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giovedì 9 luglio 2026

Lo scienziato perso in Persia

Colpisce a una rilettura il non detto, non osservato - che all'epoca si imponeva, 1978-1979. Di un mondo intellettuale, p.es., in Iran “americano”, dall’inglese parlato agli orizzonti culturali. Della mobilitazione giovanile in gruppi e masse compatte, nei campi e campeggi da addestramento al combattimento fisico. Compresi i blocchi neri di giovani donne. E nelle piazze della rivolta le masse nere femminili, ululanti, trascinanti, a uso delle immagini (“fare massa”) – a favore di un regime arcimaschilista. O l’uso sbalorditivo dei media, audiocassette, videocassette, manifestazioni “studiate”, a uso mediatico. E il ruolo dei servizi segreti, francesi e americani, nel mongtaggio del radicalismoislamcio – che tanti danni ha portato (anche) agli islamici.
Le edizioni Gallimard hanno raccolto nel 1994, dieci anni dopo la morte di Foucault, gli articoli che lo studioso aveva scritto tra l’ottobre del 1978 e il febbraio del 1979, in presa diretta, in esclusiva per il “Corriere della sera”, sulla “rivoluzione” iraniana, senza le virgolette. La traduzione è successiva di quattro anni, 1998, con una premessa e a cura di Renzo Guolo, molto critico, e Pierluigi Panza, perplesso.
Una lettura in certo senso affascinante, di come la colta, coltissima, Europa fa a meno del Resto del Mondo – faceva, quando si pensava ancora dominante.   
Michel Foucault,
Taccuino persiano, Guerini e Associati, pp. 128 pp. vv.

mercoledì 1 luglio 2026

Dirsi eretico

Alla rivisitazione, un libro di macerie.
Dirsi eretico?
Pier Paolo Pasolini, Empirismo eretico,
Garzanti, pp. 352 € 16
 

lunedì 27 aprile 2026

La coltivazione della sconfitta - o l’anti-Liberazione

“La coltivazione della catastrofe non è strana per una borghesia uscita dalla coltivazione della sconfitta. Politici del governo e dell’opposizione hanno comune origine dal tronco del blocco antifascista, alleato dell’ufficiale nemico del tempo.
“Noi proletari e rivoluzionari, che non abbiamo nemici nazionali, possiamo ben dirlo, mentre la classe dominante discute la indegnità dei suoi ammiragli, che avrebbero coscientemente portato i piccoli incrociatori «carta velina» sotto il tiro implacabile e centrato col radar delle dreadnoughts britanniche, mentre i tiri dei loro cannoncini bucavano il mare a mezza distanza. Non eravate tutti, nemici tra voi oggi, alleati degli inglesi, che portavano qui e sbarcavano ad Augusta la civiltà che vi ha figliati, e non dovreste far parte a quegli ammiragli delle vostre decantate medaglie al valore partigiano?
“Da quando la borghesia girava avanti la ruota della storia e portava innanzi con un’amministrazione nuova e audace l’attrezzatura della specie umana, le dichiarammo la guerra di classe e ne tracciammo l’itinerario nefasto e distruttore... Ma le vicende della storia italiana sono utili a provare nel modo più evidente che la classe operaia non può fare altre conquiste, nemmeno minimaliste, se non si spiantano e si spianano due bordelli: il parlamento elettivo e la macchina amministrativa.”- Amadeo Bordiga, “Il disastro calabrese, o la coltivazione delle catastrofi”, 1953

martedì 31 marzo 2026

Lo smemorato della Passione

“«Si chiamava Gesù, Gesù il Nazareno, e fu crocifisso non so bene per quale crimine. Ponzio, ti ricordi di quell'uomo?». Ponzio Pilato aggrottò le sopracciglia e si portò la mano alla fronte come chi cerca qualcosa nella propria memoria. Poi, dopo qualche istante di silenzio, mormorò: «Gesù? Gesù il Nazareno? No, non mi ricordo»”.
Nei Campi Flegrei, dove soggiornano per ristorare corpo e spirito, un Pilato ormai vecchio e acciaccato lamenta – a colloquio col filosofo epicureo “Elio Lamia”, amico degli anni in Giudea, che il filosofo amava frequentare per le danzatrici del ventre “siriane” - la fine turbolenta di un’onorata carriera. Vittima delle invidie burocratiche. E in specie del proconsole di Siria Vitellio. Lamia è sempre bel ami, Pilato è invece lagnoso. Lungamente. Di Vitellio e, di più, degli ebrei infidi che gli è toccato amministrare. Nella “triste Gerusalemme, dove gli ebrei mi abbeverano di amarezza e disgusto”, cattivi, infidi – “non potendoli governare, bisognerà distruggerli”.
La sinossi dice tutto. Un po’ poco per un racconto che Sciascia voleva “perfetto (uno dei più perfetti che il genere annoveri)”, e ha voluto tradurre personalmente, guarnendolo di una dotta lettura (ripresa nella più recente riedizione francese del racconto). La vicenda, viene da dire, era altrimenti romanzabile. Che non vuole dire nulla, se non che il personaggio in sé è piatto, un primo caso di banalità del male – o del bene in questo caso, procedendo egli al disegno del Signore?
Nemmeno un Pilato protoantisemita regge, non in questo racconto, dove invece l’amico filosofo può ribattere sugli ebrei tutto il contrario: “Io, che vivevo a Gerusalemme, da curioso, e mi mescolavo al popolo, ho potuto scoprire in questi uomini virtù oscure, che ti furono nascoste. Ho conosciuto ebrei pieni di dolcezza, i cui costumi semplici e il cuore fedele mi richiamavano…”, etc. etc..  
Giusto duemila anni fa, nel 26, Ponzio Pilato era nominato prefetto di Giudea. I Vangeli lo renderanno famoso, e a partire dal III secolo, a mano a mano che prendeva corpo il “deicidio” ebraico, è passato nella memoria popolare come un santo suo malgrado (è santo in cattedra per la chiesa etiopica), insieme con la moglie, quella del sogno premonitore. L’indagine di Carlo Nordio lo ridimensiona non poco: un burocrate romano, che applicò la legge romana, in ogni istante della Passione di Cristo:
http://www.antiit.com/2026/03/pilato-il-primo-procuratore-e-giudice.html
 
