Cerca nel blog

sabato 14 dicembre 2019

Secondi pensieri - 403

zeulig

Amore – Nasce improvviso, e può durare quasi niente, ma dev’essere reciproco, anche solo per un istante – il coup de foudre (Mario Soldati, “Un viaggio a Lourdes”, § 2): “Gli amori sfortunati, a guardar bene, non sono mai veri amori: ma puntigli, disperazioni, perversioni”.

Buona fede – È pericolosa. Giuridicamente accertabile e quindi pesata favorevolmente. E tuttavia rischiosa, diceva l’abate Galiani a Parigi, contro i philosophes del suo tempo, che semplificavano e sancivano, senza dubbi né riserve: “Non abbiate paura dei bricconi né dei malvagi. Abbiate paura dell’onesto uomo che si inganna; egli è in buona fede verso se stesso, crede il bene e tutti si fidano di lui; ma, sfortunatamente, s’inganna circa i mezzi di procurare il bene agli uomini”. Necessariamente no, non sempre quindi. Ma sempre in buona fede.

Italiano-Americano - In “The Irishman” quattro italo-americani, Scorsese, Pesci, De Niro e Pacino, fanno convincenti la storia dell’America. Una storia appassionante, ma di mafia, di violenza. Anche irlandese, ma a regia (narrazione) e con impersonificatori (il Fixer, il Killer, il Capo) italici, italiani del Sud. Come è possibile – che sia convincente?
È una sineddoche, la parte per il tutto? O italiana è solo la capacità critica, di sintesi? Una storia “italiana”, di facce e nomi d’artista che richiamano l’Italia, del Sud, metafore dell’America pura e dura? La doppia nazionalità è il modo di essere di una comunità nazionale che si è formata per commistioni, costanti, robuste.

Lavoro – Defatigante, ansiogeno – effettivamente una condanna, non solo biblica, religiosa. È il motore dell’entusiasmo-depressione. Un dopante: “Ogni giorno ha la sua dose personale, la sua dose di ansietà”, è notazione di De Quincey, l’opium eater, Non propriamente della condizione umana, malgrado la condanna biblica: a partire da un momento nella storia, dall’uomo moderno.

Lusso – Il lusso è utile, e può ben essere l’anima dell’economia. E più nelle forme ostensive, della corruzione compresa. È reputato fonte di ricchezza, se non la fonte per eccellenza della ricchezza, proprio in quanto consumo, da numerose trattazioni, da Mandeville a Sombart, Marx compreso. E fino a Rathenau: in un paese nel quale non ci sono più ricchi ci sarà solo gente povera, molto povera. Non lo disse ma lo pensò anche Augusto, al tempo delle guerre civili, che divenuto signore di Roma lamentò al scomparsa della toga nei ceti plebei. Ma lui stesso se ne potrebbe ritenere causa: al tempo delle guerre civili l’assoluta povertà, e nel suo tempo come nelle guerre civili lo svilimento della competizione politica per le cariche, col suo carico di corruzione, erano le cause ovvie della depressione reddituale e sociale.
È al fondo il consumo, che anche nelle frange più povere è condotto da quello ricco, per imitazione, del bisogno se non del gusto. Cancella il senso del limite, è la base dell’accumulazione. E del bello, delle forme, dell’estetica. La regina Elisabetta ha – ha avuto - un guardaroba di tremila abiti. In Italia si faceva grande architettura e ottima pittura, scultura, nelle corti, benché piccole. In Germania ottima musica, anche in corti piccolissime.

Memoria – È il fondamento della resistenza, della costruzione dell’io.

Si perde con la famiglia, con la scomparsa della famiglia?Eugenio Scalfari ha un lampo, nel memoir  “Grand Hotel Scalfari”, a proposito del “trasferimento della memoria personale, dal più grande al più piccolo”. Oggi il passaggio di consegne “è diventato impossibile. Come se nei rapporti tra il vecchio e il bambino si fosse alzato un muro visibile che impedisce ogni forma di comunicazione. Accade tra padre e figlio. Ma ancora più grave è che ciò avvenga tra un nonno e un nipote”.
Ma può essere il contrario. Non è il ruolo paterno che si affievolisce, anzi esso è accentuato nella coppia e nel matrimonio contemporanei, che sono quasi un “matrimonio repubblicano”, indissolubile benché mortale. È la memoria che perde valore,  quindi sostanza. Si dimentica più che ricordare, l’oblio si coltiva più che il ricordo, bisogno primario è innovare, si conosce per altri automatismi. O forse solo per l’ideologia dell’up-to-date. Del contemporaneo. Del nuovo – dell’eterno rinnovo, anche solo vocale. Della conoscenza come consumo – anch’essa – invece che accumulo. Dell’essere come non-essere, o sottilizzarsi. Per l’esigenza primaria di sentirsi integrati, nel mainstream, quale che sia.
Non c’è epoca o comunità più prona alla manipolazione e al controllo di quella che si esercita sul presente. Chimera camaleontica, facile anche da manipolare, sia pure solo per interesse (denaro)..

Ozio –  È di ardua concezione. I trattati sono molti, ma la definizione sfugge. Si potrebbe dire la condizione “naturale” dell’uomo, prima dell’accensione prometeica. Ma anche questa traballa. L’esperto di comunicazione Paolo Landi, uno che vive “nell’attività anche nel riposo”, si dice “un tipo totalmente occupato e nello stesso tempo totalmente ozioso” – “cosa fa Chiara Ferragni”, chiede retoricamente della influencer prototipo, quella che più “lavora” con e sui social. L’ozio come attività è sicuramente spaventoso.

Populismo – (Ri)nasce con la rete: il populismo odierno, di Trump e Salvini, nasce e si sviluppa con la rete internet. In varie derivazioni: antipartitismo, antipolitica, giustizialismo, sovranismo, anche anticapitalismo ma di fatto succumbismo. Il Front National in Francia e Orbàn in Ungheria sono fenomeni nazionalisti - quello di Orbàn in ambito Popolari europei, benché autoritario.
Diventa fenomeno di massa, populismo, con i social. Ma come tale, come veicolo di populismo, la rete era già denunciata agli albori di internet: Langdon Winner, “A Victory for Computer Populism” è un saggio del 991, “Technology Review”  94, n.4.

Realtà – È quella di Leonardo, secondo Gramsci, in un passo dei “Quaderni del carcere”, (3, XX § (48)), contro “la concezione storico-politica  scolastica e accademica, per cui è reale e degno solo quel moto che è consapevole al cento eper cento e che anzi è determinato da un piano minutamente tracciato in antecedenza e che corrisponde (ciò che è lo stesso) alla teoria astratta”: “La realtà è ricca delle combinazioni più bizzarre ed è il teorico che deve in questa bizzarria rintracciare la riprova della sua teoria”. Leonardo? “Leonardo sapeva trovare il numero in tutte le manifestazioni della vita cosmica, anche quando gli occhi profani non vedevano che arbitro e disordine”.

Scrittura - C’è nella scrittura, nella buona scrittura, dotata, qualcosa di più grande del percepito e dell’espresso, o del vissuto. Freud e Heidegger (e Nietzsche, eccetera), o Stendhal e Schopenhauer (ma anche Platone, Rousseau, eccetera), scrittori dotati, sono molto più grandi delle loro teorizzazioni, o del loro misero vissuto. Di una grandezza incomparabile, poiché la misura un fascino sterminato.
Ciò può essere fonte di meraviglia, entusiasmo o paura. Ma è esaltante: da solo dà la misura del potenziale umano, della realtà dell’uomo. 

