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sabato 29 luglio 2023

Problemi di base religiosi - 759

spock

Perché i profeti della Bibbia, pure autori di vasti libri, non si citano mai – parlavano ma non leggevano?
 
Perché Mosè, il fondatore della religione ebraica e della Bibbia, autore di ben cinque libri, in greco Pentateuco, i primi e fondamentali della Bibbia, “Genesi”, “Esodo”, “Levitico”, “Numeri” e “Deuteronomio”, non sarebbe ebreo?
 
“Senza immagini non c’è culto”, E.Junger?
 
“Più assurda è la vita, meno sopportabile la morte”, Sartre?
 
“L’evoluzione è ricca di sorprese, e si prende gioco delle previsioni”. E. Jünger?
 
Perché la chiesa non accetta Darwin: tutta l’evoluzione non era nel paradiso terrestre – in potenzia, certo?
 
“Quando arriva la ragione, i miracoli se ne vanno”, Voltaire?

spock@antiit.eu

È sempre duello Germania-Italia alla Bce

Con l’accesso alla presidenza della Bundesbank di Joachim Nagel, un superortodosso monetario, “il team che scrive i suoi discorsi non si ferma mai”: non passa giorno che non faccia un appello all’ortodossia monetaria, alla lotta all’inflazione. E apparentemente la Banca centrale europea è sulla sua linea: ha già portato in pochi mesi i tassi basse da zero al 3,75 per cento, e quasi certamente salirà al 4.
Insieme con Nagel è diventata monetarista stretta anche l’altra delegata tedesca al consiglio Bce, Isabel Schnabel. Che in una prima fase aveva aiutato a digerire anche in Germania la profonda evoluzione impressa ala Bce dalla doppia presidenza Draghi, 2012-2019. Attenta sempre alle finanze dei paesi membri dell’euro, ma in un’ottica espansiva e non restrittiva o punitiva – fino aik gtassi di riferimento negativi. Un duo di “falchi” che nel consigllo Bce si fa forte al solito del sostegno dei delegati olandese, austriaco, finlandese e dei paesi baltici. Ma, malgrado tutto, la Bce continua a essere ancora quella di Draghi. Alla stretta anti-inflazione con l’aumento dei tassi era quasi obbligata. Ma la presidente Lagarde mantiene il caro-denaro per quanto possibile sempre in un’ottica produttivistica e non monetarista.
“La Bce è sempre stata una sorta di braccio di ferro tra tedeschi e italiani”, “Le Monde” si fa spiegare da Nicolas Goetzman, il responsabile stdi del gestore patrimoniale Financière de la Cité: “Ortodossia da una parte, sostengo all’economia dall’altra - e una sorta di neutralità francese nel mezzo”.
Eric Albert, Les faucons ont repris le pouvoir à la Banque centrale européenne, “Le Monde”, 24 luglio, free online

venerdì 28 luglio 2023

La vera corruzione è a Bruxelles

La Commissione  europea annuncia una “disciplina meno rigida per la gestione delle crisi bancarie, che lasci più spazio all’utilizzo preventivo o alternativo dei fondi di garanzia dei depositi”. Perché questo ora serve per le banche tedesche, compresa la Deutsche, e per molte francesi. Otto anni fa, quando i problemi erano delle banche italiane, Mps, le venete, le centro-italiane, la stessa Commissione semplicemente impedì l’applicazione della legge che prevede l’intervento del fondo di garanzia, istituto legale creato a questo scopo.
La Commissione senza vergogna poté allora impedire l’intervento del fondo di garanzia forte di un costituzionalismo italiano inetto (debole teoricamente e politicamente, o solo in cerca di posti di rango alla corte franco-tedesca), che disse la “legge” europea “superiore” alla Costituzione italiana. La “conversione” della Commissione è opera della stessa commissaria di allora, Vestager, nota ora per essere al di sotto di ogni sospetto, e quindi non è imputabile politicamente. Ma non c’è altra Europa: si fa quello che Germania e Francia decidono, con le Vestager e senza.
Non è tutto. Di questo non si può parlare. Per un motivo?
La Corte di Giustizia europea ha condannato il diktat di Vestager contro i risparmiatori italiani, azionisti e obbligazionisti. Ma senza esito, né risarcimento e neppure condanna politica: silenzio. Per un motivo? È stato anche questo sbilenco eurocentrismo a fare maggioranza la Brexit, ma neanche di questo si può parlare.
L’Europa è questa. Si dice, si vuole, che l’Italia non è europeista, il verbo agnelliano “aggrappati all’Europa” è legge, ma per i molti non c’è che questa Europa. Dei corrotti. Dal potere, certo, corruttori sono solo gli arabi.

L’ecatombe dei cristiani in terra d’islam

Secondo il Genocide Watch, nei diciotto mesi dal gennaio 2021 al giugno 2022, almeno 7.600 cristiani sono stati uccisi dagli islamisti in Nigeria, e almeno 5.200 sequestrati. Ogni anno l’osservatorio registra da un quindicennio più di 400 attacchi a chiese, scuole, opere sociali cristiane. Secondo la Croce Rossa Internazionale la metà delle 40 mila persone date per scomparse in Africa nell’ultimo decennio è vittima della violenza islamista, con assassinii e rapimenti.

È una piccola porzione dei cristiani uccisi nei paesi islamici, dal Pakistan al Senegal. E fa seguto all’islamizzzine massiccia dell’Africa sub sahariana. Favorita e organizzata da cinquant’anni a questa parte dai potentati della penisola arabica, Arabia Saudita, Emirati e Qatar (con la polemica eccezione del Kuwait e dell’Oman), con i petrodollari, l’improvvisa ricchzza di cui questi principati sono stati locupletati col rincaro del petrolio nel 1973. Fino ad allora la Nigeria era federalista anche in senso eeligioso. Cristiana nell’ex Biafra, l’area di Sud-Est, animista nella vasta area centrale Yoruba, e islamica negli emirati di Kano e Kaduna al Nord – di un islam feudale, di masse sottoposte alle nuvole bianche degli emiri nelle loro galoppate per i feudi, con corteggio di cavalieri.

Già nel 1974 la “discesa dell’islam” poteva così venire spiegata ai vertici dell’Eni, che presenziavano all’inaugurazione di nuovi impianti petroliferi nell’ex Biafra, nel romanzo di Astolfo,  “La morte è giovane”, di prossima pubblicazione:

 

Siamo qui con le autorità civili e religiose, con i giornalisti, col cerimoniale di un’inaugurazione che è già avvenuta da tempo, per rimuovere. La guerra è finita, e forse non molti sanno che c’è stata, comunque nessuno si ricorda che ci furono dei morti, benche numerosi, dieci italiani massacrati nel sonno e un giordano, più diciotto ostaggi, quattordici italiani e quattro arabi. Il Grande Progetto è localmente rilanciare il Biafra, ossia la Nigeria cristiana, con un’offensiva civile dopo la guerra, poiché è in Biafra che si trova il petrolio della Nigeria. Ma è rimasto non detto, i mussulmani hanno già occupato i capisaldi. Sono scesi dal Nord non con le armi ma con i soldi dello stesso petrolio, più veloci, e munifici:

- L’islam è mondano, e i poveri amano i ricchi - spiega il vescovo anglicano al Presidente, gli occhi lampeggiando celestiali sull’incarnato delle guance, che lo zuccotto e la mantellina accendono:- La maestà vuole i suoi simboli. Dicono che l’islam si espande sulle gambe dei credenti, consolante sarebbe la fede semplice. Ma la religione deve segnalarsi, la povertà respinge. - Il Presidente borbotta, l’inglese avendo precario, e sta di tre quarti, per invitare i collaboratori a interloquire con le nasalità dell’anglicano. Non si sa che dire a un vescovo, a uno bianco in Africa, anzi roseo. Ma è vero che l’islam è religione politica, fa le leggi e cura la rappresentanza: l’islam scende con marmi, sete, campi di polo, cavalli, frustini, e il saldo presidio maschile, coi soldi sauditi del petrolio.

