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sabato 7 luglio 2012

Problemi di base - 107

spock

Volando con l’F 35 si vedono meglio i tagli alla spesa?

È strage di gastriti:
stregati dallo Strega?

La spesa esterna (outsourcing) in intercettazioni è stata di 230 milioni nel 2010, di 270 nel 2011, e di 82 nel primo trimestre quest'anno: ma le intercettazioni restringono o accrescono il crimine?

Perché le maggiori banche si riducono i tassi a Londra? Dove nascondono Riina?

Perché le banche, dopo aver ordito furti colossali, non vogliono pagare i ladri - americani ma pur sempre amministratori delegati?

Perché c’è la crisi ovunque, se la Germania prospera?

Se i sogni son desideri, e il desiderio è morto, con Dio e ogni altro, perché continuiamo a sognare? Non dormiremmo meglio senza?

L’elitista nichilista
sul dinghy imbarcato
scomparve alla vista,
distratto o etilista?

spock@antiit.eu

Il poeta della materia

“Una poesia delle cose e della storia”: Stefania Sini, curatrice della raccolta, dice in breve il segreto di Mandel’štam, un altro gioiellino di questa collana “Acquamarina” che è forse la più significativa del primo Novecento europeo. Scrittore affascinante di viaggi e di Dante, Mandel’štam poeta soggiace all’acmeismo, nome insignificante di una poetica che è invece la più proficua del primo Novecento, prolungata da noi da Montale. Della materia, degli elementi. Quasi un’anticipazione della pittura materica. Stefania Sini dice Mandel’štam un architetto, che struttura e anima materiali inerti, e questo in parte è. Ma riflettendo nei versi ciò che ne fa la sua specificità nei saggi per i quali è più noto, la sua frequentazione della tradizione europea, un’eccezione in Russia, e di quella italiana in particolare, Dante, Petrarca, Ariosto.
I primi versi sono disperati, a diciassette anni, nel 1908, “Leggo solo libri per l’infanzia”. Di maniera, ma già d’effetto. Con un occhio già alla materia. E sempre di forte capacità evocativa. Per esempio della creazione poetica: “Quando, distrutto un abbozzo, / trattieni diligente a mente/ una frase senza glosse pesanti,,/ unica nel buio interiore / - e lei di sua propria forza,/ corrugata, si trattiene da sé -/ ecco, ha accolto la carta,/ come una cupola i cieli vuoti”. Dante incontra anche, nel suo proprio esilio a Voronež: “Mi sono smarrito nei cieli…”.
Osip Mandel’štam, La conchiglia, Via del Vento, pp. 29 € 4

venerdì 6 luglio 2012

L’incanto dell’amore felice

Presentato nel genere Viaggio-Memoria, è il romanzo felice di un amore romantico. Tra l’autore bello di anni e svagato e una zingara “dagli occhi ipnotici” - che l’edizione italiana mette in copertina, di richiamo sicuro (di lei e della di lei sorella, con la quale metterà su famiglia). Un colpo di fulmine, in un mondo che non si penserebbe esistente quindici anni fa, il Maramureş, a Nord della Romania al confine con l’Ucraina, vecchio di millenni tra i campi e i pascoli e vivo di sensibilità. Che Blacker ha incontrato per casa vagando “all’Est” in macchina nelle vacanze di Natale dopo la caduta del Muro. Trovandoci un’altra, più simpatetica, famiglia. Un mondo oraziano, del “Beatus Ille” - felice chi lavora coi buoi le terre di famiglia.
Il racconto è stiracchiato nell’elogio della vita gitana – meno in quello della vita contadina, una sorpresa totale, che Blacker sa comunicare. Fino al funerale commovente del vecchio contadino col quale ha avuto un rapporto filiale, d’immedesimazione senza riserve, senza mai uno screzio. La sorpresa è l’arcaico, degli strumenti, la falce, e dei sentimenti, l’amore di due giovani. Immune al disfacimento che si preannuncia: della parte rumena in nome del necessario progresso, di quella sassone per il richiamo, dopo otto secoli, della Germania.
William Blacker, Lungo la via incantata, Adelphi, pp. 335 € 23

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (134)

Giuseppe Leuzzi

Fra le tante critiche possibili ad Angela Merkel dopo il vertice europeo del 30 giugno, i grandi giornali tedeschi su un solo tasto insistono: “Si è arresa agli Stati del Sud”. Non è vero ma il Sud è evocativo: è il regno del male.
Più semplificatorio di tutti è lo “Spiegel”, settimanale di Amburgo, città di mare, aperta quindi si penserebbe sul mondo, ma del Nord, che bolla la Merkel “ostaggio del Sud”. Sempre il Nord è aggressivo nei confronti del Sud: per quale colpa?

Il vino più consumato è il Nero d’Avola, ha soppiantato il Chianti - ormai vino d’esportazione, in Germania, negli Usa, molto “americano” peraltro, nella strutturazione, nel gusto. Il più grande produttore di vini siciliani è Zonin, di Verona. La squadra di calcio di Palermo è di Zamparini, un veneziano: l’ha riportata in serie A e ci naviga bene. Numerosi altri “padani”, piccoli e grandi, prosperano in Sicilia, terra di ogni bruttura secondo i loro giornali: mafia, disordine, burocrazia, disorganizzazione, corruzione. Su un solco da tempo consolidato, dalla dinastia palermitana dei Cassina, dal senatore Verzotto.
Anche gi investimenti tedeschi sono consistenti n Sicilia.

Un bandito, Ugo Cubeddu, era stato dimenticato dalla giustizia in Sardegna, nell’Ogliastra. Uno da ergastolo. Da quasi vent’anni.

Quest’anno è mancata la solita esecrazione dei troppi 100 ai licei di Reggio Calabria. Che pure ci sono stati. Il “Corriere della sera” è stanco? Stella è in vacanza?

“Il Gattopardo”, santuario distruttivo
Il “romanzo della Sicilia” è riduttivo, e anzi deiettivo: satirico, sarcastico. Scritto bene, cervantesiano, ma con cattiveria, senza sorriso: sovrappone alla Sicilia un Sancio Panza, seppure in veste di principe, anzi di Principe, un basso continuo insonoro, accidioso, la rovina dell’opera. Ai termini del “Gattopardo”, la Sicilia dovrebbe irridere anche il cinismo, il cinismo non ha confini né santuari, e invece no, arrivata al romanzo si ferma e lo venera: l’isola è un caso di masochismo, di autoflagellazione. L’autocritica è una forza, e si può pensarla la forza della Sicilia, più della storia o del gusto – Sciascia, se non Brancati, la esercitava sicuramente così. Ma può essere distruttiva, e più in un mondo non benevolente e anzi in competizione.
La Sicilia si riconosce, e se ne gloria, in un romanzo che la vilipendia in tutti i modi, opera di un aristocratico senza qualità - sia o no Lampedusa da riconoscere nel protagonista, l’uomo senza qualità del mediterraneo, il Principone Salina. Come un maiale nel truogolo, la Sicilia dice che sì, quello è il suo modo di essere, che Salina Lampedusa gli codificano con sapienza letteraria. Senza cattiveria, è da presumere: il romanzo è costruito in chiave cervantesiana, dell’esagerazione in vitro. Ma con cattiveria. E anche questo l’isola apprezza, di essere presa a calci in faccia. Da una sua aristocrazia di nessun merito – “Il Gattopardo” è l’unico titolo di merito di tanti casati principeschi che l’isola adora, in tanti secoli d’insignificanza (e molto deve peraltro a Bassani).
Non è una novità. La Sicilia l’epica ha cercato per secoli nei “Reali di Francia”. E ultimamente, in regime democratico, nei “Beati Paoli” - la mafia, il terzo livello, il complotto. Ne avrebbe avuto ampia materia: i tiranni, i filosofi, i normanni, Federico II, i poeti, I Vespri, il Quarantotto, ma non li ha mai elaborati. Un po’ li ha recepiti, non molto. La mitografia, in questo paese sommerso dai miti, è rara e fredda – D’Arrigo, Consolo. La sua sola epica è contemporanea, di Verga, Pirandello, Brancati, Lampedusa, Sciascia, ed è deiettiva, di disintegrazione e rassegnazione.
Ma “Il Gattopardo” fissa questa sudditanza. A opera di un fallito: è un Principe senza qualità che irride al suo mondo. Un forestiero rilegge “Il Gattopardo” inevitabilmente in chiave comica. La cifra del romanzo è l’irrisione, un’ironia a volte perfino pesante. Fin dalla prima pagina. La capacità affabulatoria di Lampedusa ne risulta magnificata, ma il setting è da circolo dei nobili, pettegoli, irrideti. Peggio: Salina si vuole principe di forti principi per via della madre tedesca. Precipitato “nell’habitat molliccio della società palermitana” e “nel lento fiume pragmatistico siciliano”, cioè inerziale, opportunistico. Un impianto provincialissimo.