France pubblicò il racconto nel 1892. Nella raccolta “L’Étui de nacre”. È un primo approccio di A. France alla storia e civiltà romane, critico. Un primo germe nella fermentazione di un percorso progressivo della storia, che vedrà la luce nel 1905 in “Sulla pietra bianca” (tradotto nel 1960 dalla vecchia Bur): una collezione di dialoghi filosofici su razzismo e antisemitismo, storicismo e cristianesimo, nonché sul processo a san Paolo, la durata delle civiltà, la storia come incontro e conflitto, tra potenti e tra popoli, in una prospettiva già umanitaria, da Società delle Nazioni, o Stati Uniti del Mondo.
Anatole France, Il Procuratore della Giudea, Sellerio, pp. 48 € 7

domenica 7 dicembre 2025

Capodanno con Topolino

“Una cena speciale” è quella di San Silvestro per Montalbano, di una superinventiva che è tenuto a escogitare per passarlo da solo in casa di Adelina pea mangiarsi “otto suplì”, come una corsa a ostacolì per evitare tutti coloro che lo vorrebbero al “veglione”. Finisce male, nel senso che finisce a un veglione in maschera, di maschere di Topolino, il peggio del peggio, perché Livia  si materialzza all’improvviso e, non invitata da Adelina, “siccome che Adelina e Silvia non si facivano sange”, si è impuntata. Ma lì ha una sorpresa che gli risolve molti problemi. Anche con gli arancini.
È l’aneddoto migliore… Testi un po’ annacquati – a Capodanno siamo tutti buoni?
Si riedita la raccolta del 2012 con grafica attraente, ma di rilettura stanca.  
Aa.vv., Capodanno in giallo, Sellerio, pp. 280, € 12

martedì 18 novembre 2025

Un alfabeto contro la sofferenza

È il testo della conferenza tenuta da Eco nel 2014 all’Asmepa di Bentivoglio, Bologna, Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa - Guido Biasco, che ne era il direttore scientifico, ne fa la presentazione: il dolore ha una storia lunga, di “dolori”, fisici, mentali, affettivi eccetera. Oggi la prospettiva è nuova, radicalmente cambiata: non se ne può fare a meno, ma si può alleviare.
Eco parte da qui, consigliando di “attrezzarsi per la sofferenza”: “Sapendo cosa stiamo subendo, sappiamo resistere meglio. La conoscenza, vorrei dire la cultura, alza la soglia della sofferenza”. Come arrivarci a “questa componente culturale” non si saprebbe dire, “ma la ritengo una delle frontiere della medicina, della psicologia e forse della filosofia di domani” – il problema del dolore confinando con quello del male.
Eco, come è suo costume, si diverte anche qui, partendo dalle ricette di Avicenna per i dolori di amore. Ma già Aristotele, “Etica nicomachea”, voleva l’assenza di dolore migliore obiettivo che il piacere. Con il cristanesimo invece è tutto il contrario, la salvezza essendo l’Imitatio Christi, “il dolore assume una funzione salvifica”. Il martirio diventa l’epica della fede, anche col linguaggio delle immagini, del Cristo in croce, di san Sebastiano, dei tanti martiri, con i cicli pittorici tipo il pisano “Trionfo della morte”. La letteratura penitenziale è interminabile. Fino a recente, si può dire, nella predicazione quaresimale, o anche in non-eventi, in pratiche correnti come gli esercizi spirituali, con pene e dolori a tema delle prediche che interrome(va)no il silenzio.
Ma non solo del cristianesimo, il “dolore strumento di salvezza” del cristiano è già in Eschilo. E diventa poi raccomandato nella filosofia romantica: “Solo attraverso il dolore si giunge alla conoscenza”. Con Fichte, Hölderlin, Hegel e Schelling, e poi con Schopenhauer – quanto più l’uomo subisce la “volontà di vivere” tanto più accresce il “dolore di vivere”.
Nietzsche invece – “Aurora” ha come sottotitolo “Della conoscenza di colui che soffre” – la sofferenza propone, l’ascesi, come sviluppo della capacità critica, della conoscenza. Lo stesso vedeva in parallelo Dostoevskij, naturalnente: “Per un dolore vero, sincero, anche gli imbecilli sono diventati qualche volta intelligenti”. Ma più in tema è il richiamo a Proust: “Solo la felicità è salutare al corpo, ma è il dolore a sviluppare le energie dello spirito”. Con Leopardi naturalmente. Ma pure Montale. Pavese invece in controtendenza nel diario – “Il mestiere di vivere”: “Soffrire non serve a niente… Soffrire elimita l’efficienza spirituale”, etc..
Si soffre anche per la bruttezza, da Frankestein a Rigoletto. E compreso Sartre, nell’infanzia e nell’adolescenza. “Solo di recente la scienza ha deciso che il dolore non doveva più essere una condanna ineliminabile…. La conoscenza, vorrei dire la cultura, alza la soglia della sofferenza”  - dobbiamo ”alfabetizzarci rispetto al dolore”.  
Umberto Eco, Riflessioni sul dolore, La Nave di Teseo, pp. 61 € 6

venerdì 4 luglio 2025

Se la sinistra va a destra, e viceversa

Riprendendo il libro organizzato da De Masi per riporlo, a distanza di due anni, e col governo stabilizzato a destra, si scopre l’evidenza – più che evidente dopo i referendum di un mese fa: che l’ultimo decennio ha visto la sinistra a destra e la destra a sinistra. Sui temi più discussi: il lavoro, l’immigrazione, la giustizia, la Pubblica Amminstrazione.
Fra i referendum del 7-8 giugno non sono passati quelli promossi dalla Cgil, con “oltre” quattro milioni di firme, il solito unanimismo ex Pci, per il mancato raggiungimento del quorum. Ci sta, nulla di scandaloso. Ma è stato proprio bocciato, col voto più che con l’assenteismo, il referendum che si pensava più condiviso-sibile a sinistra, il dimezzamento degli anni di residenza in Italia per ottenerne la cittadinanza. Proposto dalla sinistra non ex Pci (socialisti, radicali e Rifondazione), con “sole” 637 mila firme.
È, era stata, di sinistra l’abolizione dell’articolo 18 sul lavoro, che continua a dividere la sinistra: molti dei votanti al referendum del 7 giugno per la reintroduzione  si sono espressi contro.
Si prenda il “dialogo” in Libia con i mercanti di migranti. Senza peraltro disinnescare i viaggi della morte, con centinaia di morti ogni anno, e qualche anno anche migliaia. Oltre alle esazioni e perfino alle torture inflitte in Africa ai migranti. È – è stato – di sinistra il tentativo otto anni fa di un accordo con i mercanti di migranti in Libia. Mentre si fa sempre un caso di sinistra l’opposizione in tribunale, necessariamente sporadica, all’espulsione di questo o quel migrante. Ma solo in Italia. Per la giustizia politica, che è sempre di destra, ma di cui la sinistra in Italia si fa scudo.
Come del resto oggi, che si fa grande caso della Corte Costituzionale in tema di Cpr, centri di permanenza rimpatri, da regolare per legge: i Cpr sono stati istituiti da un governo di sinistra nel 1998, dai ministri Pds Turco e Napolitano. Del resto, prima e con più durezza in Europa la lotta al mercato dei migranti si è fatta e si fa, in Danimarca e in Gran Bretagna, da governi socialisti – e anche in Spagna, che non si dice, ma gli sbarchi alle Canarie, come Lampedusa sbocco privilegiato dei mercanti di braccia, sono crollati.
È invece di destra il primo abbozzo di politica europea per il Mediterraneo e di politica Africana. Ed  è comunque operante un piano, sempre di destra, di cooperazione in Africa, per la formazione, il lavoro, l’immigrazione regolare. E così via - è stata di sinistra la residenza fiscale privilegiata ai supermilionari.
L’idea del compianto De Masi sembra insomma avere funzionato anche al contrario. Almeno per come la esprimeva nel risvolto: “metodi più radicali”. Non è successo, si va per accomodamenti. E semmai è il governo di destra che fa le cose con più radicalità.
Dialoghi su “Dio, Patria, Famiglia” e “Libertà, Uguaglianza, Felicità” De Masi proponeva come discriminanti, gruppi di valori sottintendendo, classicamente, come di destra e di sinistra. Salvo trovare nella stessa sua raccolta molti interventi “per la sinistra” (Cacciari, Marramao, Cardini, la stessa Grazia Francescato con le sue tassonomie di sinistra) dissenzienti, o “ di destra”.
Che cos’è sinistra lo specifica De Masi, solo lui, alla fine, p. 180, ma non si può riassumere, non basta una pagina – è tutto il bello-e-buono.
Domenico De Masi (a cura di), Destra e  sinistra, Paperfirst, pp. 206 € 16

