giovedì 9 luglio 2026
Lo scienziato perso in Persia
Colpisce a una rilettura il non detto, non osservato - che all'epoca si imponeva, 1978-1979. Di un mondo intellettuale, p.es., in Iran “americano”, dall’inglese parlato agli orizzonti culturali. Della mobilitazione giovanile in gruppi e masse compatte, nei campi e campeggi da addestramento al combattimento fisico. Compresi i blocchi neri di giovani donne. E nelle piazze della rivolta le masse nere femminili, ululanti, trascinanti, a uso delle immagini (“fare massa”) – a favore di un regime arcimaschilista. O l’uso sbalorditivo dei media, audiocassette, videocassette, manifestazioni “studiate”, a uso mediatico. E il ruolo dei servizi segreti, francesi e americani, nel mongtaggio del radicalismoislamcio – che tanti danni ha portato (anche) agli islamici.
mercoledì 1 luglio 2026
Dirsi eretico
Alla
rivisitazione, un libro di macerie.
Dirsi eretico?
Pier
Paolo Pasolini, Empirismo eretico,
Garzanti, pp. 352 € 16
lunedì 27 aprile 2026
La coltivazione della sconfitta - o l’anti-Liberazione
“La coltivazione della catastrofe non è strana per una borghesia uscita
dalla coltivazione della sconfitta. Politici del governo e dell’opposizione
hanno comune origine dal tronco del blocco antifascista, alleato dell’ufficiale
nemico del tempo.
“Noi proletari e rivoluzionari, che non abbiamo nemici nazionali,
possiamo ben dirlo, mentre la classe dominante discute la indegnità dei suoi
ammiragli, che avrebbero coscientemente portato i piccoli incrociatori «carta
velina» sotto il tiro implacabile e centrato col radar delle dreadnoughts
britanniche, mentre i tiri dei loro cannoncini bucavano il mare a mezza
distanza. Non eravate tutti, nemici tra voi oggi, alleati degli inglesi, che
portavano qui e sbarcavano ad Augusta la civiltà che vi ha figliati, e non
dovreste far parte a quegli ammiragli delle vostre decantate medaglie al valore
partigiano?
“Da quando la borghesia girava avanti la ruota della
storia e portava innanzi con un’amministrazione nuova e audace l’attrezzatura
della specie umana, le dichiarammo la guerra di classe e ne tracciammo
l’itinerario nefasto e distruttore... Ma le vicende della storia italiana sono
utili a provare nel modo più evidente che la classe operaia non può fare altre
conquiste, nemmeno minimaliste, se non si spiantano e si spianano due bordelli:
il parlamento elettivo e la macchina amministrativa.”- Amadeo Bordiga, “Il
disastro calabrese, o la coltivazione delle catastrofi”, 1953
martedì 31 marzo 2026
Lo smemorato della Passione
“«Si
chiamava Gesù, Gesù il Nazareno, e fu crocifisso non so bene per quale crimine.
Ponzio, ti ricordi di quell'uomo?». Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia e si
portò la mano alla fronte come chi cerca qualcosa nella propria memoria. Poi,
dopo qualche istante di silenzio, mormorò: «Gesù? Gesù il Nazareno? No, non mi
ricordo»”.
Nei
Campi Flegrei, dove soggiornano per ristorare corpo e spirito, un Pilato ormai
vecchio e acciaccato lamenta – a colloquio col filosofo epicureo “Elio Lamia”,
amico degli anni in Giudea, che il filosofo amava frequentare per le danzatrici
del ventre “siriane” - la fine turbolenta di un’onorata carriera. Vittima delle
invidie burocratiche. E in specie del proconsole di Siria Vitellio. Lamia è sempre
bel ami, Pilato è invece lagnoso. Lungamente. Di Vitellio e, di più,
degli ebrei infidi che gli è toccato amministrare. Nella “triste Gerusalemme,
dove gli ebrei mi abbeverano di amarezza e disgusto”, cattivi, infidi – “non
potendoli governare, bisognerà distruggerli”.
La sinossi dice tutto. Un po’ poco per un racconto che Sciascia voleva “perfetto
(uno dei più perfetti che il genere annoveri)”, e ha voluto tradurre personalmente,
guarnendolo di una dotta lettura (ripresa nella più recente riedizione francese
del racconto). La vicenda, viene da dire, era altrimenti romanzabile. Che non vuole
dire nulla, se non che il personaggio in sé è piatto, un primo caso di banalità
del male – o del bene in questo caso, procedendo egli al disegno del Signore?
Nemmeno
un Pilato protoantisemita regge, non in questo racconto, dove invece l’amico
filosofo può ribattere sugli ebrei tutto il contrario: “Io, che vivevo a Gerusalemme,
da curioso, e mi mescolavo al popolo, ho potuto scoprire in questi uomini virtù
oscure, che ti furono nascoste. Ho conosciuto ebrei pieni di dolcezza, i cui
costumi semplici e il cuore fedele mi richiamavano…”, etc. etc..