Storia – “Il cammino della storia non è quello di una palla di biliardo che una volta partita segue una certa traiettoria, ma somiglia al cammino di una nuvola, a quello di chi va bighellonando per le strade, e qui è sviato da un’ombra, là da un gruppo di persone o da un strano taglio di facciata, e giunge infine in un luogo che non conosceva e dove non desiderava andare” – Robert Musil, “L’uomo senza qualità” (pp. 408-409 Einaudi).
“L’andamento della storia è un continuo sbandamento. Il presente è sempre un’ultima casa al margine, che in qualche modo non fa più completamente parte delle case della città. Ogni generazione si chiede stupita: chi sono io e chi erano i miei antecessori?” (id.).

Virtù – La virtù è più spesso punita. Ma questo è parte del processo virtuoso.

zeulig@antiit.eu

Il paradiso è pagano

Illustratissimo, di ogni possible supporto: foto, dipinti, statue, vasi, mappe, disegni. E didascalie esaurienti, non speciose non affrettate. Un mondo di cui Guidorizzi è cultore ora emerito e Romani in cattedra, entrambi a Milano.
Un exploit d’editore, una chicca. Sui dodici maggiori culti e luoghi di culto dell’antica Grecia. Col fascino di questa strana insorgenza o bisogno di religiosità “pagana” ora che la fede làtita o è rimossa.
Giulio Guidorizzi-Silvia Romani, In viaggio con gli dei, Raffaello Cortina, pp. 270, ril., ill. € 19

venerdì 13 dicembre 2019

Gli inglesi se ne vanno, e non sappiamo perché

Non abbiamo saputo nulla dell’Inghilterra “profonda”, così usava dire, in tutto questo tempo dopo il referendum anti-Ue, e sono ormai tre anni. Ci hanno raccontato che gli inglesi erano pentiti, e quasi quasi rifacevano il  referendum, per dire no al no. Invece erano tutti per il sì, per uscire dalla Ue. Insipienza? Bugie? Per conto di chi?
Che Londra vada via dalla Ue non è un fatto come un altro, anche se questa Ue tutto riduce a fatto burocratico. Sembra evidente, non è uno degli eventi cui Bruxelles ci ha abituati, scialbi, senza apparenti conseguenze - eccetto che per i pochi è scaltri manovratori. Anche giornalisticamente, è una grossa novità. E niente.
Nessun esame critico: perché gli inglesi se ne vanno. Nessuna autocritica, né a Bruxelles né in nessun governo europeo. Anche se il voto è  chiaro: il rifiuto di questa Europa tedesca, dove decidono la Bundesbank e la cancelleria, per gli interessi tedeschi.
L’Inghilterra se ne va e non sa per dove. Ma ovunque meglio che nella Ue. Si disprezzano gli inglesi come fossero poveri di spirito, mentre sono gli elettori con più lunga e radicata esperienza  del voto.
Sono più avventurosi, e politicamente accorti, gli inglesi che se ne vanno o i Conte che raccontano le barzellette a Angela Merkel, e con la cancelliera si postano su instagram?
Boris Johnson ha fatto campagna in tv e nei social col cartello finale “Merry Christmas”. Mentre in Italia sono pochi sparuti esercenti che ancora osano “Buon Natale” invece che “Buone feste” – sospettati di razzismo. Che il sovranismo sia un buon Natale, un pizzico di cortesia?

Letture - 405

letterautore


Ecologia -  Il nuovo inizio è un ritorno? De Quincey la difende nel 1839, “La casistica dei pasti romani”, in nota all’inizio della ritrattazione – sapendo di dire allora, in piena rivoluzione industriale, un’enormità, come si arguisce dalla premessa: “Siccome sono perfettamente serio, devo pregare il lettore, che in quanto dico si immagina qualche intenzione scherzosa, di considerare che enorme diversità avrebbe significato per la terra, considerata la dispensatrice delle proprie  ricchezze – se grandi nazioni, in un periodo in cui le loro risorse erano debolmente sviluppate, avessero richiesto o no candele per molti secoli. E, posso aggiungere, fuoco. Le cinque voci della spesa umana sono. 1.Cibo; 2. Riparo; 3. Abiti; 4. Combustibile; 5. Luce. Tutte erano segnate a un livello più basso nell’era pagana, e le ultime due erano quasi bandite dalla’antica economia domestica. Che grande sollievo deve essere stato per la nostra buona madre terra, che in un primo momento fu costretta a chiedere ai suoi figli di stabilirsi intorno al Mediterraneo. Non poteva nemmeno d are loro acqua a meno che non andassero a prendersela da soli da un comune serbatoio o cisterna”.
E per chi no  entra nel Mediterraneo, o attorno a esso?

Giornalismo – “Noi non possiamo essere imparziali. Possiamo essere soltanto intellettualmente onesti, cioè renderci conto delle nostre passioni, tenerci in guardia contro di esse e mettere in guardia i nostri lettori contro i pericoli della nostra parzialità. L’imparzialità è un sogno, la probità un dovere”, Gaetano Salvemini, prefazione a “Mussolini diplomatico”, 1932.

Ingenuo – L’originale latino sta per gentiluomo: uomo libero figlio di uomo libero.

Libertino – Eugenio Scalfari fa grande uso della parola ultimamente avocandolo a sé, alla sua propria vita: da “spirito forte” settecentesco o libero pensatore, e da dissoluto ma non troppo, tipo poi “L’Ingènue libertine” di Colette – e Colette stessa, attaccata alla madre e alla figlia (“è mai esistita una madre così poco materna?”), nonché ai mariti, ma non del tutto. Ma prima del Settecento i libertini si occupavano sopratutto di questioni grammaticali, in particolare della congiunzione car, da essi ritenuta inutile e disdicevole. Gomberville intraprese per scommessa, e portò a termine, un romanzo in cinque volumi dal quale la congiunzione esplicativa è bandita - aprendo la via ai romanzi sperimentali di Georges Perec, quello con la sola vocale e e quello senza la e. Ciò che diede al cardinale Richelieu l’idea di canalizzare la carica eversiva per un’Accademia, con l’incarico tremendo di rifare il vocabolario, e il progetto politico ha funzionato, la congiunzione car è rimasta. Ma è vero che lo stesso scrittore anti-car, benché insediato all’Accademia, non avrà paura di prendere posizione a favore di Pascal nella polemica contro i gesuiti, meritan­dosi un posto d’onore nelle “Lettere provinciali”.

Manzoni – Anche Pannunzio legge “I promessi sposi” sul letto di morte, come Gadda. E si fa seppellire “con la sua copia un po’ consunta” – lo racconta Scalfari, in “Grand Hotel Scalfari”, 279.