giovedì 5 giugno 2025

La tragedia (come sempre) dell’amore

All’uscita “velato” dall’esotismo - dalla napoletanità nella sua interezza, le varie psicologie, i vari accenti, le cerimonialità trasgressive - il racconto che Ozpetek filma è una tragedia. Una vera “tragedia greca”, quella che W. Allen famosamente inseguiva ma non al suo modo. Una notte d’amore è tutta la vita, passata e futura. Una sorpresa e un’ossessione.

Senza un motivo particolare, forse solo per il titolo, ma Napoli velata richiama Alcesti, la sposa amata di Admeto, che si sacrifica per tenere in vita lo sposo. Eroina che Eracle libererà, riportandola in vita dagli inferi come donna velata. La città che vive e sanguina per i suoi estrosi concittadini.     
Özpetek vi fa convergere un mondo rutilante, di affetti e delitti, passioni e debolezze, verità e falsità. Sotto il filtro della vita ordinaria e ordinata, routiniera, “borghese”. Ma il tragico lo attraversa a ogni scena.
Una tragedia “colorata”. Non si canta, ma la ricetta è del melodramma, dramma d’amore. Con facce e suoni che sono un marchio, Anna Bonaiuto, Peppe Barra, la stessa protagonista Mezzogiorno - agonista e vittima come in ogni tragedia classica.
Ferzan Özpetek, Napoli velata, Sky Cinema

sabato 18 gennaio 2025

Scalfaro, Bossi, Occhetto e la fine dei comunisti

Trent’anni fa, più o meno a questa data, si poteva annotare:
“Non soltanto il Monaco ha santificato i «brancalegoni», i comunisti si affannano ora ad annetterli al loro paradiso. Che errore! Bossi può stare, e deve, solo a destra.
“Il Monaco crede di recuperare al suo Sogno Democristiano il Lombardo-Veneto perduto, ma questi sono brutti e cattivi, hanno solo voglia di cose lerce – del sottogoverno hanno già fatto indigestione.
“Baffino ripete l’errore di comunisti e socialdemocratici di fronte alle camicie brune e nere del 1933. I tempi certo sono diversi, oggi siamo ricchi e in ascesa, non in crisi - per quanto: nel 1933 si cominciava a stare meglio mentre oggi, ormai da qualche anno, serpeggia l’incertezza. Ma non è detto, le metastasi non sono un fatto di scienza politica.
“L’errore è doppio: a) pensare di sottrarre alla destra il suo voto più qualificante solo per l’opportunismo parlamentare di Bossi, mentre b) è la sinistra, intellettuali e popolo, che ne resterà, ne è già, infettata.
“Baffino (Achille Leone, pensare!) è un burocrate e i professori comunisti sono stanchi. Si risveglieranno fra un anno, massimo due, in un cantuccio all’inferno - e questo non sarà male: bisogna sbarazzarsi in qualche modo di questa zavorra, che ha perduto con l’accecamento settario (ah Berlinguer!) ogni funzione pedagogica di massa. Ma si lascia condurre da Scalfari, il cui compito è di dissolverlo. E la nostra guardia democratica saranno i preti e Berlusconi.
“È impressionante, fragoroso, il silenzio, le masse che tacciono. Il Monaco e Baffino si coprono con lo starnazzamento dei giornali ma il popolo non ha capito. Guarda forse ma non vede (traguarda), e tace – come nei paesi di mafia. La Bestia ha vinto, e pensare che è solo un piccolo travet di provincia, anche se lombardo.
“Il Monaco può avere completato il disegno di (attorno a) Di Pietro – forse ricattato. Ma i comunisti? Chi sono i comunisti italiani?”

lunedì 13 gennaio 2025

M – o l’indigenza in abbonamento

Irraccontabile, a una rivisitazione, l’indigenza di questa raccomandatissima serie – “mini”, ma già le prime due ore sono troppe. Di ideazione: lo stile “Gomorra – la serie tv”, degli sceneggiatori Bises e Serino, portato in politica e nella storia è una berlina, insostenibile. Della produzione: una serie storica in scene di compensato è un’assurdità – i voli a Fiume... Degli interpreti. Con lo stralunato Marinelli che non fa ridere, non mette paura e nemmeno è antipatico: fa un buffone che fa il buffone, insopportabile – era più espressivo nell’espressione, per quanto unica e sola, di “Diabolik” (istruito dai Manetti Bros?). Dei personaggi, tutti macchiette: Cesare Rossi - dobbiamo ridere?, Margherita Sarfatti amante da sveltina, la moglie e i figli una raccolta di poveracci.
La tesi è che Mussolini non era niente, un fallito, e che il Grande Capitale lo ha imposto? Storicamente si sa che non è stato così, ma non è necessario conoscere la storia. È che, narrativamente, un Grande Capitale non andrebbe ridotto a mezza scena – mezza frase. È un duce da varietà - come non è, pare, quello di Scurati, lo scrittore? Un varietà estratto da tre voluminosissimi volumi - o sono quattro? Da megaproduzione, come questa si vorrebbe?
Perché occuparsene? È curioso che la serie, furbamente ultrapropagandata prima, un capolavoro di arte promozionale, sia tuttora incensata. I critici della tv non guardano la tv, le serie che recensiscono? Neanche, di passata, qualche battuta sul cellulare?
Joe Wright, M – il figlio del secolo
, Sky Documentaries

