà, curiosità, applicazione, rispetto di sé.
Si pensa – si dice – un viaggio nella natura. “La leggenda dei monti naviganti” Rumiz ha svolto nel 2002 (Alpi) e nel 2006 (Appennino) in ambito extra-urbano, per ambienti anzi impervi e isolati, lungo strade e sentieri poco battuti. Ma la natura non è granché, nel libro come nel film. E le storie che incontra e narra sono per lo più di privazioni: fatica, isolamento, bisogno più spesso che guadagno. La gente invece sì, quella che ha scelto l’Appennino: la loro scelta è per un modo di essere. Senza conti del dare e avere. La felicità vuole essere semplice, nei consumi come nei bisogni.  
Alessandro Scillitani, Ritorno su monti naviganti

lunedì 29 ottobre 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (379)

Giuseppe Leuzzi


Il Paris Saint Germain, una squadra di calcio che si basa su un attacco veloce, bagna nell’intervallo la metà campo del Napoli, per velocizzare il gioco. Poi si dice la furbizia meridionale.
Anche la slealtà nello sport.

Il fascino del capo (mafioso)
Che gli eredi di Provenzano ne vogliano onorare la memoria, e dicano lo Stato assassino perché lo ha tenuto al 41 bis anche se vecchio e malato, è comprensibile. Che la Corte europea dei diritti dell’uomo dia loro ragione – anche se la Cassazione aveva stabilito, su un precedente ricorso, che al 41 bis Provenzano era accudito meglio – fa piacere, i diritti non sono mai abbastanza. Ma chissà perché gli eredi di Riina non fanno ricorso, e di tutti gli altri assassini al carcere duro.
Si intenerisce per la sorte di Provenzano rimbecillito tenuto al carcere duro Marzia Sabella, giudice, del pool catturandi all’epoca a Palermo, 2006. Che quando infine se lo trovò davanti, confessa al “Fatto”, ne fu affascinata: “Capii cosa rappresentava. Difficile da spiegare a parole, ma sembrava il rappresentante di un altro Stato, l’anti-Stato. Mostrava lo spessore del capo di Cosa Nostra”. Un re. Di questo che dobbiamo pensare?

A scuola dai basiliani
Metà Sud fu invaso nell’Ottavo-Nono secolo dai basiliani, monaci in fuga da Bisanzio iconoclasta nel nono secolo, la Calabria soprattutto e la Sicilia. Annoverano grandi personalità, anche molto colte, quali san Nilo, Barlaam da Seminara, Leonzio Pilato. Ma erano monaci “di cerca” (questua), più ignoranti che non. San Basilio è uno di quelli che voleva i testi della classicità emendati, cioè censurati, anche distrutti.
Lamentava nel 1973, o 1974, José Eduardo dos Santos, patriota del Mpla, il movimento popolare di liberazione dell’Angola – di poi presidente a vita non commendevole dell’Angola indipendente - un ingegnere, coetaneo. “Tutta l’Africa è indipendente, eccetto le colonie portoghesi. Per quale peccato?” E si rispondeva: “C’è chi ha avuto i francesi, chi gli inglesi, chi i gesuiti. Noi abbiamo avuto i portoghesi e i cappuccini, i poveri di Europa, che dopo due settimane montavano come conigli, insabbiati nella brousse”.  
A ognuno il suo destino, cioè la sua storia. Poteva andare meglio.

Il Sud soffocato dall’evasione fiscale
“La regione in cui esiste la più potente organizzazione  criminale è la più povera d’Europa”, dice Carlo Borgomeo, presidente della Fondazione per il Sud, della Calabria. Non è vera l’una cosa né l’altra - lo stesso Borgomeo precisa che in fatto di povertà non si può sapere, di fatto, dato che l’economia della regione è prevalentemente in nero. Ma è vero che in Calabria non c’è nulla di meglio, da qualche anno, del volontariato – cooperative sociali, onlus, associazioni, eccetera. Che sono ottime cose ma non fanno sviluppo. La criminalità, più che potente e organizzata, è diffusa, debordante.
Confinante con la cosiddetta zona grigia. Il reddito di cittadinanza è per molti, da Pescara in giù, un buon stipendio. Senza bisogno di fare i lavori socialmente utili. Di fare finta. Non illegalmente.
Si collocano già in Campania e in Sicilia la metà dei percettori del Rei, il reddito di inclusione del governo Renzi, progenitore del reddito di cittadinanza che il governo ha ora messo in bilancio. Sono pochi soldi, fino a 187,5 euro al mese per una persona, fino a 540 euro per le famiglie con sei o più membri. L’importo medio mensile è di 305 euro a famiglia.
In totale saranno distribuiti quest’anno 2,5 miliardi. Però, non una piccola cifra. Che andrà per tre quarti al Sud. Il Rei va in piccola parte a residenti extracomunitari, il 10 per cento dei percettori, o a famiglie con disabili da accudire, il 18 per cento del totale. Il 72 per cento dei beneficiari, sette su dieci, risiede al Sud – il 51 per cento appunto in due sole regioni, Campania e Sicilia.

