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sabato 27 aprile 2019

Problemi di base in più - 483

spock


Più – rime difficili
Ma si legge di meno o di più
Con i social e la rete? Di più
Si legge di fatto molto di più
Non si fa più che leggere
- e per questo anzi più non si parla -
Giusto il giornale non si legge più
Di politici pieno ai più invisi
Chiusi come sono nel palazzo
Di cui non frega a nessuno un c.

spock@antiit.eu

La litania del lutto


Valduga perpetua la sua strana poesia realistica di fantasmi – le memorie di Raboni, il grande amore, morto quindici anni fa. Sempre in quartine ma qui – nella città natale (“ogni estate a Belluno\ per almeno due mesi.\ Ma non frega a nessuno… \Né a me né ai bellunesi…”)? – meno fluenti (ispirate) che altrove, più costruite. Con rime anche “così” “così”, oppure “sì”. A rifare spesso Da Ponte conterraneo, il “Don Giovanni”. Consolandosi con Ripellino e Holan, “è solo il poetico a distruggere la poesia”: “È l’impoetico la mia poetica\ il poetico ammazza la poesia” - e  l’impoetico no?
Ma l’artiglio bernesco non si fa addomesticare. Con se stessa: “Io mi concedo qualche libertà,\ io mi edifico sulle mie rovine”. Benché chiusa su “Retecapri: tre canali\ che danno vecchi film in bianco e nero”. O all’osservatorio piatto del caffè in piazza. Con l’acufene dopo il morbo di Crohn. A macerarsi quando “gli handicappati salgono sul furgone:\ tre Down, un paraplegico, un idiota…\ Che vergogna la mia disperazione!” E col mondo: il Pd, il giornale, ahi, “i pezzi culturali”, radio 5 - “su radio 5 una pubblicità!”, oh scandalo. Ma sapendo della propria ipocondria – anche se non nella sua interezza (l’ipocondria è l’egoismo totale). E un finale drammatico: un ritorno all’adolescenza, alla vita senza maschera. Traumatico, sotto l’apparente scorrevolezza, tra “chi ignora e chi invece ha nel cuore\ la comunione dei vivi e dei morti”, citando da Raboni, “Quare tristis” – “la comunione dei vivi e de morti\ è senso e storia dell’animo umano”.
Le quartine sono annotate. Seguite da una petizione al sindaco di Milano perché apra un Centro culturale intitolato a Raboni nella sua città, nel vecchio Lazzaretto. E da un saggio sulla “lingua piana” di Raboni, riproposto dall’antologia che Crocetti e il “Corriere della sera” ne avevano proposto nel giugno del 2012. Ma sapendo di tesserne la litania: “È in questi anni del dopo-Giovanni\ che ho imparato a gridare senza suono”.
Patrizia Valduga, Belluno, pp. 12 € 14,50

venerdì 26 aprile 2019

La Liberazione di Bossi - Berlusconi prequel

Venticinque anni fa, per il 25 aprile 1994, si poteva scrivere:
“Bossi che sposta Berlusconi a destra, celebrando la Liberazione con la sinistra e schiacciandolo sui neofascisti, lui che ce l’ha più duro di tutti, fa sorridere. Ma è nella sua logica.
“Il fatto in sé non è importante. In poco più di un paio di settimane dal voto Bossi si è assicurato un numero incredibile di parlamentari, incredibile di fronte alla modesta percentuale di voti raccolti,  grazie al gioco delle “desistenze”, degli accordi pre-elettoral con Berlusconi e con gli stessi ex fascisti. Si è venduto bene, ha venduto il poco della Lega a molto. Ma la sua ambizione, quella di prendere i voti del Centro, ora di Berlusconi, resta intatta.
“Bossi ha vinto con Berlusconi ma in realtà ha perso. Voleva occupare il Centro, e invece il Centro glielo ha preso Berlusconi. E ora non sa cosa fare. Cioè lo sa, è nato cinico: spostare Berlusconi a destra, schiacciarlo su Fini, sui “fascisti”. e prendersi il corpaccione del voto moderato. Non subito. Dopo la messe di parlamentari, non si priverà del piacere di fare il ministro, anzi il vice-capo del governo – chi non lo farebbe? Ma il suo disegno resta scalzare Berlusconi, spingerlo su posizioni “estremiste”.
“Non sarà facile. Si dice Berlusconi una sorpresa. Ma, e se nulla fosse cambiato? Berlusconi non è Craxi, è Andreotti, il tessitore. Il suo partito è l’ex Dc, Bossi e Fini sono i soliti partitini di contorno rompicoglioni, cercatori di poltrone. La vecchia Dc di cui si tenta la ricostituzione, da Leoluca Orlando a Casini, sarebbe l’ennesima ruota di scorta: il grosso è berlusconiano.
“Berlusconi si può dire anzi un super-Andreotti, essendo riuscito a scongelare tutto il voto di destra, cosa che ad Andreotti non era riuscita. Questa novità non è da poco. E forse ha già qualche compromesso, sotterraneo, con la Quercia o le sue fronde. Questo può non essere vero, un accordo Berlusconi-ex Pci, per le Riforme o per la Patria,  ma è sicuramente il pensiero del capo della Lega. Che non è un bollito, non vuole fare il comprimario, e si ritiene solo all’inizio dell’ascesa.
“Bossi non lo dice ma schiuma rabbia: Berslconi è stato un fulmine inatteso per lui più che forse per lo stesso Occhetto, l’ex Pci con la sua sicumera. Una rabbia inversamente proporzionale all’acume. Se Occhetto ha sbagliato di pochi percenti, Bossi ha sbagliato di molto. Tanto più che lui frequentava Berlusconi, e sapeva quindi che voto voleva intercettare. Un voto che s’intercetta con la vaselina, non con la “menate”, questo lo capisce anche un bambino.
“Ma Bossi non ritiene di avere sbagliato – i Bossi non sbagliano. Né qualcuno gliene chiede ragione - la Lega è Bossi. Ma gliela farà pagare: Berlusconi dovrà temere Bossi, più che Occhetto e i media.
“Già oggi Bossi se ne è smarcato. Profittando della dabbenaggine dell’ex Pci e delle sue organizzazioni ausiliari: celebrare la Liberazione come un fattore di viisione,  la Liberazione cosa nostra mafiosetta – molto bossiana, si può anche dire”.

Ombre - 460

Un sondaggio Swg, società demoscopica vicina al Pd, dà tre italiani su quattro preoccupati dei possibili sbarchi di immigrati dalla Libia  in conseguenza della guerra in atto. In Libia non ci sono 800 mila migranti pronti a invadere l’Italia, come ha minacciato il presidente Serraj – 800 mila sono i lavoratori stranieri in Libia. Ma Serraj ha mirato giusto, per ottenere l’appoggio dell’Italia contro Haftar: l’immigrazione è – è ritenuta – in Italia una minaccia. L’italiano non recepisce altro messaggio che la paura.

“Salvini fascista\ sei il primo della lista”. Un spot gratuito nel giorno della Liberazione – Salvni potrebbe esserselo fatto da sé – ed efficace. Benché stagionato, anzi proprio per questo: c’è sempre “il comunismo in agguato”.

