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sabato 14 novembre 2015

Guerra civile

È guerra ma civile. Della Francia contro i suoi “figli”, gente che ha allevato e le si rivolta contro, con odio crudele.
Gli attentati di Parigi sono anche altro: incapacità di governo, irresponsabilità o inefficienza di polizia. Ma sono soprattutto la rivolta di gruppi non più esigui di giovani islamici francesi. È un dato di fatto, che sta a monte della dialettica politica – anche se finirà per focalizzare l’attenzione sulla politica, il rifiuto dell’immigrazione, il rifiuto dell’integrazione, etc.
Questi gruppi non nascono dal nulla, senza un sostrato sociale, familiare, amicale. Sono migliaia i volontari estremisti, nell’omertà delle famiglie, gli amici, l’ambiente urbano e sociale. Specie in alcune moschee, che sono fucine di odio, nemmeno camufate. Mentre le già occhiutissime polizie, ora con forte presenza di immigrati negli organici, restano inerti. Ed è un dato che accomuna la Francia, col Belgio, alla Gran Bretagna, i paesi che hanno la maggiore immigrazione asiatica e nordafricana di matrice islamica, e più l’hanno integrata – oggi non si può dire “meglio”.
Ci saranno misure di polizia. Ma è la forma dell’integrazione che andrà sotto scrutinio. Da oggi siamo meno liberi, si suole dire in simili occasioni, ed è vero – l’Italia per esempio non si è più liberata della tutela giudiziaria sotto la quale si è posta negli anni delle Br. L’Europa andrà a destra, e ci saranno restrizioni sule, comunità mussulmane, politiche se non civili. E quindi la guerra è solo aperta.  

Avanti adagio

Le reazioni a caldo sono bellicose, ma ci vuole accortezza. Hollande ha sbagliato a proclamare il bombardamento dell’Is, che forse poi non ha neanche fatto, come fosse a una partita – il personaggio purtroppo è questo. Lo stesso errore, che poi il governo ha bloccato, della Marina italiana pronta a bombardare gli scafisti, cioè la Libia. Bisogna avere un obiettivo, l’arte militare fino a questo punto è semplice. E bisogna coprirsi le spalle.
Tutti dichiarano guerra all’Is, non da ora. Ma con le processioni – le sfilate, le manifestazioni, le dichiarazioni. La realtà è quella che questo sito elencava due mesi fa

e il 23 maggio:

e anche prima.
Si parta, da europei, dalla sottrazione della Germania a ogni responsabilità militare. E a monte dall’impossibilità di varare una Pesc, la politica estera comune e di difesa. Per la gloriola che ancora domina le politiche francese e britannica, inconsistente ma perniciosa. Da occidentali si parta dalle ambiguità di Obama, irretito nei “sogni del padre”, la sua prima e fondamentale (onesta) riflessione – in realtà “Sogni da mio padre”, il kenyota islamico sordo a ogni responsabilità.
La reazione all’Is non può essere per ora che riflessiva.

Avanti con l’Iran, Assad e Putin

Il Medio Oriente che più ha aizzato la furia islamica, l’Iran khomeinista, delle crociate anti-occidentali, e la Siria di Assad, sordo a ogni minima riforma democratica, sono ora l’unico fronte che l’Occidente per sconfiggere l’Is. Che si combatte coi bombardamenti a nessun edito senza le truppe a terra, fanti e artiglieri. Iran e Siria in una con la Russia, che bombarda dall’alto meglio degli Usa.
L’Iran khomeinista che ha scatenato la furia islamica ora la paga come minoranza sciita. Di Assad è inutile dire. Di Putin, all’improvviso è come se fosse partner occidentale eccellente, malgrado le sanzioni. Lo dicono loro, ma non è meno vero.  “La Francia ha conosciuto quello che in Siria viviamo da cinque anni” è il commento di Assad, che sicuramente non troverà contestazioni in Francia - da Hollande forse, ma Hollande due anni voleva capitanare l’invasione della Siria… Putin, che aveva appena chiesto la collaborazione americana per l’aereo caduto nel Sinai, ha potuto telefonare, credibile: “La comunità internazionale dovrebbe unire i propri sforzi per combattere efficacemente il terrorismo”..


L’Is non ha bisogno di colore

“Gli ideali, le strategie e gli obiettivi” dell’Is sono purtroppo uno solo, e anche brutale, su cui l’analisi dovrebbe convergere realistica, invece di dibattere e di fatto sminuire il fenomeno. E con l’analisi il reportage, inveve di camuffarsi sotto l’anonimato, dotto e saputo, giustificandosi col dovere d’informare – la prima informazione è questa: la guerra.
Le mamme, il velo, i volontari, tutte le derive della “comprensione”, nonché le schiave, gli stupri, le decapitazioni, e gli altri artifici di una disinforanzione da intelligence di scarsa fantasia, è robaccia. L’Is non ha bisogno di colore. L’islam non è colore giornalistico, sia pure sanguinolento e critico. È una forza religiosa, è una forza politica, è una forza militare. È una forza, con la quale bisogna confrontarsi. Non da ora: da trent’anni è finito il collateralismo dell’islam con l’Occidente contro il sovietismo, da trentacinque anzi, con Khomeini, e da allora la ua partita è contro l’Occidente, in casa e fuori casa.
L’Is è una forza anche insidiosa. Fnanziata e armata. Protetta diplomaticamente. Da molti che dicono di volerla combattere, ma di fatto se ne guardano e anzi la favoriscono.
L’edizione aggiornata, rispetto a quella di aprile, purtroppo nn aggiunge nulla, sorpassata dai fatti di Parigi. Le migliori firma del giornale, e la stessa prefazione di Sergio Fomano, che forse ha troppa considerazione della Turchia in questa fase, non aiutano a capire un semplice fatto: che si sradica il terrorismo combattendolo in Siria, dove è ancora possibile.  E isolandolo in Iraq, dove anche la Turchia allora lo abbandonerebbe.
AA. VV., acura di Luigi Ippolito, Che cos’è l’Isis, Corriere della sera, pp. 156 € 7,90

venerdì 13 novembre 2015

Secondi pensieri - 239

zeulig

Età – Ogni età è buona. E anche il fine vita: si vive il giusto. Ma la “veneranda età” non c’è più, più non si concepisce. Di Senofane, il filosofo ionico dell’Asia Minore di 2.500 anni fa, presto emigrato a Messina, Velia e Catania, si ricorda che visse oltre i novant’anni. Demetrio Falereo, nella sua opera “Sulla vecchiaia”, di cui restano come di ogni altro dei suoi tanti scritti pochi frammenti, dice che Senofane seppellì i suoi figli con le sue mani. E questo certo non è auspicabile.

Galileo - Da Galileo a Darwin, la fine dell’umanesimo? Ma Galileo è grande umanista. È doppio “galileo”, il dio dei cristiani.
È di moda il Galileo né devoto né pio, per un riscatto che si vuole un’annessione a un laicismo inteso anticristiano. Con l’aiuto anche del perdono richiesto a nome della chiesa da Giovani Paolo II – una sorta di abiura ecclesiastica. Ma lo era, e questo è da valutare nell’insieme del personaggio e anzi come sua specificità: come conciliare una fede e la scienza. Il “problema religioso” gli era estraneo, come arguiva Antonio Banfi, ma solo nel senso che la religione per lui non era un problema. Né ha valore la testimonianza rivangata da Antonio Beltràn Mari, l’ultimo editore del “Dialogo”, della denuncia al Sant’Uffizio da parte del suo segretario a Padova Silvestro Pagnoni già nel 1604, una dozzina d’anni prima del processo intentato dal domenicano Caccini che Galileo andava poco a messa, e anzi spesso diceva di andare a messa e invece andava “da quella sua putana Marina veneziana”. Parte della condanna nel 1633, si ricorderà, era di recitare una volta la settimana i Salmi penitenziali, per tre anni, pratica che Galileo delegò alla figlia suora Maria Celeste – che però morì poco dopo, non potendo esaudire il voto-condanna.

