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sabato 3 dicembre 2022

Ombre - 644

Formidabili il giudice romano – giudice civile – e le cronache cittadine, che vogliono “pignorare i palazzi dei tedeschi per risarcire le vittime della deportazione”: il Goethe Institut, l’Istituto Storico Germanico, l’Istituto Archeologico Germanico. È vero che non sanno di che parlano, nel senso che non hanno mai studiato niente – che ne sanno della Germania, si limitano a titolare quello che sparano un paio d’avvocati per le réclame gratis sui giornali. A settant’anni dalla guerra, o ottanta.
 
Nella vicenda giudiziaria di Renzi a Firenze è chiaro che c’è una magistratura “deviata”, come già c’erano i servizi deviati. E trattandosi di Firenze è probabile che sia di origine massonica, come la P 2 di Gelli. Per questo intoccabile, come la Procura di Genova si è affrettata a dichiarare? Documenti trasmessi illegalmente al Copasir, cioè diffusi via Parlamento, o un Procuratore di Firenze che s’intrufola a Siena, nelle vicende Mps, per la morte (suicidio?) di un alto funzionario, non sono “irritualità”, come dicono i giudici benevoli con se stessi.
 
Più indiscrezioni, e più puntute, contro la Juventus le ha dagli inquirenti - Guardia di Finanza e Procura della Repubblica di Torino - “la Repubblica”, il giornale degli Elkann, i proprietari della stessa Juventus. Abilità di cronisti? C’è dell’altro, le indiscrezioni sono selezionate.
 
Ciò che più impressiona di questo Mondiale nel deserto, dagli alloggi carissimi, è il numero degli spettatori. Più probabilmente di ogni altro Mondiale, con stadi sempre pieni, in un paese di nemmeno tre milioni di abitanti – comprese le donne, che non vanno allo stadio. Ben 85 mila (è stato costruito uno stadio da 85 mila?) per Arabia Saudita-Messico. Altrettanti per Camerun-Brasile, senza Neymar. 70 mila per Inghilterra-Usa. 67 mila per Costarica-Germania – Costarica-Germania?
 
Manif femminista NonUnaDiMeno a Roma o delle scimmiette – mafiose: di quell3 che non c’erano, non vedono, non sentono? “Meloni fascista la prima della lista” è un revival Br, o semplicemente non si sa (piu) usare il rimario?
 
“In dodici mesi 100 mila sbarchi”, tanti ne contano Gabanelli e Ravizza. Che sono, niente.  Centomila mila sbarchi in Italia. Duecento sono andati in Francia, il finimondo. Duecento di numero, non migliaia. E poi si dice che in Italia non c’è il fascismo. Per chi non legge i giornali, forse.
 
Non c’è obbligo del pos per i commercianti per una spesa fino a 60 euro. Scandalo: il governo per la mafia, il riciclaggio, eccetera. Come? Dove? Il pos che c’entra col riciclaggio? Non si dice – nessuno dice – che l’obbligo del pos è un tassa che il commerciante, e l’utente, devono pagare alla banca.
 
328 film prodotti in un anno, uno al giorno tolte le domeniche, visti (da pochi) in sala meno della metà, 156. Il miracolo, al rovescio, lo ha fatto il ministro della Cultura Franceschini, con gli sgravi fiscali. Sgravi, e fondi delle Film Commission regionali, talvolta di due e tre insieme. Sono un business per sé: si montano due ore di film, e l’affare è fatto. Lo Stato dove mete mano fa male, con le migliori intenzioni? Migliori per i produttori, anche improvvisati.
 
Curiosa, anche irritante, la telecronaca di Rimedio e Di Gennaro di Spagna-Germania al Mondiale, tifosissimi della Spagna, che dipingono come una macchina da gol e poi andrà a perdere col  Giappone – col Giappone… (mentre la Germania sarà eliminata, non era granché di suo). Perfino del placido Bizzotto, complice di Adani “messianista”, in Argentina-Mesico, inguardabile – unico atleta Orsato, l’arbitro. In mancanza dell’Italia, si tenta di sollevare l’interesse per il Mondiale con il tifo? No, è conformismo: la Spagna ha rifilato sei gol al Costarica, che non si sa perché è al Mondiale, e quindi ha vinto.
 
Non c’è paragone tra Messi, un pesce freddo, e Maradona, ma la voglia di eroismo è grande: Adani non è solo, Cazzullo lo mette nell’Olimpo. Ha segnato molti gol, ma perché ha giocato in supersquadroni – quanti ne ha segnati quando il Barcellona è decaduto? Non giocava mica a Napoli, nel Napoli.
 
È esilarante, a tratti, leggere del Mondiale o seguirlo sulla Rai, con giornalisti e commentatori sportivi che non sanno parlare di calcio e s’impancano in processi. Mancando l’Italia, campo d’onore dei giurisperiti, s’impancano su questioni di politica internazionale di cui non sanno nulla. A volte anche imbarazzante, anche se in genere si limitano a starnazzamenti sui “diritti”. Sui quali tutti siamo buoni.