Interviste a pioggia a Di Maio, sul “Corriere dela sera”, su “la Repubblica”, su “Di martedì” e il resto de La 7, e altre testate pro-Pd. A preferenza di Salvini, l’altro vice-presidente.
Giornalismo non è: l’uomo è da poco, parla a caricatore, ed è superinflazionato, ogni giorno è dappertutto. C’è qualche business in corso? È voglia di salire sul carro? Sì, di portarlo all’alleanza col Pd. Accomunare due perdenti, per accelerarne la fine?

Siri-Arata è sempre più un caso di telefonate. Fatte e non fatte. O pubblicate ma non agli atti – quella, per esempio, in cui Arata dice il sottosegretario Siri un corrotto al suo servizio. Le intercettazioni in effetti si prestano a tutto, anche a dirigere le indagini, di un corrotto per esempio contro un concorrente. Degli affaristi del fotovoltaico, per esempio, contro quelli dell’eolico.

Le intercettazioni sono comunque falsificabili, per esempio quella a Napoli a carico del padre di Renzi. È strano che l’opinione “corretta “e “impegnata” (onesta, veritiera) si basi su di esse. Dovrebbe diffidarne: sono uno strumento sbirresco.

“Borghesi e istruiti” i kamikaze di Colombo. Tra essi i “figli di uno dei maggiori commercianti mondiali di spezie, con studi in Inghilterra e in Australia. Non c’entra il colonialismo né la questione sociale – sono cattivo perché sono povero. Forse nello Sri Lanka c’è quella politica, della maggioranza cingalese, buddista, contro la minoranza tamil, mussulmana. Ma è una politica a base religiosa. L’odio è proprio e solo religioso, perché non accettare la verità.

Da tre settimane Haftar marcia su Tripoli. Sembra il maresciallo Graziani - ne ha pure la figura, massiccia, quadrata. Il quale voleva arrivare a Suez in un paio di giorni, come con la corriera, ma si fermò a Alamein.

Haftar dice che bombarda l’aeroporto di Tripoli, e invece bombarda l’aeroporto dismesso di Tripoli, da alcuni decenni, che non riesce poi a occupare. Sembra un fantoccio. E si sa anche di chi: Macron, Sisi (Egitto), Mohammed bin Salman (Arabia Saudita – gli Emirati non contano). Ma della sua marcia e dei suoi danti causa non sappiamo niente: è così difficile fare informazione? Alla frontiera Sud dell’Italia.

Il Napoli continua a macinare sconfitte ma i tifosi in curva celebrano la vittoria un anno fa contro la Juventus – la tredicesima in venti anni e sessanta incontri. Non conta organizzarsi, giocare, vincere, conta l’odio. 
Governare è anche facile: basta dare un osso da azzannare, uno qualsiasi. Nel caso è la testata un anno fa di Koulibaly - che nei dodici mesi successivi tanti danni ha inflitto al Napoli.

Al centro dei debiti di Roma da passare allo Stato ci sono i boc, i bot comunali, sottoscritti da speedy gonzales Veltroni nel 2004: 1,4 miliardi, che costano 2,2 di interessi. Un affare troppo grossolano per essere un errore. Ma non solo l’intrallazzo, nemmeno l’errore viene contestato al buonista Veltroni. Non dalla Corte dei Conti. Non dalla Procura. Non dai media.

Si tenta al contrario di far risalire lo stato fallimentare del Campidoglio a Rutelli. Che si difende con le date e le cifre. Ma la sua risposta ottiene poche righe, quanto è necessario “ai sensi dell’art. 8”. C’è evidentemente qualcosa di marcio nel Pd, considerando che i media vi hanno il loro punto di riferimento.   

Pasqua di sangue per i cristiani in chiesa a Colombo. Ma il papa non si emoziona come tutti: a mezzogiorno legge la sua solita mezza paginetta d’invito alla pace, aggiungendo la condanna dei “mercanti d’armi”. Un fatto che commuove il mondo, indipendentemente dalla fede.

Subito dopo la notizia degli eccidi a Colombo, l’ufficio stampa del Vaticano fa rilevare che il papa in viaggio a Colombo tre anni fa aveva invitato il governo – la maggioranza buddista – a mettere su un piano di parità le minoranze – cioè i tamil musulmani. Il dialogo delle fedi è un dogma? Freddo.

La strage di Colombo segue a quelle del Cairo un  anno prima, di Peshawar due anni prima, ogni anno una strage. Negli altri casi contro i cristiani. In quali di quei paesi i cristiani comandano e fanno un torto agli islamici?

Su 250 milioni di cristiani che vivono in paesi a maggioranza non cristiana, quattromila sono stati uccisi nel solo 2018.
I cristiani erano un milione in Iraq sotto il cattivissimo Saddam Hussein, ora sono 70 mila. Col governo liberamente eletto, sunnita-sciita.

Incredibile Tombolini, l’ex arbitro, che alla “Domenica sportiva” nega due rigori evidenti alla Roma in Inter-Roma, forse per essere interista, oppure solo amico dell’arbitro Guida. Che Tombolini elogia molto. Senza che nessuno fra i conduttori e gli esperti lo corregga, se non con qualche ironia. Tutto si può dire, tutto il peggio. Non solo sui social, alla Rai.

I misfatti di Inter-Roma avvengono nel silenzio, anche questa volta, del designatore Rizzoli. Neanche un parola, neanche fuori schermo, sull’arbitraggio che ha falsato la partita: Milano non si disturba.

L’America trionfa nella stupidità

Padre inesistente, madre folle, marito incapace, a sua volta dotato di amici stupidi e criminali, ma bella e fortunata, la sola in grado di fare il triplo axel nel pattinaggio artistico – Tonya è la pattinatrice Tonya Harding. Specialità che si è trovata a coltivare per l’ambizione della madre, donna violenta.
Il racconto dell’altra America, ignorante più che povera. E violent: tutti si picchiano. Ma alla fine dotata di un linea di umanità. Anche perché conosce la legge e le dà valore.
Un racconto dolente più che cattivo. Senza essere pietoso: Tonya finisce sul ring, per fare un po di soldi, maciullata dai pugni e maciullatrice, poi sposa tranquilla e madre.
Uno degli ultimi film, originali e ben fatti, della Miramax. Un racconto alla Altman, di un’America incapace e autodistruttiva. Che però l’America sa raccontare. Senza moralismi, e anche senza colpa: la favola dell’America innocente sa trionfare anche nella stupidità.
Craig Gillespie, Tonya

giovedì 25 aprile 2019

Letture - 382

letterautore


Atridi – La classica Grecia ha un panteon sanguinario. In esso, benché tutto crudelissimo, gli Atridi riescono perfino a distinguersi, secondo Pavese perfido, per l’influsso di Artemide “arcadica e marina”. Nel paragrafo a loro dedicato nei “Dialoghi con Leucò”, “In famglia”, Pavese fa dire a Castore in stringente sintesi: “È una famiglia che in passato si mangiavano fra di loro. Cominciando da Tantalo, che ha imbandito il figliolo…”. O dal “sacrificio dell’atride Ifigenia, tentato dal padre”.