Non molto si pretese da Galileo al processo. E a non molto, da un punto di vista successivo, lui si tenne fermo:  la natura e il valore della scoperta scientifica.
È questo il dato, semplice e capitale, a cui Galileo viene ancorato dall’opinione scientifica più autorevole e non pregiudiziata – quindi non italiana, dove la chiesa è presenza deformante. La novità di Galileo è l’ipotesi riscontrata di fatto, come si legge nella sintesi di Einstein, in prefazione alla traduzione inglese del 1962 del “Dialogo sui massimi sistemi”, che di questa semplice metodologia fa uno spartiacque – uno dei migliori scritti di Einstein, anche accessibile, che però non si traduce. Ripresa da Popper in “Conoscenza oggettiva”, che è molto sul metodo galileiano, e incidentalmente su Einstein che parla di Galileo. Materia di un corso e una serie di conferenze che il fisico americano Michael Fowler, cultore di Galileo, tiene all’Uva, l’università della Virginia.
Abbiamo avuto due rivoluzioni nella nostra percezione dell’universo, spiega Fowler. La prima, di Galileo, è la presa d’atto che ciò che vediamo in cielo, luna, pianeti, sole, stelle, sono oggetti fisici. Nonm cioè sostanze eteree,come si credeva. Questa scoperta, unitamente all’evidenza crescente che la terra girava attorno al sole, portò Newton alla conclusione che il moto degli oggetti fisici celesti obbediva alle stesse leggi fisiche egli oggetti sulla terra. Si completò così il primo quadro unificato dell’universo. La seconda rivoluzione è quella di Einstein, dello spazio e il tempo correlati, della massa e l’energia aspetti diversi della stessa cosa.
Un metodo semplice, dal suo cannocchiale al Webb Space Telescope, che però andava “inventato”.

Milton parla di Galileo nella “Aeropagitica”, 1644, avendolo incontrato, dichiara, a Firenze nel 1638, e lo ricorda in tre libri del “Paradiso perduto”. Nella “Aeropagitica” ricorda Galileo “invecchiato prigioniero dell’Inquisizione perché pensava in astronomia diversamente da quanto i censori francescani e domenicani pensavano”. Galileo era un effetti confinato nella sua villa a Arcetri, già di 74 anni – morirà nel 1642 – e mezzo cieco. Milton lo dice anche testimone delle “condizioni servili in cui il sapere era stato ridotto” in Italia, offuscando la “la gloria dell’ingegno italiano”. Questo invece non è vero: nello stesso anno 1638 Galileo pubblicava “Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, attinenti la mecanca e i moti locali”, solo un po’ meno vivace del “Dialogo”.|

Mondo - È – resta – percezione? “Ci sono due giovani pesci”, è una parabola raccontata da David Foster Wallace alla cerimonia di laurea del Kenyon College, Ohio, il 21 maggio 2005, “che nuotano uno vicino all’altro e incontrano un pesce più anziano che, nuotando in direzione opposta, fa loro un cenno di saluto e poi dice «Buongiorno ragazzi. Com’è l’acqua?» I due giovani pesci continuano a nuotare per un po’, e poi uno dei due guarda l’altro e gli chiede «ma cosa diavolo è l’acqua?»
Tre anni dopo Wallace si uccideva per disperazione, benché scrittore di successo, avviandosi ai cinquant’anni.

Opinione Pubblica – È concetto e fatto ugualmente vaghi. Dopo quasi un secolo non più precisati dei termini in cui Walter Lippman li poneva nel 1922. Perché non c’è un’opinione comune, al contrario: “Le persone vivono nello stesso mondo ma pensano e sentono in mondi diversi”. E perché il mondo non si lascia interpretare univocamente, e anzi presenta vari ostacoli e diversivi, materiali e psicologici: censure e autocensure, o forme di riserbo, tempo, attenzione, aspettative, velocità, semplificazione, linguaggi.
La vaghezza risalta nella metodologia e gli effetti dei sondaggi, che dovrebbero esserne il termometro. Fermi all’obiezione che Herbert Blumer, sociologo della comunicazione a Chicago, avanzava in un sintetico saggio nel 1848, “Public Opinion and Public Opinion Polling”, quando il sondaggio politico entrava in scena, nelle presidenziali americane. Una “analisi scientifica” della “opinione pubblica” non è possibile - tantomeno nella forma dei sondaggi. Non essendo possibile “isolare l’oggetto” della ricerca: opinione pubblica è concetto astratto e generico.

Senso – Della morte come della vita, se ne è angosciati se si è vissuti spensieratamente, senza obblighi e senza misura. O se ne è angosciati prima, impedendosi una vita spensierata… È un senso soggettivo, che prescinde dalle condizioni reali o pratiche della vita: c’è lo spensierato pieno di problemi e c’è l’angosciato che pure non ha alcun problema - di soldi, salute, affetti.

Tempo – È progressivo – è scansione – ma indefinito. La storia c’è, si può contare, gli anni pure, ma la qualità del tempo resta indefinita, e anche da ultimo la quantità. Variano le ere e i climi, si è giovani o vecchi a seconda delle latitudini, delle epoche, delle culture, il calendario è una convenzione. Quanto alla qualità, in astronomia si conta in anni luce, per ogni specie animale il tempo è diverso, in certi sport è perfino impercettibile, seppure decisivo.

zeulig@antiit.eu 



Vita dissoluta in famiglia

“Il Medio Oriente, la Francia, l’Inghilterra… Sì, era tutto ben architettato… Sfortunatamente per lui nel 1925 nessuno volle la guera. Tutto filava liscio…C’era denaro per tutti”. La guerra per cui si era preparato, ammassando petrolio,carbone, acciaio. I corsi delle materie prime erano crollati, il grande affare aveva lasciato il grande speculatore solo con le sue manie. Inizia da qui il ritratto dettagliato di una dissoluzione, familiare, personale, nell’arco di tre generazioni.
Una sola inquadratura – anche in senso tecnico: Némirovsky aveva cominciato a lavorare per il cine. Una lunga insistita carrellata, un interno familiare: lei, lui, il vecchio padre, il figlio, la vecchia cugina, vecchia fiamma. Con la vita quotidiana: l’ufficio, i saldi, il cinema, la gita in macchina la domenica, colazioni e cene muti, amori dissolti, se ce ne sono stati. Ogni passione spenta, cattiveria compresa. Un lungo malinconico inverno, anche quando Parigi ribolle di calore, della vita quando si arrotola su se stessa, commiserandosi, su un piano inclinato. Per la forza della tristezza.
Dei due filoni su cui Irène Némirovsky più si è esercitata, questo è di quello paterno, di tanti racconti e del “David Golder”, la narrazione più riuscita - prima della postuma “Suite francese”. L’altro filone, “Il ballo”, “Il vino della solitudine”, è della madre aborrita. Sempre la famiglia al centro dell’abominio-dissoluzione.
Némirovsky è al meglio nella competenza e il tratto veloce sugli affari. Nel disagio intimistico rovina con la sua storia, quasi per fatto personale. Della maturità, i quarant’anni, quando i figli scoprono i padri, che malgrado tutto non amano – mentre i padri vorrebbero essere, essere stati, unici e soli. E il testimone che dovrebbe essere passato invece cade. Lasciando la famiglia sguarnita, che non ha altra ragione d’essere in questa scrittrice che la perpetuazione e la memoria.
Irène Némirovsky, La pedina sullo scacchiere, Editori Internazionali Riuniti, remainders, pp. 169 € 7,25

giovedì 12 novembre 2015

Il mondo com'è (238)

astolfo

Fascismo – Visto nei vecchi cinegiornali è angosciante, tale è la mediocrità “teatrale” – gestuale, comportamentale – di chi teneva in pugno il paese. Mussolini sempre col mento in fuori non interessato mai a nulla, sprezzante di tutto, di tutti - compiacente col ghigno di sopportazione sulla bazza. Un re che si allunga, con tanti artifici, stivaloni, la doppia alzata del berretto militare, penne altissime sulla doppia alzata, un matrimonio mediocre, con una principessa non di rango. A capo e al di sopra di un paese che invece sa uscire dalla Grande Depressione, ha una lira forte, esporta molto, rispettato dalle diplomazie.  