Senza immigrati non si lavora

I lavoratori stranieri censiti in Italia sono 2.257.000, in calo quindi dai 2,5 milioni pre-covid. Sono il 10,2 per cento dell’occupazione totale – erano il 10,7. Una percentuale che è più elevata in alcuni settori: sono il 15,3 per cento nell’accoglienza (alberghi, ristoranti), il 15,5 per cento nell’edilizia, il 18 per cento in agricoltura, e due su tre, il 64,2 per cento, nella collaborazione domestica. Oltre che nei servizi alle famiglie, i lavoratori immigrati hano un peso decisivo anche in alcune attività produttive: sono il 38 per cento dei braccianti, il 25,3 per cento dei manovali edili.  

Tra il 2019 e il 2022, per le lunghe fermate produttive a causa del covid, sono diminuite le presenze degli immigrati europei: del 6 per cento i rumeni, che restano la comunità nazionale più presente (un milione 76 mila), del 3 per cento gli albanesi, la seconda comunità più numerosa (ora a 421 mila), del 10,3 per cento i polacchi, dell’11,1 i bulgari. Sono invece molto aumentati gli immigrati cinEsi (+ 14,4 per cento) e bengalesi (+ 13,8), e in misura minore marocchini (+ 3,5 per cento), che ora sono la terza comunità straniera in Italia, 414 mila i censiti.

Un corposo volume, molto più dettagliato del dossier annuale del ministero del Lavoro, curato dal centro studi e ricerche Idos (Immigrazione Dossier Statistico), creato all’interno della Caritas romana per analizzare annualmente l’andamento dell’immigrazione. Con molte analisi qualitative e tavole dettagliate regione per regione.

Idos, Dossier statistico 2022, pp. 500 € 2-25

venerdì 2 dicembre 2022

Il fantasma dell’Europa alla Casa Bianca

Biden è uscito dal riserbo e ha aperto la Casa Bianca a Macron, per la rima volta in due anni: visita di Stato, pranzo di gala, e Francia presa alla sua rete, della grandeur, delle apparenze. Ma niente di concluso. Biden si tiene i 369 miliardi di finanziamenti pubblici alle sue industrie, a danno delle imprese europee concorrenti. E non mostra le carte nella battaglia contro la Russia – l’Ucraina ne è vittima, ma pazienza: si farà, perché no, un vertice a Parigi sull’Ucraina, magari da remoto, senza pompa, così la Francia è contenta.

Al gala per la visita di Stato segue una cena “improvvisata”, dietro un esercito di guardie del corpo, fra le coppie presidenziali, l’americana e la francese, in un ristorante italiano. Come a dire l’Europa unita e l’asse transatlantico. Ma queste scene notturne, benché festose, sembrano un racconto di fantasmi.

Migranti no, ma ne abbiamo bisogno

Non c’è solo Salvini, c’è il ministro dell’Interno francese Darmanin, il nemico dell’Italia, il governo tutto intero del cancelliere Scholz, e pure il governo spagnolo, a guida anch’esso socialista come quello tedesco: il fronte anti-immigrazione è ampio, è praticamente tutta Europa. Mentre, però, dappertutto si segnalano problemi nel reperimento di manodopera. Nell’assistenza domiciliare e infermieristica, nell’accoglienza (alberghi e ristoranti), nell’edilizia, perfino nell’industria.

Euractiv, la rete europea di media, censisce sei milioni di posti vacanti nell’Unione. Che sono il 3 per cento della popolazione attiva (calcolata in 193 milioni)), e quindi poco, ma sono in realtà molto. L’elenco paese per paese è allarmante: in Francia un’azienda su due non trova i lavoratori di cui ha bisogno, in Germania nove famiglie su dieci non trovano aiuto, l’Austria registra 250 mila posizioni vacanti, in Polonia ha problemi l’edilizia, lo stesso in Spagna.

Il problema in realtà non è dei sovranisti, ma più generale: dell’incapacità dell’Europa di dotarsi di una politica dell’immigrazione. Che resta in balia dei mercanti, e viene affrontata – quando lo è – solo con miosure di polizia, Frontex, Sophia, o con deleghe plurimiliardarie – i fondi alla Turchia, che peraltro li prende da una mano e dall’altra non può o non vuole fermare il traffico. 

Il problema non è complicato. Oggi lo spiega al direttore di “la Repubblica” il presidente del Niger con semplicità: Spiega a “la Repubblica”, al direttore Molinari, il problema immigrazione il presidente del Niger: “In Francia, Spagna e Italia avete molti posti dove gli africani possono lavorare. Bisogna stabilire questi numeri, Paese per Paese, e poi affidare ai consolati la responsabilità di farli rispettare. Così avremo… l’immigrazione regolare, non avremo più a che fare con quella irregolare che alimenta i peggiori traffici” – e migliaia di morti. Il presidente del Niger, lo Stato più povero del mondo – quasi: al 189° posto su 191. Che dice peraltro quello che si è sempre fatto, in America e nella stessa Europa, avendo bisogno di immigrati.

