Cerca nel blog

sabato 15 settembre 2018

Problemi di base del rientro - 446


spock

Perché la scuola finisce alle 4 e il lavoro alle 6?

Il 45 per cento degli italiani è sovrappeso o obeso: effetto della dieta mediterranea?

Gioisce Roma perché un giudice infine l’ha detta mafiosa: c’era un campionato?

Cosa si vince a essere dichiarati mafiosi?

Va Savona, invitato e applaudito, al festival di Sinistra Italiana: Mattarella non l’ha voluto, facendo un carnevale del primo governo Conte, perché di sinistra?

Perché il partito Democratico (italiano) teme la sinistra?


spock@antiit.eu

Ma il viadotto era già assassino


Si celebra (?) il mese dal disastro del Polcevera tra solenni promesse che tutto tornerà come prima, tra un anno, tra un mese, tra un giorno. Nessuno che dica che quel viadotto è un mostro , fra i tanti ecologisti puristi che riempiono il governo e i media. Quattro carreggiate dense di autoveicoli ogni minuto di ogni giorno e ogni notte, soprastanti migliaia di abitazioni e decine di migliaia di persone, che avvelenano di rumori assordanti costanti e di di polveri, sottili e grosse. Il viadotto era già assassino, lo è stato per cinquant’anni. Non c’è da spiegare che non è vita sotto un viadotto.
Il viadotto crollato è l’ultimo, un degli ultimi, misfatti della “rivoluzione urbana” degli anni 1950, che riempì le città, sull’esempio americano, da Houston a Boston, di autostrade e nodi stradali in sopraelevazione sui centri abitati. Della circolazione elevata a feticcio. A danno dei poveri delle abitazioni sottostanti, e dei non poveri.
Una urbanistica attiva in Europa, che va al carro Usa, ancora negli anni 1960, di cui non solo Genova, anche Roma ha un esempio illustre, l’orrida Tangenziale Est, che è invece al centro della città, monumento all’allora ferreo connubio di Italcementi e Italsider, privato e pubblico uniti nella lotta.

L'Inquisizione speciale - cronache dell'altro mondo 7

Un anno e mezzo di indagini, una giustizia speciale condotta con molti mezzi, da un professionista della specialità, Mueller, e il Russiagate non fa un passo. La prova della collusione di interessi americani, Trump per esempio, con la Russia per vincere le elezioni. Si arrestano e si condannano molti, per evasione fiscale, riciclaggio, false comunicazioni sociali, molti avvocati, con un sentore di semitismo-antisemita, ma non si trova la prova della collusione. Non si cerca.
Si può ipotizzare lo “special prosecutor” Mueller un espediente per evitare di affrontare il caso? Non sarebbe la prima volta, l’America si diverte a essere “divertita”, - condotta per la tangente, presa, si direbbe in toscano, per i fondelli. Il  Russiagate ha cancellato le rivelazioni di Snowden,  appena cinque anni fa,  sulla sorveglianza elettronica americana - crrta, quella, autorizzata dal governo.
Special prosecutor, inquisitore speciale, l’America del Millennio si delizia di terminologie e funzioni inquisitoriali, da chiesa medievale. Professandosi agnostica, e anzi atea. Non per ignoranza, evidentemente: io e il mio Dio sono all’origine dell’Inquisizione storica come del protestantesimo, più o meno puritano.
Mueller, un altro tedesco che fa le cose in America, come Trump. Non è che la Germania fa rivivere il vecchio sogno dell’impero via Usa?

Calabria, storia di un impoverimento


Finalmente una storia documentata – l’appendice è ricca di una quarantina di documenti. E scorrevole alla lettura. Anche se con incomprensibili economie: un indice dei nomi sarebbe stato benvenuto, e perché non corredare le citazioni col nome dell’autore, e i documenti dei riferimenti originali (lingua, anno, luogo, etc.)?
Ancora prima che dai Normanni, ultima migrazione tribale dei predoni girovaghi del Nord-Est, il Sud era ambito dagli imperatori. Federico Barbarossa fece sposare sposare al figlio-erede Enrico VI  la zia dell’ultimo re normanno, Costanza, alla quale il regno sarebbe toccato in eredità. E alla morte d Guglielmo II il Buono ne prende possesso. È una storia che avrebbe potuto essere diversa, non fosse stato per gli errori di Federico II, che indebolì l’impero, e il regno del Sud.
Questa è una delle revisioni di Caridi, cui lo storico procede pianamente, matter-of-fact, senza polemiche. È riabilitato il cardinale Ruffo, quello che riconquistò Napoli per i Borboni. Sulla scorta peraltro di Croce, che del cardinale aveva messo in risialto la natura carismatica e non sanguinaria – fu Nelson che, contravvenendo ai patti, fece trucidare gli esponenti della Repubblica partenopea. Di Federico II il ritratto è in controluce. Molto è question e di fiscalismo eccessivo, di moltiplicazione dei nemici, e di incostanza nelle decisioni, più che delle celebrate doti di mecenate e promotore delle arti e la poesia. Lasciando alla morte la Sicilia divisa in una “repubblica delle vanità”, secondo un cronista (senza nome…) dell’epoca. È invece apprezzato il mezzo secolo aragonese, di Alfredo il Magnanimo e Ferrante.
Una storia attenta ai fatti economici e demografici. Il coté politico essendo presto detto: una lotta di sei secoli dei baroni, eredità normanna, contro i tentativi della corona, angioina, aragonese, spagnola, asburgica, borbonica, di creare uno Stato, una nazione. Una storia prevalentemente di scontri, fra la feudalità e i re di Napoli, a partire dagli Aragonesi nella seconda metà del Quattrocento. Contro i quali i baroni giocarono gli stessi Angioini, e poi la corona francese, fino a provocare la rovinosa discesa di Carlo VIII.
Una regione ricca, malgrado la feudalità. Tanto arcigna sui propri “diritti” quanto “assente”, cioè inerte, incapace. Di baroni che hann protetto fino all’arrivo dei francesi a fine Settecento feudi dei quali si disinteressavano, anzi si gloriavano d non sapere nulla - per puntiglio. Una regione ricca malgrado avesse la sua produzione principale, la seta, soggetta a concessione governativa, e quindi contingentata, con arbitrio più o meno fondato. Con una sperequazione fiscale enorme, a vantaggio dei nobili, e ancora di più degli ecclesiastici, che non pagavano niente – da qui i tanti ecclesiastici.
Una storia che di per sé è una vindication, rispetto alla tabula rasa, da terra nullius, l’ideologia dell’unificazione. Le guerre dei baroni, la feudalità senza obblighi, l’ingiustizia fiscale, la storia si direbbe di malgoverno, nulla di nuovo. Ma nemmeno questo è vero: il Regno del Sud fu il primo, una volta indipendente, sebbene sotto la corona spagnola, borbonica, a illuminare la legislazione, a metà Settecento, quando il resto dell’Italia, e gran parte dell’Europa, navigavano ancora nell’oscurità, forte di molti cervelli di prestigio, Galiani, Genovesi, Filangieri, Tanucci, Grimaldi, Galanti.
La Calabria è sempre stata dipendente da Napoli, nel regno di Napoli prima, e poi, con Carlo di Borbone, delle Due Sicilie, quando l’isola dopo cinque secoli fu ricollegata al continente. Ma più che vittima se ne può dire compagna di sventura.
Giuseppe Caridi, La Calabria nella storia del Mezzogiorno, Città del Sole, pp. 335 € 16

venerdì 14 settembre 2018

Letture - 358

letterautore


Dante – È il prototipo dell’esiliato, e insieme di chi ha visto e vissuto solo nella sua città, nella sua patria. È l’esiliato per eccellenza, per venti anni di fila senza intermissione, la metà dei suoi anni attivi. Ed è il fiorentino per eccellenza.