Latinità – È un mito, falso e anche rischioso: un’approssimazione sbagliata. Si vuole al Nord Europa, e anche in Italia, un certo numero di paesi acculati al Mediterraneo, o più frequentemente alla latinità. Mentre l’Italia ha solo sofferto delle “sorelle” latine. Innumerevoli le invasioni e depredazioni da parte della Francia. Regimi predatori di marca spagnola a Milano, a Napoli, in Sicilia. Nonché il sacco di Roma a opera dell’imperatore  ispano-fiammingo Carlo V, che troncò ogni ambizione e il promettente sviluppo di un’Italia fino ad allora innovativa, magnifica, più e meglio di ogni altro in Europa – nel nome di una Riforma che altrove il bigotto imperatore reprimeva senza limiti. Nulla del genere l’Italia ha invece sofferto a opera degli austro-germanici, pur mettendo nel conto il Barbarossa e Radeztsky – c’è stata l’occupazione tedesca nell’ultimo anno e mezzo della guerra ma quella è un’altra storia.
Anche nell’Europa unita, la grande storia de dopoguerra, l’Italia ha potuto contare ancora qualcosa soprattutto giocando di sponda per gli Stati Uniti. E in Europa quando ha avuto udienza a Bonn e a Berlino, mai a Parigi. La Francia, la “sorella latina”, ha anzi sempre brigato e briga per escluderla da ogni consesso o decisione di livello internazionale, con De Gaulle, con Giscard d’Estaing, con Mitterand e con Sarkozy, per non dire dell’amorfo Hollande, benché militi nello stesso partito degli ultimi governi italiani. Lo stesso la Spagna, fino a tutto il Settecento e  anche ora – passato il periodo incerto del postfranchismo, col parademocristiano Adolfo Suarez e il socialista dei tempi di Craxi Felipe Gonzalez, con re “romano” Juan Carlos ancora in sensi.

Sondaggi – Fanno la politica, Si presume che ne siano un termometrico, e invece sono un’arma, non dissimile dal vecchio comizio, solo aggiornato alle tecniche ultime. Uno strumento della politica: “Mi conviene di più se dico, se faccio, se propongo, se parlo, se sto zitto, se attacco, se difendo, se faccio l’ottimista, il pessimista… Il successo di Grillo, come già di Berlusconi, va sull’onda dei sondaggi, online il primo, coi metodi di rilevamento tradizionali (interviste per lo più, a campione) il secondo. Il blog di Grillo non è una palestra, è un sondaggio costante. Cioè: è una palestra libera di passioni e (ri)sentimenti, ma su tempi e tracce proposte. E a fini di misurazione,  di censimento a analisi, non tanto di partecipazione.
In America, dove il sondaggio politico (Gallup) ha debuttato nel 1948 con un fallimento – dava la vittoria ai repubblicani alle presidenziali di fine anno che invece furono vinte dal democratico Truman – il sondaggio politico è dichiaratamente usato non a fini conoscitivi, ma come arma, pro o contro un personaggio, una politica, un partito.   
Sono parte, se non causa, dell’oscillazione inafferrabile dell’orientamento politico. Il sondaggio politico, cioè generalizzato, raramente risponde agli umori reali della popolazione  - tanto per questo, tanto per quello, e tanto astenuto. Chi risponde deve collocarsi, o viene collocato, in una gabbia: la domanda è una gabbia. Si può anche avere un sondaggio favorevole all’aumento delle tasse, per ipotesi, se più tasse per i più significa meno tasse per alcuni, oppure se la domanda è “volete migliori servizi e pagare più gasse”. La risposta è comunque l’espressione di un’opinione, formulata senza impegno e di per sé mutevole. In Italia, dove non si possono pubblicare i sondaggi politici nelle due settimane precedenti un’elezione, le previsioni possono risultare anche largamente sbagliate perché il voto si decide giorno per giorno. Soprattutto dacché i radicamenti di partito, le affiliazioni di una vita, si sono evaporati.

Il sondaggio politico è solo una branca delle più generali tecniche di marketing: un 1-2 per cento del valore globale del settore, oggi sui 550-600 milioni, con 8-10 milioni di fatturato annuo. E quello meno affinato o affinabile, rispetto alla nuove tecnologie di comunicazione. Il meno produttivo, anche se fa molto “opinione”, cioè rumore.
L’opinione in realtà non si fida dei sondaggi. Uno studio americano – un sondaggio… - rileva che tre cittadini su quattro non si fida, ritiene i sondaggi una forma di marketing aggressivo, per questo o quel candidato o forza politica, subliminale, traditrice. In Italia la percentuale è ancora minore: si diceva disponibile al sondaggio politico uno su cinque interpellati vent’anni fa, ora un interpellato su dieci.

Il campione raramente e solo per caso è “significativo”. Nei paesi a grande mobilità, territorìale  e sociale, come l’America, ma anche in Italia. È necessariamente limitato per numero, mille-duemila rispondenti, e di difficile peso tra molte componenti, culturali, geografiche, professionali, censuarie. In America, dove il sondaggio telefonico si può fare solo su numerazioni fisse - la legge impedisce il ricorso ai cellulari, sia per i sondaggi politici che per il marketing – il rispondente è più spesso una persona in età, o una casalinga. In Italia, dove invece il contatto mobile è consentito, sfuma la collocazione geografica del campione. Né risolve limitare il sondaggio ai numeri fissi: fra un terzo e la metà della popolazione non è raggiungibile in Italia che col cellulare, data la forte penetrazione della telefonia mobile scelta dagli operatori.
La soluzione del problema si tenta mixando il cellulare col fisso e con internet. Ma una metà o poco meno della popolazione non è connessa. E riguarda una fetta molto caratterizzata: in età, poco istruita, meridionale. Con uguale diritto di voto. L’unico “significato” del sondaggio politico è di favorire o danneggiare una candidatura, in base alle “intenzioni di voto” del committente.

Sonoro – È bandito, l’inquinamento acustico è l Grande Male. È bandito anche dove sarebbe necessario. Sono d’uso alle mostre le presentazioni in video. Di organizzatori, storici e storiche dell’arte, di ambienti, di situazioni, di vecchie storie e vecchi filmati. Ma sono muti. Per non disturbare i visitatori. Il disturbo è solo sonoro, l’inquinamento acustico. Non visivo, per esempio. Non di affollamento. Non di cattiva illuminazione.

astolfo@antiit.eu

Bravi ragazzi russi

Alexievič, a lungo corrispondente da Mosca per i giornali del suo apese, racconta i morti russi in Afghanistan negli anni 1980 – ci fu un’invasione sovietica dell’Afghanistan nel 1979… Con pietà. Con forti drammatizzazioni.
Un libro contro la guerra – anche se si riedita in chiave antirussa e nel quadro della sanzioni, della creazione del nemico Russia.
Svetlana Alexievič, Ragazzi di zinco, e\o, pp. 320 € 14

mercoledì 11 novembre 2015

Problemi di base vaticani - 253

spock

Ma quanto parla il papa, è lo Spirito Santo?

