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sabato 14 novembre 2020

Il mondo com'è (414)

astolfo
 
America tedesca – Ci fu a fine Settecento la possibilità, non remota, che gli Stati Uniti indipendenti nascessero tedeschi: la comunità tedesca era la più numerosa dopo quella inglese, ma era più attiva e organizzata, e più urbanizzata. Ovunque s’incontrano tuttora –man, –burg e -ich, e le case col tetto spiovente che fanno Germania attorno a Filadelfia, cuore della nazione, tra Harrisburg e Gettysburg. È tedesca pure Yorkville a New York. Dietrich è il cognome più diffuso, con Hoffman, con una e due -n. Eisenhower si scriveva Eisenhauer, Smith spesso Schmidt. È tedesco, postnomadico, l’uso americano di cambiare i mobili ogni tre anni, magari per ricomprarli uguali. E il coniuge, seppure non con la stessa frequenza. Quentin Tarantino ha avviato il riconoscimento col dottor Schultz, il virtuoso cacciatore di taglie di “Django unchained”, e l’eroina Brunhilde che parla tedesco.
Furono i soldati tedeschi di re Giorgio, i reggimenti dell’Assia, a propiziare a Trenton nel New Jersey la prima vittoria e il carisma di Washington. E fu per una decisione a suo tempo minoritaria, com’è noto, che l’America parlò inglese e non tedesco. I tedeschi si distinguevano anche per qualità degli insediamenti, oltre che per essere numerosi. In America più che in ogni altro posto, dice Kant nell’“Antropologia”, i tedeschi emigrati si sono distinti per formare comunità nazionali “che l’unità della lingua e in parte anche della religione trasforma in una specie di società civile che, sotto una superiore autorità, si distingue nettamente dagli insediamenti di ogni altro popolo per la sua costituzione pacifica e morale, l’attività, il rigore e l’economia”. Un commento che si penserebbe indirizzato ai tedeschi di Russia (del Volga), di Romania (del Banato, capitale Timisoara), di Praga e la repubblica Ceca (Sudeti). Ma “questi sono gli elogi”, concludeva Kant, “che gli stessi Inglesi fanno dei Tedeschi dell’America del Nord”.
 
Disoccupati organizzati – Sono una parte di Roma a Napoli. Si dice che Roma è sempre sul filo di diventare Napoli, caotica e ingovernabile, in questo caso avviene l’inverso:  anche i disoccupati organizzati vengono dall’antica Roma. Le folle di nullafacenti, mantenute dallo Stato e dalle famiglie abbienti, che ritenevano loro diritto lamentarsi, protestare, e rubare, da soli o in bande.
 
Egidio da Viterbo – In una delle lezioni tenute a Milano nella primavera del 1985, raccolte in “Dietro l’immagine”, Federico Zeri si dice sicuro che i soggetti della Camera della Segnatura e della Cappella Sistina non sono di Raffaello né di Michelangelo, che, benché persone di cultura, non possedevano le chiavi, storiche, mitologiche, filosofiche, teologiche, oltre che bibliche, di tutti i soggetti che hanno rappresentato. Le chiavi non erano neppure del committente, papa Giulio II, affaccendatissimo, oltre che nelle committenze, architettoniche, urbanistiche, pittoriche, anche in guerre e complicate diplomazie. Zeri opina che fossero invece di Egidio da Viterbo, un agostiniano di cui s’è perduta la memoria – eccetto che nella chiesa di S. Agostino a Roma dove è sepolto – ma personaggio ai suoi anni di grande rilievo (l’ipotesi di Zeri peraltro era stata avanzata già dal gesuita Heinrich Pfeiffer nel 1972 - altri avevano ipotizzato un ruolo di Tommaso “Fedra” Inghirami).
A Viterbo, sede allora mezzo papale, aveva potuto fare nel convento agostiniano della Santissima Trinità, nel quale era entrato nel 1488, studi di filosofia, teologia e lingue antiche, come allora usava, in chiave umanistica, per poter accedere alle culture classiche – gli si attribuiscono studi di greco, ebraico, aramaico, persiano, arabo. Peregrinò e insegnò poi in vari conventi dell’ordine, ad Amelia, Padova, Firenze, Roma, Napoli, di nuovo Viterbo, e in Istria. Filosofo, appassionato di lettere antiche, frequentò a Padova Pico della Mirandola a Firenze Marsilio Ficino, a Napoli Giovanni Pontano, e fu in frequente corrispondenza con loro. Fu anche oratore efficace, incaricato da Alessandro VI, Giulio II e i due papi medicei, Leone X e Clemente VII, delle prolusioni in occasioni speciali. Tra esse l’inaugurazione del Quinto Concilio Lateranense nel 1512, e nel 1530, nel concistoro di novembre, sulla necessità di una riforma della chiesa – il concilio di Trento sarà convocato quindici anni più tardi, da Paolo III, sui principi da lui espressi in concistoro.
Fu soprattutto famoso al suo tempo, e resta negli annali, quale rigido critico dell’averroismo e di Aristotele. Fin dagli anni di Padova, la sua prima destinazione fuori Viterbo, nel quadriennio 1490-1493. Fu in con confidenza con Pico della Mirandola, dilettandosi anche lui di astrologia e cabbala. E vi curò una riedizione dei commenti aristotelici di un altro Egidio agostiniano, Egidio Romano, o Egidio Colonna – discepolo di san Tommaso d’Aquino a Parigi, dove anche lui poi insegnò, generale degli agostiniani, precettore di Filippo il Bello e arcivescovo di Bourges (cioèBruges). Egidio da Viterbo usò il commento per un attacco frontale al razionalismo aristotelico. A  Firenze, subito dopo, frequentando Marsilio Ficinio, approfondì il neoplatonismo, che trovava consono più consono alla tradizione cristiana, e alla lettura di sant’Agostino. Il suo opus magnum, rimasto incompiuto, intitolava “Commentaria sententiarum ad mentem et animam Platonis”.
Fu anche diplomatico papale in varie occasioni, e cardinale dal 31 ottobre 1517. Era anche all’epoca superiore generale degli agostiniani, e in questa veste quattro mesi dopo, il 31 ottobre, Martin Lutero rese pubblica la protesta, con l’affissione delle 95 tesi sulle porte della chiesa di Wittemberg – ma il gesto fu molto meno drammatico dei suoi sviluppi. Fu noto, oltre che come oratore, per essere un gran lettore. Uno che voleva approfondire le sue letture, e per questo intensificava lo studio delle lingue. Gli si ascrive la lettura in aramaico di molte parti della Bibbia e del “Talmud”, in arabo del “Corano” e di Averroé, di Avicenna in persiano, della “Torah” in ebraico. Nel tentativo di collegare le altre culture al filone cristiano.
 
Hitler-Vaticano – Non si risolve la questione se Pio XII, papa Pacelli, benché sulla via della santità, non abbia favorito Hitler, col concordato del 20 luglio 1933 – sottoscritto col cattolico centrista von Papen, che lo aveva negoziato e firmava su incarico del presidente tedesco Hindenburg, ma cancelliere era già Hitler – e col silenzio in guerra. Ma Hitler disprezzava i preti e le gerarchie cattoliche, da cui era disprezzato, ed era solo temuto in Vaticano, e da Pacelli papa più che da ogni altro, avendo egli conosciuto la Germania di Hitler di prima mano come nunzio. Mentre Hitler, soprattutto mentre varava la “Soluzione Finale”, diffidava del Vaticano.
Quando il fascismo mediterraneo aprì in Germania, anzi proprio a Berlino, a fine 1942 – il mondop era allora del Reich - l’istituto Studia Humanitatis, con un’orazione del professor Riccobono in latino, Goebbels minacciò di togliere la luce: “È evidente che gli italiani stanno tentando di accampare diritti al predominio spirituale in Europa”. E Rosenberg scrisse l’epitaffio: “È passato il nemico. L’Istituto Studia Humanitatis è una longa manus  del Vaticano”.
 