Molière – Era Corneille? No, è lui l’autore delle sue commedie, delle commedie scritte. Un’analisi computazionale  conferma che fu lui a scrivere le sue commedie – con risultati diversi rispetto al trattamento che tuttora si riserva a Shakespeare (v. sotto).
Attore itinerante, Molière cominciò a scrivere a quarant’anni. E di lui non resta nemmeno un manoscritto, benché sia vissuto ancora undici anni, fino al 1673. Pierre Louÿs un secolo fa, svolgendo queste considerazioni, avanzò l’ipotesi che le commedie fossero invece di Corneille. Che scriveva per il genio istrionico di Molière, capocomico ormai di fama e quindi di successo più facile. Invece le macchine pensanti, azionate dai linguisti francesi Florian Cafiero e Jean-Baptiste Camp, un ingegnere e un professore di Umanità numeriche, hanno separato le commedie di Molière, che hanno analizzato insieme con altri testi, di Corneille e altri drammaturghi dell’epoca, in un unico gruppo. I cervelli elettronici erano stati indirizzati a riconoscere sei “caratteristiche”: lemmi, forme, parole utili, rime, affissi, n-grams (frequenza di una o più parole).
La ricerca ha però riaperto il problema Molière, invece che risolto. Si contesta in particolare la scelta delle “parole utili”. E delle commedie esaminate, solo undici su trentatré.
In precedenza, nell’ultimo quindicennio, numerose ricerche linguistiche avevano rilanciato, e in qualche misura fondato, l’ipotesi di Pierre Louÿs, rilevando una comunanza di vocabolario tra i testi di Corneille e quelli di Molière troppo estesa perché si possano attribuire a due autori diversi.

Opinione pubblica – Si riduce a (compiace di) indiscrezioni, intercettazioni. Eco, lo studioso della comunicazione che ci credeva, credeva in n ruolo positivo dell’informazione, dei media, ne fu molto deluso, e lo scrisse nell’ultimo romanzo, “Numero zero”, in realtà un pamphlet violento  contro il giornalismo. Di cui così spiegò il senso a Scalfari in una video intervista, stampata su “la Repubblica” del 23 dicembre 2014: “Un tempo, se un presidente non piaceva – fosse Lincoln o Kennedy –succedeva che gli sparavano. Già con Nixon e poi con Clinton si è visto che si può distruggere  un presidente tirando fuori le intercettazioni oppure  parlando di cosa ha fatto la sera, con chi è andato a letto. Tutta la nostra politica è ormai su questo piano. Il comandamento è: bisogna distruggere, delegittimare, sputtanare”.
Eco lo dice con una punta politica amara, evidente nel video: intercettare, distruggere, delegittimare, sputtanare è un procedimento violento, quindi tipicamente “di destra”, mentre è l’armamentario, il solo, della “sinistra” – dell’affarismo che ha preso il posto della sinistra.

Prescrizione – “Oh, che diciannove secoli non erano bastati a maturare la prescrizione”, è il pensiero, recondito ma furibondo, che alle nozze della figlia dovutamente battezzata con un principe dell’aristocrazia nera romana insorge nel ricco banchiere ebreo, nel romanzo I Moncalvo di Enrico Castelnuovo, quando il celebrante inveisce contro “quelli che hanno perseguitato, crocifisso, deriso” il Signore. Ogni tanto ce ne vuole.

Selfie – “Il proprio profilo è la prima maschera” – Vinicio Capossela

Shakespeare - Dimezzato, o nome collettivo? Ancora una novità, tra i tanti “Shakespeare” noti, dai Florio calabresi a duchi e assassini. Segnalata dal supplemento “Scienze” di “la Repubblica”. Scoperta dal linguista ceco Petr Plecháč, riscontrando con un programma di intelligenza artificiale o machine learning un’ipotesi avanzata nel 1850 da un critico inglese, James Spedding, incuriosito dalle somiglianze lessicali tra alcuni passaggi dell’ “Enrico VIII” e la scrittura di Fletcher. Il cervello elettronico dice che Shakespeare scrisse l’“Enrico VIII” con John Fletcher.
Ma forse il meglio a questo punto resta da ipotizzare: perché Fletcher, di quindici anni più giovane di Shakespeare, non ne sarebbe stato l’amasio? Shakespeare è una miniera.

Toga – Era la veste dell’ozio, comoda ma senza utilità – tasche, protezione dal caldo, o dal freddo. Dell’ozio che era la giornata del romano: discussioni, votazioni, le abluzioni alle terme, spettacoli – De Quincey ne fa diffusa spiegazione nella “Casistica dei pasti romani”.

letterautore@antiit.eu

Il santo parricida


“La storia di san Giuliano l’Ospitaliere”, che muore abbracciato al lebbroso, “come pressappoco la si trova, su una vetrata di chiesa, al mio paese” – così Flaubert la spiega a un amico. Uno dei numerosi racconti di santi, che lo appassionano. Questa si distigue, nella morte di Giuliano, come un abbraccio omosessuale – implicito, certo (come molto altro in Flaubert, compersa Madame Bovary. E come la riuscita infine della ricostituzione di un universo “medievale”, ambizione a lungo coltivata.
Nello stile degli “Acta Sanctorum”, e della “Legenda aurea” di Jacopo da Varagine, delle agiografie quali sono in uso ancora oggi, la storia del santo che ha ucciso i genitori. Come da profezia ma per sbaglio – come negli antichi miti, di Edipo e di Oreste. Flaubert ci ha convissuto tutta la vita, per rivolta o rivalsa, direbbe Freud, contro l’autoritarismo del padre dottor Flaubert, implicita certo. “Un tema ruminato per trent’anni”, nota Sartre in “L’idiota della famiglia”, vol. II. E ha provato a scriverla a più riprese, fin dal 1845, dalle prime prove da adulto: il “cacciatore maledetto” (Sartre) lo ossessionerà per tutta la vita creativa. La riscrive, per la terza o quarta volta, e la completa, un paio di righe al giorno, spiega ai corrispondenti – e deve essere vero: il manoscritto in facsimile riprodotto nella vecchia edizione Bur è una mappa di cancellature e rinvii, inverosimile talmente è aggrovigliata – nel 1875-76, dopo il quasi fallimento finanziario dell’amatissima nipote e consorte, che lo aveva costretto al sacrificio di quasi tutto il suo. Tace a lungo, rintanato, e ricomincia a scrivere col santo assassino. Scrive “al colmo della disperazione la più ottimistica delle sue opere” – Sartre. La virtù si vuole punita, questo è parte del processo virtuoso – e quindi il male può essere sconfitto.
Una ripresa diminutiva. “Una bazzecola”, la dice a qualcuno, un “esercizio di stile”, “voglio vedere fin dove arriverò a scrivere”. Un racconto emblematico? Del bene che viene dal male – o viceversa? Un racconto nello stile “medievale – in realtà agiografico – che Flaubert aveva inseguito da tempo. Lo schema, oltre che lo stile, è quello degli “Acta Sanctorum” e della “Legenda aurea”, su partizione ternaria: il racconto è articolato su tre fasi di vita, predizione, parricidio, espiazione, le predizioni sono tre, sono tre le dimore, tre le maledizioni, ma poi tutto è tre, la serie è interminabile di lessicalizzazioni  base tre. Che non vuol dire niente, Flaubert non era superstizioso, né numerologo, ma denuncia lo sforzo di imitazione: Flaubert “ha sempre sognato di ricostruire il Medio Evo, i suoi grandi Signori e la loro umile fede” – Sartre. Fino a riuscire, al gusto di Proust, “la più perfetta delle sue opere” – “un racconto denso che parla di Dio, dell’Uomo e del Destino”, Sartre.
La storia di un Edipo cristiano, doppiato di Oreste, parricida di padre e di madre? Una storia di “selvaggia violenza” (Sartre), di “sadismo” (id.). Una storia “nera” ma su un piano “bianco”, poiché sappiamo subito che il cattivo diventa santo (id.): la storia di un predestinato alla santità. M, aggiunge Sartre, per “l’ambivalenza del sacro, terribile quaggiù, benefico lassù”.
È incredibile l’esercito critico, anche a proposito di questo racconto come di ogni Flaubert, da Sartre a Stefano Agosti, che introducono e spiegano in lungo l’opera – ma non in queste edizioni.
Con l’originale francese l’edizione Salerno.
Gustave Flaubert,   La leggenda di san Giuliano l’Ospitaliere, Salerno, remainders, pp. 168 € 4
Leone, pp. 93 € 6

giovedì 12 dicembre 2019

Ombre - 491

“Il piano verde di Ursula von der Leyen: 260 miliardi l’anno per cambiare l’Europa”. Un affarone, altro che la luna: ce ne sarà per tutti.