Gor’kij- Protetto di Lenin, Bucharin e Kamenev, Stalin lo fece uccidere col veleno dal suo stesso amico Yagoda, capo della Cekà. E insieme lo decretarono santo martire della rivoluzione.
Gor’kij a Capri, nel lungo esilio prima della guerra, fu noto per essere ricco, elegante e burlone, ma era un duro: voleva ed esaltava l’odio di classe, il lavoro forzato, la polizia segreta, le doti di Stalin. Non abbastanza però. Anche se morì a un’età quasi giusta, di sessantotto anni.
Yagoda verrà ucciso poco dopo, insieme con Bukharin, Rykov e i medici del complotto trockista di destra. Già il figlio di Gor’kij, Max, era morto della stessa “polmonite” che poi fulminerà il padre. Genrikh Yagoda era anche l’amante della moglie di Max.

Innocenza Usa – È invenzione di Henry James? Un lampo malevolo sull’ortodossia jamesiana, di cui sono eco molto #metoo e molta cronaca quotidiana, è anticipato da Harold Acton nei racconti “Fin de race”, “Flora’s Lame Duck”, “Variations on the theme”, della raccolta “The Soul’s Gymnasium and other stories” (“Fin de race” è tradotto, nel volumetto con lo stesso titolo). Sulla “innocenza americana”, della yankee giovane, di fronte alla dissolutezza europea, uno dei temi di Henry James – di cui Mark Twain farà la satira, nel libro di viaggi “Innocenti all’estero”, e anche Isak Dinesen in qualche racconto. Un lampo che lo stesso scrittore anglofiorentino sintetizza vigorosamente nel prologo: “Con tutto il dovuto rispetto e l’ammirazione che Henry James si merita, è giunta l’ora di demolire la sua tesi forzata sull’innocenza americana vittima della corruzione europea. Ho assistito a troppe testimonianze in contrario, ingenui giovani italiani sedotti e abbandonati da sgualdrinelle americane o irretiti con la promessa di un viaggetto nell’Eldorado.  Più di un sempliciotto meridionale è abbagliato da quei rapidi coiti di simpatia seguiti da indifferenza e oblio”.

Vernon Lee – Una “bas-bleu”, una mezza calzetta intellettuale per Harold Acton, nel prologo ai suoi racconti fiorentini, “Fin de race” - nella comunità queer, come usava dire prima degli Lgbt, non si era teneri. Ma Acton è equanime – lui si definiva “un esteta”, alla Oscar Wilde: V.Lee aveva dei meriti (oltre ad aver scritto racconti che si rileggono con più interesse?). Così ne scrive: “Le bas-blues letterarie” angofiorentine, “Vernon Lee a Maiano e Janet Ross a Poggio Gherardo, possedevano un campo d’interessi più ampio di quello che riscontriamo oggigiorno, oltre a una conoscenza più profonda dell’Italia. Avevano trattato da pari a apri J.A.Symonds e H.James” – “Vernon Lee” anche Mario Praz, che ne ha lasciato un ritratto ammirato, di conoscenza del Settecento italiano se non  di avvenenza.

Majakovskij 2 - Non c’erano suicidi nei lager di Hitler, i templi della disperazione, mentre i migliori si suicidavano nella rivoluzione, specie nella rivoluzione russa. Contro il “futuro proibito”, dirà Jakobson, il futuro che doveva resuscitare gli uomini del presente. “Sparano a me per tutti,\ sgozzano me per tutti”, Majakovskij aveva divinato, “il tredicesimo apostolo”. Sapendo di morire per non morire, lui che progettava “l’officina delle risurrezioni umane”. Una religione rivoluzionaria che era il rifiuto della morte e dell’inferno, della morte temporale e della morte eterna, anzi dello stesso Giudizio Universale, sia esso a opera di Dio o di Stalin. Attraverso la mobilitazione di tutta l’umanità per la causa comune.

Di Majakovskij Jakobson disse: “Una generazione che ha dissipato i suoi poeti”. Voleva dire una rivoluzione? L’entusiasta Vladimir è inciampato nella “merda pietrificata” del regime. E Benjamin, perché no? Walter Benjamin, portato da una compagna a morte solitaria alla frontiera spagnola, la sua meta agognata. Un filosofo che muore senza neanche un biglietto d’addio, i filosofi scrivono tanto, e senza tracce in vena della morfina che la compagna, Henny Gurland, asserì d’avergli visto iniettarsi. Vittima, comunque la si giri, del patto Ribbentrop-Stalin.

Cosa resta? Che “la maggiore felicità possibile va ripartita colla maggiore uguaglianza possibile, tale è il fine cui deve tendere ogni legge umana”, Pietro Verri lo esigeva nel 1765. Mentre il vecchio Baader sa che le dottrine puramente economiche non possono che condurre al cannibalismo. Ma si muore pure di cultura. Il compagno Althusser, filosofo severo, trovava che Stalin ha deviato dal marxismo per una “contaminazione del movimento operaio col feticismo dell’uomo,” che è “alla base dell’ideologia borghese”. Il maestro è severamente antiumano. In una storia di Buber questo è il “progetto” del potere: “Abbassare i superbi e elevare gli umili, per dominare sul mondo”.
Majakovskij, di suo, andava di corsa. Di più nel miraggio della rivoluzione.

Maria Vergine - La Vergine è tornata di moda nel Millennio. Non quella storica, dei Vangeli, ma la sua figura. Almeno due romanzi in libreria Roselina Salemi scova su “Io Donna” con protagoniste adolescenti madri vergini: “Madre Nostra”, aurore Stefano Paparozzi,  e “I figli di Dio” di Glenn Cooper”. In un’epoca di desessualizzazione, un risarcimento – una ricerca di?

Poeti russi – Muoiono giovani e non si sa perché. La poesia del futuro avrebbe fatto grande la Russia, secondo Majakovskij. La poesia ancora non identifica la Russia, diceva, non come l’icona, il balletto, ieri i romanzi, la musica oggi, ma presto sarà cespite ricco di esportazione, la Quinta Internazionale. Se non che i poeti russi muoiono giovani, nel primo Ottocento e nel primo Novecento, tendono a morire a un’età che i calendari considerano giovane, e la Quinta Internazionale resta incompiuta: Ryleev di trentun anni, giustiziato, Del’vig di trentadue, Griboëdov di trentaquattro, Puškin di trentasette, Lermontov, che trovò il tempo per valorose campagne nell’esercito, di appena ventisette, pure lui, per mano del maggiore Martynov, in un duello provocato dagli ufficiali della guarnigione di Piatygorsk per compiacere lo zar Nicola I, che quindi poté dire la frase famosa: “A un cane morte da cane”. Nel Novecento Chlebnikov è morto di trentasette anni, di vagabondaggio e miseria, Gumilëv di trentacinque, di piombo rivoluzionario, Blok di quarantuno, di toska, la fatica di vivere, ubriachezza e amori infelici, Esenin e Majakovskij, i due vitali-sti suicidi, di trenta e trentasette, Mandel’štam di quarantasette, ai lavori forzati nel ghiaccio. Trentasette potrebbe ritenersi l’età fatidica, segnata da Puškin e Majakovskij, dieci più dei poeti del secondo Novecento. Altri sono impazziti o emigrati, morti civili, quasi tutti infine suicidi. Se ne può fare una nuova ontologia, da occidentali che infine rispondono per le rime agli slavofili del Filioque: perché la Russia uccide i poeti? E perché li uccide giovani? Era il comunismo? Sì, ma prima?
Sotto il letterato Stalin, se non per sua mano, i poeti che l’adoravano sono finiti male, Majakovskij, Gor’kij, Babel’, si salvò chi resistette, Pasternak, Bulgakov, Šklovskij, Tynjanov.