Giusto
duemila anni fa, nel 26, Ponzio Pilato era nominato prefetto di Giudea. I Vangeli
lo renderanno famoso, e a partire dal III secolo, a mano a mano che prendeva corpo
il “deicidio” ebraico, è passato nella memoria popolare come un santo suo malgrado
(è santo in cattedra per la chiesa etiopica), insieme con la moglie, quella del
sogno premonitore. L’indagine di Carlo Nordio lo ridimensiona non poco: un
burocrate romano, che applicò la legge romana, in ogni istante della Passione
di Cristo:
http://www.antiit.com/2026/03/pilato-il-primo-procuratore-e-giudice.html
France
pubblicò il racconto nel 1892. Nella raccolta “L’Étui de nacre”. È un primo approccio
di A. France alla storia e civiltà romane, critico. Un primo germe nella
fermentazione di un percorso progressivo della storia, che vedrà la luce nel 1905
in “Sulla pietra bianca” (tradotto nel 1960 dalla vecchia Bur): una collezione
di dialoghi filosofici su razzismo e antisemitismo, storicismo e cristianesimo,
nonché sul processo a san Paolo, la durata delle civiltà, la storia come incontro
e conflitto, tra potenti e tra popoli, in una prospettiva già umanitaria, da
Società delle Nazioni, o Stati Uniti del Mondo.
Anatole
France, Il Procuratore della Giudea, Sellerio, pp. 48 € 7
domenica 7 dicembre 2025
Capodanno con Topolino
“Una cena speciale” è quella di San Silvestro per
Montalbano, di una superinventiva che è tenuto a escogitare per passarlo da solo
in casa di Adelina pea mangiarsi “otto suplì”, come una corsa a ostacolì per evitare
tutti coloro che lo vorrebbero al “veglione”. Finisce male, nel senso che finisce
a un veglione in maschera, di maschere di Topolino, il peggio del peggio, perché
Livia si materialzza all’improvviso e, non
invitata da Adelina, “siccome che Adelina e Silvia non si facivano sange”, si è
impuntata. Ma lì ha una sorpresa che gli risolve molti problemi. Anche con gli
arancini.
È l’aneddoto migliore… Testi un po’ annacquati – a
Capodanno siamo tutti buoni?
Si riedita la raccolta del 2012 con grafica attraente,
ma di rilettura stanca.
Aa.vv., Capodanno in giallo, Sellerio, pp. 280,
€ 12
martedì 18 novembre 2025
Un alfabeto contro la sofferenza
È il testo della conferenza tenuta da Eco nel 2014 all’Asmepa
di Bentivoglio, Bologna, Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa - Guido
Biasco, che ne era il direttore scientifico, ne fa la presentazione: il dolore
ha una storia lunga, di “dolori”, fisici, mentali, affettivi eccetera. Oggi la
prospettiva è nuova, radicalmente cambiata: non se ne può fare a meno, ma si
può alleviare.
Eco parte da qui, consigliando di “attrezzarsi per la
sofferenza”: “Sapendo cosa stiamo subendo, sappiamo resistere meglio. La
conoscenza, vorrei dire la cultura, alza la soglia della sofferenza”. Come
arrivarci a “questa componente culturale” non si saprebbe dire, “ma la ritengo
una delle frontiere della medicina, della psicologia e forse della filosofia di
domani” – il problema del dolore confinando con quello del male.
Eco, come è suo costume, si diverte anche qui,
partendo dalle ricette di Avicenna per i dolori di amore. Ma già Aristotele,
“Etica nicomachea”, voleva l’assenza di dolore migliore obiettivo che il piacere.
Con il cristanesimo invece è tutto il contrario, la salvezza essendo l’Imitatio
Christi, “il dolore assume una funzione salvifica”. Il martirio diventa
l’epica della fede, anche col linguaggio delle immagini, del Cristo in croce,
di san Sebastiano, dei tanti martiri, con i cicli pittorici tipo il pisano “Trionfo
della morte”. La letteratura penitenziale è interminabile. Fino a recente, si
può dire, nella predicazione quaresimale, o anche in non-eventi, in pratiche
correnti come gli esercizi spirituali, con pene e dolori a tema delle prediche
che interrome(va)no il silenzio.
Ma non solo del cristianesimo, il “dolore strumento di
salvezza” del cristiano è già in Eschilo. E diventa poi raccomandato nella filosofia
romantica: “Solo attraverso il dolore si giunge alla conoscenza”. Con Fichte, Hölderlin,
Hegel e Schelling, e poi con Schopenhauer – quanto più l’uomo subisce la “volontà
di vivere” tanto più accresce il “dolore di vivere”.
