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giovedì 30 dicembre 2010

Chi non vuole stragi porti le prove

Nella campagna vibonese una famiglia stermina un’altra. Dopo esserne stata una vita la vittima, di soprusi, prevaricazioni, percosse.
Le denunce regolari di questi soprusi non avevano mai avuto seguito. “Perché non era mai stato fatto il nome dei responsabili”, fanno scrivere i carabinieri e la Procura della Repubblica di Vibo Valentia. No, i responsabili nei paesi li conoscono tutti, quindi anche i giudici e i carabinieri. La colpa dei denuncianti è che non avevano mai “portato le prove” contro gli autori dei soprusi: testimonianze di terzi, per esempio, o la flagranza di reato.
“Siamo all’epoca barbarica”, dice il Procuratore Capo di Vibo Valentia Spagnuolo. Sì, ma chi sono i barbari? Una denuncia penale in Calabria avvia al più un processo “privato”: il denunciante deve provare da solo, in tribunale, i reati che lamenta. Cioè coinvolgere altre persone nei soprusi, le prevaricazioni e le percosse quali testimoni, per condanne che comunque saranno lievissime. Ancora più difficile è tenere i colpevoli con l’ascia in mano o con la tanica di benzina, in attesa che arrivino i carabinieri per redigere il verbale.
L’orrore del Procuratore Spagnuolo nasce da una storia personale, probabilmente - il nome dice che dev’essere nato e cresciuto nei palazzi di Giustizia (figlio di giudice, nipote di giudice?). E dalla Legge, certo. La Legge dice questo, perlomeno in Calabria: chi vuole accusare qualcuno porti le prove. In Calabria il garantismo è ferreo. E anche socialmente impegnato: per i criminali accertati è più ferreo che per gli altri, magari incensurati.

La sindrome del 15 maggio

Il 15 maggio è del 1848. E il luogo è Parigi, ben più risoluto e risolutivo di Roma. Ma la sindrome è la stessa: l’assalto al potere, la sovversione, il colpo di mano, il bignami dell’Ottantanove. Il 23 aprile si era votato a Parigi per l’Assemblea Costituente, per la prima volta al mondo a suffragio universale. I francesi avevano votato entusiasti, l’84 per cento degli aventi diritto, “una percentuale da record che in Francia è rimasta nei secoli ineguagliata”, dice Luciano Canfora nell’inoppugnabile “La democrazia. Storia di un’ideologia” – con qualche approssimazione, “i secoli” essendo solo uno e mezzo (bisogna sempre sperare). Ma non votarono la sinistra, che il suffragio universale aveva voluto: “Di estrazione popolare (furono) solo 26 deputati”, su 900.
Il 15 maggio lo facciamo raccontare allo stesso Canfora: “La Costituente s’insediò il 4 maggio. Il 15 maggio, sotto l’impulso di Blanqui, Raspail, Barbès, gli operai invasero l’Assemblea ma furono scacciati con la forza dalla Guardia Nazionale… Il motivo dell’attacco al Parlamento appena eletto era di pretendere un impegno a restaurare, anche con l’intervento armato, la libertà della Polonia”. Il motivo vero, nella stesa sintassi incerta, era di abbattere il governo. “La scena del 15 maggio era stata rovinosa”, continua Canfora: “Centocinquantamila persone in marcia verso il Parlamento al grido di “Viva la Polonia!”, quando invadono l’Assemblea si trovano a chiedere altro”. A parte il fatto che non c’erano a Parigi centocinquantamila operai, ammesso che fossero tutti a manifestare per la Polonia, è vero: “I capi, Blanqui e Barbès, rivaleggiano in estremismo”, eccetera, e alla fine della giornata non hanno più nessuno al seguito.
Uno sciopero generale per un contratto locale, proclamato da un sindacato di categoria, la Fiom, non è dunque un fatto anomalo. Né lo è la identificazione del potere in un palazzo, il solo peraltro nel quale il popolo può mettere becco. La stesa Fiom ha già tentato l’assalto al Parlamento il 14 dicembre, con i disoccupati napoletani e altre avanguardie. “15 Maggio” può essere ogni giorno, o dovremo dire d’ora in poi “28 gennaio”? O “14 dicembre”? Il problema sarà solo trovare 150 mila “disoccupati napoletani”.