Radclyff Hall – Poco intellettuale e molto provinciale la dice Harold Acton, tra gli anglofiorentini. La ricchissima ereditiera Marguerite Radclyff Hall, che tralasciava il nome di battesimo per nascondere il sesso, “sfoggiava il suo femminismo in abiti maschili, ma non era un’intellettuale, e Firenze fece poca presa sul suo provincialismo parrocchiale”.


letterautore@anntiit.eu

Nazionalismo, populismo, complottismo


Si è acculati da troppo tempo dall’Europa, e cioè proprio dal foro cosmopolita per eccellenza, ad atteggiamenti nazionalistici, e non è una buona cosa. Una prospettiva nazionalista non è buona cosa: nel vasto mondo che cosa è l’Italia? Ma bisogna pure difendersi, se aggrediti. C’è una guerra giusta, e il suo principio è questo, la difesa contro le aggressioni.
Parla Draghi contro il governo italiano, nello stesso giorno in cui la Commissione Ue trova a Roma tanti “piccoli Mussolini”. Naturalmente l’attacco non è concordato, non c’è l’ora X, ma lo è: Moscovici e Draghi pensano e parlano allo stesso modo, e non sono i soli, non parlano a titolo personale. I loro rilievi possono essere più o meno fondati, ma poiché si tratta di opinioni sono insieme fondati e infondati: critiche di questo tipo, volontarie (si possono anche non fare), si fanno per aggredire. La reazione è perciò necessaria. Per questo, ma anche se Draghi, o Moscovici, parlassero in deliquio singolo.
La difesa è però problematica. Perché automaticamente accula al fascismo, o al populismo. È in questo l’aggressività dei rilievi di Draghi e Moscovici: che sono insidiosi. Hanno già fatto male, prima che una qualsiasi difesa sia apprestata.

Draghi ritrova la parola, contro l'Italia

“Danni dalle parole del governo”: ritrova la parola Draghi, dopo averla smarrita per alcuni anni, a partire da quando parlò lui stesso. Nell’estate del 2011, attraverso le confidenze al gruppo l’Espresso-la Repubblica, che hanno affossato l’Italia, forse definitivamente.  A rimorchio della Deutsche Bank dell’avventuroso Ackermann. Con la coda del ministro delle Finanze tedesco Schäuble e del presidente della Bundesbank Weidmann, che a settimane alterne, per un anno buono, hanno stimolato “i mercati”, sempre contro l’Italia – Draghi allora taceva.
Draghi, in uscita dalla Bce, è candidato da Lor Signori, come si chiamavano nelle prime repubbliche, a guidare l’Italia, e quindi fa l’anti-governo. Non potrebbe, ma pazienza, è il male minore fra i suoi tanti. Draghi è quello che ha affossato l’Italia nel 2011, sottoscrivendo la lettera minatoria del suo predecessore Trichet al governo Berlusconi-Tremonti, e rendendola pubblica, attraverso indiscrezioni mirate. Ed è lo stesso che, purtroppo patrocinato dal presidente Ciampi, ha condotto l’Italia alla rovinosa partecipazione a un euro inteso come supermarco. Con un cambio lira-euro penalizzante, e anzi assassino. Senza avere prima consolidato il debito. Forte di coefficienti euro rigidi, il 60 per ceto del pil eccetera.
Draghi è ora famoso, e benemerito, perché, quando l’America spingeva per fargli scoppiare l’euro in mano, ha disposto l’estrema difesa. Che era poi nient’altro che il “quantitative easing” disposto dalla Federal Reserve e dalla Bank of England cinque anni prima, con la tempestività necessaria che l’ortodossia tedesca ha impedito in Europa.
Ha del resto salvato i debiti (l’euro) dopo aver salvato le banche tedesche con la “grande Bertha”, come la dissero grati i consiglieri economici della cancelliera Merkel, una cannonata: un gigantesco prestito a tre anni a bassissimo costo a tutte le banche, ma mirato ad avvantaggiare le banche tedesche, olandesi, belghe e austriache. È la prima cosa che Draghi ha fatto subito dopo il suo insediamento l’1 novembre 2011, quando il debito italiano era a quota 500, o 600. Fu solo un anno dopo che intervenne con altrettanta determinazione a salvare l’euro. Creando, e annunciandolo irrevocabile, lo strumento nuovo delle Omt, Outright Monetary Transactions, operazioni monetarie di acquisto senza limiti di titoli di Stato di paesi membri in caso di attacco contro gli stessi, quindi contro l’euro. Lo fece quando la minaccia ai Btp si era dissolta. Ma lo fece bene: senza formalità, sul mercato secondario come un qualsiasi operatore, con la stessa prontezza.
L’uomo cioè i mezzi ce li ha, non è uno sprovveduto. Non è innocente. E non parla a vanvera. È anche l’uomo di Goldman Sachs. E del “Britannia”, il panfilo della regina Elisabetta sul quale fu decisa venticinque anni fa la privatizzazione dell’ingente patrimonio statale italiano.. È l’uomo del famoso “vincolo esterno”, di un’Italia da tenere al guinzaglio – di chi?


















Donne che si fanno gli uomini

Un mondo desueto. Come il titolo, come il francese del titolo.  Ma già lo diceva Henry James un secolo prima, nel 1884, nella citazione che Acton pone in esergo: “L’aria consueta in cui sbocciano questi particolari fiori della fantasia è un’aria che abbiamo cessato di respirare quasi del tutto”. Quella degli angloamericani in Europa, a Firenze o a Parigi. Qui siano al 1982, “Racconti fiorentini” è il sottotitolo.
L’abbandono viene da lontano, spiega Acton nel prologo. Dall’abbattimento delle mura che proteggevano la città dagli elementi. L’abbattimento ha scatenato “la feroce tramontana”: “Firenze era “soggiorno invernale, specialmente prediletto da ufficiali anglo-indiani e pubblici funzionari a riposo”, mentre “oggi può essere la più calda e la più fredda delle città italiane”. Ma non c’erano solo ufficiali e funzionati. Firenze era una città di belle e grandi librerie, e quindi di grandi lettori. Uno dei racconti è dedicato a Pino Orioli: “A Firenze ho ancora da scoprire una libreria paragonabile a quella di Pino Orioli dopo che lui ci ha lasciati”.
L’ambiente anglofiorentino era anche di grandi ricchi, come Acton rimarca sottotraccia in questi racconti – compresi lui stesso e la sua famiglia, bisogna aggiungere, paterna e materna (lui vivrà da scapolo), di ricchi collezionisti. E di grandi artisti: ci hanno soggiornato H. James, Edith Wharton, D.H.Lawrence, Vernon Lee, Aldous Huxley, Isadora Duncan, Bernard Berenson, Norman Douglas, Osbert Sitwell tra i tanti. Di alcuni di essi Acton traccia nel prologo rapide silhouettes. Le memorie di O. Sitwell segnalando come specialmente interessanti, per la comunità dei mercati e collezionisti d’arte, e per gli anglofiorentini in genere.
Una scelta dalla raccolta “The Soul’s Gymnasium”, di racconti queer, di quando ancora, nel 1984, il genere non era “liberato”, aggressivo. Racconti di spensierata ricchezza, appena rimproverata. Di persone e storie quindi eccessive, bizzarre. Ma tutte, curiosamente, di donne che si inventano gli uomini - sul genere devoto-divoratore. Donne naturalmente americane – la mamma di Acton lo era. 
Harold Acton, Fin de siècle Passigli, remainders, pp. 133 € 4,13