Nietzsche invece – “Aurora” ha come sottotitolo
“Della conoscenza di colui che soffre” – la sofferenza propone, l’ascesi, come
sviluppo della capacità critica, della conoscenza. Lo stesso vedeva in parallelo
Dostoevskij, naturalnente: “Per un dolore vero, sincero, anche gli imbecilli
sono diventati qualche volta intelligenti”. Ma più in tema è il richiamo a Proust:
“Solo la felicità è salutare al corpo, ma è il dolore a sviluppare le energie
dello spirito”. Con Leopardi naturalmente. Ma pure Montale. Pavese invece in
controtendenza nel diario – “Il mestiere di vivere”: “Soffrire non serve a
niente… Soffrire elimita l’efficienza spirituale”, etc..
Si soffre anche per la bruttezza, da Frankestein a Rigoletto.
E compreso Sartre, nell’infanzia e nell’adolescenza. “Solo di recente la
scienza ha deciso che il dolore non doveva più essere una condanna ineliminabile….
La conoscenza, vorrei dire la cultura, alza la soglia della sofferenza” - dobbiamo ”alfabetizzarci rispetto al dolore”.
Umberto Eco, Riflessioni sul dolore, La Nave
di Teseo, pp. 61 € 6
venerdì 4 luglio 2025
Se la sinistra va a destra, e viceversa
Riprendendo
il libro organizzato da De Masi per riporlo, a distanza di due anni, e col governo
stabilizzato a destra, si scopre l’evidenza – più che evidente dopo i
referendum di un mese fa: che l’ultimo decennio ha visto la sinistra a destra e
la destra a sinistra. Sui temi più discussi: il lavoro, l’immigrazione, la
giustizia, la Pubblica Amminstrazione.
Fra i
referendum del 7-8 giugno non sono passati quelli promossi dalla Cgil, con “oltre”
quattro milioni di firme, il solito unanimismo ex Pci, per il mancato raggiungimento
del quorum. Ci sta, nulla di scandaloso. Ma è stato proprio bocciato, col voto
più che con l’assenteismo, il referendum che si pensava più condiviso-sibile
a sinistra, il dimezzamento degli anni di residenza in Italia per ottenerne la
cittadinanza. Proposto dalla sinistra non ex Pci (socialisti, radicali e
Rifondazione), con “sole” 637 mila firme.
È,
era stata, di sinistra l’abolizione dell’articolo 18 sul lavoro, che continua a
dividere la sinistra: molti dei votanti al referendum del 7 giugno per la
reintroduzione si sono espressi contro.
Si
prenda il “dialogo” in Libia con i mercanti di migranti. Senza peraltro disinnescare
i viaggi della morte, con centinaia di morti ogni anno, e qualche anno anche
migliaia. Oltre alle esazioni e perfino alle torture inflitte in Africa ai migranti.
È – è stato – di sinistra il tentativo otto anni fa di un accordo con i
mercanti di migranti in Libia. Mentre si fa sempre un caso di sinistra
l’opposizione in tribunale, necessariamente sporadica, all’espulsione di questo
o quel migrante. Ma solo in Italia. Per la giustizia politica, che è sempre di destra, ma di cui la sinistra
in Italia si fa scudo.
Come
del resto oggi, che si fa grande caso della Corte Costituzionale in tema di
Cpr, centri di permanenza rimpatri, da regolare per legge: i Cpr sono stati istituiti
da un governo di sinistra nel 1998, dai ministri Pds Turco e Napolitano. Del
resto, prima e con più durezza in Europa la lotta al mercato dei migranti si è
fatta e si fa, in Danimarca e in Gran Bretagna, da governi socialisti – e anche
in Spagna, che non si dice, ma gli sbarchi alle Canarie, come Lampedusa sbocco
privilegiato dei mercanti di braccia, sono crollati.
È invece
di destra il primo abbozzo di politica europea per il Mediterraneo e di politica
Africana. Ed è comunque operante un
piano, sempre di destra, di cooperazione in Africa, per la formazione, il lavoro,
l’immigrazione regolare. E così via - è stata di sinistra la residenza fiscale
privilegiata ai supermilionari.
L’idea
del compianto De Masi sembra insomma avere funzionato anche al contrario. Almeno
per come la esprimeva nel risvolto: “metodi più radicali”. Non è successo, si
va per accomodamenti. E semmai è il governo di destra che fa le cose con più
radicalità.
Dialoghi
su “Dio, Patria, Famiglia” e “Libertà, Uguaglianza, Felicità” De Masi proponeva
come discriminanti, gruppi di valori sottintendendo, classicamente, come di
destra e di sinistra. Salvo trovare nella stessa sua raccolta molti interventi “per
la sinistra” (Cacciari, Marramao, Cardini, la stessa Grazia Francescato con le
sue tassonomie di sinistra) dissenzienti, o “ di destra”.
Che
cos’è sinistra lo specifica De Masi, solo lui, alla fine, p. 180, ma non si può
riassumere, non basta una pagina – è tutto il bello-e-buono.
Domenico
De Masi (a cura di), Destra e sinistra, Paperfirst, pp. 206 € 16
giovedì 5 giugno 2025
La tragedia (come sempre) dell’amore
All’uscita “velato” dall’esotismo - dalla napoletanità nella sua interezza, le varie psicologie, i vari accenti, le cerimonialità trasgressive - il racconto che Ozpetek filma è una tragedia. Una vera “tragedia greca”, quella che W. Allen famosamente inseguiva ma non al suo modo. Una notte d’amore è tutta la vita, passata e futura. Una sorpresa e un’ossessione.