Il colonialismo lo sapeva, che fu soprattutto espansivo in campo gentilizio. Per la superfetazione della storia in forma di tradizione, e la fabbrica dei nobili. Ci sono esempi nell’esercito, la scuola, lo sport, per l’epica della caccia e la guerra, e nel terziario. Il trafficante ci tiene, e l’ufficiale, il funzionario, il giudice, l’agricoltore - il medico e l’ingegnere no, che si applicano, né il negoziante, che è greco, asiatico, ebreo, ed è concreto, il commercio è genere faticativo, ingrato. Lo scoprirono con gioia gli stessi socialisti quarantottardi o comunardi, deportati in Algeria o al Capo: divenuti agricoltori si atteggiarono a gentiluomini di campagna. Tutti nobili gli africani dopo le colonie, è il lascito più durevole: pochi stimano la libertà, l’autostima dei lavoratori. L’invenzione della tradizione vi fu fertile, degli anziani contro i giovani, gli uomini contro le donne, una tribù contro l’altra, e c’è un pedigree pure per gli ascari.

Gli inglesi, cui venne naturale identificare tribù e aristocrazia, nelle colonie non hanno portato i loro sport popolari, non il rugby, dove gli africani sarebbero imprendibili, né il calcio, che giocherebbero con e-leganza, o la boxe, hanno invece sancito e diffuso il cricket, il golf e il polo. La loro indirect rule non era truffaldina, non del tutto, ma una proiezione dello spirito eletto, di apertura se non di utopia, non c’è forse scrittore inglese dopo Shakespeare, da Aphra Benn in poi, che non sia stato coloniale – mentre non ci sono colonie nel grande romanzo francese, con l’eccezione di Ourika della riluttante Claire de Duras, l’amica di Chateaubriand. L’emiro di Kano e Kaduna manda al Sud cavalli arabi e crea club chiusi, su prati di erba smeraldina, tra i pantani e la polvere. Ci sono così due Afriche, nel rapporto con l’Europa. La colonizzazione è stata la stessa, ma il risentimento è diverso: gli africani condividono, col linguaggio, l’umanità degli europei, ma quando l’islam arriva subentra la riserva mentale. La stessa del Nord Africa e il Medio Oriente, una rivalsa che osteggia l’amicizia. È sempre la crociata per l’unico Dio. Oppure gli arabi, come i tedeschi, sono risentiti per non avere ancora vinto la guerra.

Il mondo com’era nel 2222

Sei scritti satirici, più che umoristici, cattivi più che spassosi, del patriota scrittore adulto, di 29 anni, a Milano, dopo l’armistizio “a tradimento” di Villafranca, e il temuto recesso della “rivoluzione italiana”, dell’unità. Di cui due, “Una scrittura di maschere pel Carnovalone” e “Un veglione a Roma”, contro gli ambienti clericali, milanesi (“Carnovalone”) e papalini (“Un veglione”, intitolato anche “Diario di un pazzo”). Firmati “Arsenico” – la “Storia filosofica” Ferdinando de’ Nicolosi, filosofo-chimico. 
La storia a venire, della filosofia, è datata 2222, a oltre tre secoli e mezzo dal concepimento, cioè, data scelta in quanto palindroma - e per una “personalissima cabala nieviana” (di cui però il curatore dà lettura esoterica, alla n. 33, p. 33: “La cifra nasce dalla composizione del prediletto 11 con il 2, il cui rifiuto costituì ripetutamente per Nievo elemento di riflessione e di elaborazione narrativa”). Ma è una storia curiosamente profetica per molti aspetti: Nievo aveva intuito o insight per le cose politiche - il curatore ricorda che già a 19 anni scriveva di sé a Attilio Magri, il 27 agosto 1850: “Sono un maledettissimo profeta”. Arriva a immaginare fino alla sostituzione dell’impero cinese, allora infrollito, all’impero britannico – la pax era allora britannica. In qualche modo c’è anche Hitler: “Eserciti di proletari tedeschi briachi di birra, di vino e di fanatismo scesero dalle Alpi e dal Freno”. Il Quinto e ultimo libro, è sul “periodo dell’apatia”, 2180-2222.
Più concretamente, c’è già stato “l’accentramento prussiano in Alemagna”, “il traforo dell’istmo di Suez e la colonizzazione francese in Egitto” (poi l’Inghilterra fece le scarpe alla Francia), “lo scadimento dell’Austria…d’influenza affatto secondaria”. L’Inghilterra, comunque “scaduta dal suo antico splendore per la definitiva liberazione delle Indie, pel commercio dell’Oriente  aperto a tutti i popoli traverso al canale di Suez, e per le grandi miniere di ferro scoperte e scavate dai Russi nel centro dell’Asia,”, si rifaceva sul papa, togliendogli l’Italia – “ e depositò il Santo Padre con quattordici cardinali sulle spiagge della Crimea”, d’accordo con lo zar di Mosca, la “terza Roma”.  La rivoluzione russa è del 1950, e dà “origine nell’Europa orientale alla ricostituzione dell’impero bizantino”. Fino alla “guerra fredda”. E all’“invenzine degli omuncoli, detti anche uomini di seconda mano,  esseri ausiliari”.
Emilio Russo, l’italianista che ha “scoperto” (curato) il Leopardi di “Ridere del mondo”, presenta la scelta con una perspicace introduzione, soprattutto al punto in cui Nievo sa e ha molto di Leopardi, degli “Opuscoli” e dello “Zibaldone”. Corredando i testi di ampie note, di contestualizzazione e bibliografiche. Una scelta che prende non tanto per i testi, umoristici ma un po’ passati, quanto per l’inquadramento, di Nievo, delle sue radici e dei legami letterari, del contesto 1859-1860 – della “fine” del processo unitario dopo Villafranca e prima dei Mille.
Nievo, scoperto in America con le “Confessioni”, attende di essere riscoperto in Italia, ristretto e riedizioni episodiche, da amatori per amatori, uno che tanto scrisse e tanto progettò, di interesse non deciduo, in appena una decina d’anni di scritture. Nel mezzo di un’attivtà inesauribile di polemista e di guerrigliero.  
Ippolito Nievo, Storia filosofica dei secoli futuri (e altri scritti umoristici del 1860), Salerno, pp. 133 € 8 

giovedì 27 luglio 2023

Letture - 527

letterautore

Artista – Un fils de joie, come ci sono le filles de joie: Stevenson propone di chiamarlo (considerarlo) alla francese, fils de joie. Allo stesso modo come le filles de joie (“Letter to a yong  Gentleman”): “I Francesi tengono una romantica evasione per un’occupazione, e chiamano le sue praticanti filles de joie. L’artista è uno della stessa famiglia, dei fils de joie: ha scelto al sua attività per compiacere se stesso, si guadagna la vita facendo piacere e agli altri, e ha abbandonato qualcosa della più austera dignità dell’uomo” (v. p.20)
 
Carlo Magno - “Carlo Magno fece la guerra trent’anni ai poveri Sassoni per un tributo di 500 vacche” – Vltaire “Nos crimes et nos sottises”, primo cap. di “Dieu et les hommes” (ora in Id., “De l’horrible danger de la lecture”).
 
Celebrazioni – Quelle mortuarie hanno sostituito nel giornalismo ogni altra occasione di fare letteratura e arte. Ci vogliono decennali, ventennali, trentennali (Troisi), per fare un discorso critico su un artista o su un’opera. Celebrazioni sempre funerarie. Anche in cronaca, le uniche emozioni sono per le morti di “personaggi”: Camilleri, Scalfari, Berlusconi, anche Purgatori. Con storie sempre positive. Alla scadenza, ma anche prima o anche dopo. I settant’anni di Nanni Mofetti partono con un mese d’anticipo – non è la stessa cosa, Moretti è ben in attività, ma lo è, voglia di “celebrare”.
 
Droghe – “In epoche atee aumenta il consumo di droghe. Si sfiora l’albero della vita”, E. Jünger, “La forbice”, 30.
 
Fake news – “La falsificazione della realtà, la creazione di finte notizie, è sempre stata una specialità dell’estrema destra americana”. Emanuele Trevi, nella prefazione a Don Delillo, “Libra” (edizione “Corriere della sera”), il romanzo di sinistra del complotto della Cia per uccidere Kennedy – come ancora oggi sostiene Robert F. Kennedy, candidato presidenziale democratico.
 