Entusiasta – È “Dio in noi” nell’etimo greco costruito da Madame de Staël. E da Lord Shaftesbury, il Sociable Enthu­siast autore della Lettera sull'entusiasmo, fautore della libertà di scherzo sotto il titolo Sensus Communis, nipote dell’omonimo Lord Cancelliere feroce antipapista —, un Dio che non è tragi­co, non è ingiusto, non è vendicativo, e si compiace della fran­chezza.

È anche il fanatico – il settario. Monsignor Knox ha posto sotto il titolo Enthusiasm, “termine trito, peggiorativo, normalmente malinteso”, il suo ponderoso studio sulle sette, quel fenomeno per cui “un ecces­so di carità” minaccia l’unità, quando una cricca, un’élite di uo­mini e (più importanti) di donne cristiane si prefiggono di vive­re una vita meno mondana dei loro vicini, di essere più ricettivi all'indirizzo (sentito personalmente, vi assicureranno) dello Spirito Santo”.
Lo studio di Knox, che entusiasmò i prelati del Concilio Vaticano II, deriva da John Locke, segretario del Lord Shaftesbury cancelliere: una lettura deviata del termine, vicina al fa­natismo. L’ambivalenza è riprodotta anche da Kant - di cui Herder diceva che fu “lo Shaftesbury della Germania” - nel periodo in cui Kant professa­va lo stile popolare, ma che nella sua anglofilia volle evidente­mente far posto anche a Locke.
Madame de Stl, che su que­sto tema conclude la bibbia del romanticismo, “Della Germania”, la vede dall’altro lato: “Il genio e l’immaginazione hanno anch’essi bisogno che si curi un po’ la loro felicità in questo mon­do. L’entusiasmo ci fa sentire l’interesse e la bellezza di ogni cosa. Inebria l’animo di felicità e lo rafforza nella disgrazia. Gli scrittori senza entusiasmo non conoscono, della carriera lettera­ria, che le critiche, le rivalità, le gelosie”. Con qualche contrad­dizione: sarebbe un connotato tedesco — “l’entusiasmo (è) la qualità veramente distintiva della lingua germanica — portato dallo spirito di sistema. E almeno una controindicazione: “Por­ta in generale alla tendenza contemplativa che nuoce all’azione: i tedeschi ne sono una prova”.

Eroi – “Hanno tutti avuto guai dalle donne”, nota Pavese nei “Dialoghi con Leucò” (“Gli Argonauti”), ed è vero. Dall’“Iliade” in qua, per non dire delle tragedie. E forse è il segreto di Penelope, della qualche attrattiva che mantiene benché non per avvenenza o fascino: per essere paciosa, non iraconda, non minacciosa.

Filippo de Filippi – Chi era costui? Gertrude Bell lo cita come persona conosciuta scrivendo all’amica Valentine Chirol il 6 febbraio 1913: “Ho abbandonato il piano Asia Centrale e l’ho scritto a Filippi”. Georgina Howell, in “A woman in Arabia”, un abbozzo di biografia di G. Bell, definisce De Filippi così, con “Nature” e la “Encyclopedia Britannica: “Cavaliere Filippo de Filippi, autore di molte pubblicazioni in italiano, inglese, tedesco, aveva invitato Gertrude a unirsi a lui nella spedizione scientifica al Karakorum nel 1913-1914. Nel 1928 divenne segretario generale dell’International Geographical Union”.
Il Dizionario degli italiani Treccani non lo cita, benché De Filippi ne sia stato redattore, per la parte viaggi e avventure. Il “cavaliere” c’è invece in wikipedia in inglese – molto accorciato nella versione italiana. Fu medico, professore alle università di Bologna e Genova, e poi geografo, altrettanto professionale e accademico, scalatore, esploratore. Fu cavaliere nell’ordinamento inglese: a Londra aveva sposato nel 1901, a 32 anni, la poetessa Caroline Fitzgerald, e a Londra ritornò nel 1917, a dirigere per due anni l’ufficio italiano di propaganda e informazione.  Già famoso come scalatore alpino, nel 1897 aveva organizzato col duca degli Abruzzi una spedizione in Alaska, dove scalarono per primi il Saint Elias. Nel 1903 aveva esplorato il Turkestan, passando per il Caucaso. Scrisse di una spedizione, cui non aveva preso parte, del duca degli Abruzzi sui monti Ruwenzori, alla frontiera tra Uganda e Congo. Nel 1909 col duca degli Abruzzi esplorò la catena del Karakorum. La spedizione cui di riferisce Gertrude Bell è del 1913-14, nell’Asia Centrale, Baltistan, Ladakh e Xinjiang: De Flipi ne ricavò un’opera in 17 volumi, su tutti gli aspetti della regione, etnologici, antropologici, topografici, geologici. In particolare, la spedizione determinò che il ghiaccio Rimo è stato lo spartiacque dell’Asia Centrale.

Greco – È stato a lungo sinonimo di levantino – ingegnoso, imbroglione. Anche in ambienti colti. Di Teseo che, “di ritorno da Creta, finse di dimenticare sull’albero le nere vele segno di lutto, e così suo padre credendolo morto si precipitò in mare e gli lasciò il regno”, Pavese dice (“Dialoghi con Leucò”): “Ciò è molto greco”.

Primo Levi – Sua madre e la madre di Vittorio Foa erano cugine. Nel 1942, ricorda Anna Foa in “La famiglia F.”, quando in carcere ebbe dai suoi la notizia della morte del padre di Primo, Vittorio Foa scrisse loro di Primo e della sua sorella Anna Maria, “i cugini botticelliani, angeli senza ali, coi soliti incerti confini tra l’angelicità e la mediocrità. Esiste un fondato sospetto che nel paradiso terrestre gli angeli  andassero a quattro gambe… Ricordo Anna Maria bambina, era riconoscibile una doppia possibilità di sviluppo: o in una inverosimile scialbezza o in una singolarissima spirituale originalità: le probabilità sembravano allora addensarsi sulla prima ipotesi. Il ragazzo era allora troppo timido, ma sono passati tanti anni. Per Anna Maria si realizzò la  seconda ipotesi”. Uscito dal carcere un anno dopo, a fine agosto 1943, Foa corteggiò Anna Maria vivacemente. Poi si legò con Lisa Giua, staffetta partigiana. Ma per gli ottanta anni di Anna Maria le manderà ottanta rose rosse.

Meschino – Meglio ancora alla siciliana, mischin(u), molto usato da Camilleri, è letteralmente arabo, del Nord Africa e del Levante. In questa pronuncia Gertrude Bell lo rileva in un episodio di “The Desert and the Sown”, il viaggio in Siria e in Palestina, con la corretta definizione: “Una parola che copre ogni forma di leggero disprezzo, da quella che si applica alla povertà onesta, fino a, attraverso la stupidità, i primi stadi di debolezza mentale”.
Ora in disuso – eccetto che nel “Giudice meschino”, il trittico thriller di Mimmo Gangemi.