Senza un motivo particolare, forse solo per il titolo, ma Napoli velata richiama Alcesti, la sposa amata di Admeto, che si sacrifica per tenere in vita lo sposo. Eroina che Eracle libererà, riportandola in vita dagli inferi come donna velata. La città che vive e sanguina per i suoi estrosi concittadini.
Özpetek vi fa convergere
un mondo rutilante, di affetti e delitti, passioni e debolezze, verità e
falsità. Sotto il filtro della vita ordinaria e ordinata, routiniera, “borghese”.
Ma il tragico lo attraversa a ogni scena.
Una tragedia “colorata”.
Non si canta, ma la ricetta è del melodramma, dramma d’amore. Con facce e suoni
che sono un marchio, Anna Bonaiuto, Peppe Barra, la stessa protagonista
Mezzogiorno - agonista e vittima come in ogni tragedia classica.
Ferzan Özpetek, Napoli
velata, Sky Cinema
sabato 18 gennaio 2025
Scalfaro, Bossi, Occhetto e la fine dei comunisti
Trent’anni fa, più o meno a questa data, si poteva annotare:
“Non soltanto il Monaco ha santificato i «brancalegoni», i comunisti si
affannano ora ad annetterli al loro paradiso. Che errore! Bossi può stare, e deve,
solo a destra.
“Il Monaco crede di recuperare al suo Sogno Democristiano il Lombardo-Veneto
perduto, ma questi sono brutti e cattivi, hanno solo voglia di cose lerce –
del sottogoverno hanno già fatto indigestione.
“Baffino ripete l’errore di comunisti e socialdemocratici di fronte alle
camicie brune e nere del 1933. I tempi certo sono diversi, oggi siamo ricchi e
in ascesa, non in crisi - per quanto: nel 1933 si cominciava a stare meglio
mentre oggi, ormai da qualche anno, serpeggia l’incertezza. Ma non è detto, le
metastasi non sono un fatto di scienza politica.
“L’errore è doppio: a) pensare di sottrarre alla destra il suo voto più
qualificante solo per l’opportunismo parlamentare di Bossi, mentre b) è la
sinistra, intellettuali e popolo, che ne resterà, ne è già, infettata.
“Baffino (Achille Leone, pensare!) è un burocrate e i professori
comunisti sono stanchi. Si risveglieranno fra un anno, massimo due, in un
cantuccio all’inferno - e questo non sarà male: bisogna sbarazzarsi in qualche
modo di questa zavorra, che ha perduto con l’accecamento settario (ah Berlinguer!)
ogni funzione pedagogica di massa. Ma si lascia condurre da Scalfari, il cui
compito è di dissolverlo. E la nostra guardia democratica saranno i preti e
Berlusconi.
“È impressionante, fragoroso, il silenzio, le masse che tacciono. Il
Monaco e Baffino si coprono con lo starnazzamento dei giornali ma il popolo non
ha capito. Guarda forse ma non vede (traguarda), e tace – come nei paesi di mafia.
La Bestia ha vinto, e pensare che è solo un piccolo travet di provincia,
anche se lombardo.
“Il Monaco può avere completato il disegno di (attorno a) Di Pietro – forse
ricattato. Ma i comunisti? Chi sono i comunisti italiani?”
lunedì 13 gennaio 2025
M – o l’indigenza in abbonamento
Irraccontabile, a
una rivisitazione, l’indigenza di questa raccomandatissima serie – “mini”, ma
già le prime due ore sono troppe. Di ideazione: lo stile “Gomorra – la serie
tv”, degli sceneggiatori Bises e Serino, portato in politica e nella storia è
una berlina, insostenibile. Della produzione: una serie storica in scene di
compensato è un’assurdità – i voli a Fiume... Degli interpreti. Con lo
stralunato Marinelli che non fa ridere, non mette paura e nemmeno è antipatico:
fa un buffone che fa il buffone, insopportabile – era più espressivo nell’espressione,
per quanto unica e sola, di “Diabolik” (istruito dai Manetti Bros?). Dei
personaggi, tutti macchiette: Cesare Rossi - dobbiamo ridere?, Margherita
Sarfatti amante da sveltina, la moglie e i figli una raccolta di poveracci.
La tesi è che
Mussolini non era niente, un fallito, e che il Grande Capitale lo ha imposto?
Storicamente si sa che non è stato così, ma non è necessario conoscere la
storia. È che, narrativamente, un Grande Capitale non andrebbe ridotto a mezza scena – mezza
frase. È un duce da varietà - come non è, pare, quello di Scurati, lo scrittore? Un varietà estratto da tre voluminosissimi volumi - o sono quattro? Da megaproduzione, come questa si vorrebbe?