O lo Spirito Santo dice (anche) sciocchezze?

O è una strategia di comunicazione – parlate di me?

Di un papa di strada?

Recupero compreso della convivialità a tavola?

Ma dove l’ha trovata Francesco Francesca Immacolata Chaouqui?

E questa storia dei fedeli, che vogliamo poveri, mentre i laici li vogliamo importanti?

I gesuiti ammirano molto i massoni: forse perché li hanno fatto fuori più volte?

Fatto sta che ora non ci sono più pedofili nella chiesa – erano tutti con Ratzinger?

spock@antiit.eu

La dittatura acuisce l’immaginazione

“Dal Liberty” è una mostra in realtà degli anni tra le due guerra. Fecondissimi, in un regime politico asfittico – provinciale, sussiegoso. I cinegiornali d’epoca che la mostra ha scelto lo documentano in modo oggi sarcastico, tanta era la mediocrità. Ma artigiani e artisti hanno lavorato molto e con ingegno, nelle decorazioni, il mobilio, il vaselame, le porcellane, l’arredamento. È come se la dittatura concentrasse la creatività, malgrado i limiti imposti dall’autarchia culturale, e dal nazionalismo. Uno show di “ottimismo paradossale”, dicono i curatori, che prefigura lo “stile italiano” e il design moderno tutto, anche fuori d’Italia.
Le mostre che il Palazzo delle Esposizioni ha allestito in parallelo confermano involontariamente una sorta di italismo che sottende alle dittature.  “Russia on the road” mostra la pittura sovietica dei mezzi di locomozione tra il 1920 e il 1970: temi e modi scontati, trionfalistici. La mitizzazione dei mezzi di trasporto veloci, dell’era della velocità, viene facile in un paese di geografia smisurata. Colori, tagli e soggetti quindi pompieristici, il tutto sempre bello. E tuttavia pieno ancora di energia.
All’interno di un progetto, per quanto abortito, di trasformare le utopie in realtà e il reale in mito. Che si vede ancora.
L’impressione di forza sotto la dittatura riemeerga per il raffronto inevitabile con i “pezzi” degli stessi anni della collezione Phillips di Washington. Che è un museo e anche un progetto didattico, ideato dal miliardario Phillips negli anni 1920 per dare all’America il concetto stesso di museo, di documentazione dell’antico - nonché del rinnovato legame con l’Europa sancito dalla guerra. Una collezione piena di capolavori, ma fredda. E più nell’arte del “mondo libero”, postbellico: l’astratto è gelido.inespresivo, inerte.
Una dolce vita? Dal Liberty al design italiano 1900-1940,
Russia on the Road. 1920-1990
Impressionisti e moderni. Capolavori della Phillips Collection di Washington
Roma, Palazzo delle Esposizioni, € 12 

martedì 10 novembre 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (265)

Giuseppe Leuzzi

Ho fatto il “Vangelo”, dice Pasolini a Gideon Bachmann, al Sud e per il Sud: “Il Sud avrebbe dovuto riconoscersi meglio nel film, considerato il fatto che l’ho girato lì e di lì sono i protagonisti, il popolo, i paesaggi, e la vita rappresentata. Invece i meridionali non sono proprio andati a vederlo. Evidentemente sono meno cattolici che al Nord”. Nient’altro, compos sui: il Sud non porta all’autocritica, è uno specchio opaco.

Per fare un esempio di come il bisogno privi di libertà e cultura – tesi discutibile – Pasolini sceglie parlando con Gideon Bachmann nel 1965 la Puglia, “un esempio che conosco bene”: ”È sempre vissuta in uno stato di estrema servilità. Non ha mai avuto libertà, è sempre stata in uno stato di brutale necessità. E la Puglia non ha prodotto un poeta, non ha prodotto un pittore, non ha prodotto un filosofo. Non ha dato nulla”. La Puglia?

“Se pensate del bene, lo direte, ma inutilmente; non vi si crederà: noi siamo mal conosciuti; e non si vuole conoscerci meglio”. Lo dice la zarina Carlotta di Prussia, sposa di Nicola I, al marchese de Custine in veste di inviato speciale a Pietroburgo nel 1839 (l’aneddoto è in “Lettere dalla Russia”). Il pregiudizio prevale su tutto, e sopratutto sul giudizio.
Custine stesso ne penserà male, e scriverà cose orrende della Russia per un migliaio di pagine - a parte il piccolo snobismo di dirsi interpellato dalla zarina, aneddoto inventato, che gli insegna la verità che gli fa piacere (“si è sempre giovani di cuore e d’immaginazione”), e per questo fa eccezione, meritandosi questo ogni virtù. Del dispotismo e dell’asservimento al dispotismo – la servitù volontaria. Che però in Russia c’è – c’era.

L’associazione mafiosa
Succede nel giornalismo di non occuparsi mai di alcune cose. Succedeva fino a qualche tempo fa: chi faceva cronaca giudiziaria non si occupava mai di politica estera, ci vogliono le lingue, e viceversa, lo specialista di politica estera non si occupava di giudiziaria. Felicemente, bisogna dire – la giudiziaria è un trojajo. Ma quando capita, si ricorda meglio.
Una sola volta così è capitato d dover fare la giudiziaria in senso proprio. Un po’ per sostituzione estiva – d’agosto i giornali sono sguarniti – e un  po’ per tribalismo, consumandosi il fatto in Calabria. Nella sessione feriale del il giudice Francesco Colicchia decretò che in tutta Italia si registrassero tutti i versamenti o i ritiri in biglietti da centomila. Irriso unanimemente, il giudice Colicchia si difese on  semplicità: “Si sta per effettuare il pagamento di un riscatto e devo poter arrivare ai rapitori”.
Era a parlarci di spirito vivacissimo, il dottor Colicchia, e coraggioso. Nel gennaio 1978 aveva fatto condannare una ventina di ‘ndranghetisti teorizzando il delitto di associazione mafiosa, che trovava molti ostacoli al riconoscimento giuridico. Anche i collaboratori di Colicchia nell’indagine, il colonnello dei Carabinieri Morelli e il sostituto Procuratore Guido Papalia chiedevano la nuova specie di reato. Il comando dei Carabinieri disponeva di un voluminoso organigramma di tutti i gruppi mafiosi della provincia, costruito con le informazioni bancarie e il casellario penale della Francia, dell’Australia e del Canada – allora le banche erano impenetrabili in Italia, e non c’era un casellario unificato dei carichi pendenti.  
L’associazione mafiosa fu introdotta poi nel 1982, con la legge La Torre-Rognoni, ed è costata la vita al suo proponente, il deputato siciliano del Pci. Il colonnello comandante di Reggio Calabria, cui fu bloccato il passaggio a generale, preferì lasciare l’Arma e entrare nel privato. Il sostituto Papalia, inviso a Reggio, dovette cercarsi un’altra sede, e si è poi illustrato a capo della Procura d Verona. Il giudice Colicchia morirà qualche anno dopo. Dicono di crepacuore. Una cosca di Seminara, il suo paese, sotto processo per un rapimento di persona, ottenne il trasferimento del giudizio da Palmi a Reggio, e Colicchia, cui toccò di giudicare il caso, li assolse. Poi morì.

Calabria
Piovono in poche ore 60 cm. di pioggia tra Gioiosa Marina e Gioia Tauro, sui due versanti, Jonio e Tirreno, con venti a 80 km\h., facendo straripare i torrenti. Molte devastazioni, c’è anche qualche morto. Il “Corriere della sera” ne tratta con una pagina deprecatoria di un inviato, in un villaggio turistico che non gli è simpatico, che dice costruito in una zona (forse) a rischio, a 200 km. di distanza. Sempre in Calabria, però: la colpa è regionale, inestinguibile. Per le vacanze mal riuscite?
Nomini la Calabria, si accende una luce, sempre la stessa.  