La democrazia contro il suffragio universale

La democrazia è il suffragio universale. Il suffragio universale non decide niente. La democrazia non è niente. Canfora è qui sillogistico, e il sillogismo è inoppugnabile. Ma è come fare la scoperta dell’Africa, la quale era stata scoperta prima di Gesù Cristo. Ed è falso, ma di questo Canfora non si occupa – il parlamentarismo in effetti è noioso, tutte quelle procedure, i commi, i regolamenti. Il definitivo assunto lo sopraffà che la Colpa è della democrazia: “Si può essere tranquilli nell’affermare che proprio il «terzo soggetto» ha il non piccolo «merito» di avere innescato l’inferno del Novecento”. Il terzo soggetto “sarebbero le cosiddette «democrazie liberali»”, alle quali si devono quindi le guerre, l’Olocausto, l’atomica, le purghe e la pulizia etnica. Ogni tanto fa bene leggere i libri a distanza, ogni libro contiene una dose segreta di divertimento, che subito magari non si percepisce.
“La Democrazia. Storia di un’ideologia” è un libro d’autore. Canfora è un filologo tourné narratore. Che questa dote da qualche tempo vuole applicare alla politica. Come il suo alter ego Arthur Rosenberg degli anni della repubblica di Weimar, da lui celebrato nel “Comunista senza partito”, antichista, storico. Non fosse che la politica non si fa raccontare: troppo immediata, troppo sputtanata (sotto gli occhi di tutti), troppo complicata, se non dallo storico con pinze forti e nervi solidi. Molto è incontestabile: la democrazia della razza bianca, per esempio. Ma che altro, oltre la democrazia? Canfora non lo dice. Sì, la lotta di classe, ma lui la rievoca per riderne: i furiosi assalti dei parigini ai Parlamenti da loro appena eletti, o le forze armate in rivolta nel novembre 1918 in Germania che invocano il rispetto dei regolamenti. Molto invece è contestabile. Gorbačëv compare di striscio. Stalin ricorre molto, ma senza lo stalinismo. Con lunghe tediose tirate di “marxismo volgare”. Che si accettano perché sono state rimproverate (“linguaggio da Germania Democratica”) dai suoi referee tedeschi, ma che avrebbero fatto inorridire Marx - e lo stesso Canfora in altra esegetica, quando spiega “cos’ha voluto dire Tucidide”.
Eccepire non si può: scrittore irriverente, benché filologo acuto, Canfora ama il ruolo di chi dice il re nudo. Qui lo esercita specialmente nei confronti della famosa “democrazia ateniese”. Il prologo è del resto chiaro: è l’apologo di Garibaldi, buon dittatore “sprovvisto di senso politico”, Napoleone, Alessandro Magno, che Rousseau chiude con l’apologia del “potere dispotico”, e a varie riprese di Churchill, altro uomo di polso. Più che una rappresentazione, o una storia, Canfora fa una critica della democrazia, parola e concetto che nascono in greco come “sistema liberticida”, spiega, la forza violenta del popolo – demos è popolo, “kràtos indica appunto la forza nel suo violento esplicarsi”.
Canfora è un eretico che non condanna lo stalinismo. Anzi, da storico, benché improvvisato, lo apprezza e lo vuole rivalutato. Marginalizzato (a un breve scritto sull’istruzione) nel rifacimento della storia greca cui chiamava Arnaldo Momigliano, curata in sette grossi tomi per Einaudi da Salvatore Settis, Canfora la sta riscrivendo da alcuni anni da corsaro con devastanti incursioni sul concetto greco, appunto, di democrazia, connesso alla schiavitù, e alla violenza delle maggioranze. Nonché all’invenzione dei “barbari”. Da cui le equazioni: “Grecia = Europa = libertà\democrazia; Persia = Asia = schiavitù”. Mentre la democrazia è invenzione della corte persiana, e la schiavitù è essenziale alla polis, al cittadino politico. I lettori di Canfora ne sono da tempo edotti. Qui lo schema è riprodotto per dire che a lungo si è perpetuato, fino alla guerra fredda, l’Ovest contro l’Est, o le “due Europe”. Anche se “fino alla conquista araba (640-642 a.C.), dunque un secolo dopo Giustiniano, Grecia, Palestina, Egitto e Balcani sono l’Oriente, l’Europa «orientale»”. Mentre “dall’altro lato del Mediterraneo, all’epoca di Agostino, è l’Africa del Nord la parte più civilizzata dell’Occidente”. I confini tra Est e Ovest insomma sono stati mutevoli – gli arabi, per esempio, tagliando il Mediterraneo in due, hanno dato “corpo (al)l’«Europa di Carlo Magno»”, all’Europa del Nord cioè e a quella del Sud – ma durevoli.
Questo senso della durata o delle ricorrenze Canfora ha forte. Il patto Hitler-Stalin l’aveva già fatto lo zar Alessandro, il futuro padre della Santa Alleanza, con Napoleone: il patto di Tilsit per spartirsi l’Europa – senza, neanche allora, scongiurare l’invasione. Mentre De Gaulle è un altro Luigi Napoleone. Anzi, un Boulanger più fortunato. Robespierre è un repubblicano francese, uno dei tanti, ce ne sono sempre molti, fino a Mendès-France che lo teneva alla parete. E c’è “un riecheggiamento paolino” nella Costituzione sovietica del 1936, un’eco di san Paolo. Il libro si segnala perché all’uscita cinque anni fa suscitò scandalo, essendosi l’editore tedesco Beck rifiutato di pubblicarlo - ma non per queste ricorrenze, o le altre trovate sfiziose di Canfora. Il libro rientra in una collana, Fare l’Europa, diretta da Jacques Le Goff, che cinque editori importanti in Italia, Germania, Francia, Gran Bretagna e Spagna, pubblicano in contemporanea. L’editore tedesco lo rifiutò con una serie di contestazioni, che faranno poi l’oggetto della satira di Canfora in “L’occhio di Zeus”, ma sostanzialmente, benché progressista, per apologia dello stalinismo. Il maggiore degli storici tedeschi sentiti dall’editore Beck come referee, Hans-Ulrich Wehler, è arrivato a dire che “nella sua dogmatica stupidità Canfora eccede le produzioni della Germania Democratica negli anni sessanta e settanta”. E questo è vero.
Canfora, che non cita i gulag nemmeno per caso, non cita, è vero, nemmeno il Diamat, il materialismo dialettico di tanti misfatti, beniamino della Germania orientale. Ma non si nasconde. Procede citando Marx e Engels, come nei vecchi libri di storia degli anni 1960-1970. Bolla il suffragio universale “inoffensivo e addomesticabile” fin dal suo primo apparire, con l’Ottantanove. E la democrazia riduce alle “cricche” già al tempo della Belle Époque e del balletto Excelsior. In una delle prime pagine, la 23, dice tutto. Rivendica per l’Afghanistan “l’«illuminismo» autoritario-statale di epoca sovietica”, che “aveva portato i diritti civili alle donne e l’alfabetizzazione coatta, ma fu sconfitto dalla guerriglia di cultura «talebana» armata e pagata dalla Cia”. Irride al ritorno religioso, “perfino Gorbačëv ha riscoperto il culto di Maria”. Denuncia la guerra del Vaticano e degli Usa alla Federazione jugoslava, col ricorso ai “fondamentalisti islamici dall’Arabia Saudita al Sudan al Pakistan – accorsi come «volontari», con armi americane, a sostegno della Bosnia, e subito dopo dell’Uck kosovaro. Evoca il ritorno del “razzismo soft” degli antichi greci contro i barbari “sotto la sconcertante formula «(es)portare la democrazia»”. Sempre disinvolto, a suo garbo. Gli inglesi fa “subentrare ai nazisti nella lotta contro i partigiani greci”. E della Polonia solo ricorda con gusto che Stalin ne diceva: “Un paese non è necessariamente innocente solo perché è piccolo”. Commentando, senza più: “Le recenti rivelazioni sul furioso antisemitismo dei Polacchi durante l’occupazione nazista sembrano confermare l’amara diagnosi”. Qui ricorre Glemp, il cardinale, per chiedere perdono, e basta: niente Giovanni Paolo II, Solidarnosc’, Jaruzelski. Pierre Mendès-France si segnala per essere “ebreo e «giacobino» sentimentalmente”. Mentre Maurice Duverger, il costituzionalista francese, è insolentito per molte pagine, senza motivo – Duverger è stato eletto al Parlamento europeo nel 1989 dal Pci, mentre Canfora dieci anni più tardi, candidato del Pdci, non è stato eletto, ma questa differenza di esiti non è ragione sufficiente. Che dirne: oltre che della celebrata leggerezza, un elogio dovrebbe essere possibile della superficialità, perché no.
A ragione sarcastico sulla retorica che ci governa, Canfora è per ciò stesso cinico. O allora da Grande Fratello, all’insolenza che ci governa dalla tv opponendo altrettante cazzate. Il contrario quindi dello staliniano, anche se forse gli dispiacerebbe. Il suo è un sberleffo pure a Marx – a Engels meno che a Marx. Involontario? Canfora, sempre appassionato di Togliatti, è stuzzicato anche dalle mediocrità di Gramsci, logiche e filologiche. Né nasconde il metodo, che anzi celebra rifacendosi a Marx, “Le lotte di classe in Francia” e “Il 18 Brumaio di Luigi Bonaparte”: “Come ogni grande storico che tratti di materia contemporanea, bruciante, Marx è profondamente coinvolto e non lesina l’arma del sarcasmo: tutto è fuorché un olimpico narratore e al tempo stesso dimostra una conoscenza minuziosa dei fatti, delle polemiche, della pubblicistica e degli contri parlamentari”. Tutto peraltro vero, se non che Marx obietterebbe, per quanto immodesto, alla qualifica di “grande storico”.
Cosa resta? È un libro di storia delle idee, anche se non appassionante come altri di Canfora, e un libro d’autore, umorale, passabilmente informato ma “tagliato”, del tutto fuori del cerchiobottismo del millennio. Il peggio – il meglio? – del libro è che uno scrittore irriverente come Canfora sia approdato al sovietismo, uno che ha demolito tanti orpelli della classicità, compresa la democrazia in Atene, che rispolvera la lotta di classe contro il suffragio universale. Un libro dunque benemerito, ma non un trattato. E un caso, anche appariscente, come i vecchi Libretti Rossi d’antiquariato a Pechino, di editoria bolscevica: falsa cioè, bugiarda, violenta. Tanto più in quanto si pretende antisovietica. Opportunista più che colpevole, poiché evidentemente ha un mercato. Non di autore opportunista, non Canfora né Le Goff, ma di un certo modo di fare cultura, il mercato della cultura (ma è l’opinione: l’opinione pubblica), col linguaggio della Terza Internazionale, che Canfora critica ma di cui adotta gli strumenti, del Cominform già Comintern. Offrendo un caso ormai raro di prosa anni Sessanta, tra Breznev e la contestazione, o dell’intelligenza radicale a uso del sovietismo: lo smascheramento münzenberghiano. Di cui ripete gli stilemi come da manuale: le contraddizioni, la democrazia avanzata, le società capitalistiche, le democrazie capitalistiche, i condizionali, i “cosiddetti”, le virgolette allusive – Rosenberg non le avrebbe usate: una cosa è, oppure non è. L'Europa ne esce come nel primo terzomondismo, anni 1950-1960, malata di etnocentrismo, malata - l'Europa e non altri.
È dunque un libro sorprendente. Ma senza il richiamo della nostalgia, anzi duramente conservatore, nel senso della realpolitik, contro il liberalismo in tutte le sue forme e il suffragio universale. Forse, effettivamente, Canfora non sa di essere modello Comintern, attardato. Willi Münzenberg, il capo della propaganda del Comintern, è del resto il vero leader del Novecento europeo, che da solo vale più di Madison Avenue e tutta l’industria della persuasione occulta: inventore di un linguaggio e costruttore di una forma mentis come si vede intramontabili, inossidabili, indistruttibili, più forti pure del geniaccio di Canfora. Willi che fece una filosofia e un’arte della doppiezza leninista, della faziosità cioè, del mascheramento, unicamente interessato al potere, duro, esclusivo, alla sua dottrina e prassi, invece che alla giustizia e all’interesse comune.
L'Opera dei pupi al “Corriere della sera”
La polemica invece è sgraziata, anzi sguaiata, “L’Occhio di Zeus” è un pamphlet cattivo e un cattivo pamphlet. In Francia e in Gran Bretagna il libro non ha fatto storia – l’editore inglese Blackwell ha semplificato la questione col semplice cambio del titolo, in “Democracy in Europe: a history”. La Germania non è rimasta molto scossa dal rifiuto di Beck, editore progressista, di pubblicare “La democrazia” di Canfora. Qualcuno ha ricordato che a un altro libro della stesa collana, quello della storica tedesca Gisela Bock sulla storia delle donne, era stata rifiutata la pubblicazione in Francia da Seuil, editore altrettanto progressista che Beck a Monaco. Gli editori tedeschi subentrati a Beck hanno glissato sulle polemiche, forti peraltro del successo immediato di pubblico. Oskar Lafontaine, il leader della Nuova Sinistra, nella postfazione alla quarta edizione non sembra entusiasta. Si limita a ripetere, con Canfora, Tucidide e Pericle, che la democrazia non c’era ad Atene perché c’era la schiavitù. Criticando per il resto chi, in Germania, nel 2007, voleva portare l’età della pensione a 67 anni, e non si occupava di ridurre la disoccupazione di massa – mentre si trattava di scelte politiche, nel quadro della democrazia, che per di più già dopo due anni si dimostrano azzeccate. E tuttavia, così vanno le cose, se il libro ha dovuto attendere due anni per essere pubblicato da altro editore, benché la traduzione fosse già pronta, “L’Occhio di Zeus” è stato tradotto e pubblicato quasi all’impronta. È che il pamphlet coronava un Historikerstreit all’italiana, pieno di querimonie e contumelie, senza reali “questioni storiografiche” – insomma sapido, o ciò che ci si attende “dall’Italia”, direbbe lo stesso Canfora.
A metà novembre 2005, all’annuncio del rifiuto di Beck di pubblicare “La democrazia”, il “Corriere della sera” di Paolo Mieli aveva sollevato con continuità, e con molti interlocutori, il caso. Canfora aveva ribattuto a ogni puntata, bollando variamente i suoi critici, sempre nel più puro stile Terza Internazionale – che non sia una dimensione dello spirito, forse Willi Münzenberg non ha inventato nulla? Al caporedattore di Beck, Detlef Felken, che il 18 novembre lo accusa di avere minimizzato i crimini di Stalin, Canfora oppone: “Ma Adenauer fu revanscista”. Al mite Viktor Zaslavsky, storico di Katyn, nonché di varie turpitudini di Stalin, oppone il 23 novembre “Der geplante Tod” di Bacque - gliela oppone in tedesco, “La morte pianificata”, e non nell’originale, “Altre perdite”, o nella traduzione italiana, “Gli altri lager”: pianificato sarebbe stato, scrive Canfora, “l’annientamento da parte Usa di centinaia di migliaia di prigionieri tedeschi” a guerra finita.
A conclusione del dibattito, il 26 novembre, Canfora accusa chi lo critica di avere “i nervi scoperti”, cioè di essere in qualche modo un fascista. Con Mieli, si suppone, che tenta di rimediare con la grafica, Adenauer rappresentando con Kennedy nel 1963, e Molotov e le truppe sovietiche nel 1939 con i nazisti. Una sorta di Opera dei pupi, benché si sia svolta sul serioso e maggiore quotidiano italiano. A Palermo il signor Cuticchio fa recitare l'Opera dei pupi a un gruppo di sodali marionette, che ormai sanno tutto l'uno dell'altra dopo generazioni di vita insieme, ma quando sono in scena se ne dicono e se ne fanno di tutti i colori, per poi tornarsene tranquille in deposito. Se non che, nel caso, si tratta di opera di storia. Anche Canfora, ora che non c'è più il Muro, fa fgura di giapponese perduto nella giungla, non antipatico, non facesse opera di storico.
A poche settimane dalle bastonature reciproche fra i collaboratori di Mieli, a marzo del 2006, Canfora pubblica un gustoso pamphlet, “L’occhio di Zeus”, in sui si diverte a demolire Detlef Felken, il capo redattore di Beck. Che non gli contesta, è vero, l’impostazione del saggio, ma una ventina d’imprecisioni o errori. E qui crolla lo Historikerstreit, nella volgarità cioè. Canfora addebita metà delle contestazioni alla traduzione tedesca – alla quale pure ha collaborato. E per metà all’invidia del redattore capo, “autore di un solo libro”, e al suo consulente principale, Hans-Ulrich Wehler, che pure è storico stimato della Scuola di Bielefeld, che ha avviato con Reinhart Koselleck, della storia centrata sugli eventi socio-culturali più che su quelli politici, oltre che socialista. Quali fonti autorevoli sulla “Pace di Yalta”, che i cinque gli contestano (“Non c’è una pace di Yalta”), Canfora può addurre un programma di “History Channel”, per abbonati di Murdoch, e Vittorio Zucconi, il giornalista di “Repubblica” che ha lasciato il Msi per l’ex Pci.
A uno dei suo critici sul “Corriere della sera” Canfora si era rivolto, nella replica finale, senza nominarlo secondo la vecchia prassi delle cellule di partito, come a “un giovane studioso che collabora ogni tanto a questo giornale”. È Luzzatto. “Uno scrutinio sistematico non solo dei libri di Canfora, ma dei testi e dei discorsi di tanta parte del’intellighenzia ex, post o neocomunista, rivelerebbe qualcosa come un negazionismo all’italiana: il desolante spettacolo di una sinistra culturale che continua a minimizzare i crimini del comunismo”, aveva scritto il 24 novembre Sergio Luzzatto – che dopo qualche mese dovrà lasciare la collaborazione al “Corriere della sera”. Ma è subito dopo la replica di Canfora che il giornale già corregge il tiro: se ne incarica il liberale Pierluigi Battista. Che il 28 novembre elenca tutti i casi in cui l’Occidente dà ragione a Canfora: la condanna di Matvejevic in Croazia, l’arresto di Pahmuk in Turchia, il negazionismo di Irving. Introducendo l’argomento con l’autorità di Cioran: “Aveva ragione Cioran a sostenere che la tolleranza liberale ha un che di irrimediabilmente sangue”. Irrimediabilmente forse no, ma sì in questa cultura, post, ex e neobrezneviana. Robert Conquest, lo storico inglese autore nel 1968 dell’opera definitiva (non contestata) sulle purghe staliniane, “Il grande terrore”, lamenterà il 5 dicembre sul “Wall Street Journal”: “Alcune voci in Italia si sono sentite in difesa di questo libro, un triste paradosso quando si ricordi che la sinistra italiana, e perfino i comunisti italiani, furono tra i primi denuncianti dello stalinismo negli anni 1960”.
La ”morte pianificata” di Canfora nasce da un errore di James Bacque, il romanziere canadese che ne è l’autore. Partito dalla dizione “altre perdite” delle relazioni militari Usa all’indomani della guerra, Bacque si accorse una trentina d’anni fa che essa si applicava ai prigionieri di guerra. E che questi prigionieri erano stati declassati a Disarmed Enemy Forces, sul presupposto che si erano arresi dopo l’armistizio, ma nell’intento di privarli del trattamento di miglior favore che le convenzioni di Ginevra prevedono per i prigionieri, e quindi di nutrirli e curarli non come le forze armate americane ma come i civili dei paesi dove erano confinati, la Germania, l’Austria. Dopodiché desunse che “altre perdite” significava prigionieri deceduti per malattia o per fame. E calcolò queste perdite, sulla base di uno specifico rapporto di un campo, in un terzo dei prigionieri o Def. Un terzo del totale dei prigionieri o Def ammontava, calcolò, a 800.000-1.000.000 di “altre perdite”. Ma non è vero, ormai è accertato che gli americani non lasciarono morire fra 800 mila e un milione di soldati prigionieri.
Germania e Austria furono alla fame, per un anno dopo la fine della guerra, e nella confusione, anche perché pieni di profughi dall’Est, tra essi molti prigionieri-Def, che preferivano arrendersi all’Ovest, soprattutto i collaborazionisti dei paesi occupati. Eisenhower si trovò, già a metà 1945, a dover nutrire 17 milioni di profughi, tra i quali incluse i prigionieri-Def, e autorizzò per tutti la razione ridotta di 1.550 calorie al giorno. Molti quindi non ressero, specie all’inverno. Bacque arriva al milione di “altre perdite” attraverso un errore di valutazione e uno di fatto. Questo è un errore di battitura, un 3 per cento diventato 30 per cento. L’errore di valutazione è nella testimonianza di un colonnello ultranovantenne, che non si ricordava bene cosa volesse dire “altre perdite”. Erano le “perdite” che i comandanti registravano principalmente per trasferimenti ad altri campi, i prigionieri erano contesi per il lavoro forzato, oppure liberati senza incriminazione, tra essi tutta la Milizia Popolare, 664 mila vecchi e adolescenti, due terzi del “milione mancante” di Bacque. Un autogoal? A Canfora non interessa sapere se gli americani hanno lasciato morire un milione di tedeschi, oppure diecimila. Il fascismo, giustamente, è uno.
Canfora, La democrazia. Storia di un’ideologia
L’occhio di Zeus

martedì 28 dicembre 2010

Problemi di base - 45

spock

Si chiede il proustiano Piperno di Proust: “Come è potuto accadere che questo campione di generosità, il più umano e il più tenero dei romanzieri, il più comico e feroce dei moralisti, sia passato alla storia come lo snobissimo cantore di un mondo rarefatto esclusivo e in irreversibile disfacimento?” Come?

Che ne sa il papa del preservativo? Sa come si fa?

Perché gli uomini di Dio non sanno non essere volgari?

Perché siamo così infelici con una stampante Epson?

Perché usare una stampante Epson?

È il 3 per cento del pil il numero segreto del’Europa? Che sarà mai?

Si dirà: morire per il 3 per cento del pil?

Poiché il paradiso terrestre, secondo i paleontologi del Vaticano, stava in Africa, sull’altopiano del Kenya, Adamo e Eva erano neri?