Leonardo – È ultimamene “materia” dei Modestini, restauratori. Esperti evidentemente  attribuzionisti, ma di professione restauratori. Dianne Dwyer Modestini, la restauratrice che ha scoperto e riportato alla luce, con un’opera paziente, il “Salvator Mundi” di Leonardo, è la vedova di Mario Modestini, romano, il principe dei restauratori del Novecento, morto nel 2006 a 99 anni.
Il “Salvator Mundi” ha registrato nel 20017, venduto da Christie’s, il record di valutazioni di un bene artistico, 450 milioni di dollari. Pagati da un principe saudita, Badr ben Abdullah, figlio dell’ex re. Probabilmente per conto del cugino e principe ereditario Mohammed ben Salman. Da allora non è stato più visibile – si dice adorni lo yacht del principe ereditario. Ma l’attribuzione è sempre più contestata da molti studiosi di Leonardo.
Mario Modestini si era reso celebre per l’autentica di un altro Leonardo, l’ultimo accettato universalmente come opera di mano di Leonardo, la “Ginevra dei Benci”. Un ritratto, messo in vendita dai principi del Liechtenstein fra i tanti del loro magazzino. Da lui esaminata e autenticata, e anche personalmente comprata, per conto dei banchieri Mellon, per cinque milioni di dollari, e trasportata a Washingotn, alla National Gallery – la “America’s Mona Lisa”.   
Era un predestinato, essendo nato a Roma, nel 1907, a via Margutta, la strada allora degli studi d’arte. Lavorò molto in Brasile e in Toscana, stabilendosi poi a Rignano sull’Arno. Nel secondo dopoguerra lavorò soprattutto negli Stati Unit, restauratore
in residence della Kress Foundation, che gestiva una collezione ricca di duemila opere, anche di Tiziano, Bellini, Van Dyck, Tintoretto, Canaletto, Tiepolo, Rubens, El Greco, e di van Gogh, Manet, Monet, Cézanne. Richiesto per expertise  e restauri da vari musei e collezionisti americani. Per Kress Foundation ha individuato un Greco che l’esperta del pittore spagnolo, Eleanor Sayre, non riconosceva. La collezione Kress era opera di Samuel Henry Kress, magnate del minuto commercio – un ex minatore che s’inventò una catena di negozi five and ten, dove cioè si vendevano solo oggetti da 5 e 10 centesimi di dollaro.
Zeri lo ricorda, in “Dietro l’immagine”, le sue lezioni milanesi sull’“arte di leggere l’arte”, nella lezione sui falsi, come quello che gli consentì di smascherare falsi complicati, difficili da individuare.
Provvide personalmente anche al trasporto del ritratto di Leonardo da Zurigo a Washington. Su un aereo Swissair, prenotato in prima classe per “Sig. e Sig.ra Modestini”. La “signora” era il ritratto, rinchiuso in una valigia che lo stesso Modestini aveva progettato, che simulava la temperatura e l’umidità della can ina dei duchi, dove il quadro era immagazzinato, per il tempo di dodici ore, la lunghezza del viaggio, dopodiché approdava in una ambiente della National Gallery con la stessa temperatura e umidità. La “signora Modestini” viaggiò non solo rinchiusa ma anche ammanettata al restauratore.

Nave dei folli – “Narrenschiff”, la nave in cui Sebastian Brant a fine Quattrocento rinchiuse nel poema omonimo 111 folli in viaggio verso il paese di Cuccagna, era il Parlamento nel linguaggio corrente dell’esercito austro-ungarico fino alla Grande Guerra.

astolfo@antiit.eu

Il virus nel Lazio, col silenziatore

Il Lazio in particolare sta peggio, molto peggio, per il coronavirus oggi della primavera. Ma nel silenzio più assoluto. E nella vita in comune più tranquilla, come se niente fosse. Non lo dice la sindaca, non lo dice la regione, che controlla la sanità, e sa bene del disastro, non lo dicono le cronache. Si esce tranquillamente, si conversa, si urla anche, si mangia, si beve, si compra, come in un qualsiasi autunno, fino a ieri pure mite. La rubrica “Destra sinistra – sinistra destra” di questo sito mercoledì dice quello che a Roma colpisce come un pugno in un occhio.
L’epidemia nel Lazio, come in altre regioni, è molto più vasta e pericolosa che in primavera, quando era pressoché nulla rispetto ai numeri paurosi delle regioni padane, ma si dice e si fa come se fosse invece per niente o poco pericolosa. Roma ha moltiplicato per venti i contagi rispetto al picco della pandemia in primavera, e per dieci i decessi. Ma in primavera a Roma non si poteva uscire di casa, e anche per andare dal giornalaio bisognava giustificarsi. Ora invece è come se il virus non ci fosse.
Perché? Ci sono due ragioni per tanta superficialità, una “politica” evidentemente, anche se politicamente assurda. La seconda è il fatto economico: la chiusura rigida significa per molte attività, commerciali, artigianali, e anche di piccola industria, la fine. La ragione politica getta una luce sinistra sulla sinistra, sul ministro Speranza e sul Pd romano. Si sottovaluta la situazione a Roma, ospedali pieni, un indice elevato di contagiosità, e un numero elevato di decessi, perché la sanità è amministrata dalla Regione, e la Regione è amministrata dal segretario del Pd. Una Regione che niente ha apprestato contro la prevista recrudescenza del virus, e avrebbe avuto tutto il tempo per farlo. E ora manca, per la prima volta dacché è venuto in uso venti anni fa, perfino il vaccino anti-raffreddore. Niente reparti covid, niente posti letto nuovi, nessuna assistenza da parte delle Asl, nei tamponi e nel tracciamento – le Asl semplicemente non rispondono.

Poker milionario a Milano, sotto l’afa d’estate

Un poker pesante. Niente “Teresine” o “Texas Old’em”, un poker e basta. Ma per giocarsi mezzo milione, l’uno. È l’idea del promotore finanziario che è scappato coi risparmi, degli altri – una delle tante buche del Grande Mercato del Millennio, che finirà per distruggere la ricchezza. Un’idea per rifarsi – e restituire il malloppo? Chi lo sa, meglio non fidarsi.
Senza sorprese, tutto è piatto nella Milano afosa, di singoli con biglietto e voucher in tasca per il refrigerio. Tutto veloce, come Robecchi usa alla radio, in tv e negli sceneggiati, senza pensarci su.
Dalla raccolta estiva Sellerio 2014, “Vacanze in giallo”. C’era Camilleri, con lo stesso editore, e ci sono gli altri: una serie impietosa, questa di “la Repubblica”, per il raffronto inevitabile.
Alessandro Robecchi, Il tavolo, la Repubblica-LA STAMPA, pp. 47, gratuito col quotidiano

venerdì 13 novembre 2020

Ombre - 537

Nel Lazio i casi nuovi di contagio erano ieri 2.686, i decessi 49. Il 12 aprile, al culmine del contagio, erano 122, con 5 decessi. Non c’è paragone tra quell’ondata e questa, molto più preoccupante – sono pieni anche gli ospedali. Ma non si può dire, non si dice: le cronache romane dicono che, insomma, la situazione è sotto controllo.
Il concetto di palude è sempre stato associato a una certa Roma, ma questa (non)informazione si supera, si direbbe impensabile.
 
Le Borse navigavano già forte malgrado la virulenta seconda ondata, di contagi e morti. È bastato l’annuncio Pfizer di un possibile vaccino contro l’epidemia per portarle a nuovi record, sia a Wall Street che in Europa e a Shangai. Non è una cosa seria – la Borsa o il contagio?
 