giovedì 13 settembre 2018

Macron alla Farnesina, la Libia a Parigi


L’ambasciatore a Tripoli Perrone dà un’intervista a una tv locale, ai primi di agosto. in arabo. Nulla di speciale, le solite profferte di amicizia, giusto per irrobustire la solidarietà manifestando la conoscenza dell’arabo. Macron se ne avvede e contrattacca. Avverte Haftar, che non se n’era accorto, manifestazioni sono organizzate a Bengasi e Tobruk, sparute ma minacciose. Il 12 agosto Haftar critica personalmente Perrone. A fine agosto la newsletter francese “Africa Intelligence” annuncia che “l’Italia sacrifica l’ambasciatore Perrone al generale Haftar”.  Detto e fatto – forse la traduzione della newsletter è stata lenta alla Farnesina: l’ambasciatore italiano a Tripoli è ora sfiduciato, dal ministro degli Esteri del suo paese.
Tutto chiaro. Manca il ministro italiano, Moavero Milanesi. Che non si sa chi è, ma fa il ministro degli Esteri al governo. È lui che dichiara Perrone persona non grata a Tripoli. Entrerà per questo negli annali diplomatici, ma questo non è il più importante: l’avventura di Macron in Libia sembrava senza sbocchi, ma Moavero gli ha steso un tappeto.
Questo Haftar è un generale di Gheddafi, uno che si vuole terribile e già “eletto”. Per anni si è proposto a Roma e al Cairo come uomo forte in Libia. Gli americani, credendo di giocare alla democrazia, hanno scelto un civile, e Haftar se l’è presa. Ha insistitito ancora con Roma, poi, eletto Macron, ha trovato breccia a Parigi: su di lui il presidente francese in cerca d’avventura punta per prendersi il petrolio della Libia invece dei legittimi operatori.
A Moavero Milanesi, il ministro degli Esteri italiano, non hanno forse spiegato che non si fanno affari con i libici battendosi il petto. Diciamo che è un innocente. Si era già spaventato nei giorni scorsi, quando gli hanno fatto credere che c’era la guerra a Tripoli e in ogni dove – mentre l’Eni pompava tranquillamente il petrolio.
Il curioso è che la posizione francese è fatta propria da “Il Fatto Quotidiano” e altri giornali minori.


A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (376)

Giuseppe Leuzzi


“Gli inglesi battono il caporalato” a Foggia, titola il “Corriere della sera”, nella “terra dei pomodori”. Dove però il caporalato non c’è, spiega il capo del’azienda inglese a Foggia, Princes Italia (un gruppo terzista, lavora per i marchi), incidentalmente: “Fatta 100 la raccolta di pomodoro in provincia di Foggia, non più del 10 per cento può avvalersi dello sfruttamento dei braccianti, perché il 90 per cento della raccolta già meccanizzato”. Torme di inviati, per gli incidenti d’auto di cui sono rimasti vittime braccianti immigrati, e niente: il Sud è già detto.

I Catalani sono ricordati al Sud, specie in Calabria e in Sicilia, per la violenza. Al soldo degli Aragonesi nella guerra contro gli Angioini nel Trecento, “i mercenari catalani, gli Almugaveri”, furono “tristemente noti per le razzie e gli atti di banditismo frequentemente compiuti a danno della popolazione” - Giuseppe Caridi, “La Calabria nella storia del Mezzogiorno”.

Yasmina Khadra, lo scrittore franco-algerino, è nato a a Kenadsa, nel Grande Sud dell’Algeria, e ci ha passato i primi anni. Ma il Grande Sud gli viene rivelato, già giovane scrittore, da un americano, Robert Clark

“È bello avere il più bel paese del mondo, ma poi bisogna meritarselo”, Brahim Loob, scrittore algerino.

I Normanni si sono impadroniti del Sud chiamati dai Longobardi e dai Bizantini, che il Sud governavano.

Palermo si arricchisce di architetture e decorazioni arabe non durante l’emirato ma dopo la sua sconfitta. Sotto i Normanni e poi sotto Federico II di Svevia: la Cubba, la Zisa, la Cappella Palatina, le tante opere musive di Monreale e altrove.

La Germania è lontana, dal Mediterraneo
Ottone II, imperatore del Sacro Romano Impero, padrone di fatto anche di Bisanzio in Italia per avere sposato Teofane, figlia del governatore costantinopolitano, muove con grande esercito contro gli arabi per sloggiarli e viene sconfitto a Reggio, nel 982. Viene sconfitto dopo avere vinto: quando aveva giù ucciso l’emiro e messo in fuga le truppe avversarie. Già allora la Germania non ci sapeva fare.
Col Sud Italia è andata alla Germania un po’ meglio, per il mezzo secolo o poco più fino alla morte di Federico II di Svevia. Ma non si sa se per il sangue germanico o per quello normanno-siculo. Suo nonno, il Barbarossa, ci aveva puntato, facendo sposare a Enrico VI, suo figlio ed erede, la zia Costanza Altavilla, zia di Guglielmo II il Buono, l’ultimo dei re normanni di Palermo, alla quale  sarebbe toccato il Regno. Federico II perderà, più o meno, tute le guerre contro i Comuni e i principati italiani. Ma sarà onorato a Palermo, munifico protettore delle lettere e le arti, rispettato nel Mediterraneo islamico.

Il fisco degressivo
Il catasto onciario, una sorta di odierno “studio di settore”, che individuava il reddito minimo da tassare per le varie attività, adottato nel 1742 dal Regno delle Due Sicilie, dava molto credito ai lavoratori manuali – o sgravava i professionisti? L’imponibile annuo era di 12 once per braccianti, pastori e altri salariati, pagati fra 1,5 e 2 carlini al giorno. Di 24 per massari (padroni di greggi), artigiani e mercanti. Di 16 per i professionisti.
L’oncia, moneta nominale, valeva 6 ducati, o 60 carlini. Poiché i braccianti erano pagati fra 1,5 e 2 carlini al giorno, si presumeva che lavorassero tutto l’anno, senza pause.
Le greggi valevano più degli immobili. Questi si capitalizzavano su un reddito annuo calcolato al 5 per cento, quelli al 10.

Odio-di-sé
Investire in un museo “degno della Magna Grecia invece che nell’Ilva è la ricetta del vice-presidente del consiglio Di Maio per Taranto. Che il museo ce l’ha ormai da 131 anni, pieno di cose, e anche molto conosciuto.
L’ignoranza di Di Maio ci sta: i 5 Stelle se ne pregiano, e credono che il turismo sia il paradiso terrestre. Ma è anche vero che a nessuno il Sud è tanto sconosciuto quanto ai meridionali. 