Fahrenheit 451 – Gli autodafé di libri sono un topos  ricorrente dell’immaginazione del futuro, specie nel Settecento. Dall’articolo “Bibliomania” di D’Alembert per l’“Enciclopedia” (1752), e poi (1770) dal romanzo di successo avvenirista “L’an 2440” di Louis Sébastien Mercier: il protagonista si sveglia, dopo un sonno durato settecento anni, secondo il canone classico dei Sette Dormienti, ritrovandosi nella Francia di un Luigi  XXXIV educato secondo il modello di Rousseau, con le biblioteche prive di libri, bruciati in un gigantesco autodafé. Il tema è ripreso un secolo  dopo da Victor Hugo, a Bruxelles, nella poesia civile “A qui la faute”?, 1871, dopo la sconfitta della Francia e il fallimento della Comune – il piromane non sa leggere. Con lievità era stato trattato dall’umorista Alphonse Karr, “Les papiers brulés. Service  rendu à la posterité”, 1841, dove si immagina un rogo festoso di libri nel camino, con sollievo di un’umanità infestata dai libri. E da Ippolito Nievo, “Storia filosofica dei secoli futuri”, raccontata nel 2222, dopo che “il buonsenso straordinario del secondo patriarca della repubblica universale” ha menato “ad effetto il savio proposito di distruggere tutti i libri anteriori all’anno 2000” – oggi ci saremmo, sgravati?  

“Auto da fé”, con incendio finale della biblioteca, in una casa dove il culto dei libri ottunde ogni capacità di sentimento, è un prolisso romanzo di Canetti, 1935 (in originale “Die Blendung”, l’accecamento, ma in altre lingue intitolato in traduzione “Auto da fé”). E poi, dopo Ray Bradbury (1953), è tema di Amélie Nothomb, 1994, nel testo teatrale “Libri da ardere” (“Combustibles”).
 
Gobba - Se “ben fatta”, perché no? E. Jünger, “La forbice”, ricorda di averlo letto in un Karl Julius Weber, ma di averlo “rilevato in Diderot e in altri ancora – potrebbe comparire anche tra le pagine di Montaigne. Evidentemente un aneddoto errante dal nocciolo saldo”.
È “un’immagine cara ai cinici”, continua Jünger, che “un’immagine può guarire“. E sarebbe il caso di Leopardi, nota - tanto più che “ognuno si trascina una qualche gobba”. E prosegue citando Weber: “I gobbi compensano con lo spirito ciò che al corpo manca o ciò che gli è dato di troppo”. Considerazione che fa seguire “da una lunga serie di geni che portarono questa croce, tra essi Lichtenberg” – e più si direbbe Leopardi.
 
Grozio – Il giurista accreditato dell’invenzione del diritto internazionale fu autore di tragedie in latino, in versi? Lo fu. Anche perché le tragedie è meglio scriverle in latino. È il consiglio che il “buon abate Bazin”, lo “zio” di Voltaire”, gli rivolge in “La Défense de mon oncle”, opera del nipote, al cap XX, “”Des tribulations de ces pauvres gens-de-lettres”. L’avvertimento è di non scrivere, “a meno di non scrivere le vostre tragedie in latino, come Grozio, che ci ha lasciato questi bei drammi interamente ignorati, di “Adano scacciato”, di “Gesù paziente”, e di “Giuseppe” sotto il nome di “Sofonfoné”, che lui crede una parola egiziana”.
 
Italiano
– Dopo “mamma” si afferma “nonna”. La incorona internazionalmente “Nonnas”, l’ultimo blockbuster di Susan Sarandon –che si scopre italiana per parte di madre: un film sulle cuoche di un ristorante, amiche della madre del ristoratore (sulla traccia del film di culto di Stanley Tucci,1996, “Big Night”, il pranzo memorabile di due fratelli cuochi nel loro ristorante in via di fallimento).
L’italiano va con la famiglia e la cucina. E nelle denominazioni di prodotti e brand internazionali, per il bisogno di vocalizzazione che hanno il giapponese e il coreano, e anche il cinese..
 
Ottocento
– Il s ecolo “del quattrino” per Ippolito Nievo, rivoluzionario e conservatore, anzi  reazionario – “Un veglione (Diario di un pazzo), 1859. E anche “secolo di bastardi e di eunuchi”” (lettera a Matilde Ferrari, 27 agosto 1850).
 
Panico
– “Ferrie era convinto che il panico fosse una reazione animale che garantiva la sopravvivenza della specie. Era molto più antico della logica” – Don Delillo di un personaggio del romanzo sull’assassinio d Kennedy, “Libra”, p, 396.
 
Personaggio – È d’invenzione ma è segnato. Dalla vicenda in cui il suo autore lo situa. Ed è perfetto in questa identità, seppure non apprezzabile. “Così devi essere”, lo ha bollato l’autore – nota E. Jünger negli aforismi de “La forbice”: “Il Falstaff di Shakespeare, il Raskolnikov di Dostoevskij, il Woyzweh di Büchner sono in tal senso perfetti benché il primo è un bevitore, il secondo un assassino, il terzo un idiota. Anche un insignificante, come nel caso di Oblomov, può brillare in questo spettro”.
 
Pinocchio – Ma è queer naturalmente, sensa sesso, o di sesso incerto. Ci ha pensato T.J.Klune, scrittore dell’Oregon: “Un coraggioso eroe queer” – nel racconto “Nella vita dei burattini”, che si presenta come “una rivisitazione Lgbtq+ della favola di Pinocchio in una foresta cibernetica”.
 
Psicoanalisi  – Nicla Vassallo, poetessa e filosofa, si compiace co Gnoli su “Robinson” di “fare altro”: “Due settimane con la barchetta, o facendo sci,senza sosta, in Engadina”. O anche “una seduta di psicoanalisi alla settimana, benché dubiti che la psicoanalisi sia una scienza e che gli psicoanalisti abbiano qualcosa di serio da dire”. Ricorda anche divertita il commento di Virginia Woolf, a proposito di “due conoscenti rientrati, smagriti, gracili, tristi dopo quasi un anno di «lettino» con Freud: «È così questo che fanno dodici mesi di psicoanalisi»”.
 
San Gennaro – Dovrebbe aver fatto il suo tempo, secondo Voltaire. “Arcivescovi di Napoli, tempo verrà in cui il sangue del signor san Gennaro non ribollirà più quando lo si avvicina alla testa. I gentiluomini napoletani e i borghesi ne sapranno abbastanza tra qualche secolo per concludere che tutto questo passa-passa non gli è valso un ducato: che è assolutamente inutile alla prosperità del regno e al benessere dei cittadini; che Dio non fa miracoli un giorno dato, che non cambia più le leggi che ha imposto alla natura. Quando queste nozioni saranno discese dai nobili ai cittadini, e da questi alla porzione di popolo capace di ragione, allora si vedrà a Napoli ciò che si vide nella piccola città di Egnazia, dove al tempo di Orazio l’incenso bruciava da solo senza che lo si avvicinasse al fuoco. Orazio mise il miracolo in ridicolo, e non avvenne più. È così che ci si è disfatti del sacro ombelico di Gesù nella città di Chälons; è così che i miracoli sono spariti da metà Europa con le reliquie: quando arriva al ragione, i miracoli se ne vanno” – Voltaire, “Conformez-vous au temps” – in Id., “De l’horrible danger de la lecture”. Ma Napoli smentisce anche Voltaire.
 
Telepatia – “È insolita, ma non rara, la percezione telepatica della propria persona”. Se ne tace, come si tace ogni sguardo che si spinga nel numinoso”, E .Jünger, “La forbice”, 34-35: “In questi incontri con se stessi, la propria persona è vista da una certa distanza, solo per un istante. E non ha luogo alcuna azione, il che distingue questo tipo di visioni dalla seconda vista”.
 