Mezza alluvione tra Gioia Tauro e Locri. Campagne allagate, strade e ferrovie interrotte. C’è stato anche un morto. Poi due. E niente, nemmeno un’immagine, né nei giornali né nei telegiornali. La Calabria è in punizione? Non fa notizia – cioè: non gliene frega nulla a nessuno.

Mattia Preti a Roma e altrove. Portato da Vittorio Sgarbi. Anche per l’attribuzionismo, perché no, che trova nel Seicento una miniera. Ma il “cavalier calabrese” è di poco interesse in Calabria.

Antonio Leone, curatore della mostra di Preti alla Galleria Corsini a Roma, ne tenta una biografia, e dice che a 17 “fuggì da luogo nativo”, Taverna. Perché doveva “fuggire”? Tra l’altro per raggiungere il fratello maggiore Gregorio, che era a Roma apprezzato pittore. Perché dal luogo nativo si fugge.

È la regione che ha più avvocati per mille abitanti, 6,8.

Dei cinquanta “migliori vini” non uno viene dalla Calabria  I cui vini erano apprezzati unanimemente dai viaggiatori nel Sette e Ottocento. Anche nei primi del Novecento. È da lì che è cominciato il regresso?

C’è un senso tattile della decadenza della provincia di Reggio Calabria, una volta la più ricca della regione, e una delle più ricche in assoluto subito dopo la guerra – quando più del reddito contava la disponibilità di cibo. Le strade abbandonate, l’aeroporto semichiuso, rifiuti dappertutto, non raccolti da decenni. Ma più c’è un senso “certificato”: la piana di Gioia Gauro, che ha l’ulivicultura a maggiore intensità mondiale, non ha un olio dop. La carta dei vini Michelin si ferma implacabile a Vibo e Catanzaro: il greco di Bianco, lo zibibbo di Bagnara, il cerasuolo di Palmi, scomparsi. Scomparsi anche gli agrumi, a coltivazione già intensiva nella piana di Gioia con centro a Rosarno, e nei dintorni di Reggio con specialità a fruttificazione anticipata e posticipata – qui in favore di costruzioni polverose interminate.

Taranto, distrutta dai Goti, si ricostituisce in piccole dimensioni con  profughi calabresi – G. Berto, “Il mare dove nascono i miti”, 97. Profughi dagli stessi Goti.

leuzzi@antiit.eu

La scoperta dell’ordinario

La felicità a Roma a Torre Angela invece che a Campo Marzio, dietro al Parlamento. Le vite dei genitori, dopo morti. I grevi affarucci romani. Il commerciante abitudinario che per distrazione immagina di liquidare l’attività e godersi il ricavato si ritrova soddisfatto e padrone di sé nella routine giornaliera minuziosamente regolata. Sette racconti dell’ordinario straordinario, graziosi. Di fatti all’improvviso curiosi e quasi preternaturali, ma in realtà di scoperta dell’ordinario.
I figli che si accorgono dei padri dopo la morte è il tema più riuscito: anche i genitori hanno una vita, di amori per lo più. Con le gioie dell’attesa e del segerto, del piacere rimandato – o della lontananza, del rapporto immaginario.
La mano di Brusadeelli, di maniera, ritaglia a tutto tondo queste figurine grigie su sfondo grigio - Roma è opaca, nuvolosa, fredda. Un innesto prodigioso, con un effetto d’insolita animazione. Tanto più per un mondo sbaidito, di personaggi-non-personagi.:
Stefano Brusadelli, Sette piccole atrocità, Il sole 24 Ore, pp. 78 € 0,50

lunedì 9 novembre 2015

Problemi di base - 252

spock

Dall’unisex al genderless: tutti castrati?

Perché gli ecologisti non fanno figli e gli altri sì?

Perché i poveri provano sono più felici dei ricchi, chi lo dice?

“Se uno confessa di mentire, dice la verità o una bugia? (Hegel)”.

“Non chiunque dice il falso mente (sant’Agostino)?

Perché un poliziotto che venga a conoscenza di un reato, possa impedirlo, e non lo faccia, risponde di quel reato come se lo avesse commesso (art. 40 Codice penale)?

Perché lo stesso libro costa 24,50 euro su amazon.it e 16 dollari su amazon.com, cioè la metà?

spock@antiit.eu 

L’immigrazione fa bene

Depurata dei barconi della disperazione, e dei campi di rifugiati, ormai innumerevoli in Africa e in Medio Oriente, l’immigrazione fa bene e non danni. È sempre stato così e continua a esserlo, per chi emigra e per i popoli e i luoghi presso cui approda. Diventa nociva in casi specifici. Quando copre criminali e traffici illeciti, e quando, appunto, non è governata. Come avviene in Europa.
L’emigrazione c’è sempre stata. E tanto più è necessaria ora all’Europa in crisi stabile di nascite. La demografia vuole un coefficiente di fertilità – nascite per donna fertile – di 2,1 per mantenere stabile la popolazione, mentre l’Europa viaggia ormai da tempo sull’1,6-1,5. Con l’Italia e la Germania meno prolifiche di tutti, il coefficiente di fertilità approssimando alla metà di quello necessario per riprodurre la popolazione.
È in questa chiave che Angela Merkel ha detto: “Si può fare”, è gestibile. La Germania federale ne ha lunga esperienza, avendo dovuto sopperire alla mancanza di maschi in età lavorativa nel dopoguerra, e successivamente per un’offerta di forza lavoro insufficiente rispetto alla domanda del sistema produttivo. Lo ha fatto con le gigantesche immigrazioni forzate dall’Est, otto milioni di persone sloggiate dalla Russia e dalla Polonia, e poi con i Gastarbeiter del Sud Europa, italiani, greci, spagnoli, portoghesi, jugoslavi. Per una terza ondata di lavoro immigrato ha fatto – e continua a fare – ricorso in Turchia. Ora può aprire una quarta fase, verso gli arabi: siriani, iracheni, nordafricani.
Il governo dell’immigrazione in effetti non è difficile. Consta di due fasi: l’accoglienza e l’integrazione. Sull’accoglienza l’Italia, paese di frontiera, si è portata a buoni livelli. Sfama bene o male e alloggia le centomila emergenze, quelli dei barconi. E integra in qualche modo ogni anno 150-180 mila nuovi immigrati, con un’attività e in cerca di un permesso di soggiorno. Ma questo con difficoltà: l’Italia non ha un programma d’integrazione.
L’integrazione si fa attraverso la formazione accelerata, di lavoro e linguistica. Su questo aspetto la Germania è invece più avanti – fare il caso dei paesi scandinavi non è d’aiuto, lavorano su piccoli numeri. La Germania integra ogni anno sui 300 mila nuovi immigrati. Con gli stessi abusi che in Italia: salari in nero, niente minimi, nessuna forma di sicurezza. Ma anche con una politica efficace di formazione e istruzione.
Il beneficio per la Germania delle politiche dell’integrazione è duplice. Da un lato ha una forza lavoro produttiva, semispecializzata e non solo generica. Dall’altro stimola nuovo potere d’acquisto: l’immigrato integrato entra nell’ottica nazionale, abbandonando le sudditanze psicologiche ereditarie che aveva alla partenza. È solo in Italia che il polacco o il rumeno immigrato, magari da vent’anni, compra solo tedesco, o il maghrebino solo francese. 