La legge contro l’aborto

In un mondo già di rapporti sessuali liberi, non impegnativi, una ragazza brava, studiosa, alla scuola di formazione per insegnanti, buona figlia, buona amica, rimane incinta. Che fare? Siamo negli anni 1970, poco più di quarant’anni fa, e l’aborto è proibito dalla legge, con particolare severità. Una difficile ricerca, sempre più ansiosa man mano che le settimane passano, si svolge di sistemni fai-da-e di aborto.

Un film chiuso, come ferrato. Se non per il volto della protagonista, Anamaria Vartolomei, giocato in mille sfumature di luce sotto l’espressione apparentemente unica, della determinazione. Che si segnala per la tensione che la regista riesce a costruire monotematicamente, senza digressioni e con poche caratterizzazioni, su un “fatto della vita”: tra vita e morte, legge e realtà, amore e sofferenza, la storia événementielle e la tradizione (durata, convinzioni, assuefazione).

Un’opera anche diversa, questa di Audrey Diwan, dal racconto autobiografico di Annie Ernaux dal quale sarebbe tratta e di cui conserva il titolo, “L’evento”, il fatto innominabile. Ernaux, che lo racconta in flashback, senza quindi la tensione che il film fa montare verso un finale che non si sa, lo ha costruito come documento storico, di un’epoca. Facendo parlare medici, giurisperiti, donne con analogo problema, amici terrorizzati o inutili. Un percorso doppio, entrambi di successo, il film col Leone d’oro a Venezia, Ernaux col Nobel: l’aborto è tema sempre aperto, e divisivo, ma è di tutti.  

Audrey Diwan, La scelta di Anne-L’Évènement, Sky Cinema 2

giovedì 1 dicembre 2022

Problemi di base - 725

spock

“Arrivi sempre primo se corri da solo”, Gino Paoli?

“Society is the happiness of Life”, Shakespeare?

“Il falso vola, e la verità gli viene dietro zoppicando”, Jonathan Swift?

“Il cammino dei più elevati desideri passa spesso per l’indesiderabile”, René Daumal?

“L’uomo è il più crudele degli animali”, Nietzsche?

“Nessuno viaggia mai così bene come colui che non sa dove sta andando”, Cromwell?

“Un religioso è più di qualsiasi altro capace di male”, Graham Greene?

“Figli piccoli guai piccoli, figli grandi guai grandi”, proverbio siciliano?

spock@antiit.eu

All’ombra di Bloomsbury

Tra la statuaria romana, sotto le volte di palazzo Altemps, l’universo umbratile – tutto sommato – di Virginia e Leonard Woolf, delle loro edizioni pregiate, con torchi a mano: un catalogo piccolo, quello qui in mostra, ma dalle copertine tutte per qualche motivo golose. Di più, e soprattutto, una mostra dei quadri e disegni di Vanessa Bell, la sorella di Virginia, e di artisti in qualche modo a lei connessi, nella tarda scoperta londinese degli impressionisti francesi e dei loro epigoni – di un’altra maniera di dipingere. Che la National Portrait Gallery di Londra prova a rilanciare da Roma, dalla sede prestigiosa del Museo Nazionale Romano, opera imponente (e insieme, curiosamente, anch’essa “segreta”) di Melozzo da Forlì, accanto a piazza Navona, luogo denso di turismo – tutto l’opposto di Bloomsbury, il quartiere di Londra che dà il nome al gruppo woolfiano, allora imponente (ospedali, università) e semidisabitato, semiperiferico.

Virginia Woolf non cessa di stupire - anche al di fuori del femminismo, forse di più. Qui le ricorrenti psicosi, di cui non riuscì a liberarsi, malgrado i tanti affetti che la circondavano, emergono come una costante, a fronte dell’esuberanza della sorella maggiore, che ebbe anche tre amanti in contemporanea, compreso il marito da cui prendeva il nome, Duncan Bell. In un incrocio di artisti, letterati, economisti, diplomatici, di eleganza e influenza, artistica e di costume, che è sfavillante, come si sa (Keynes, Nicholson, Lytton Strachey, lady Ottoline Morrelle e quindi Bertrand Ruseell, tart i tanti). Ma resta, o comunque appare, intima, riservata. Come autoemarginata, che è forse l’effetto dello snobismo - che purtroppo continua a dominare la scena, anche in questa memoria.

Curano i testi, in schede più narrative che didascaliche, Nadia Fusini e Luca Scarlini.

