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sabato 19 marzo 2011

La sconfessione totale del governo

L’impaccio di Berlusconi e Frattini, e la superficialità di La Russa non sono tutto. La guerra alla Libia, fatta per conto della Francia, la quale la promuove essenzialmente contro l’Italia, per soppiantare l’Italia in Libia, è la sconfessione totale del governo italiano. Di qualsiasi governo, ma di questo in modo particolare. Che si è arroccato per quadrare i conti su tagli miserabili alla ricerca e alla cultura, e ora spenderà due e tre volte i soldi risparmiati per compiacere un presidente francese incapace e debole, e per giunta ostile.
La Russa parla come si vede, a vanvera: come tutti gli ex giovani del Msi non sa nulla e non ha imparato nulla. Frattini si appella alla solidarietà europea e Nato, ma forse senza convinzione: non si vede quale Europa e quale Nato possano voler esporre un membro importante come l’Italia a una guerra imprevedibile. L’Italia, poi, in Libia non ha buoni precedenti - ma nemmeno i francesi, quando hanno tentato trent’anni fa di armare il Fezzan.
Di vero in questa No Fly Zone, come oggi si chiama la dichiarazione di guerra, c’è solo il ridicolo: l’Italia mette basi, navi e aerei a disposizione di una tenaglia anglo-francese anni Trenta, contro gli interessi dell’Italia nel Mediterraneo. L’altra verità è che il governo è debole, lo tiene solo il filo con Napolitano. Non perché non ha i numeri, pochi governi hanno avuto i numeri che Berlusconi ha in Parlamento. Ma perché Berlusconi, che sa che la guerra è insensata, non ha fatto niente per evitarla. Poteva parlare ieri mattina, prima che Napolitano a Torino gliela imponesse, e se n’è guardato. E sarà sul fronte giudiziario come su quello politico, o viceversa, che fa la faccia feroce, ma è vinto dentro.

Il Pd risponde, come un sol uomo

Mussolini sarebbe stato infine contento, è l’Italia che voleva: scattante come un sol uomo. Ora, non si può dire che Napolitano sia mussoliniano, ma appena ha detto che bisogna bombardare la Libia, per il bene dei libici, tutti i grandi giornali, di professione naturalmente democratica, all’unisono si sono schierati e marciano per l’esportazione della democrazia: “Corriere della sera”, “Repubblica”, “Stampa”. Non c’è bisogno di essere dittatoriali e mascelluti per farsi obbedire, basta essere o essere stati comunisti del Pci: l’obbedienza resta cieca e assoluta.
Nel 2003 non c’era più D’Alema, e non c’era ancora Napolitano, e quella esportazione della democrazia non fu apprezzata, resta ancora un vulnus che i democratici deprecano, la guerra all’Iraq. Ora c’è Napolitano, che i raid aerei pacifici sulla Libia appaia al Risorgimento, e la risposta è si può dire entusiasta: “Armiamoci e partite!”. Con tanti “bruuu!”, anch’essi d’ordinanza, alla Lega – attestata al solito sul senso comune.
Il futuro storico avrà di che confortare la scoperta che l’Italia del 2011 era, caso più unico che raro, convintamente (post)-sovietica: si chiama centralismo democratico, significa che quello che il Capo dice le masse fanno, fedeli, convinte. Gli basterà leggere i giornali. Gli (ex) compagni di strada infatti non sottilizzano. Al “Corriere della sera” si sono spinti a pretendere dal corrispondente in Germania un articolo che dica Angela Merkel fischiata in Germania, perché “non marcia”, e Danilo Taino, neo democratico, diligente l’ha scritto, senza vergogna (Merkel ha fatto l’unanimità in casa, con l’eccezione dei Verdi, eugenetici - un arabo in più o in meno non fa differenza).

Crocefisso e bombe

Singolare coincidenza, il giorno in cui acquiesceva al bombarolo francese, Frattini mieteva la sua vittoria diplomatica ristabilendo il Crocefisso nelle scuole. Col plauso del signor Bagnasco, che è un cardinale, e anzi il presidente dei vescovi italiani, che l’aiuto vuole “prudente ma convinto” - della genia dei capellani militari. Ai libici e non alle scuole, ai democratici libici, con le bombe.
Per il ministro degli Esteri italiano è la perdita della funzione, oltre che della facciaE per i cattolici? Quelli del partito Democratico, come Bagnasco? Che sbracano sulla parte meno accettabile del partito Democratico: il centralismo democratico ancora prevalente e l’opportunismo.