Trockij – “Trockij aveva preso il nome di un secondino di Odessa, e l’aveva portato sulle pagine di mille libri” – Delillo fa ricordare a Lee Oswald, l’assassino di Kennedy, comunista puro, “trockista”, in “Libra” – Trockij era nato Bronštein.
Trockij era nato nel Donbass, nella regione (oblast) di Kherson, nel villaggio di Janovk, oggi Bereslavka.


letterautore@antiit.eu

Orwell restaurato – o i dolori del volontario in Spagna

Il Gran Libro della Guerra di Spagna è il racconto di una delusione. Tolte le due pagine iniziali, giustamente famose, dell’incontro col miliziano italiano all’arruolamento, che lo emoziona con la sua semplicità, e un paio di accenni al calore e alla generosità degli spagnoli, miliziani e non, è un lungo repertorio di mancanze, incapacità, superficialità, e di logorrosimo politico, oltre che di violenza, tra le forze combattenti, che da subito, dal primo giorno di “caserma”, lo accasciano. Un pamphlet politico, per le forze rivoluzionarie in Spagna, anarchici e socialisti, e contro i comunisti bolscevichi. Scritto a caldo, nello stesso 1937, subito dopo il congedo per una ferita al collo che gli aveva semiparalizzato la lingua e un braccio - “un libro urgente, scritto in fretta”, pubblicato sei mesi dopo l’evento. Non violento, anzi argomentato, perfino eccessivamente, malgrado la rapidità della scrittura.  Ma in nuce il cattivo umore che animerà “La fattoria degli animali”.
Il lungo pamphlet  si regge sul racconto delle cose viste e vissute. L’arruolamento come volontario, per dare un senso e un indirizzo alla sua vita, e alla sua curiosità di scrittore. Con la moglie peraltro in attesa in albergo a Barcellona, mentre lui sta al fronte. E il racconto della guerra al fronte, a Huesca, dove è schierato due volte, nel lungo inverno del 1936 (“centoquindici giorni in prima linea”), e nella tarda primavera del 1937, col ferimento. Il racconto è della vita minuta dei miliziani, di cui niente si salva, se non qualche isolato episodio. Armi vecchie, rotte, inutilizzabili. Nessun addestramento. Nessuna programmazione, o strategia, o anche solo tattica, militare. Tutto improvviagto, raccogliticcio, incapace. In compenso, tanta ideologia, di discorsi tanto assoluti quanto vacui.
Nel mezzo il racconto di come l’ideologia si è tradotta in pratica: in una guerra civile dentro la guerra civile. Nell’attacco a Barcellona e poi nella cancellazione del Poum, il partito Operaio di Unificazione Marxista, bollato di “troskismo”, e della Cnt, uno dei due grandi sindacati spagnoli. A opera del partito Comunista, e della Ugt, la centrale sindacale controllata dal partito Comunista. In “orribile atmosfera di sospetto politico e di odio”. Il Primo Maggio 1937 “solo a Barcellona, in tutto il mondo, non si celebra”. Con la caduta del governo Caballero , il potere è tutto ai comunisti, e parte il regolamento di conti - erano gli annni dell’affondo di Stalin contro ogni possibile dissidenza interna, che bollava di troskismo, con arresti, processi, esecuzioni per direttissima. Si arrestano perfino i volontari, incommunicado, cioè senza sapere dove sono trattenuti e perché. La parte più drammatica, più della pallottola che gli perfora la gola, è nascondersi al governo comunista di Valencia e lasciare la Spagna. Orwell si sentiva affine al Poum e, benché non iscritto (per questo salvò la pelle), operò militarmente a Barcellona in difesa di una postazione del Poum.
Il racconto di un’utopia finita male, cui seguiranno le due distopie che ne perpetuano il nome. Molta la delusione anche di come i fatti di Sagna vengono raccontati dai giornali – Orwell a Barcellona assediata e in guerra civile interna può leggere i giornali inglesi.
In filigrana, un’immagine positive dell’Italia. Dal lato repubblicano,. Il volontario che, involontariamente, lo fa conscio di quanto si apprestava a fare. Il ricordo grato di un giornalista italiano poi dimenticato, Giorgio Tioli. L’ammirazione, in ultimo, per un treno di volontari italiani in partenza da Barcellona (per la frontiera? per iI fronte?), cordiali, festosi – quelli che “avevano vinto a Guadalajara”. Che invece in Italia è ricordata nelle canzoni di Guerra fasciste.
La partecipazione italiana nel fronte repubblicano non ha avuto altro ricordo? Effetto della storia fatta dagli storici del Pci? Ma non ne ha scritto, per esempio, nemmeno Chiaromonte, che militò nella sqadriglia di André Malraux – si ricorda perché Malraux lo ricorda.  
In supereconomica una sorta di edizione critica. Francesco Laurenti, che ha ritradotto l’“Omaggio” con Fabio Morotti, ha restaurato nella narrativa i capp. V e XI, che lo stesso Orwell aveva in un secodo tempo pubblicato fuori dalla narrativa, come appendici – due capitoli specialmente saggistici, politici. E prova a riproporre il diverso “stile di scrittura” che Orwell si era ingegnato di costruire per rendere la “peculiare eteroglossia” dei tanti gruppi e volontari del Fronte Popolare, di varia provenienza. “Stupisce”, nota nella presentazione, “l’approccio «nobilitante» di tanti traduttori”, e da ultimo degli stessi editori inglesi, l’“appiattimento della policromia linguistica orwelliana”.
George Orwell, Omaggio alla Catalogna, Newton Compton, pp. 314 € 4,90

mercoledì 26 luglio 2023

Cronache dell’altro mondo - barbine (240)

“«Barbie» è brillante, bello, e divertente da morire” (“The New Yorker”).
Hollywood oscilla tra entusiasmi e depressioni, “questa estate non ha fatto eccezione. Qualche blockbuster come “The Flash” e “Indiana Jones” non sono andati bene, ed è stato subito dramma. Ma l’ultimo week-end ha portato a un “colossale rovescio, grazie a «Barbenheimer», il testa a testa in uscita di «Barbie» e di «Oppenheimer». Due film diametralmente differenti che hanno innescato il quarto più opulento week-end di uscita della storia. La stagione è salva, la strategia di puntare  «Barbie» contro «Oppenheimer» sembrava rischiosa, per la disparità tra il tutto rosa “Barbie” e un epos biografico di tre ore, per minori accompagnati …”.  (“The Atlantic”).
“Per gli ultimi 64 anni, Barbie è stata al centro di innumerevoli dibattiti su chi sono le donne, e chi dovrebbero essere, che aspetto hanno e cosa vogliono… Per gran parte del tempo non ha una parola da dire, e tuttavia parla per una massa critica…” . “The New York Times”.
“A grandi linee, il film offre un sottile, rivisto riff del mito greco di Pigmalione, che ha ispirato miliardi di storie sugli uomini e le donne che essi inventano” (“The New York Times”). Ma aggiornato: “In «Barbie», al contrario, è l’immaginazione di ragazze e donne che operano con la bambola e le danno qualcosa come una vera vita”.
“«Barbie» è arrivata al cinema solo oggi, ma siamo già tutte ragazze Barbie in un mondo Barbie. Per più di un anno ormai, abiti rosa hanno dominato le passerelle a Parigi, e i #barbiecore hanno infiltrato i nostri social media – e i nostri armadi. La promozione di «Barbie» ha ispirato molteplici collaborazioni con ogni sorta di marchio, dalla casa di couture parigina Balmain al tappeto lavabile Ruggble, suggerendo che il film diretto da Greta Gerwig riguarda se un blockbuster si può fare con credibilità artistica, e più quanto una campagna di marketing può essere lunga e convincente” (“The Washington Post”).
“Se vi piace Barbie, questo film è per voi. Se odiate Barbie, questo film è per voi” (trailer originale).