Nadia Fusini-Luca Scarlini (a cura di), Virginia Woolf e Bloomsbury. Inventing Life, Roma, Palazzo Altemps

mercoledì 30 novembre 2022

Con la Juventus si vince

Il reato è generale, il colpevole è uno solo, la Juventus. Tutte le squadre di calcio si sono “arrangiate” con la contabilità nei due anni di calcio senza spettatori, e anche senza partite, e di atleti in lunga quarantena. Tanto che la Figc, il tribunale della Figc, ha dovuto chiudere la pratica senza nemeo visionarla. Ma nel caso della Juventus, naturalmente, si fa un’eccezione.

Perché “naturalmente”? Perché non si fa carriera, e non si va sui giornali, colpendo l’Empoli, o il Frosinone (è ancora in A?). I Procuratori della Repubblica napoletani contro la Juventus diventarono d’un colpo Procuratori Capo – malgrado alcune “irritualità”.

Questo sito non è stato tenero con la dirigenza juventina, per tanti aspetti. P.es.:

http://www.antiit.com/2009/10/la-juventus-e-lincompetenza-di-elkann.html

O sulla gestione dilettantistica, balorda, che ora mezza Procura di Torino e tutta la Guardia di Finanza contestano, ancora di recente:

http://www.antiit.com/2022/08/la-squadra-perdere-la-juventus-degli.html

Salvo, da ultimo:

http://www.antiit.com/2021/12/torino-fa-simpatica-la-juventus.html

Perché questo è il punto: che giustizia è questa? Dove sono le plusvalenze fittizie delle altre squadre di calcio? Facendo i giudici. 

O anche, facendo i giornalisti: chi ha cominciato questo giochetto contabile (le squadre romane, la Lazio di più).  

Conigliera europea

Macron va da Biden per protestare contro le misure protezionistiche dei piani industriali americani, sotto la specie del contrasto all’inflazione (“Inflation Reduction Act”), e per chiedere più gas dagli Stati Uniti “a prezzi non iniqui”. Ci va già da “anatra zoppa” al suo paese, senza il collegamento di prammatica con la Germania (l’asse franco-tedesco, l’asse renano di tanta letteratura), e senza rappresentare altri paesi, non l’Italia per esempio. 

Il belga barbuto Michel, presidente onorario del consiglio europeo, va a Pechino a fare non si sa che, se non perché dal viaggio ha potuto escludere finalmente Ursula von der Leyen, la presidente della Commissione di Bruxelles – il vero consiglio dei ministri europeo. È da Michel meditava questo dispetto.

L’Europa è in guerra con la Russia, ma non se lo dice. Fa una guerra by proxy, sul fronte ucraino, con i soldati, e i civili, ucraini. Una guerra doppiamente by proxy, essendoci stata portata, renitente, dagli Stati Uniti. Fa la guerra fornendo le armi e i fondi, e castrandosi con sanzioni pesanti.

Al momento di applicare queste sanzioni, ognuno le tira dove gli fa comodo. Non solo gli Stati Uniti se ne avvantaggiano, a spese dell’Europa, ma lo stesso avviene tra paesi europei. L’Olanda per il gas che esporta, la Francia per l’elettricità che esporta, di fonte nucleare, la Germania perché ha i soldi per pagarsi il gas a qualsiasi prezzo e non vuole limiti - i rifornimenti prima di tutto.

Macron è giù “anatra zoppa”, appena rieletto, in quanto non più rieleggibile. È già gara alla successione. A opera specialmente del suo ministro dell’Interno, Darmanin, il capo dei gollisti, di cui Macron non può fare a meno in Parlamento, che non ancora quarantenne già si vede all’Eliseo fra cinque anni e in questa ottica si comporta – è quello che ha organizzato e alimenta la campagna contro l’Italia.

Non si saprebbe dire che c’è un’Europa unita – se non nella fantasia dei media italiani. Nemmeno un’Europa, se non per ridere – sembra una frotta di conigli spaventati.

La morte della madre

La madre muore, Annie, l’ex marito e i due figli vanno al funerale, Annie racconta gli ultimi momenti, all’inizio e alla fine, e nel mezzo tenta un ritratto, l’ennesimo ma senza più irritazione, della madre. Una realtà che le sfugge: “Per me, mia madre non ha storia”, il luogo è inospitale, “Yvetot è una città fredda”, i ricordi confusi. Una vita dunque senza storia, se non è raccontata.

“Questa non è una biografia, né un romanzo naturalmente, forse qualcosa tra la letteratura, la sociologia e la storia”, è la conclusione. Ma più forse tra la letteratura e la psicologia, la psicoanalisi (che non si fa) del rapporto madre-figlia: “Di nuovo, ci rivolgevamo la parola su quel tono particolare, fatto di fastidio e di irritazione perpetua, che faceva sempre credere, a torto, che litigavamo e che riconoscerei, tra una madre e una figlia, in qualsiasi lingua”. Ancora un corpo a corpo con la madre. L’ultimo, e quindi caritatevole – pensando naturalmente a se stessa, nell’inevitabile corso del tempo. Alla fine, ancora qualche pensiero cocente: “Ho fatto tutto perché mia figlia fosse felice e lei per questo non ha potuto esserlo di più”. 