Il dandy non ama i dandies

Carlyle rifà qui Sterne, come si sa, la passeggiata nel suo tempo in forma di narrativa - la “self-conscious fiction” di Robert Alter, il biblista (“Motives for fiction”, 1984, Harvard Univ.Press). Ma meglio rifà Jean Paul, di cui era traduttore, nonché approfondito critico con due saggi, il primo per la “Edinburgh Review” già nel 1826. Il “Sartor” ha protagonisti comici: un professor Teufelsdröckh, che sarebbe “feci del diavolo”, di nome Diogenes, e cioè “di origine divina”, uno che ride una volta sola, a una delle “Extra-aringhe” di Jean Paul, della città di Weissnichtwo, “non si sa dove”, sotto la protezione del Consigliere Aulico Heuschrecke, “cavalletta”… Con citazioni profuse da una cinquantina di autori (ne sono stati contati 45).
L’uomo rivestito è il dandy. La nuova categoria degli anni post-napoleonici. Che Carlyle non riesce a ridurre agli altri figurini del tempo, Buck, Blood, Macaroni, Incroyable – perché è egli stesso il primo dei dandies (capiterà ancora a Baudelaire, su questo speciale capitolo del dandysmo, di essere personaggio in commedia). Carlyle si produsse nella Critica del Vestire, i tre tomi di “Sartor Resartus”, per meglio azzannare la filosofia e la prassi del dandysmo. Il capitolo conclusivo “Il corpo dandiacale”, peraltro tutto jeanpauliano, e prolisso come tutt’e tre i libri, ne fa una setta. Che non manca di “libri sacri” (“che essi chiamano Romanzi alla moda; il Canone tuttavia non è definito, e alcuni sono canonici, altri no”), ma sono anche libri di successo, e questo forse spiega la dubbia ironia.
Germanista, Carlye ignora i francesi, integralmente. Chateaubrand gli avrebbe insegnato molto, che riconobbe negli indiani delle pianure americane i precursori del dandy, l’immaginazione attiva “nel grande deserto di uomini” – lui uomo così salottiero e innamorabile. Anche se non altrettanto bello che Carlyle.
Thomas Carlyle, Sartor Resartus, Liberilibri, pp.392, € 19
Anche in eText su www.online-literature.com