Migranti – In “Profezia”, la poesia a forma di croce, del “Libro della croce” (poi nella raccolta  “Poesia in forma di rosa”), Pasolini profetizza gli sbarchi dalla Libia. Nel quadro di “Alì dagli occhi azzurri”, la storia che poi svilupperà e che gli è stata raccontata, spiega nella dedica di “Profezia”, da Sartre. “La grazia del sapere\ è un vento che cambia corso, nel cielo. Soffia ora forse dall’Africa”, Pasolini a un certo punto riflette, dopo avere messo “il contadino calabrese” in sintonia e in urto con “l’operaio di Milano”. E poi decide per il vento del Sud, si direbbe: “Alì dagli Occhi Azzurri\ uno dei tanti figli di figli,\ scenderà da Algeri, su navi\ a vela e a remi. Saranno\ con lui migliaia di uomini\ coi corpicini e gi occhi\ di poveri cani dei padri\ sulle barche varate nei Regn della Fame. Porteranno con sé i bambini…..\ Sbarcheranno a Crotone o a Palmi,\ a milioni, vestiti di stracci\ asiatici, e di camice americane.\ Subito i Calabresi diranno\ da malandrini a malandrini: «Ecco i vecchi fratelli,\ coi figli e il pane e formaggio»!\ Da Crotone o Palmi saliranno\ a Napoli, e da lì a Barcellona,\ a Salonicco e a Marsiglia,\  nelle Città della Malavita.\ Anime e angeli, topi e pidocchi,\ col germe della Storia Antica,\ voleranno davanti alle willaye”.   

Occidente – “Per gi antichi l’Occidente – si pensi all’ «Odissea» - era il paese dei morti”, C. Pavese, “Dialoghi con Leucò”.

Odisseo – È l’uomo solo. Non ha amici né compagni all’assedio di Troia, dove pure è un re. E nel lungo ritorno non ha affetti né interessi, se non, alla fine, per un cane, il figlio e la moglie.

letterautore@antiit.eu

Bambini alla discarica

Un racconto morale, sulla necessità per i genitori di prendersi cura dei figli. Con un lieto fine. Ma ossessivo, perfino violento. Di infanzie abbandonate di periferia, in una periferia del mondo, come in una discarica, da una discarica all’altra, tra senzatettto, sans papiers o immigrati clandestini, rifugiati di varie guerre, si menziona la Siria, bambine date in sposa e violate a undici anni, piccolo furti, piccolo trucchi, e trafficanti di adozioni e di documenti.
Labaki fa tirare alla fine una morale in tribunale, dove il protagonista, forse dodicenne forse quindicenne, condannato per aver accoltellato il marito stupratore della sorellina data in matrimonio, trascina i genitori: vuole fargli causa perché lo hanno messo al mondo. Ma l’apologo, insistito, è crudo. Con alcuni non detti anche ingiusti. L’ambiente cristiano – non si vedono barbe né veli. Che però nel mondo arabo non è alla barbarie che si vede nel film, stupidità, ignoranza. Beirut - il luogo non è detto ma si sa che è la capitale libanese. In estrema povertà, ma Beirut non è una città di 2-3 milioni di abitanti sulla quale gravitano altrettanti rifugiati, siriani, palestinesi e di altrove, la metà della popolazione del Libano? E non è crudele con gli immigrati, o meno che altri apesi più ricchi e meno affollati. Il contesto non è necessario? Sì, in un’opera d’arte. In un apologo. In una denuncia.
Un favolello amaro. L’impressione che Labaki lascia è della zingara che chiede l’elemosina col lattante in braccio addormentato tra gli stracci: di una forzatura. Tra pietà e ripulsa. Lavorando con i bambini è facile, ma è anche giusto?
Nadine Labaki, Cafarnao


mercoledì 24 aprile 2019

La giustizia politica è buona e fa bene - Cronache dell’altro mondo (34)

“Robert Mueller ha intralciato la sua propria indagine tanto quanto Trump”, “The Nation”. Se non è zuppa è pan bagnato. Un giudice che non condanna è un complice, logica ferrea. In questo caso un corrotto e un corruttore: chissà dove questo giudice ha preso i soldi o le convenienze di cui fare mercimonio, e che gliene viene, ma questo non importa, l’americano ci crede.
S’interrogano il partito Democratico, specie le donne neo-elette alla Camera dei Rappresentanti, in pose da modelle, e i media nella quasi totalità, sulla convenienza di mandare Trump a giudizio per “ostruzione alla giustizia” (in Italia “intralcio alla giustizia”, art. 377 c.p.: “Chiunque offre o promette denaro o altra utilità alla persona chiamata a rendere dichiarazioni davanti all’autorità giudiziaria”, testimoni, consulenti, esperti…) sulla base del rapporto del Procuratore speciale per il Russiagate, Mueller. Non sulla possibilità, sulla convenienza. Si interrogano non sull’evidenza che il rapporto Mueller possa dare di intralcio alla gustizia. No: s’interrogano se la messa in stato d’accusa di Trump abbia l’effetto di indebolirlo politicamente oppure, al contrario, di mobilitare i suoi elettori, se ne ha. Non se ne discute in sede politica, si sa come la politica funziona, tra i ricatti, ma di pubblica opinione, come un argomento etico, di giustizia morale.
Perfino peggiore è la soluzione: la cosa migliore, si dice, si dice liberamente, sarebbe di mettere Trump sotto accusa in prossimità del voto voto presidenziale di novembre 2010. Che il presidente degli Stati Uniti abbia commesso un delitto, o non l’abbia commesso, è cosa secondaria. La giustizia politica è il peggiore dei misfatti di regime, si definisca questo pure democratico. Ma in America si reputa normale e anche doverosa – è il “cioccolatte” Perugina del cav. grand’uff. duce Mussolini, che era buono e faceva bene.
Chiede il “New Yorker”, rivista culturale di gran nome, se gli influencer, “da Shakespeare a Instagram”, non ci abbiano “per secoli costretti ad ammettere una scomoda verità. Non siamo interamente auto-determinati né autocentrati”. Bella scoperta – qualcuno al “New Yorker” pensava di esserlo?
E Instagram come Shakespeare?

La Cina tra noi

In occasione della visita di Xi a Roma, e dell’accordo sul piano cinese di investimenti infrastrutturali, detti alla Marco Polo della Via della Seta, la Germania e la Francia hanno lamentato pubblicamente la condotta italiana, come quella che ha minato la posizione europea. Ma in realtà l’Italia viene molto dietro la Germania, la Gran Bretagna, la stessa Francia, l’Olanda, il Belgio, negli affari con la Cina.
In Italia, in occasione della visita di Xi, si sono contati 168 investimenti cinesi, per un totale di 13 miliardi, per un fatturato complessivo analogo, di 13 miliardi. Ma, all’infuori di Pirelli (un investimento da 7,3 miliardi), i maggiori investimenti sono stati nell’Inter e, sfortunato, nel Milan. Il resto è poca cosa: piccole aziende, o piccole quote, non dirimenti, in Fca, Tim, Enel, Generali, Ansaldo Energia, Terna, Cdp Reti, Berio, Krizia, Esaote.
In Gran Bretagna gli investimenti sono stati 227, in Germania 225. In Francia, Olanda e Belgio gli investimenti sono stati dello stesso ordine di quelli in Italia, rispettivamente 89, 82 e 78. Ma di grande portata: il porto di Rotterdam e quello di Zeebrugge. Più i porti del Pireo, di Bilbao e di Valencia. In Gran Bretagna l’interesse cinese è sull’aeroporto di Heathrow, in Germania su quello di Francoforte.
In totale, la Cina ha effettuato 678 investimenti in Europa, 360 dei quali con l’acquisizione del controllo o della totalità dell’impresa.