La risposta è: lo divennero dopo la colpa. Parlavano ebraico?

Se la religione è l’oppio dei popoli, e tutti i popoli sono religiosi, sono i popoli oppiomani? Per il sillogismo categorico.

Luciano Canfora, che ama Stalin, molto, perché non lo vuole dire?

spock@antiit.eu

Il delitto tra (generali dei) carabinieri

Poteva essere un capolavoro involontario. Le prime trenta-quaranta pagine, col generale, uomo di potere, che dialoga con la moglie morta e con i figli dall’alto dell’aereo che lo porta verso la morte, mentre gioca d’astuzia col suo ministro e con gli altri generali, sono un racconto fortissimo. Poi, contro i suoi stessi propositi, il figlio sociologo passa da questo mondo, che conosce perché ci è cresciuto, alle sofisticherie palermitane, allora, 1982, immutate come oggi, e non fa più di un lunghissimo articolo genere “Panorama” o “Espresso”.
Conoscere per sapere, cioè riconoscere, nell’ambito dello stesso linguaggio, degli stessi comportamenti, è del tutto diverso dal conoscere per apprendere. Soprattutto quando, per apprendere, si assume l’abito etnologico. Che è sempre sbagliato, non solo quando è “sbagliato” (razzista), ma anche quando è “giusto” (aperto). Si sbanda in entrambi i casi, fuorviati dal fatto stesso di considerare gli altri diversi. La diversità, certo, è il sale della vita. Ma anche le forme della delinquenza sono diverse: dal furto con destrezza al pizzo odiosamente imposto. Mentre poi siamo tutti uguali, e anche nella Sicilia cattiva ci sono aspetti interessanti, o in quella buona ignominie terrificanti: la violenza è in agguato non perché gli altri sono diversi ma perché sono uguali.
Resta, oltre al racconto iniziale, una sensazione d’inermità. Per la cortina di pettegolezzi, dispetti, indifferenza che i carabinieri creano attorno a chi cerca giustizia, sia pure egli un carabiniere, anzi un generale dei carabinieri (il risentimento distingue anche le memorie del generale Bozzo, collaboratore del generale Dalla Chiesa). E per l’indifferenza e anzi l’ostilità con cui le vittime della mafia vengono trattate dalle forze dell’ordine e dalla magistratura.
Nando Dalla Chiesa, Delitto imperfetto

lunedì 27 dicembre 2010

L’Anticristo è l’Europa

L’Anticristo si è impadronito dell’Europa, piccolo borghese. Non è Hitler, anche se l’antisemitismo resta l’occhio ricorrente di Roth sulla storia, fin dalle prime narrazioni. Emigrato politico contro Hitler già da un anno quando scrisse questa perorazione, Roth si pone altre priorità: l’Anticristo è il piccolo borghese (altro suo prisma deformante: perfino il bolscevico rappresenta, nel “Viaggio in Russia", come piccolo borghese), il cinema, la guerra, il giornalismo (i Messaggeri delle mille lingue, agli ordini del Signore delle mille lingue), il razzismo, l’ateismo, il carbone e gli altri veleni, e naturalmente anche l’antisemitismo. Riprendendo i tempi di “Fuga senza fine. Una storia vera”, il romanzo con cui era diventato famoso sette anni prima, scritto anch’esso a Parigi, benché da inviato speciale e non da profugo, in chiave di perorazione – se non già di “Zipper e suo padre”, le prime prove.
È un modesto, essenziale, Elémire Zolla in anticipo. Ma con il consueto fiuto del grande viaggiatore politico, delle escursioni apprezzate in Urss, in Italia eccetera. E non irreale: in questo controavvento molto rothiano, intelligente e mite, l’apocalisse è più vera e profetica che nella violenta redazione originale, evangelica. Tanto più per essere Roth, e voler essere, integrato o assimilato, uno dei tanti, che non ributta una sua diversità sulla cristianità in cui vive, muovendosi quindi tra eventi (fino al Concordato del futuro papa Pacelli con Hitler, a quello precedente con Mussolini, e a uno immaginario con la Metro-Goldwin-Meyer) e simboli noti. Perfino commovente è il suo credo da assimiliato, direbbe sprezzante Scholem, che è anche l’unico modo veramente cristiano di rapportarsi all’ebraismo, alla religione e cioè e al popolo che per primi dissero che “tutti gli uomini di tutti i popoli sono figli uguali di Dio”. Un’integrazione che lo fa purtroppo, con Canetti e Hannah Arendt, il grande scrittore ebreo germanico non assunto, a differenza del Kafka di Max Brod, nel canone ebraico. Nel saggio coevo “L’autodifesa dello spirito” Roth può rivendicare addolorato il privilegio degli scrittori ebrei nei confronti degli scrittori “ariani”: “Siamo gli unici rappresentanti dell’Europa”. Qui ribadisce: “Chi è cristiano stima gli ebrei”. E: “Chi odia gli ebrei è un pagano e non un cristiano. Colui che in generale può odiare, non importa chi, è un pagano e non un cristiano”.
È, collocandolo al suo tempo, non leggendolo cioè retrospettivamente, l’anti-Arbeiter, il “Lavoratore” di Jünger, impregnato della Sorge di Heidegger, la cura o disponibilità umana. Semplice e diretto, più ingenuo anche – gli anni 1930 sono stati anche questo, l’ultimo sprazzo di rivolta romantica contro il macchinismo (prima che la rivolta confluisse purtroppo in Hitler, il vero anticristo). Rivolto all’Europa più che alla Germania: la colpa che intravvede nell’afflizione è di una cultura prima che della tribù, di quella questa essendo in parte vittima.
“L’Anticristo” non è presentato, e forse non è, opera maggiore di J.Roth. Ma rovescia la prospettiva di Magris che “fonda” Roth, (“Lontano da dove. J.Roth e la tradizione ebraico-orientale”, 1971), che l’esilio isola “dalla pienezza e dalla totalità della vita vera”. Perché mostra che non c’è niente in lui che non sia vero, anche nell’esilio – quello politico a Parigi come quello esistenziale. Nella forma tragica, piuttosto che epica, che la sua conoscenza in questa perorazione prende, in particolare per quanto concerne l’antisemitismo, l’anticristo cui dedica i quattro sottili paragrafi finali, ritracciandolo in Israele, in Germania, e a Parigi tra gli uomini di buona volontà. Nello sdoppiamento, per l’insopprimibile senso dell’ebraismo e del cristianesimo intrecciati, dell’allogeno e dell’indigeno (non ci sono indigeni), del bene e del male, di Dio e dell’Anticristo. Appartenenze che Roth gioca nella distinzione tra Vaterland e Heimat, la patria dei nazionalisti del sangue e la patria della case e della lingua, del sangue anche ma allora in guerra, della vicendevole appartenenza comune, del sentire religioso, della storia, della quotidianeità. Problematico più che assertivo, come solo poteva esserlo chi nel 1934 era pur sempre germanico, di lingua, di storia – per chi altri scrive lo scrittore germanico se non un pubblico germanico? Di eloquenza fine, rispettosa, seppure accorata.
Di Magris Roth identifica piuttosto l’immagine seminale, “L’Ulisse ebraico-orientale”, il saggio del 1970. Certamente non quella di “Nostalgia della fine”, il ritratto che lo stesso Magris ha fatto di Roth sul “Corriere della sera” il 27 maggio 1979, per i quarant’anni della morte, come “maschera della verità”, partendo dal vezzo dello scrittore di divertirsi con intervistatori e biografi: “Nelle ultime opere di Roth un universalismo cattolico, imperiale e teneramente comprensivo dei fugaci erori dei sensi, si affianca fraternamente al senso ebraiico della vita, intesa quale esilio e a un’attesa messianica, identificata come il richiamo di un annullamento cui si continua peraltro a resistere tenacemente”. Dove peraltro il “si” del tenace resistente è Roth: un’intelligenza tenace della vita, malgrado le insidie ripetute del nulla che è la cifra del secolo – J.Roth ha visto tanto, ma morendo nel 1939 non ha visto il peggio.
Joseph Roth, L’Anticristo, Editori Riuniti, pp.165, € 9,90

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (75)

Giuseppe Leuzzi

Mafia
La mafia è un nemico armato, contro il quale il diritto non ammette la difesa. Un occupante violento senza tregua. Che si rafforza con la legalità, se ne avvale.

Il mafioso è colui che utilizza a fini di lucro la sua illimitata capacità di violenza.
Non è uomo d’onore. Non è uomo di rispetto. Né notabile, sociale o politico. Non è uomo di potere, se non per l’assolutezza che la violenza comporta: non ha un disegno. Non è, non può essere, compagno di strada con nessuno.
È un bandito, nel senso che è un uomo di banda, piccolo gruppo soggetto a un capo, fin là dove può arrivare il contatto personale: la mafia non è organizzazione, e si riproduce per scissione – si chiama famiglia per nostalgia di uno spirito unitario che non c’è, e va ricostituito con la violenza.

Pentiti
Il pentitismo origina da Peci a colloquio col generale Dalle Chiesa. Altre tempre morali e altre capacità investigative. L’estensione alla mafia è solo un servizio reso a investigatori inetti, quasi sempre magistrati. E in definitiva alla stessa mafia, che ora fa il crimine e la giustizia del crimine.
Quando non la sfanga (Brusa, l’animale dell’acido, il “teologo” Spatuzza), con tutto il suo carico di diecine e centinaia di assassinii efferati, senza pagare alcun dazio, e anzi diventando un eroe della televisione e dei giornali, solo per fare il gioco politico di un magistrato. Che talvolta, come sta avvenendo, non persegue la mafia ma i politici: ci si può pentire a cuor leggero, non è necessario denunciare compagni di mafia, basta nominare qualche politico. E anche questo senza circostanziare e senza speciali responsabilità: basta dire il nome.
O quando non è propriamente mafia, collusione, infiltrazione. Il lato buono della cosa è minimo: non ci sono patrimoni mafiosi emersi con i pentiti, e la mafiosità degli insospettabili è quasi sempre la loro piccola vendetta, dei pentiti.

Milano
Barbara Berlusconi dà lezioni di moralità al babbo. Su un illustrato che s’intitola “Vanity Fair”.. Basterebbe questo a condannare Berlusconi: prima la moglie, ora la figlia. Nessun politico “napoletano” ha mai oberato l’Italia di tanto.

L’allenatore Benitez lascia l’Inter. Non è licenziato, è lui che lascia, facendosi pagare la buonuscita. Ma Milano non ci fa caso. Anzi, la “Gazzetta dello sport” gli fa i conti, e calcola che per ogni giorno Benitez si è fatto pagare 30 mila euro, pensando magari di denigrarlo e non d’illustrarlo. Ricevere uno schiaffone e far finta di nulla, sarà questo il segreto del successo.

“Mia figlia è una precaria e io sono molto arrabbiata”: il “Corriere della sera” si compiace si dare spazio al lamento, questa mamma non è la prima. È il linguaggio Rai, forse dell’epoca, e il giornale dovrà tenerne conto. Ma a Milano, per Milano? Non è la lamentazione genere espressivo meridionale. O il Sud l’ha importato da Milano?

Mani Pulite ha avuto e ha singolari cadenze mafiose. Il discredito sugli indagati (le “voci”, che si perfezionano in “indiscrezioni, e infine nei cosiddetti avvisi di garanzia, resi pubblici prima di comunicarli agli indagati) per isolare l’obiettivo. Le false voci. La selettività. Il palese trattamento di favore per gli amici – esibire il potere. La rudezza. La violenza illimitata. E l’esibizionismo: non c’è mafia, infatti, che non si esibisca.
È l’apporto dei suoi giudici napoletani e siculi?

Si indaga a Milano la società comunale A2A per le false fatturazioni del gas. Ma si rinvia a giudizio, perlomeno sul “Corriere della sera”, l’Eni, per avere importato, forse, gas senza dichiararlo.
I distributori indipendenti di gas, A2A compresa, sono in guerra con l’Eni perché vogliono una fetta dell’affare, e Milano compatta aggredisce, palazzo di Giustizia e “Corriere della sera” compresi.

Milano ha buona memoria dell’Austria. Che la trattava come pezza da piedi. Al conte Dal Verme, contemporaneo di Stendhal e di Emerson, quando richiese il passaporto per andare in America, gli ci vollero sedici mesi per averlo.

Per una settimana il “Corriere della sera” fa una e due pagine sull’Inter che si gioca un Mondiale di calcio e vuole vincerlo. Se lo gioca ad Abu Dhabi. Contro una squadra coreana – del Sud, è vero, anzi del reverendo Moon. Dopodiché affronterà una squadra del Congo.

Si riesuma Sandro Mazzola, che riesuma l’ultima vittoria, 45 anni fa, in Argentina, contro una squadra argentina: “Per una città operaia era un trofeo ambitissimo”. Milano era la città operaia, gli argentini chissà, mangiavano le bistecche gratis. La città si costruisce annichilando il mondo – magnificando i poveri e i deboli, per poi annientarli.

È certo la capitale morale d’Italia ma in senso involontario: la capitale vera, quella che decide gli affari, la politica, e il modo di vivere – il Milan-Inter, le Maldive prima poi la villa ai Caraibi, con una puntatina a St.Moritz, o perlomeno a Lugano, e la benedizione del cardinale.