La mafia delle donne
Si interrogano gli storici – le storiche – sulle donne di mafia: vittime? mafiose? La monografia collettanea della rivista “Meridiana”, n. 27, di storiche che scrivono sulle donne di mafia, curata da Gabriella Gribaudi e Marcella Marmo, insiste sul rito di iniziazione. Che era delle onorate società ma non lo è delle mafie. Le quali sono congregazioni temporanee di interessi. La ricerca ne è rimasta condizionata, finendo per fare delle donne della mafia un mondo a parte rispetto a quello degli uomini, poiché non c'è per esse iniziazione. Ma così non è una buona storia. Non solo perché non c’è ovviamente un registro delle iniziazioni.
Le donne non c’erano nella mafia, se non in ruoli marginali, in quanto la mafia era ritenuta un crimine, dagli stessi mafiosi. Così come non si incaricava una donna di un delitto d’onore, ma un uomo, un consanguineo, sia pure lontano. Ma non c’è un problema di iniziazione. Anzi a Napoli, scrivono le stesse curatrici, nemmeno di genere: “Le differenze di genere nella camorra rimandano, a ben vedere, alle caratteristiche della più ampia società napoletana: una società urbana in cui le donne degli strati popolari hanno giocato ruoli cruciali nella gestione dell’economia illegale”. Ciò è vero soprattutto nella microcriminalità: l’organizzazione dei furti, o dello spaccio. Nelle culture urbane, aggiunge Gribaudi nel suo contributo, c’è “una scarsissima segregazione tra mondi maschili e femminili”.
C’è sicuramente una grande differenza tra maschi e femmine nel mondo criminale, di genere. Rafforzata ultimamente da una componente sociale e intellettuale, per l’ambizione del mafioso a elevarsi nel connubio. Non nell’ambizione alla famiglia (alla genealogia) e alla proliferazione maschile, che tanta inconcludente sociologia incolla loro addosso, ma per l’ambizione di ogni sposo. La moglie di Riina esemplifica questa complessa differenza-identificazione. Una insegnante, sia pure sorella di un capo mafioso, che convive con un latitante per trenta o quarant’anni, col quale ha dei figli di cui cura la formazione, che è una belva umana, letteralmente, e di cui non si può non sapere, essendo lo stesso un capo sempre in attività.
Il resto della ricerca si perde nella questione dei ruoli o della subalternità. Non senza ragione. Marcella Marmo smonta la figura eroicizzata di pupella Maresca, che una cinquantina d’anni fa si fece vendetta per amore (uccise l’assassino del suo giovane marito camorrista), portando in rilievo la soggezione della stessa “eroina” al compagno vendicato, che le aveva ucciso il figlio e la massacrava di botte. Il momento più vero della ricerca è forse nella scoperta (Monica Massari), attraverso i documenti giudiziari, della “particolare combinazione esistente tra caratteristiche, ruoli, funzioni profondamente ancorati alla modernità e modelli di comportamento di tipo arcaico, quasi primitivo, inneggianti alla vendetta, alla faida, alla violenza sanguinaria”. Le donne di mafia sono mafiose. Riconoscibili, riconosciute, nei paesi, nei quartieri: cattive, bieche, fomentatrici di odio, usuraie, ricettatrici, intestatarie e intestatrici false.

leuzzi@antiit.eu

Ombre - 137

Fini dirigeva i pestaggi della polizia al G 8 di Genova. Con l’assistenza di un maresciallo poi diventato suo onorevole. Ma Procuratori di giustizia lo hanno lasciato fuori dalle indagini, ora conclude con condanne definitive. Anche i giornali. Solo il “Guardian” lo ricorda, un quotidiano di Manchester.

Scendono in campo i Procuratori Capo di fini, i vari Trifuoggi, Quattrocchi eccetera. Per elogiare l Cassazione, che ha condannato di dirigenti di polizia a Genova all’epoca dei pestaggi per il G 8, e i dirigenti condannati.

Santoro torna in chiaro su La 7 e la Rete protesta. Perché aveva sottoscritto “Servizio Pubblico”, seppure on abbonamento simbolico, 10 euro. Ma soprattutto perché Santoro torna in chiaro. “Non lo ha la tv e non voglio comprarla”, lamentano molti, che chiedono lo streaming in diretta. Non ce n’è bisogno, lo streaming è in diretta, ma viene a mancare la complicità tra happy few, sia pure in migliaia e diecine di migliaia: c’è un che di settario nei social network.

Bastava tagliare i costosissimi F 35 e un paio di fregate e la spending review era fatta: 20 miliardi di risparmi in dieci anni, la maggior parte subito. Senza controindicazioni: l’Italia non ha nessun ruolo militare. Ma 20 miliardi sono necessari per comprarsi la benevolenza Usa. Sembra insensato, ma questo è.

Due pagine di intervista fra Scalfari e Napolitano giovedì su “Repubblica” con molti apprezzamenti storici. Ma una sola riga per l’unica novità della Repubblica: “In due occasioni (1981 e 1983) a formare il governo fu chiamato un non Dc”. Spadolini? Craxi? Pertini? Innominati. Anche Pertini fa scandalo su “Repubblica”.

“Per Scalfari «i liberali si incontrano coi comunisti”»: il titolista di “Repubblica” addebita a Scalfari
questa enormità nell’intervista che lo stesso ha a Castelporziano col presidente della Repubblica Napolitano. Una perfidia? Sì, Scalfari non lo dice. Ma è Napolitano che dice la verità: “Gobetti era un liberale sui generis”.

L’inflessibile “Spiegel”, coscienza della nazione, della nazione progressista, da Amburgo, città di mare progredita e aperta sul mondo, la cancelliera Merkel dopo gli accordi del 40 giugno di “ostaggio degli Stati del Sud”. Alla Norimberga dell’euro non potranno dire: “Non c’eravamo”.

Comprare Bund. Meglio ancora: fondi industriali tedeschi. E se si hanno pochi soldi “la mossa più semplice, del tutto elementare: aprire un conto corrente in Germania”. È il consiglio che “Famiglia Spa”, il settimanale del gruppo Riffeser, si fa dare da uno della Deutsche Bank. Con dto dal ragionamento: “Dovesse saltare l’euro, e tornare il marco e la lira, certamente si potrebbe realizzare una vistosa plusvalenza sul cambio. È un’operazione perfettamente legale, che in alcune bamche si può fare anche senza essere residenti”. E gratis.
La Germania ha sempre ragione?

Massimo D’Alema interpella Vendola via “Corriere della sera”: “Che ci trovi di sinistra in Di Pietro?” E lui, che ci trovava? Che nel 1996 lo volle a tutti i costi senatore del Pci-Pds, candidandolo nel seggio blindato del Mugello. Dove mobilitò i 60 mila fedelissimi all’unisono: 60 mila voti attesi, 60 mila espressi.
Era anche stagione di caccia, che nel Mugello si pratica con passione, ma nessuno mancò quella domenica.
I vecchi del Pci arrivavano alla realtà con dieci anni di ritardo, D’Alema in (quasi) venti. Ma non è mai troppo tardi.

giovedì 5 luglio 2012

Il corpo artificiale

Ci sarà stata dunque un’epoca in cui il corpo era plastico, il corpo delle donne prevalentemente. Plastico nel senso di materia plastiche, o artificiali. Nell’esposizione, o estetica, nell’articolazione, nel funzionamento, in qualche misura anche nell’intelligenza. E forse il più resta ancora da vedere. Il tema dell’ultimo quaderno della Società italiana delle storiche radica il business del corpo in una lunga tradizione immaginaria, e quindi di ricerca.
Ci sono molti modi per dire la cura artificiosa del corpo. Le curatrici della monografia a più voci, Alessandra Gissi e Vinzia Fiorino, hanno scelto “plastica” su una lontana traccia di Barthes nei “Miti d’oggi” (1957), in quanto contraddistingue e riassume “i simboli della modernità” – l’ambizione di “annullare le distanza tra il naturale e l’artificiale”. Ma i contributi risalgono alla magia naturalis di Della Porta, e alle parallele innovazioni dei grandi medici, Falloppio, Mercuriale, Paré, a tutto il Cinquecento, cioè - ogni parte del corpo era all’epoca oggetto di celebrazione, nel genere franco-italiano dei “blasoni”. E prima ancora, forse, al pitagorismo. Nonché, in parallelo, alla cura del corpo in funzione sociale, e anzi razziale, coi tanti procedimenti schiarire la pelle, qui documentati da Giovanni Vassallo tra gli africani immigrati in Italia e nel Congo - ma già prima negli usa con “Ebony” (la pubblicità della rivista negli anni 1950 era prevalentemente di prodotti, procedure e specialisti in schiarimento della pelle) e poi con le follie della famiglia Jackson, Michael e le sorelle.
Plastiche, “Genesis”, X/1, 2011, pp. 261 € 26