La Lombardia muore, tremila contagi solo a Varese martedì, il doppio di tutta la Calabria insolentita, gli ospedali di Como al collasso, e mercoledì il “Corriere della sera”, p. 2, non trova di meglio che incolpare De Luca, il presidente della regione Campania. Killer Roncone. Vero:
https://www.corriere.it/politica/20_novembre_10/campania-giallama-pure-rossa-adesso-de-luca-attacca-de-luca-92a9347a-23a0-11eb-852a-fddf3d627dac.shtml
 
A  p. 7, invece, il colpevole è, a tutta pagina, Solinas, presidente della Sardegna. Qui si capisce di più: Solinas è un berlusconiano. La colpa non  dev’essere del governo, imprevidente e incapace -  quello della Roma magari no ma il giallorosso governativo va protetto e benedetto. Informazione?
 
Il governo è indietro su tutti i fronti nella pandemia di autunno. Non per insipienza, poiché tutti sappiamo tutto - che la seconda ondata è più diffusa, e più grave, della prima. Forse nemmeno per incapacità. Per un orrido equilibrismo politico, che la figura virginale del ministro Speranza copre mentre proprio a lui è da ricondurre: si dispongono chiusure e limiti non in base alla virulenza del virus ma alle convenienze politiche. L’unico filo del ministro della Salute è “salvare” le regione  amiche – un tempo si sarebbe detto compagne - dove il suo partito è al governo.
 
“Il grande sogno franco-tedesco è mettere le mani sul risparmio privato degli italiani”, dice Giulio Sapelli. Che non sembra possibile e invece è quello che è avvenuto e sta avvenendo. Da parte tedesca con qualche problema - i problemi di Deutsche Bank, che per prima aveva tentato l’affondo (e affondò il debito aprendo la speculazione del 2011). La Francia ci prova da tempo, con Bnl e Agricole – in un primo tempo promossa dall’avvocato Bazoli.
 
Trump certo non è Hitler. Ma fa senso ricordare che Freud scrisse “Psicologia delle masse e analisi dell’Io” un secolo fa, quando un Hitler sconosciuto stava per finire in galera per aver tentato un colpo di Stato in birreria, mentre gli psichiatri americani si affannano, in libri e film a dire Trump pazzo. C’è da dubitare della psichiatria se on sia follia, sia pure al coperto del politicamente corretto, e anzi dell’“impegno” politico – ma l’impegno, in America, è parola vuota, se non è business.
 
Nel guazzabuglio di pareri “scientifici” sul coronavirus un fatto sembrava certo: che chi l’aveva preso non l’avrebbe ripreso. Ma neanche questo è vero: un quindici per cento dei guariti è ritornato positivo. La teoria degli anticorpi sembra non reggere. Questo coronavirus è la Waterloo della scienza trionfante, della medicina.
 
Macron “è pazzo”. I mussulmani in Europa “sono perseguitati come gli ebrei sotto il nazismo”. I capi politici in Europa sono “fascisti nel vero senso della parola”. Copyright Erdogan, capo di Stato della Turchia, alleato dell’Italia, di Macron e degli altri europei, nella Nato e con i sussidi di Bruxelles.
Dice: altrimenti ci manda tutti i siriani. Cioè, ha ragione Erdogan?

La paura non guasta

“Nel buio c’è la paura”. Una riflessione sulla paura nel 2020 che parte da qui è come dire che il progresso, il digitale, l’intelligenza artificiale, il millennio del grande salto tecnologico, tutto quello di cui ci siamo inorgogliti, e ancora oggi non critichiamo, ha qualcosa di barbarico. Che non è tutto oro quel che riluce, eccetera. E certamente due crisi in vent’anni, anche gravi, danno da pensare.
Ma poi è anche vero che si affronta il virus letale con sufficienza. Senza paura. E questo è un limite: bisogna avere paura. Tenere il male, riconoscere il male. Cioè ammetterlo, non siamo al di fuori del bene e del male, per quanto ipnotico si prospetti il millennio. È bene in somma aver paura, spiega consolante lo psicologo, guardare in faccia la realtà: senza la paura non esisterebbe il coraggio, l’eroe è uno che ha avuto paura, e per questo fa le gesta eroiche, per il bene di tutti.
Niente soluzioni, ma a volte pensarsi è bene, su un livello anche solo poco più su dell’ananke quotidiana.
Scoperto resta, meritevole di una riflessione, il punto forse più importante che Andreoli solleva di passata: la politica che vive sulla paura. Oggi del virus come ieri della bomba, ma una politica di rimessa, saprofita, senza progetto, senza identità. Che è forse la caratteristica del millennio: si dice la crisi delle ideologie, ma è un grande buco nero – se non è una cloaca.
Vittorino Andreoli, Paura, Corriere della sera, pp. € 6,90

giovedì 12 novembre 2020

Concorso in epidemia

Si sta peggio della primavera, molto peggio, ma non lo sappiamo. Non c’è confronto fra i numeri della pandemia oggi e quelli della primavera, quado la paura fu tanta e il lockdown severo, non si poteva nemmeno uscire di casa. I nuovi contagi sono ogni giorno dieci volte quelli di allora. E anche i decessi sono superiori a quelli che allora tanto impressionavano. Gli ospedali sono pieni come allora, di ricoverati con sintomi da coronavirus. Le terapie intensive non sono sature come allora, ma si accrescono da qualche giorno più rapidamente di allora.
Il 12 aprile i nuovi contagi erano 4.092. Oggi sono 34 mila. I deceduti erano 569, oggi sono 636 – ieri 623. I soggetti positivi erano allora 152.271, oggi 635 mila. I pazienti ricoverati con sintomi erano 28.184, oggi sono 29.873 – record assoluto di tutto l’anno. Le terapie intensive occupate erano 3.811, oggi poco meno, 3.170.
Ciononostante si può girare, frequentare i luoghi pubblici, incontrare chi si vuole. I controlli non ci sono, e comunque i divieti sono pochi e insuperabili, la chiusura di cinema, teatri, concerti, e centri commerciali sabato e domenica.
A giustificazione del lassismo c’è il bisogno di non azzerare l’attività economica. Ma questo non implica il mancato allarme. Che invece è politico: il governo non lo dà, non impone divieti e controlli, perché non vuole farsi legare al coronavirus – fa lo struzzo. E gli specialisti, e i media? Qui non c’è nemmeno un interesse politico: è collusione o incapacità. Un caso palese di concorso non esterno in epidemia.

Pound che inventò Dante nel Novecento

“Pound ci stupisce perché sembra aver pensato prima di noi quel che noi ora pensiamo su Dante”, è la prima riflessione di Bologna, che con Fabiani si è preso la cura di dare infine alle stampe il  volume delle riflessioni di Pound su Dante che Vanni Scheiwiller inseguì per poco meno di mezzo secolo, senza mai poterlo mandare in libreria, per un motivo o per un altro. Ma non “sembra”, riflette ancora Bologna: “Quel che oggi noi pensiamo”, su Dante, “nasce spesso dalle sue idee”, di Pound, “e scorre fino a noi lungo rivoli carsici, in un’attività di scrittura fitta e dispersiva”.
Pound è stato per prima conosciuto come dantista, e studioso dello stil novo, dei trovatori e dello stil novo. Apprezzato fuori, bene e male è all’origine del
revival dantesco nel Novecento, insieme con T.S. Eliot, altro americano, peraltro da lui influenzato. E per questo anche riconosciuto, dopo la guerra, che lo aveva visto militare per l’Italia fascista. Non in Italia, con rare eccezioni - Massimo Bacigalupo. Anzi, come filologo rifiutato con disprezzo. Sulle letture poundiane di Dante si espresse duro Contini nel 1958, per ragioni politiche, in una nota su “Studi danteschi”, di cui era direttore, a seguire a una recensione del saggio “Inferno”, allora pubblicato in edizione italiana: “Un presunto principe della cultura”, “personaggio «d’attualità»”, per il fascismo, “apprenti sorcier analfabeta che presume di poter maneggiare, con effetti ancor più penosi che grotteschi, gli strumenti della tecnica, inclusi i manoscritti di Guido”.