Visita guidata a Parigi, Secondo Ottocento

Titolo barresiano, d'après Sainte-Beuve, per questa incursione nel secondo Ottocento francese, che s’illustrerà nella letteratura cosiddetta fin-de-siècle, di frivolezza cioè appesantita. Il cabotinage e l’operetta Calasso fa nobilitare da Proust, ma non hanno e non danno più di un po’ di prurito. Baudelaire naturalmente fa eccezione in tanta lievità, da W. Benjamin, “La Parigi del Secondo Impero in Baudelaire”, sottotraccia fino a questa “Folie”. Ma leggerlo insieme ai pittori dei suoi “Salons” non lo esalta. Anche nella parte più baudelairiana - veloce, sorprendente - del libro.
Si può leggere Nietzsche come Baudelaire (ne acquista), ma non Baudelaire come Nietzsche. Addebitandogli cioè una metafisica, per di più di paralogismi, e anzi di “mostruosi paralogismi” (188). Che è quanto fa Calasso alla fermata centrale, “Il sogno del bordello-museo” - un pastiche, surrettizio, involontario, del sogno baudelairiano di Butor, “Una storia straordianaria”? O sono queste Letture dell’Autore per spicchi, alla Citati, non biografiche né critiche ma mimetiche, che stancano, il Lettore opprimendo l’Autore con falsa modestia e lezioso saprofitismo. Il sogno poi Calasso (involontariamente?) realizza nella seconda parte del libro, con una galleria commentata di una cinquantina di figure femminili, una sorta di visita guidata, con grande dettaglio di letture consigliate. Nella mistica della donna pervasiva, che inevitabilmente è perduta, cominciando dai petits rats, le bambine della scuola di ballo all’opera, di cui le madri laboriose avviano la vendita. Baudelaire non è ametafisico, nemmeno lo stupido ci riesce, ma è asistematico. E si vuole ed è un dandy, che lui concepiva come all’erta sempre, “vivere e morire davanti a uno specchio” – intransigente come un Calvino, oppresso dall’intelligenza.
Il Secondo Impero e il lungo fin-de-siècle, così monomaniaci malgrado gli orrori della sconfitta e della Comune, cominciano a stingere, col mito di Parigi. Calasso lo sente, che quella Parigi rivive nella pittura – la pittura infatti resta. Sempre in questa famosa stazione centrale del sogno al bordello Calasso indulge alla “retorica del sogno” (168) che irride, di un sogno che definisce un romanzo, e forse lo è, ma in questa lettura è specchio deformante, stiracchiato – Freud non avrebbe osato tanto: nel sogno, lo stesso Calasso fa dire a Baudelaire , “vale l’assurdo e l’inverosimile” (168), ma molti sogni non valgono niente.
La lettura “meravigliosa” che Calasso viene svolgendo dalla “Rovina di Kash” (1983), di cui questo è il sesto pannello, prima di “Ardore”, inciampa in Baudelaire. “Nell’epoca del «Siècle», che dura tuttora” Calasso finisce egli stesso per immergersi, sebbene ghignando - il «Siècle» fu per Baudelaire, com’egli scrisse al notaio Ancelle, campo di studio ventennale della bêtise (nel quale eccelle forse più del suo coetaneo Flaubert). Anche su Baudelaire. Sul quale si torna con sollievo nel capitolo finale, dopo l’interminabile dettaglismo su Guys, Degas, Manet (un po’ più vivace su Ingres) e su Rimbaud. Calasso ha tagli illuminanti su Baudelaire, anche per il lettore adusato, ma l’insopprimibile one-upmanship li diluisce. È l’effetto del dandysmo sul dandy, due quantità dello stesso segno si appesantiscono e non si stimolano: per il dandy la ritenzione e non l’eiaculazione è il piacere (Calasso ricorda che Baudelaire scrive a Mme Sabatier: “Non c’è forse qualcosa di essenzialmente comico nell’anima?”), la sua Scrittura sarebbe il Silenzio, atteggiato certo. O forse non c’è dandy nell’epoca della crisi: non si può essere critici nella crisi, è girarsi, come Diogene quando il Macedone era alle porte, nella propria botte. Se non in forma di maschera. Ma, infine, leggiamo e amiamo Baudelaire (e Flaubert) e non Sainte-Beuve.
Roberto Calasso, La Folie Baudelaire, Adelphi, pp. 425, € 18

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (83)

Giuseppe Leuzzi

Viene ‘ndrina, la famiglia mafiosa, da Anandrynes – i gallicismi non sono rari in Calabria, il più noto è ‘nduja, andouille? Anandrynes è una setta lesbica, fondata a Parigi nel 1770 da Madame de Fleury, animata dalla cortigiana Sophie Arnould. Cui si deve la frase famosa che sancì l’esclusività del club: “O puttana, o lesbica”.

Le “Due modeste proposte per eliminare la criminalità” di Pasolini, due settimane prima del suo assassinio, sono le solite: abolire la scuola, abolire la tv. Ma il poeta fu nell’occasione anche realista: “Si lamenta in Italia la mancanza di una moderna efficienza poliziesca contro la delinquenza. Ciò che io soprattutto lamenterei è la mancanza di una coscienza informata di tutto questo, e la sopravvivenza di una retorica progressista che non ha più nulla a che fare con la realtà”.

Perché Platì, “il posto da cui si controlla il narcotraffico mondiale è un paese dove non c'è una donna per strada, dove i bar fanno schifo, dove l'asfalto è pieno di buche?”, si chiede Saviano sul numero di marzo di “Wired”, la rivista del gruppo Vogue per l’informatica. E si risponde: “Perché se tu migliori le condizioni di vita in quei luoghi le persone non fanno più un omicidio per 1500 euro”.
Semplice. Ma che le strade siano piene di buche è vero. Anche fuori di Platì, è tutta l’Italia che è depressa.

Prima e dopo la criminalità organizzata c’è una memoria individuale di difesa dalla violenza della legge, che al meglio si esprime nel suo scarso rispetto in tutto il Sud.