Sudismi\sadismi
“I Germanesi”, la ricerca sull’emigrazione in Germania da Carfizzi, in provincia di Crotone, opera nel 1986 di Abate e Meike Behrmann, ha una curiosa impostazione rétro. Abate, che pure è narratore sensibile e senza paraocchi, e la sociologa Behrmann, che pure è allieva di Norbert Elias, adottano il punto di vista critico dello sfruttamento, dell’assenteismo, del latifondo, e insieme del desiderio di terra del popolo. Non senza fondamento, c’è un positivismo sano nel socialismo: emigrati che investono i risparmi di una vita di fatica e di fame per comprare un pezzo di terra inutile o farsi una casa che non abiteranno al paese sono, o appaiono, condannabili a loro volta. Forse vittime dell’ignoranza, ma anche protervamente votati allo spreco.
L’impostazione è curiosa perché applica ai poveri l’anticapitalismo che per molti anni ha tenuto banco nella sociologia italiana, e evidentemente europea, invece di una lettura vigile del reale. Abate e Behrmann danno addosso all’ipercapitalista Fedele, che in pochi anni aveva creato, e poi difese, una grande azienda agricola, ma anche ai braccianti che ne occuparono le terre e ai cui la riforma agraria poi diede in piccoli lotti i terreni espropriati. Che non hanno senso economicamente, sono uno spreco di fatica e di soldi: sono poco capitalisti, insomma, non accumulano. Questi “germanesi” che solo agognano di stare sulla propria vigna, benché piccola e non economica, o tra gli ulivi, per quanto poveri, e a faticarci sopra senza costrutto economico, che danno un’altra dimensione alla vita e alla loro stessa fatica di emigrati, sono ridotti alla sola dimensione dell’anti-economicità. Indotta, aggiungono Abate e Behrmann, dalla rivalsa, dall’ambizione piccolo borghese di dirsi proprietari, insomma dall’invidia sociale.
Il discorso della dimensione diversa della vita si potrebbe continuare con la voglia di cambiare e la ricerca del nuovo nell’emigrazione, il cosiddetto spirito di avventura. In aggiunta, o al di là, del bisogno. O con l’attrattiva di spazi diversi da quelli di paese. O col bisogno del consumismo, perché no. Ma l’undimensionalità è più forte, se ha fatto presa pure su uno come Abate – Cesare Lombroso dice gli albanesi di Calabria, quale Abate è, “eccellenti corridori” (Lombroso che fu un Calabria solo tre mesi, nel 1862, a caccia dei briganti, e tuttavia, benché fosse già Lombroso, capì molte differenze).
Questo approccio intellettuale era vivo e anzi dominante appena venticinque anni fa. Ma oggi è diverso?

leuzzi@antiit.eu

giovedì 23 dicembre 2010

Proust geloso, o la ginnastica dell’elusione

“Gelosia” è parte della prima parte di “Sodoma e Gomorra III”, pubblicata avulsa nel 1921 su una rivista a grande diffusione. Ritradotta da Cristiana Fanelli, e presentata da Daria Galateria, ha nuova vita, a sé stante. Pur risentendo dell’equivoco che intorbida la lettura della redazione definitiva (insomma, più o meno… forse più autorevole, se non altro per l’autorità dei suoi curatori e esegeti, tra essi Giovanni Macchia, “Il romanzo di Albertine”). Proust v’inscena il suo palco migliore, con i duchi e le fanciulle in fiore.
L’estratto appariva come inedito in apertura nel numero novembre 1921 di un mensile dell’editore Fayard, diretto da Henri Duvernois, inaugurato a luglio, “Les Oeuvres Libres”, di testi inediti di buona qualità e di agevole lettura – una formula che verrà buona fino alla guerra nel 1940, e poi sarà ripresa nel 1944, per altri vent’anni: i primi numeri pubblicavano i Guitry, Rostand, Farère, Hermant, la duchesa di Noailles, Conan Doyle, Billy, con le amazzoni allora in voga, Myriam Harry, Lucie Delarue-Mardrus, della scuderia di Nathalie Barney. Proust vi tratteggia le più svariate forme di gelosia, compresa quella tra le dame che vestono simile. Ma il tema, anzi l’ossessione, è la gelosia amorosa. Su cui Proust modella Albertine – “Gelosia” confluirà poi, riscritta, nelle pagine di Albertine. E qui insorge il disagio: la “lettura” di Albertine.
Nathalie Mauriac Dyer, editrice di “Albertine scomparsa” nel 1987, ricorda che “un secondo estratto, ricavato da «La Prigioniera» e preparato nel’autunno del 1922, vi fu pubblicato dopo la morte, nel febbraio 1923, sotto il titolo «Precauzione inutile». Questi due estratti non ne richiamavano un terzo? Fin da quando aveva appreso la creazione della rivista nel luglio 1921 Proust in effetti aveva manifestato l’intenzione di collaborarvi regolarmente: «C’è nel Tempo perduto tutto il mio romanzo con Albertine fino alla morte di quest’ultima, che potrebbe benissimo apparire in rivista (ma in più numeri)». “Albertine scomparsa”, la redazione “recuperata” nel 1986-7, pone problemi evidenti di censura, da parte di Robert Proust e della redazione dell’editore Gallimard, sulla copia velina rispetto al dattiloscritto inviato a Gallimard. Ma per il lettore il problema è: come appassionarsi di questa gelosia? Alessandro Piperno ne fa sul “Corriere della sera” di martedì una pietra d’inciampo per dire che Proust era un simpatico ragazzo, che aveva in uggia lo gli snob e lo snobismo. Che, se anche fosse vero, non c’entra. Qui il problema è quello dei “sodomisti vergognosi” di cui all’indice di lavoro. Che rende artificiosa – più falsa che l’invenzione narrativa – la lettura di questa gelosia.
Albertine è probabilmente il personaggio più scritto di tutta la “Ricerca”, occupandone un buon terzo: una buona metà delle “Fanciulle in fiore”, la parte centrale di “Sodoma e Gomorra II” (i capitoli che i curatori dell’edizione 1954 della Pléiade titolano poeticamente “Gelosia nei confronti dl Albertine”, “Le intermittenze del cuore”, “I misteri di Albertine”), e le prime due grandi narrative di “Sodoma e Gomorra III”, “La Prigioniera” e “La Fuggitiva”, o “Albertine scomparsa”. Più, molto più, dei più noti Swann, Odette, Gilberte, e di Verdurin, Saint-Loup, i Guermantes, Charlus compreso. Volendo leggere la “Ricerca” per quello che è, non per come è stata stilizzata dai suoi grandi lettori, è l’ossessione più coltivata. Per questo è odioso doverla immaginare nelle sembianze mostacciute e quadrate di Alfred, lo chauffeur fedifrago: Albertine falsifica tutto. A partire dalla stessa descrizione della gelosia. Mille pagine, o duemila quante sono, di anatomia sul tavolo al centro dell’emiciclo, fredda. Non bastano le mille o duemila pagine a dare corpo a Albertine, al di fuori della psico-sociologia dell’epoca, fine secolo datatissimo, soprattutto nel modo d’essere delle passioni, dalla gelosia allo snobismo, con aggiunte di maschiettismo dopoguerra - senza contare le translitterazione care ai proustiani, Gilberte-Alberte, Albertine-Libertine… Alle genericità rimediandosi con le trasgressioni da campionario clinico, alla Krafft-Ebing. Che è poi il problema di Proust: Proust amava i suoi personaggi? Di nessuno di essi, donne o uomini, ci s’innamora. Albertine, cui “Gelosia” introduce, è la ginnastica dell’elusione, dell’amore come di ogni altra cosa o evento – se non, appunto, nella forma fredda della parodia, snob.
Marcel Proust, Gelosia, Editori Riuniti, pp. 167 € 9,90

Mondadori rincorre Rcs Media

Se il “Corriere della sera” fa nero Berlusconi ogni giorno dalla prima all’ultima pagina, Milan compreso, la Mondadori di Berlusconi fa nero quest’anno il gruppo Rcs Media, che edita il “Corriere”. Avendo ristrutturato meglio e più rapidamente, e avendo forse colto la ripresa, per quanto stentata, nelle vendita degli spazi pubblicitari, se non del prodotto (libri, giornali). Benché in contrazione, Mondadori registra un forte recupero di redditività, con un mol attorno ai 140 milioni, da cui estrarrà un utile netto di 40-42 milioni. Pur scontando uscite straordinarie per otto milioni, per condoni fiscali. Dopo aver ridotto l’indebitamento a 350 milioni (290 milioni in meno rispetto a fine 208, a crisi manifesta). Rcs mantiene le posizioni in quanto a fatturato, sui 2.200 milioni, ma con ricavi diffusionali in calo, nei periodici e anche nei quotidiani. Un risultato netto ancora negativo: in lieve perdita o contabilmente in pari. E debiti per 1.100 milioni. In crisi non manifesta ma grave. Un gruppo che può essere facile preda di chiunque - compresa la Mondadori, non fosse per lo scoglio “Corriere della sera”, impensable in mano di Berlusconi.
I due gruppi si rincorrono al vertice del settore editoriale. Con la Rcs di gran lunga al primo posto, ma in perdita di velocità. Vent’anni fa i due gruppi erano appaiati, quando Carlo De Benedetti era titolare di Mondadori, e in quanto tale si era fatto consegnare da Caracciolo e Scalfari il gruppo L’Espresso-Repubblica: entrambi i gruppi avevano nel 1988 un fatturato attorno ai 1.500 miliardi di lire. Poi Rcs aveva diversificato, nel cinema, nella tv, e sui mercati esteri, come gruppo multimedia, raddoppiando nel 1992 il fatturato. Che successivamente ha contratto per la necessaria ristrutturazione, attorno ai 2.500 miliardi a metà anni 1990 – nello stesso anno in cui si evidenziavano ammanchi per ben 1.300 miliardi. Più o meno le dimensioni del gruppo prima della gelata, in milioni di euro. Nel 2007 Rcs fatturava 2.738 milioni, con un utile netto di 220 milioni, uguale a quello del 2006. Nel 2008 il fatturato scendeva a 2.660 milioni, ancora in utile per 38 milioni. Nel 2009 a 2.206 milioni, in perdita per 135 milioni. Quest’anno si stabilizzerà sui 2.200 milioni, ma sempre senza utile. E senza futuro: senza piani, senza idee - giusto un mantello per la nobiltà parassitaria che tiene il morso a Milano, di banca e di toga.

mercoledì 22 dicembre 2010

In piazza la debolezza dei partiti

Ci sono voluti anche i padri, a Roma, accanto alle figlie, per fare il “numero legale” alle manifestazioni contro la riforma dell’università. “Sono studente, povero”, la sindrome è sempre quella, del duca di Mantova che può mntire, impunito, nel “Rigoletto” – con enfasi sottolineata nel geniale “Rigoletto a Mantova” di Andrea Andermann. Gli studenti non mentono doppio come il duca, ma semplice sì: studente è un privilegio prima che una disperazione. Per il resto l'“esplosione” in piazza è dei partiti, molto organizzata e poco numerosa. In nessun posto e in nessun momento si trovano reazioni “spontanee” – se non quelli dei violenti, o balordi, a Roma il 14 dicembre. Gli argomenti, e il modo di esporli, comprese le “tattiche e strategie” delle manifestazioni, sono roba di partiti, comprese le vecchie mozioni e le procedure. Senza nessun’altra emozione e nessuna finalità che non sia quella dei “dibattito”, alle Camere, nei giornali, nei talk show. Della visibilità o pubblicità gratuita.
Si è manifestato peraltro contro una riforma che, per quanto insidiosa e debole normativamente, nessun partito contesta. Per un diritto allo studio che è quanto dire diritto alla vita – non si troverà nessuno che lo neghi, nemmeno sotto minaccia. Tutto ciò che il Pd ha chiesto e voluto è stato di rinviare di qualche ora, qualche giorno, e se possibile di nuovo alla Camera, la legge di riforma, per capitalizzare sulle manifestazioni. Che invece sono politicamente in perdita. E comunque certificano l’indigenza della politica. Se l’antipolitica è forte, è anche perché la politica è debole. Debolissima nel caso. “La stabilità politica è un bene”, questa saggezza è rimasta a Ruini. Che è un cardinale, e forse pure di destra.

Secondi pensieri - (59)

zeulig

Felicità – Si può pensarla “a scalare”: si ponga la vita al peggio, ogni suo momento sarà migliore. Non è la perfezione ma è una forma logica: l’attesa è un solido costituente della realtà.

Logica – Il reale è strano. L’uomo è stranissimo, come ogni essere animale. Molto più di ogni immaginario, che sempre supera, le forme della vita vanno oltre la capacità d’immaginazione: il mondo è un brulichio di forme viventi. La logica si vuole una regolamentazione del reale, non la sua comprensione.
In vista al Jardin des Plantes, il muso di storia naturale di Parigi, Emerson nota nel 1833: “L’Universo ci appare come un enigma più stupefacente che mai, guardando questa sbalordiiva serie di forme animate – vaporose farfalle, fossili scolpiti, uccelli, animali selvaggi, pesci, insetti, serpi – e il brulicare del principio della vita incipiente dappertutto, finanche nella roccia che scimmiotta le forme di vita complesse”. E: “Non c’è forma tanto complessa, o tanto selvaggia, e nemmeno tanto bella che non sia espressione di qualche principio inerente nell’umano che osserva; c’è una relazione occulta tra gli scorpioni e l’uomo. Sento il millepiedi dentro di me e il caimano, la carpa, l’aquila e la volpe”.