La spesa fa odiosi

A Massa, città di terra malgrado sia ora un centro di turismo estivo, la Unicoop Tirreno ha un supermercato. In un sottosuolo, per di più trascurato, anche nella gestione, con pochi clienti, in età. Ma i prodotti sono buoni, è il supermercato più vicino, non si fanno code, e poi si ha l’impressione di scuotere con la spesa il clima depressivo che si respira tra commesse e cassiere, anch’esse in età e forse in contratto di solidarietà. La prima volta.
La prima volta il personale risponde, oltre che con la caratteristica professionalità, con sollecitudine. La seconda volta meno. La terza sembra di dare fastidio. Le commesse al banco della gastronomia sono svogliate, si fermano a parlare tra di loro, o con conoscenze di passaggio, richiedono in continuazione che tipo e che quantità. La cassiera chiude la cassa, che riapre subito dopo, dopo che ci siamo spostati alla cassa accanto. Dove la cassiera fa passare avanti altre clienti. Che hanno una spesa minima, ma il pagamento effettuano con modalità laboriose, lente, lunghe. Senza chiedere scusa, come non hanno chiesto il favore di passare avanti.
Fare la spesa tre volte in una settimana è troppo? Farla ogni volta da centinaia di euro. Sarà l’effetto della crisi, che un buon cliente può venire odioso al commerciante. Uno può spendere tanto perché ha famiglia numerosa, o compra tutto al supermercato, ma non importa: una famiglia su tre, dice l’Istat, ha dovuto tagliare i consumi alimentari.

mercoledì 4 luglio 2012

Il poeta non sfugge alla colpa

Tre saggi brevi su un unico tema: la colpa del perseguitato – la pena. Nel saggio del titolo Herta Müller fa lei stessa l’inventario della compromissione, “oggettiva” si diceva al tempo del sovietismo trionfante, per tipologie. Si sopravvive ai totalitarismi con la morte nel cuore, se sono durati cinquanta e sessant’anni. Nazisti o sovietici che fossero. Anche in chi a un certo punto si è ribellato: l’insidia rimane del compromesso, l’accomodamento, il tradimento. È il caso in particolare di Inge Müller, che fu “gioventù hitleriana con le chiavi del cielo al collo”, arruolata nel 1945 a vent’anni quale ausiliaria nella Luftwaffe, e nel dopoguerra comunista nella Germania Democratica, ma incapace di trovarsi appigli resistenziali nella vita precedente.
C’è una forte connotazione germanica in questi “destini perduti”, nazionale se non etnica: la Germania non ha senso epico, la nuova come la vecchia. Vuole il primato ma non senso della storia. Il suo dolore, che continuamente lamenta, è sempre privato, personale. Con l’aggiunta della storia. Il senso di colpa è poi più forte tra i tedeschi aussiedler, dell’esterno, i cui genitori e fratelli maggiori furono tra i più volenterosi carnefici di Hitler. Una condizione paradossale, nota la curatrice Federica Venier: essere “vittime ma figli di carnefici”, e “fuggire dal proprio paese per andare verso la Germania, origine e cuore del conflitto”. Herta Müller non fa eccezione, che non è in pace con se stessa. I tre scrittori che qui rievoca, Theodor Kramer, Ruth Krüger, l’autrice di “Vivere ancora. Storia di una giovinezza”, sopravvissuti alla dittatura o a Auschwitz, e la stessa Inge Müller, sono in vario modo suoi alter ego. Benché tutt’e tre siano finiti nel suicidio, Inge nel 1966 dopo vari tentativi e ricoveri in manicomio.
I tre destini sono simili, benché diversi. “Così simili nella loro struttura psichica”, li dice Herta Müller, “e così dannatamente e irrevocabilmente dissimili nella colpa”. Ma forse è il contrario: la colpa di aver vissuto la dittatura, le dittature, li amalgama e li ha disintegrati. Il sovietismo Herta Müller dice “il Noi (che) governava contro l’Io”. Apparentemente. Più vera è la conclusione: “Per il singolo fu inventata e distribuita la colpa”. Il sovietismo non governava per nessun “Noi”, non nell’Urss né nella Germania Democratica, che ha lasciato più povere di prima.
Non c’è identificazione possibile tra vittima e carnefice, ma nei fatti sì. La storia del sovietismo, dei guasti che produsse in tante generazioni di europei, e più dove si sostituì al nazismo, come in Germania Orientale, resta da fare, ma il più è noto. Inge Müller si sposò tre volte, da ultimo, dodici anni prima del suicidio, con Heiner Müller, il “secondo Brecht” del Novecento tedesco. Il quale alla sua morte non trovò una lacrima, né mai, né prima né dopo, un apprezzamento per la sua poesia. La stessa poesia può essere il collante, argomenta Herta Müller: il perseguitato se la ripete per sopravvivere agli aguzzini, i persecutori se la ripetono alla ricerca di una faglia per farne una colpa.
Herta Müller, In trappola, Sellerio, pp. 93 € 9

Secondi pensieri - 106

zeulig

Anima – È il foro della comunicazione? Nel senso di Machado, il poeta: “La moneta che maneggiamo/ si deve forse conservare,/ m quella che è nell’anima/ se non si dà si perde”. È il modo d’essere plurale, piuttosto che singolare e esclusivo, e anzi sociale.
In questo senso Internet ha un’anima. Come ogni forma di scrittura.

Intellettuale - Platone piace, non può che essere oggetto di culto, ma per quello che è, un favolista, un po’ vate, non un amante. Perché tanto attaccamento? Perché le sue mitografie anticipano l’essere dell’intellettuale, la famosa classe che lui ha inventato. Che si costruisce in modo semplice: non rinunciare ai minuti privilegi, tra essi l’abitudine, e appellarsi all’aristocrazia dello spirito. E fa dire a Madame de Merteuil, per quanto cattiva: “Come molti intellettuali, è profondamente stupido”.

Cesare Garboli, che l’intellettuale voleva – volle, per una breve stagione - proletario, aveva ragio-ne: più proletarie di tutte sono le attività intellettuali, lavoro non pagato, una schiavitù, seppure volontaria. Pensare o scrivere non sono un lavoro nel vocabolario e l’opinione, sono ritenuti e si vogliono uno svago, roba da dilettanti. Mentre sono l’occupazione più assidua, minuto per minuto, giorno per giorno, senza soste né vacanze, vengono idee pure la notte, sia la scrittura creativa, poesia, filosofia, o politica, d’occasione, di scopo, più spesso senza retribuzione, nel più puro stile stakhanoviano, volontaristico. C’è piacere evidentemente in questa professione, all’opposto che nel puttanesimo, ma allora sorge il problema: perché? per cosa perdersi?

L’intellettuale produttore di Garboli è Sisifo, anche se Benjamin vi contribuisce - era un mite, accettava tutto: la poesia non è merce, non si consuma, non si fa in serie, non si butta, o la musica e, in parte, la filosofia, il teatro, il cinema, di cui i rifacimenti non vengono mai uguali, i quadri, i romanzi. Ma c’è al fondo una resistenza, una logica dura. Oppure ovvia, ma fuori dello spirito del tempo.

Il sogno di Prometeo è tipico sogno intellettuale, dell’immaginare più che del fare.

Il laico che crede Prometeo più grande di Gesù crede in realtà nel proprio limite.

Mito – Friedrich Schlegel lo vuole la fisica dell’antichità. Non senza ragione. Il legame è in Schlegel strumentale - serve a lui personalmente, “creatore” con Hölderlin, Schelling e Hegel del romanticismo, ad affermare l’inverso, la Bellezza come creatrice di Verità. Ma è dalla Verità che emerge la Bellezza, dalla scienza della natura e delle azioni, che vanno penetrate.