Truffa milionaria del gruppo ospedaliero San Donato alla regione Lombardia, tre il 2014 e il 2018, quando lo stesso gruppo era proprietario del “Corriere della sera”. Una truffa riconosciuta dal gruppo ospedaliero, che ha già cominciato a pagare  danni. Ma il puntiglioso cronista giudiziario del “Corriere della sera” dimentica in ottanta righe di dire che “la famiglia Rotelli” era proprietaria del giornale.

Per la Procura di Milano, nello scandalo della truffa arcimilionaria sui farmaci del gruppo ospedaliero Rotelli alla Regione Lombardia la colpa non è dei truffatori ma della Regione, che allora era presieduta da Maroni, un leghista: omessa vigilanza. Curioso, no? Ma Milano è al di sopra di ogni sospetto.

Non c’è gesto o detto di Salvini né ufficio o fondazione della Lega che non vengano indagati o perquisiti. Non per delitti maturati ma alla  ricerca di un delitto. È la maniera cui la sinistra si è ridotta per fare politica – la sinistra dem, ex compromissoria, non un esempio di onestà.

Salvini del resto è colpevole come Renzi, adesso che si è smarcato dal Pd. Renzi a opera dei giudici di Salvini a Firenze. Salvini a opera dei giudici (ex?) Renzi a Milano e Roma. Lo scandalo non finisce mai, ora in competizione, la giustizia politica. Di cui gli italiani prodighi si gratificano. Ma non è un lusso, sa di sporco, puzza.

“Incentivi ai negozi accesi di notte”, a Roma. Si inverte la politica del risparmio energetico adottata nel 1973. A opera dei grillini. Che predicano la decrescita felice. Nel mentre che si varano politiche “tutto verde”.
Si accendono le luci dei negozi per la sicurezza, dicono. Invece di sostituire le lampadine rotte dei fanali pubblici?

La squadra milanese che capeggia il campionato italiano è sconfitta in casa da una squadra spagnola che schiera le riserve. In una partita decisiva per al squadra italiana, e superflua per quella spagnola. Si fanno molte chiacchiere sull’Italia.

“La Germania ci sta aiutando”, può dire al forum Med Dialogues il ministro degli Esteri libico Mohammed Thaer Siala, la Germania dopo l’Italia: “ problemi vengono da altri paesi, per esempio la Francia”. E questa è l’Europa unita: mercantilista, da imperialismo straccione, sfruttare i problemi del vicino.

Non è da ora che la Francia tenta di soppiantare l’Italia in Libia come zona d’influenza. Ci provò Mitterrand con Gheddafi, ma poi non poté vendergli i caccia Mirage cui Gheddafi puntava e la cosa finì. Mentre l’Italia riguadagnava concessioni e influenze attraverso gli Stati Uniti: meglio atlantici, anche con Trump, che europei?

Sarkozy, che voleva fare il De Gaulle o il Mitterrand, ci riprovò facendo arrivare Gheddafi a Parigi col suo circo – la tenda, le guardione, i costumi fantasiosi. Questa volta fu Gheddafi a non mollare il petrolio. E allora Sarkozy gli fece il golpe e lo uccise. Con la benedizione  di Bernard Henry Lévy, il filosofo.  

Si misura infine, dopo venticinque anni di abbandono, il deserto di Bagnoli, 250 ettari dietro Posillipo. Di cui si fa finta di nulla. Per anni ci hanno detto che Bagnoli era una città delle scienze, parco scientifico, parco naturale, parco dello sport, centro idroterapico. Come oggi a Taranto, con i parchi giochi e i,campi di mitili al posto dell’acciaieria. La decrescita sicuramente, ma quanto infelice?

L’area di Bagnoli ex Italsider è servita per venticinque anni a una cinquantina di progetti di ristrutturazione, tutti pagati dal Comune di Napoli e dalla regione Campania. Una mammella d’oro per gli studi di ingegneri e architetti. Senza bisogno di lavorare.

“Non vi preoccupate, tanto in Italia non c’è legge e non si paga nulla”, è l’assicurazione di uno scafista egiziano ai suoi figli, che ha associato nell’impresa. Lo racconta su “la Repubblica” Alessandra Ziniti per averlo saputo dal pool della questura di Ragusa specializzato nella caccia agli scafisti. Una testimonianza, presentata come vera, che fa aggio sulle decine e centinaia di pezzi e commenti pro immigrazione libera dello stesso giornale. A che gioco giochiamo?

“Quando li arrestammo”, narrano a Ragusa a “la Repubblica” della squadra familiare di scafisti egiziana, “il padre disse ai ragazzi: «Io in Italia ho commesso di tutto  solo una volta sono andato a finire in carcere ma ci sono rimasto pochi giorni poi mi hanno rimandato in Egitto”. Senza pagare il biglietto di ritorno. Questa è proprio propaganda pro Salvini.
Ma è vero che la giustizia italiana è questa, sabotatrice.

“Nascoste sulle Alpi le basi segrete di Putin” è la rivelazione di “Le Monde” sulla destabilizzazione dell’Europa da parte di Mosca. L’Europa non funziona, si sa, perché Putin la destabilizza.

Le basi segrete russe si situano fra Chamonix, Evian e Annemasse, zona privilegiata prealpina: una “quindicina di agenti specializzati in omicidi, e con solida formazione militare”. Dalla Brexit alla Catalogna, è tutto opera loro. Di che consolarsi.

Germania, Francia e Gran Bretagna accusano l’Iran all’Onu di aver contravvenuto agli accordi sul nucleare. Allora, ha ragione Trump?

I Medici come non li avete visti mai

Si può fare uno sceneggiato storico sui Medici in cui Lorenzo il Magnifico fa assassinare un giovane Peruzzi, e ci prova pure col Savonarola? Un losco informatore adolescente si chiama Niccolò Machiavelli? E i Piagnoni di Savonarola fanno bruciare palazzo Medici, con tutti gli abitanti? Si può, poiché l’ha fatto Rai 1.
Brutta sorpresa, la serata conclusiva delle quattro sui Medici, truce, troppo. Come se non ci fosse abbastanza suspense vera nella storia di Firenze in quegli anni.
Christian Duguay, I Medici