Milano
L’esercito svizzero si celebra dal 1512, “l’anno in cui conquistammo Milano”.
È vero, gli svizzeri tennero Milano per tre anni, - è l’“età dell’oro” dei proponenti, a Como e dintorni, del referendum per l’annessione della Lombardia alla Svizzera, ai soldi in banca cioè e alla neutralità. Ma pagarono anche loro caro la Lombardia: avevano preso Milano contro il re francese Luigi XII, ne furono scacciati dal successore di Luigi, Francesco I. Nella battaglia di Marignano, la “battaglia dei giganti”, lasciarono fra i 5 e i 13 mila morti.

L’esercito svizzero era il braccio operativo di una Lega Santa, promossa dal papa, Giulio II, con Venezia, gli Asburgo, Enrico VIII d’Inghilterra, Ferdinando II d’Aragona, e tenne Milano per conto degli Sforza. Nominandone duca l’imperatore Massimiliano d’Asburgo.

Sempre contro Roma, per non essere stata la capitale succedanea dell’impero – i Costantini, e poi Valentiniano, preferirono la vera tedesca Treviri. I milanesi furono i soli a schierarsi nel gennaio 1077 per l’imperatore tedesco Enrico IV - quello che poi andrà a Canossa - contro il papa, il grande riformatore (simonia, celibato dei preti, investiture ecclesiastiche, a partire dal papa) Gregorio VII.

Non c’è la diossina a Milano, questo sito opinava l’altra settimana, perché non si trova tra gli appaltatori dei rifiuti, che li bruciano invece di trattarli come da convenzione con i Comuni, un interesse mafioso – almeno un subappalto, o un sub-subappalto, anche di qualche lontano “cugino”, anche solo un omonimo. La città si protegge.

Meglio: non si fa nulla a Milano contro gli incendi dei rifiuti, appiccati dai gestori degli impianti per evitare trattamenti costosi. In attesa che si manifestino interessi mafiosi, o comunque attribuibili. Dobbiamo tifare mafia?

Ma ecco chiude il cerchio oggi sul “Corriere della sera” Milena Gabanelli come sempre apodittica, con i volenterosi esecutori Antonio Castaldo e  Paolo Foschi: “Al Nord roghi e costi dei rifiuti del Sud”. La mafia ancora non si trova, ma la breccia è aperta - leggere per orientarsi:

Quella dei rifiuti è in Lombardia un’industria come un’altra. Inquinante? Non sarebbe la prima volta: la Lombardia negli anni 1970 si prese tutte le industrie inquinanti che dovettero lasciare la Svizzera e la Germania. Non tutte, una buona parte. Fino a inquinare con gli sversamenti velenosi le falde acquifere, specie nelle zone risicole. Fino a Seveso. Gabanelli non condanna l’industria degli inceneritori, siamo sempre produttivisti, ma il fatto che lavorano anche per il Sud. Come se lavorassero gratis, per beneficenza.

Gattuso non ha perso molto col Milan. È appena quattro punti dietro l’altro club milanese, l’Inter. Di cui però si dicono meraviglie, anche se gioca male e malissimo – una vergogna col Barcellona. Ma paginate si scrivono da settimane che Gattuso è al capolinea, è alla frutta, non mangia il panettone. Solo perché è calabrese?

Gattuso l’avevano preso perché il Milan non aveva soldi, e lui costava meno di Montella. Ora il Milan si ritiene ricco, non ha preso Higuain?, anche se solo in prestito, e vuole sbarazzarsene. Il Milan ha ora una media di sessantamila spettatori a partita, contro i 45 mila di prima di Gattuso. Ma Gattuso è calabrese.

Sì comprano squadre di calcio per lucrare sui debiti – per prestare loro soldi a un buon rendimento. Era il caso del famoso Thohir, che non sapeva cosa fosse l’Inter, ma si faceva pagare dal club un comodo 8 per cento. E il caso del cinese Suning, che ora presta 230 milioni. Anche i Suning colgono l’opportunità con l’Inter.

I cronisti esaltano il comodo investimento, come impegno sportivo e anzi mecenatismo. Non solo quelli dell’Inter. Al Milan è la stessa cosa, anche se la proprietà, prima un cinese ora un fondo americano, è più sofisticata. Ma all’insaputa dei milanesi?

leuzzi@antiit.eu