Su Pound e Guido Cavalcanti si era già espresso sarcastico vent’anni prima anche Praz. Che però successivamente, a una rilettura, si era ricreduto. Ma già, in parallelo col rifiuto di Contini, la lettura di Pound veniva fatta propria da Luciano Anceschi, in una con i poeti saggisti, Alfredo Giuliani, Edoardo Sanguineti. Da quest’ultimo con entusiasmo, celebratore del “disorganicamente organico poundiano”. E successivamente da Maria Corti. “La funzione Pound nel recupero di un Dante d’avanguardia,  maestro vivo e scandaloso di lingua e di scrittura, non sarà mai abbastanza sottolineata”, può così concludere Bologna.
Maestro non solo del Dante d’avangaurdia. Viene da Pound la rilettura – la messa in luce – del “Paradiso”, dopo la sagra ottocentesca dell’“Inferno”. Degli studi e le novità di Dante stilista e linguista. Con una curiosa funzione di maestro d’italiano, lui che l’italiano lo apprese da subito, ma senza padroneggiarlo – resta incerto anche nelle lettere. Abbastanza però per saper leggere. Maestro di lingua italiana Maria Corti lo scoprirà tardi, sorpresa, lavorando al proprio Cavalcanti. Un ottimo artigiano – Pound si fabbricava i mobili di casa, perdeva ore e giorni nella grafica, era applicato anche negli studi. Al punto che il giudizio di Contini si può rovesciare.
Fabiani ne accerta la preparazione filologica, che dice massima per i suoi tempi, e l’amplissima frequentazione delle letture allora correnti. Facendone perfino un anticipatore di metodologie e richiami cui Contini sarebbe arrivato molto più tardi. E ne porta plurimi esempi. Pound individua e mette in rilievo “la continuità col pensiero di Riccardo di san Vittore”. Per primo individua “la poetica della luce che attraversa la cantica paradisiaca”. È il primo, nell’Otto-Novecento, a saper leggere il “Paradiso”. Eccetera.
Il critico canadese Hugh Kenner, che introduce la raccolta secondo il vecchio progetto di Scheiwiller, spiega che Pound si avvicinò a Dante da filologo: “L’accostamento alla ‘Commedia’, che risale agli anni di università, non avvenne, come per Eliot, sulla base di una conoscenza superficiale dell’italiano, bensì dopo un periodo di studio sistematico di tale lingua e sotto la spinta di uno specifico interesse filologico e linguistico”. Lo stesso che lo porterà, da Londra dopo Venezia, a rinnovare polemicamente la poesia inglese: c’è Dante anche in questa battaglia, attraverso le traduzioni, e la metodologia delle traduzioni, in fatto di metrica, di ritmica, di fluidità – e di uso sapiente della metafora, di cui Dante è per Pound il maestro dei maestri.
La passione per Dante fu precoce in Pound – per Dante in originale, moltissimi passi nei saggi qui inclusi trova intraducibili, e riproduce per esteso, anche qualche canto. “A lume spento”, la prima raccolta di poesie da lui pubblicata, a proprie spese, a Venezia, nel 1908, Bologna può dire “titolo esplicitamente dantesco”.
La lettura è anche agevole, Pound scrive disteso. Talvolta fulminante, in uno dei tanti scritti su Guido Cavalcanti qui riproposto: “Il culto provenzale era stato culto delle emozioni. Il culto toscano è culto delle armonie della mente”. Innovativo: trova e prova “il debito dei poeti elisabettiani verso i toscani” - di fatto fa una lettura appassionante di Dante e Shakespeare in parallelo, oltre a trovare i debiti di Shelley e Yeats, mentre riduce il poema di Milton a un melodramma di maniera. Moderno, naturalmente: “Non v’è dubbio che Dante concepisse l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso come stati e non come luoghi”. Gran lettore, angelico, del “Paradiso”. Trova in Dante, e fa gustare, anche l’umorismo.
Una immedesimazione, si direbbe, i “Cantos” di Pound” sanno molto di Dante. Ma a distanza, da lettore critico.
Alla p. 61, il riferimento a Coleridge, alla sua bellzza “καλον quasi καλουν”, data in nota come “citazione non identificata”, viene dai “Principles of Genial Criticism”, 1807.
Una storia a parte in coda al volume, che Bologna e Fabiani raccontano, è quella del libro che Scheiwiller fortemente voleva, e portò fino alle bozze, comprese le presentazioni commissionate ad hoc, una a Maria Corti, e all’ultimo ogni volta fermava.
C’è anche un “Dante e Pound”, a cura di Maria Luisa Ardizzone, 1998: una raccolta di saggi, italiani e stranieri.
Corrado Bologna-Lorenzo Fabiani (a cura di), Ezra Pound. Dante, Marsilio, pp. 205, ril. € 20

mercoledì 11 novembre 2020

Destra sinistra, sinistra destra

Il virus è più della sinistra o della destra, la buona gestione del virus – delle regioni governate a sinistra, o di quelle governate a destra?
 
La sanità privata è di sinistra o di destra?
 
Silicon Valley, Big Pharma, banche e superricchi hanno votato Biden, i poveri e gli immigrati Trump.
 
Il governo giallorosso fa la riforma Bonafede, che moltiplica le carcerazoni e avalla i trojan, lo spionaggio continuo del nostro privato.
 
Nella regione Lazio, di sinistra, fare un tampone quando si sospetta il virus richiede alcuni giorni di telefonate inutili a un numero verde che non funziona. Il numero verde non funziona da mesi, non ha mai funzionato.
Si fa per questo la coda ai Pronto Soccorso, e si moltiplicano i contagi.
 
Le Asl romane non eseguono il tracciamento – dei contatti dei contagiati.

L’Europa invasa dall’America, latina

Si parte con una saga di Vinland: Freydig Eriksdóttir, figlia di Erik il Rosso, violenta ma accorta, naviga instancabile verso Sud, con i suoi recalcitranti, su un modesto knörr lungo la costa americana: gli Stati Uniti (“il paese di Aurora”), Cuba, Chichen Itza (Aztechi), Panama, e un assaggio di Inca (il Cipango di Colombo, il paese favoloso dell’oro). Navigano un po’ schiavi un po’ padroni. Con tutto quello che si sa: la scoperta del cavallo, del bue e della ruota, e quella del mais, del cotone e del cioccolato, con le epidemie virali che decimano i nativi. Poi un diario di Colombo, fatto morire per contrappasso, sotto una carica di cavalleria, indigena. Poi Atahualpa, l’ultimo Inca, dopo una complicata guerra civile, conquista l’Europa - rovesciando l’inca Garcilaso de la Vega citato in esergo: “Per la confusione nella quale vivevano, senza alcuna intelligenza, la loro conquista fu facile”. Per ultimo le avventure di Cervantes, finché non cerca fortuna in America.
Il racconto della conquista si chiude a Firenze, città  dei tradimenti, con Lorenzino-Lorenzaccio che fa fuori il prode Inca invitandolo nel letto della moglie. Quizquiz - inutile sapere chi è- ne continua la lotta: sottrae Bologna al papa, pacifica bene o male Firenze, sposa Caterina dei Medici, vedova di Enrico, il figlio di Francesco I, e prepara l’attacco a Roma. L’imperatore successore di Atahualpa si chiamerà Carlo Capac, come Carlo Quinto, e come questi farà il sacco del papa, che sta antipatico a Binet - il papa si rifugia dal sultano Selim II.
Cervantes accoltella un mite artigiano e se va a spasso per l’Europa, con Domenikos Theotokopulos - che noi sappiamo sarà chiamato El Greco. Anche loro ce l’hanno col papa. Poi fanno Lepanto, e finiscono alla torre di Montaigne. Conversazioni, ironie e saggezze, finché Cervantes non si fa la signora della torre – vecchio topos, “la moglie di Montaigne”, tipo la moglie di Socrate. Dopodiché da solo, a Bordeaux, s’imbarca per l’America.
Un racconto alla Virginia Woolf di “Orlando”, fra storia rifatta e fantasia. Un po’ serioso: il titolo antifrastico è di quante distruzioni siano capaci le civilizzazioni – e di chi la fa l’aspetti.
Binet si diverte, il naso di Cleopatra è la sua passione, con gusto nel caso della semiologia, il celebre “La settima funzione del linguaggio”. Il lettore un po’ meno. La conquista americana dell’Europa, probabilmente il nucleo originario del libro, è colta e sorprendente, oltre che irridente – ma è vero, l’Europa trova sempre motivi per litigare. Anche se sceneggiata alla chanson de geste, che però è un mito fondante, non un divertimento. I due apocrifi, delle saghe norrene e del diario di Colombo, e l’avventura scalcagnata, anche nella scrittura, di Cervantes, non fanno ridere.
Un libro molto premiato, anche dall’Accademia di Francia.
 Ma l’Europa alla deriva dagli Usa non era già vecchia teoria woodyalleniana?