mercoledì 11 dicembre 2019

Piazza Fontana al Ministero

Così piazza Fontana è evocata in “La gioia del giorno”, il romanzo di Astolfo:
“Ho visto il golpe una seconda volta, dopo quello in caserma, testimone delle bombe il 12 dicembre. Non delle bombe, chi le ha messe, come, con che scopi. Ma della presentazione che ne è stata fatta, che è poi la vera bomba, quella il cui botto ha scosso la storia. Il pomeriggio era umido e grigio, e il salone buio ancora di giorno. Ma forse era buio anche fuori, era il giorno più breve dell’anno, che viene prima del solstizio d’inverno – per un numerologo del resto il 12 è il 21 rigirato. Il pomeriggio del vernissage al Babuino, con quadri di eccellenti pittori, a buonissimo prezzo, da cedere in favore di Lotta Continua.
“È in un salone dell’Interno che in anteprima si è appreso della bomba. Anzi delle bombe: dapprima si è saputo della bomba a Roma, alla Banca Nazionale del Lavoro, con una ventina di feriti, e subito dopo, questione di uno-due minuti, della banca di Milano, con molti morti, forse di due banche, e di Roma all’Altare della Patria. O l’ordine è inverso. Ero presente a un Comitato per la sicurezza e l’ordine pubblico al ministero presso l’egregio Insalaco per caso, senza sapere di che si trattasse, per dovere di rappresentanza, Arcangelo, che ne fa parte di malanimo, avendo chiesto il favore di una supplenza. Queste presenze sono reputate inutili, in materia di nessun interesse, ma l’assenza è dannosa, i politici sono vendicativi. Si è concretata in un paio d’ore di chiacchiere, testimone muto, non introdotto, dei giurisperiti che nel Comitato rappresentano i partiti al potere col vanitoso segretario, nel dibattito di rito sugli arcani: i colonnelli greci espulsi dal Consiglio d’Europa, il Vietnam, la Cia, il Kgb, i gruppuscoli. A un certo punto il ministro è entrato a presiedere.
“Un esperto americano, autore di un Manuale del colpo di Stato, espose in lucido italiano il Piano Caos, adottato negli Usa contro la sovversione. O altri lo espose per conto suo. L’interesse si ravvivò all’arrivo del ministro, che spostò l’agenda sugli organici delle forze dell’ordine, la prevenzione attraverso il riordino dei servizi segreti, la delega alle forze dell’ordine dei poteri d’arresto temporaneo, i nuovi mezzi antisommossa. Ma presto dal lungo tavolo rettangolare crebbe di nuovo un rumore di fondo, non sopito dal ministro, che sembrò assentarsi dopo aver parlato, seppure vigilando, lo sguardo mirato su suoi fili interiori, mentre il segretario faceva un’uscita da cavaliere della tavola rotonda su bisbiglio di un commesso. Poi Insalaco tornò sbrigativo e uscì col ministro.
“Il clangore di lemmi e commi non per questo scemò. Le bombe non allarmarono quel pur specifico consesso, essendo esse ormai numero incalcolabile. Finché, dopo un quarto d’ora, il ministro rientrò e disse:
- Sono gli anarchici. – La data segna l’arrivo a Ginevra di Nečaev ventenne con l’esplosivo Catechismo rivoluzionario, è il centenario.
“L’annuncio sarà variamente interpretato. Il 17 gennaio 1978, al processo per gli attentati del 12 dicembre 1969, il questore di Roma dell’epoca, Giuseppe Parlato, affermerà: “Escludo in modo categorico che il ministro dell’Interno avesse disposto di orientare le indagini verso gli anarchici”. Lo stesso giorno, al processo per il tentato golpe del principe Valerio Borghese il 7 dicembre 1970 con l’occupazione dell’Interno, l’ufficiale del controspionaggio Antonio Genovesi affermerà che il ministro gli disse di non parlarne con nessuno. Roma dunque non indagò. Ma il ministro non era la solita testa di legno che si pone a capo di un dicastero complesso e delicato, che va avanti per prassi inerziale burocratica. Franco Restivo, costituzionalista, siciliano, cattolico, ne fu titolare dal 24 giugno 1968 al 17 febbraio 1972. Dopodiché resse per quattro mesi la Difesa, fino alle elezioni vinte dalla destra, e al governo Andreotti”.
Il segretario Insalaco invece avrà morte violenta a Palermo, si disse per mano di mafia, il 12 gennaio 1988. Era stato sindaco della città quattro anni prima, per un breve periodo nella primavera del 1984, presto defenestrato da Ciancimino, che lo aveva eletto (allora i sindaci non erano eletti direttamente ma dal consiglio comunale).   

La persecuzione dei mussulmani

Contro il Nobel a Handke protesta il governo dell’Albania, dopo quello del Kossovo – retto da mafiosi accertati – e quello bosniaco: i mussulmani si sentono perseguitati.
È l’unica persecuzione che si commette da decenni sui media. La maggior parte dei mussulmani si uccidono tra di loro, e proprio per questioni di fede, ma ciò non interessa. Anche dei cristiani uccisi nei paesi mussulmani si sa poco – forse perché non si lamentano, e i vescovi non li proteggono, ma non sono pochi: vengono uccisi uno per uno, solitamente, ma anche con bombe e stragi, in Egitto, in Irak. I Rohingya in Birmania, gli Uiguri in Cina si vogliono invece vittime di genocidio.
La denuncia è normale, ed è anche giusta. Il curioso è che la persecuzione si lamenta più sui giornali occidentali che nelle capitali mussulmane. Nella stessa Tirana per dire, dove i mussulmani, che sono la grande maggioranza, stanno zitti, o nel Kossovo, per non distrarsi dal contrabbando.
Se ne lamenta il mondo mussulmano da fuori, con la curiosa eco dei media occidentali. All’unisono?