La semiologia tribale dell’odio

Si può dire anche, a proposito della semiologia tribale del professor Grasso
che essa è, in questa epoca social, un test-case da semiologia dello hater – l’odiatore mediatico. Non si vede altra ragione della sua intemperanza contro Caressa, per una partita che non ha visto.
Il cronista sportivo di Sky deve tenere alti gli ascolti, che in una partita Juventus-Ajax sono inevitabilmente juventini. Gli stessi che Sky ha sponsorizzato per anni. E poi ha provato a recuperare uno per uno, dopo la batosta di Calciopoli – salvo, fatta la retata con l’esclusiva Champions quest’anno, passare le partite di cartello di questa squadra a Dazn, piattaforma creata apposta, per un altro abbonamento (di questo non un cenno dal semiologo tv: troppo volgare, il business è volgare?). Dunque, non è con Caressa che ce l’ha, e non solleva un problema di deontologia cronachistica: parla male del cronista per (non poter) parlare male della Juventus, da torinista.
Il professore sembra uno di quei tifosi della Roma – il romanista è il “tifoso deluso” tipo – writer compulsivo che si consola sui muri e i portoni con “Magica Roma!”, dopo aver scritto sul cassonetto “Sede Juventus”. Uno che crede che la sua squadra non vince, specie con la Juventus, da tempo immemorabile, una sola vittoria in venticinque anni di derby, perché gli arbitri non glielo consentono, non perché non fa gol - una specie di Simone Inzaghi della semiologia.

Come (non) si perseguivano i rapimenti di persona

“Aveva infranto le regole tribali ed era stato messo ai margini”. O come (non) funzionano le questure. A Perugia dove Aurelio Zen, che in polizia pensava di fare il poliziotto, è stato mandato nella solita missione-punizione per un capriccio di sottogoverno. Un giallo anomalo, le colpe accumulandosi dalla parte degli inquirenti. Con in più, siamo in Umbria, il Pci – il romanzo è del 1988, è la vigilia, ma il Pci non se ne è accorto, fa manifesti,  agita i giudici, dirige le indagini.
Un giallo a scatole cinesi. Su un rapimento di persona. Non escluso il falso rapimento alla Sindona. Che s’impone probabile più che possibile, dato che le polizie non fanno indagini ma attaccano il chiodo, dove vuole il padrone. Tanto più per un rapimento, affare di denari e danarosi, finto o vero che sia – chi ha i soldi paghi.
I topi non fanno il nido, ma nelle polizie ci riescono. Ci voleva un autore non italiano per dire quello che tutti sanno, che l’apparato repressivo italiano non ha nulla delle polizie di tutto il mondo, del concetto di polizia.  Burocrati al meglio, piccoli, l’uno contro l’altro armati. “Nove sequestri di persona su dieci non venivano comunque risolti”, le famiglie pagavano e la cosa finiva lì. Un disservizio servito dalla “informazione” giudiziaria, dai topi di questura: “Le rivalità all’interno delle questure generalmente assicurano che un evento destinato a danneggiare la reputazione di qualcuno sia riportato dalla stampa locale”.
Non un “nido” in realtà, ma un “ammasso di topi”, come spiega il testo a un certo punto. Un viluppo di topi che s’intrecciano con le code, vivendo in spazi ristretti, al punto di non potersi divincolare, e così formano una unica mostruosa “creatura”. Ci voleva uno straniero pure per raccontare le tecniche e le tattiche dei rapimenti di persona, che hanno flagellato l’Italia impunemente per un trentennio buono a fine Novecento, a decine, centinaia, ogni anno. In una sorta di condivisione universale del crimine - “I criminali hanno le stesse aspirazioni delle altre persone. Ecco perché diventano criminali”.

L’ammasso o nido di topi, o “re dei topi”, “Focus” tende a escludere, “poiché non se ne sono trovati mai”, ma a Perugia sì? Il romanzo è anche di di Perugia non amata, “razza di bevitori”, stupratori, assassini. Attorno alla non amata università per stranieri, tra ragazze nordiche disorientate, già allora, molto prima di Meredith Kercher, e barbuti khomeinisti. Una città inesistente, se non per intrighi di bassa politica. Dalle biblioteche arcigne. Un disdegno esteso ad Assisi e ai francescani – al francescanesimo di plastica e cattivo gusto.
Michael Dibdin. Nido di topi, Passigli, remainders, pp. 334, ril. € 7,75

martedì 23 aprile 2019

Il mondo com'è (372)

astolfo


Armeni – Il massacro degli armeni, popolazione cattolica, in Turchia divenne parte dela secna politica turca nell’instabilità introdotta nel regime ottomano dai Giovani Turchi, il movimento liberale costituzionale turco che nel 1908 riuscirà a imporsi al sultano Abdul Hamid II. Dapprima in una sorta di free for all, di licenza dall’ordine e la legge, poi in reazione al movimento liberale, con l’appoggio delle autorità militari. Nel’autunno del 1907 nelle città di Konya, Mersin, Adana, pogrom s’improvvisarono violenti, con l’assassinio di centinaia di armeni. Il vice-console inglese a Konya, Doughty-Wylie, un tenente colonnello eroe di guerra in Sud Africa (guerra boera) e in Cina (ribellione di Tientsin), raccolse una posse di militari turchi per pacificare le folle inferocite – fu per questo decorato, da re Edoardo e dal sultano.
Ma era stato il sultano, lo steso Abdul Hamid II, a indicare negli armeni i nemici del popolo, fin dal suo accesso al trono, nel 1876. Promuovendo poi, negli anni 1890, una serie di pogrom sanguinosi, con diecine di migliaia di morti, forse duecentomila. Con il costituzionalismo restaurato dai Giovani Turchi, la comunità armena, forte in Cilicia, cominciò a organizzarsi politicamente. Ma il colpo di coda del sultano l’anno seguente, col sostegno dei generali, portò alla distruzione della comunità di Adana, con almeno 20 mila morti accertati, e forse 30 mila – più un migliaio di assiri. Per mano della popolazione più che dei militari.  