Storia - La causa è postuma nella storia: è la proiezione al rovescio di Schopenhauer. Lo storico materialista di Benjamin, virile, fa scoppiare il continuum della storia, senza rinunciare al presente, che blocca fermando il tempo, e gli altri lascia a perdersi nel bordello dello storicismo con la puttana “c’era una volta”. La storia è una costruzione il cui luogo non è il tempo omogeneo e vuoto, ma il tempo saturo di presente. Ma il materialismo vince se la teologia lo anima. In sé non è niente, è il burattino che vince agli scacchi perché mosso dalla figura nascosta che degli scacchi è maestra.

Simonide, dice Plinio, inventò la tecnica della memoria. La difesa della memoria, ha scoperto Jünger, è il grande tema della civiltà occidentale. Ma per Simonide funzione della poesia è occultare, e non, come in Omero o Esiodo, svelare – ecco dunque Heidegger: è lo svelarsi che vela, l’alétheia.

Fino a Erodoto la storia è stata un progetto mitico – pure dopo, secondo il dottor Bernhard. I greci, popolo felice, secondo Camus non avevano storia: la colonna dorica era di legno – di pietra era in origine quella egiziana. E dunque la nostra storia – la memoria, gli annali, il destino, il progresso – in origine non è nostra? E la filosofia, che è storia anch’essa, dice Hegel: è il ricco prodotto della ragione attiva, pensiero momentaneo. La storia è filosofia tratta dagli esempi, diceva Dionigi di Alicarnasso. Erodoto che, padre della storia, è stato anche padre della menzogna. E la memoria che annulla il tempo. E quindi la storia.

La storia, si sa da Hegel, è morta, essendo la verità, o la razionalità, e un immenso mattatoio. È interpretazione, sul filo dell’intuizione, sorretta da testimonianze, anche mute. Si può ritenerla inutile, la nostalgia, l’animosità, la voglia di rifarla. Il Santayana proverbiale, “chi non la conosce la ripete”, l’intende migliorativa, rispetto a Monaco, il Vietnam. Praga. Ma la storia è conservatrice. Non reazionaria, non di necessità: è scettica, la storia come le discipline storiche, sulla stessa sua logica e razionalità. Di cui Hegel dice pure: la storia è la rivelazione, e il regno di Dio. Poveretto. Magari in forma di destino. Di magia. O analogia. La morfologia di Spengler.

Traduzione – Più di tutto fa la filosofia, dal greco, dal tedesco. Si prenda un testo di Heidegger sulla storia. “La rappresentazione storicizzante della storia come successione di eventi impedisce di sperimentare in quale misura la storia vera è sempre, in un senso pienamente essenziale, presenza”. Che sembra concetto intraducibile, e quindi incomprensibile: la Gegen-wart è tutt’altra cosa da presenza, il non-c’era-del-non-c’è, e non si può tradurre in altro modo. Ma presenza è avvenire, in quanto esigenza dell’iniziale. Ciò che “ha una storia” è coinvolto nel divenire. Ciò che “ha una storia”, egualmente, può “fare storia”. Storia significa inoltre la totalità dell’ente, che col tempo muta e, distinguendosi dalla natura, abbraccia le vicende e le sorti degli uomini. Infine, è “storico” pure il tramandato come tale - “Lo svolgimento della storia cade nel tempo”, avrebbe detto Hegel: “Solo il presente è, il prima e il dopo non sono. Ma il presente concreto è il risultato del passato ed è gravido di avvenire. Il vero presente è quindi l’eternità”. Abbiamo storia, continua Hidegger, solo se sin dall’inizio essa diviene l’essenza della verità. La storia è avvento di ciò che non ha cessato di essere. E il genitivo, nel caso, è soggettivo: avvento da parte di ciò che non ha cessato di essere.
Essendo Heidegger un filosofo tedesco, avrebbe l’obbligo a questo punto di aprire una lunga parentesi, su “vero” e “concreto”, su “presente vero” e “presente concreto”, su “essenza” e su “verità”. Nonché sulla traduzione, che è la vera lettura, direbbe Ortega y Gasset, quella che riempie “i silenzi del testo”, dal greco al tedesco, e dal tedesco alle altre lingue. Anche per il dubbio, a fronte dello scarso ascolto di Heidegger in Germania, che la sua filosofia pervasiva sia opera dei traduttori. I quali, i francesi per primi, stanchi o impossibilitati a comprendere, tradurrebbero parola per parola, producendo nel suo campo filosofia come una forra di giardini promiscui, dilettevoli per abbondanza, carnosità, mistero, se non per le geometrie.
Storia “vera”, sembra Luciano. Anche avvento è concetto complesso, essendo religioso o portentoso. Un dubbio ce l’ha lo stesso filosofo: l’enigma della storia risiede in ciò che significa essere storico. Lui ha la soluzione: “Potrebbe darsi che i fenomeni della vita, che per il loro senso fondamentale sono “storici”, siano comprensibili solo “storicamente””. Ma “il passato resta chiuso al presente per tutto il tempo che l’Esserci non è esso stesso in modo storico questo presente. La storia è lo specifico storicizzarsi nel tempo dell’esistente”. Il passato sentito come storicità è altra cosa che il compiuto, è qualcosa a cui si può ritornare. “Si chiama storia qualcosa che non è la storia; poiché tutto si dissolve nella storia bisognerebbe, dice l’attualità, rifarsi al sovrastorico. Il passato come vera storia è ripetibile nel come…”. E insomma, “la storia è rara”.

zeulig@antiit.eu

martedì 3 luglio 2012

Letture - 101

letterautore

Gattopardo – È un romanzo comico, il piglio a volte è da Cervantes, caustico. La sua cifra è l’irrisione, un’ironia anche pesante. Fin dalla prima riga, “la recita quotidiana del rosario era finita”. È un altro “Pasticciaccio”, che invece di un qualsiasi Ingravallo molisano ha a protagonista un principe Salina, altrettanto robusto e confuso. Con lo stesso uso sprezzante del dialetto, gaddiano e meridionale, come estraniamento corrosivo (del re napoletano e altri minori) e luogo del ridicolo (rodomontesco, teatrale) – o deprecatorio in versione plebea.
Anche il Risorgimento, più che una lettura storica è un aneddoto: l’incapacità di un pusillanime di non pensare che per frasi fatte.
Al formidabile esito del romanzo come coscienza di un mondo, la Sicilia, e di una nazione, l’Italia, bisogna fare capo per programma al completamento della rilettura. Tanto essa si svolge lieve tra svagate pennellature: bons mots, manierismi, freddure. Memorabili a volte, ma più per essere costanti, nel senso dell’autodiminuzione, il più sicuro riparo del dandysmo. Si vuole l’Italia smargiassa (stupida) o dandy?

Lampedusa come Gadda, il miglior Novecento italiano, sono letterati e dandy, non altro. Non sono politici, arditi, filosofi, innamorati.
Dandy per essere letterati: la letteratura è possibile in Italia disprezzandola, apparentemente.

Intellettuale – “Rousseau mentiva e credeva alla sua menzogna”, nota Tolstòj: l’intellettuale è fangoso.
Tolstòj critica Rousseau per aver cresciuto i figli al brefotrofio, dopo aver fatto gran numero della propria infanzia nelle “Confessioni”. Ma di lui Turguenev spiega così il terribile segreto che lo opprimeva: di non riuscire ad amare altri che se stesso.
“L’anarchica onnipotenza della personalità è un lapsus”, dice ancora Tolstòj, “bisognerebbe dire monarchica”.

Il popolo è non a Marx ma all’intellettuale che piace, creatura del romanticismo fumoso, che pensa di farsene guida – la volontà del popolo. Gramsci lo sapeva: “In Italia il marxismo è stato studiato più dagli intellettuali borghesi, per snaturarlo e rivolgerlo ad uso della politica borghese, che dai rivoluzionari”. Gentile o Pareto, l’Italia è “Machiavelli dopo Marx”, direbbe Noventa, liberale e socialista pentito.
“L’appello ai principi immateriali è il rifugio della filosofia pigra”, questo lo dice Kant visionario. Che però ammonisce: “Il materialismo, se ben si considera, uccide tutto”.