Una elaborazione del lutto, operazione comune. Operazione semplice e liberatoria, ripercorrendo momenti e impressioni della persona che non c’è più. Oppure no, dolorosa e forse inestinguibile - per es. per Roland Barthes, maestro di scrittura: è quando ci si proietta nell’altro, non ci se ne è mai staccati. Ernaux è molto diversa dalla madre, se ne è staccata già da bambina, sa oggettivare il rapporto madre-figlia – poco frequentato dai freudiani benché invasivo, costitutivo si direbbe, della maternità. Aiutata, nel caso personale, dalla saggezza (sapienza) della narratrice.

Tra le prime prove di un genere che poi dilagherà, il ritratto della madre senza più memoria. Dell’Alzheimer che la riduce, nei momenti buoni, e nelle difficoltà materiali, fisiche, fisiologiche, allo stato infantile, di madre figlia della figlia. Con effetti negativi, sulla concentrazione, la memoria, l’abilità, il senso della realtà, anche dell’accudente, se legato da affetto, come ad Annie è successo.  

Annie Ernaux, Una donna, L’Orma pp. 99 € 15

martedì 29 novembre 2022

Secondi pensieri - 498

zeulig

Coscienza – Riemerge alla fine (provvisoria, certo, non bisogna farci affidamento, troppa religione vi è attaccata) della corsa scientifica. Forse gli scienziati sono stanchi, ma forse la corsa è interminabile. Tononi è uno scienziato, neurologo, che dice: “I concetti non sono altro che forme nella mente, concentrati di informazione integrata grandiosi. La giustizia, il bene, il male sono immense forme nella mente ed esistono in quanto tali. La prima volta che qualcuno arrivò a pensare alla giustizia….”.  L’io “odioso” di Pascal, c’è poco d’altro.

Si dice: “Finisce l’io, inizia la verità”. Nella fantascienza, forse - della verità come “aliena”, un mostro.

Evoluzione – Pone altrettanti misteri che la creazione. Dal punto iniziale, quale che esso sia, aria, polvere, luce. Ma anche il colore senza luce, il grigio per dire, è un problema. Come si arriva al cervello, per esempio. Non per il suo intrico, la sua complessità materiale, ma come si passa dall’evoluzione all’autonomia, di giudizio, di decisione. Come e perché ogni forma è possibile, vegetale, minerale, animale. Senza in realtà ereditarietà, o allora solo casuale alla fine. Come si concilia l’evoluzione con la casualità. O perché la fisica dell’infinitamente piccolo non arriva mai all’indivisibile – al punto d’inizio.

L’evoluzione è un mistero più della creazione – un mistero in itinere, di oggi, contemporaneo a ogni vivente. L’inizio come Big Bang è solo sonoro, canoro – di una fisica “tricche, ballacche e putipù”.

Occidente – Con la Russia esclusa, resta poco. Restano gli Stati Uniti. L’Europa si è ridotta allo stato vegetativo con la guerra americana d’assedio alla Russia, via Ucraina, Baltici, e chiunque altro. In base alle teorie geopolitiche tardoottocentesche di Halford Mackinder, che pone l’area di confine eurasiatica al centro del potere mondiale, riproposte da Zbigniew Brzezinski a fine Novecento ne “Il grande scacchiere”. Delineando l’assedio alla Russia via Ucraina. Come è poi avvenuto: con le “rivoluzioni” colorate di piazza Meidan a Kiev, circoscritte ma abbastanza per rovesciare con patenti di legittimità presidenti regolarmente eletti che non accettavano l’assunzione dell’Ucraina nella Nato. La Russia ha reagito alle “rivoluzioni” colorate annettendosi la Crimea, e ora una parte di Ucraina. Una bellicosità senza fine è stata innescata, nella quale l’Europa sprofonderà. È tutto qui il mancato parallelo – che ogni scienziato politico avrebbe dovuto fare ma non si fa – tra Cuba e Ucraina: i missili russi a Cuba no, quelli americani in Ucraina sì.

Lo stesso Brzezinski ha sancito la fine dell’Occidente indirettamente, vent’anni dopo “La grande scacchiera”. Il teorico dell’assedio alla Russia via Ucraina aggiunse a metà 2016, poco prima di morire, questo “Epilogo” alla riedizione “aggiornata” della “Grande scacchiera”: “Di fronte a una struttura globale in evoluzione”, cioè a seguito dell’emergere della potenza cinese, “l’America deve lavorare ad attirare la Russia in un Occidente allargato e simultaneamente perseguire una visione geopolitica di lungo termine che includa cooperazione tra Stati Uniti, Cina e Russia”. Una nota di ravvedimento? Brzezisnki temeva molto un “eventuale asse Russia-Iran-Cina”. Ma i giochi erano già fatti, nell’“America First” di Trump e Biden.