La donna del Sud si fa strada nel 1965 con la canzone così intitolata di Bruno Lauzi, che l’aspettava a Genova: “Una donna di nome Maria\ È arrivata stanotte dal Sud.\ È arrivata col treno del sole\ Ma ha portato qualcosa di più. Ha portato due labbra di corallo”. Anche se nel 1965 il Treno dl Sole viaggiava ormai vuoto.
La cosa non piacque a Sergio Endrigo, l’assenza della problematica sociale. Che nel 1967 ristabilisce la verità, con “Il treno che viene dal sud “ (“Non porta soltanto Marie\ Con le labbra di corallo…”). E dice: “Nel treno che viene dal sud\ Sudore e mille valigie\ Occhi neri di gelosia\ Arrivederci Maria…”. E: “Dal treno che viene dal sud\ Discendono uomini cupi”.
Dieci anni dopo Lauzi il Sud è ancora protagonista a Sanremo, ma a opera di una cantautrice, Rosangela Scalabrino, in arte Gilda, che “Il Sole 24 Ore” eleva a meteora, la quale canta: “Ragazza che ti affretti\ perché suona la messa,\ cammini a testa bassa,\ sorridi a chi conosci…\ ti hanno insegnato a credere,\ a vivere aspettando lui...” E vince. Gilda, “che, pur essendo nata nel Biellese, nel 1975 si impone con il brano «Ragazza del sud» può essere considerata la madre di tutte le meteore sanremesi”, scrive “Il Sole”. Ma una meteora insistente: “Gilda, apprezzata e lanciata dalla grande Mina, si presenta alle audizioni per l’edizione ‘74 della kermesse e viene scartata. L'anno dopo ritenta con lo stesso brano e non solo si qualifica per la gara ma vince il premio più importante”.
Si potrebbe arguire che il Sud non c’entra, e invece c’entra.

Nella “Lettera rubata di Poe (184..) “i camerieri, essendo napoletani, vengono ubriacati agevolmente”

Milano
Scoppia la guerra alla Libia, nella quale l’Italia è in prima linea, benché recalcitrante, e il governo non ha altro di cui occuparsi che di proteggere gli interessi di A2A, l’azienda milanese dell’elettricità, da Edison e dai francesi. La bottega viene prima della guerra.

La Procura di Milano è passata dalle prime alla Scala al controllo della spesa di Berlusconi. Sembra un declassamento, dai piani alti alle stanze della servitù. Ma Milano è come il maiale, di cui non si butta via niente.

Bergamo si fa un ospedale da 350 milioni. Di cui il piano terra è inutilizzabile perché sprofondato. Ai piani superiori molte stanze non sono agibili, non c’è spazio prescritto per i due letti. Ma non ne sappiamo nulla, non c’è scandalo.
Non c’è neppure per una caserma della Guardia di Finanza, un appalto da 250 milioni di euro. Che poi si sono vergognati di realizzare, ma non senza avere buttato alcuni milioni in mura abbandonate.

La Procura di Milano fa pubblicare ogni giorno una diecina di “nuove” intercettazioni su Ruby. Non di più né di meno: una diecina servono a “montare” una pagina. Inutile chiedere come sono “nuove” se risalgono ad alcuni mesi fa. E se sono vere intercettazioni, poiché Ruby sapeva di essere registrata.
O lo squallore è di chi fa questo basso servizio alla Procura? Imponendo ai lettori una ragazza che da ogni pizzo ormai sa di pesce. Cronisti di giudiziaria ma anche direttori, che la puzza poi si portano nei salotti. Tutto in realtà Milano unifica, dove lo squallore è infinito.

A Sanremo la Rai si era dimenticata Napoli. Nel cento cinquantenario, figurarsi. Ha rimediato Vecchioni proclamandosi ambro-napoletano. Milano si prende proprio tutto.

Non c’è solo Milano al comando, è vero, c’è anche Bologna. Con Casini, che vuol dire la Rai, Bersani, Fini, i quali fanno l’opposizione, non gloriosa. Nonché Cofferati, bolognese di adozione, che ha imbastardito la Cgil, un sindacato che aveva tutti i mezzi e la vocazione per difenderci. Con Prodi, che ha un’altra marcia, ma è per questo bolognese atipico, poco chiacchierone. Si dice sempre che anche l’opposizione governa, e in un certo senso questo è vero anche dei bolognesi.
È così che l’Italia resta sotto il tallone – di ferro – di Milano, indisturbata. Di Tremonti naturalmente, che è il Ministro Unico di questo e tanti passati governi. E di Bossi naturalmente, Berlusconi, Lele Mora, e la Procura.