Kerouac – Il maledettismo serve a ritmare l’esperienza, cioè l’esistenza. Fino al virtuosismo della frase corta, che prima di Hemingway è della Bibbia di re Giacomo, e i parroci praticano – solo parroci veri potevano mandare Ginsberg in carcere a Spoleto, perché “Who to be Kind to” è osceno, per concorrenza. La narrazione fratta era tecnica all’epoca che da mezzo secolo gli italiani sperimentavano, al cinema. Capaci di entrare nella storia in qualsiasi punto e ricomporla, bucando la coltre di fumo davanti allo schermo. Resta una tecnica a finalità didattica: non la storia interessa ma come si costruisce. E rimanda allo psicologismo che il taglio brusco doveva bandire.

Kerouac, l’inimitabile Ti-Jean, fu scrittore assonnato a Milano quando venne per “Big Sur”, che lasciava la moglie a casa dalla mamma. Ma sapeva ridare vita a Luisa Casati, la marchesa che a Parigi volle impersonare il secolo. Gli americani sono capaci di sapere il buddismo, se non di praticarlo, e la scansione del greco antico, con tutte le loro biografie manuali. Oppure, avendo in mente Dean, Presley e Chet Baker, le vite bruciate, si può dire così: l’esperienza di corsa è l’odierno patto col diavolo, una grazia infinita, in corpi anche torpidi, a fine rapida.

Occidente - L’identità prende consistenza nell’arte. È nell’arte che ogni cosa prende durezza, quindi identità. Non solo la pietra si anima, ma si definisce, dopo che è stata cavata dall’informe.. A lungo l’Occidente ha reso la vita difficile allo scrittore. Solo i pittori, gli scultori e gli architetti potevano mettere i potenti l’uno contro l’altro. Ai poeti, e ai musici, l’Occidente ha dato da mangiare, ma da servi. Il menestrello doveva, ancora nel Quattrocento, “inventar rime, giocare di scherma, suonare cimbali, tamburi e la ghironda, la cetra, il mandolino, il clavicembalo e la chitarra, lanciar mele e riprenderle sulla punta di un coltello, imitare il canto degli uccelli, eseguire trucchi con le carte e saltare attraverso i cerchi”. Può salvarsi un menestrello? si chiedeva Honoris de Autun, teologo, e rispondeva: “No”.
Oggi di nuovo. L’America onora i poeti: siamo la nuova Gerusalemme, dice Melville, la quarta, se la terza è finita a Mosca - la seconda fu data dai cristiani, d’Occidente e Oriente, ai turchi. Ma ha perduto il senso dell’arte nella vita, estetico e manifatturiero. Sotto il dilagare del bisogno, posticcio, la privazione di beni accessori, che mai saranno bastanti, per la nota procedura di Sisifo: la civiltà dei consumi statuisce l’indigenza.

Oriente - L’Oriente è, per l’Occidente beat, la speranza della sopravvivenza, che Budda considera una sventura: “Lo stesso Budda della Luce Infinita ha scelto il paradiso d’Occidente, che il sanscrito chiama Terra Pura, per condurci man mano tutte le creature”, ha lascato scritto Massimo Scaligero, esperto adepto. Con un barbaglio si spera d’ironia, avendo appena letto tre romanzi asiatici in cui il protagonista sta in un pozzo. Di tempi e mondi diversi, giapponese, turco, indiano, ma è capitato di leggerli di seguito. È l’aneddoto di Talete stiracchiato e intristito, da romanzi pure molto amati: favole lunghe che si vorrebbero lette per giorni col soffio sospeso dell’haikù, senza rime, senza ritmo, senza grazia. Sono ideologie: l’Oriente non è fantasioso, è realista e duro. Anche dov’è aggraziato. Fanno di Budda l’apostolo del nulla. E quindi buono a tutto, la carta della fortuna.

In altre letterature i beat sarebbero una nota a pie’ di pagina, e più per l’ingenuità, il vitalismo di scrittori che sono stati o si vorrebbero ladri, pugili, lavapiatti. Dell’America che si specchia nelle squadre muscolose di hockey, basket, foot-ball, sport veloci di gruppo, di forza, avendo un cuore che è una macchina possente. Insipida ma per igiene. Copia dell’America di Campanile, dove non si può essere miliardari se non si è stati lustrascarpe e strilloni, per un dovere della selezione naturale che pervicace rifiuta. Ma restano parrocchiali i suoi maledetti, nel mondo d’idioti, bestie da soma incolte che fu l’umanità della frontiera, se si montavano a dieci, dodici anni, benché anch’essi figli di mamma. Non si ride con loro, se scoreggiano è con intensità. Buoni cronisti sono, epigoni del neo realismo, di tele di fondo e quadri di genere. Proprio come Loti, precursore pure in questo, che per fumare s’inventò l’Oriente, e all’amata Aziyad assicurava‚ che si porterà dietro da morta: “Ti giuro, Aziyad‚ che lascerei tutto senza rimorso: posizione, nome, paese, amici. Ma vedi, ho una vecchia madre”.

La chitarra di Hendrix era blasfema per il sitar, l’orecchio indiano, e Ravi Shankar. Che al Madison Square Garden non poté non dire la verità: “Grazie per gli applausi ma stavo accordando lo strumento”. È infantile il grafismo degli informali a fronte dei calligrammi mandarini - nell’Ottocento lo erano i quadri orientali di genere e le croste Qajar a imitazione della pittura europea.

Traduzione – Borges, che come narratore si vuole trapiantatore, sia pure di testi inventati, definisce la buona traduzione, trattando “I traduttori delle «Mille e una notte»”, come quella che radica il testo in una cultura. Nella traduzione francese di Galland il lettore del Novecento ritroverà con gusto “il sapore dolciastro del diciottesimo secolo francese” e in più “l’aroma orientale” che aveva sparso la traduzione all’uscita. Quella inglese di Burton era intesa a divertire il lettore del diciannovesimo secolo con “romanzi a fogliettone del tredicesimo secolo”. La traduzione tedesca di Enno Littmann, giudicata la più aderente all’originale dalla “Enciclopedia Britannica”, rigettava come insipida: “In Littmann, incapace, come Washington, di mentire, non si trova nient’altro che probità tedesca. È poco, troppo poco”. La traduzione è letteratura, vuole sapore.

letterautore@antiit.eu

I cristiani arabi per la rivolta, benché islamica

Si riuniscono i cristiani a Parigi, le confessioni e i gruppi, per schierarsi a favore del cambiamento in Siria. Pur sapendo che nel nuovo regime non saranno protetti, e probabilmente anzi espulsi. Nella guerra civile in corso ormai da un anno i cristiani sono stati tra gli obiettivi degli insorti, fratelli mussulmani o salafiti indifferentemente. Benché siano inermi e non abbiamo preso posizione per Assad.
Nello scacchiere internazionale si chiude con la Siria un sommovimento, durato poco più di diciotto mesi, inteso con ogni evidenza a consegnare al confessionalismo islamico il mondo arabo, Nord Africa e Medio Oriente. In Siria dopo la Tunisia, l’Egitto, la Libia. Un sommovimento avviato con la guerra a Saddam. A un confessionalismo che alcuni vogliono moderato, nel senso che non è sovversivo, ma integralista sì. Per un islam sunnita ostile a ogni altra confessione, a cominciare da quelle islamiche. Le “primavere arabe” della democrazia si sono rivelate presto un falso scopo propagandistico, già abbandonato.
Per le comunità confessionali e nazionali minoritarie l’obbligo si impone di avallare le svolte, come se fossero un passo avanti democratico, pur sapendo che sono una regressione. Perché sono soli, e perché non hanno scelta. Le persecuzioni dei cristiani in Siria nelle città dove dominano gli insorti sono cosa notoria. E tuttavia taciuta: la corrispondenza oggi di Alberto Stabile per “Repubblica” è una di rare eccezioni. La lettura dell’insurrezione è per una Siria democratica, e questo tutti i giornali bizzarramente fanno valere, in Italia e in Europa, malgrado le tante evidenze contrarie.
Sradicare i cristiani dalla Siria, dove sono una minoranza consistente, o dall’Egitto, non sembra possibile. Né auspicabile per il regime islamico destinato a sostituire Assad. E tuttavia è previsione scontata. La dimensione non conta: l’emarginazione è già avvenuta in Libano quarant’anni fa, e dunque è possibile, i cristiani potranno rimanere a condizione di non contare. La vulgata araba - favorita dall’ebraismo in funzione anticristiana - vuole l’islam tollerante. Ma per l’esercizio dle culto, non per i diritti, e comunque non nella psicologia sociale.