La falsa “Lettera scritta da Andrea Camilleri”, “lettera aperta al giornalista di «la Repubblica Francesco Merlo»”, una lettera sfottò, messa in rete a novembre del 20011 e rilanciata l’altra settimana, in effetti riporta con brutte sensazioni il video di Merlo all’indomani dell’alluvione di Genova e della frana di Saponara (Messina) nel luglio del 2011. Di compassione forzata, di fatto un abuso, sulla famigliola vittima in Sicilia nella casa sommersa dalla frana, non abusiva e costruita a regola d’arte. Mentre si piangevano con sincera calore le vittime di Genova, di case abusive sul greto di un torrente, anzi sul torrente.
Sconsideratezza? Astio personale, di fronte alla morte? Che senso ha, non uno buono?
Poiché Merlo è comunque di origini siciliane, e di queste origini fa buon uso per premi e cittadinanze onorarie, quella sconsideratezza non è che una forma inconsulta di odio-di-sé, abitudinario, da riflesso condizionato, se si esercita anche sulla morte.

Il Regno felice
Il movimento autonomista siciliano che ha scritto otto anni fa la falsa lettera di Camilleri, e ora l’ha rimessa in circolo, ripete nella stessa l’elenco canonico delle “supremazie” del Regno delle Due Sicilie in Italia e in Europa. Lo Stato più industrializzato, dopo Gran Bretagna e Francia, all’Esposizione di Parigi nel 1856. La più grande industria metalmeccanica continentale, dopo la Francia. “C’erano industrie tessili, distillerie, cartiere, estrattive. Il primo mezzo navale a vapore del Mediterraneo (una goletta) fu costruito nelle Due Sicilie e fu anche il primo al mondo a navigare per mare. La prima nave italiana che arrivò nel 1854, dopo 26 giorni di navigazione, a New York, era meridionale - si chiamava “Sicilia”. Il cantiere di Castellammare di Stabia, con 1.800 operai, era il primo d’Italia per grandezza e importanza. La bilancia commerciale con gli Stati Uniti era fortemente in attivo e il volume degli scambi era quasi il quintuplo del Piemonte”.
Un tasso di sconto bassissimo, il più basso d’Italia. Grazie a un credito solido degli attivi bancari e demaniali. Tasse poche, tre o quattro, e pressione fiscale minima.
Il che è vero, anche se non del tutto. Che però si giudica negativamente a fronte delle arretrate condizioni economiche e sociali delle masse, stanti l’abolizione tardiva, col regno napoleonico, degli statuti e le strutture baronali, feudali.
Ma, anche qui, il Regno non era l’ultimo della classe. Era stato anzi il primo. Con una modernizzazione dello Stato unica in Europa nel primo Settecento – chiusa l’infelice parentesi asburgica, che invece altrove si vuole privilegiare. Che mise la museruola ai baroni, anche se non poté sradicarli. Con l’apporto di intellettuali di prim’ordine, di rilievo europeo in un’Italia allora in apnea: Galiani, Genovesi, Filangieri, Grimaldi, Galanti, Tanucci. Che innovò le rappresentanze, i processi decisionali, il diritto del lavoro, il regime delle concessioni e gli investimenti. Compresa la tassazione della manomorta, fino ad allora ancora esente – come dice il nome, significando beni ecclesiastici.
Si poteva fare meglio – l’unità.

Milano
Epidemia di polmonite nel bresciano, con alcuni morti. “Le cause? Possono restare un’incognita”. Con centinaia di casi di salmonellosi. Proteggersi anche a costo di negare, Manzoni non ha inventato nulla.

Le polmoniti del bresciano sono provocate da un evidente focolaio locale d’infezione, uno sversamento probabile di sostanze proibite, che infettano all’inalazione. Ma subito si trova un capro espiatorio assolutorio: “Epidemie favorite dalla globalizzazione”. Bisogna credersi.

Commozione per il rientro di Berlusconi nel calcio. Molta, da lacrime infine dopo tanti insulti. E di Galliani. Che salvano il Monza e vogliono portarlo alla Champions League. Perché no, auspicabile, tutto è possibile. Nessun accenno all’acquisto di una bara fiscale - serve a pagare meno tasse.

La “riqualificazione” dei Navigli è un’operazione immobiliare, la riapertura dei canali. Forte dell’ideologia del recupero, dell’ambiente, dell’acqua. Una speculazione come si vuole oggi, ecologica. I residenti si oppongono. Però non se ne parla: non c’è opposizione possibile.

Debutta con Bonvesin de la Riva, che tutto di essa fa magnifico, “De Magnalibus urbis Mediolani”. E forse ci credeva anche, anche lui.

Ha al centro una piazza senz’anima, che però il Duomo, imponente, assorbiva, in una sorta di gotico, della memoria del gotico, cancellando i brutti palazzi intorno. Se non che, per fare soldi, una palmizio falso gli è stato imposto davanti: denaro e falsa sensibilità – perché le palme senza radici? fanno ecologico.

Censiti da “Avviso Pubblico” 537 atti intimidatori nei confronti degli amministratori locali. Sono sicuramente troppi. Ma sono molti?
Gli atti intimidatori sono meridionali: il “profilo tipo” di “Avviso pubblico” che li censisce è l’auto bruciata sotto casa al sindaco di un comune meridionale medio-piccolo, con popolazione fino a 50 mila abitanti. Ma ora, dice “Avviso Pubblico”, “il fenomeno coinvolge tutte le regioni italiane”: nel 2017, dopo Campania, Sicilia, Calabria, Puglia e Sardegna viene la Lombardia, con 28 casi registrati.

Gli atti intimidatori in Lombardia possono anche essere opera di meridionali immigrati, è vero. Ma ci fu un’epoca, lunga secoli, in cui Lombardi emigravano al Sud, specie in Sicilia e in Calabria, l’onomastica e la toponomastica lo attestano. Non erano mafiosi. Ma nessuno li voleva tali.

La Regione Veneto di Zaia ha elaborato un codice delle Autonomie, in ben venticinque capitoli, la Lombardia dell’altro leghista Fontana corre subito alla rincorsa. E vuole arrivare prima: il suo codice delle autonomie non è riuscita ad allungarlo di più di quindici punti ma produce dichiarazioni e convegni per dirlo migliore. Nessun dubbio.