Laurent Binet, Civilizzazioni, La Nave di Teseo, pp. 384 € 19

martedì 10 novembre 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (439)

Giuseppe Leuzzi


“Tutto vuol persuadere” sul Ring - il viale circolare ricavato a Vienna sul percorso delle vecchie mura, uno dei segni distintivi della città - “che Vienna è la capitale del Sud,  a trecento brevi chilometri dal Mediterraneo” – Guido Morselli, “Contro-passato prossimo”, 41.
 
Il “Drang nach Südeno “spinta verso il Sud”, ricorre spesso nella pubblicistica tedesca. In termini militareschi, di offensiva – e segnatamente contro l’Italia, l’unico Sud non tedesco della Germania. Ma è una bella formula, “Sud” potrebbe anche essere un asset, un patrimonio – se Vienna ci tiene a contrassegnarsene nel mondo tedesco. Se ne impadroniscono naturalmente la Riviera romagnola e il Lombardo-Veneto dei laghi.
 
Un’altra storia
Con la Lombardia a un quarto abbondante di tutti i contagiati in tutta Italia (276.486 fino a ieri, su 995.463, il 27,7 per cento), e quasi la metà dei morti (il 44 per cento, 18.571 su 42.330). Con Varese che da sola conta oggi (ieri) 3.400 nuovi contagi in una giornata, otto-nove volte la vituperata Calabria, non c’è dubbio su come va affrontata la pandemia. Su come andrebbe affrontata, e invece non si fa, oggi come non si è fatto in primavera. Bisogna dunque ripetersi.
Se il virus si fosse manifestato e diffuso a Napoli invece che a Milano non sarebbe stato circoscritto agli inizi, entro un cordone sanitario, rigido, guardato dai militari se necessario? Non è fantastoria, è un’ipotesi reale. Si sarebbe cortocircuitata Napoli, e magari la Campania, subito, radicalmente. Basta poco, a volte. È successo invece a Milano e la cosa non si è fatta. Non si fa, non si può fare.
Un virus non è come il terremoto, che non ha contromisure. Oppure: è un terremoto ma rimediabile.
Un cordone sanitario avrebbe salvato la stessa Milano, con tutta la Lombardia. Che invece, vivendo spensierata sulla pelle degli altri, ha potuto allegramente infettare il vicino Piemonte, la vicina Emilia, il vicino Veneto, le zone integrate produttivamente con la Lombardia, Vercelli-Novara, Piacenza, Verona. O la Toscana, per dire, che dopo la Lombardia si sta liquidando gli anziani che deve mantenere in Rsa, le residenze sanitarie assistenziali – oggi ne ha di infettati uno su otto, oltre mille su novemila, più qualche centinaio di operatori.
Per ragioni di geopolitica, oppure di politica – il governo deve proteggere i “suoi” – il cordone sanitario non si è fatto. Se non nella forma, dopo otto mesi e ridicola, dell’affiancamento della Calabria alla Lombardia.
 
L’odio-di-sé al tempo del Covid 19
Il ministro della Salute Speranza non ha esitato a inguaiare la Calabria e la Sicilia, il ceto medio-piccolo che è il tessuto produttivo delle due regioni, di negozianti, ristoratori, baristi, artigiani, che poco o nulla, e tardi, vedranno dei ristori mentre l’avviamento va in fumo e i debiti soffocano.  “La Calabria ha un Rt di 1,86”, sbruffa , l’indice dei contagi. Non un contagiato contro uno positivo, né mezzo, come si dovrebbe, ma addirittura due: il virus galoppa in Calabria, a suo dire, mentre non è così, fortunatamente – non era la Calabria l’unica regione italiana da cui la Germania accettava ingressi? Ma il ministrino è segretario di Leu, cioè è a capo di un partito, perbacco, e recita lo statista, impietoso.
L’appartenenza politica è un diritto, un buon diritto. Ma non a scapito della salute, degli altri. Si può capire la sottovalutazione della Campania (gialla) e la sopravvalutazione della Sicilia (arancione) in una logica politica: la Campania è governata a sinistra, la Sicilia a destra. Ma la Calabria è solo un falso scopo: ci voleva un po’ di Sud in rosso. Per calmare la Lombardia?
La Lombardia è un orco, un mostro assetato di sangue altrui? Assurdo. Ma c’è un che di assurdamente leghista, nel decreto del governo sulle chiusure. Hanno chiuso la Calabria, singolarmente al di sotto di tutti gli indici di allarme - rapporto tamponi-contagi, occupazione terapie intensive, ricoveri ospedalieri rispetto alla capienza, morti -  per dire che tutto il mondo è paese. Mandando senza rimorsi al fallimento un’economia essenzialmente locale, di piccoli commercianti, ristoratori, pasticcieri, produttori, artigiani, e di già ridotti consumi, per il reddito ridottissimo. Con una giunta regionale presieduta, seppure da facente funzioni, da un leghista, Spirlì, che si vuole una macchietta – non conta niente, e lo sa. Aspettando l’inevitabile ‘ndrangheta. Tutto banale, ridicolo, il virus già domani ce lo farà dimenticare, ma bisogna pure dirlo, ricordare tutte queste scemenze.
Speranza, il ministro che avrà il secondo, ferale, lockdown sulla coscienza, è peraltro tassativo solo sulla Calabria: “Ha l’Rt a 1,86 ma contano anche gli altri parametri”, insiste, “non avrebbe retto a tre settimane di raddoppio, lo dicono gli scienziati”. Invece la Campania sì, la Toscana, il Lazio, la Puglia. Perché sono tutte regioni dove lui è al governo.
Speranza è di Potenza, non si può nemmeno dire il Nord alla Feltri che inguaia il Sud – benché telecomandato da Bersani. Può essere quello che è da solo: c’è sempre un meridionale severo con il meridione - l’odio-di-sé meridionale è sostanzioso. Certo, nel suo caso si può dire almeno fruttuoso, per la carriera.
 