Cosa ci trovano di bello gli Usa nell’islamismo

Osama e l’11 settembre hanno steso come una barriera tra gli Stati Uniti e l’islam, che invece non c’è. Da oltre mezzo secolo, dalla guerra di Suez nell’autunno del 1956, gli Stati Uniti hanno favorito il nazionalismo arabo, e in questa cornice, a partire dagli anni Settanta, l’islam. Nella cornice inizialmente della guerra fredda, in funzione anticomunista e antisovietica. Poi, caduto il Muro, a corroboramento delle dinastie della penisola del petrolio, Arabia Saudita, Kuwait, Emirati, Qatar, Mascate, Bahrein.
Questo legame costante con un certo radicalismo arabo o islamico gli Usa hanno coniugato con la difesa senza tentennamenti di Israele. Ciò ne connota la sicura visione imperiale delle relazioni internazionali. Ma avviene nel distinto presupposto che il radicalismo, entro limiti, impedisce o allontana la modernizzazione del mondo arabo, e quindi, negli affari internazionali, la sua autonomia. Negli affari politici come in quelle economici – energia, tecnologie, uso dei petrodollari.
Nella cosiddetta primavera araba gli Usa hanno favorito, e continuano a favorire ora in Siria, i gruppi islamici. Ostentatamente anche, con i propri servizi di spionaggio e informazione (e con quelli britannici), e con i finanziamenti e gli armamenti forniti dal regime saudita. L’indigamento dei movimenti arabi di piazza verso regimi islamici appare ai più un’estensione del modulo iraniano. Dove il regime khomeinista ha dirottato la pretesa imperiale dell’Iran a potenza dominante nella regione, la sesta (o quinta, o quarta) potenza militare del mondo, una sorta di Turchia contemporanea ricca di petrolio e di gas, a un corpaccione inerte ai bordi del Terzo mondo manesco e povero, tra una Corea del Nord e un Afghanistan.

lunedì 2 luglio 2012

L’indignazione folkloristica

Massimo Giannini che su “Affari & Finanza” di “Repubblica” riduce Marchionne e Squinzi a “folklore”, non per altro motivo che per aver criticato le ingessature dell’Italia (i dipendenti a Pomigliano da assumere in proporzione agli iscritti ali vari sindacati…), è più sconfortante che puzzling. Che senso può avere questa invettiva, non ragionata, non provata, per i lettori di tale specializzatissimo settimanale? Solo comunicare l’indignazione di Giannini. Ammesso che sia una vedette e abbia dei fan.
Folklore un manager che ha fatto della Chrysler un gioiello dopo dieci anni inconcludenti di cura tedesca, che avevano messo a rischio la solidità della stessa casa madre Mercedes? Che ha semplicemente salvato una Fiat sotto ttti gli aspetti fallita dopo quarant’anni di “consapevolezza” politica e sociale, senza modelli,senza mercato in Europa, e in procinto di perdere perfino quello italiano. La Fabbrica Italia avendo ridotto da tre milioni di autovetture l’anno a un sesto o poco più. Per non dire della forza lavoro occupata.
Lo sconforto è invece dell’indignazione senza motivazione. Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini, che il giornalismo critico hanno inventato, erano sempre documentati. E non parlavano, seppure con asprezza come sapevano, se non con pezze d’appoggio chiare e spiegate. L’indignazione o è rivolta, o è critica consapevole, altrimenti indigna.

La Sicilia vittima allegra del Gattopardo

Un capolavoro, a una lettura lenta, a ogni capitolo, a ogni pagina, a ogni aneddoto, scena, riflessione. Un capolavoro di resistenza, oggi più rifinito e lucido di mezzo secolo fa. Di narratività, scrittura, intelligenza, spirito, di misura. Su un terreno arduo come la politica, e peggio ancora l’unificazione, il plebiscito (l’annullamento di ogni passione). Un capolavoro siciliano? Ma la Sicilia non ne avverte l’ironia, e questa è la “colpa” del romanzo – la maggiore grandezza. Un capolavoro italiano: Angelica e Tancredi, più che la politica, ci riportano col loro semplice nominarsi alla tradizione, l’Ariosto, il Tasso. Innervando una continuità, non surrettizia, semplicemente da non dichiarare talmente è scoperta – lo era, negli anni d formazione di Tomasi di Lampedusa, letterato molto colto ma non eccentrico. Se il dubbio era se “Il Gattopardo” regge, se è il “Buddenbrook” italiano, non c’è più.
Questa terza edizione non aggiunge al “Gattopardo”, né a quello originario di Bassani, che Lanza Tomasi dice editore corretto, né a quello esemplato sul “manoscritto” del 1969, che da allora si ristampa. Se non per poche variazioni, più che altro di punteggiatura – punti e virgola invece di punti. E per l’introduzione dello stesso Lanza Tomasi, che riporta Lampedusa al “gattopardo” siculo, quello che c’è ma si nega – “la Sicilia è quel che è, nel 1860”, scrive a un amico spiegandogli il romanzo, “di prima e di sempre”. L’isola con più continuità storica nel Mediterraneo e in Europa, da alcuni millenni prima di Cristo, infissa a una sua immutabilità, non benevola. E sarà questa la vera eredità degli arabi, ammesso che gli arabi siano ignavi o rassegnati – al famoso fatalismo: il gattopardismo dei suoi nobili, tutti peraltro di denaro e di corte, e dei loro emuli snob. La Sicilia che fu araba per poco tempo, di una dominazione sofferta, tra guerre civili e di potentati, meno che fenicia, greca, romana, vandala, normanna, perfino angioina, e castigliana. Qui nelle vesti di un principe buono e saggio ma spregiatore del genere umano. E più nelle vesti dello snob, seppure colto e critico, che, per il bene e per il male, dell’aristocratico feudatario. Il vecchio temperamento atrabiliare: passivo sempre, mai fa o decide una cosa, e di tutto è infastidito - “«sono forse più intelligente, sono certamente più colto di loro»”, “la sua morte era in primo luogo quella di tutto il mondo”.
“Ridotte a schemi”, scrive Lanza Tomasi, le emozioni positive permangono soltanto nelle strutture della forma romanzo, ed interferiscono assai di rado con la descrizione di quel regno minerale , fatto di fossili animati ed inanimati, in cui Lampedusa identifica la condizione siciliana”. Un’isola fossile. E come sempre avviene quando la fantasia prevarica la realtà, la Sicilia vi si riconosce, se ne fa un blasone perfino, col suo finto pessimismo ma con allegria, la borghesia isolana che si ritiene migliore. Un caso esemplare dell’odio-di-sé. Bassani e Vittorini lo sapevano entrambi, aggiunge Lanza Tomasi: “La scoperta di Bassani e il diniego di Vittorini non sono bizze di letterati”. Ognuno a modo suo: “Bassani è anche egli un notomista dei vinti; mentre il rifiuto della trascendenza, anche a livello di ideologia, è attivamente sgradevole a chi pensi di poter contribuire al progresso del mondo”.
Lanza Tomasi ci ha lavorato a lungo, a questa “sua” riedizione, dal 1969. Dandone infine alcune chiavi, peraltro implicite: la trasposizione dei suoi tratti e modi di giovane figlioccio in Tancredi, e quella personale di Lampedusa nel misoneista Salina. In uno dei due brevi allegati inediti, Donnafugata è un palazzo splendido “nel cuore nero della miseria siciliana”. Che si poteva dire in tanti modi, ma in questo ha un solo significato. Gli altri inediti sono mezza pagina sull’affetto canino, e una parte del “canzoniere” di don Fabrizio – il Principe poetava. Anzi di Don Fabrizio, precisa Lanza Tomasi, sono minuscoli don Ciccio, don Calogero, e don Peppino Mazzini.
Il resto è noto. Se non per l’irrisione, che a una rilettura s’impone dominante, dalla prima riga con la recita quotidiana del rosario. Roba da circolo dei nobili, che sempre si sfottono. Della cui aneddotica, è giusto dirlo, il tardo scrittore trae il meglio, tirandosi fuori dal “colore” in agguato, amorazzi, corna, astuzie – Lampedusa teneva circolo a suo modo, con tre e quattro appuntamenti antimeridiani in caffè diversi di Palermo (aveva soglia di attenzione breve?). E per la forza della costruzione, che condanna (avvince) la Sicilia a immortalarsi in un romanzo comico, nel progetto (Lanza Tomasi lo spiega ad abbondanza) e nell’esito. Peggio: Salina, principe di forti principi per via della madre tedesca, è precipitato “nell’habitat molliccio della società palermitana” e “nel lento fiume pragmatistico siciliano”, cioè inerziale, opportunistico. Un Principe maiuscolo, dal “cipiglio zeusiano”. Che ha infine, primo di una lunga discendenza, imparato i numeri, ma giusto per guardare le stelle.
Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Il Gattopardo, nuovo ed. riveduta a cura di Gioacchino Lanza Tomasi, Feltrinelli pp.299 € 7,50