Benjamin confuso, in politica e in amore

Capii che per noi non cè solitudine se nello stesso momento la persona amata, sia pure in un luogo dove non possiamo raggiungerla, è anchessa sola”. Benjamin è sempre coinvolgente, ma qui ancora di più, perché è lui stesso coinvolto. In un amore impossibile, incapricciato di una donna “impossibile da amare”, quale la dirà la figlia nelle memorie, Dagmara Kimele - madre a sua volta di un’altra regista teatrale ora celebre, Māra Ķimele.
Incontrata a Capri nel 1924, Asja Lacis, la donna per la quale Benjamin va a Mosca, era una bolscevica pura e dura – Capri conserva molte memorie di comunisti russi, anche Sorrento - e teatrante innovativa e di successo, in Russia, in Lettonia e in Germania. Farà il carcere duro nelle “purghe”, e quindici anni di cofino in Kazakistan, dal 1939 al 1954, ma non  defletterà. Anzi, tornerà a dirigere un teatro in Lettonia, scontate le angherie, con immutata fede. Anche in amore, con lamante e marito di sempre, Bernhard Reich, austriaco, commediografo.
Non il carattere più indicato per il mansueto Benjamin, oltre che sua maggiore di un anno e più amori. Ma quella che lo introdusse al suo confuso marxismo, con sgomento dell’amico di una vita Gershom Scholem, che lo ricorda nella presentazione. Di uno che conosceva poco e male Marx, e per niente Lenin, e per formazione era alieno dai catechismi e dalle fedi.  Lui stesso ne è conscio, che valuta in questo “Diario” l’adesione al comunismo in termini di opportunità, ora e qui – in Russia, in Germania. Nelle lettere che accompagnavano il diario, a Martin Buber e altri, il giudizio è ancora più esplicitamente sospeso.
Il “Diario” è degli anni 1923-1927, in cui Benjamin si era scoperto narratore, e usa qui il metodo sperimentato di dire ciò che vede. Quindi negozi, persone, luoghi (piazze, strade, la metropolitana moscovita, il mausoleo di Lenin), giocattoli. Ma lo spirito non c’è, o allora è riservato. Incontra celebrità letterarie che non capisce, non sapendo il russo, Mejerhold, Majakovskij, Andrey Belyi, e quelli che capisce dicono sciocchezze – un accademico gli colloca Shakespeare  prima di Gutenerg. Non un grande diario di viaggio.
Il racconto è lungo, ma copre poche settimane, dal 6 dicembre 1926 a fine gennaio 1927. E poco o niente di Asja, l’unico grande amore: la confusione è anche affettiva. Scholem stesso ne è spiazzato:  “Una spiacevole e deprimente sorpresa” è la donna del suo amico, tra continue liti. Senza nessun rilievo, deve lamentare, dello spessore culturale della donna. Che lo sfruttava, forse, ma non lo illudeva – giusto qualche bacio è registrato, strappato. Benjamin passava le giornate con Reich, suo interprete, cicerone e accorto guardiano.
Ma, poi, Asja c’è, in negativo. Benjamin stesso ne registra “durezze e disamore”. E sa che lei vuole da lui più che altro regali e denaro, per mettere su un appartamento a Riga. Quando Asja lavorerà a Berlino nel 1929-1930, ospite dell’ambasciata sovietica, due mesi li passerà con Benjamin. Ma se ne conoscono solo le liti. E tuttavia Bejamin era andato a Mosca sparato a proporle il matrimonio, con lo scandenzario per un figlio. Un racconto retrospettivamente tenero, di debolezze.
Si ristampa Benjamin, fuori diritti, ormai nelle pieghe, nei fogli del cestino, ma non si ristampa questo “Diario” che più e meglio lo ritrae (in italiano è disponibile solo nelle Opere complete, al vol. 2). L’edizione americana, che riprende quella dello speciale n. 35 della rivista “October” (inverno 1985) dell’Mit Press, è arricchita di foto della Russia di allora e di ora. Una parte del “Diario” è uscita in forma di corrispondenza per il periodico di Martin Buber “Die Kreatur”, e in due o tre appunti sparsi ripresi in altre raccolte di Benjamin (sul cinema, sul gusto dei letterati per i gruppuscoli). Uno di questi, su un negozio di giocattoli, pubblicato con alcune foto su un radiocorriere tedesco, è riprodotto in appendice nell’edizione americana .
Walter Benjamin, Diario moscovita
Moscow Diary, Harvard University Press, pp. 165, ill. $ 25

domenica 8 novembre 2015

Ombre - 291

Lorenzo campione mondiale di moto, al modo che sappiamo, ringrazia “il popolo spagnolo” che l’ha sostenuto. Niemte di meno, o voleva dire Marquez  Pedrosa, gregari volontari? E il popolo nipponico no?

Non è solo un “biscotto” spagnolo nel mondiale di moto. Ci sono di mezzo i giapponesi ultrapotenti - comandano a bacchetta i cronisti di settore: Honda e Yamaha. Fanno finta di competere, ma su questo finale di campionato si sono accordate per darsi più lustro: senza il “caso Rossi” il finale di mondiale sarebbe stato piatto.

Però, “la Spagna” effettivamente è col campione Lorenzo. “As”, “Marca”, “El Mundo”, El Paìs” online sono un osanna a Lorenzo, il campione nazionale, senza un accenno agli intrallazzi con Marquez.

Non passa giorno che Milano non si celebri, sui suoi giornali, migliore di Roma. Raccoglie più spazzatura, la ricicla meglio, ha più netturbini per abitante, ne ha meno. Migliore sulla spazzatura?
E perché Milano è “superiore” ma solo nei confronti di Roma?

Scalfari, che cinquant’anni fa aveva aperto il confronto, con la superiorità morale di Milano, ora ci ripensa, sempre sull’“Espresso”: “Non esiste una capitale morale”.
“Non esiste” è proprio romano.

Corradino – nome predestinato? – Mineo, non avendo mai fatto nulla in vita sua, da dirigente Rai, direttore di giornali e parlamentare, non capisce che ora non lo facciano capo del governo, o del partito, insomma capo, e dice il suo capo Renzi “subalterno a una donna bella e decisa”. In effetti la testa del capo Mineo ce l’ha: una “donna bella e decisa” è quello che tutte le donne vorrebbero essere, e gli uomini avere.

Dice Sacchi di Tavecchio: “Vince il silenzio omertoso. Dietro di lui interessi forti”. Di chi? Coraggio, Sacchi.

Calogero Mannino, assolto – provvisoriamente - dallo Stato-mafia, si compiace di avere trovato un giudice “giusto”. Non un giudice, uno giusto. Il giudice normalmente è ingiusto?

Mannino viene giudicato da venticinque anni come mafioso. Ma di quale mafia, a questo punto? Nel frattempo ha cambiato pelle alcune volte, solo i giudici sono gli stessi.

Il Pd ha combinato un macello a Roma. Vari macelli, con in più una perdita d’immagine colossale per la città. Ma niente scuse, la colpa è di Marino.

Trastevere si rifà la piazza San Cosimato. Che era stata rifatta quattro o cinque anni fa, un cantiere di 18-24 mesi. “È la vergogna del nostro quartiere”, dice (martedì) la presidente della circoscrizione Alfonsi per giustificare l’appalto. Senza scuse.

Il prefetto Gabrielli dà una mano e lascia al loro posto i presidenti di circoscrizione: di dimette il consiglio comunale ma i consigli municipali restano al loro posto. Sono (quasi) tutti del Pd: il prefetto dà una mano al Pd. Ma non era uno di Alfano?

Pignatone è invece fedele. Marino minaccia liste civiche contro il Pd alle nuove elezioni comunali e lui gli dà il falso in dichiarazione. In gioco sono ben 753 euro di spese non ben giustificate: Marino deve andare a processo.
Ma perché non dargli l’associazione mafiosa? Bisogna insistere: un concorso esterno, perlomeno. Sarebbe la soluzione. 