Perché
occuparsene? È curioso che la serie, furbamente ultrapropagandata prima, un
capolavoro di arte promozionale, sia tuttora incensata. I critici della tv non
guardano la tv, le serie che recensiscono? Neanche, di passata, qualche battuta
sul cellulare?
Joe Wright, M
– il figlio del secolo, Sky Documentaries
domenica 22 dicembre 2024
Hegel, la Bibbia e la mafia
Il mafioso si sente
Dio. Non dio, Dio nel vero senso del termine. Non una novità, si direbbe, ma l’allora
giudice Scarpinato, punta di diamante della Procura diretta da Giancarlo
Caselli, ne sa di più.
“Hegelianamente”,
scrive, “potremmo dire che per il mafioso ciò che è reale è razionale, e ciò
che è razionale ha un fondamento divino”. E non è tutto. Scarpinato porta a
sostegno il teologo Giuè, alcuni parroci, un caso di inizio Novecento, in cui
un capomafia di paese uccise un uomo che aveva violentato una vedova e la
figlia di dodici anni, proclamando: “Ti uccido in nome di Dio”, e molti
pentiti, Leonardo Messina, Gioacchino Pennino, Tommaso Cannella, Buscetta, e
non pentiti, Pietro Aglieri, Bagarella, Santapaola, come impregnati di devozioni
e rituali. Si serve pure di Sergio Quinzio: “In fondo la mafia era un antidoto
all’avanzata di una modernità laica, che in nome della libertà avrebbe ridotto
la fede cristiana ad un’opinione tra le altre”.
In conclusione:
“Il capomafia costruisec Dio a propria immagine”. Ma anche se stesso a immagine
di Dio, “non quello del Vangelo”, quello “biblico del Vecchio Testamento”
– “un Dio padre severo e impacabile con chi osa trasgredire i suoi precetti”.
L’ennesimo tributo
monumentale alla piccola realtà criminale che è la mafia, che sono le mafie. A
specchio: ti faccio grande per farmi grande?
Ora si
vuole Scarpinato colluso, con Pignatone e altri buoni credenti, in coperture di
pratiche mafiose. Chinnici, l’inventore del pool antimafia di Falcone e
Borsellino, il giudice buono di Pif, “La mafia uccide solo d’estate”, che si
ebbe un’autobomba, diffidava dei suoi applicati, Lo Forte e Scarpinato, che in
una sorta di “diario” definiva manutengoli, pressappoco, Dc. Forse a torto,
poiché dicei anni dopo Caselli affiderà praticamente a loro la Procura stessa,
dopo le stragi del 1992 - Caselli non è Dc ma buon cristiano sì.
Roberto Scarpinato, Il
Dio dei mafiosi, “Micromega”, 1\1998, pp.45\91
lunedì 20 maggio 2024
Il toscano era il più latino
Per mille lire appena
trent’anni fa, mezzo euro, una storia della lingua che, non così profusa come
il Migliorini ma è altrettanto ben raccontata nei suoi sviluppi. Dal volgare illustre
di Dante al Rinascimento, con l’apogeo e l’improvviso declino del latino, e
quindi della promozione della lingua. Nelle fattezze del toscano. Una storia
aggiornata fino ai “postgaddiani”, i dimenticati Silvano Ambrogi e Gianni Toti,
con Vincenzo Consolo e Stefano D’Arrigo.
Un percorso noto, che però
si racconta in modo affascinante. Il toscano s’impone non perchéèla lingua
delle banche e le fiere, ma perché è il volgare più affine al latino. Filtrato
dal provenzale. Come già, agli albori dellapoesia “italiana”, nela scuola
siciliana, il dialetto o volgare si basava sulle parole di origine latina. Via
Provenza: Iacopo da Lentini tiene a battesimo il sonetto dal provenzale
“sonnet”, piccolo suono. Ancora Boccaccio usa il verbo a fine frase, “alla
maniera siciliana”, altro aspetto del volgare latineggiante. Così in
contempranea i “Proverbi de femene” in Veneto, serie di quartine anti-femminili,
e a Genova nel 1190 circa il genovese del provenzale Raimbaut (Rambaldo) di
Vaqueiras. E come si passa dal provenzale al “Novellino”? E il Dolce Stil Novo,
naturalmente, che “nasce alla scuola del bolognese Guido Guinizzelli”.
Il toscano s’impone dopo
che la Sicilia viene viene segregata dall’Italia, con la pace di Caltabellotta,
1302. Ma con lentezza, ancora nel ’500 la lingua di Dante è ritenuta priva di
“decoro”. E prima del fiorentino erano in voga il lucchese e il pisano. Il
toscano lo impone l’emiliano Ariosto, a metà Cinqecento: “Infarcito di padovano
letterario e di latinismi nella prima edizione (1516), il ‘Furioso’ viene emendato
nel 1521, e profondamente rivisto in senso toscano nel 1532”. Nelo stesso tempo
il “modulo toscano” si diffonde in Europa – “non sono poche le parle italiane fancesizzate: macarons, macaronique, parfum, balcon, …” – Lanuzza
ne elenca una ventina. Sempre nel ‘500 compaiono “democarzia”, “luterano”,
“potestante”, “gesuita”, “indifeso”, “concerto”, “bravura”, “bravata”, et al.