Calvino è il suo proprio personaggio

“La trilogia era a miei occhi il quadro perfetto di una certa borghesia intellettuale italiana in via di sparizione, riflessa da un immaginario libero e versatile, benché perfettamente padroneggiato”. Era il 1962 o 1963, Antonella Santacroce aveva mandato un suo saggio, “una ventina di pagine”, sulla “trilogia” di Calvino e sulla sua raccolta di fiabe allo stesso scrittore come curiosità. Un testo, ricorda trent’anni dopo, che “si voleva uno «specchio» rigoroso (anche nel suo stile) dell’universo fantastico calviniano di cui mi sforzavo di non tradire il «mondo poetico»”. Calvino non lo lesse, non subito, oberato dalla corrispondenza, era ancora dirigente Einaudi, ma a un certo punto lo lesse e ne ebbe graditissima sorpresa. Poi si perse il saggio, di cui Santacroce non aveva fatto copia.
Calvino l’aveva mandato, d’accordo con Santacroce, a “Il Caffè”, la rivista di G.B.Vicari, che preparava un numero monografico sullo scrittore. Il saggio era andato in tipografia ma non in stampa, e lì si è perduto. Tutto quello che ne sappiamo è quanto Santacroce rielabora successivamente, e soprattutto la lettera con Calvino il 7 ottobre 1963 rispondeva al suo invio.. Molto articolata, che merita rileggere per intero.
Calvino apprezza: “Dite cose che i critici in generale non  comprendono o non dicono…. Per esempio, che il solo eroe per me è l’uomo che si costruisce”. Poi, “il fatto che io non mi permetto certe familiarità con i miei personaggi: giustissimo e questa osservazione è anch’essa inedita”. Più di tutto Calvino apprezza “l’osservazione che la pagina scritta è sempre una pagina scritta e l’attenzione che lei porta nel «Cavaliere» alla problematica sulla scrittura, sul rapporto della pagina alla materia narrata (nessun critico si è mai soffermato su questo, che era l’aspetto più moderno, contemporaneo della problematica del nouveau roman, e devo dire che ne sono rimasto un po’ deluso)”. Apprezza anche che Santacroce abbia capito la trasformazione finale di Bradamante in Suor Teodora.
Santacroce si diceva delusa dai suoi ultimi racconti, “contemporanei e autobiografici”, e a Calvino piace anche questo: “Dico simpatico (il rifiuto) forse perché in questo momento provo il desiderio e la nostalgia del «fantastico» e ricomincio a staccarmi dall’altra strada” – “ma sono oscillazioni quasi periodiche”, concludeva.
Antonella Santacroce,
Le premier Calvino et son infaticable poursuite de l’existence, “Chimères”, 1994\2 (n. 21), pp. 135-138, free online

martedì 25 luglio 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (532)

Giuseppe Leuzzi

Arriva una  nave con 200 migranti in Toscana, tra Carrara e Livorno, ed è la fine del mondo: lamentazioni e critiche di giornali e telegiornali, ong, partiti, presidente della Regione, assessori di ogni bordo, regionali, comunali, da settimane, per settimane. Duecento per una volta, non duecento al giorno – figurarsi mille.
 
“La cosa che aleggia su ogni segreto è la delazione. Presto o tardi qualcuno arriva al punto in cui vuole svelare quello che sa” – Don Delillo, “Libra”, p. 206. “Libra” è il romanzo dell’assassinio di Kennedy, molto documentato, quasi un docu-romanzo, un romanzo-verità. Ma della morte di Kennedy si sanno tante cose, tantissime, eccetto la verità. La delazione è nemica della verità?
 
“Tra il 1900 e il 1915 emigrarono soprattutto gli italiani del Nord”, fa notare il fumettista franco-belga Baru, di padre e nonni italiani, emigrati dalle Marche, predentando su “La Lettura” la sua trilogia “Bella ciao” (tradotta come “A caro prezzo”), sulla vita dgli emigrati italiani, tra rifiuto e integrazione: “Dopo la Grande Guerra è stato il turno di quelli del Centro.  Infine, dopo il 1945, è stato il turno di quelli del Sud”. È vero, anche se non del tutto – molti dal Sud erano emifrati tra Otto e Novecento anch’essi verso l’America. Ma è vera la conclusione: “Come se ci fosse un eccesso di italiani in fuga veso nord”.
 
Profazio e la scomparsa del Sud
Otello Profazio era più che uno stornellatore e un intrattenitore. Era uno scrittore, arguto quanto semplice (“naturale”), e un osservatore acuto, quasi un antropologo d’intuito. I suoi detti, pensieri, riflessioni, lazzi, riempiono volumi, forse altrettanto numerosi che la sua discografia – peraltro da tempo fuori commercio.
L’epicedio semplificato in morte, “Morto il menestrello  calabrese”, “Addio a Profazio, il cantastorie calabrese”, non tanto semplifica e riduce la sua figura e il suo lavoro, quanto documenta un interesse residuale, giusto di cortesia,  verso il folklore e verso il Sud. Profazio al Folkstudio è roba di sessant’anni fa. Profazio e il Folkstudio, con Eugenio Bennato, e la Nuova Compagnia di Canto popolare (Carlo D’Angiò, Peppe Barra, perfino Roberto De Simone), Maria Carta, Rosa Ballistreri, Gabriella Ferri, Matteo Salvatore.
Il Sud va col popolare. Col folklore – ma Profazio, Bennato o De Simone non vanno col folklore, sono finti esumatori, sono creatori. Muore Profazio come è morto, musicalmente, teatralmente, spettacolarmente il Sud - basta fare un raffronto con la persistenza in America di Nashville o Memphis, per non dire della musica celtica in Irlanda (che però è riuscita in pochi anni a passare di millenni subordinazione e impoverimento, e dalla guerra  civile, a un incredibile boom, tecnologico, finanziario). Il leghismo non è venuto per nulla, che tutto appiattisce sull’indistinto.
 
Del buon uso dei posti spiacevoli
“C’è una certa nudità tané nel Sud, nude soleggiate pianure, colorate come un leone, e colline rivestite solo dell’aria blu trasparente”. In contrasto con “la  nudità del Nord: la terra sembrava sapere che era nuda, ed era vergognosa e fredda”. Stevenson, viaggiatore compulsivo, di persona e nella scrittura, fa questa sintesi nel saggio “On the Enjoyment of Unpleasant Places”, sul (buon) uso dei posti spiacevoli. Ci sono dunque posti piacevoli e posti spiacevoli. .
Di fatto, però, poi riflette, non è la natura differente: ci sono fiori, prati, boschi anche al Nord. Differente è il colore, il senso della cosa – la sensazione che se ne alimenta: bellezza vs. sopravvivenza.
Oppure no: riflettendoci ancora, l’esito è diverso. “Quando ci ripenso”, continua Stevenso7n come a distanza di tempo dalla prima impressione, “mi vergono sempre più della mia ingratitudine”. Si richiama un verso, o detto: “E dalla forza venne la dolcezza”. E su questo conclude: “Lì, nello spoglio ventoso Nord ho ricevuto, forse, la mia più forte sensazione di pace. Ho visto il mare grande calmo, e la terra, in quel piccolo posto, era tutta viva e amichevole - è che, dovunque uno si trovi,  troverà qualcosa che gli piaccia e lo pacifica”. Se è in pace.
 
I bagni di mare meglio al Nord
Nel G 20 Spiagge, la rete nazionale delle destinazioni balneari con almeno un milione di presenze turistiche l’anno, che riunisce 27 o 28 Comuni, solo sei sono al Sud: Arzachena, Alghero, Forio, Ischia, Sorrento, Taormina.
Guardando la classifica degli esercizi attivi e dei posti letto totali, questa presenza è ancora più angusta. Tra i primi 15 classificati compaiono Sorrento e Alghero, ma a distanza siderale dalle dalle spiagge venete (con Venezia Giulia) e romagnole. Sorrento ha 17 mila posti letto, Alghero 15, le sole due entries nella classifica, molti meno di San Michele al Tagliamento-Bibione e Caorle, che guidano la classifica degli esercizi ricettivi, ma anche di Grado e Cattolica, che la chiudono.
Quanto alla ricchezza prodotta (valore aggiunto) dal turismo balneare tra i primi dieci Comuni figurano al Sud solo Palermo (810 milioni nel 2020) e Sorrento (679). Rimini capeggia la graduatoria, con un miliardo e mezzo – per ogni presenza muove più spesa.
Si potrebbe dedurne che fare la vacanza al Sud è ancora una vacanza, Ma è una consolazione?
 
Milano
Nella recensione-stroncatura dell’ennesimo libro di “napolitudine”, “Napoli stanca”, il napoletano Fofi fa un inedito parallelo di Milano con Napoli, per “una comune massiccia «gentrificazione»”.
Dalle stalle alle stelle?
 
È “l’antica città del biscottino” per un Nievo disilluso e polemico d’inizio 1860 – “Una scrittura di maschere pel Cornovolone”, in “L’Uomo di Pietra” del 7 febbraio 1860 (cit. in I. Nievo, “Storia filosofica dei secoli futuri” p. 15) -  “tramutata in un focolare di rivoluzionari ed eretici”. La delusione dopo Villafranca ancora pesava: ai “rivoluzionarii” in realtà Milano tendeva “un biscottino ammuffito”. Ippolito Nievo visse poco ma ci vedeva giusto.