Anche per l’Olimpiade invernale, la Lombardia si è tirata indietro dalla joint-venture col Veneto per Cortina – e con Torino: La Lombardia vuole fare da sola. Salvo poi proporsi per la parte proficua del business, gli impianti nuovi.

leuzzi@antiit.eu

















Il tedesco non è liberale

Jünger pubblicista non manca un fatto di cronaca, e scrive in continuo, per “Standarte” e altre pubblicazioni di destra. Vede già le debolezze della repubblica di Weimar. Che vuole molto e può poco. Che non sa riassorbire le spinte nazionalistiche, anche armate. Né fare fronte all’oltranzismo nemico, della Francia soprattutto.
Il giovane scrittore già affermato con l’epopea grigia della guerra non ha ancora idee precise, ma già risponde a quello che è forse il sentito intimo tedesco: di un nazionalismo non aggressivo, né reazionario, anzi a suo modo rivoluzionario. La rivoluzione conservatrice è nozione ardua, eppure tiene – ed è forse il collante giusto per la Germania. Della Germania si attendeva in quegli anni, a partire dalla Novemberrevolution del 1918, la rivoluzione rossa mancata di Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht, ma Jünger sapeva che non era possibile, non era nelle corde del tedesco. Lo slogan liberale, lo slogan umanitario sono appunto slogan per il tedesco (“Lo slogan liberale”, 12 giugno 1927, “Arminius”): “Di fronte allo slogan liberale il tedesco si pone nel tipico atteggiamento del semierudito. Se fosse incolto, lo assumerebbe del tutto acriticamente. Se fosse profondamente colto lo riconoscerebbe nel suo senso autentico”. Lui si ferma a metà, e allora “gli capita quel che capita al selvaggio con l’acquavite: procura un’ebbrezza cattiva”. Non è una novità. E non era allora una veduta eccentrica. Ma lui ci arriva da solo, per intuito, senza studi speciali di sociologia politica, e questo la fa probabilmente più vera.
Il meno avventuroso dei tre tomi di scritti politici (giornalistici per lo più) di Jünger tra il 1919 e il 1933. Fino all’avvento di Hitler. Che da un certo punto di vista era il tradimento della “rivoluzione cn servitrice”.  Ma la “curiosità da entomologo” di Jünger, che Federico Fellini rivendicava, agisce anche nelle acque morte degli anni senza storia.  
Ernst Jünger, Scritti politici e di guerra. II vol. 1926-1928, Libreria Editrice Goriziana, pp. 346 € 21 


mercoledì 12 settembre 2018

Che bello, la mafia a Roma


La Corte d’appello del giudice Tortora, che condanna per mafia gli accusati dell’inchiesta “Mafia Capitale”, suscita entusiasmo. La sindaca Raggi dice la città “devastata dalla mafia”. Che interesse ha Roma a farsi insignire città mafiosa? Nessuno evidente mente. Ma molto business antimafia può germinarne.
Subito si intervista qualche associazione della “legalità”, che vive dei fondi antimafia. Che discetta di mafia invadente, ma non sa nominare che i Casamonica. Famiglia nota a Roma da almeno mezzo secolo. Come i Di Silvio e gli Spada di Ostia. Che saranno pure mafiosi ma sono anzitutto sinti, o rom, insomma i vecchi zingari.
Claudio Tortora, lo stesso giudice, l’anno scorso non aveva ritenuto mafioso il clan di Ostia Fasciani, che sul litorale  invece era, ed è, una presenza mafiosa: tangenti, esclusive, minacce, “avvertimenti”, e droga. Il giudice distingueva tra mafia propriamente detta, quella della legge, e”mafia”.
Oggi allora cosa è cambiato? Che sotto accusa, invece dei maneschi Fasciani, c’è una cooperativa sociale. E questo bisogna che non si dica. La cooperativa 28 giugno, di ex detenuti, è stata creata a fini di reinserimento da Chiara Ingrao e altri politici nel quadro della Lega Coop, ex Pci, ed è stata favorita in moti appalti – lo Stato appalta il sociale, un torta enorme. Su qualcuno dei quali ha pagato sfioramenti e tangenti. Commovente l’assoluzione piena della segretaria di Bucci, non sapeva e non vedeva niente, una compagna
La cooperativa 28 giugno del resto non faceva nulla di diverso dalle altre cooperative o ong che lavorano come appaltatori pubblici. Ma ha dato fastidio. Dov’è la mafia, in chi si procurava gli appalti o in chi condanna?
Ma il problema è nella legge. “Concorso esterno”, “associazione”, “di tipo”, sono categoria incerte.  Varate nel presupposto cje dichiarare mafioso tutto il mondo fosse di aiuto alla lotta alle mafie,. Mentre ne è l’ombrello.

Appalti, fisco, abusi (126)


Siate beneficiari di una polizza vita con Intesa SanPaolo Vita, l’assicurazione vi chiederà una serie di documenti. Con molte specifiche che nulla hanno a che vedere con l’obbligo di “individuare gli effettivi aventi diritto”. E con questa clausola aggiuntiva, sottolineata, in neretto: “Ci riserviamo, se necessario, di chiederle altra documentazione”. Non è mafia, è la prima banca dell’Italia.

Protesta dei concessionari balneari, dopo le serrate dei negozianti al dettaglio e dei mercati rionali, contro il governo che da da un decennio evita di dare certezza al settore, cioè di delibare accortamente in Italia la famigerata direttiva Bolkestein, al solito adottata a Bruxelles senza che l’Italia lo sapesse. Tutti altrove si sono premuniti contro la liberalizzazione selvaggia, l’Italia no. E non costa niente. A spese degli investimenti necessari, per esempio per ammodernare gli stabilimenti balneari.

La direttiva Bolkestein, che fece beare Bersani e altri Pd al governo, è la tipica direttiva liberalizzatrice negli interessi dei monopoli. Allora della grande distribuzione. Un esito evidente, dopo la chiusura di mezzo milione di esercizi commerciali. Mascherato allora in Italia con la liberalizzaizone dei calciatori tesserabili. Di furbizia doppia, cioè.

La pressione fiscale è aumentata nei venti anni dal 1997 al 2017 del 65 per cento . di 198 miliardi, da 304 a 509. Non per effetto della crescita del pil, sostanzialmente invariato. Né dell’inflazione, che è cresciuta della metà.

Si può vendere olio d’oliva extra-vergine con solo il 4 per cento di olio d’olio d’aoliva? Un bracvo chimico può farlo con i regolamenti Ue in mano.
Si spiega così l’olio extra-vergine che non unge, un miracolo.

Ulisse a teatro

Guidorizzi, specialista in remake omerici, nonché padre di un figlio Ulisse, al quale dedica questo volume, si cimenta con la riscrittura dell’“Odissea”. Sceneggiandola in forma teatrale, dove ognuno dei personaggi recita se stesso.
Avendo letto tre rifacimenti dell’“Odissea” in poco tempo, di Citati e Malerba prima di questo, l’esercizio non sembra migliore - più fantasioso, innovativo a ogni lettura – dell’originale. Sono esercitazioni sul chi era chi, e cosa ha voluto dire questo o quello, Omero compreso. Non in forma filologica, ma partecipata e quasi vissuta dai riscrittori. Come dire: Ulisse siamo noi.
Resta l’interesse per il personaggio: la curiosità per tanto interesse. Siamo tanti Uisse? Alla deriva, può essere, anzi senz’altro. Furbi e fortunati, come no, “l’ultimo degli eroi” saremo pure noi. Ma tornati da quale guerra?
Giulio Guidorizzi, Ulisse. L’ultimo degli eroi, Einaudi, pp.195 € 14

martedì 11 settembre 2018

Recessione (72)


L’indice di fiducia degli italiani diminuisce di quattro punti nel secondo trimestre, accentuando la flessione del primo trimestre, a quota 62 (Conference Board Global Consumer Confidence Survery, condotta da Nielsen).

Il dato italiano è in linea con la diminuzione dell’indice mondiale della fiducia, di 2 punti. Ma l’indice mondiale siferma a quota 104, quasi il doppio dell’indice italiano.

L’indice italiano è in controtendenza rispetto all’andamento della fiducia dei consumatori in Europa, che si rafforza globalmente – tenendo conto dei paesi deboli come l’Italia - di un punto, a quota 87.