“Scarrupato” è nel “Candelaio” di Bruno – coma “bardascio” (invertito).
Nel 1779 l’abate Galiani
pubblica un trattato “Del dialetto napoletano”, ma lo scrive in toscano. Presto
però si delinea una lingua che non è più il toscano. In contemporanea con
Manzoni che risciacquava “i panni in Arno”, Leopardi invece annota, sulla
questione se Firenze e la Toscana debbano sempre considerarsi il centro della
lingua, che “è lo stesso che dire che gli italiani ddebbano scrivere in lingua
antica e morta (giacché la letteratura toscana è morta”).
Non è inutile ricordare che
Vittorio Emanuele II sapeva parlare solo piemontese e francese. E che “l’Italia
è la nazione che, tenuto conto della sua superficie, ha più daletti”, e più
pervicaci.
E altre cose interssanti. Sui
dialtti - il friulano di Pasolloni è letteario, non propriamente dialettale.
Sui gerghi (“sindacalese”, “sinistrese”, “burocratese”), gli anglicismi
diffusi, i linguaggi settoriali, politico, pubblicitario, sportivo (“tutto
aggettivi e sostantivi aggettivanti”), e le “parole interdette”, o turpiloquio,
anche questo sempre più diffuso – “varietà gergale non disdegnata nemmeno dal
papa Benedetto XIV, che, rimproverato di ripetere troppo spesso la parola
‘sporca’, sbraitava: «Cazzo! Cazzo! Lo ripeterò finché non sarà più sporca!»”.
Una rilettura benefica
anche perché non se ne possono più fare – qualcuno ha studiato o studia la lingua
e la sua evoluzione?
Stefano Lanuzza, Storia della lingua italiana, Tascabili
Economici Newton, pp. 93 pp.vv.
mercoledì 1 maggio 2024
Sesso memorabile, nel fango
Rivisto dopo trent’anni,
il film superpremiato di Jane Campion sorprende par la selettività del ricordo.
Racconta di coloni inglesi in Nuova Zelanda a metà Ottocento, affaticati, imbruttiti,
dalle poche, pochissime risorse, in un mondo di piogge, fango, assi e tronchi d’albero
per casa, attorniati da nugoli di Maori chiacchieroni e ridanciani, dall’umore
costante anche nelle avversità. Di un colono abbandonato dalla moglie, e di un
altro che ha sposato per procura una vedova di cui nulla sa. Racconta di un
mondo grigio, sradicato, primitivo (violento). Ma si rivede - classificato peraltro
dall’emittente come “romance” - sulla memoria di un amplesso, due amplessi che
fecero epoca. Filmati da Campion con luci e tagli d’immagine, di Holly Hunter e
Harvey Keitel, da restare indelebili nella memoria – un minuto, due minuti,
sulle due ore e passa di film? Sulle note di Nyman, il maggior compositore americano
di fine Novecento, sul tema conduttore del film, che il compositore dice “The
Heart asks Pleasure First”, il cuore vuole il piacere.
Il ricordo è
selettivo, ma quanto?
Jane Campion, Lezioni
di piano
venerdì 26 aprile 2024
L’attimo fuggente di un’italiana nell’Iowa
Un film vecchio, non molto, 1995, ma di altra epoca, quando l’America non
era in guerra, con se stessa e col mondo. Il racconto è sempre commovente, dell’insegnante
di Bari, ora quarantacinquenne, finita casalinga nel profondo dell’Iowa, con un
marito “pulito”, due figli adolescenti che poco la curano, e immersa nella solitudine.
Che incontra la vita vissuta, e l’amore assoluto (cioè senza vincoli), in un
giorno, due giorni, tre giorni della sua ordinaria vita. Un contatto breve e totale,
che legherà anche lui, fotografo peripatetico dal “National Geographic”, che per
caso si trova a passare. Dopodiché una vita nel ricordo, anche da parte di lui,
che lei non può compartecipare con nessuno, solo col diario, tre volumi – dalla
bianca copertina, come della prima Comunione.
Un documento anche di un’epoca non remota, in cui una giovane di belle speranze,
innamorata dell’americano di base a Napoli, sceglie di partire con lui per “l’America”
– non per l’Iowa, di cui nulla sa, “l’America”. E qui smette presto s’insegnare
per seppellirsi nella “famiglia”. Bella e buona, e assente. In una vita
ordinata, di pulizie e cucina – l’onnipresente radio sintonizzata sull’opera,
quando i figli non le cambiano, come sogliono, stazione. Che un giorno conosce,
a sua insaputa, l’amore assoluto – è premiata, di un grande premio.
L’altro miracolo è di una presenza “naturale” benché strana, di un’italiana
di Bari che si seppellisce giovane tra i campi di granturco sterminati dell’Iowa.