Berlusconi non è solo, innumerevoli sono i processi politici, da Sofri in poi. E quelli non fatti: truffe miliardarie, alla Rizzoli Corriere della sera e alla Saras dei Moratti, mai indagate, o le schedature alla Pirelli. Dopo la lunga storia Montedison – di cui venne fuori solo la tangente finale, quella ammessa dallo stupido Craxi. Mentre Borrelli, D’Ambrosio, Spataro, Bruti Liberati, Greco e nugoli di altri procuratori sono noti in città per il tempo passato con editori, direttori di giornali e baroni del denaro, più che nei loro uffici. Peraltro sontuosi, nel fatiscente palazzo milanese della Giustizia.

Fu Craxi uno stupido? In quanto milanese sì. Aveva fiducia cieca nella sua città, all’“Avanti!” non era possibile scrivere un solo rigo critico di Milano, anche quando la corruzione vi apparve intollerabile. La città l’ha fatto poi passare per tangentista, perché andò al tribunale milanese a dire che, sì, la tangente Enimont c’era. Quando Montedison e Eni pagavano tangenti da trent’anni. Separatamente, è vero. E non a lui, non al suo Partito.

Un manierismo lombardo di ritorno imperversa e ha impoverito l’Italia in questi anni. Cioè no, l’ha svuotata dal di dentro, il tronco è ancora appariscente. Ha svuotato la lingua, le tradizioni, la cultura, l’iniziativa libera, l’ha schiacciata sulla hit parade delle cose immediate, di quelle che si vendono subito con profitto e chi se ne frega più. Dal terrorismo in poi è un attacco senza respiro di ciò che appare. In linguaggio marxista è il feticismo delle merci, in realtà è la stupidità – le merci si possono scambiare “con intelligenza”, con profitto non solo monetario, anche a ritmo elevatissimo. Milano non è più razionalità robusta, modesta (Verri, Beccaria, Cattaneo, il Politecnico), impegno religioso e caritatevole, dedizione (al lavoro, alla società, al progresso), denaro pronto per l’industria, antenna sensibile del paese (l’editoria). È solo moda e affarismo, banalità cioè e avidità. Che impone, con potenziale di leadership straripante, attraverso l’indignazione vocifera: la Lega, la questione morale, le mafie, il “Sud” in genere.

Nord
La squalifica del Sud Italia è parte di un’ideologia del Nord, contro tutti i Sud del mondo. Oggi virulenta per gioco, con la Lega, ma per un paio di secoli dominatrice, col dirottamento degli studi indoeuropei al modello “ariano” e anzi iperboreo. Oggi incredibile, eppure c’è stato – e c’è, solo si vergogna un po’. Ciò era evidente ai tempi del terzomondismo, degli studi sul ritardo economico, classificato sveltamente come Terzo mondo e identificabile con la parte meridionale del pianeta. In alto c’era l’Occidente (Europa e Usa) da un lato, dall’altro il mondo comunista, da Berlino a Vladivostok, Shangai e Hanoi.

Non è per questo scandalosa la persistenza dell’anticattolicesimo in Nord Europa e in Nord America. La chiesa cattolica ha molte colpe, ma non è – non può essere – responsabile di tutto il male. Inoltre, è la sola ad aver fatto, e fare, autocritica. Infine, si parla di religione ma s’intende cultura, alla maniera sempre del Kulturkampf di Bismarck, della guerra culturale scatenata dal cancelliere di ferro, prima e dopo Bismarck: non c’è prevenzione fra i cattolici contro i protestanti, mentre c’è fortissima al contrario. Che fondamento ha questa superbia?