Puritanesimo – È quella cosa per cui il peccato è tutto sessuale. Si vuole parecchie cose, libertà, indipendenza, anticonformismo, ma si distingue solo nel campo sessuale. È una psicologia ristretta al mondo anglosassone. A un mondo, cioè, che tiene la sessualità in sospetto.

Queer,i-  Forse non dovrebbe, ma si confonde con asessuale. Ripulito dalla crosta (luccichio) inglese e new englander, cioè dal puritanesimo, è la realtà di ogni provincia e di ogni famiglia, anche la più semplice o ovvia: c’è sempre stato uno zio e una zia queer, senza nessun minus, di considerazione o di affetto, familiare o sociale - è il celibato o nubilato “naturali”, in assenza cioè di stimoli sessuali. Come è del resto di tutti, e di tutte, a una certa età – anche se un certo marketing vuole il contrario. Issarlo a bandiera dei “diritti” è stato possibile nel corpaccione dell’America – anche perché è un merchandising, anzi un franchising, del freudianismo, per cui non c’è altro verbo che il sesso, del business psicoanalitico, doppiato col pruriginismo puritano.

Da Londra e il New England esteso alla grande America, che è una grande provincia, e quindi alla provincia mondo, si ricorda importato con abiti nuovi (mitici) da Arbasino, il collettore di mondi diversi, Bloomsbury, Keynes, E.M.Forster – prima che lo scrittore si rimettesse a guardare in casa, dalla “casalinga di Voghera” a Moro e alla “cintura bassa” dei pantaloni. Associandolo peraltro al camp, che non ha nulla in comune col queer, ma sì come sbracataggine.

È la scoperta snob dell’acqua calda, o invenzione della storia, altra specialità anglosassone, da Walter Scott a Namier. Per dare e acquisire un che di lustro – come ripulire gli argenti. Reazione anche al pansessualismo, anche questo in definitiva anglosassone – è il brand di Freud ma il dominio era già anglosassone. Cioè del tutto è peccato. Che è un’esagerazione, come tutti gli eccessi, ma anche nella sua sostanza, l’attrazione o stimolo sessuale, che non è poi colpa grave, nemmeno veniale. Tanto più quando manca.

Riso – “Il ridere rientra tra i fenomeni ritmici del nostro organismo, selezionati dalla natura per rilassarci; per questo è parente del pianto: si piange per allegria e si piange per disperazione. Il nostro comportamento include schemi ripetitivi e ritmici, che vanno dal succhiare al seno dei bambini al respiro”, Carlo V. Bellieni,  “Laughter: A signal of ceased alarm toward a perceived incongruity between life and stiffness” (“New Ideas in Psichology”). Che sono però dei comportamenti, il ridere e il piangere. Altra cosa che il succhiare o respirare, reazioni fisiologiche. Sono delle reazioni, che si dicono istintive ma sono eventi psicologici, derivanti dal riflesso cognitivo ma in modio del tutto soggettivo, variabile per ognuno in riferimento a una molteplicità inclassificabile di fattori, da ultimo il temperamento.

Scienza - È bellicosa. Parisi afferma: “La pace viene con la scienza”. Ma in un senso particolare, che non è la pace. Il Nobel può infatti proseguire: “La scienza diventa sempre più utile alla società (lo sviluppo economico si basa sul progresso scientifico)”. E quello della salute, si aggiunge di solito. Ma già qui il passo è problematico.

La scienza è innovativa, questo si può (si deve) dire. Il tipico percorso innovativo, la ricerca (scoperta), è il suo lavoro, la sua materia. Non è negativa, non di per sé. Ma è dirompente, cerca e   impone il cambiamento. Che andrà nel senso della selezione - del migliore, più adatto, più innovativo - ma impone distruzioni in continuo di vecchie ipotesi e assetti, e non garantisce dale spoglie o vittime del nuovo. L’esempio macroscopico è della rivoluzione industriale, col balzo prometeico della capacità di fare, e la sua erezione a regola sociale. O recentemente della globalizzazione, dell’assetto ricardiano, liberoscambista dei rapporti mondiali, con l’enorme crescita del reddito, e parallelamente dell’inquinamento, della distruzione di risorse (i vecchi “elementi”) naturali. Nell’arco di una sola generazione la popolazione mondiale classificata al di sotto della soglia di povertà è scesa al 10 per cento, dal 37 per cento – mentre la popolazione mondiale aumentava di due miliardi. Ma si è raggiunta una soglia di degradazione del clima – aria, acqua, terra – rischiosa per tutta l’umanità.

zeulig@antiit.eu

Proust perduto nei salotti

Prose inverosimili, invereconde, di Proust, non più agli esordi, del 1903, 1904,1905, e fino al 1907, quando di anni ne aveva 36. Per lo più su “Le Figaro”. Al quale collaborava già dal 1900, e con la più ampia disponibilità del direttore Gaston Calmette. Firmate “Dominique”, “Horatio”, “Écho”, come “echi” mondani, ma ben lunghe, anche di una pagina di giornale, che è comunque troppo.