Femminismo contro femminista – Il suffragio femminile, di cui furono avvocate radicali in Inghilterra a cavaliere del 1900 le suffragette di Emmeline e Christabel Pankhurst, queste fino al terrorismo, e le suffragiste, trovò resistenze anche tra femministe convinte come Florence Nightingale e Getrude Bell. Il suffragio femminile in sé, non il suffragio universale, come da lì a poco si comincerà a richiedere.
La limitazione era argomentata sulla base delle leggi vigenti, in materia di proprietà, e sul principio del voto responsabile. A questo presupposto obbedivano le leggi che legavano il voto al censo: la presunzione era che il censo garantisse un minimo di acculturazione, necessario per esprimere un voto libero e motivato. Su questo presupposto il voto era stato gradualmente esteso in Inghilterra dal 1832, dal primo Reform Bill, al 1884 da mezzo milione a cinque milioni di elettori. Un quarto della popolazione maschile del reame.
Le leggi sulla proprietà passavano i beni della donna al marito in caso di matrimonio. Essendo tre quarti della popolazione maschile, o lavoratrice, esclusa dal voto, l’argomento era inoltre che non si poteva duplicare la platea elettorale estendendo il voto alle donne, sempre nell’ottica del voto con conoscenza di causa e responsabile. Anche il voto limitato alle donne non sposate allo stesso modo che agli uomini, sulla base del censo, veniva contestato: si sarebbe aperta la strada a persone non necessariamente responsabili, quali casalinghe nubili o vedove, e donne autonome ma di poca virtù.
Due donne eminenti, molto intraprendenti in proprio, Florence Nightingale e Gertrude Bell, di famiglie importanti - la prima di grandi proprietari terrieri, la seconda di grandi industriali – ma liberali, lettori di John Stuart Mill, convinti dell’uguaglianza di genere, si dichiararono contro il voto alle donne. Inferma e ritirata la seconda parte della sua vita, Florence Nightingale (chiamata Florence perché nacque con i genitori in vacanza a Firenze; la sorella minore, che nascerà a Napoli, sarà chiamata Parthenope) rifiutò di sottoscrivere i manifesti di Pankhurst e anche le attività più limitate delle suffragiste. Gertrude Bell, che successivamente nel Medio Oriente ottomano e post-ottomano sarà personalità estremamente libera con incarichi da statista, aderì alla Anti-Suffrage League promossa nel 1909 da una ventina di “pairesses”, nobildonne mogli di membri della camera dei Lord, e fu probabilmente l’attivista principale dietro la raccolta di 250 mila firme contro il voto alle donne che la Lega riuscì a produrre all’esordio.

Germania – Fu dominante per un secolo, dalla Restaurazione post-napoleonica a dopo la prima guerra mondiale, alla repubblica di Weimar. Nella cultura prima che - e più che - nella politica. “Epoca fulgidissima”, attesta Croce nella “Storia d’Europa nel secolo decimonono” e nell’articolo-saggio “La Germania che abbiamo amata”, 1936. Ma non predestinata, aggiunge, né opera specifica della Germania, o solo del popolo tedesco, “tanto è vero che passò” – “passò come l’Ellade di Pericle, l’Italia del Rinascimento, la Francia di Luigi XIV”, ma passò. Esito anche di una certa dipendenza, nota lo steso germanofilo Croce, ricevendosi questa idea della Germania guida come “pia credulità e superstizione che tutto quello che i tedeschi continuavano a scrivere avesse una serietà e una profondità che non si ritrovava nei libri delle altre lingue”.

Populismo – È di sinistra più – e prima – che di destra. Di molti movimenti popolari russi a fine Ottocento. E degli analoghi americani tra fine Ottocento e primo Novecento. Anti-establishment e anche anarcoidi, anti-Stato. Lo è stato in Europa di recente, prima che deflagrasse a destra con la Lega in Italia e movimenti analoghi in Olanda, Inghilterra, Spagna, Grecia: con i primi anni del governo greco di Tsipras, quelli del suo ministro delle Finanze Varoufakis.

Populismo monetario – Viene da sinistra la Moderna teoria monetaria, Mmt l’acronico americano, ossia la spesa pubblica senza limiti, per i poveri e per investimenti, o  del debito\spesa senza limiti, se non l’autonoma decisione dello Stato. La moneta considerando solo uno strumento politico.
La teoria è di origine americana. Ma è stata proposta per ora solo in Europa. Dal ministro delle Finanze del primo governo Tsipras, all’epoca della quasi insolvenza, Yannis Varoufakis. Che era a sua volta consigliato da James K. Galbraith, un economista dell’università del Texas, figlio del Galbraith della “società affluente” e del complesso militare-industriale, nonché ambasciatore in India. Con Galbraith Varoufakis era arrivato, nel momento più duro della tratativa con Bruxelles e col Fondo monetario internazionale, a ipotizzare una moneta parallela all’euro, la “nuova dracma”, con la quale alleviare i tagli drastici della spesa imposti dagli accordi internazionali. Posizioni analoghe, di deficit spending a domanda, sostennero alcuni consiglieri di Sanders nella campagna per le primarie democratiche che perse contro Hillary Clinton nel 2016, e da alcuni esponenti nuovi del partito Democratico Usa, specie dalla neo deputata Alexandria Ocasio-Cortez – la partigiana del tacco 12.
Elaborata in Germana sul finire dell’Ottocento da Georg Friedrich Knapp, un economista cosiddetto “padre” della “scuola cartalista”, in opposizione alla “scuola metallista”, della moneta stampata a volontà dallo Stato per i suoi bisogni, senza alcuni limite sterno, di riserve auree o altrimenti metalliche a cui rapportarsi, la teoria fu presa sul serio nella fase in quel secolo di prolungata deflazione. Di debolezza dell’economia, dei consumi, della produzione. Ebbe una ripresa subito dopo il  crac del 1929. Poi è stata accantonata.
Di poco peso ora in Europa, è invece al centro del dibattito negli Stati Uniti. Sempre a opera della sinistra politica, che oppone la Mmt alla politica “di destra” delle riduzioni fiscali. Sia da parte dei politici democratici al carro di Sanders sia, paradossalmente, da parte degli economisti di sinistra suoi critici. Tra essi l’economista premio Nobel Paul Krugman, due ex capoeconomisti del Fondo monetario internazionale, Kenneth Rogoff e (ai tempi dell’austerità stringentissima, sull’Italia, la Grecia, eccetera) Olivier Blanchard, e Larry Summers, l’economista che fu ministro del Tesoro di Clinton, rettore di Harvard, capoeconmista di Obama. Che non sponsorizzano apertamente la Mmt, anzi la dicono superficiale, ma le danno il merito di opporsi ai “bisbetici del deficit” (Krugman), ai “fondamentalisti dell’austerità” (Summers).

Westminster – Ovestmistero? Il romanziere Dominique Fernandez trae questa dizione da Benvenuto Cellini, nella parte dei “Ricordi” in cui rifiuta l’invito a Londra dello scultore Pietro Torrigiano, che cercava un aiuto per i tanti lavori che il re d’Inghilterra Enrico VIII gli commissionava – da ultimo un sarcofago per se stesso. Torrigiano, dice Cellini nel romanzo di Fernandez “La société du mystère”, era venuto a Firenze per convincerlo ad “arricchire di sculture in bronzo quella tomba, nell’abbazia di Ovestmistero, dove interrano i loro re”. L’abbazia essendo benedettina linferenza Cellini-Fernandez si pensa solida - brutto servizio U. Eco ha fatto a san Benedetto col “Nome della rosa”.