La dietetica dei romani, che novità

Il pranzo inglese, alle sei di sera, è romano, antico romano. Perbacco! Ma come e perché è un’avventura che trascina il lettore per una cinquantina di pagine. Tra storia, filologia, dietetica, organizzazione della società, ritmi diurni – di svago, di (non) lavoro (“il il romano era il più pigro degli uomini”). E ansia del reale. Proprio così: “Ogni giorno ha la sua dose personale, la sua dose di ansietà” – la giornata crea dipendenza, il collasso si evita con una buona cena.     
Il principe dei divaganti al suo meglio. Molto addentro alle fonti, alle Scritture come al “Talmud”, e come al solito documentato, ma sorprendente, sapido. Meglio nella “Casistica dei pasti romani”, il secondo diffuso vagabondaggio di questa breve compilazione. Che il frammento “Presenza di spirito” completa. I romani andavano a letto presto, per risparmiare le candele, e perché non sapevano che fare al buio – “a Roma la stragrande maggioranza delle persone non accendeva mai una candela, se non al primo albeggiare”, e lo stesso ad Atene, in Egitto, in Asia minore, ovunque gli antichi adavano a letto, come braia ragazzi, dalle sette alle nove di sera”, fino ai turchi. Ma si alzavano presto, perché avevano molto da fare, essendo abituati alla guerra erano per lo più svegli. E mangiavano poco, si mantenevano leggeri: una non-colazione la mattina, forse un pezzo di pane duro, un pranzo (prandium) a mezzogiorno di cui nessuno sa nulla, che si praticava raramente, e comunque in piedi.
La colazione al mattino, si sa, è invenzione inglese. Ma i romani eccedevano in senso contrario. Ce ne è rimasto il “boccone”, attraverso il greco βάκκισμος, “una parola derivata (come molte altre nei secoli successivi ad Augusto) da una parola latina, cioè buccea, boccone”. Eccetera. Fino alla sorpresa che saltare il pasto di mezzogiorno è la più civile delle abitudini – tanto più sorprendente per chi, come noi, fino a pochi anni fa si abbuffava soprattutto a mezzogiorno. E questo è De Quincey, che non si riassume, bisogna leggerlo, uno sfarfallio di curiosità. Tutte, pare, corrette, per quanto sorprendenti. Sulla sindone, la toga, la tunica (tunica è in latino inversione del chiton greco), il pallio, il peplo.
De Quincey esercita scrivendo l’arte della conversazione. In cui i suoi visitatori concordi lo trovavano sempre eccellente: gradevole, in palla, esauriente. “Presenza di spirito” è sulla non-presenza di spirito. Degli antichi romani e – di nuovo, come per il pranzo di mezzogiorno – degli inglesi: un mondo di forza e di non metafisica. La “formula” romana era “Hoc age”, concéntrati, stai attento. “Il romano non era adatto alla filosofia; e er lui  era vero solo ciò che era pratico, non aveva metafisica”. Le cose che si sanno. Ma poi viene Cesare, a esprimere “con rara perfezione quella particolare grandezza propria dei figli di Romolo”, e le sorprese di srotolano.
“L’abbigliamento della dama ebrea” è un excursus sugli usi femminili dell’antichità, ebrei ma anche romani, egiziani, e di ogni dove. Così intitolato perché è la recensione critica di due studi ebraici di orientalisti tedeschi, Theodor Böttiger e Anton Theodor Hartmann. Veniamo a sapere tutto, senza noia, sui serpenti prediletti nei gioielli, sugli anelli, gli orecchini, i bracciali, le collane, e sul piacere del tintinnio, gli anelli al naso, le cavigliere, i pendagli. Nonché sulle vesti, solitamente un invito alla nudità – una sollecitazione dello spirito se non dell’occhio: coprenti ma non aderenti, in mancanza di biancheria intima. Non esenti da curiosità. L’anello (o più anelli) al naso è derivato dall’uso di anelli al naso dei cammelli e dei buoi, presso le tribù carovaniere, per attaccarci la corda con cui guidavano l’animale - un pendente molto apprezzato: al tempo di Salomone di dieci centimetri di diametro.
Thomas De Quincey, L’abbigliamento della dama ebrea, Ibis, remainders, pp. Pp. 105 € 4

martedì 10 dicembre 2019

Una strage milanese

Il vero “mostro” di piazza Fontana è il complesso giudiziario-mediatico che si inaugura con la strage, cinico, a Milano: ogni giorno una falsa notizia – un “depistaggio”. 
La verità della strage è delle indagini che (non) furono fatte dagli inquirenti, togati e in divisa. Con l’uso servile dei media come cassa di risonanza a vuoto, anche per la passività dei media stessi Della ricezione acritica delle voci, boatos usava dire, del giorno - se si eccettua Camilla Cederna, che oggi nessuno ricorda, e la (poca) controinformazione dell’epoca, che nessuno cita.
Si sfogliano con sgomento le varie ricostruzioni di piazza Fontana, a cinquant’anni dalla strage, che si è voluta insoluta. Per questo, e anche perché, a distanza di cinquant’anni, non c’è alcun intento di dire le cose come avvennero. Questo sito ci ha provato
ma non fa testo.
Ribadire alcuni punti è solo doveroso.
La “pista anarchica” non nacque nell’ufficio romano degli Affari Riservati del ministero dell’Interno, nacque nell’Ufficio Politico della Questura di Milano. A un’ora dalla strage, anche meno.
Sul piano giudiziario, le indagini non furono avocate da Roma, il “porto delle nebbie” per antonomasia. Furono impiantate e svolte a Milano, da Milano – anche se il solito protagonismo giudiziario non mancò di esercitarsi sui tempi delle esplosioni a piazza Fontana e alla Bnl romana. 
Il processo a mezzo stampa fu, e sarà, milanese, via “Corriere della sera”.

L’uomo forte e il Pd

L’“uomo forte” del Censis e la crisi del Pd erano in Gransci ottant’anni fa, nei “Quaderni del carcere” – 13 (XXX) § (23):
“Quando la crisi non trova soluzione organica, ma quella del capo carismatico, significa che esiste un equilibrio statico (i cui fattori possono essere disparati, ma in cui prevale l’immaturità delle forze progressive) che nessun gruppo, né quello conservativo né quello progressivo, ha la forza necessaria alla vittoria e che anche il gruppo conservativo ha bisogno di un padrone (cfr. Karl Marx, “Il 18 Brumaio di Luigi Napoleone”):
“Questo ordine di fenomeni è connesso a una delle quistioni più importanti che riguardano il partito politico, e cioè alla capacità del partito di reagire contro lo spirito di consuetudine, contro le tendenze a mummificarsi e a diventare anacronistico. I partiti nascono e si costituiscono in organizzazione per dirigere la situazione in momenti storicamente vitali per le loro classi; ma non sempre essi sanno adattarsi ai nuovi compiti e alle nuove epoche, non sempre sanno svilupparsi secondo che si sviluppano i rapporti complessivi di forza”.

Cronache dell’altro mondo (48) – pagliettismo

L’Fbi ha commesso diciassette “infrazioni” contro Trump nel 2016, ma non ha complottato. È la sentenza di Michael Horowitz, il capo Ispettore del ministero americano della Giustizia, un avvocato. In effetti, Trump e sempre vivo. L’Fbi, dice ancora l’avvocato, commise anche “errori gravi” contro Trump, ma non è colpevole, né i capi che li ordinarono né i subordinati che commisero gli “errori”.
Ci ha messo molto l’avvocato Horowitz a condurre la sua ispezione, oltre due anni. Ma alla fine, ora che Trump è sotto impeachment, ha concluso. Intende lasciare l’amministrazione pubblica e dedicarsi alla professione. O alla politica.
Quasi tutte le denunce #metoo sono per danni, e si concludono con accordi economici.
General Motors denuncia oggi come corruttivi gli accordi sindacali di Fiat-Chrysler dal 2009 al 2015. Di cui si è giovata. Li denuncia dopo quattro anni, perché Fca vuole accordarsi con Peugeot, e quindi introdurrebbe un concorrente nel mercato americano.
Si dicono gli Usa il paese della competizione – è il mantra dell’American Dream. Mentre sono il paese dalla forza – della concorrenza imperfetta. Di interessi in forme che altrove si dicono e sono mafiosi: soprusi, persecuzioni, “avvertimenti”, anche a mezzo stampa, taglieggiamenti. Anche di giudici – il giudice americano è in affari, e fa politica. E di avvocati a percentuale: si promuove qualsiasi lite, purché ci siano soldi da dividere: contro le assicurazioni, contro le aziende, contro i ricchi e potenti. Ora anche nel letto, matrimoniale e non.
Non è infrequente l’avvocato che si accorda personalmente con chi ha denunciato. La gara è a chi paga di più.
Umberto Eco, 23 dicembre 2014, diceva a Scalfari: “Un tempo, se un presidente non piaceva – fosse Lincoln o Kennedy – succedeva che gli sparavano. Già con Nixon e poi con Clinton si è visto che si può distruggere  un presidente tirando fuori le intercettazioni oppure  parlando di cosa ha fatto la sera, con chi è andato a letto. Tutta la nostra politica è ormai su questo piano. Il comandamento è: bisogna distruggere, delegittimare, sputtanare”.