Primeggia il ritratto della principessa Mathilde, che più di ogni altra emoziona Proust, otto o nonagenaria, figlia di Girolamo Bonaparte, “re di Vestfalia”, la “comandante” di tutti i Bonaparte. La grande pittrice è Madeleine Lemaire, per il semplice fatto che frequenta uno dei salotti. La poetessa del secolo è Anna de Noailles. Con un profluvio di “nomi”, da impenitente name dropper, il lato più faticoso dello snobismo - mostrare di conoscere le eccellenze.

Si potrà dire che ci vuole genio per scrivere molto senza dire nulla, eccetto i nomi, e allora Proust è geniale, ma per ridere. Sono paginette, oggi, documentarie, di Fine Secolo, di chi c’era e di come si era o diventava personaggi. Nella Francia iperrepubblicana: tutti in qualche modo titolati. Prose quindi come documenti d’ambiente. Ma c’è poco, oltre i nomi.

Proust se ne fa perfino una teoria, non balorda. Confortato da un testo di Renan, il discorso di ricezione all’Accademia: “Quando una nazione avrà prodotto ciò che noi abbiamo fatto con la nostra frivolità, una nobiltà più coltivata della nostra nel sedicesimo e diciassettesimo secolo, delle donne più affascinanti di quelle che hanno sorriso alla nostra filosofia…. una società più attraente e più spirituale di quela dei nostri padri, allora saremo vinti”. Con qualche dubbio, però: “Lo charme delle maniere, la cortesia e la grazia, lo stesso spirito, hanno veramente un valore assoluto?”, chiede Proust a Renan: “Lo si crede difficilmente oggi”. Questo non lo dissuade.

Marcel Proust, I salotti di Parigi, Passigli, pp. 128 € 12,50

lunedì 28 novembre 2022

Cronache dell’altro mondo - residenziali (234)

Le migliori città dove vivere in Nord America sono in Canada. Secondo l’indice delle città più vivibili, 172 nel mondo, censite dall’Economist Intelligence Unit, in base a una trentina di fattori (istruzione, cultura, ambiente, sanità, infrastrutture, stabilità politica). Le migliori sono Calgary, Vancouver, Toronto e Montréal.

Negli Stati Uniti reggono il confronto internazionale solo Atlanta e Washington. Si salvano, ma non al top, New York e Boston.

Degradata tutta la West Coast: Seattle, Portland, San Francisco, Los Angeles, San Diego. Sempre degradate Detroit, Pittsburgh, e ora anche Houston.

Nel complesso, però, l’indice Eiu fa il Nord America – essenzialmente gli Stati Uniti – la “seconda area più vivibile al mondo”, appena dietro l’Europa - segnalando che nella prima metà del 2022, “oltre 630 mila persone” sono passate negli Stati Uniti da altre aprti del mondo: “Quest’anno, ogni città del Nord America inclusa nell’indice ha segnato sopra 80 punti percentuali, con una media di 88”.  

Quando l’Africa era a corte, in Italia

L’africano era già stato “scoperto” in Europa nel Rinascimento, nelle corti italiane, a Firenze, a Mantova, a Ferrara. E a Venezia naturalmente, ce n’erano a frotte. Questo lungo documentario, “Presenze africane nell’arte”, lo documenta.

Era una presenza spesso servile e anche di schiavitù – specie dopo che i portoghesi si dedicarono a questo commercio, con la complicità dei reucci africani. Ma anche di normalità, senza cioè i pregiudizi e i luoghi comuni degradanti, che poi si affermeranno, con l’avvicinarsi della “scoperta dell’Africa” a fini coloniali, da fine Seicento a metà Novecento inoltrato. Come si sa soprattutto dagli archivi fiorentini - “le fonti archivistiche più complete al mondo”, secondo Kate Lowe, la studiosa inglese che partecipa alla ricostruzione documentaria dopo averli utilizzati. E dalle immagini, dalla pittura. Che documenta la vita di corte e quella comune – quello che oggi fa la cinematografia: Pontormo, i Ghirlandaio, Mantegna, Filippino Lippi, Botticelli, Michelangelo, Vasari, Tiziano, Carpaccio, Veronese.  