domenica 22 dicembre 2024

Hegel, la Bibbia e la mafia

Il mafioso si sente Dio. Non dio, Dio nel vero senso del termine. Non una novità, si direbbe, ma l’allora giudice Scarpinato, punta di diamante della Procura diretta da Giancarlo Caselli, ne sa di più.
“Hegelianamente”, scrive, “potremmo dire che per il mafioso ciò che è reale è razionale, e ciò che è razionale ha un fondamento divino”. E non è tutto. Scarpinato porta a sostegno il teologo Giuè, alcuni parroci, un caso di inizio Novecento, in cui un capomafia di paese uccise un uomo che aveva violentato una vedova e la figlia di dodici anni, proclamando: “Ti uccido in nome di Dio”, e molti pentiti, Leonardo Messina, Gioacchino Pennino, Tommaso Cannella, Buscetta, e non pentiti, Pietro Aglieri, Bagarella, Santapaola, come impregnati di devozioni e rituali. Si serve pure di Sergio Quinzio: “In fondo la mafia era un antidoto all’avanzata di una modernità laica, che in nome della libertà avrebbe ridotto la fede cristiana ad un’opinione tra le altre”.
In conclusione: “Il capomafia costruisec Dio a propria immagine”. Ma anche se stesso a immagine di Dio, “non quello del Vangelo”, quello “biblico del Vecchio Testamento” – “un Dio padre severo e impacabile con chi osa trasgredire i suoi precetti”.
L’ennesimo tributo monumentale alla piccola realtà criminale che è la mafia, che sono le mafie. A specchio: ti faccio grande per farmi grande?  
Ora si vuole Scarpinato colluso, con Pignatone e altri buoni credenti, in coperture di pratiche mafiose. Chinnici, l’inventore del pool antimafia di Falcone e Borsellino, il giudice buono di Pif, “La mafia uccide solo d’estate”, che si ebbe un’autobomba, diffidava dei suoi applicati, Lo Forte e Scarpinato, che in una sorta di “diario” definiva manutengoli, pressappoco, Dc. Forse a torto, poiché dicei anni dopo Caselli affiderà praticamente a loro la Procura stessa, dopo le stragi del 1992 - Caselli non è Dc ma buon cristiano sì.
Roberto Scarpinato, Il Dio dei mafiosi
, “Micromega”, 1\1998, pp.45\91

lunedì 20 maggio 2024

Il toscano era il più latino

Per mille lire appena trent’anni fa, mezzo euro, una storia della lingua che, non così profusa come il Migliorini ma è altrettanto ben raccontata nei suoi sviluppi. Dal volgare illustre di Dante al Rinascimento, con l’apogeo e l’improvviso declino del latino, e quindi della promozione della lingua. Nelle fattezze del toscano. Una storia aggiornata fino ai “postgaddiani”, i dimenticati Silvano Ambrogi e Gianni Toti, con Vincenzo Consolo e Stefano D’Arrigo.
Un percorso noto, che però si racconta in modo affascinante. Il toscano s’impone non perchéèla lingua delle banche e le fiere, ma perché è il volgare più affine al latino. Filtrato dal provenzale. Come già, agli albori dellapoesia “italiana”, nela scuola siciliana, il dialetto o volgare si basava sulle parole di origine latina. Via Provenza: Iacopo da Lentini tiene a battesimo il sonetto dal provenzale “sonnet”, piccolo suono. Ancora Boccaccio usa il verbo a fine frase, “alla maniera siciliana”, altro aspetto del volgare latineggiante. Così in contempranea i “Proverbi de femene” in Veneto, serie di quartine anti-femminili, e a Genova nel 1190 circa il genovese del provenzale Raimbaut (Rambaldo) di Vaqueiras. E come si passa dal provenzale al “Novellino”? E il Dolce Stil Novo, naturalmente, che “nasce alla scuola del bolognese Guido Guinizzelli”.
Il toscano s’impone dopo che la Sicilia viene viene segregata dall’Italia, con la pace di Caltabellotta, 1302. Ma con lentezza, ancora nel ’500 la lingua di Dante è ritenuta priva di “decoro”. E prima del fiorentino erano in voga il lucchese e il pisano. Il toscano lo impone l’emiliano Ariosto, a metà Cinqecento: “Infarcito di padovano letterario e di latinismi nella prima edizione (1516), il ‘Furioso’ viene emendato nel 1521, e profondamente rivisto in senso toscano nel 1532”. Nelo stesso tempo il “modulo toscano” si diffonde in Europa – “non sono  poche le parle italiane fancesizzate: macarons, macaronique, parfum, balcon, …” – Lanuzza ne elenca una ventina. Sempre nel ‘500 compaiono “democarzia”, “luterano”, “potestante”, “gesuita”, “indifeso”, “concerto”, “bravura”, “bravata”, et al. “Scarrupato” è nel “Candelaio” di Bruno – coma “bardascio” (invertito).
Nel 1779 l’abate Galiani pubblica un trattato “Del dialetto napoletano”, ma lo scrive in toscano. Presto però si delinea una lingua che non è più il toscano. In contemporanea con Manzoni che risciacquava “i panni in Arno”, Leopardi invece annota, sulla questione se Firenze e la Toscana debbano sempre considerarsi il centro della lingua, che “è lo stesso che dire che gli italiani ddebbano scrivere in lingua antica e morta (giacché la letteratura toscana è morta”).
Non è inutile ricordare che Vittorio Emanuele II sapeva parlare solo piemontese e francese. E che “l’Italia è la nazione che, tenuto conto della sua superficie, ha più daletti”, e più pervicaci.
E altre cose interssanti. Sui dialtti - il friulano di Pasolloni è letteario, non propriamente dialettale. Sui gerghi (“sindacalese”, “sinistrese”, “burocratese”), gli anglicismi diffusi, i linguaggi settoriali, politico, pubblicitario, sportivo (“tutto aggettivi e sostantivi aggettivanti”), e le “parole interdette”, o turpiloquio, anche questo sempre più diffuso – “varietà gergale non disdegnata nemmeno dal papa Benedetto XIV, che, rimproverato di ripetere troppo spesso la parola ‘sporca’, sbraitava: «Cazzo! Cazzo! Lo ripeterò finché non sarà più sporca!»”.
Una rilettura benefica anche perché non se ne possono più fare – qualcuno ha studiato o studia la lingua e la sua evoluzione?
Stefano Lanuzza, Storia della lingua italiana, Tascabili Economici Newton, pp. 93 pp.vv.