Dopo Villafranca e Zurigo, Nievo era deluso dall’acquiescenza di Milano agli accordi con gli austriaci. Ma la città accusava di “biscottinismo” su un periodico milanese, “L’Uomo di Pietra”.
Il “biscottinese” ambrosiano ricorreva già nelle “Confessioni” di Nievo. Mediato da un sonetto scurrile di Porta, “I putann ai dam del bescotin”, alle dame di carità. Come a dire dei sentimenti tiepidi, giusto per l’apparenza.     


“Un festival di multe; diecimila per 20 concerti”, annuncia l’assessore cittadino alla Sicurezza. Tutte “per sosta irregolare”. La città celebrava un mese di grandi concerti pop, “320 mila persone per sette concerti”. In gloria, delle casse.
 
Da ultimo protagonista assiduo della “Milanesiana”, il festival estivo cittadino, U. Eco ne fece “un villaggio padano” nella parodia di saggio “Industria e repressione sessuale in una società padana” (poi in “Diario minimo”), fatto scrivere nel1919 al “Dr. C. Dobu di Dobu, interplanetario o intergalattico”. Con quel “terribile nemico del Risorgimento (che) fu Silvio Pellico”, autore di “una operetta” in cui spegne ogni empito patriottico.
 
In compenso, il sabaudo ex sardo Eco rivaluta le Cinque Giornate, a fronte degli “Stati sardi, apparentemente disattenti ai problemi dell’unificazione nazionale” – “l’esercito piemontese intervenne proprio a Milano nel corso di un’insurrezione, ma riuscì a tal punto a confondere le cose  che fece fallire la rivolta e abbandonò la città e i rivoltosi nelle mani degli austriaci”.
 
Al Dr. Dobu di Dobu Eco attribuisce un’antropologia non effimera della città, che trovava valida ancora negli anni 1950. L’ipotesi “che la comunità di Milano sia rimasta estranea ai grandi rivolgimenti che impegnavano la penisola italiana, e questo in virtù di una natura eminentemente coloniale e passiva dei suoi abitanti, negati a ogni acculturazione e condannati a una frenetica mobilità sociale - non rara, peraltro, in molte comunità primitive”. Tra le “cerimonie allo stadio
e il culto della “barca”.

 
Ma non c’è solo l’antropologia elementare del Dr. Dobu, Eco sa anche di una Maylandanalyse heideggeriana di un Karl Opomat, “uno studioso delle isole dell’Ammiragliato” convertitosi alla fenomenologia heideggeriana. Che Eco applica in lunga digressione  al “paradosso di Porta Ludovica”.
 
Gli scrittori l’hanno abbandonata nel Novecento, Dossi, Gadda, Arbasino, lo stesso Testori al seguito di Visconti. Ma è la città, è l’unica città, che si è data una mappa dei luoghi dove i letterati, di Milano e non, hanno vissuto, sia pure transitoriamente – ricostruita con molti dettagli da Gianni Santucci e proposta su “La Lettura” dell’11 giugno.
 
La città raggiunge ora l’aeroporto cittadino  con la metro. Grande festa. Senza ricordare che ci sono voluti quindici anni per realizzare la linea – non tutta, non è ancora finita. Per lunghi tratti di superficie, e non impedita o rallentata da reperti archeologici. Il fare implica il dimenticare, selettivo, non stare lì a frustrarsi.
 
Larussa dopo Craxi: a Milano gli immigrati, specie se si proclamano milanisti e milanesi, danno il rigurgito. Li rispetta se re di denari, Cuccia, Ligresti, Virgillito – finché fanno guadagnare. Non ci sono seconde generazioni di immigrati di successo a Milano.

leuzzi@antiit.eu

Ma come è produttivo l’ozio

“La capacità di oziare implica un appetito cattolico e un senso forte di identità personale”. Si parte così, di volata – non indifferetismo ma operosità. “Il cosiddetto ozio, che non consiste nel non fare nulla, ma nel fare molte cose non riconosciute nei formulari dogmatici dellc classi dirigenti, ha lo stesso diritto all’accettazione della stessa operosità”. L’ozio c’è sempre stato, come Diogene a fronte di Alessandro Magno, c’è, e fa bene, alla salute e agli affari, “ma non si può dire”.
Un testo breve, col titolo appropriato. In originale più in sintonia col personaggio Stevenson, “An Apology for Idlers”. Che è più, nel tono del titolo e nel testo, una giustificazione del bighellonaggio, del dandysmo, dei flâneur –alla Baudelaire, alla Benjamin, non propriamente oziosi. La traccia che riprenderà Bertrand Russell nel trattatello omonimo, dell’ozio come un modo di impiego del tempo. Diverso, e anzi opposto, da chi perde tempo.
Con l‘originale a fronte.
Robert Louis Stevenson, L’elogio dell’ozio, La Vita Felice, pp. 58 € 6,80

lunedì 24 luglio 2023

Non c’è stata a Roma una conferenza sull’immigrazione

C’è posto per tutto, sulle prime pagine oggi del “Corriere della sera”, della “Repubblica” e della “Stampa”, ma non per la conferenza a Roma sull’immigrazione.  Odio contro il governo, che l’ha organizzata? L’odio vorrebbe che se ne desse conto, criticandola. Input francese via fratellanze? È possibile, ma chi lo sa. Supponenza? Nella storia del giornalismo si racconta di un dirigente del “Corriere della sera”, Mottola, segretario di redazione anni Cinquanta-Sessanta, che chiedendosi il giornale come trattare il Fenomeno Bongiorno (“Lascia o raddoppia”), stabilì: “Se non ne parliamo noi, non esiste”. Quindi anche questo è possibile. Più probabile, però, è l’incapacità di vedere la realtà dell’immigrazione, a parte le solite giaculatorie papali. Se e come ce n’è bisogno. Chi e come la organizza – la sfrutta. Come andrebbe organizzata – che sarebbe anche facile: gli Stati Uniti, l’Australia e il Canada l’hanno organizzata e regolata per un secolo abbondante, per flussi anche enormi.
Più probabile è l’incultura. Dei giornali, dei grandi giornali, come un deserto. Nessuno conosce l’Africa. Nessuno conosce il Maghreb, e nemmeno la Libia, che pure sono a un’ora di aereo. Mai un’inchiesta su come e dove nasce l’immigrazione, in Nigeria, nel Niger – hanno indagato i giornali americani, sul business del “viaggio a Roma”, gli italiani non ci pensano neppure. Tutti a riempirsi la bocca di deficit demografico, necessità di manodopera, donne incinte, poppanti abbandonati, minori non accompagnati, mai nessuno che si andato a vedere come e perché. Più probabile è l’ignoranza.
Non c’è solo l’immigrazione. Per una qualche esperienza, l’opinione pubblica italiana è la meno e la peggio informata, rispetto a Spagna, Germania, Inghilterra, Francia – bastano pochi giorni di vacanza per notare la differenza. È anche il Paese dove i giornali hanno perso più copie, e continuano a perderle.

Secondi pensieri - 519

zeulig


Ateismo
– La mania di Dio secondo Sartre, in una riflessione sul cristianesimo abitudinario della sua famiglia, mezza cattolica e mezza luterana,  nell’atmosfera anticlericale e massonica (teista) della Francia nella sua infanzia. Così in “Le parole”, 67: l’ateismo è un’ossessione, a fronte della placida fede del credente. L’ateo è “un maniaco di Dio che vedeva dappertutto la Sua assenza e che non poteva aprire la bocca senza pronunciare il Suo nome, in breve uno che aveva convinzioni religiose. Il credente non ne aveva: da duemila anni le certezze cristiane avevano avuto il tempo di fare le loro prove, appartenevano a tutti, si chiedeva loro di brillare negli occhi di un prete, nella penombra di una chiesa e di rischiarare le anime, ma nessuno aveva bisogno di riprenderle in proprio, riesaminarle; era il patromonio comune”.
 
Comico
– È il fuori misura – irregolare, inconseguente, anche solo sorprendente (non pensato-pensabile), specie in rapporto alla norma (l’usato, saputo, scontato). Fa parte del sorprendente. Che può essere una visione sorprendente, un animale (allo zoo), un oggetto (anche solo un cappello da donna, un taglio d capelli, un capo d’abbigliamento estroso), un gesto incongruo.
 