Morte – Il pensiero della morte, la vita imparentata alla morte, è già morte. O il desiderio di morire, naturalmente – il suicidio, per chi ha vissuto, è solo un incidente, una sopravvenienza.
“Per poter morire bisogna aver vissuto”(H.D.Thoreau, “Apologia per John Brown”). Dove non c’è stata vita non c’è morte, solo un imputridimento costante.

L'essere-per-la-morte (Heidegger) è il proprio dell’Occidente, l’ “ideologia” occidentale, produrre-per-la-morte. La morte “è il termine, non il fine” della vita, Montaigne insegnava. A cui è follia non pensare, o rifiutarsi di pensare, altrettanto come lo è lasciarsene in golfare.

È afflittiva. Per spiriti afflitti.

Odio – Pota male. Come si dispiega, senza la vendetta? Non libera, è una costrizione. Spesso per mancanza di oggetto.
Chi odia l’ebreo perseguitato dai tedeschi, con chi si sfoga? O il piccolo esercente, artigiano, proprietario vessato dalla mafia? O il lavoratore vessato dall’azienda? L’odio è la vera con danna.

Pietà – Il mercato più vasto, superfluo e cinico vi è stato fondato sopra, coinvolgendo sovrani, cavalieri, vescovi, papi, notai, uomini di scienza, nonché tutte le istituzioni, pie e mercantili, che il costo delle reliquie e dei miracoli hanno potuto scaricare sui devoti grazie al meccanismo delle indulgenze. Un “miracolo” che dura da un millemmnio, dalle Crociate – furono le Crociate un progetto commerciale?

Preghiera – Si rivolge a Dio ma non lo turba. Non cambia colui a cui è rivolta ma chi la fa.

Romanticismo – Come religione della libertà è inappagabile perché insoddisfacente per principio, alla ricerca di un assoluto che è un di più sfuggente, per quanti recessi si muova a esplorare, dell’inconscio, dell’orrore, dell’aldilà, dell’amore, della morte. È qui la radice della crudeltà – psicologica e sociale, verso se stessi e verso gli altri – nella quale si è liberamente esercitato il secolo.

Società – Sorge (si dà) contrattualisticamente, fra individui, siano pure moltitudini, che che condividono consensualmente, sino pure inespressi, a meno di un rifiuto espresso,certti vincoli (leggi, valori) fondamentali. Ma preesiste al consenso, molte cose deve avere in comune preliminari al covenant: i linguaggio per esempio, la contiguità territoriale, la familiarità (reciproca “conoscenza2. È un fatto prima che un atto, il contratto la stabilizza, la perfeziona (migliora).

Utilitarismo – Non è l’egoismo col quale volgarmente viene confuso. Non è nemmeno l’epicureismo – ora volgarizzato in libertinismo. Sta nella sfera del riserbo e della sobrietà, della ricerca accumulativa – costante, nelle cose come avvengono (storia – del bene. Ma è ateo, e per questo rancoroso (magisteriale, giudicante, illiberale).
O lo è perché è inconcludente? Fare di se stessi (del proprio giudizio) la misura delle cose è esercizio socratico alla libertà e alla giustizia, ma è sgradevole e perfino volgare (gretto): la vita si misura poco, al meglio si vive. L’entusiasmo (la disponibilità) è meno volgare del riserbo.

Wittgenstein – S’imbriglia nella circolarità della logica aristotelica – che è poi dell’idea platonica: la verità essendo del pensiero ne segue la circolarità. Il pensiero s’invera per se stesso. Ogni parola significa in rapporto a tutte le altre, e così le parti del discorso, e in rapporto a un prima e a un dopo, ma il linguaggio è un organismo chiuso, autoreferente. Il che, se è possibile in una cosa (un dato), contraddice il linguaggio. Ciò di cui possiamo parlare, allora, è puro formalismo, cioè insignificante.

zeulig@antiit.eu

martedì 21 dicembre 2010

Lo snobismo della casta, liberale?

Un capolavoro del suo tempo (1964) e di oggi. Con scorci definitivi su liberalismo, borghesia, snobismo, élite, e sintesi lancinanti su Proust e H.James, il romanticismo reazionario, la scomparsa della “cavalleria dei grandi studiosi”, e la voglia di nulla che la ricchezza dei tempi moderni si porta dietro. Ripubblicato a coronamento degli anni 1980, quando il flusso democratizzante della nuova ricchezza stava per soccombere all’insidia della stagnazione (l’immobilità), ne è un grido profetico. Ma di un profetismo allora periodico: è che l’apice della borghesia non individualista, non avventurosa, a tendenza castale (il “giudice figlio di giudice, nipote di giudice) o notabilare, che il libriccino denuncia, appare indistruttibile.
Prima ricompattava il notabilato la minaccia egualitarista. Ora? Non c’è aria autocritica nel liberalismo, anzi non c’è aria. A meno che il liberalismo non sia morto da tempo o sorpassato, e siamo stabilmente in una società di caste, scandita (regolata) dagli status symbol. Normale che la cultura italiana non l’abbia letto, o l’abbia rimosso, al suo tempo e alla ripubblicazione: non c’è (c’era) liberalismo, come non c’è comunismo. Non c’è nemmeno sociologia.
Elena Croce, Lo snobismo liberale

Ombre - 72

Si indaga a Milano la società comunale A2A per le false fatturazioni del gas. Ma si rinvia a giudizio, perlomeno sul “Corriere della sera”, l’Eni, per avere importato, forse, gas senza dichiararlo. I distributori indipendenti di gas, A2A compresa, sono in guerra con l’Eni perché vogliono una fetta dell’affare, e Milano compatta aggredisce, palazzo di Giustizia e “Corriere della sera” compresi.
L’Eni ha anche un suo uomo, Alberto Meomartini, a capo dell’Assolombarda. Ma questo non basta, gli affari sono affari.

I capi degli studenti dicono senza mezzi termini che domani intendono ripetere il 14. Ma per i giornali romani “è giallo sul comunicato degli studenti”.

Sandro Modeo, autore entusiasta di “L’alieno Mourinho”, aggiunge a Farenheit , all’obiezione che l’allenatore portoghese è un fascista dichiarato: “Sì, è nipote di un ministro di Salazar, è cresciuto in una villa di quindici stanze, ma è della destra istituzionale, dei grandi burocrati. Non di quella affamata di denaro che imperversa da qualche tempo”. Meglio il fascismo dei soldi? Il fascino del fascismo è intatto, a parte la guerra perduta.

Chi vince all’Inter poi scappa. Non è la prima volta: Benitez dopo Mourinho, Mancini, Ibrahimovic, Vieri, mentre Milito è rimasto di malavoglia. Scappano magari un momento prima, o dopo, essere cacciati. È chiaro che la società dei Moratti è cannibalesca. Ma non c’è un cenno di questo nel “Corriere della sera” o nella “Gazzetta dello sport”.

“Il gelo in Toscana è costato 200 milioni”. Non è vero. Cioè non si sa, non si può sapere. Ma per dare l’idea di un danno, soprattutto di un evento naturale, bisogna ultimamente quantificarlo.

Bagnasco, mai tiepido con Berlusconi, invita alla sua assise natalizia Quagliariello, che non dev’essere molto praticante, e Gasparri, e si fa fotografare con loro. Il Fini radicaleggiante deve avere spaventato i cardinali. O è l’affondo finale all’ex Pci, un segnale ai Popolari del Pd?
No, il giorno dopo il cardinale Bertone, capo del Vaticano, si fa fotografare ammiccante con Fini, la compagna radicale e Emma Bonino: è solo ecumenismo – Bertone sta con Berlusconi e con Castro.

Orsola Fallara, la dirigente quarantaquatrenne del Comune di Reggio, si brucia lo stomaco con l’acido muriatico, dopo che glielo hanno bruciato i giornali lovali, la “Gazzetta del sud” che tifa Casini-Fini, e due giornali del Pd, “L’ora di Calabria” e “Il quotidiano di Calabria”. Due esponenti del Pd l’hanno denunciata per malversazione questo è bastato per distruggerla: le sue consulenze sono troppo care, tanto più che lei stessa se le è liquidate in qualità di superdirigente del Comune (dirigeva il Bilancio).

L’obiettivo non era lei, ma l’ex sindaco di Reggio Scopelliti, e il “modello Reggio” vetrina della destra. Una vendetta trasversale, politica. Quando si farà la storia di questi anni, i virtuosi assassini ne saranno certamente il segno. Alcuni (ex) fascisti dichiarati, Fini, Di Pietro, Travaglio. Ma il maggior numero di sinistra e di estrema sinistra: Furio Colombo, Flores d’Arcais, Armando Spataro.
Certo, Furio Colombo di sinistra è tutto dire.

Giannelli in castigo venerdì 17 sul “Corriere della sera” per la vignetta magistrale dei nuovi tre magi centristi in cammino: “Scusi buonuomo, a destra o a sinistra per la mangiatoia?”. Annegata in fondo pagina. A quando la cacciata di Giannelli, dopo Forattini?
Anche Vincino non si vede bene, benché da sempre inaffidabile e confinato alle pagine interne. Dove mette Bersani in fuga di fronte a moleste proposte di matrimonio “a tre”, con noti buggeratori.

Il fotografo del finanziere con la pistola in mano, a terra tra due eroi belli e irridenti, ha anche le foto precedenti, di quando il graduato, in età, è stato aggredito, denudato del casco e dello scudo, e picchiato a terra. Ma non le mostra. Diritto di cronaca o dovere?
Ma forse per una volta Pasolini aveva ragione: troppa cialtroneria a sinistra.

Tocca al dottor Mussari, in qualità di presidente dei banchieri, introdurre un salario di produttività in banca. All’ex presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, la banca degli (ex) compagni dell’(ex) Pci senese. Ci vuole la sinistra per fare la destra, sarà questa la massima immortale dell’Avvocato Agnelli.

Per il tg di Murdoch il 14 non è successo nulla: non è stata bocciata la mozione di Fini contro Berlusconi, ci sono solo incidenti in giro per Roma, provocati dalla polizia in assetto da guerra, con abbondanza di immagini, e naturalmente dai black bloc. Cioè dai ninja, infiltrati benché invisibili, non organizzati, benché siano alcune migliaia, ben distribuiti, e intervengano all’ora X, non a caso. Infiltrati da Murdoch?

L’onorevole Bocchino dopo la mancata sfiducia a Berlusconi si elegge a “volontà popolare”: Berlusconi, dice, ha fatto “un ribaltone contro la volontà popolare”. Io e il mio Stato: l’onorevole, bocchino come il nome, è sicuramente un adepto dello Stato etico.

L’ambasciatore americano Thorne, già famoso per la festa natalizia gay, si segnala su Wikileaks per essere pro Murdoch e contro Berlusconi. Diventerà anche lui parlamentare del Pd?

lunedì 20 dicembre 2010

La donna è più donna in convento

Bizzarro film tradizionalista, perfino reazionario, dell’amore puro contro la donna moderna. Capace solo di sciocco sarcasmo, ridicolizzata come Faust-a stupida e corruttrice di un Margherit-o idealista.
Manoel De Oliveira, I misteri del convento

Il mondo com'è - 51

astolfo

Antipolitica – È la politica dell’Italia da circa vent’anni: gestita da interessi contro la politica classica dei partiti che fa riferimento alle elezioni periodiche. Gestita da molti magistrati e dai grandi giornali, padronali. E da una sinistra confusa (autolesionista): “organizzare” cinque o sei cortei a Roma attorno al Parlamento il giorno del voto di fiducia, portando nella capitale come massa d’urto i disoccupati napoletani, che non vanno in giro per niente, è ferocia antipolitica.
In nessun paese al mondo, Afghanistan escluso, e forse l’Iraq, la politica necessita di tante scorte al suo personale, anche minore, anche non più attivo. Qualunque ministro o ex ministro, o sottosegretario, o parlamentare, e molti ex parlamentari, i presidenti di Regione e delle Province, i sindaci, gli assessori, molte spesso anche solo ex, si aggirano tra guardie pubbliche e private. Senza nessuna minaccia terroristica organizzata, giusto per la diffusa ostilità alla politica che la Rai, l’Ansa, i giornali, i telegiornali e i talk show diffondono a dosi ogni giorno massicce, costanti.

Facebook – McLuhan, ne “Gli strumenti del comunicare”, 1964, o in “Il mezzo è il messaggio”, 1967, diceva che l’elettronica avrebbe privato l’uomo della sua identità e della morale: “Le persone vanno al lavoro principalmente per leggere”.