mercoledì 1 maggio 2024

Sesso memorabile, nel fango

Rivisto dopo trent’anni, il film superpremiato di Jane Campion sorprende par la selettività del ricordo. Racconta di coloni inglesi in Nuova Zelanda a metà Ottocento, affaticati, imbruttiti, dalle poche, pochissime risorse, in un mondo di piogge, fango, assi e tronchi d’albero per casa, attorniati da nugoli di Maori chiacchieroni e ridanciani, dall’umore costante anche nelle avversità. Di un colono abbandonato dalla moglie, e di un altro che ha sposato per procura una vedova di cui nulla sa. Racconta di un mondo grigio, sradicato, primitivo (violento). Ma si rivede - classificato peraltro dall’emittente come “romance” - sulla memoria di un amplesso, due amplessi che fecero epoca. Filmati da Campion con luci e tagli d’immagine, di Holly Hunter e Harvey Keitel, da restare indelebili nella memoria – un minuto, due minuti, sulle due ore e passa di film? Sulle note di Nyman, il maggior compositore americano di fine Novecento, sul tema conduttore del film, che il compositore dice “The Heart asks Pleasure First”, il cuore vuole il piacere.
Il ricordo è selettivo, ma quanto?
Jane Campion,
Lezioni di piano

venerdì 26 aprile 2024

L’attimo fuggente di un’italiana nell’Iowa

Un film vecchio, non molto, 1995, ma di altra epoca, quando l’America non era in guerra, con se stessa e col mondo. Il racconto è sempre commovente, dell’insegnante di Bari, ora quarantacinquenne, finita casalinga nel profondo dell’Iowa, con un marito “pulito”, due figli adolescenti che poco la curano, e immersa nella solitudine. Che incontra la vita vissuta, e l’amore assoluto (cioè senza vincoli), in un giorno, due giorni, tre giorni della sua ordinaria vita. Un contatto breve e totale, che legherà anche lui, fotografo peripatetico dal “National Geographic”, che per caso si trova a passare. Dopodiché una vita nel ricordo, anche da parte di lui, che lei non può compartecipare con nessuno, solo col diario, tre volumi – dalla bianca copertina, come della prima Comunione.
Un documento anche di un’epoca non remota, in cui una giovane di belle speranze, innamorata dell’americano di base a Napoli, sceglie di partire con lui per “l’America” – non per l’Iowa, di cui nulla sa, “l’America”. E qui smette presto s’insegnare per seppellirsi nella “famiglia”. Bella e buona, e assente. In una vita ordinata, di pulizie e cucina – l’onnipresente radio sintonizzata sull’opera, quando i figli non le cambiano, come sogliono, stazione. Che un giorno conosce, a sua insaputa, l’amore assoluto – è premiata, di un grande premio.
L’altro miracolo è di una presenza “naturale” benché strana, di un’italiana di Bari che si seppellisce giovane tra i campi di granturco sterminati dell’Iowa. UN fondo italiano, devoto e insieme sentimentale, che si poteva attribuire al debito del regista con l’Italia, dove diventò il nome che è. Ma è giù nel romanzo dallo stesso titolo, che il film ricalca, di Robert James Waller, un economista nato in Iowa e attivo nell’Indiana, buon conoscitore evidentemente dell’Italia, che inaugurava con questo una serie di romanzi di successo. La doppia appartenenza del suo personaggio, qui Meryl Streep, all’epoca, ma non sono trent’anni, poteva sembrare naturale.
Clint Eastwood, I ponti di Madison County
, Iris

domenica 31 dicembre 2023

Europa esclusa, nuove potenze, politica dei brand, Kissinger aveva ragione

Questo smilzo - per le abitudini kissingeriane, di argomentazioni profuse - volume si riapre come un classico. Di chiaroveggenza. Che è utile riproporre - la sorpresa è quella di precedenti letture. Anche perché le guerre in corso, in Ucraina e in Israele, successive alla riflessione di Kissinger, vi si adagiano. Con l’America di Pelosi e Biden all’attacco, in Asia e in Europa, contro le politiche di bilanciamento (di moderazione) proposte da Mosca dieci anni fa, e ora, da tre anni, da Pechino.