leuzzi@antiit.eu

venerdì 18 marzo 2011

Con l’ex Pci Italia in guerra coi vicini

La Libia dopo la Serbia. Due paesi confinanti (allora la Serbia era unita al Montenegro), con i quali l’Italia non ha nessun contrasto, e anzi relazioni specialmente amichevoli, e ai quali fa guerra. Nel 1999 alla Serbia per Milosevic, e oggi alla Libia per Gheddafi. Poiché di guerra si tratta, la si chiami Operazione Pulizia, o No-Fly Zone, o Protezione della Libia - o “difesa attiva”, la famosa furbata inventata da D’Alema nel 1999 (per sottrarre il Kossovo alla Serbia e darlo a un mafioso). E della guerra più disonorevole, i bombardamenti , necessariamente contro la popolazione – che le bombe siano “intelligenti”, cioè tralascino i civili, ormai l’hanno tolto dalla propaganda.
Entrambe le guerre hanno a promotori e patrocinatori due personalità eminenti del Pci, quella alla Serbia Massimo D’Alema, questa alla Libia Giorgio Napolitano. E in entrambi i casi il Nemico è un personaggio che il Pci particolarmente apprezzava e sosteneva, Milosevic e Gheddafi.

La rivincita di Suez

Un presidente francese debole e un primo ministro britannico furbo. Manca il generale israeliano, ma per il resto si ripete contro Gheddafi l’operazione che Francia e Gran Bretagna lanciarono contro Nasser nel 1956. Non c’è neanche Eisenhower, è vero. Che approfittò dell’occasione per evincere le due potente combattenti dal Medio Oriente. Dunque si può parlare di rivincita: Sarkozy e Cameron avranno ragione di Gheddafi, sia pure a costo di molti morti in Libia.
Ma, anche per questo, l’effetto sarà lo stesso che nel 1956: non ci sarà più molta Francia né Gran Bretagna nel Nord Africa e in Medio oriente. Non subito, anzi subito un po’ d’armi francesi e britanniche verranno comprate dai sauditi e dagli Emirati. Ma i morti non si dimenticano, soprattutto per mano di uno straniero che non c’entra per nessun motivo, il nazionalismo si consolida nel lutto. Il primo segno si avrà nella caccia a Gheddafi: nessuno dei paesi arabi che hanno chiesto l’intervento della Nato interverrà in Libia.
Non ci sono in realtà parallelismi possibili, a parte i segreti conversari che hanno preceduto l’operazione. C’è anzi un rafforzamento della leadership Usa che si affermò nel Mediterraneo in conseguenza di Suez: la Francia si accoda agli stessi Usa, come già subito aveva fatto la Gran Bretagna, abbandonando mezzo secolo di autonomia.

È ammuìna nel mondo arabo

Hanno bombardato la popolazione del Bahrein e dello Yemen, e ora sono pronti a bombardare i libici. In Bahrein e nello Yemen contro le dimostrazioni di piazza, in Libia contro il dittatore che non vuole manifestanti in piazza. Non a bombardare propriamente la Libia, ma a offrire servizi e logistica. È la nuova politica della Lega Araba, dei due paesi dominanti, l’Egitto di Tantawi e l’Arabia Saudita, ai quali in particolare uno Yemen politicizzato dà le convulsioni. Che dà il senso del rivolgimento in corso: un riassestamento delle posizioni.
Non c’è nessuna democrazia in ballo e nessun rivolgimento politico popolare nel mondo arabo. Ma un’insorgenza della trama ormai tradizionale di doppi e terzi giochi. Con poco sangue sparso, almeno finora, e molta ammuìna, si sarebbe detto nell’esercito borbonico: manovre finte, politiche e militari. L’effetto è una stabilizzazione vecchio stile, di quelle cui il mondo arabo è da sempre abituato, con nuovi capi.
L’Egitto di Tantawi è più duro e monocratico di quello di Mubarak. E non ci sono elezioni in vista, non con El Baradei o altri democratici. Né ci saranno sovversioni nella penisola arabica, nel Qatar come nello Yemen. C’è, e sarà portata fondo, in Libia. Dove però i ribelli a Bengasi, venuti attraverso l’Egitto, non hanno molto di libico, qualcuno degli inviati nella capitale della Cirenaica, per quanto a digiuno di arabo, comincia a sospettarlo. E non sappiamo del Fezzan, che non moplti anni fa la Francia aveva tentato di sottrarre alla Libia partendo dal Ciad, naturalmente con una Consiglio Rivoluzionario o Fronte di Liberazione.