Storia comica dei commissari alla sanità - altrui
Si ride con Tremonti, il ministro dell’Economia dei governi Berlusconi. L’ultimo dei quali, nel 2010, commissariò la Sanità in Calabria: “A seguito delle richieste della Commissione Bilancio della Camera venne fuori la storia della sanità calabrese di cui non c’era traccia scritta. La risposta che diedero dalla Regione è che venivano tramandate per tradizione orale, come se si fosse ai tempi di Omero. È tutto vero, eh”?
Si ride amaro. Specie in tempi di peste galoppante. Anche perché la “leggenda metropolitana” (Tremonti) è sinceramente creduta pure in Calabria. Ma sarà un seguito di risate. Fino al generale Saverio Cotticelli, che non sa, non ricorda, di avere predisposto il piano anti-Covid in estate, di averlo perlomeno firmato, dato che è in “Gazzetta Ufficiale”. Licenziato da Conte e Speranza due giorni dopo averlo riconfermato. E al suo successore appena nominato, Giuseppe Zuccatelli, che non crede alle mascherine, al distanziamento, e alle altre “fregnacce” con cui il governo gestisce la pandemia. O al loro predecessore per quattro lunghi anni, Massimo Scura, che non ha fatto nulla, ha litigato con tutti, e alla fine ci ha scritto su un libro.
Ma la cosa è seria: in dieci anni il deficit da risanare è semmai aumentato, e non un solo posto letto è stato aggiunto. La Calabria, due milioni circa di abitanti, era ed è in rosso nel comparto sanitario per 160 milioni di euro. La provincia di Massa e Carrara, 200 mila abitanti, lo è stata per 400 milioni, e ne è uscita. Normalmente succede così.
Si dice commissariamento ma in Calabria sono stati mandati tre vecchietti, per arrotondare la pensione, di novemila euro, al mese, più le trasferte, la macchina con autista, e la scorta. E non si vuole pensare altro, che vengano messi lì per garantire il lucroso settore ai partiti di appartenenza, Pd (Scura), 5 Stelle (Cotticelli) e ora (Zuccatelli) Leu. Tutti peraltro coordinati, in veste di sub-commissario, da Andrea Urbani, dirigente del ministero della Salute, direttore generale della programmazione. Perché i commissari hanno due sub-commissari, retribuiti, e un certo numero di dirigenti, che muovono tra le Asl e le aziende ospedaliere.
Zuccatelli, il nuovo commissario, trombato alle elezioni del 2018, ebbe subito dal suo compagno Speranza tre sub-commissariati in Calabria, in due aziende ospedaliere e alla Asl di Cosenza. Prima di questo commissariato, ora, alla intera regione. Urbani vanta nel curriculum, alla voce sub-commissario alla regione Calabria, “lo sblocco di premialità per oltre 400 milioni di euro, oltre ad un sensibile aumento dei valori Lea”, livelli elementari di assistenza. Che invece si lamentano sempre bassi – è uno dei motivi per cui la Calabria è stata messa in quarantena da Speranza. È comunque un dirigente molto richiesto, tra Pd e Leu: è stato revisore dei conti all’Istituto di Astrofisica, e all’Agenas, l’agenzia per i servizi sanitari regionali, nonché consulente al commissariamento della sanità del Lazio, dal 2010 al 2013. E da sempre con le mani in pasta in Calabria.
La sanità in Calabria è stata commissariata da Berlusconi il 30 luglio 2010. Primo commissario il presidente della Regione Calabria Giuseppe Scopelliti, affiancato poi da due vice-commissari, il generale della Finanza in pensione Luciano Pezzi e il manager siciliano Giuseppe Navarria – che presto lasciò il posto a Luigi D’Elia, succeduto da Andrea Urbani. Zuccatelli, l’ultimo della serie, è uno che vive a Cesena, e da lì amministra le sue commissarie in Calabria – si sposta, se proprio è necessario, solo in automobile, con autista. Il generale dei 5 Stelle Cotticelli, generale dei Carabinieri, visto in tv da Giletti, è non si sa se più ingenuo - faceva pena per la, diciamo così, ingenuità – o rincoglionito. Massimo Scura, nominato il 14 marzo  2016, a 72 anni, di Gallarate in provincia di Varese, ex manager Pd in Toscana, alla Asl 7 di Siena e all’Asl 6 di Livorno, sub-commissario sempre Urbani, uno dei sub-commissari, si è reso celebre per la lite continua, quattro anni, col suo compagno di partito Oliverio, presidente della Regione. Ora propaganda un libro in cui dice che in Calabria tutto è ‘ndrangheta - ma è rinviato a giudizio a Catanzaro per somme indebitamente erogate, oltre un milione, a cinque veterinari.
E la sanità in tutto questo? E la Calabria? Una farsa tragica. Ma non senza colpe. Dei governi, soprattutto di sinistra, e degli stessi calabresi eterni penitenti. Ultima il colpo di grazia a un’economia fragile. Che vive, male, di piccoli operatori. I quali non supereranno la chiusura, per quanto caparbiamente impegnati a sopravvivere. C’è già scritto nel “Bollettino economico” della Banca d’Italia, al rapporto annuale delle economie regionali: “Lo scorso anno (2019, n.d.r.) il pil calabrese in termini reali risultava inferiore ancora di 14 punti percentuali rispetto ai livelli del 2007; gli indicatori disponibili ne indicano per il 2020 una ulteriore caduta”. Questo prima della chiusura. Una economia debole anche nella domanda, nei consumi – non ci sono redditi accatastati cui poter attingere in mancanza di entrate. Inventive si segnalano interminabili di piccoli e minimi imprenditori per sopravvivere, ma l’inverno sarà lungo.
 
Calabria
Toccano personaggi “tragici” alla sanità calabrese, come commissari: pensionati, ben pagati,  nullafacenti, e un po’ svaniti. Il generale 5 Stelle ingenuo o svaporato, il trombato di Leu negazionista, il burocrate Pd litigiosissimo. Ma nessuno si ribella: la Calabria si diceva anarcoide e ingovernabile, e invece è prona a tutto.
 
“Il volo del calabrone (bourdon in francese, n.d.r.) si dice «Il volo del Calabrone» (in it., n.d.r.). Credevo che volesse dire «il bandito calabrese». Ecco come si creano le confusioni orribili, funeste al ravvicinamento dei popoli” – Boris Vian, “Croniche di jazz”.
 
Muccino fa uno spot pubblicitario per la Calabria di otto minuti, con due protagonisti bellissimi, Raul Bova e Rocio Muñoz Morales, marito e moglie, e molte coppole, baciamani, e altri cliché. Infuriando la Regione Calabria, che glielo ha commissionato. Che però ha pagato il filmetto 1,7 milioni, il costo di due film a soggetto di 100 minuti. È difficile in effetti liberarsi del provincialismo, i cliché sono tuttora radicati.
 
Fra i tanti doni ricevuti da Giacomo Debenedetti, Walter Pedullà annovera (“Il pallone di stoffa”, 149) l’espressionismo linguistico, da Debenedetti inaugurato nel racconto “16 settembre 1943”, arricchendo l’italiano con l’yiddish e il romanesco: “E scoprimmo che miscelando il calabrese con l’italiano eravamo espressionisti inconsapevoli come quel personaggio di Molière ignaro del fatto che parlando fa della prosa”. L’ironia in effetti è inscindibile dal calabrese – anche disfattista, il calabrese non se ne libera.
 
Risa, Reggio Calabria, è toponimo della “Chanson d’Aspremont”, secolo XII, volgarizzata due secoli dopo da Andrea di Barberino. Forse adattamento da Nisa, dizione comune nell’antichità: è il nome della ninfa nutrice di Bacco, ed è toponimo ricorrente in Grecia (in Tracia, Macedonia, Beozia, Eubea, Nasso, Epiro), in Arabia e in Libia – c’è anche una Nisa indiana, di cui resta incerta l’ubicazione, nella storia di Alessandro Magno in India.
 
Ha una battuta cattiva Claudio Noce nell’autoritratto d’infanzia “Padrenostro”: al padre che l’ha portato in vacanza in Calabria dal nonno con la sua famiglia allargata chiede: “Ma sono tutti tuoi parenti?”, “Sì”, “E sai il nome di tutti”, “No”.
Il padre non ha altri rapporti con la Calabria. Ma tiene la sera, al ritorno dal lavoro, il figlio sulle ginocchia quando ha già dieci anni. E non lo rimprovera mai, anche quando fugge da scuola, o da casa all’alba: preoccupato soprattutto di ritrovarlo, e di farlo tornare in sé.
 
Arcangelo Fiorello incanta a Venezia il pubblico di “Incontri”, la Biennale di Musica, con tredici minuti di tre pezzi ardui di Luigi Nono per tuba e elettronica. Con commenti esilarati del “Gazzettino di Venezia” e dei periodici culturali. Fiorello, venticinquenne di Anoia, diplomato al “Cilea” di Reggio, vincitore di plurimi  concorsi, è ignoto ai giornali calabresi, che pure ogni giorno faticano a riempire le pagine – esaurite le liste di assessori e vice-assessori comunali. Non è il “nemo propheta in patria”, il musicista non disturba nessuno, è che solo il made al Nord ha valore.
 