Tantissime immagini e tantissimi personaggi, anche minori e minimi, ma significativi. Fino a Sägga Krǝstòs, il giovane fantasista che si diceva figlio del re di Abissinia, svelato per impostore dai francescani d’Egitto, ma da loro esibito quale ragazzo prodigio in Europa, “ospitato e sostenuto da Propaganda Fide, molti principi italiani, e dalla monarchia francese”: a Roma presso i Barberini, il papa e la famiglia, infine a Venezia, sempre portato dai francescani, dove scomparve, per riemergere a Torino, dove fu fatto ritrarre dalla pittrice di corte, Giovanna  Savoia, e infine a Parigi, autore di una autobiografia, il primissimo scritto di un africano, creduto e protetto da Richelieu – in Francia morirà di polmonite il (Seicento fu ricco di “re” esotici, curiosità onoratissima, ce ne fu uno anche della Palestina).

Un documentario di ricerca su un pezzo di storia italiana, con marginali contributi italiani. Praticamente uno solo, dell’autore della bio-ricostruzione della vicenda di Sägga Krǝstòs. Cécile Fromont, martinichese, è di Yale. John Brackett, che sa tutto e di più su Alessandro, primo duca, dei Medici, un mulatto, è americano, ben bianco, e insegna a Cincinnati. Kate Lowe, ben bianca anche lei, fellow del Warburg Institute londinese, è stata cattedratica di Storia e Cultura del Rinascimento a Londra, curatrice della serie “I Tatti Studies in Italian Renaissance History”, grazie al lascito di Berenson e all’università di Harvard, e autrice di numerose ricerche “speciali”: la “cultura” delle monache in convento, a Firenze e altrove, nel Quattro-Cinquecento, i bambini lasciati all’Ospedale degli Innocenti a Firenze, anche di colore (“Black and Florentine: documenting the mixed ancestry babies at the Innocenti in the second half of the fifteenth century”). Unico italiano, di complemento, Matteo Salvadore, uno studioso riminese confinato all’università di Sharjah, emirato minore dei ricchissimi Emirati Arabi – gli ex Trucial States - sul Golfo Persico, studioso dei legami centroafricani, soprattutto abissini, con Roma e l’Europa, “biografo” del temerario Sägga Krǝstòs. Di Angelica Pesarini, dell’università di Toronto, e Igiaba Scego gli altri contributi italiani, di contorno.

Christian Di Mattia, Rinascimento nascosto, Sky Arte, streaming su Now

domenica 27 novembre 2022

Cronache dell’altro mondo - giudiziarie (233)

Il presidente Biden ha nominato più giudici federali nei primi due anni di mandato di ogni altro presidente americano – il presidente nomina i giudici di corte suprema, i giudici di corte d’appello e i giudici distrettuali, sottoponendo le nomine all’approvazione del Senato.

Nel dopoguerra il numero dei giudici federali, in carica per otto anni, è salito da poche decine a oltre quattrocento. Ronald Reagan, che ha moltiplicato le nomine, detiene anche il record delle stesse, 383. Segue Clinton, con 378.


Donald Trump, cui si rimprovera un numero eccessivo di nomine, si è fermato a 234. Trump ha però il record di nomine in un solo mandato, mentre Reagan e Clinton, con Bush jr., 327 nomine, e Obama, 329, hanno governato per due mandati.


Biden è il presidente che ha fatto più nomine nei primi 18 mesi di mandato. Ha inoltre il record delle nomine di giudici donne e di non-bianchi: tre su quattro dele sue nomine sono di donne e un quarto di afro-americani.

La favola della Sila “inospitale e buia”

Il primo volume della serie subito cult di “Cosma & Mito”. Annunciata in quattro volumi, come “epopea nippo-calabra”, forse per il ricorso, in copertina, a proverbi minacciosi tratti dalla pratica dialettale (ma “lupiminari” è nient’altro che lupi mannari), ma ben cosmopolita, o internazionale come ora si dice. Di due quarantenni già affermati tra Roma e Milano. Zurlo sceneggiatore, Filosa noto come “l’uomo del Giappone”, o “il più giapponese degli autori italiani”, dei “mangaka”, scopritore del “manga indipendente” degli anni 1960-1970, curatore della collana di manga Gekiga (anni 1960-70, quando i manga, i fumetti giapponesi per ragazzi, divennero storie per adulti: lotte di classe, drammi storici, storie noir)), e doku (“fumetti contemporanei”).

Ragazzine avventate corrono molti rischi, su e giù per la Calabria. Nei boschi “inospitali e bui” della Sila – che invece è ridente, ma questa è un’altra storia. Minacciate da loschi avventurieri, il clan dei Lupi e quello dei Polpi. Finiranno male? Una madre avventurosa, molto calabrese, per salvare il suo figlioletto sfida i Lupiminari. 

Tra favole di folklore locale e narrativa giapponese illustrata. La fine è nota, dopo molte scene paurose, come è di tutte le favole.

Nicola Zurlo-Vincenzo Filosa, Cosma & Mito. L’antro dei lupiminari, Coconino Press, pp.112, ill. € 16