Dante non conosceva i greci – e ha reinventato Ulisse

Che Dante non conoscesse il greco e i greci, se non come precursori della filosofia scolastica medievale, un mondo soprattutto morale, in parte anche estetico, si sapeva. Come del pregiudizio - stereotipo ai suoi anni - contro la grecità. Questa raccolta, di dantisti e bizantinologi, perlustra soprattutto i collegamenti con la grecità attraverso Bisanzio, gli studi bizantini.
Su questo convergono i primi tre saggi. Reka Forray, “Change and continuity: Italian Culture and Greek Learning in the Age of Dante”, fa un quadro delle opportunità che Dante ha avuto di collegarsi alla classicità greca – con una svista: fa Leonzio Pilato il primo maestro di greco di Petrarca nel 1342, mentre si trattava di Barlaam da Seminara. Illuminante è il contributo di Vera von Falkenhausen, “Greeks in Italy at the Time of Dante (1265-1321)”, una rassegna dei punti di contatto tra le due culture, la “greca” e la latina, nel Sud Italia, a Genova e a Venezia. Ma senza mutare il quadro complessivo: malgrado i contatti frequenti e la presenza costante di “greci” colti in Italia, non ci fu nessun interesse, o allora marginale, per il greco e la cultura greca. Lo stesso nella prospettiva che Elizabeth A. Fisher rovescia, in “Homo Byzantinus and Homo Italicus in late Thirteenth-Century Constantinople”: la presenza di occidentali a Bisanzio e le conoscenze che a Bisanzio si avevano della cultura latina, occidentale.
I tre saggi centrali, di Michele Trizio, Filippo Naitana e Tedolinda Barolini trattano naturalmente dell’aristotelismo, sia come canone e misura retorica sia come fisica e metafisica. Con un excursus sullo Pseudo-Dionigi in Dante di Diego Sbacchi.
Due studi esaminano la “cartografia” di Dante: come Dante vedeva lo spazio e la storia del Mediterraneo.
Nella presentazione Ziolkowski riporta la considerazione che apre il classico di Curtius, “La letteratura europea e il Medio Evo latino”, 1948. Omero era sconosciuto nel Medio Evo, ma “il nome bisognava farlo” , nella “bella scola” del Limbo: “Senza Omero non ci sarebbe stata l’“Eneide”; senza la discesa di Odisseo nell’Ade niente viaggio di Virgilio nell’altro mondo; senza quest’ultimo, niente “Divina Commedia””. Boitani, “Ulysses and the three Tradition”, in conclusione alla raccolta, prova a rovesciare l’assunto: perché Dante non avrebbe saputo, seppure all’ingrosso, dell’“Odissea”? Anzi, la conosceva al punto da farne una nuova. Una “versione notevolissima” della storia, combinando tre modi di interpretare la figura del migrante Ulisse: come un trickster cantastorie, come esempio di virtù e saggezza, e come prefigurazione di Cristo – Boitani qualche anno dopo confiderà a Gnoli (“la Repubblica”, 1 ottobre 2017): “Da quando ho cominciato a scrivere di Ulisse è come se un demone si fosse impossessto di me. Ho entito una vibrazioe emotiva fortissima”.  
Un libro da biblioteca, di ricerca. Che però avrebbe meritato la traduzione, in vista delle celebrazioni tra un anno centenarie, e anche senza. Ziolkowski è professore a Harvard di Latino medievale, e direttore a Washington della biblioteca e della collezione di Dumarton Oaks, a Georgetown – il luogo famoso dove si stabilizzarono le monete e gli assetti economici mondiali nel 1944 ora ospita l’istituzione di ricerca di Harvard per gli studi bizantini e pre-colombiani. Studioso di Virgilio. è stato borsista residente all’Accademia Americana a Roma nel 1980-81.
Jan M. Ziolkowski (a cura di), Dante and the Greeks, Dumbarton Oaks Medieval Humanities.   Washington, DC:  Dumbarton Oaks Research Library and Collection, pp. 286, ril. $44.95

lunedì 9 dicembre 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (411)

Giuseppe Leuzzi


Assunzione di netturbini per bando pubblico a Trani. Si presentano 113 per 13 assunzioni. I primi nove sono laureati, gli altri quattro diplomati. Sono tutti fra i 29 e i 39 anni: non riuscivano a trovare un’occupazione.

L’oliva bianca, l’antica leukolea di Caso, l’isola del Dodecaneso, si produce da sempre a Rossano in Calabria. Ma diventa una curiosità di mercato, una rarità a caro prezzo, ora che viene anche nel viterbese. Eppure Rossano non è un luogo remoto o abbandonato.

“Fui accolto come un meridionale”, Scalfari ricorda del suo ingresso al liceo Cassini di Sanremo nel 1938, dove sarà compagno di classe di Italo Calvino fino alla maturità nel 1943, “come un calabrese che era nato a Civitavecchia e arrivava da Roma. In questa confusione geografica qualcuno mi affibbiò il nomignolo «Napoli» che, in quella provincia del mondo, riassumeva tutto il Sud. Altrove mi avrebbero dato del terrone. E all’inizio tentarono pure di bullizzarmi. Come si dice oggi”.

È sempre corsa la voce che i servizi segreti tramino al Sud con le mafie, da ultimo nel processo in corso mafia-Stato. In un’intervista famosa col “Corriere della sera” in omaggio a Andreotti per i suoi novan’tanni, il 9 gennaio 2009, alla domanda “I rapporti della sua corrente con la mafia?”, Cossiga risponde, da esperto, quale si gloriava, dei servizi stessi; “Tutti i partiti in Sicilia hanno avuto rapporti con la mafia, anche i comunisti. E non sempre a fin di male: fu la mafia a consegnare allo Stato il bandito Giuliano. Una stagione che si chiude solo quando la mafia decide la linea stragista”.
È anche vero che i servizi vorrebbe che tutto il mondo sia “segreto” – non c’è più vantone delle spie.

A Roma il parroco, bresciano, celebra l’Immacolata, la Madonna della parrocchia, con la processione - con banda. E con i fuochi d’artificio – molti, molto rumorosi e colorati. L’ha instaurata, la processione non usava, e in pochi anni l’ha eletta a tradizione. In controtendenza con i vescovi del Sud, che in vece le processioni vorrebbero proibire, e spesso lo fanno.
Si dirà che il parroco di Roma non ha problemi di mafia. Chissà. Sicuramente non considera le processioni un rito pagano. Solo il Sud si rinnega.

Il silenzio del Sud
Il Sud è come inanimato. Non c’è il Sud. Se non per le mafie, che ci sono ma in larga parte sovrimposte. Comunque non totalizzati: non è vero e non è possibile. Altro il Sud non esprime, di altro non si occupa. Luogo obbligato di approdo dell’immigrazione di massa, gente che ambisce ale A lpi, al Reno, alla Senna, al Baltico, da un trentennio vive tragedie inconcepibili, di naufragi, e di difficili accoglienze. Ma non se ne occupa: i suoi scrittori non ne scrivono, i suoi registi non le rappresentano. Solo Gianni Amelio con “Lamerica”, ma sono già venticinque anni fa, e comunque con una storia non di morti, ma di fuga dalla povertà e il terrore.
Lo stesso di suo, delle cose sue. Ha produzioni di eccellenza, ma non sa o non suole parlarne. Fa studi e ricerche anche non male, con non poche ottime start-up, progetti remunerativi di idee più che di capitali, ma lo sanno in pochi, e comunque non fanno “Sud”. Il Sud non ha un’opinione, Non di se stesso e non di altri. Se non come accettazione passiva, o contestazione polemica – oltre la polemica non sa esprimersi.
È come afasico. Accetta ogni intervento, ogni modo d’essere, ogni opinione, anche falsa, si adegua, si adagia, massa amorfa di consumo di idee e merci, depilazioni e tatuaggi, barbe e teste rasate, spritz e apericene. Anche turismo culturale, perché no. Ciò che si dice fatalismo, o passività. Con contorno di araberie, islamismi eccetera, che sono cose di cui il Sud non ha idea. La sua è solo debolezza. Costituzionale, i pediatri dicevano una volta. È disappetente, e i tutori, anche non legali, purtroppo lo nutrono solo di storie di mafia, che non sono nutrienti, e a volta infette.