astofo@antiit.eu

La domatrice delle tribù, alla nascita del nazionalismo arabo


“Le tribù della Mesopotamia”, uno dei paper  per il manuale “The Arabs in Mesopotamia”, a uso dei funzionari inglesi, sulle tribù irachene, all’ingrosso e al dettaglio, è quello che ci manca per la Libia di oggi. Anche per l’Iraq dopo la guerra a Saddam Hussein. Dettagliato, tribù per tribù, fattuale, realistico e acuto, come tutti i suoi scritti, preciso nei riferimenti, tutti veritieri e non inventati  - come T.E.Lawrence ha voluto dire di molti suoi scritti. Ancora oggi valido per l’Iraq, nella professione sunnita o sciita dei vari gruppi tribali. “I Sabei” altro capitolo a seguire, è valido e utile ancora oggi. Ma, soprattutto, sull’un tema e sull’altro, le tribù e i Sabei, nulla si sa oggi, un secolo dopo, più di quanto sapeva Gertrude, anzi non se ne sa nulla: l’Europa ha da tempo finito di scoprire il mondo, anzi in questo come in tutto il vasto mondo delle conoscenzse si pensa “nata imparata”.
Segue, in questa antologia, la “Review of the civil administration of Mesopotamia”. Come l’Iraq fu ricostruito dopo la liberazione dai turchi nel 1917. Quello che non è stato fatto, nemmeno tentato, in Iraq dopo l’abbattimento di Saddam Hussein – in Libia dopo Gheddafi: ricostruzione materiale, ricostituzione dell’amministrazione, eliminando la corruzione endemica, quindi con un guadagno, del fisco, della sanità, della scuola, delle forze di sicurezza, creazione di uno Stato unitario. Proprio così: in pochi mesi, ascoltando a facendo valere le intenzioni di tutte le tribù, una per una, un referendum vero, per una creazione nuova per loro, uno Stato. Con un re a capo – un re straniero, eletto: un miracolo. Nel mezzo avendo superato un  jihad, anti-britannico, anti-europeo, in tutto l’Iraq. Nel 1919 la produzione era quattro volte quella sotto amministrazione ottomana prima della guerra, le entrate fiscali dieci volte.
Gertrude Bell non ha la fama di T.E.Lawrence – non ha avuto un “creatore” analogo, il giornalista Lowell Thomas, che gli costruì una vita da eroe vivente, e lo propagandò in tutto il mondo. Ma con lui ha condiviso l’Ufficio arabo al Cairo dal 1915 in poi, per indurre gli arabi alla guerra contro i turchi. La mente vera della sollevazione araba, 1915-1917, e di Londra nel mondo arabo dopo la fine della guerra, che a differenza di Lawrence seppe portare sulla scena internazionale. In un percorso meno eroicizzante ma solido e di senso politico - che sarebbe stato molto più produttivo di quello che poi è stato se fosse stato seguito ovunque alla dissoluzione dell’impero ottomano. Lawrence non protesse e non difese a Versailles il principe Feisal, al seguito del quale aveva fatto la cavalcata liberatoria in Siria: la Siria fu passata alla Francia, Feisal fu lasciato solo in albergo, con la sola assistenza di Gertrude Bell, che invece ne farà il re, eletto, dell’Iraq, il primo Stato arabo indipendente, uno appositamente costruito per abituare gli arabi alla concezione dello Stato e all’indipendenza, gli arabi dell’area più tribale – insieme a quella libica.
Si dice Gertrude Bell perché è stata un personaggio eccezionale. Ma era la Gran Bretagna allora ad avere un occhio coloniale moderno: aperto, costruttivo, conciliatorio (la storia del colonialismo non è univoca, andrà rifatta). Era ancora il tempo in cui l’imperialismo poteva essere liberatore. Nella jihad del 1920 del futuro Iraq Londra – cioè Churchill, ministro dele Colonie - mandò a Baghdad un paleo colonialista, A.T.Wilson, che con le maniere forti stroncò il fenomeno. Ma già a fine anno lo sostituiva col vecchio governatore Percy Cox, di cui Gertrude Belle era aiuto e mentore. E in pochi mesi si ebbe un regno, costituzionale, con un parlamento e un governo.
L’antologia ha qualche testo utile di G. Bell, ma è è di fatto una sorta di autobiografia, che Georgina Howell ha costruito con gli scritti e, soprattutto, con le lettere della sua eroina. La parola non è un’esagerazione. Benché protetta dalla fortuna familiare, di grandi industriali metallurgici, Gertrude fece tutto da sola: laureata a Oxford nel 1888, a vent’anni, viaggiatrice un paio di volte in giro per il mondo, poi in Persia e nel deserto, siriano e arabico, con carovane da lei organizzate e gestite – “Gli scritti della regina del deserto” è il sottotitolo -, scalatrice dei quattromila delle Alpi, compreso il Cervino, o allora di vie non praticate, sette cime vergini in due settimane, con alcune “prime” ancora negli annali, scrittrice, archeologa, fotografa, la migliore arabista della sua epoca, innamorata infelice almeno un paio di volte, specialmente la seconda, poco meno che cinquantenne, femminista anti-femminista, infine letteralmente creatrice dell’Iraq, dalla politica tribale all’archeologia, fondatrice e curatrice del museo di Baghdad (quello dal quale 15 mila pezzi saranno rubati nel 2003), prima di morire nel 1926. Una biografia dal vero che sembra un romanzo. Qualche volta depressa, ma sempre combattiva, minuta, 1,64, e femminile, occhi verdi, capelli ramati, curata anche nel Quarto Vuoto, ma agile, attenta, studiosa, una forte mente politica in un mondo tutto maschile, non solo quello arabo – dagli arabi anzi per questo ammirata, e sempre onorata. Al culmine dell’età degli esploratori, barbuti e incontestabili, una donna. Intraprendente e informata, più che presuntiva. Intelligente. Costruttiva.
Gertrude Bell, A woman in Arabia, Penguin Classics, pp. XLV + 272 € 9,80

lunedì 22 aprile 2019

La libertà è nel Burkina Faso - Stupidario classifiche

L’Italia è al 43mo posto per libertà di stampa – Reporters sans frontières. Un anno fa era al 52mo, quindi ha migliorato molto in un anno. Sarà stato merito del governo Conte?

Ma in quanto a libertà di opinione l’Italia, sempre nel rapporto della ong francese, è in compagnia del Botswana e delle isole Tonga.

L’Italia è preceduta, in fatto di libertà di stampa, otre che da tutta l’Europa, da Suriname, Samoa, Uruguay, nonché da molti campioni della libertà in Africa, continente delle democrazie a vita (si vota sempre la stessa persona): Namibia, Capo Verde, Ghana, Sud Africa, Burkina Faso – ex Alto Volta, reduce dal quasi trentennale governo del capitano Blaise Compaoré, dopo una decina di colpi di stato militari, compreso quello dello stesso Compaoré, che ha assassinato il capitano-presidente Thomas Sankara, suo amico da una vita.

Gli  Stati Uniti invece fanno peggio dell’Italia, al 48mo posto: quasi non hanno libertà di stampa.
Nei soliti Botswana e le isole Tonga, ma anche in Romania, c’è più libertà che negli Usa.

La libertà di stampa c’è solo in Norvegia, Finlandia e Svezia. Poi Olanda, Danimarca, Svizzera, Nuova  Zelanda e Giamaica – anche la Giamaica si è spostata verso i poli?

In Italia c’è poca libertà di stampa, spiega Reporters sans frontières, perché c’è la mafia, e c’è il fascismo.