La guerra russa all’Ucraina, guerra europea, la seconda guerreggiata dopo la fine della guerra fredda - la prima fu nella ex Jugoslavia, appositamente smembrata -, è parte del conflitto mondiale per le aree di influenza. Si svolge infatti attorno al tema, una volta finito nel 1990 l’immobilismo imposto dalla guerra fredda, dell’Europa: se deve – vuole, può - continuare a essere prim’attore della scena mondiale, o deve accontentarsi di un ruolo di comprimario commerciale, restando, nell’insieme e singolarmente, gregaria degli Stati Uniti. Gregaria nel senso del ciclismo: portatrice d’acqua, volenterosa collaboratrice, e qualche volta, nelle tappe minori, vincitrice in proprio, non per la classifica, per la soddisfazione.
La guerra di Israele sui “sette fronti” è caso esemplare di ingovernabilità, di rischio per la sicurezza - di un ordine mondiale debole (frastagliato, concorrenziale).
Europa, convitato di pietra
Questo non sembra il caso con Kissinger: l’Europa è, come anche  Israele, la grande assente dai suoi scacchieri. Ma proprio per questo è invece una presenza, in negativo: un convitato di pietra, il convitato di pietra. Ancora si ricorda il suo fatale “anno dell’Europa”, il 1973, che vide l’embargo del petrolio, i prezzi del petrolio e del gas triplicati in una notte, le domeniche a piedi, al buio, inflazione al 10 e al 20 per cento, un mese dopo la sua ascesa al dipartimento di Stato il 3 settembre - in coincidenza con il golpe sanguinoso contro Allende in Cile. È in Europa e con l’Europa che Kissinger assume la fisionomia di Stranamore, non con le bombe atomiche. 
L’“anno dell’Europa” fu utilizzato da Kissinger per agganciare il Medio Oriente, fino alla Persia dello scià, in funzione anti-sovietica, e insieme  manifestare la debolezza (dipendenza) dell’Europa? Nello stesso anno, non si ricorda ma ha progettato pure questo, ipotizzando un gasdotto North Star, dal bacino russo dell’Urengoy agli Stati Uniti attraverso il mare di Barents – contro i gasdotti dell’Eni… (cui tentava di agganciarsi la Germania, è vero). Che bisogna dedurne?Forse Israele c’entra. Forse Kissinger è sempre l’ebreo espatriato dall’Europa, dalla Germania, un’origine alla quale non ha mai sentito il bisogno di tornare – benché lo abbia marchiato a vita, nella parlata, nel modo di vita. Non espatriato, in fuga, nel 1938, con la famiglia, a quindici anni. La storia è fatta anche di eventi personali. Ma Kissinger, certo, ne sa di più.
Multipolare in Orwell
Si parla di mondo multipolare in “1984”, il romanzo fantapolitico di Orwell, 1949: nel 1984 il mondo è già diviso in tre, Oceania, Eurasia, Asia Est – Oceania è la Nato. Il multilateralismo che Kissinger qui (ri)spiega è la sua dottrina fin dal 1974, scritta in una brochure che circolò poco, discussa con i ministri degli Esteri di Francia, Germania e Gran Bretagna. Ai colleghi europei Kissinger prospettò sei fronti: la guerra civile in Jugoslavia dopo Tito, in Spagna dopo Franco, in Finlandia dopo Kekkonen, in Italia e Portogallo con i comunisti al governo, e il blocco di Berlino. L'Europa, dunque, votava alla guerra civile.  
Non bisogna sottovalutare Kissinger. Ai tempi in cui era attivo aveva l’abitudine di scrivere dieci anni prima quello che avrebbe fatto poi. In pensione, ha sempre saputo quello che stava per succedere, e come si poteva gestire, con la Cina, e su altri scacchieri. Qui si parte dalla pace di Vestfalia, il riferimento non si può evitare, Kissinger è pur sempre un vecchio trattatista, studioso dei trattati internazionali. Studioso della balance of power, nostalgico del Congresso di Vienna, il suo studio di dottorato, di cui non manca mai di fare menzione. Ma prima di Vienna, e non famigerato, viene l’equilibrio di potenza “vestfaliano”, il primo e più durevole tra gli Stati nazionali novellamente costituiti in Europa, col riconoscimento e la definizione del concetto di sovranità – senza contare che fu il capolavoro del cardinale Mazzarino, lo statista per eccellenza, come Kissinger lo concepisce.
Nel mondo nuovo post-ideologico e globalizzato ci vorrebbe una Vestfalia della globalità, un ordine mondiale. Kissinger lo intravede, e sa anche come gli Usa possono gestirlo – il punto di vista è naturalmente americano. Nell’interesse proprio e di ogni altro, è ovvio, altrimenti nessuna “pace” tiene - questo è molto importante, è il presupposto della diplomazia, della arte cioè della pace, che la presidenza Biden, in contrasto netto con gli otto anni della presidenza Obama-Biden, non intende praticare: la pace tiene se tutti vi hanno un interesse. Kissinger giunge al punto di prospettare una sorta di quinta colonna, in uno Stato per qualche verso ostile, che ne faccia gli interessi, per evitare uno scontro.
La cattiva opinione 
La novità è il posto che Kissinger assegna all’opinione pubblica. A quarant’anni dalla sconfitta in Vietnam, da molti imputata al “fronte interno”, alla tensione antibellica che fotografi e televisioni montarono implacabili, in America, contro la guerra americana in Vietnam. Qui l’allarme è preventivo. Le opinioni pubbliche sono sempre eccessive, nella militanza come nella passività, ma oggi sono qualitativamente diverse, e non per il meglio. Sono praticamente senza giudizio: l’“interazione quasi costante con uno schermo durante tutto il giorno” che “televisione, computer e smartphone formano”, è inaffidabile. Per “la sua enfasi sul fattuale piuttosto che sul concettuale, su valori plasmati dal consenso piuttosto che dall’introspezione”, dal giudizio. 
Per fattuale il realista politico intende superficiale: il vizio della navigazione oggi rimette in gioco tutti i dati della partecipazione, o controllo democratico. Non solo sugli eventi internazionali, sempre complessi, ma su ogni decisione di politica nazionale, dalle elezioni presidenziali alle scelte locali. Si perdono “la conoscenza della storia e della geografia”, e il senso comune, “la mentalità necessaria per percorrere sentieri politici poco battuti”. Lo spettatore inerme di questi giorni, accasciato sotto un profluvio di immagini di cui non gli viene data il nesso, non può che dargli ragione: l’opinione è più che mai manipolabile, anzi, la sua manipolazione sembra essere l’arma migliore – più distruttiva, meno cara.  
Condominio con le potenze asiatiche
Con questo limite, se esso non dilagherà sugli sviluppi internazionali, un ordine mondiale tuttavia si prospetta. Con al centro sempre gli Stati Uniti - nella “pax americana” cioè, che Kissinger mai pronuncia, insieme lenta e vincolante. Come un condominio multilaterale, allargato alle potenze asiatiche, Cina, India, Giappone, e a una voce latino-americana. Se la balance of power, Vienna-Vestfalia, è il pilastro dottrinale del Kissinger studioso, il multilateralismo è l’opera sua di statista da cinquant’anni, da quando nel 1969 fu associato alla Nsa, la National Security Agency, e poi al dipartimento di Stato. Teorizzato nel 1974, subito dopo la crisi del petrolio, è rilanciato ora su scala mondiale. Senza l’Europa.
Un multilateralismo, con assenza inclusa dell’Europa, che è lo stesso che si prospetta a Pechino, va aggiunto, all’altro estremo del manifesto globale – è un merito di Kissinger, un demerito? Anche a Pechino l’ordine americano è assunto nei fatti, non contestato. In un quadro multilaterale: Usa, Cina, India, America Latina (Brasile-Messico). Con un dubbio: se ci sarà una “potenza Europa”.
Una lettura che è una ventata di rinfrescante conservatorismo: Kissinger sarà stato l’ultimo maestro dell’arte diplomatica, ossia della politica intesa a tenere i popoli fuori della guerra. Lo studio e l’applicazione diplomatica sono in bassa stima, in questa epoca di wilsonismo a perdere, di moralismo e superficialità. Mentre le insidie sono dietro l’angolo.
La politica dei brand
Già nel 2015 Kissinger parla di campagne presidenziali trasformate in “confronti mediatici tra operatori internet”. Ancora senza QAnon e le spie russe, ma con i candidati ridotti a brand, a “portavoce di operazioni di marketing”. Anzi no, c’è pure il Russiagate: il Kissinger cyberanalfabeta sa già che “un portatile può avere conseguenze globali”. Anche senza complotto: “Un attore solitario con sufficiente capacità di calcolo può accedere al cyberdominio per disabilitare e potenzialmente distruggere infrastrutture chiave, da una posizione di quasi completo anonimato”.
Kissinger va anche un passo più in là, a un accordo sull’uso del cyberspazio analogo a quelli suoi sui missili e la potenza nucleare. “Una qualche definizione di limiti”, chiede, in “un accordo su regole di reciproco autocontrollo”. Il realpolitiker si fa a questo proposito profetico: il cyberspazio è “strategicamente decisivo”. Di più: la “prossima guerra” si combatterà in rete – che è la guerra di oggi, quale la vediamo.
Ha pure il populismo invasivo dei primi arrivati, “individui di oscura estrazione” liberi di manipolare la politica, al punto che “la stessa definizione di autorità statale può diventare sfuggente”. Le opinioni pubbliche sono sempre eccessive, nella militanza come nella passività, ma oggi sono praticamente senza giudizio: l’“interazione quasi costante con uno schermo durante tutto il giorno” che “televisione, computer e smartphone formano”, è inaffidabile. Per “la sua enfasi sul fattuale piuttosto che sul concettuale, su valori plasmati dal consenso piuttosto che dall’introspezione”, dal giudizio.
Fattuale per il realista politico è superficiale: il vizio della navigazione oggi rimette in gioco tutti i dati della partecipazione, o controllo democratico. Non solo sugli eventi internazionali, sempre complessi, ma su ogni decisione di politica nazionale, dalle elezioni presidenziali alle scelte locali. Si perdono “la conoscenza della storia e della geografia”, e il senso comune, “la mentalità necessaria per percorrere sentieri politici poco battuti”.
Henry Kissinger, Ordine mondiale, Oscar, pp. 411 € 16