Confini
- “Le frontiere esistono eccome”, è frase famosa di Tor Heyerdahl, viaggiatore intrepido, “nei miei viaggi ne ho incontrate molte e stanno tutte nella mente degli uomini”. Che è anche vero, cioè non vuol dire che le frontiere non ci siano fuori della mente degli uomini. Perché sono un dato di fatto, come lo è la diversità (che oggi è un valore, mentre la frontiera è un disvalore: ma dipende). Il “tribalismo” è attivo perfino amministrativamente, a una semplice constatazione, il viaggio in macchina, anche in autostrada, di più sulle statali e le provinciali. Dove il mondo cambia, l’eloquio, il linguaggio, i modi, il paesaggio. Tra Marche e Toscana, Mercatello, per dire, e Sansepolcro, tra Toscana e Lazio, specie tra Grosseto e Viterbo, ma anche scendendo lungo la Cassia o la val d’Orcia, e nel Lazio la parte da Gaeta e Formia fino alla Campania, in defettibilmente campana invece (“napoletana”) benché “vada a Roma”, da un secolo e mezzo ormai. Si aggiornano, si modificano, mutano, un po’ naturalmente si confondono, ma come ogni organismo vivente. La nozione di confine è nell’individualità – ogni corpo sta a sé: stabile e labile. Una prima difesa.
 
Destra-sinistra - È un diverso senso della critica della storia – della Verità? Sartre,  “ossessionato dalla politica di cui fu sempre cattivo maestro (già “ultracomunista” – Merleau-Ponty - si apprestava a rifiutare il Nobel per la letteratura come insegna capitalista e ad accreditarsi padre nobile del ’68), si vede bambino in “Le parole”,  p.67, 1964, “pronto ad ammettere  - se soltanto fossi stato in età di comprenderle – tutte le massime di destra che un vecchio uomo di sinistra (il nonno materno-padre, nd.r.) mi insegnava con le sue condotte: che la Verità e la Favola sono una stessa cosa, che bisogna vivere la passione per sentirla, che l’uomo è un essere di cerimonia. Ero stato convinto che noi eravamo creati per recitare”.
 
Guerra – “Una violenza senza rimorso”, Voltaire (“Nos crime et nos sottises”, cap. primo di “Dieu et les hommes”).
“Perché si è in guerra da sempre, e perché si commette questo crimine senza rimorso?”
.
Leggere – Celebrando Alcaraz, il nuovo campìone del tennis, il tennispatito Cazzullo ricorda che non molto tempo fa si sentiva in obbligo di chiarire che non aveva mai letto un libro. “Come Messi, d’altronde”, commenta il giornalista. E come Maradona, perché no, Nordhal, John Charles, Jeppson, lo stesso filosofo Liedholm? Ma “leggere” non è leggere un libro, non solo: è riflettere, capire, interloquire, acquisire strumenti, di attenzione, efficacia, abilità. La funzione lettura s’intende acquisitiva, accumulativa, di arricchimento, qualitativo. La lettura del libro al contrario può essere dissipatrice, di tempo e attenzione, distratta, o di autore modesto, diminutivo.
 
Metamorfosi – È la forma dell’evoluzione. E sarebbe denominazione preferibile - evoluzione è termine controvertibile, implicando un passaggio dal meno al più, analogo al progresso. Anche perché gli ingredienti, se non la forma e la funzione, sono gli stessi del passaggio precedente. Implica inoltre la sorpresa, la scoperta cioè e l’innovazione, due funzioni sempre sottintese nel cambiamento.
 
Si vive del resto, e si pensa, per connessioni. È il tratto, filosofico e grafico, teorizzato da Luigi Serafini, ma, si direbbe, di ogni artista, pittore, scultore, architetto, anche poeta, e naturalmente, soprattutto, narratore: combinatore di elementi, in termini matematici, un “trasformatore” di elementi dati - noti, conosciuti, usati.
 
Profezia – È pedagogica – Ernst Jünger, “La forbice”, 34: “Non si può cambiare nulla di ciò che è accaduto, al contrario si può mutare il futuro. Il compito del profeta dunque non è soltanto mantico, ma è allo stesso tempo pedagogico” – “l’oracolo rimane ambiguo”.  
 
Scrivere – “Scrivere per se stessi”, è questo che vuole dire scrivere per tutti, decide Sartre dopo lunga ponderazione in “Le parole”, l’autobiografia infantile. Rafforzandosi nella convinzione con la singolare nota, unica in tutto il libro: “Siate compiacenti con voi stessi, gli altri compiacenti vi ameranno; fate a pezzi il vostro vicino, gli altri vicini rideranno; ma se voi colpite la vostra anima, tutti glialtri grideranno”. Con la ripresa, nel testo, continuando a rifletterci, che “scrivere” è impossibile,  o supererogatorio – scrivere nel senso di creare: “A parte alcuni vegliardi che intingono la penna nell’acqua di Colonia e di mini-dandies che scrivono come macellai, i capaci a tutto non esistono. È l’effetto della natura del Verbo: si parla nella propria lingua, si scrive in una lingua straniera. Ne conclusi che siamo tutti simili nel nostro mestiere: tutti ai lavori forzati, tutti tatuati”. Concludendo poi con Chateaubriand, epitome in Francia dello “scrittore”, del cultore della scrittura: “So benissimo che non sono che una macchina per fare libri”. Ma “fare libri” non è un lavoro (occupazione, professione, mestiere) come un altro? Forse più pulito, e comodo – e stimato.  Anche se a rischio scoliosi, e\o cervicale.  
 
Storia - Non si dà senza la creazione, un inizio. Altrimenti è un non-evento, un tran-tran.
L’inizio (creazione) implica anche il progesso.
 
Stupidità - È svanita, dal vocabolario e dall’anamnesi. Sostituita ti clinicamente da una terminologia varia e complessa, per vari disturbi, della conoscenza (apprendimento) e della condotta. A fini terapeutici. Mntre è un modo di essere – superficiale, vacuo, bastiancontrario anche, d’impuntatura. Per lo più “economicamente” in perdita, per gli altri e per sé.
 
SuperIo – È una costruzione à rebours, a ritroso, a rovescio. Tutta la psicoanalisi lo è, a fini terapeutici – e probabilmente tutta la psicologia. Non una scienza ma un’arte. Anche se curiosa: è una costruzione della verità (virtù?), con la pretesa della verità, più o meno assoluta – assoluta, cioè anche irriferita alla cosa in sé, per dichiararsi (riconoscersi) catartica. È uno strumento terapeutico.    

zeulig@antiit.eu

Mente avventurosa di novantenne

I popoli e le civiltà  perdurano. Come ci sono terreni instabili geologicamente, “in maniera simile si comportano, da un punto di vista geomantico, quelle regioni in cui il mito non si è ancora raffreddato…. Se ci recassimo a perlustrare questi luoghi con un apparecchio simile a un contatore Geiger, potremmo rilevare potenti eruzioni. I terreni migliori sono quelli in cui dominarono popoli che, come i Celti, gli Etruschi e gli Aztechi, sono certamente scomparsi da un punto di vista politico, e tuttavia continuano ad abitare quelle terre. E poi ancora l’Asia minore, prima di Alessandro, e addrittura prima di Erodoto. Alicarnasso, il Libano con il sangue di Adone, l’antica Persia” – non l’Italia, non Roma. 
Novello Antonio nella Tebaide, alle prese con lo spirito del tempo, il vecchissimo Jünger s’invola giovanile, disinvolto, per una serie di riflessioni occasionali, in forma di aforismi, poi via via concatenate, e dunque anche logiche (filosofiche), nel mondo come è – come appare e come quindi sarà. Con lo stesso passo sicuro con cui, quasi un secolo prima, aveva individuato il tempo del “lavoratore”, dell’applicazione pratica, tecnica. Il futuro naturalmente è in immagine, ma il vecchio-giovane saggio ne ha le chiavi, sa come leggere l’immaginazione.
“Da tempo ormai abiamo superato 1984 di Orwell”. “I successi economici e politici accelerano l’appiattimento, mentre il giro degli affari ne trae benefici”. “Ciascuna nazione ha il proprlo Eracle. Nessuo lo ha mai visto, tutti ne hanno sentito parlare”. “Lo stato d’animo diffuso nel mondo, come non potrebbe essere altrimenti a fine secolo, appare contraddittorio ed inestricabile: ora prometeico…. ora catastrofico”. Il repertorio è molto vario.
La “forbice” è quella di Atropo, che taglia\non taglia i fili della vita. Che ha un suo corso anche sotterraneo, e prosegue “oltre”. Un cammino non immaginario, fondato sui miti e documentato, aumentato, dall’imaginazione – che sa andare oltre l’apparenza.
Con una postfazione di Quirino Principe,  che situa l’opera nella vita (l’opera è per lo più del 1987, quando Jünger aveva 92 anni) e nella riflessione, inesausta. Principe richiama gli ansloghi viaggi “fantastici” di Borges e di Chesterston (“Orthodoxy”), ma in Jünger è diverso, il vagare apparente è scientifico, seppure di frontiera, di spazi estremi o poco frequentati. Qui specialmente intraprendente: lancia la palla lontano, come una fantasia tra il bizzarro e il confuso, e poi, dipanando il filo senza tagli di forbice, traccia un cammino sicuro, condivisibile. E senza pesantezze – quanto remoto dal suo amico Heidegger.
Ernst Jünger, La forbice, Guanda, pp. 203 € 18