Il Russiagate è americano – cronache dell’altro mondo (33)


Il Russiagate ha messo in difficoltà i russi, quelli emigrati negli Usa. Masha Gessen, una russa emigrata che scrive ogni giorno contro Trump e contro Putin, si dice stranita sul “New Yorker”, il giornale molto anti-Trump, di cui è colonna: “Sono stati due strani anni e mezzo”, dall’inizio del Russiagate: “Molti di noi che scriviamo della Russia professionalmente, o che siamo russi, abbiamo faticato a inquadrare quello che sappiamo con la narrativa del caso. In questa narrativa, la Russia ha messo in opera un’operazione sofisticata e audace di sovversione delle elezioni americane, per installare un presidente di sua scelta – ha riuscito un golpe. Lo si dica all’americano medio liberal, si avrà un cenno di consenso. Lo si dica al russo medio liberal, si otterrà una fragorosa risata. I russi sanno che il loro Stato non ha la competenza per montare un sabotaggio sofisticato, che il Cremlino fu più sorpreso dall’elezione di Trump dello stesso candidato, e che le relazioni russo americane sono al loro punto peggiore dal culmine della guerra fredda”.

Ponti di gioventù


Le “avventure” di cinque ragazzi, fratelli e sorelle. In epoca non lontana ma remota, gli anni 1970. Una rivisitazione entusiastica di una di loro, di picarismi innocenti, per quanto, come capita ai ragazzi, speso rischiosi. Senza altro costrutto che la gioia del ricordare gioioso. Soffuso però, involontariamente, di nostalgia: “Quando mamma aveva trent’anni c’eravamo tutti e cinque e avevamo un pulmini Fiat 850”. Una mamma di trent’anni aveva cinque figli.
Cioè: la scrittura è femminile, come usava dire, ma il narratore ha nome Matteo. Perché: “Noi siamo stati una delle prime generazioni che è cresciuta senza un senso preciso di dove andare”. La generazione del Sessantotto non ha dato orientamenti ai suoi figli, non stabili, non prefissati: “Non ci veniva dato un modello”. Non si insegnava, non si correggeva: “Non c’era neanche la chiara divisione maschio-femmina e noi da piccoli eravamo un po’ maschiacci”.
Titolo fortunato. Già un anno fa ne è uscito un altro, genere fantasy, autore Ezio Amadini. E altri, chissà, certo, di Giò Ponti et al. - “costruttori di ponti” sono in questa stagione i migranti del papa.
Zita ha molti interessi e anche la rivista online cronacheletterarie.
Tiziana Zita, I costruttori di ponti, amazon, pp. 229 € 10

domenica 21 aprile 2019

L’ora del comico in Ucraina


Ucraina saldamente europea, a giudizio dei nostri analisti politici, anche nelle mani del comico Zelenko. Dopo quelle di Timoshenko, la bionda della rivoluzione arancione, condannata per molteplici reati, e del presidente uscente Poroshenko, al centro di troppi imbrogli. Non che l’intermezzo filo-russo tra i due sia stato migliore. Il famoso Yanukovich filo-Putin era infatti un anti-Putin, ma non per questo meno corrotto degli altri: era stato in prigione prima per delitti comuni, ed è ricercato dopo – avendo lasciato a Kiev un palazzo di marmi, cristalli, scaloni e sculture d’oro.
L’Ucraina, per conto della quale la Ue combatte una guerra commerciale costosa con la Russia, si conferma al voto un paese al meglio complesso. Cosa il comico Zelenko potrà cambiare nessuno lo sa, anche se ha avuto tre voti su quattro, un plebiscito. Di fatto è un paese abbondantemente russo, quindi con le caratteristiche culturali-politiche russe, limitative. Lo è etnicamente per metà, e linguisticamente e religiosamente per l’altra metà, anche se alcuni vescovi provano a staccarsi dal patriarcato di Mosca - pensano di avere vita migliore tra i laiconi di Bruxelles?

Usa-Cina non può fallire

Perché non può fallire la trattativa fra Trump e Xi? Per l’asimmetria dell’interscambio che ha portato alla trattativa stessa. Che Trump ha minacciato e imposto e la Cina ha accettato: non per una sudditanza politica, o militare, ma per le ragioni stesse del mercato.
La Cina è stata nel 2017, quando Trump ha lanciato l’offensiva, il primo partner commerciale americano, con un interscambio di 636 miliardi di dollari. Ma così sbilanciato: primo fornitore, con 506 miliardi e solo terzo mercato di sbocco, per appena 130 miliardi (erano molto maggiori importatori dagli Usa il Canada, 282 miliardi, e il Messico, sui 200). Un disavanzo in forte crescita, dell’8,1 per cento nel 2017.
La trattativa è continuamente aggiornata solo perché Trump vuole includere anche l’apertura cinese ai servizi finanziari, finora esclusi. Uno sviluppo che anche soggetti europei, in Italia Intesa, seguono con interesse: la possibilità per banche, banche d’affari, assicurazioni, e altri soggetti finanziari di operare nello sterminato mercato cinese.

Appalti, fisco, abusi (151)

Si fanno i conti della recente pronuncia della giurisdizione europea contro i criteri restrittivi imposti da Bruxelles e Francoforte agli assetti patrimoniali delle banche italiane, e cioè al calcolo estensivo degli npl, i crediti incagliati, e alla conseguente svendita, e non se ne viene a capo: il danno è di molti miliardi. Oltre alla perdita “reputazionale”. Soprattutto se nel conto, oltre agli effetti del fallimento Tercas, si mettono le jugulazioni subite dal Monte dei Paschi di Siena. 

Né il governo né la Banca d’Italia sono intenzionati a rivalersi in sede giurisdizionale dopo la sentenza della Corte europea, e il danno tanto più per questo si fa incalcolabile. Non ci sono gli strumenti per rivalersi? Il danno è nuovo, senza precedenti, gli strumenti nuovi vanno –andrebbero – elaborati. Naturalmente se cè la volontà.

Si dà per fatto il passaggio all’auto elettrica. Piani d’investimento colossali si annunciano, per orizzonti ravvicinati, a cinque-dieci anni. Magnificando l’accelerazione, 0-100, e la potenza degli elettrici. Ma non si dice a che costo unitario per mezzo, con quanta autonomia per ricarica, con quale organizzazione di ricarica, con quali effetti reali sull’ambiente, mettendo nel conto delle emissioni anche la produzione moltiplicata di elettricità, e lo smaltimento delle batterie esauste. Ora come ora, è solo una operazione commerciale, per ravvivare le vendite. 

Per ridurre i tempi dì ricarica a un minutaggio non molto superiore a quello del rifornimento di carburante, ci vorranno colonnine della potenza di 400-450 kW. Non ci sono oggi batterie in grado di alimentarsi a questa potenza elevata.

Non ci sono del resto nemmeno colonnine di potenza inferiore: quelle interurbane non ci sono di fatto, quelle (poche) urbane in esercizio sono già fuori uso. Le ricariche si fanno in garage, trenta ore per duecento km., il percorso medio giornaliero di un taxi - la categoria di utilizzo che più è dotata di propulsioni elettriche.