giovedì 15 giugno 2023

Giallo filosofico

L’ateista di Brooklyn sghignazza freddo sulla fifosofia – e sulla stupidità. Joaquin Phoenix con un po’ di pancetta è un professore di filosofia conteso dalle università, e dalle donne dei campus, dirigenti, mogli, studentesse. Ma, non sa perché, è un po’ depresso e un po’ attaccato alla fiaschetta del whisky, e disprezza la filosofia che insegna. Al primo giorno le “stronzate” morali di Kant, del “pricnipio di veridicità” - bisogna sempre dire la verità, a qualsiasi costo: “Arriva la Gestapo, toc toc, scusi signore, che ha visto Anna Frank e la sua famiglia? Sì, sono in soffitta”. Al secondo le angosce di Kierkegaard. E per questo è adorato dagli studenti. Dalle studentesse, e da qualche moglie di professore al campus.
Tutto normale, tutto scontato, da sit-comedy da università Americana. Finché il professore non ritrova energia e voglia di vivere quando decide di eliminare “un parassita” - un giudice che potrebbe fare del male a una donna di cui ha infraudito l’allarme al caffè. Un uomo nemmeno corrotto, o cattivo, solo ordinario, prevedibile, tanto che ucciderlo è perfino semplice.
Un giallo filosofico. Con un finale brusco, che però lo rende incogruente: muore uno dei due natrratori della storia – e quindi come fa a raccontarla? W.Allen regista, sceneggiatore e produttore, ne ha probabilmente ne ha abbastanza di queste altre “stronzate” filosofiche, se si può fare il male a fin di bene, etc.
Un film svelto, da pezzo teatrale – solo dialogato. Un ultimo guizzo del Woody Allen serio, anche se nichilista. Che fa i conti con la filosofia anche nella sua parte più anarchica, dell’“atto gratuito”, del “delitto perfetto”, della “liberazione”.
W. Allen è un comico riflessivo, molto, sul linguaggio e sull’esistenza. Il suo primissimo amtrimonio, prima del riconoscimento e del successo, fu con una studentessa-studiosa di filosofia. Qui si muove sulla traccia tentata negli ultimi anni 1970, con “Annie Hall”, “Interiors”, “Manhattan”, seria anche se non filosofica. Ripresa nel 1997 con “Harry a pezzi”.
Un film del 2015, di prima del #metoo, che poi ha ostracizzato Woody Allen, ma considerato all’uscita atipico e passato sotto silenzio, che invece si mantiene vivo. Di situazioni e dialoghi da gag, anche se non divertenti.
Woody Allen, Innatural Man, Sky Cinema

sabato 29 aprile 2023

Galiani protofemminista

Si ha nozione dell’abate Galiani ilare e spiritoso, nelle lettere, gli scritti e la conversazione, a Parigi come a Napoli. Tanto quanto era disgraziato nel fisico – o saggio nelle quesioni di economia.  Ma in questa silloge non diverte quasi in nessun aneddoto. Lo spirito non va esibito.
Il napoletanistta Altamura, però aggiunge alla sua silloge delle spiritosaggini un saggio breve, anzi brevissimo, in forma di lettera da Napoli a Maname d’Épinay a Parigi nel 1771, sulla parità dei sessi, “Croquis d’un diaogue sur les femmes”, abbozzo di un dialogo sulle donne, che è un gioiello, di humour e finezza: l’anticipazione di un paio di secoli di molto femminista. La raccolta è per lo più di aneddoti “grassi”, boccacceschi – donne furbe e mariti cornuti, la solita solfa. Ma la realtà era già un’altra.  
Antonio Altamura, 
Frizzi e sorrisi dell’abate Galiani

martedì 21 febbraio 2023

Cosa non si fa per la presidenza, anche la guerra

Si ride, ma si trema anche, molto. Attorno alla (facile, accondiscendente) manipolazione dei media, dell’opinione pubblica, da parte del potere. Con una guerra finta – un attacco dall’Albania …. -  che un produttore fallito e uno spin doctor pazzo, Dustin Hoffman e De Niro, devono inventarsi un per sollevare il presidente americano in corsa per la rielezione da uno scandalo sessuale.
Un fim che si può ritenere un atto di coraggio, nel corso della seconda presidenza Clinton – della penetrazione-non penetrazione di Monica Lewinsky. Ma è anche pauroso, a distanza, viste le cose ora.
Barry Levinson, Sesso e potere