Le donne di mafia? Mafiose

Il volume collettaneo, di donne storiche che scrivono sulle donne di mafia, curato da Gabriella Gribaudi e Marcella Marmo, insiste sul rito di iniziazione. Che era delle onorate società ma non lo è delle mafie. Le quali sono congregazioni temporanee di interessi. Non da ora, dagli anni 1950 in Sicilia e a Napoli, da un decennio dopo in Calabria. La ricerca, sebbene a più mani, ne è rimasta condizionata, finendo per fare le donne della mafia un mondo a parte rispetto a quello degli uomini. Per mancanza di iniziazione? Non è una buona storia. Non solo perché non c’è ovviamente un registro delle iniziazioni.
Le donne non c’erano nella mafia, se non in ruoli marginali, in quanto la mafia era ritenuta un crimine, dagli stessi mafiosi. Così come non si mandava una dona a compiere un delitto d’onore, ma un uomo, un fratello, il genitore, uno avunculo. Ombretta Ingrasci alla fine lo dice: “Le donne partecipano alle attività mafiose senza essere formalmente affiliate”. Ma non c’è un problema di iniziazione, anzi nemmeno di genere, a Napoli, scrivono le due curatrici: “Le differenze di genere nella camorra rimandano, a ben vedere, alle caratteristiche della più ampia società napoletana: una società urbana in cui le donne degli strati popolari hanno giocato ruoli cruciali nella gestione dell’economia illegale”. Ciò è vero soprattutto nella microcriminalità: l’organizzazione dei furti, o dello spaccio. Nelle culture urbane, aggiunge Gribaudi nel suo contributo, c’è “una scarsissima segregazione tra mondi maschili e femminili”.
C’è sicuramente una grande differenza tra maschi e femmine nel mondo criminale. Di genere, rafforzato ultimamente da una componente sociale e intellettuale per l’ambizione del mafioso a elevarsi nel connubio – non nell’ambizione alla famiglia (alla genealogia) e alla proliferazione maschile, che tanta inconcludente sociologia incolla loro addosso ma per l’ambizione di ogni sposo. La moglie di Riina esemplifica questa complessa differenza-identificazione. Una insegnante che convive con un latitante per trenta o quarant’anni, col quale ha dei figli di cui cura la formazione, che è una belva umana, letteralmente, e di cui non si può non sapere, essendo lo stesso un capo sempre in attività.
Il resto della ricerca si perde nella questione dei ruoli o della subalternità. Non senza ragione. Marcella Marmo smonta la figura eroicizzata di pupella Maresca, che una cinquantina d’anni fa si fece vendetta per amore (uccise l’assassino del suo giovane marito camorrista), portando in rilievo la soggezione della stessa “eroina” al compagno vendicato, che le aveva ucciso il figlio e la massacrava di botte. Il momento più vero della ricerca è forse nella scoperta (Monica Massari), attraverso i documenti giudiziari, della “particolare combinazione esistente tra caratteristiche, ruoli, funzioni profondamente ancorati alla modernità e modelli di comportamento di tipo arcaico, quasi primitivo, inneggianti alla vendetta, alla faida, alla violenza sanguinaria”.
Donne di mafia, “Meridiana”, n.67, pp. 240 € 25

domenica 1 luglio 2012

Il mondo com'è - 100

astolfo

Capitale - Nel 1976, nel pieno di una crisi ben più grave di quella odierna, la Fiat sottoscrisse con Lama, Carniti e Benvenuto, i leader sindacali, un accordo per “nuovi indirizzi” nel Mezzogiorno. Smettendo le riunioni al buio e le guerre lampo al sindacato, la Fiat scopriva il Nuovo Modello di Sviluppo: padroni e lavoratori diventavano beni nazionali e insieme si facevano mantenere dallo Stato, chi più, il padrone molto, chi meno. Si può dire il capitale la fenice che rinasce, niente lo vieta, e la crisi una resurrezione, Briareo dalle cento braccia, Laocoonte e i serpenti insieme, i miti non difettano.

La globalizzazione non è una guerra perduta, ma il cambiamento fa lo stesso radicale.

“Il capitale non conosce patria né frontiera, né colore, razza, età, sesso”, questo l’ha già detto un secolo e mezzo fa, anno più anno meno, Lafargue a Londra, il genero di Marx, a congresso coi grandi d’Europa. Anche allora s’organizzavano congressi bi e trilaterali e leghe del capitale. Sempre per il motivo che le cose non vanno. Che non contraddice l’onnipotenza del capitale, una piccola sfortuna è necessaria per ristabilire la grazia: bisogna ridare al popolo ogni tanto la fede nel “solo Dio internazionale, il Dio universale”. Cora Pearl presiedeva a Londra, la quale sosterrà nelle memorie d’aver “pompato con labbra insaziabili l’onore di mezza Europa”, tra il principe di Galles e il legato del papa.

Federico Il Grande – Si festeggia a Berlino Federico II di Prussia per i tre secoli della nscita, il creatore della Germania contemporanea. Nel Neues Palais di Potsdam che Federico fece costruire molto grande e ricco a coronamento della Guerra dei Sette Anni e del ruolo preminente che la Prussia vi aveva acquisito sugli altri principati tedeschi. Dentro il palazzo è però un’accozzaglia di oggetti e bibelots, che non documentano nulla – forse la confusione, di giudizio e di gusto, di questa Germania sassone, post-renana. Sarebbe bastato leggere Thomas Mann, il ritratto che ne ha abbozzato (“Federico il grande”) per dare un taglio alla mostra, dare una idea vera del personaggio, seppure necessariamente incompleta. Federico fu infatti personaggio complesso per molti aspetti.
Gli si fa credito dell’invenzione dell’arte militare. Fu Federico, sopravvissuto a suo padre per segno manifesto del destino, ai calci e alle torture, a introdurre la rapidità delle marce e dello schieramento nell’arte militare, nonché l’onore della stessa. Prima lo stratega era uno fortunato. Ma personalmente seppe sempre, anche per esperienza, che le cose non vengono del tutto bene in battaglia, né proprio male.

Thomas Mann lo racconta disperato tra le sue continue guerre. E sarà la sua vera croce. Inventò per liberarsene i Corpi franchi, irregolari, volontari – che gli inglesi al solito copieranno, in Calabria e in Spagna, nelle guerre contro Napoleone. Mentre la Germania irriconoscente gli preparava una Norimberga: dichiarato ribelle all’imperatore, se mai fosse stato catturato, sarebbe stato giustiziato. Lo stesso Mann, però, pur proponendosi di penetrare l’arcano del Grande di Prussia, ne evita l’evidenza: c’è un germanesimo che si sente mancare senza la caserma - anche il romanticismo, che si dice legato alla libertà: è solo un arabesco per infiocchettare il tempo della durezza, quando la libertà è nei cuori ma non nelle leggi.

Che pensava Federico nelle lunghe veglie delle battaglie che infaticabile dava? Thomas Mann non lo sa, ma tutti lo sanno: voleva morire. Giunto al trono per prima cosa decriminalizzò il suicidio. Il resto della vita passò i pomeriggi a scrivere poesie. Per una trentina d’anni le mandò a Voltaire per farsele revisionare, poiché scriveva in francese.

Intellettuali - L’intellettuale non ha più potere, ma mai è stato tanto conformista. “La scrittura altera la lingua”, insiste Rousseau. L’avvilisce? Rousseau, uno “nel quale la coscienza non era l’elemento dominante”, dice Proudhon. Per fortuna?

Marx, che solo Lenin ha letto, alcune brossure, e ha applicato, voleva un partito di tiratori scelti. Intellettuali, ma abili a infilarsi tra le pieghe della storia, a mimetizzarsi e scardinarla, inafferrabili ninja. Per fare ciò che non c’è scritto in Marx, solo Colletti e Althusser a un certo punto l’hanno saputo: la dittatura del proletariato.

Islam – Le donne vi sono velate ma non rassegnate. Sono anzi la forza determinante dell’islamismo integrale, al Cairo come già a Teheran. Scomposte anche, nel linguaggio e nella gestualità. Attive, a anzi in prima linea, in piazza, anche giovani.