Santa Cecilia e Opera, il malessere della cultura

All’apparenza è solo un controsenso che il governo, cioè Tremonti, tagli le spese della cultura e dell’università e non, per esempio, quelle della cooperazione allo sviluppo (delle aziende italiane), o quelle altrettanto equivoche delle guerre umanitarie che l’Italia fa in giro al carro degli Usa. Dove il risparmio sarebbe di miliardi, invece delle centinaia di milioni risparmiati sulla ricerca e sui beni culturali. Se c’è un perché in questa dissimmetria, sa anzi di corruttela: nelle spese per la cooperazione e la difesa si procede ad appalti, con larghi margini, mentre la cultura ha bilanci comunque striminziti. Ma ragioniamo “come se” – non si può sospettare il ministro dell’Economia di proteggere gli appalti gonfiati.
Resta che gli sprechi e l’incapacità degli enti culturali sono, per qualsiasi appassionato d’arte, indifendibili. Specie degli enti musicali. Specie a Roma, la più vocifera contro i tagli. Uno dei più importanti e di maggiori tradizioni, la Fondazione Santa Cecilia, che ha una grande a apprezzata orchestra, un coro, una direzione artistica e musicale di prim’ordine, e programma ormai quasi un migliaio di manifestazioni l’anno, ha abbonati in calo invece che in aumento. Ai quali presenta a ogni concerto sessanta o ottanta gradini di scale, non musicali evidentemente, al Parco romano della Musica l’archistar Piano non avendo previsto scale mobili, e i due ascensori infilati all’ultimo momento essendo piccoli e lenti - irrimediabili, possibile? Dopo un viaggio che va fatto necessariamente in automobile o in taxi, a dieci anni dall’apertura il trasporto pubblico per il Parco ancora latita. Un vecchio vizio peraltro non è stato mai risolto: riempire comunque la sala. Con promozioni per i giovani, le scuole, categorie sociali, come fanno tutti gli enti musicali in Europa, dall’Opéra di Parigi al Covent Garden – benché ci siano già gli organismi per gestirle l’Agimus, le Gioventù Musicali, o è agevole crearli. La novità quest’anno è la riduzione del numero degli ospiti e della loro qualità
L’Opera di Roma, con la quale è stato celebrato il centocinquantenario, fa di questa inefficienza la farsa. Il coro ha pianto agli appelli di Muti, mentre le Autorità si esibivano compunte sul palco, comprese della protesta. Ma questo teatro che ha seicento dipendenti da quasi trent’anni non produce una stagione – giusto qualche spettacolo sparso, ripescaggi o in forma concertistica. Dipendenti tutti qualificati, un’orchestra, un coro, un corpo di ballo. Per i quali vale oggi quello che Roman Vlad ne diceva nelle conversazioni con Corrado Augias sull’“Espresso” trenta e quarant’anni fa, che era impossibile farli lavorare.

Un giudice non si può opporre al Pm

C’è un processo in cui un presidente di Tribunale tratta i Procuratori della Repubblica come gli avvocati, ed è finito male ancora prima di finire. E un processo di cui non si parla, non si può parlare, benché sia il più farlocco e anche il più corrotto (ha spostato qualche miliardo, tutto il business del calcio). È il processo napoletano alla Juventus. La presidente Teresa Casoria è stata per questo sfidata, a male parole, dalle altre due giudici a latere, che non vogliono storie, e in Csm dal valentissimo Procuratore Narducci, che ha imbastito il processo alla Juventus su alcuni articoli dei giornali milanesi, e sulle dichiarazioni vaghe, non circostanziate, cattivissime, di un arbitro incapace e per questo accantonato, un certo Nucini.
La presidente della nona sezione penale di Napoli, Teresa Casoria, non è giudice da poco. È “una toga cui i colleghi riconoscono «grande serietà», «alta professionalità» e «una preparazione tecnica da far invidia a molti»”, ha scritto il “Corriere della sera”. Ma per questo non era piaciuta subito al Procuratore Narducci, che aveva opposto ricusazione.
Ora contro il giudice Casoria Napoli accumula prove e accuse. La vuole processata dal Csm, e radiata. Con l’effetto che anche il processo alla Juventus andrà in prescrizione. Che è quanto viene rimproverato al giudice sotto accusa, che vada ripetendo: “Tanto, la giustizia qui va in prescrizione”. Ma meglio una prescrizione che un’assoluzione: un processo non potrà mai finire con un’assoluzione. Non era previsto che un giudice non avesse paura della Procura, dei giudici cioè che dispongono della polizia giudiziaria.
Ma questa è la fine, contro la giudice Casoria la Procura ha accumulato in due anni vessazioni e superchierie da togliere il respiro. Tra le altre, poiché per essa non sono stati trovati nemmeno concorsi esterni in associazione mafiosa, una stretta di mano o un caffè col prozio acquisito di un qualche camorrista, per quanto in pectore, si è condannata in anticipo la sua sentenza - prima di escogitare la rimozione e la prescrizione. Il Procuratore Narducci ha escogitato che la futura sentenza della giudice Casoria sarà da lei presa con una sentenza suicida. Come? La giudice sarà in minoranza rispetto alle due giudici a latere, che invece sono di fede adamantina, e anche democratiche. La presidente allora si rifarà stilando una redazione suicida della sentenza, tale cioè che debba essere cassata in appello. E quindi, preventivamente, il Procuratore chiede, e il Csm di un certo Vietti, il vice pretore di Rivarolo Canavese, concorda, che la giudice debba essere rimossa preventivamente. Sembra fantascienza, e invece è Napoli, l’antimafia di Napoli, la democrazia di Napoli.