UN fondo italiano, devoto e insieme sentimentale, che si poteva attribuire al
debito del regista con l’Italia, dove diventò il nome che è. Ma è giù nel romanzo
dallo stesso titolo, che il film ricalca, di Robert James Waller, un economista nato in Iowa e attivo nell’Indiana,
buon conoscitore evidentemente dell’Italia, che inaugurava con questo una serie
di romanzi di successo. La doppia appartenenza del suo personaggio, qui Meryl Streep,
all’epoca, ma non sono trent’anni, poteva sembrare naturale.
Clint Eastwood, I ponti di Madison
County, Iris
domenica 31 dicembre 2023
Europa esclusa, nuove potenze, politica dei brand, Kissinger aveva ragione
Questo smilzo - per le abitudini kissingeriane, di argomentazioni profuse - volume si riapre come un classico. Di chiaroveggenza. Che è utile riproporre - la sorpresa è quella di precedenti letture. Anche perché le guerre in corso, in Ucraina e in Israele, successive alla riflessione di Kissinger, vi si adagiano. Con l’America di Pelosi e Biden all’attacco, in Asia e in Europa, contro le politiche di bilanciamento (di moderazione) proposte da Mosca dieci anni fa, e ora, da tre anni, da Pechino.
La guerra russa all’Ucraina, guerra europea, la seconda guerreggiata dopo la fine della guerra fredda - la prima fu nella ex Jugoslavia, appositamente smembrata -, è parte del conflitto mondiale per le aree di influenza. Si svolge infatti attorno al tema, una volta finito nel 1990 l’immobilismo imposto dalla guerra fredda, dell’Europa: se deve – vuole, può - continuare a essere prim’attore della scena mondiale, o deve accontentarsi di un ruolo di comprimario commerciale, restando, nell’insieme e singolarmente, gregaria degli Stati Uniti. Gregaria nel senso del ciclismo: portatrice d’acqua, volenterosa collaboratrice, e qualche volta, nelle tappe minori, vincitrice in proprio, non per la classifica, per la soddisfazione.
La guerra di Israele sui “sette fronti” è caso esemplare di ingovernabilità, di rischio per la sicurezza - di un ordine mondiale debole (frastagliato, concorrenziale).
Europa, convitato di pietra
Questo non sembra il caso con Kissinger: l’Europa è, come anche Israele, la grande assente dai suoi scacchieri. Ma proprio per questo è invece una presenza, in negativo: un convitato di pietra, il convitato di pietra. Ancora si ricorda il suo fatale “anno dell’Europa”, il 1973, che vide l’embargo del petrolio, i prezzi del petrolio e del gas triplicati in una notte, le domeniche a piedi, al buio, inflazione al 10 e al 20 per cento, un mese dopo la sua ascesa al dipartimento di Stato il 3 settembre - in coincidenza con il golpe sanguinoso contro Allende in Cile. È in Europa e con l’Europa che Kissinger assume la fisionomia di Stranamore, non con le bombe atomiche.
L’“anno dell’Europa” fu utilizzato da Kissinger per agganciare il Medio Oriente, fino alla Persia dello scià, in funzione anti-sovietica, e insieme manifestare la debolezza (dipendenza) dell’Europa? Nello stesso anno, non si ricorda ma ha progettato pure questo, ipotizzando un gasdotto North Star, dal bacino russo dell’Urengoy agli Stati Uniti attraverso il mare di Barents – contro i gasdotti dell’Eni… (cui tentava di agganciarsi la Germania, è vero). Che bisogna dedurne?Forse Israele c’entra. Forse Kissinger è sempre l’ebreo espatriato dall’Europa, dalla Germania, un’origine alla quale non ha mai sentito il bisogno di tornare – benché lo abbia marchiato a vita, nella parlata, nel modo di vita. Non espatriato, in fuga, nel 1938, con la famiglia, a quindici anni. La storia è fatta anche di eventi personali. Ma Kissinger, certo, ne sa di più.
Multipolare in Orwell
Si parla di mondo multipolare in “1984”, il romanzo fantapolitico di Orwell, 1949: nel 1984 il mondo è già diviso in tre, Oceania, Eurasia, Asia Est – Oceania è la Nato. Il multilateralismo che Kissinger qui (ri)spiega è la sua dottrina fin dal 1974, scritta in una brochure che circolò poco, discussa con i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Gran Bretagna. Ai colleghi europei Kissinger prospettò sei fronti: la guerra civile in Jugoslavia dopo Tito, in Spagna dopo Franco, in Finlandia dopo Kekkonen, in Italia e Portogallo con i comunisti al governo, e il blocco di Berlino. L'Europa, dunque, votava alla guerra civile.