Nostos, o della stanzialità (di ritorno)
Le tasse di Monti, col depauperamento delle case di famiglia, le processioni dei Carabinieri e dei vescovi, lo sbancamento dei servizi locali da parte dello Stato cannibale, non cancellano i legami con le origini. L’alternativa casa o esilio, fisico o mentale, è la stessa che signore o suddito, padrone o schiavo: ha una sola risposta. Succede fisicamente, con lo spostamento della persona. Succede mentalmente, col cambiamento per esempio oggi vertiginoso degli strumenti del fare, generazionale e intragenerazionale, che crea, apre, si può dire a ogni passo nuovi territori di ansia, pericolo, paura, sfida, e insoddisfazione, con l’alluvionale progressione della società della conoscenza, che rapidamente ha portato allo stadio in cui uno si chiede: ma che ci sto a fare, questa non è casa mia, non mi serve, mi distrugge.
Il fenomeno è probabilmente accentuato nei periodi di incertezza o di crisi. Negli scorsi giorni, in singolare simultaneità, due testimonianze sono uscite di “ritorno” malgrado tutto. Di Eugenio Scalfari, che nel memoir intitolato “Grand Hotel Scalfari” si dichiara inconsultamente calabrese. E di Fulvio Lucisano, il produttore cinematografico, che ha voluto “Aspromonte. La terra degli ultimi”, il film di Mimmo Calopresti, una straziante rappresentazione dello sradicamento, e vi ha voluto impersonare l’ultima scena, del bambino ora vecchio di successo in qualche Canada o Australia, che ritorna al paese abbandonato in elicottero e ci ritrova la poesia. O è un fenomeno legato all’età, Scalfari essendo di 95 anni e Lucisano di 91.

Ricorda Scalfari, alla pagina 120: “La Calabria è una parte di me alla quale ho dato spazio, e alla quale ripenso adesso da vecchio, nella stagione della poesia, dell’«ora blu»”. Era il posto del padre, figura che ora Scalfari, in vecchiaia, rivaluta, doverlo rimosso.
Il forte senso delle origini, per la Calabria di Alvaro e ora di Scalfari, che mai ci furono, o quasi mai, e ci si trovarono male, è un complesso, un colpa. Come se l’aver seguito il proprio impulso, legittimo e costruttivo, non polemico o ostile, fosse una colpa. Non una mancanza, un abbandono colpevole.
 “Esistono alcuni scrittori o, meglio, alcuni uomini che non hanno mai viaggiato, ma ai quali il paesaggio della città natia, pur nella sua esiguità, ha dato il senso di ogni lontananza, viaggio e distacco”, Mario Soldati, “Viaggi di letterati” (in “Un viaggio a Lourdes”). C’è anche questa componente, di un arricchimento che tangenzialmente tocca il luogo natio, il nome o la fantasia del luogo.
Lo stesso per chi ha viaggiato e ritorna. Il ritorno è pur sempre un viaggio, un viaggio di ritorno – fisico o mentale. Ed è anch’esso una divagazione, un’odissea. Anzi, il viaggio s’intesse nel ritorno: il viaggio s’intesse con la nostalgia, e la riscoperta – la scoperta del già noto, in forma più o meno uguale, purché non stravolta.
Il ritorno è come il viaggio in uscita – “è lo stesso entusiasmo con cui abbraccio una bella donna”, dice Soldati: “È il piacere dell’evasione, della contraddizione. Il piacere profondo e vitale di cambiare, di espandersi oltre una famiglia, una classe, un paese, una razza”. Che c’è se c’è attaccamento: “Se uno non è attaccato ad una famiglia, classe, paese, razza, neanche godrà ad uscirne”.

Il ritorno rientra anche nella scoperta negli Stati Uniti delle “Radici”, vecchia ormai di mezzo secolo, a partire dal successo editoriale del romanzo così titolato di Haley, afroamericano, che le origini risaliva fino al villaggio tribale in Gambia da dove il “primo schiavo” della famiglia era partito. Un fenomeno consolidato, al punto da costituire un richiamo turistico di massa, e un mercato. Il terminale di Ellis Island è diventato un centro di documentazione visitatissimo, e la meta di vari eventi di pubblico a fondo culturale. Vari centri negli Stati Uniti si sono organizzati per attrarre il turismo genealogico, con centinaia di migliaia di visitatori, a pagamenti l’uno ogni anno. In questa direzione si sono indirizzate due docenti dell’università della Calabria a Cosenza, Sonia Ferrari e Tiziana Nicotera, prospettando iniziative di richiamo e raccolte dati che ricostituiscano una qualche forma di collegamento degli emigrati con la terra d’origine.
Diverso è il nostos, il ritorno fisico o mentale, comunque una immedesimazione, anche nella diaspora continua, con le origini. Una pratica, anche da remoto, vitale: una sorta di cordone ombelicale che non si taglia e non si intende tagliare.

Il nostos è un pendolo. La storia non è fissa, non si ferma, ma per ciò stesso l’ancoraggio diventa indispensabile. Ogni creatura si orienta a casa, il luogo di nascita, il punto di origine su cui ogni specie fa risalire il suo essere – la mentalità, il linguaggio, le abitudini, i gusti. È il senso dalla saudade dei portoghesi, navigatori compulsivi, i trasmigratori per eccellenza. O delle tribù aviarie, ittiche, che instancabili rifanno al cambio di stagione i lunghi viaggi da una “casa” all’altra. Ognuno ha un suo posto. Senza un proprio “posto”, “casa”, non c’è modo di esplorare terreni sconosciuti: senza i posti di riferimento siamo perduti. Lo ricordano indelebile gli uccelli, le specie più dotate di mobilità, nelle loro lunghissime, costanti, stagionali, peregrinazioni. Lo fanno le lente tartarughe di mare, che per deporre le uova ritrovano il posto dove sono nate. È un moto naturale, una sorta di pendolo: ogni forma di espulsione, sia pure voluta, e anche entusiasta, mette in moto il movimento opposto, il ritorno a casa, la ricerca di un’origine, dell’origine. Per quanto angusto, povero, abbandonato, è il posto in cui le speranze si sono schiuse.
Avviando un trattato in cui apparentemente si parla d’altro, “L’età del capitalismo di sorveglianza” - sul monopolismo dell’informazione che, dopo le prime promesse libertarie, ora ci opprime, dei due o tre soggetti che presidiano la rete internet - la sociologa di Harvard Shoshana Zuboff fa questa improvvisa dichiarazione, a proposito della falsa familiarità dei social: “ È casa dove conosciamo e siamo conosciuti, amiamo e siamo amati. Casa è padronanza, voce, relazione, e santuario: in parte libertà, parte fioritura, parte rifugio, parte prospettiva”.


leuzzi@antiit.eu