Ideologia – La indebolisce il legame con la politica. Alla quale altre connotazioni si legano: l’effettualità soprattutto, realizzare qualcosa, anche a dispetto dei dissenzienti che saranno sempre in gran numero. E poi: l’onestà e la generosità (magnanimità) esemplari, la sensibilità alla concezione comune e corrente del bene, oggi lo sviluppo, domani la conservazione, se il mondo sarà ricco a sazietà. Ma è l’ideologia che s’è appropriata la politica. Nel totalitarismo e nella democrazia. Da almeno un paio di secoli la politica è ideologica, nazionalismo, potenza, capitalismo, socialismo.
La politica non ne ha guadagnato. Il mondo è più ricco, molto più di ogni altra epoca, ma per effetto di migliori concatenazioni di mercato, o di una migliore organizzazione degli affari, speso però casuale – lo sviluppo non è mai acquisito, la caduta degli imperi è sempre dietro l’angolo. Per effetto anche dell’ideologia, ma in subordine: quella dello sviluppo è una storia il cui motore sono diventati gli affari, peer la prima volta nella storia, negli ultimi duecento anni.

Internet - Molto rumore per nulla per Wikileaks, per la pubblicazione dei documenti americani. Nessun governo è caduto, e nessuno nemmeno è stato criticato, neppure quello americano. Si può anche pensare che il governo Usa abbia fatto pubblicare i documenti per dire al mondo che lo tiene sotto controllo e lo considera poco – tutto si può pensare. Ma si conferma l’irrilevanza della rete, e della rete mondiale di opinione, negli affari. Se non nella rapidità della comunicazione, come strumento, tecnologia. È bastato un artificio minimo, mettere Assange, bello, biondo, misterioso, nel mirino per “oscurare” la rete.
Internet è sicuramente un linguaggio. Nella simbologia, nelle forme espressive, per la stessa sua rapidità. Per l’esposizione naturalmente, soprattutto per il suo procedere nudo. Ma questa esposizione non è arrapante. È piuttosto una poubelle, sterilizzata, pulita, dove buttare riflessione e ricordi – da cui anche non viene “naturale” ripescarli.

Lavoro – L’abbondanza lo ha reso superfluo. Quando il benessere si basava sul soddisfacimento dei bisogni primari il problema era spremere quanto più lavoro possibile, nell’insieme e unitariamente – o viceversa: quando il lavoro era solo quello umano, con un ausilio animale ridott, non ce n’era mai a sufficienza per soddisfare i soli bisogni primari. L’innovazione finanziaria e industriale, organizzazione del lavoro compresa (fordismo), ha più che moltiplicato i bisogni, ma ancora di più i mezzi per soddisfare i bisogni, rendendo il lavoro sempre più superfluo.
Npn tutto il lavoro naturalmente è superfluo. Ma quello che non lo è, è indispensasabile in misura ben superiore a quello di una volta. È infatti l’unico mezzo di distribuzione del reddit in misura abbastanza elevata da alimentare i consumi e quindi l’economia. Se cessa questo lavoro (zoccolo), cessa l’abbondanza, quali che siano le disponibilità tecnologiche.
Il Novecento non ha conosciuto carestie. Se non sotto la forma della disoccupazione di massa, negli anni 1920 in Germania, negli anni 1930 in Usa e in Germania.

Mani Pulite – È il titolo di un libro pubblicato nel 1977 da Sugar, editore socialista. Scritto da Claudio Castellacci, con prefazione di Ugoberto Alfassio Grimaldi, direttore di “Critica sociale”. Aveva come sottotitolo “I comunisti e le amministrazioni degli enti locali”. La nemesi è casuale? È una trappola organizzata.
Mani Pulite ha avuto e ha singolari cadenze mafiose. Il discredito sugli indagati (le “voci”, che si perfezionano in “indiscrezioni, e infine nei cosiddetti avvisi di garanzia, resi pubblici prima di comunicarli agli indagati) per isolare l’obiettivo. Le false voci. La selettività. Il palese trattamento di favore per gli amici – esibire il potere. La rudezza. La violenza illimitata. E l’esibizionismo: non c’è mafia, infatti, che non si esibisca. È l’apporto dei suoi giudici napoletani e siculi?

Medicina preventiva – Quando il morbo arriva siamo già tutti seppelliti dai debiti.
È sciamanica. Ma non nel senso dello scongiuro. È un’evocazione propedeutica. È la danza della pioggia.

Nobili – In nessun altro paese ce ne sono tanti quanti in Francia, dopo la Rivoluzione.

Occidente – Ma è nozione cartografica. La scoperta dell’America complicò le rappresentazioni dei cartografi: dove e come situare le nuove terre? La soluzione fu di dividere la terra conosciuta in due parti, due emisferi. Quello di destra, il Vecchio Mondo, conteneva l’Europa, l’Africa e l’Asia, quello di sinistra le Americhe – ed è il Nuovo Mondo, a Occidente del Vecchio.
L’Europa si può dunque dire parte dell’Occidente come appendice degli Stati Uniti d’America - tramite l'ingegnosa interdipendenza di Altiero Spinelli. Dopo essere stata da sempre un’appendice dell’Asia, una coda.

Politica – È debole e arrendevole all’antipolitica per effetto della democrazia. Forse malintesa, ma è la democrazia che ha indebolito la funzione principale della politica, di coagulo rispetto al dissenso – la capacità di scelta e di leadership. Sia perché la politica è ideologica (massimalista, assolutista), e sia perché è riduttiva (minimalista), sfiancandosi nell’assorbimento di ogni forma di dissenso. Che naturalmente è sempre di massa, anche se marginale: in democrazia ogni fenomeno è di massa.
Se ne dibatte da quarant’anni ma il dibattito è stato sterile perché monopolizzato dalla Trialerale, o su basi trilateraliste, cioè della ricostituzione del potere – questione peraltro inafferrabile in sé La politica non è il potere, il potere è una sua espressione, sempre labile.

astolfo@antiit.eu

venerdì 17 dicembre 2010

Il silenzio di Napolitano sull'assalto alla Camera

La preoccupazione può non essere condivisibile del Viminale sul 14 dicembre come antivigilia di un altro 12 dicembre, sulla ripetizione del 1969, la storia non è mai uguale, e tuttavia le dinamiche lo sono. Le dinamiche si ripetono in modo impressionante. La minaccia violenta viene in parte giustificata, in parte attribuita a infiltrati e provocatori. Che sono invece duemila su ventimila manifestanti, equipaggiati e sincroni, cioè organizzati. La giustificazione sarebbe la riforma universitaria, mentre invece si sa, viene dichiarato e ribadito, che le violenze di martedì erano intese a impedire il voto alla Camera. Del resto, l’università (una riforma che tutte le università vogliono) non giustifica neanche in minima parte quello che è successo. Analoga la compiacenza dei media: l’Ansa e la Rai, seguite a ruota dai giornali, che ribaltano costantemente l’ordine delle violenze. Concordi, contro l’evidenza, come a una parola d’ordine (il “Ruggito del coniglio” sua Radio Due oggi porta a giustificazione della violenza lo scudo fiscale…). Le foto selezionate delle violenze, numerose e circostanziate di poliziotti che picchiano manifestanti, e poche o nulle degli attacchi ai poliziotti, Non si sono viste le asce, né i picconi, un breve spezzone si è avuto in tv di un assalto all’angolo di via del Plebiscito, ma è stato subito tolto dalla circolazione. E i giudici che solleciti come in nessun altro caso rimettono in libertà i violenti fermati dalla polizia.
Analogo il vuoto della politica che dovrebbe gestire la protesta. Che si vuole opportunismo, ma è proprio vuoto. Tutti naturalmente contro la violenza, dal segretario della Fiom che guidava uno dei cortei ai commenti dei giornali, ma tutti schierati. Erri De Luca prospetta la violenza come “necessaria”. Anna Finocchiaro, capogruppo del Pd alla Camera, fa un’interrogazione per sapere dal governo “chi paga gli infiltrati”. Le considerazioni raccolte da "Repubblica" e il “Manifesto”, miste di psicologismo e sociologismo, il gergo “spontaneista”, sono un calco del sessantovismo - il ’69 non è il ’68: è il movimento cooptato dal Partito, il cursus honorum di base per diventare federale o consigliere comunale.
Il vuoto politico questa volta si estende anche al Quirinale: il presidente Napolitano, che parla ogni giorno, non ha trovato una sola parola per stigmatizzare una manifestazione organizzata per impedire un voto parlamentare. Un fatto che, se non fosse successo, sarebbe inconcepibile. Dopo aver preso la decisione forse definitiva sulla sfiducia, spostandola al 14 dicembre, a dopo il varo delle misure di contenimento della spesa pubblica. Insomma, ben sapendo che cosa è in gioco. Il richiamo della foresta è più forte di ogni ragionamento?

L’ultimo bilancio di Perricone

Sarà l’ultimo bilancio di Antonello Perricone. Del sorridente inflessibile ex manager della Sipra-Rai al tempo dei professori di Prodi. Schieratissimo dapprima per l’Ulivo componente Ds, ora per il Pd componente Popolari, da oltre quattro anni amministratore delegato e direttore generale della Rcs-Corriere della sera. Il miglioramento incontestabile dei risultati quest’anno non lo esime dalle critiche di molti soci. Primi tra essi quelli che dovrebbero essere politicamente dalla sua parte: Mediobanca, Della Valle, e il socio occulto che è in realtà il tutore del gruppo, Giovanni Bazoli.
Rcs nel suo complesso, l’area periodici e quella libraria, e lo stesso “Corriere della sera”, continuerebbero secondo i critici a dare risultati inferiori al potenziale. Con non accorti, o non sufficienti, tagli dei costi, e un insufficiente recupero dei ricavi. Sul fronte pubblicitario e su quello della diffusione. I ricavi pubblicitari diminuiscono percentualmente rispetto a quelli della diffusione. La quale è a sua volta in calo, sia nei quotidiani che nei periodici e nell’editoria. I malumori sono diventati semi pubblici dopo il confronto con i nove mesi del gruppo Repubblica-L’Espresso, con cui Rcs ormai da anni si misura,che ha ottenuto, pur in grave crisi di copie, margini e risultati notevolmente migliori.
Un consiglio freddo ha accolto la sua presentazione auto celebrativa del ritorno all'utile. Tra le critiche anche una a carattere sottilmente politico: l’antiberlusconismo, d’obbligo per un gruppo concorrente diretto di Mondadori, se non di Mediaset, ha pagato ma non nella misura in cui se ne sarebbe avvalsa Sky, concorrente invece di Mediaset. Il “Corriere della sera” è costantemente sotto le 50 copie vendute, e perde lettori in favore del “Giornale”, e ora più che sotto la direzione di Paolo Mieli. Troppo schierata, o poco furba, l’opposizione di Rcs secondo questa critica. A riprova viene portata la tenuta delle consociate spagnole, che non hanno un problema di linea politica, le quali, malgrado la grave crisi dell’economia iberica, presentano miglioramenti sostanziosi sia nella diffusione che nella vendita di pubblicità.

L’amore maschile di Sofia

Racconto notturno, che la riproposta di Sky accentua: non il sogno ma l’amore trasognato. L’amore narrato con semplicità, delicato, leggero. Non tanto per la caricaturata ambientazione giapponese quanto per la notte, il buio: il Giappone è bene un altro noi stessi, è l’esagerazione di noi stessi, saprofita, ma qui è un di più, serve a contrasto, contiene e fa la storia il setting notturno, sottolineato dalle lunghe albe grigie. Si può dire l’evidenza dell’insonnia. Che non è esasperazione ma pace interiore.
È però un amore maschile. O è femminile? L’amore leggero è maschile in quanto è, seppure per cenni, sentimentale.
Sofia Coppola, Lost in translation

Problemi di base - 44

spock

Le Scritture Dio dettò con tutti gli errori?

Gli errori di Dio sono il riflesso dell’umana condizione, dicono i rabbini, refrattaria a Dio, e ci credono?

E a proposito, che fa Dio in cielo tutto il giorno, se ha finito di dettare da duemila anni?

Perché ogni cocomero è diverso?

Poiché la felicità non esiste né la libertà, o l’eternità, perché si desiderano, o si temono?

Esiste la paura, e il desiderio, o ce le inventiamo lì per lì?

Come si esercita un compromesso? E cos’è un compromesso?

Un complotto ci dev’essere. Poiché si sa, gli uomini quando non credono a Dio non è che non credano a nulla, credono a tutto. E c’è bisogno di un potere da sbugiardare. Ma dove sta, il complotto?

E anche il mito: non sarà pettegolezzo, stagionato, ripetitivo?

C’è un ordine nel mondo che vuole il disordine? Il cappellano di Kafka lo dice al signor K.: “Non è necessario arrivare alla verità delle cose, basta ritenerle necessarie”.