In Europa si registrano aumenti nazionali della fiducia elevati in alcuni apesi: di 6 punti in Grecia, a quota 67, e in Slovenia, a quota 87, di 7 punti in Estonia, di 5 in Irlanda e in Gran Bretagna, rispettivamente a quota 108 e 101.

Un giovane (18-34 anni) dl Sud deve cercare occupazione al Nord o all’estero.

Meno di due occupati su tre, dipendenti pubblici compresi, ha un contratto a tempo indeterminato.


Gli arabi in Calabria non ci sono stati, ma ci sono


Gli arabi arrivarono presto in Italia. Le prime scorrerie in Sicilia sono del 652, Maometto era morto da appena vent’anni, nell’Arabia remota. Pochi anni dopo l’arrivo nel Mediterraneo, a Antiochia nel 636, ad Alessandria nel 640. In Spagna arriveranno più tardi, nel 711, con tribù berbere del Nord Africa da poco islamizzate. In Francia, malgrado la sconfitta celebrata di Poitiers nel 632, arrivano fino ad Avignone due anni più tardi, e poi, nel 740, al saccheggio della Bretagna. Gli arabi non conquistavano per rimanere, ma per razziare. È solo per questo che l’Europa non è diventata islamica? Lojacono, arabista, è ostensibilmente filoislamico, ma non nasconde le cose.
È Eufemio, un colonnello bizantino poco capace e per questo spodestato del comando, che pressa l’emirato di Keiruan in Tunisia a occupare la Sicilia. E l’isola sarà presto occupata. Per la Calabria è diverso. Non ci sono invasioni ma scorrerie. Alcune a scopo di occupazione. Ma allora di aree ridotte, occupazioni isolate. Di Amantea per quarant’anni – e poi per settanta. Ancora meno Santa Severina, sullo Jonio. Ancora meno Tropea, anch’essa a due riprese, che però non interessava molto. E Cosenza, città longobarda, per diciott’anni, con Reggio, città invece ambita, capitale bizantina del Sud, per qualche anno a partire dal 952.
Ma le tracce resteranno a lungo: a Amantea e a Santa Severina si scrive in arabo ancora nel secolo XII. Una costante di questa continua bascula bizantini-arabi nei secoli IX e X essendo la dispersione dei vinti nel contado, non la loro eliminazione. Per di più la Calabria, terra allora d’immigrazione, poiché era facile nascondervisi, essendo sparsamente popolata, accoglierà molti mussulmani in rotta dalla Sicilia, per le continue guerre intestine, e poi cacciati dai Normanni. Una sorta di occupazione al rovescio.
Le tracce restano così numerose. Nel vocabolario, soprattutto nell’onomastica e nella toponomastica. Lojacono non fa una vera storia degli arabi in Calabria – forse le fonti fanno difetto, locali o arabe. Racconta la storia come è stata raccontata da Michele Amari un secolo e mezzo fa, e circostanziata nel volume “Gli Arabi in Italia”, di Gabrieli e Scerrato quarant’anni fa. Con la consueta, non critica, rivalutazione del mondo arabo – in voga in Occidente più che nella storiografia araba. Scpecie sul lato tolleranza. Una credenza introdotta da Amari, ripresa da Cardini, Feniello, e la storiografia ebraica. Per la realtà basta chiedere ai greci, o anche ai tanti slavi, e perfino agli albanesi, oltre che agli armeni. Anche se sotto i turchi e non gli arabi, ma il regime islamico era lo stesso. O ai cristiani oggi in Pakistan o ai bahai nel khomeinismo.
La ricostruzione è per questo confusa: “Il successo militare del Jihad al Asgar (il “piccolo Jihad”, la piccola guerra santa, n.d.r.) … non si spiegherebbe se non con la partecipazione attiva a questo movimento espansionistico di una buona parte delle popolazioni soggiogate”. Felici quindi di essere soggiogate? Sì, per “la forza propulsiva del messaggio coranico”. Poi, due pagine più in là, si dice che “si fugge verso l’interno sperando di trovare salvezza”, le popolazioni invase fuggono. E subito dopo si dà conto di “repressioni spietate, squartamenti, decapitazioni e massacri di ogni tipo”.
Lojacono ha però qualcosa di più. Il saggio-sunto arricchisce con numerosi repertori, che fanno il pregio di questa “Storia”: compilazioni a prima vista attendibili, di golosa lettura. Della terminologia araba, quella ufficiale, ancora in uso nel dialetto. Dei nomi. Dei toponimi. Del vocabolario, con sottosezioni per gli animali, la gastronomia, le professioni, i verbi, la botanica, gli oggetti d’uso, l’agricoltura, le misure. E qua e là con brevi biografie di santi important poi dimenticati, Nilo, Elia da Enna, Elia da Melicuccà, Simone di Calabria, Luca di Melicuccà. Con un’appendice sui residui materiali: coppe, monete, armi, eccetera. Come dire che gli arabi in Calabria non ci sono stati, ma ci sono.
Antonio Maurizio Lojacono, Storia degli Arabi in Calabria, Città del Sole, pp. 29 € 13

lunedì 10 settembre 2018

Il mondo com'è (352)

astolfo


Algoritmo – Viene da – è deformazione di – Al Kwarizmi, come è noto, illustre matematico persiano del secolo Nono, il cui trattato in arabo, scritto verso l’825, introduce i numeri arabi, e lo zero, fino ad allora non concepito. Ma non per caso: Al Kwarizmi aveva curato la traduzione in arabo delle opere matematiche dell’epoca greco-ellenistica, nonché del’antica Persia, di Babilonia, dell’India. Un cratere lunare ha il suo nome. Gerolamo Cardano, “Ars Magna”, lo dirà il creatore dell’algebra – anche “algebra” deriva dall’arabo e significherebbe “completare” o “ripristinare”, che è una delle due operazioni descritte da Al Kwarizmi nel libro per risolvere le equazioni di secondo grado.
“Algoritmi de numero Indorum” è titolo della tarda traduzione latina, di Gerardo di Cremona, seconda metà del secolo XII. In precedenza Roberto di Chester ne aveva freso una sin tesi in altino, pubblicandola a Segovia nel 1145, “Liber algebrae et almucabala”. Il titolo originale, “Al Kirab al-Mukhtasar fi Hisab al-Jabr wa’l-Muqabalah”, contiene la parola algebra, che entrerà nell’uso comune, pur avendo in arabo il significato specifico di “riduzione” o “completamento”, intendendo la trasposizione dei termini sottratti da un membro all’altro dell’equazione. L’“al muqabalah”, che ha senso simile, di “riduzione” o “equilibrio”, di cancellazione dei termini simili che compaiano in entrambi gli elementi di un’operazione, è caduta in disuso.