Nell’intervista a “Yedioth Ahronot” il 25 giugno, Beppe Grilo, che ha sposato nel 1996 un’iraniana, scopre una verità: “Ho scoperto che la donna, in Iran, è al centro della famiglia”. Religiosi e regimi restano maschilisti, gli ayatollah come i talebani. Con la poligamia e il ripudio a senso unico,. Ma nelle primavere arabe, come già in quella iraniana di Khomeini, sono state le donne in prima fila, forza d’urto e massa di manovra. Le nutrici dei martiri. Del mezzo milione di morti nella guerra con l’Iraq come dei kamikaze. Maryam Rajavì, la leader dei Mujahiddin del Popolo, il principale gruppo d’opposizione agli ayatollah, è pia mussulmana, le donne del movimento sono ipervelate e non contestano la sharià.

Occidente - Con Tucidide nasce l’Occidente – la storia, la politica, la retorica, i diritti fondamentali – in un susseguirsi di guerre tribali, astiose, spietate, ipocrite, e di tradimenti senza fine. La differenza con l’Africa odierna è che ad Atene si scriveva, Tucidide sapeva scrivere. Tutti tradiscono tutti, a Sparta come a Atene. E Tucidide, ateniese e democratico, parteggia per Sparta, surrettiziamente. E non è tutto. La democrazia ateniese era imperialista, sugli schiavi e con la flotta - di cui Tucidide-Senofonte fa teorizzare l’uso imperialista nella guerra di Sicilia. Ed era una democrazia che non aveva amici, così Tucidide subdolo la rappresenta, né estimatori, solo popoli sottomessi e ribelli.
La perfidia di Tucidide è scoperta. Al punto che non si capisce come mai gli spartani, che sconfiggono sempre Atene, non vincono mai – erano ritardati? Fatte le somme, si combattono in tanti, fra città, isole, paesi e paeselli della Grecia, che nemmeno la popolazione attuale, tre milioni di greci maschi tra i 15 e i 60 anni, sarebbero bastati. Il dialogo fra gli ateniesi e i melii, assurto a chiave dell’opera, e della scienza politica da Atene a Washington, sembra alla Campanile – la perfidia sconfina nella stupidità. Alcibiade per converso, che tutto perse, è “bello-e-buono”, solo troppo ricco.

Prussia - L’ostilità fra Germania e Inghilterra che fece grande la Prussia prima delle guerre napoleoniche, iniziò con l’inizio della Germania, il reggimento dei granatieri di Prussia. Gli Heiduk di almeno sei piedi di altezza, al cui reclutamento Federico Guglielmo I mobilitò fin da ragazzo i sovrani d’Europa. Era il suo “canale delle grazie”, racconta la figlia: “Bastava procurare al re soldati alti per ottenerne quello che si voleva”. La regina, la moglie di Federico Guglielmo, aveva ottenuto dal padre, l’elettore di Hannover e re d’Inghilterra Giorgio I, che Hannover ne fornisse alcuni. Ma Giorgio I se ne dimenticò, il re di Prussia ordinò all’esercito di sequestrare tutti i giovani alti dell’elettorato di Hannover, e fu la guerra tra suocero e genero.
La figlia del re d’Inghilterra, Sofia Dorotea, continuò a fare un figlio l’anno al re di Prussia, uno ogni due quando litigavano. La loro figlia Federica Sofia Guglielmina venne fidanzata al duca di Gloucester, nipote di Giorgio I, secondo nella linea di successione. Ma le cose non furono più come avrebbero potuto essere. Giorgio I s’era occupato amorevolmente di Federico Guglielmo bambino, quando il padre di questi, Federico I, s’era rifugiato a Hannover al riparo dalla perfidia dell’elettrice Dorotea sua suocera. Solo un anno prima dell’incidente di Hannover i due re avevano concluso un trattato di alleanza a Charlottenburg. Ma l’imperatore d’Austria fu lesto a prendere il cuore del re di Prussia, assicurandogli gli Heiduk del suo paese, e anche quelli d’Ungheria, e nacque la teutonicità, invece del fronte sassone.
Il re di Prussia diventò valetudinario e irascibile, coltivato nella depressione dal reverendo Francke, il famoso pietista, e la teutonicità nacque con un carattere aggressivo.

astolfo@antiit.eu

Se l’Europa è finita a Europeo

Forse per fair play, avendo la squadra italiana di calcio sconfitto la Germania, si moltiplicano dopo la prima sorpresa del vertice europeo i commenti in Italia a favore della Germania. E di Angela Merkel. Il più sbalorditivo si deve oggi al “Sole 24 Ore” in prima pagina, “Perché la vincitrice è Angela Merkel”, un titolo sotto il quale Roberto Perotti argomenta punto per punto le decisioni del vertice in modo che esse risultino “tutto ciò che Angela voleva”. Senza mai dire l’essenziale.
La ricetta tedesca – bilanci in ordine – è in realtà la ricetta di tutti. Quello che la Germania di suo ha fatto in questo anno e mezzo abbondante è: 1) impedire il salvataggio della Grecia, dopo averlo concordato, 2) costringere l’Italia a indebitarsi, pur avendo i bilanci in ordine, dopo i due decreti Tremonti e la manovra Monti di novembre, con la serie ininterrotta di annunci negativi di Angela Merkel, l’ultima raffica (tre in cinque giorni) la settimana scorsa.
Che pensarne? Che al “Sole” non sappiano l’effetto annuncio sui mercati monetari? Improbabile. Che a “Milano” (la speculazione) non stia bene la stabilizzazione dell’euro che si preannuncia? È possibile. Ma che uno dei migliori giornali non sappia che l’euro non è una partita di pallone ma il timone di una nazione, sia pure aggrovigliata come è l’Europa, questo è l’indicatore vero della crisi. Che è di sostanza – di conti in (dis)ordine – ma anche di informazione. Sempre tossica, al meglio superficiale. Altro esito che, purtroppo, dobbiamo alla Germania – volendosi documentare non è difficile, basta andare oline sui giornali tedeschi (qualcuno diffonde i suoi orridi argomenti anche in inglese).
Sarà la sindrome dell’Europeo, il torneo di calcio, ma in Europa non si ragiona che in termini di “uno contro l’altro”. E questo lo dobbiamo al governo tedesco. Ad Angela Merkel e ai suoi facinorosi consiglieri banco-monetari, Stark e Weidmann – di fronte a un perplesso Schaüble.

Fisco, appalti, abusi – 6

La casa a Ronchi, sulla riviera Apuana, costa 600 euro di tariffa (tassa) rifiuti. Per due persone, in una casa abitata sì e no sessanta giorni l’anno, fa 10 euro a sacchetto – diciamo 7, conteggiando novanta giorni di occupazione.
Nei mesi estivi il Comune lascia per la raccolta dei rifiuti i due mini-cassonetti di sempre, mai lavati. I sacchetti crescono così attorno a montagne, e il tanfo. E non fa ritirare la spazzatura ogni giorno ma quando il fetore è insostenibile e le proteste accese.
Il Comune, toscano, ecologico e tutto, non fa la raccolta differenziata.

L’Agenzia delle Dogane ha rispolverato la licenza utif, per la vendita di alcolici. Le prime multe sono state per le profumerie – l’alcol è base per i profumi: poi si è scoperto che la tassa pagano i fabbricanti. Chi non vende alcolici, ma il Mon Chéri, invece, l’utif la deve pagare. Poi si dice che non si combatte l’evasione.

I negozi che proteggono le vetrine con una tenda pagano una tassa. La tassa sull’ombra. Un tenda di cinque metri paga mediamente 110 euro l’anno.

Stefano Cecchi lamenta sulla “Nazione” che per non aver pagato un euro di parcheggio a Prato deve pagare una multa di 54 euro. Non sa che i sindaci, dopo la malaugurata riforme plebiscitaria che li fa eletti in nome proprio, sono famelici: devono pagarsi le assunzioni e le notti bianche – l’effimero: chi non ricorda la condanna di Andreatta? quarant’anni di battaglie perdute).

Cecchi lamenta anche il giro dell’oca, con code molteplici per mezza giornata, per “ritirare”la raccomandata con la multa. Che il Comune poteva recapitargli direttamente ma lo fa attraverso molteplici uffici. E forse non sa che sui 54 euro che dovrà pagare 16 sono di spese di notifica.
Che un Comune estorca senza patemi 16 euro a un comune cittadino per mandargli una lettera dà la misura della corruzione della politica: nessun senso del valore delle cose, della misura.