domenica 23 luglio 2023

Ombre - 677

C’è la calura, ci sono i tifoni, ci sono gli incendi, c’è la guerra naturalmente, e c’è il marito di Giorgia Meloni, Giambruno. In quinta pagina sul “Corriere della sera”. Che avrà fatto Giambruno, giornalista, conduttore di un programma tv: un adulterio, un tentato femminicidio? Niente, non sente molto caldo – negli studi tv hanno l’aria condizionata. Forse sarà un negazionista?
 
Si apre a Roma una Conferenza internazionale su sviluppo e immigrazione, che il governo è riuscito a lanciare in pochi mesi con numeroso concorso di Paesi europei, arabi e africani. Da doppiare a novembre  con una Conferenza Europa-Africa. Un’iniziativa diplomatica cui l’Italia non è più abituata da decenni. L’unica possibilità di risolvere il caos immigrazione. La ripresa, dopo quarant’anni, di quella politica mediterranea che la Germania e la Francia hanno a lungo boicottato.  E niente, non più di una notizia sui media. A che serve? Come ci si arriva? Dove può portare? Boh!
È solo uno schieramento anti-governativo, o non interessa? “Il Sole 24 Ore” ne ha capito l’importanza.   

Giunio Luzzatto rompe la catena dell’odio che infiamma i lettori di “la Repubblica”. Ci se ne accorge all’improvviso, di questa catena, leggendo la missiva dello studioso, per una volta non  forcaiola: il “Posta e risposta” di Francesco Merlo sul quotidiano è di odio. Non c’è interlocutore che dica o proponga qualcosa di non odioso – chi odia inevitabilmente finisce odioso.
Luzzatto non fa altro che “dare atto (al governo, n.d.r.) che ha compiuto, nei confronti dell’Egitto, una scelta giusta e non facile”, a proposto di Zaki. Una rivoluzione nel quotidiano ex di Scalfari?
 
“la Repubblica” passa alla cronaca – il caldo, gli scioperi, gli incendi, la polemica politica relegando alle pagine interne, in breve. Abbandona la prima pagina manifesto, di lotta ai governi normalmente – l’ultimo anno è stato duro, inventarsi una caduta del governo ogni giorno, e ancora quattro anni sono a venire. Un lavoro improbo. E i lettori, sempre meno, evidentemente si sono stancati. Ma, si vede, in rodaggio, con difficoltà.
 
Patrick Zaki, dall’alto della notorietà acquisita col non fare niente, rifiuta il volo di Stato. Si può pensare che, tra tanta inattività, coltivi un posto in Parlamento, tra i Pd o i 5 Stelle – Bologna, la vecchia “città-modello” del Pci, lo aspetta in festa, per immortalarlo in qualche cosa. Dell’Italia sa anche poco, benché addottorato da Bologna con la lode, nemmeno la lingua. Ma non è solo ultimamente a prendere le distanze dallo Stato, anche i familiari di Berlusconi: lo Stato italiano, cion tutte le celebrazioni che se ne fanno, della Costituzione eccetera, non è appetito.
 
Lezione di alta politica di Riccardo Illy, che non apprezza Elly Schlein (“trovo surreale che l’abbiano  eletta i passanti”), a Lorenzetto sul “Corriere della sera”: “Credo che (Schlein) sia una jattura per il Pd, per il centrosinistra e pure per Giorgia Meloni, che ancora non lo sa”. Per un motivo semplice: “Al leader della maggioranza serve un’opposizione forte, non debole e frammentata, altrimenti si rafforzano i rivali interni”.
 
 “Il Bengodi dei procuratori” di calcio: “Dai trasferimenti milionari a raffica fino all’arrivo dei club arabi”. Si scopre infine il.calcio quale è da vent’anni – almeno venti, dalla seconda presidenza Cragnotti alla Lazio: le formazioni le fanno i procuratori. Con i direttori sportivi.
 
“Nel 2022 le commissioni per le mediazioni sono schizzate a 79 milioni in Italia e a 181 milioni in Premier”. Senza le “creste” per i direttori sportivi? I procuratori sono tutti cittadini di paradisi fiscali.
 
Il calciomercato questa estate è dominato dall’Arabia Saudita e dalle squadre europee di proprietà araba, Psg, Ma ùnchester City, etc. Che non contano i milioni. Mentre l’Uefa continua la guerra contro il progetto di Superlega europea come troppo elitistico e danaroso – “il calcio è sport popolare”, e altri populismi d’accatto, comuni a Boris Johnson come a Ceferin, tutti gentiluomini. Difficile non pensare che tra l’Uefa (e anche la Fifa, con i suoi Mondiali farlocchi) e i potentati del Golfo non corrano soldi.
 
Il presidente tunisino Saied è alto1,93, Meloni 1,63, von der Leyen 1,61. Per questo non riuscivano a combinare? Quando Meloni e von der Leyen si sono portate dietro Mark Rutte, 1,93, l’accordo si è fatto. La diplomazia delle altezze.  

Sottoscrizione per Barbie (Mattel) al cinema

Barbie ha pensieri di morte, di piedi piatti, di cellulite. Insieme con Ken decidono che un bagno nel mondo reale può far bene. Se non che Ken, del mondo reale, scopre e adotta il patriarcato. Di ritono a Barbieland è la disperazione, Barbie si isola, sempre più, anche se comincia a fare amiche. Quando ha deciso che tutto è finito e non c’è più speranza, la sua “mamma”, la creatrice di Barbie (e di Mattel), Ruth Handler, tedesca, vecchia ormai, dopo sessant’anni di Barbie, due mastectomie e un metro e mezzo di altezza, le spiega che la vita ha un altro senso, e Barbie scopre la ginecologa. Con rimando inquietante alla Germania di Hitler, quando Ruth era bambina, di dolicocefale bionde.
Una figurazione pop, alla Andy Warhol, di personaggi stagliati senza chiaroscuri, pastello invece che a olio. Con movenze da cartone animato. Con un tentativo di commedia musicale, presto abbandonato. E visi poco espressivi, se non per la figurazione iniziale – a Ken nemmeno Ryan Gosling riesce a dare anima. Per una non-storia di due ore - un lungo spot pubblicitario  anche per altri marchi (la Barbie diventata donna esibisce le birkenstock).
In America è un delirio, incassi record. Anche di critica – ““Barbie” è brillante, bello, e divertente da morire” lo decreta l’altezzoso “New Yorker”. Allo spettatore l’ardua sentenza. Quello che si vede è una promozione gigante di Mattel, il gruppo dei giocattoli che con Barbie ha fatto fortuna, una sorta di universale crowdfunding.  Dopo un investimento di 145 milioni di dollari per la produzione (e non si vede perché, ne bastavano e avanzavano 14,5), e 100 per la promozione, durata un anno - un anno. Sapessero in America cosa barbina significa a Firenze.
Greta Gerwig,
Barbie