Misogallismo – C’è una curiosa tradizione italiana anti-francese. Che risale ai primordi dell’Italia, del vagheggiamento di un’Italia unita. C’è in Dante, che pure stava per scrivere nella lingua dei trovatori, come il suo maestro Brunetto Latini. C’è forte in Petrarca, che pure fu, a suo agio e innamorato, in Avignone e in Provenza. C’è nella pubblicistica narrativa e storica del Quattro-Cinquecento, qui già con qualche motivo: la politica, le guerre, le invasioni.  Specie di Machiavelli, che fu ambasciatore inascoltato in Francia, e Guicciardini. E poi, in  reazione all’antitalianismo, nella Francia di Caterina dei Medici, che pure salvò la dinastia francese e probabilmente la stessa Francia. Molto misogallismo alimenterà la rivoluzione del 1789, e non fra i reazionari – a parte il giovanissimo Leopardi dell’Orazione agli Italiani”, 1815, contro Murat e per il papa, sotto l’influenza del padre conte Monaldo. Dubiterà della rivoluzione, degli effetti della rivoluzione, lo sesso francofilissimo Manzoni. Il culmine si era raggiunto col “Misogallo” di Alfieri, in piena rivoluzione dell’Ottantanove.
“L’antifrancesismo è tema ricorrente nei rapporti culturali fra Italia e Francia, come lo è il suo corrispondente speculare, l’antiitalianismo. Già in Dante, autore per certo impregnato di cultura francese, la polemica contro la monarchia francese – d’ordine eminentemente politico, dato lo stretto legame tra la Francia, gli angioini d’Italia e la parte guelfa avversa a Dante – è talmente forte da suscitare ripulse e moti di antiitalianismo oltralpe, soprattutto a causa di un immaginario ingiurioso creato (o diffuso) da Dante, come quello fondato sulla leggenda di Ugo Capeto, figlio di un beccaio di Parigi” – Saverio Ieva, nello studio dell’“Orazione agl’Italiani” di Leopardi.
Più forte è lo scontro sul piano culturale, e sempre reciprocato. Con Petrarca, sempre Ieva, “nasce e si sviluppa una querelle sul primato culturale delle due nazioni che informerà i dibattiti letterari fra Italia e Francia fino al Cinquecento, e porrà le basi per ulteriori dispute circa una lettura (e valutazione) parallela delle due letterature, che ancora all’inizio dell’Ottocento fornirà argomento di discussioni”.
Si parte da lontano: “In una lettera del 1368 a Urbano V, per esaltare il primato della cultura letteraria italiana, Petrarca aveva affermato « oratores et poetae extra Italiam non quaerantur»”.Non si riferiva alla Francia. Ma “questa frase suscitò in Francia forti polemiche: tra il 1369 e il 1370 Jean de Hesdin componeva e diffondeva un’apologia antipetrarchesca, «Contra Franciscum Petrarcam epistola»”. Petrarca ne aveva notizia a gennaio, e l’1 marzo datava da Padova una risposta sui toni dell’invettiva, “Invectiva contra eum qui maledixit Italiae”. La disputa continua per tutto il Trecento, e sarà ripresa all’inizio del Cinquecento. Ma già, con la discesa di Carlo VIII, era stata superata in asprezza dalla querelle politica.

Usa far credito alla Francia di Napoleone III dell’unità d’Italia. Ma anche questo è dubbio. Macron e Sarkozy in Libia non sono una novità: niente viene di buono all’Italia dalla Francia. Ma forse anche agli altri europei, inglesi, tedeschi, spagnoli, olandesi, possono porsi la domanda. La Francia è stata solamente buona con gli Stati Uniti – con i quali fa invece continuamente litiga in questo dopoguerra: due terzi degli attuali Stati Uniti sono stati ceduto alle colonie inglesi dell’Est a titolo quasi gratuito dalla Francia. In funzione antinglese. Si può anche dire che non c’è saggezza nella politica francese, non negli ultimi secoli.

A proposito del Leopardi diciassettenne della “Orazione”, Saverio Ieva, “Amor di patria e misogallismo nel giovane Leopardi”, nota: “La spedizione di Murat (negli Stati del papa, n.d.r., per una Italia unita sotto il suo scettro) e il proclama di Rimini suscitarono reazioni contrastanti. Ad esempio, nel caso di Manzoni riscontriamo l’adesione entusiastica della canzone incompiuta “Il Proclama di Rimini”. Ma anche in Manzoni possiamo notare incertezze e oscillazioni di schieramento : un anno prima egli aveva, nel frammento “Aprile 1814”, celebrato la caduta del napoleonico Regno d’Italia, esprimendo speranza nella restaurazione ad opera degli Austriaci che avevano promesso leggi liberali. L’esecrazione della Rivoluzione dell’Ottantanove, l’odio per Napoleone, l’avversione per i Francesi – unitamente all’ideologia legittimista, che ha acquistato forza durante l’epoca napoleonica – caratterizzano invece tutta una serie di prese di posizione lealiste nei confronti dei governi ancien régime. Fra queste, nel caso dell’impresa fallita di Murat, abbiamo l’orazione “Agl’Italiani”, scritta a Recanati fra il 19 maggio e il 18 giugno 1815” .

Razziali, leggi – Sottovalutate nel loro significato, e nella possibile portata, a lungo, anche dall’antifascismo – da Nenni per esempio. Mentre non erano estemporanee. Non dettate dalla volontà di compiacere il neo alleato Hitler, dopo la lite sull’Anschluss, l’annessione dell’Austria, incontrato sul fronte franchista in Spagna, e sodale poi contro le sanzioni. Non solo da quello. Furono la parte culminante degli Anni del Consenso. E con una ragione specifica nella logica o pratica del potere di Mussolini, che si rafforzava con l’idea del nemico. Suscitandone quando non se ne presentavano. 
Con le leggi razziali Mussolini tentò la creazione di un nemico interno. E ci riuscì. Perfino più di quanto immaginasse o volesse. A giudicare dal trattamento delle denunce. Che furono copiose. Franzinelli, nella ricerca d’archivio sui “Delatori”, si è imbattuto in miriadi di denunce di ebrei e supposti ebrei. Qualcuna anche firmata, la risposta popolare all’odio implicito nelle leggi razziali fu ampia. Tale che la polizia politica e lo stesso Mussolini dovettero impegnarsi a limitarla – v. ai capp. VI e VII, questo specialmente, i capitoli centrali dei “Delatori”.
Si denuncerà dopo l’8 settembre anche per la taglia, che veniva pagata a chi denunciava un ebreo. Si denunciava prima, a partire dal 1939, anche per entrare in possesso dei beni sequestrati. Dal 1940 le case sequestrate vennero date agli italiani “ariani” colpiti dai bombardamenti alleati.
Le leggi furono seguite da circolari e regolamenti di attuazione, con disposizioni minute. Il tutto inteso contro i non appartenenti alla “razza ariana”, ma essenzialmente contro gli ebrei. Che efrano in tutto 47 mila, di cui però circa diecimila erano stranieri, in gran parte provenienti da Germania e Austria, gente che confidava di trovare in Italia una destinazione sicura.
Malgrado il profluvio di limitazioni, non ci fa tra gli ebrei la percezione di un pericolo. L’assurdità dei vincoli fece pensare a una mossa opportunistica di Mussolini per avvicinare Hitler, che poi sarebbe stata trascurata. Molti intrapresero una via d'uscita individuale, chiedendo la “discriminazione” dalle leggi (discriminatorie), per meriti fascisti, o patriottici (merito di guerra). Qualcuno si fece battezzare.
Il regime mise in pratica le discriminazioni, quelle razziali, ma non la persecuzione. Anche nelle aree occupate dalle truppe italiane, in Francia, in Grecia, in Dalmazia, non attuò la deportazione e non la consentì. Fino all’8 settembre.
Le leggi furono sottostimate anche dall’antifascismo militante. Mentre non suscitarono nessuna reazione nella società civile. Le scuole cacciarono gli allievi ebrei senza porsi alcun problema, né i presidi né gli insegnanti. Tutti i posti liberati nello Stato e nelle università, un migliaio solo nelle università, furono occupati senza problemi da candidati “ariani”.

astolfo@antiit.eu