Che fare della Russia

La rivoluzione ha bloccato l’ammodernamento e la democazia. La rivoluzione del 1917, di cui lo stalinismo o sovietismo, perpetuato di fatto fino a Gorbaciov, fu figlio non bastardo. Il disinvolto marchese de Custine l’aveva previsto nel 1839: la reazione è insostenibile, se non ci sarà il liberalismo ci sarà la rivoluzione, “una più terribile di quella di cui l’Occidente risente ancora gli effetti”. Non poteva prevedere che la rivoluzione sarebbe stata essa stessa reazionaria, cortocircuitando la Russia nella fase di europeizzazione – più avanti allora di molta Europa, forse della stessa Italia, diritti civili compresi. L’aveva previsto dopo un viaggio breve a Pietroburgo, con una coda a Mosca, seppure imbeccato da informatori russi d’eccezione, i principi liberali - alcuni peraltro vicini allo zar. Il centralismo statalista è diventato legge e tallone di ferro implacabile, eliminando ogni individualità e sbarrando ogni apertura sociale, in una finta uguaglianza che era in realtà un regime di polizia. Bene. Ma perché si ristampano queste “Lettere” oggi?
“La Russia nel 1839”, poi “Lettere dalla Russia”, fu un classico dell’antisovietismo nella guerra fredda, a un secolo dalla pubblicazione nel 1842. Si ripubblica in una delle edizioni approntate in quegli anni, quella di Pierre Nora nel 1970. Per dire che siamo in presenza della stessa Russia? Le condizioni formali ci sono: le sanzioni, le basi militari, la Cia con la disinformacija. E il marchese de Custine: “La Russia vede nell’Europa una preda che le sarà consegnata presto o tardi dai nostri dissensi: fomenta da noi l’ananrchia nella speranza di profittare della corruzione”. La corruzione, il dissenso, la Russia, la politica di potenza, anche gli ingredienti ci sono tutti. Ma la Russia, malgrado Putin, è evidentemente un’altra, e il lettore non ci si ritrova. Si legge il marchese più per il contorno – per il personaggio - che per la sua Russia.
Guerra fredda
De Custine fu riscoperto nei primi anni 1950, con un parallelo tra la sua Russia, di Nicola I, e quella di Stalin. Boris Souvarine, l’ex animatore della Terza Internazionale, filosovietica, e del partito Comunista francese alla nascita, vi aveva già accennato nel 1935, nella sua biografia rivelatrice di Stalin. Ma il richiamo divenne opinione nella guerra fredda. George Kennan, l’ex ambasciatore americano a Mosca, lo ravvivò nel 1969, contro il breznevismo, “The Marquis de Custine and his «Russia in 1839»”, la raccolta di lezioni da lui tenute a Oxford nel 1969: “Pur ammettndo che non era un ottimo libro sulla Russia nel 1839, siamo di fronte al fatto inquietante che è un libro eccellente, probabilmente il libro migliore, sulla Russia di Josef Stalin, e non un cattivo libro sulla Russia di Breznev e Kossighin”. Il suo predecessore a Mosca, il generale Bedell Smith, ne aveva pubblicato un estratto nel 1951, intitolandolo “Un viaggio per il nostro tempo”, con la premessa: “Avrei potuto prendere alla lettera molte pagine del suo diario e, sostituendo nomi e date di oggi a quelli di un secolo fa, averli mandati al dipartimento di Stato come mie relazioni ufficiali”. Il 1839 di Custine “era la realtà del 1939 e la quasi realtà del 1969”, conclude Nora, lo storico francese che ha collazionato e presenta questa edizione – circa un terzo del voluminoso originale in quattro volumi (l’originale si ritrova nella collezione “Thésaurus” di Actes Sud, con prefazione di H.Carrère d’Encausse, l’unica edizione integrale dopo il 1853, dopo le prime dal fulminante successo).
La teoria allora prevaleva del “raschia il sovietico e ci trovi un russo”, sulla traccia della battuta napoleonica “raschia un russo e ci trovi il tartaro”. In questa ottica il marchese è stato montato a equivalente di Tocqueville, le “Lettere dalla Russia” come “La democrazia in America”. Due opere invece imparagonabili.
È vero che Custine decise il viaggio in Russia sull’onda del successo di Tocqueville. E che il successo di queste “Lettere”  fu altrettanto immediato e vasto come quello della “Democrazia in America”: quattro edizioni in tre anni, più numerose edizioni pirata in Belgio, e duecentomila copie vendute all’estero. Col plauso di Herzen, il fuoriuscito di maggiore peso: “Il libro più interessante che sia stato scritto sulla Russia da un straniero”. Al successo contribuì l’interesse per la Russia, che, benché europeizzata da poco, veniva considerata “amica e sorella” nella Francia della Restaurazione. Per i legami che l’aristocrazia emigrata nella rivoluzione, e lo stesso Chateaubriand, “patrigno” di Custine, vi avevano allacciato. Una vicinanza cui contribuivano anche i gesuiti, cui il marchese era devoto, col loro collegio di Pietroburgo. Malgrado le ferite che la Russia infliggeva alla Polonia, “la Francia del Nord”. Ma non c’è molto della Russia nell’opera di Custine.
Le “Lettere” sono opera di repertorio, condita con fonti giornalistiche. Vera Milchina, della università di San Pietroburgo, “«La Russie en 1839» du marquis de Custine et ses sources contemporaines”, “Cahiers du monde russe” (disponibile online http://monderusse.revues.org/42), riduce le fonti all’ambasciatore francese a San Pietroburgo, Prosper de Barante, che Custine non cita, e ad alcuni giornali parigini.
Come fonti Custine cita in appendice un professore di russo a Parigi, Girard, e un Grassini, “fratello della celebre cantante”, oltre a imprecisati principi russi (cui Nora dà però plausibili nomi) incontrati in Germania, dove decise di fare il viaggio. Le testimonianze di Girard e Grassini sono successive, raccolte nel 1842, mentre il libro veniva scritto. Girard è un soldato di Napoleone fatto prigioniero, il cui racconto certifica “l’inumanità dei russi”. Anche Grassini, incontrato a Milano nel febbraio 1842, è stato in Russia nel 1812, con l’armata del viceré d’Italia: prigioniero a Smolensk, conferma “la ferocia dei soldati russi”, ma vuole testimoniare anche la bontà della popolazione. Soprattutto delle donne, “contadine o grandi dame”. Non un grande racconto.
Oggi per di più non si può dire “raschi Putin e ci trovi Stalin”. E dunque? Ha ragione Hélène Carrère d’Encause: quest’opera “testimonia il difficile incontro tra la Russia tesa verso l’Europa e l’Europa, che non seppe mai come trattare e comprendere la Russia”. Custine ha solo “mal visto ma ben indovinato”, come dice lui stesso, lo zarismo, e lo sviluppo inevitabile di quel sistema, la rivoluzione. A ogni pagina è questione di dispotismo: la Russia è “l’incubo di un governo assoluto e di una nazione di schiavi”. Putin? Volendo, ce n’è anche per lui: dello zar Nicola I si dice che “sfida l’Europa invece d’incensarla”. Ma è uno dei modi dire della stessa cosa, il marchese è insistente oltre che monotono. La solfa se la fa ripetere perfino dallo zar, in un’intervista immaginaria: “Il dispotismo esiste ancora in Russia, poiché è l’essenza del mio governo; ma risponde al genio della nazione”. Allo zar fa pure mettere sotto accusa, in vece sua, il regime rappresentativo che non gli era simpatico. Che non è, premette, “la repubblica delle città antiche”: “Comprare i voti, corrompere le coscienze, sedurre gli uni e ingannare gli altri”.