giovedì 16 febbraio 2023

Troppe tasse sui redditi, e sbagliate

La spesa ubblica è eccessiva. Incontrollata, incontrollabile, ingestibile, dispersiva. Improduttiva, specie a fronte delle risorse che sottrrae alla produttività, con l’imposizione fiscale sul reddito. L’imposizione fiscale sul reddito è a sua volta distorsiva più che peequativa: non produce la giustizia sociale che dichiara, mentre alimenta la spesa politica, di sottogoverno, a scapito degli investimenti, e soprattutto della “libertà d’investimento”, del sentirsi sicuri di non essere perseguitati, di potere operare in sicurezza. L’evasione ha un costo, ma evidentemente un costo che bisogna sopportare a fronte dell’onere fiscale.
Un’opera concisa e chiara, che ebbe due edizioni in due settimane, e poi è scomparsa. Mentre è attuale, ancora, dopo qasi quarant’anni. Se non altro perché ancora distingue fra evasione fiscale, erosione e elusione. Anche questa minima intelligenza della questione, lessicale, si è perduta. Dopo la “riforma Visentini” - l’“avvocato dei ricchi” © Scalfari – che tuttora fondamentalmente ci governa, dopo quasi mezzo secolo, non si è riusciti a fare più nulla: il reddito fisso paga, salari e pensioni, sempe più salato, e gli altri si arrangiano.
“La distribuzione del carico fiscale è considerata da tutti iniqua”. Perentoria e incontestata l’apertura – la prima riga - di pugno di Fuà. Troppe le tasse sul reddito. E troppo progressive. Anche per squilibri (automatismi) che l’inflazione aggrava - oggi come allora, nei primi anni 1980. Per “due fenomeni strettamente connessi: la dimensione della finanza pubblica, che essendo cresciuta vertiginosamente ha portato a un incremento assai accentuato della pressione tributaria”, senza alleviare la sperequazione sociale, “e il peso preponderante che ha assunto l’imposizione sui redditi”.
Un’analisi e un atto d’accusa di sinistra – con ripetuti riferimenti a analisi allora dottorali anche di Vincenzo Visco, che poi sarà ministro del Tesoro di vari governi “progressivisti” a cavaliere del 2000, autore del celebre motto “le imposte sono belle”. Fuà è stato l’economista forse più aggiornato del secondo Novecento, sui problemi dello sviluppo: collaboratore di Adriano Olivetti, di Enrico Mattei all’Eni, con Giorgio Ruffolo et al., di Gunnar Myrdal all’Onu, da ultimo creatore e animatore della “scuola di Ancona”, per la formazione del “capitale umano”. Rosini era un professore di Scienza delle Finanze, consigliere di Stato – personalità quasi istituzionale anche se fumantina: deputato Pci nella seconda legislatura (1953-1958), radiato dal Pci nel 1966 per indisciplina, vice-sindaco di Cacciari a Venezia, creatore e animatore degli Atei e Agnostici Razionalisti.
Una lettura spedita e comprensibile, che basterebbe riprendere quando si parla di evasione fiscale. Piena di verità semplici. “Se è problematico che la Pubblica Amministrazione danese riesca a spendere bene il 60 per cento del pil, come ci si può illudere che quella italiana spenda bene il 51 per cento?” (il 54,1 nel 2022). “L’opinione popolare diffusa negli ultimi decenni, che l’imposizione del reddito sia la forma di tassazione per eccellenza di un paese civile e non una forma come le altre, va energicamente combattuta”. L’erosione e l’evasione si legano a imposte sul reddito elevate – hanno un costo, che a un certo punto diventa conveniente. “L’aggravarsi del carico fiscale in Italia ha portato con sé, inevitabilmente, iniquità sempre più stridenti e quindi un crescente senso di ribellione”. Iniquità radicate nello stesso ceto sociale, tra familiari, coinquilini, conoscenti, tra chi paha il 50 per cento d’imposta e chi non paga niente. Senza contare la traslazione, che chi produce può sempre operare a danno dei clienti – dei più deboli: la “traslazione” non era considerata “quando l’imposizione diretta colpiva una parte relativamente esigua della popolazione e con aliquote che oggi giudicheremmo modeste” – ancora a fine Ottocento un’aliquota del 15 per cento “era considerata mostruosa”, un secolo più tardi “la maggior parte della popolazione è tassata con un’aliquota minima del 18 per cento” – oggi del 23 per cento.
Giorgio Fuà-Emilio Rosini,
Troppe tasse sui redditi

mercoledì 18 gennaio 2023

Il falso, ma non troppo, Messina Denaro

“Svetonio” è il destinatario, lo scrivente “Alessio” è Matteo Messina Denaro. Un falso d’autore, pubblicato quindici ani fa da Stampa Alternativa, di cui l’autore dovrebbe essere lo scrittore Michele Magno, che ne figura il curatore. Oppure un Tonino Vaccarino, personaggio vero, lo Svetonio destinatario. Le “lettere” prendono una trentina di pagine, Salvatore Mugno provvede al resto. Una corposa introduzione e una lunga vita del personaggio, circostanziata, che si legge come un romanzo, anche se è personaggio a una sola dimensione, il sangue degli altri (una vita ripresa e ampliata nel 2011, pubblicata come biografia del mafioso latitante).
Mugno dubitava dell’autenticità delle lettere – come ogni lettore. Ma non diceva l’ovvio: che le avesse scritte il destinatario. Destinatario figurando un “professore”, forse di Filosofia, forse di Lettere, che però non lo era, lo era la moglie, ma si compiaceva di esserlo, il Vaccarino, noto eccentrico di Castelvetrano, di cui pure è stato sindaco per un anno, con una fedina penale spessa. Da ultimo qualificandosi come informatore dei servizi segreti, dell’Aisi. Da cui “Alessio”, nome con cui si firma Messina Denaro, ovvio anagramma dell’Aisi stessa. Nonché di “assioma”, termine che “Alessio” usa spesso, spesso non congruamente. Oltre che all’assioma il latitante si compiace di riferirsi a Malaussène-Pennac, Toni Negri e Jorge Amado.
Insomma, uno scherzo. Ma impiantato su un fatto: Messina Denaro è stato uno scrittore compulsivo di lettere, i suoi “pizzini” al capomafia Provenzano erano lunghi pagine, dettagliati e prolissi. Di tale natura che Camilleri ebbe a dirlo nel 2007, nel libro “Voi non sapete”, “il latinista del gruppo”. Uno scherzo però avallato da molti. Dal cronista La Licata variamente sulla “Stampa”. Massimo Onofri, da accademico, ne attestò la veridicità.  
Un dramma siculo, alla Pirandello, in cui ognuno è non si sa chi. Castelvetrano si vuole cittadina ariosa, il paese di Giovanni Gentile, centro agricolo e agroindustriale ricco, è anche comune di Selinunte. Lo stesso Mugno, buon siciliano, non si priva di evocare Cellini, Caravaggio, Stradella come precedenti in fatto di “binomio artista-criminale” – come se ci fosse qui un artista – e Villon, Genet, Gregory Corso, “fino a certi nostri autori contemporanei coinvolti in vicende omicidiarie: Massimo Carlotto, Adriano Sofri, Cesare Battisti….”. E qui è evidente che in Sicilia qualcosa non funziona.
Ma non solo in Sicilia, anche nell’antimafia, con altrettanta evidenza – La Licata e Onofri non sono stati errori casuali e isolati. 
Il ridicolo avrebbe dovuto svuotare il terribilismo della mafia. Che è terribile solo nel tiro a segno, o nel plastico, a tradimento, mai a viso aperto, per il resto è sopraffazione, furfanteria e stupidità. E sicurezza di sé, soprattutto, quasi in regime d’impunità. Il superlatitante che si dice un perseguitato, vittima della mafia, a suo modo, anche lui, è un topos ricorrente, ma in questo caso – sapienza di Mugno-Vaccarino - perfino argomentato. O “Alessio” stava trattando la resa, con i beni – una parte dei beni – in libero uso ai familiari, “come già avvenuto con i familiari di Provenzano”.

La vita-romanzo di Denaro prima della lunga latitanza, ormai di venticinque anni, è semplice e fantastica. È figlio di un mafioso, conosciuto per tale, ma onorato fino ai trenta anni da tutta Palermo. È autore\mandante di almeno cinquanta omicidi,  a partire dai diciotto anni – e probabilmente dei dieci morti e 106 feriti degli attentati del 1993 sul continente, ai Georgofili e gli Uffizi, a via Palestro a Milano, a san Giovanni in Laterano e a san Giorgio al Velabro. Ma fino ai trenta sconosciuto, comunque non perseguito. A tempo perso faceva il gigolò – oggi toyboy – con altri coetanei di ricche signore di mezza età di Palermo. Con molte amanti giovani strafiche, tra esse un’impiegata austriaca dell’Hotel Paradise Beach, di cui farà uccidere il mite gestore, che scherzava sulle sue imprese amatorie.
Matteo Messina Denaro, Lettere a Svetonio