L’unico italiano a Vienna, alla messa in Santo Stefano, alla presenza dell’Arcivescovo e dell’imperatore Francesco Giuseppe, il 5 giugno del 1910, dopo “la processione del Corpus Domini, rituale kermesse della monarchia”, è nel romanzo “Contro-passato prossimo” di Guido Morselli un “on. Morabito, deputato di Riva” - di Riva del Garda è da supporre. Cioè un calabrese. Morselli aveva fatto il militare in guerra in Calabria, e nel romanzo si diverte.
 
Ufficiale di complemento degli Alpini, richiamato in guerra, Morselli era stato assegnato a Catanzaro, dai primi di aprile del 1943, al 114mo reggimento di Fanteria. Vi rimase quasi tre anni. Alla smobilitazione visse senza entrate – senza nemmeno vestiti civili. A pensione da un’anziana vedova, la signora Gigetta, che divideva con lui i suoi parchi pasti. Si diede da fare con lezioni d’inglese. Ma si era portato o aveva trovato buoni libri, e vi scrisse “Realismo e fantasia”, un saggio di filosofia che teneva in gran conto - lo mandò pure a Croce.


leuzzi@antiit.eu


Rommel, la volpe della Padania

“In una condizione tendenzialmente sub-umana com’è quella di un esercito in guerra” Morselli pacifista fa risolvere anticipatamente la Grande Guerra con un’azione di commando austriaca, organizzata e comandata dal capitano tedesco Rommel, che dalla Valtellina dilaga in Lombardia fino a Brescia, prendendo l’esercito italiano alle spalle. Un’idea geniale. Fatta sbocciare da Morselli in un’Austria tirolese, marginale, minuta, piccoli borghi, piccoli fiumi, piccole perfino le montagne. Benché sotto al sigla ubiqua A.E.I.O.U., che Federico III (1415-1493), il creatore della dinastia asburgica, aveva voluto su tutti gli oggetti e i palazzi imperiali – “Alles Erdreich ist Österreich Untertan”, o, in latino, “Austriae est imperari orbi universo”,  Austria über alles, il vizio è antico. Poi Morselli ci deve aver preso gusto, e l’accerchiamento replica, con Ludendorff in Francia. Replica due volte: con von Tirpitz, l’ammiraglio, contro l’Inghilterra, aggirata dalle isole irlandesi. E il divertimento non c’è più, solo lunghi, probabilmente ingegnosi, piani militari. Anzi, un tedioso manuale di Arte militare.
Morselli abbozza anche un aggiramento degli Stati Uniti, con Lenin che un po’ va un po’ viene inviato negli Stati Uniti invece che in Russia. Ma poi si deve essere stancato anche lui. Peccato, aveva cominciato con un delizioso personaggio, un ambiente e una vicenda da fine impero. Musiliani senza il sopracciò critico - Musil è anzi sbeffeggiato – e di sottile graziosa ironia. Protagonista uno “speculativo von Allmen”, maggiore dello Stato maggiore, cultore delle chiesette disusate e pittore della domenica - “aspirante alla Biennale”.
Con un curioso apprezzamento dell’ordine germanico. Le occupazioni militari sono pacifiche: generose, provvide, liberatorie. Gli eserciti germanici quasi perfetti – Morselli li loda col razzista britannico Houston Chamberlain: “Le forze militari tedesche sono le prime istituzioni morali che esistano oggi al mondo”. Il made in Germany è il giusto contraltare all’introspezione. Una celebrazione ripetuta tre o quattro volte – forse per questo non tradotta in tedesco, dove si è tradotto praticamente tutto di Morselli.
Nel mezzo una garbata contestazione della storia, dello storicismo. Con applicazioni, però, paradossali: la Germania doveva vincere la Grande Guerra, solo questo sarebbe stato giusto e buono, ma i tedeschi sono fatti male… È su questo argomento che Morselli innesta il secondo e il terzo aggiramento tedesco, interminabili. Con un solo senso, altro paradosso per un pacifista: la celebrazione del militarismo tedesco, tutto Blitz, intelligenza, risparmio, cavalleria, generosità. Perfino quando tenta il colpo di Stato.
Guido Morselli,
Contro-passato prossimo, Adelphi, pp.261 € 24

lunedì 9 novembre 2020

Problemi di base islamisti - 606

spock

L’opposizione all’escissione, anche sul suolo francese, rientrerebbe in una visione fondamentalmente etnocentrica, che opera nel disprezzo delle culture africane”, Martine Lefeuvre-Déotte, sociologa delle differenze culturali, antropologa?
 
“La poligamia di papà è stata una grande esperienza”, Assà Traoré, attivista Black Lives Matter?
 
“La penalizzazione dei certificati di verginità non serve (la causa delle donne)”, “Libération”?
 
Della verginità femminile, maschile?
 
“La nostra passione per il rispetto degli altri ci tende infantili nell’esprimere giudizi”, Philippe-Joseph Salazar, filosofo della retorica?
 
“Le donne sono libere purché si attengano agli standard patriarcali di verginità, modestia,  discrezione”, Movimento femminista islamico?

spock@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo – classista (77)

Trump aveva avuto 63 milioni di voti nel 2016, a sorpresa. Ne ha avuti 70,3 milioni ora. Voti di bisogno.
Ha vinto Biden, Democratico, nelle aree più ricche e snob del Paese, da Filadelfia al New England e negli Stati, pochi, e le città affluenti, Colorado, California, Arizona, dove la marijuana è libera e gli sciacquoni sono due, uno per la pipì e uno per la cacca, segno di impegno ecologico. Si vede rossa, cioè trumpiana, tre quarti della superficie degli Stati Uniti nelle immagini in tv.
Dice candido David Leavitt ad Andrea Marinelli sul “Corriere della sera” da Gainesville, dove insegna all’università della Florida: “Quella dove abito è una contea blu circondata da un mare rosso: noi abbiamo un’università, ospedali, compagnie tecnologiche, nelle loro ci sono quasi soltanto agricoltura e prigioni” – nelle loro contee,  abitate da “uomini bianchi e arrabbiati, che soffrono psicologicamente e fisicamente, spesso dipendenti da oppioidi e alcol”.
Negli anni di Obama, o della recessione post-crisi bancaria, i poveri negli Stati Uniti sono passati dai 36 milioni del 2008  a 46 nel 2010-2013, e quasi 47 nel 2014-2015. Sono scesi a 37,5 milioni nel 2019. Un americano su nove-dieci vive al di sotto della “linea di povertà” – che è elevata per gli standard europei, 25.465 dollari per una famiglia con due adulti e due figli, ma si confronta a un costo della vita più elevato.

Il Grande Bancomat Sanità

Fa macelli il covid-19 dove più forte e anzi dominante è la sanità privata, a partire dalla Lombardia, col Veneto e il Piemonte – il coinvolgimento dell’Emilia in primavera avvenne per ragioni di confine. Una sanità che prospera senza responsabilità pubbliche, garantendo servizi soprattutto alberghieri – quando c’è l’urgenza, o il caso difficile, o l’epidemia, questi si lasciano al pubblico. Ma con entrate garantire dal pubblico, a convenzioni convenienti.
Il sistema sanitario è diventato in Italia largamente privato. Ma di un privato saprofita, a spese doppiamente del pubblico: per le convenzioni generose, e come pubblico pagante, attraverso le assicurazioni private, onerosissime, e di tasca propria, ad abbattimento fiscale irrisorio - offensivo. Un settore ricco, per chi lo gestisce, e ricchissimo, facile, anzi protetto.
La regionalizzazione della sanità, che non ha nessun beneficio per gli utenti e per il sistema (una moltiplicazione di burocrazie), è stata voluta e si è realizzata, con impegno congiunto della Lega e dell’Ulivo oggi Pd, a questo fine: garantire i privati attraverso il condizionamento della politica locale. Un traffico di influenze gigantesco, altro che il concorso esterno in associazione mafiosa su cui si gingillano i Carabinieri. E di corruzione,  occulta e anche palese. Gli scandali denunciati a Milano, a carico di Formigoni o di magnati del business, è solo la punta di un iceberg enorme, che stranamente non si rileva. Né fanno scandalo le trasmigrazioni costanti di manager dal privato al pubblico e viceversa.
La sanità privata è il settore più redditizio in Italia. Che si è svìluppato in pochi anni. Per collusioni politiche evidenti, di destra e di sinistra - il più grande gruppo lombardo e italiano del settore, Rotelli, è stato sviluppato da un impiegato Asl col concorso del banchiere Bazoli, sinistra Dc (ne fece pure il frontman per il controllo del “Corriere della sera” dal 2006 al 2016).