Fin dove arriva il progresso? Bertoldino si cacciò le pillole del medico “giù a basso nel tafanario”: inventò la supposta, ma per questo diventò Bertoldino.

spock@antiit.eu

giovedì 16 dicembre 2010

L’apprendistato di Emerson in Italia

I primi cinque mesi del 1833 Emerson li passa in Italia, in Sicilia, e poi da Napoli alle Alpi. È un viaggio di formazione, benché compiuto a trent’anni: vedovo della prima moglie, e pastore dimissionario della Chiesa unitaria, il viaggio lo induce alle prime riflessioni, oltre che all’ammirazione delle opere d’arte della natura e dell’ingegno. Specie nella traversata da Boston a Malta, col comandante filosofo del brigantino, e con lo status quasi filosofico del marinaio. “Non ci sono attrattive nella vita da marinaio. Il meglio che sa offrire sono allevi azioni alle pene”. Il comandante sa fare tutte le cose che bisogna fare, compreso farsi obbedire all’istante, e sa tutto il resto, la Bibbia anzi meglio dell’ex pastore Emerson. Sa anche perché l’America è superiore all’Europa, lo sarà guardando al futuro dal 1833: “Lì fanno tutto per puro caso e ignoranza. Quattro caricatori e quattro stivatori del molo di Long Wharf caricano il mio brigantino più in fretta di cento uomini di qualsiasi porto del Mediterraneo”. Emerson ne riferisce un altro esempio: “Sembra che i siciliani abbiano provato qualche volta a portare la loro frutta in America con le proprie navi e che ci abbiano messo, dice lui, centoventi giorni”. Un viaggio che lui invece fa in trenta giorni, trovando “una piccola pozza di mare interno (lo stretto di Gibilterra, n.d.r.) larga appena nove miglia con la stessa precisione con cui si segue una traccia”, dopo tremila miglia di acque burrascose, col solo ausilio di “tre pezzi di legno angolari e una mappa”.
Nasce qui la felicità “a scalare”: si ponga la vita al peggio, ogni suo momento sarà migliore. - non è la perfezione ma è una forma logica: l’attesa è un solido costituente della realtà. E uno dei fondamenti del linguaggio: “Ciò che è espresso nelle parole non è affermato. Deve affermarsi da sé o nessun tipo di grammatica o di verosimiglianza può provarne l’evidenza. Questa massima tiene insieme il mondo”.
Il libro di viaggio non delude, benché pieno di Schidone, Garofalo, Andrea Sacchi e altri artisti pittori d'immaginette - nella visita ripetuta a San Giovanni a Malta si menziona Preti e nient’altro, nemmeno un cenno a Caravaggio. Emerson sa abbastanza italiano, l’ha imparato sui “Promessi sposi” e su una scelta di commedie di Goldoni che non apprezza (“Non c’è nemmeno un’emozione o una scena ben concepita. La sua virtù maggiore consiste nell’essere un buon volume idiomatico”), e sa rappresentare scene ancora vive della Sicilia, di Napoli, di Roma.
Apprezza anche il cerimoniale cattolico, reduce dalla delusione di quello protestante. Flannery O’Connor, la combattiva scrittrice georgiana che professava un robusto cattolicesimo, ha lasciato scritto (“Narratore e credente”): “Quando Emerson, nel 1832, decise che non poteva più celebrare l’Eucarestia a meno che non venissero eliminati il pane e il vino, fu fatto un passo importante nella vaporizzane della religione in America”. Che dobbiamo pensarne?
Ralph Waldo Emerson, Dalla Sicilia alle Alpi, Ibis, pp.204, € 9,50

Letture - 47

letterautore

Alvaro – Lo sguardo di Alvaro è di sorpresa sul mondo, di scoperta. Non di maniera, scontata, piatta, né di critica, etica, estetica, politica. Eccetto che al Sud, di cui ha creato la maniera, come e forse più di Verga – gentiluomo, quest’ultimo, la cui ambizione era di fiorentinizzarsi, e poi milanesizzarsi.

Chatwin – Dà fascino all’esotismo. L’esotico certo ha un fascino, l’esotismo è maniera, ma Chatwin la supera perché avvicina l’insolito, il diverso, invece di metterlo in posa quale sorpresa a sé stante – il meraviglioso richiude dentro se stessi, con l’ordinario. E ha il dono di legare una narrazione frammentata – di legarla pianamente, non alla Manldelstam, con accensioni liriche cioè, o filosofiche. Anch’esso grazie alla capacità di fare nostro il diverso o remoto: tante piccole finestrelle dell’Avvento apre, che entrano a far parte delle cose domestiche. La Patagonia. Come la Toscana di “Che ci faccio qui”. Anche in “Utz”, che ha un personaggio e una storia, il fascino nasce da questa capacità, di portarci in casa Oriente europeo che pure è diverso. Alla stessa maniera come ha visto gli aborigeni in Australia nelle “Vie del canto”, un accumulo di dettagli tenuto assieme dalla rete del riconoscimento.

Letterato – Quello del letterato si differenza da ogni altra professione in quanto la sua attività non ha apprendistato o iter specifico di formazione, e implica a ogni momento un giudizio di qualità astratto, non correlato a un fine, in un campo specialmente incerto se non infido, l’estetica. In ogni altra attività l’esercizio si svolge senza handicap, se non la tecnica del mestiere, e senza oscure barriere. Una volta che il fabbro abbia imparato a piegare il ferro, e il giornalista a porgere la notizia (quello che vuole o deve dire), il fabbro e il giornalista possono andare in giro a proporsi come fabbro o come giornalista ed essere valutati per quello che sanno fare, senza riserve o arcane motivazioni. Ci sarà anche per lo un giudizio di qualità, ma basato su cose, abilità, rapidità, rapporto costo\servizio, cioè il grado di padronanza delle rispettive tecniche. Nulla del genere esiste per il letterato. Per il professore universitario sì, ma non per lo scrittore, il poeta, il critico militante. La rete di relazioni va costruita personalmente. I criteri sono vaghi e fondamentalmente fortuiti. L’apprezzamento è legato a fattori esterni, non controllabili. Mentre l’ambizione, al contrario, è illimitata: la reputazione cui il fabbro ambisce o il giornalista si trasforma per il letterato nella fama, roba da eternità.

Maschile, femminile – Nell’editoria hanno sensi precisi: il periodico maschile tratta di politica, politica internazionale, economia, società, scienza, arti, letteratura, il femminile di moda, psicologia, cronaca a carattere sessuale, divi, astrologia. La pubblicità è mirata su queste tematiche, diverse per i due generi, per i consumi degli uomini e per quelli delle donne.
Ai femminili si apparentano, come target di diffusione e pubblicità, i periodici di giossip, i familiari (salute, aristocrazie, politici che cantano le romanze napoletane e scrivono poesie, madri coraggiose), quelli di servizio (salute, arredamento, costume).
La divisione non è ideologica (programmatica) ma fattuale, di mercato. Quanto si è voluto dare contenuti “maschili” ai femminili, questi non hanno retto. Quando si è voluto avvicinare le donne alla lettura dei quotidiani (a partire da “Repubblica”) si sono introdotte rubriche di questo tipo: mondanità, consumi, storie personali, casi curiosi.

Oralità - È la comunicazione “calda”, secondo McLuhan, che crea il senso comunitario (villaggio globale). È un’estrapolazione del tribalismo, della società chiusa in se stessa? Nella globalizzazione, fuori cioè dalla tribù, e quindi dal nomadismo, e dal conseguente isolamento del gruppo, è espressione fortemente individualistica: non di tradizioni e miti ma di vissuto sempre pericolosamente contro, gelosi, vendicativi, monomaniaci, paranoici. Forse le comunità rom sperimentano qualcosa del “globalismo” di McLuhan. L’elettronica, cellulare compreso (la disponibilità totale) segmenta e ghettizza, frantuma ulteriormente la società già parcellizzata della condizione urbana, del pendolarismo, degli orari. L’oralità è qui un cavallo di ritorno: consente a ogni desiderio o risentimento di navigare a piacimento, senza nemmeno sottostare alle regole della logica (grammatica, sintassi) cui è tenuta la scrittura.

Poesia – Un repertorio di New Horizon di quindici anni fa, per un esperimento di audio poesia americana. Due pagine di facce d’autore incredibilmente brutte, smorfiose, butterate, tirate, deformate, spente, uomini e donne insieme. Quattro cd e un secolo di poesia: voci incredibilmente false, atteggiate, roboanti, insinuanti, volgari. Com’era Omero? La poesia è acida? Non è un problema di decoro ma di modo d’essere.

Popper – È il filosofo che più e meglio ha mantenuto l’unità del pensare, forse l’unico nel Novecento, a una dimensione “greca”, senza far finta che l’epistemologia non abbia riflessi sul filosofare.

Pound – O dell’impegno. È l’incarnazione della vita impegnata, nell’arte, nella società, nella politica anche – voleva essere Dante. Con errori, inevitabili. Senza malanimo – Pasolini lo incontra per questo.
Il suo “maestro” Yeats era profondamente antidemocratico, ma di Yeats il segretario Pound ha sempre un’impressione irriverente.
S’intende per poundiano l’artificio, lo sperimentalismo. In Italia è poundiano Sanguineti. Mentre l’impegno è prevalente, anche nella ricerca espressiva (linguistica, glottologica, interculturale). Cristina Campo è poundiana più conseguente.

Premi – Gli auguri 1997 di Mondadori sono un paginone di pubblicità con l’elenco di un centinaio, almeno, di premiati. Con autori anche degni, Citati, Bettiza e Spaziani, ma senza un libro che sia rimasto, o almeno meritasse una lettura. I premi si fanno avere ai libri che altrimenti non vanno? Certamente si fanno avere. Tanta abbondanza è il risultato di una politica commerciale.

Proust – I primi due libri della “Ricerca” parlano di Proust infante. Ma non dell’infanzia. Da qui il senso di falso (egotismo)? Fortissimo nel genere, la letteratura del buon ricordo.

“Una duchessa ha sempre trent’anni per un borghese”, Stendhal, “Dell’amore”. Lo snobismo è un vizio, o una virtù? È innocuo, applicandosi a innocui fatti sociali. E alimenta la curiosità, benché di tipo infantile, se non la disponibilità (socialità) – Proust ha cominciato in allegria, con i pastiches e con gli échos, le cronachette mondane. Ma germoglia dal cant inglese, l’ipocrisia come rispetto umano, e quindi è falso, e falsa realtà e rapporti.

letterautore@antiit.eu

mercoledì 15 dicembre 2010

Non si farà la riforma della giustizia

Sarà l’offa per il ritorno di Casini nell’alleanza di governo, e di molti dei finiani nella maggioranza: l’abbandono della cosiddetta riforma della giustizia. Che poi una riforma non è delle procedure, e dei processi, nel senso di un giudizio rapido e certo, ma dei privilegi dei giudici. Che per questo motivo, per difendere la corporazione, insieme con la pompose inaugurazioni dell’anno giudiziario in ermellino, ultimo residuo della pompa fascista, difendono le carriere per tutti, a cieli aperti, senza giudizio di idoneità. E per questo vogliono molti posti di vertice.
C’è chi scommette che senza riforma anche il legittimo impedimento sarà approvato. Passerà cioè al vaglio della Consulta tra un mese del professore De Siervo, altro illustre giureconsulto casiniano. È un fatto che la famosa riforma è sempre stata agitata più che proposta da Berlusconi nella sua ormai lunga carriera politica: mai progettata realmente, cioè, mai approntata in articolato, né calendarizzata nei lavori parlamentari, mai impegnando il governo e i suoi media.

Il partito dei giudici

È una coincidenza, ma è anche un fatto: il nuovo centro-sinistra con Fini sarebbe solo il partito dei giudici. Niente lega insieme Fini, il Pd e Di Pietro, non la legge elettorale, non il federalismo, non la riforma del lavoro, non la politica dell'immigrazione, solo il patrocinio dei giudici. Che per questo non li indagano, e se debbono li assolvono in istruttoria ad horas. In cambio non chiedendo niente, se non, appunto, che non si cambi l’ordinamento della professione. Anzi, della professione che non si tocchi solo un punto, la commistione di accusa e giudicatura. Per la possibilità doppia che essa dà di maturare avanzamenti, in qualità di giudici e in qualità di procuratori.
Le 156 Procure offrono altrettante posizioni di Procuratore Capo, raddoppiate da quelle di Vicario. Più altrettante di Procuratore Generale. Più altrettante di Procuratore Capo e Vicario delle Procure Antimafia – l’ottimo progetto di Giovanni Falcone che i giudici hanno snaturato a predellino di piccole posizione di potere. Un migliaio di posti di comando. Che sommati a un numero doppio di posizioni nella magistratura giudicante, penale e civile, in Tribunale, Assise, Appello, coprono un terzo di tutta la magistratura.