Ritorna dal viaggio in qualche modo conciliato con la monarchia costituzionale: “Andavo in Russia per trovare argomenti contro il governo rappresentativo, ne ritorno partigiano delle costituzioni”. Ma con una sola idea della Russia: la servitù. Volontaria. Di automi. Eccetto gli spioni – compreso il mistificatore degli stranieri, quello che imbroglia le carte (la disinformacja già all’opera). Di burocrati. Inefficienti. Per concludere – una conclusione ribadita a ogni pagina: “La vita sociale in quel paese è una cospirazione permanente contro la verità”. “La civiltà russa è ancora così vicina alle origini che somiglia alla barbarie”. Di citazioni del genere ce n’è una infinità: “Un uomo sincero, in quel paese, passerebbe per pazzo”.
Il paese? Il modo di vivere? Di pensare? La gente? C’erano borghesi nella Russia del 1839, ma qui non ci sono. E nemmeno i nobili. Solo i despoti. Pietro il Grande molto, un po’ di Nicola I, moltissimo di Ivan il Terribile, di cui un centinaio di pagine o poco meno non bastano a dire tutta la malvagità - il ritratto di Ivan, benché copiato da Karamzine, storico prevenuto, il Tacito degli zar, è però anche terribilmente vivo, ben più sfaccettato e raccapricciante di quello del famoso film di Eizenstein. Metà del libro è su Pietroburgo, che gli riesce ostica – il marchese ne parla malissimo, ma anche benissimo. Il resto è contro i russi, più che contro la Russia, per il “fanatismo dell’obbedienza”, “un paese dealle passioni sfrenate o dai caratteri deboli, dei rivoltati o degli automati, senza intermediario tra il tiranno e lo schiavo”. Mosca, intravista, è alttrettanto ostica:  “città mostruosa”, “a Mosca si dimentica l’Europa”. Ma poi “tutto qui fa paesaggio”, e la città richiama, “non si saprebbe dire perché, Persepolis, Baghdad, Babilonia, Palmira, romanzesche capitali dei paesi favoolosi la cui storia è una poesia e l’architettura un sogno”… La vechia e futura capitale risolve nel Cremlino, attorno alle malefatte di Ivan, e nella confutazione di Mme de Staël, che Mosca aveva detto “la Roma del Nord”: no, “Roma è più estranea a Mosca di Pechino”.
Il riassunto finale, una ventina di pagine, basta e avanza: “I russi non immaginano niente”. “I russi non sanno che copiare, senza migliorare”. Le donne sono squadrate, villose, pulciose. Eccetto la zarina, che s’intrattiene col marchese in varie occasioni come una gentildonna borghese, con scambio salottiero di repartee – il marchese ha di questi svarioni. Gli uomini invece sono belli, bellissimi. Il  marchese lo ripete anche nel riassunto finale fino al deliquio, “molto amabili e molto infelici”. Sono però pure il contrario: greci del basso impero, cinesi, orientali, liberti, barbari, “grossolani o indelicati come i Calmucchi, sporchi come i Lapponi, belli come gli angeli, ignoranti come i selvaggi”. A cosa credere? Ma gli uomini, anche se russi, introducono al marchese, il vero protagonista delle “Lettere”.
Un marchese divino
La storia del libro e quella di Custine sono meglio della sua Russia. La lettura migliore è del romanzo che Nora gli costruisce attorno, nella prefazione e nelle rubriche a corredo. Il romanzo della vita anzitutto. Figlio di una madre troppo bella, Delphine, che darà il nome all’eroina e il titolo al romanzone “italiano” di Mme de Staël, per vent’anni amante di Chateaubriand, e di un padre ghigliottinato, come il nonno, Astolphe de Custine si libera quando lo scandalo lo mette al bando della società dei suoi pari. Quando fu trovato semimorto, nel quartiere equivoco di Saint-Denis, bastonato dai commilitoni di un artigliere col quale aveva convegno galante a pagamento. Si ristabilì, e prese a convivere liberamente col giovane inglese Édouard de Sainte-Barbe. Per alcuni anni con Édouard e con un giovane bello e spiantato nobile polacco, Ignace Gurowski. Fino a che questi, dopo cinque anni di intimità e lunghi viaggi col marchese, non sedusse l’infanta Isabella di Spagna, sottraendola al convento dove la famlglia reale spagnola l’aveva rinchiusa, e la sposò. Sempre nobilissimo, malgrado l’ostracismo, e molto pio malgrado il “vizio” come lui lo chiamava. Amante anche per questo dell’Italia, dove era quasi sempre - nel 1850 sarà in udienza privata dal papa Pio IX. Dogmatico, di “fede ardente” lo dice Nora, da mistico.
Ricchissimo, malgrado due o tre rovesci di Borsa, dà anche ricevimenti e feste alla migliore intellettualità di Parigi, avendo deciso che il suo futuro sarà di scrittore. E che nomi: Hugo, George Sand, Théophile Gautier, Balzac, che molto lo consiglierà e aiuterà editorialmente, Lamartine, Baudelaire, che ne scriverà l’elogio in morte. È anche corrispondente di Rahel Varnhagen a Berlino, “il romanticismo in persona”. E col marito di lei, il diplomatico prussiano Karl Augustin Varnhagen von Ense, il miglior conoscitore della Russia, A Varnhagen marito le “Lettere” devono molto, oltre che a una serie di principi russi incontrati in Germania e a Pietroburgo, Alexander Turguenev, zio del futuro romanziere, Kozlowski, Viazemski, Golitsine, Ciadaeev – ma le vere fonti sono altre, come si è detto.  A Vienna, in coppia con Gurowski nel 1835, incontra più volte Balzac, che è venuto a conoscervi Mme Hanska, dal quale ha molti consigli pratici. Anche il viaggio in Russia fa con Gurowski, e col cameriere italiano Antonio.
Viaggia sempre. Ai viaggi l’aveva iniziato la madre nel 1811, quando aveva 21 anni, portandoselo al seguito in una peregrinazione di tre anni per mezza Europa, in compagnia del suo nuovo amante, lo psichiatra Koreff. Durante la quale il marchese mise a punto il suo genere: resoconti di viaggio epistolari immaginari, molto elaborati. Compresa l’intervista, dopo morte, al personaggio importante, artificio che farà fortuna.
Prima di Saint-Denis aveva tentato, eroico, il matrimonio. Dopo aver rifiutato varie candidate della madre, aveva scelto una giovane remissiva, alla quale aveva anche fatto un figlio. Entrambi, madre e figlio, morirono presto. E Custine si emancipò. Ai ricevimenti presiedeva il suo compagno di sempre Edouard de Sainte-Barbe. A cui il marchese era infedele, ma di cui farà il suo erede universale – i parenti contestarono il testamento  ma persero la causa (frattanto Édouard era morto).
Con i romanzi non ebbe successo. Uno, “Aloysius”, ha la stessa storia dello stendhaliano “Armance”, e fu scritto nello stesso anno, 1827, probabilmente su un aneddoto vero, o una situazione che i due scrittori, che si frequentavano, conoscevano o si erano inventati. Ma il suo è noioso, come i suoi altri romanzi. Le lettere invece ebbero successo, dalla Calabria, dall’Italia, dalla Germania. Queste dalla Russia più di tutte. Ma subito poi dimenticate. Con le  “Lettere”, conclude Nora, “Custine ha scritto a modo suo il suo «Viaggio al termine della notte»”, anche lui reazionario radicalmente anarchico: “Anche a lui non è stato perdonato”. Beh, no.
Astolphe de Custine, Lettere dalla Russia, Adelphi, pp. 363 € 20