Psichiatria da pazzi

Un film documentario della batteria anti-Trump nella campagna elettorale, visto dopo, lascia amaro. Per la compassata assurdità degli psichiatri, che seduti, calmi, ironici, dicono avvedutezze senza senso: Trump è afflitto da “narcisismo maligno”. Che sembra niente, ma è nei prontuari una  miscela di paranoia, antisocialità (uno che ha  catturato la fiducia di settanta milioni di elettori, nei soli Stati Uniti?), e anzi sadismo.
Nonché in Italia, nella stessa America Trump resta fenomeno sconosciuto. Alla critica militante, ai “belli-e-buoni” della repubblica, ai saputi. Noto solo per le intemperanze verbali – per i tweet, un linguaggio che chiama le intemperanze.
Trump si direbbe un fenomeno politico, e non c’è da fare affidamento sulla psichiatria in politica. Ma la voglia di spendersi in politica – degli psichiatri americani come dei virologi in Italia - è inquietante, minacciosa. Il narcisismo dello psichiatra è in effetti come da protocollo: paranoide, antisociale e sadico.
Dan Partland, #Unit – La psicologia di Donald Trump

domenica 8 novembre 2020

Quinte colonne in Europa

“Quando mia madre è arrivata in Francia non portava il velo e non parlava neppure l’arabo, cercava di integrarsi”, Fatiha Agag-Boudjahlat a Stefano Montefiori su “La Lettura”, l’anno era tra il 1970 e il 1980, non molto tempo fa: “Noi tornavamo a visitare i parenti in Algeria una volta ogni tre anni quando andava bene. I miei nipoti ci vanno di continuo, tre volte l’anno, con i voli low cost. Vivono in Francia ma il sistema di valori, l’orizzonte, è l’Algeria”.
Fatiha Boudjahlat è una insegnante di liceo franco-algerina. Quarantenne, femminista, polemista, con numerosi saggi di successo (Montefiori la intervista per l’ultimo, “Combattre le voilement”) e con un paio di fallimenti politici (movimenti, candidature) già alle spalle - riconosciuta e non contestata solo in quanto avvocata della Francia una e repubblicana (laica). Ma parla chiaro.
L’islamismo non è fine a se stesso, punta a una guerra civile: “Gli islamisti non vedono l’ora che qualche invasato di estrema destra faccia un attentato contro dei musulmani per provare che la Francia è islamofoba e cattiva. È il loro sogno”.
Non ci sono quinte colonne, ma l’islam come un’enclave in Europa: “Ma non credo a una guerra civile. Penso che evolveremo verso una forma di apartheid, che rinunceremo alla nostra idea di Stato-nazione francese. Perderemo la battaglia, ci adegueremo all’idea di muticulturalismo all’anglosassone, così lontana dalla nostra storia, in cui la gente sfinita dirà: «Lasciateli vivere come vogliono, applichino pure la sharia tra di loro, basta che non vengano a mescolarsi con noi»”.
Non c’è radicamento: “Ce l’ho, e tanto, con le persone della mia generazione, con i miei fratelli figli di immigrati, come me. Lo vedo come si comportano con i miei venti nipoti. È gente che in Francia si è realizzata professionalmente, eppure per prima cosa hanno mandato i loro figli alla moschea, che è quasi sempre ormai il luogo dell’ortodossia religiosa, perché è il discorso più estremista a vincere. Oggi non si può essere che iper-musulmani, altrimenti arriva l’accusa di tradimento”.
Non è un problema di spesa sociale. “È quel che tendeva a pensare il presidente Macron, che di formazione è un liberale multiculturale anglosassone, per il quale basta che ognuno abbia soldi a sufficienza e i problemi spariscono. Non è così, anche i musulmani, in Francia, di solito stanno bene, meglio di quanto potrebbero mai stare nei paesi d’origine. Solo che in troppi preferiscono crogiolarsi nel vittimismo e ascoltare il discorso degli imam radicali”.
La schizofrenia dilaga: “I miei nipoti sono completamente perduti. Figli di figli di immigrati, a differenza di me non si sentono francesi perché i loro genitori non parlano loro che del bled, il paese natale in Algeria”.
Antifrancesi, ma in Francia: “Si guardano bene dal tornare a viverci stabilmente”, al bled, “gli ospedali sono disastrosi”, lo Stato sociale non c’è, eccetera: “Quindi si vive in Francia, ma si guarda la tv algerina, con i salari francesi si mettono da parte soldi per comprare grandi case in Algeria, e per fare vacanze in Algeria andando tutti i giorni al ristorante, perché, grazie agli euro guadagnati in Francia, «il ristorante non costa niente»”.
Siamo alla terza generazione, e non c’è rimedio: “I ragazzini pensano che l’Algeria sia il paradiso in terra e nessuno insegna loro ad amare anche la Francia. Io ci provo e per questo vengo chiamata «araba di servizio»”.

La politica senza idee

Curioso film politico, di un politico amante della politica, critico e autocritico, costruttivo, innovativo, sempre pronto a mettersi in gioco, un santo, si direbbe, della politica, che il suo partito, il partito di una vita, non considera: quando pensa di potersi candidare alle primarie per la presidenza, semplicemente non lo fanno parlare. Un apologo socialista, della sinistra francese. Che, se non si è dissolta come in Italia, sotto il giustizialismo e il settarismo, naviga però senza idee.
Alice, una giovane laureata assunta all’ufficio stampa del comune di Lione, che si organizza per celebrare i 2.500 anni della fondazione, prende servizio il giorno in cui il suo posto, per una ristrutturazione, è stato abolito, e allora, per compensarla, le inventano un’attività: produrre idee per il sindaco. È una “normalista”, ma non intellettuale, una ragazza acqua e sapone – anche personalmente non ha grandi storie, solo rapporti confusi. La sua semplicità è il reagente della politica inutile e incapace – quale si sperimenta, non solo in Francia, ormai da decenni: dirà l’ovvio, e su questo il sindaco a corto di idee ritrova passione e acume. I furori “politicamente corretti” e inconcludenti, di cui la sinistra fa bandiera, sono confinati all’artista monomaniaca – pazza.
Curioso anche per essere trumpiano. Senza escandescenze, da sinistra classica – tra progressismo, innovazione, abnegazione personale, eccetera. Il risveglio del sindaco avviene quando scopre quello che tutti sanno: che la globalizzazione è l’impero del denaro, degli affaristi - banchieri e mediatori. Che le scuole, anche le grandi scuole della tradizione francese, sono buone se formano banchieri - quelli che si arricchiscono sui risparmi faticati da chi lavora. E che conviene fabbricare il vasetto dello yogurt a tremila km. di distanza da dove si produce lo yoghurt – conviene ai mediatori, la vecchia borghesia parassitaria. Il mercato, che lui chiama mondializzazione, elimina la politica: il sindaco non ha più idee perché non ha poteri, di orientare, facilitare, giudicare.
Nicolas Pariser, Alice e il sindaco, Sky