La sconfitta di Fini scompagina la sinistra

Fini ha sfiduciato Berlusconi, certo di abbatterlo, ma la sua mozione è stata bocciata. Il fatto è questo. Era inevitabile, con un "compagno di strada" diventato d’un tratto non solo il peggior nemico di Berlusconi, cui deve praticamente tutto, ma anche laicista e ribaltonista, e inevitabile è emerso martedì un fronte non solo frantumato della sinistra, ma nella confusione e senza idee - dare credito a Fini... Nel blocco berlusconiano non sono pochi, ex socialisti ed ex radicali, che spingono verso un rilancio d’iniziativa politica a tutto campo, anche fuori degli steccati.
Specie per quanto riguarda i temi etici, con un voto sul testamentio biologico, e una revisione della 190 sul termine massimo per l'aborto, riducibile da 24 a 21 settimane. Sul presupposto non peregrino che se la maggioranza ha ora meno voti, tuttavia è più omogenea, o come dicono coesa. E senza alternative: follia pensare a un governo Tremonti con Fini, o viceversa, ipotesi che pure ci hanno propinato.
Fini ha tentato con la mozione un nuovo Raphael – dev’essere la sua idea politica dominante, prendere il potere mandando in piazza gli psicolabili con lo sdegno. L’ha fallita, e non poteva essere che così. Intanto perché Berlusconi non è Craxi - eh sì, sa riconoscere i nemici, e non si lascia intimidire. Ma soprattutto perché il Vaticano ha schierato i cardinali, di fronte al suo laicismo assurdo. E Napolitano ha raffreddato la sfiducia rinviandola. Un atto di vera politica – che fa da sola capire l’abisso con l’incapacità e il golpismo (lo scarso o nullo senso della istituzioni) di Scalfaro: trovarsi un governo Fini-Casini-Bersani-Di Pietro, e passare alla storia quale affossatore dell’euro, deve aver fatto temere al presidente della Repubblica un’altra Santorini, lo sconvolgimento che quattromila anni fa fece scomparire la civiltà dal mediterraneo.
Fini non poteva che perdere, ma gli esiti li paga la sinistra. Il primo segno di debolezza è visto nella dipendenza da Fini. Più che i finiani, capaci come si è visto di smarcarsi, sembrano rimasti succubi di Fini personaggi come la Bindi e Franceschini, e lo stesso Bersani. Che si trincera dietro un “l’avevo detto”. Bersani aveva detto: “Comunque vada, per Berlusconi è una sconfitta”. Anche Vendola ha deluso, il presidente della Regione Puglia che Berlusconi pronosticava leader del centro-sinistra. In una mossa poco pubblicizzata ma sintomatica, ha fatto giudicare “non conformi alle regole” i carichi d’immondizia napoletana che si era impegnato a smaltire, e “respingere alla frontiera”. Tutto per non consentire al governo, e cioè a Berlusconi, di annunciare magari a Natale di avere ripulito Napoli – tenendo perciò Napoli nell’emergenza. E magari per confluire al disordine che s’immaginava per martedì.
Quella dei “disordini organizzati” è in questo momento la preoccupazione maggiore dei berlusconiani. L’orrenda giornata del 14 dicembre avrebbe oscurato il 12 dicembre di piazza Fontana non a caso, e le reazioni dei partiti di sinistra, compreso quello degli ex neofascisti, sono giudicate peggiori delle cosiddette manifestazioni spontanee, e confermano i peggiori dubbi. Si denuncia anche come ripetizione del copione di quarant’anni fa la compiacenza, quando non è giubilo, dei maggiori giornali, che riferiscono degli assalti come di una ragazzata, una fiammata che avrebbe coinvolto tanti ragazzini altrimenti spensierati. Mentre nella sinistra politica ci sarebbe la stessa sottovalutazione, pari pari come nel 1969, alle radici del terrorismo: l’assalto a Roma è opera dei black bloc, di provocatori, di squadracce, i manifestanti erano pacifici e bravi, la questura deve rispondere del finanziere fotografato con la pistola in mano. Una valutazione che sarebbe contraria all’evidenza: l’assalto durato alcune ore, coordinato, quindi organizzato e non estemporaneo.

Il 14 dicembre come il 12 dicembre

Sommersa dai media nel dibattito politico, tra gli eterni Fini, Casini e Berlusconi, il 14 dicembre di Roma è oggetto di molto allarme all’Interno. Che sapeva di una giornata di manifestazioni organizzate, ma non nell’ampiezza e della forza che si è manifestata, tale da oscurare il punto più oscuro della storia della pubblica sicurezza, il 12 dicembre 1969 a Milano, la strage di Piazza Fontana.
Molti gli interrogativi preoccupati che circolano per il Viminale. Chi ha portato a Roma i centri sociali del Nord Italia, il giorno della sfiducia? E i disoccupati napoletani? Che c’entra la Fiom con gli studenti di Roma? Che c’entrano gli studenti di Roma col voto di sfiducia? E dov’erano i black bloc? Ritorna, sebbene non detta, la sindrome del 1969, delle manifestazioni infine culminate nella strage. Allora invece che dei black bloc si parlava di anarchici, ma la sottovalutazione o la confusione sarebbe la stessa.
Analoga, sebbene anch’essa non detta, la sensazione che la politica sia oggi altrettanto debole e confusa che nel 1969. Decisa a contrastare la violenza, ma incapace di prevenirla, e anche di confrontarla nelle sue esatte dimensioni. Che sarebbero soprattutto politiche, e non limitate ai facinorosi o agli avventuristi.

martedì 14 dicembre 2010

Battista, o l’antipolitica feroce di Milano

Pierluigi Battista si deve aggrappare al libro di Serena Vitale, “A Mosca! A Mosca!” per denunciare lunedì sul “Corriere della sera” la spessa cortina di disinformazione che il sovietismo ha stesso sui suoi orrori. In una rubrichina di commenti poco letta. Dove si alterna, una volta al mese o due, con Piero Ostellino, altro liberale residuo del giornale. È proprio vero che i liberali sono finiti allo zoo – almeno, quelli che non sono andati al governo con Berlusconi. Sicuramente quelli del “Corriere della sera”, il giornale di Milano, e della feroce antipolitica della capitale morale d’Italia – “organizzare” cinque o sei cortei, per fortuna andati deserti, a Roma attorno al Parlamento il giorno del voto di fiducia, portando nella capitale come massa d’urto i disoccupati napoletani, che non vanno in giro per niente, è ferocia antipolitica.
Non c’è potere o simulacro che tenga: Milano ha imposto e impone all’Italia Bossi e Berlusconi, e ogni giorno li svilisce, ha imposto e impone Mani Pulite, e ogni giorno moltiplica i corrotti e i corruttori, i giudici compresi, chiede più mercato e meno Stato, ma per conto del Sud, a Milano le sovvenzioni e le aziende pubbliche ci devono essere. Si capisce che il sovietismo italiano non abbia mai fatto ammenda, soprattutto a Milano, e soprattutto al “Corriere della sera”, dove non pochi delitti ha commesso, nel giornale, nel sindacato, nelle politiche aziendali, in forma di censure, isolamenti, siluramenti, e ruberie autorizzate.
Forse per questo Battista deve lanciare la sua invettiva sotto specie di recensione. Perché “A Mosca! A Mosca!” del sovietismo si occupa poco, se non incidentalmente, per i danni che la Vitale, recandosi a trovare Viktor Sklovskij, provocava non volendo a un vicino del linguista, sospettato di essere un dissidente. Non ci sono i compagni italiani a Mosca, o a Praga, non c’è l’hotel Lux, dove i compagni di notte sparivano, denunciati da altri compagni, non c’è l’alcolismo dell’infame breznevismo. E anzi c’è, da ridere certo, la moria provocata dall’antialcolismo di Andropov e Gorbaciov: Serena Vitale è insomma essa stessa politicamente sensibile, sa che non bisogna incidere il sovietismo residuo, imperante nell’editoria e la comunicazione. Battista allora osa di suo, rinforzando la finta recensione con l’irreducibile Kundera: era l’epoca in cui “il poeta regnava a fianco del carnefice”. E con Vargas Llosa al premio Nobel.
Battista del resto avrebbe potuto fare meglio della slavista, raccontare la sua defenestrazione dalla vice-direzione del giornale, insieme con Dario Di Vico e col direttore Paolo Mieli, non molto tempo fa, un paio d’anni, per dare mano ai dossier e ai “padroni”, di cui i sovietisti impenitenti sono gli ascari fedeli, nella loro battaglia contro la politica. Avrebbe almeno potuto dire perché nessun giornale, compreso il suo, non ha dato conto del discorso di Vargas Llosa al premio Nobel. Si limita a citarlo: “L’intellighenzia dell’Occidente sembrava, per frivolezza o opportunismo, soccombere al’incantesimo del socialismo sovietico o, peggio ancora, al sabba sanguinario della rivoluzione culturale cinese”. Insomma, si può criticare “Milano” in una colonnina delle 56 pagine del giornale, ma con prudenza.

Wikileaks e l’inutilità delle ambasciate

Più si leggono i dispacci dell’ambasciatore americano a Roma Thorne, più si resta stupefatti: Wikileaks più che i segreti rivela la stupidità delle ambasciate. Che non è nuova, già ai tempi degli ambasciatori veneti, il periodo e la storia più segnalata della diplomazia, se ne parlava male. Ma Wikileaks ne rivela anche l’inutilità: l’ambasciatore fa i riassunti di “Repubblica”, un giornale che si compra liberamente a un euro, mentre ha a disposizione una struttura di un paio di centinaia di persone, alcuni con forti budget di relazioni esterne, e cioè con molti confidenti e informatori (tutti spesati in alloggi di lusso, e con molte guardie, auto corazzate e altre strutture di sicurezza contro il terrorismo). E non trova di meglio che mettere in imbarazzo il suo governo. Che senza l’Italia in Afghanistan vedrebbe crollare il pilastro principale della sua politica sul fronte islamico. E senza l’Italia nel Medio Oriente, in Libano, Libia, e anche in Iraq, avrebbe molti altri fronti aperti. Mentre in Russia il gas ha disinnescato le residue voglie di superpotenza missilistica – questo lo vede un cieco.
Sicuramente gli Usa hanno più intelligenza diplomatica dei loro ambasciatori, ricchi come sono di think thank, università, centri studi, circoli, gruppi di pressione. Non si spiega altrimenti l’incontestato predominio americano sul mondo intero, lungo ormai due terzi di secolo. Ma l’ambasciata inutile è un orpello o un sitomo?

La rivoluzione si fa da Murdoch

Ore 14, la Camera respinge la sfiducia a Berlusconi, per Sky Tg 24 è un dettaglio. Anzi, per il tg di Murdoch non è successo nulla: non è stata bocciata la mozione di Fini contro Berlusconi, ci sono solo incidenti in giro per Roma, provocati dalla polizia in assetto da guerra, con abbondanza di immagini, e naturalmente dai black bloc, cioè dai ninja della rivoluzione – Murdoch conosce le parole: la rivoluzione è buona, il potere scatena i provocatori. Varie postazioni sono state organizzate nei luoghi degli scontri previsti, a cui i conduttori devono fare riferimento a scadenza. I reporter non sanno che dire poiché i manifestanti non ci sono, e allora la regia indugia minacciosa attorno a un innocuo elmetto antisommossa, appeso a un paletto antimotorini. Il cronista parlamentare al Senato riferisce di un senatore che ha trovato le misure di sicurezza “più gravi di quella del ‘77” alla Sapienza. Parla di “presidio dei luoghi del potere”. Parla diffusamente di una “manifestazione di popolo” contro la riforma Gelmini – quale riforma, dell’università?
Dopo mezz’ora, riorganizzate le idee, una bellissima giornalista con bellissimi boccoli rossi non riesce a infiammare un accasciato Follini contro Berlusconi: Follini arriva anzi al punto di dire che Fini, l’autore della mozione contro Berlusconi, si dovrebbe dimettere, e a questo punto il collegamento finisce. La bellissima rossa fa allora vedere gli incidenti alla Camera, in cui i finiani si scagliano contro una deputatessa, e mette in circolo la parola “provocazione – cioè: i signori di Fini sono stati provocati dalla deputatessa. Piero Sansonetti, giornalista onesto, non può avallare la provocazione – “Berlusconi ha vinto, non si può dire un’altra cosa”. E allora alla bellissima si spengono gli occhi.

Parentopoli è l’indigenza politica (ex) fascista

Amici di liceo, di botte (politiche), di rugby, di curva Sud: il campionario dei manager scelti per le aziende del Comune di Roma dal sindaco Alemanno, che ora emerge con le inchieste sulle assunzioni di amici e parenti, caratterizza la cultura di destra al governo. Di una certa destra, quella ex neo fascista, che la lunga astinenza nella storia della Repubblica ha confinato all’inerzia, e quindi all’incapacità. è forte per questo la delusione nella cerchia della Polverini, il presidente della Regione Lazio, e tra i residui socialisti e democristiani del partito di Berlsuconi. Alemanno, che da ministro dell’Agricoltura aveva dato qualche segno di capacità politica, da sindaco si è scelto a collaboratori, invece che dei manager capaci, quali una grande città con grandi aziende richiederebbe, i camerati di una vita. Quasi che la gestione di aziende così complesse e difficili fosse una rimpatriata. Un sindaco, una delle poche cariche di governo la cui stabilità è assicurata per un quinquennio, ha un forte strumento nella scelta dei manager, cariche da 300 mila euro l’anno attorno alle quali può assemblare capaci squadre. La gestione di Roma dimostra che per l’ex Msi questo è fuori dall’orizzonte.
Il fatto che il sindaco arrivi per ultimo a capire la gravità della gestione del personale nelle aziende comunali conferma che anche il fiuto politico è scarso fra gli ex camerati di Fini, nonché la capacità gestionale – l’esperienza all’Agricoltura sarà stata accidentale, o forse è l’esito di una tecnostruttura migliore della media (tutti i ministri dell’Agricoltura da qualche anno fanno bene). Non per accidente nessuna proposta o piano, o progetto, è venuto da questi ex giovanotti nei quasi vent’anni in cui hanno girato attorno e dentro il potere. L’unica legge che si ricordi, la Bossi-Fini, è forse la peggiore nella storia della Repubblica. L’uso strumentale della giustizia è il degno complemento di questa indigenza: la Procura che si muove contro Alemanno su iniziativa di Fini.