La cattiva opinione
La novità è il posto che Kissinger assegna all’opinione pubblica. A quarant’anni dalla sconfitta in Vietnam, da molti imputata al “fronte interno”, alla tensione antibellica che fotografi e televisioni montarono implacabili, in America, contro la guerra americana in Vietnam. Qui l’allarme è preventivo. Le opinioni pubbliche sono sempre eccessive, nella militanza come nella passività, ma oggi sono qualitativamente diverse, e non per il meglio. Sono praticamente senza giudizio: l’“interazione quasi costante con uno schermo durante tutto il giorno” che “televisione, computer e smartphone formano”, è inaffidabile. Per “la sua enfasi sul fattuale piuttosto che sul concettuale, su valori plasmati dal consenso piuttosto che dall’introspezione”, dal giudizio.
Per fattuale il realista politico intende superficiale: il vizio della navigazione oggi rimette in gioco tutti i dati della partecipazione, o controllo democratico. Non solo sugli eventi internazionali, sempre complessi, ma su ogni decisione di politica nazionale, dalle elezioni presidenziali alle scelte locali. Si perdono “la conoscenza della storia e della geografia”, e il senso comune, “la mentalità necessaria per percorrere sentieri politici poco battuti”. Lo spettatore inerme di questi giorni, accasciato sotto un profluvio di immagini di cui non gli viene data il nesso, non può che dargli ragione: l’opinione è più che mai manipolabile, anzi, la sua manipolazione sembra essere l’arma migliore – più distruttiva, meno cara.
Condominio con le potenze asiatiche
Con questo limite, se esso non dilagherà sugli sviluppi internazionali, un ordine mondiale tuttavia si prospetta. Con al centro sempre gli Stati Uniti - nella “pax americana” cioè, che Kissinger mai pronuncia, insieme lenta e vincolante. Come un condominio multilaterale, allargato alle potenze asiatiche, Cina, India, Giappone, e a una voce latino-americana. Se la balance of power, Vienna-Vestfalia, è il pilastro dottrinale del Kissinger studioso, il multilateralismo è l’opera sua di statista da cinquant’anni, da quando nel 1969 fu associato alla Nsa, la National Security Agency, e poi al dipartimento di Stato. Teorizzato nel 1974, subito dopo la crisi del petrolio, è rilanciato ora su scala mondiale. Senza l’Europa.
Un multilateralismo, con assenza inclusa dell’Europa, che è lo stesso che si prospetta a Pechino, va aggiunto, all’altro estremo del manifesto globale – è un merito di Kissinger, un demerito? Anche a Pechino l’ordine americano è assunto nei fatti, non contestato. In un quadro multilaterale: Usa, Cina, India, America Latina (Brasile-Messico). Con un dubbio: se ci sarà una “potenza Europa”.
Una lettura che è una ventata di rinfrescante conservatorismo: Kissinger sarà stato l’ultimo maestro dell’arte diplomatica, ossia della politica intesa a tenere i popoli fuori della guerra. Lo studio e l’applicazione diplomatica sono in bassa stima, in questa epoca di wilsonismo a perdere, di moralismo e superficialità. Mentre le insidie sono dietro l’angolo.
La politica dei brand
Già nel 2015 Kissinger parla di campagne presidenziali trasformate in “confronti mediatici tra operatori internet”. Ancora senza QAnon e le spie russe, ma con i candidati ridotti a brand, a “portavoce di operazioni di marketing”. Anzi no, c’è pure il Russiagate: il Kissinger cyberanalfabeta sa già che “un portatile può avere conseguenze globali”. Anche senza complotto: “Un attore solitario con sufficiente capacità di calcolo può accedere al cyberdominio per disabilitare e potenzialmente distruggere infrastrutture chiave, da una posizione di quasi completo anonimato”.
Kissinger va anche un passo più in là, a un accordo sull’uso del cyberspazio analogo a quelli suoi sui missili e la potenza nucleare. “Una qualche definizione di limiti”, chiede, in “un accordo su regole di reciproco autocontrollo”. Il realpolitiker si fa a questo proposito profetico: il cyberspazio è “strategicamente decisivo”. Di più: la “prossima guerra” si combatterà in rete – che è la guerra di oggi, quale la vediamo.
Ha pure il populismo invasivo dei primi arrivati, “individui di oscura estrazione” liberi di manipolare la politica, al punto che “la stessa definizione di autorità statale può diventare sfuggente”. Le opinioni pubbliche sono sempre eccessive, nella militanza come nella passività, ma oggi sono praticamente senza giudizio: l’“interazione quasi costante con uno schermo durante tutto il giorno” che “televisione, computer e smartphone formano”, è inaffidabile. Per “la sua enfasi sul fattuale piuttosto che sul concettuale, su valori plasmati dal consenso piuttosto che dall’introspezione”, dal giudizio.
Fattuale per il realista politico è superficiale: il vizio della navigazione oggi rimette in gioco tutti i dati della partecipazione, o controllo democratico. Non solo sugli eventi internazionali, sempre complessi, ma su ogni decisione di politica nazionale, dalle elezioni presidenziali alle scelte locali. Si perdono “la conoscenza della storia e della geografia”, e il senso comune, “la mentalità necessaria per percorrere sentieri politici poco battuti”.
Henry Kissinger, Ordine mondiale, Oscar, pp. 411 € 16