mercoledì 16 marzo 2011

L’Italia unita consolazione dell’Europa

Non si saprebbe apprezzare abbastanza l’Italia, che è stata la consolazione dell’Ottocento. Un concentrato di tutte le aspirazioni di libertà, passione disinteressata, dedizione fino al martirio, e giovinezza, speranza, rinnovamento, che hanno agitato il secolo. Dal 1848 al 1860, e anche oltre, concentrò l’attenzione commossa (appassionata), sorridente di tutta l’Europa e del mondo, per un destino nazionale e di liberazione che si compiva a iniziativa del popolo, dei giovani, delle donne, e col sacrificio della vita di tanti di loro. Garibaldi, e anche Mazzini, furono per generazioni gli idoli dei sinceri democratici. Garibaldi era, in Italia e più a Londra, a Parigi, in Svizzera, in Germania (e in Germania per il cancelliere di ferro Bismarck), “l’eroe rivoluzionario europeo”. Ancora a fine Ottocento, nell’“Interpretazione dei sogni”, Freud per dare un’immagine affettuosa del padre morente, l’unica che gli concede in tutti i suoi ricordi, dice che “assomigliava tanto a Garibaldi”. Anche Cavour fu a lungo popolare, seppure presso un altro pubblico, specializzato.
Engels, nel tardo “Ludwig Feuerbach e la fine della filosofia tedesca classica”, del 1886, descrivendo le diverse vie attraverso le quali le borghesie nazionali si erano affermate in Europa, attesterà che l’Italia era singolarmente portata ad esempio a Berlino: per un buon decennio, fino a Sadowa nel 1866, al crollo dell’impero austriaco, si incitava la corte a prendere esempio dalla Realpolitik del conte di Cavour e dell’Italia dopo il ’48 e nel 1959-60. Gian Enrico Rusconi dà più riscontri di questo fascino nel recente “Cavour e Bismarck”. Il vecchio rivoluzionario Ludwig August von Rochau, autore nel 1853 dei seminali “Grundsätze der Realpolitik”, che inventarono la categoria, è un ammiratore di Cavour e dell’“esempio della Sardegna”, della sua “grande originale operazione nazionale”. Dopo la scommessa riuscita della guerra di Crimea (1853-1856) Max Duncker, lo storico della Prussia, scriveva al coautore, e storico famoso della Guerra dei trent’anni, Johann Gustav Droysen: “Come andrebbero diversamente le cose in Germania se i nostri amici politici berlinesi potessero essere rimpiazzati da Cavour e d’Azeglio! Ma verranno anche i nostri tempi”. Lo stesso Bismarck fu affascinato dagli eventi del 1860, che visse da inviato prussiano alla corte di Pietroburgo. L’opinione pubblica era per l’Austria, ma il futuro cancelliere era apertamente ostile e per questo vicino all’Italia. A dicembre lo dichiarò anche pubblicamente: “Per la Prussia è bene che si formi uno Stato italiano». E dopo l’unificazione, in una lettera al suo ministro degli Esteri, Albrecht von Bernstorff, ribadiva: “Avremmo dovuto inventare noi il regno d’Italia, se non fosse già nato per conto suo”. Il grande giurista liberale e antibismarckiano Rudolf von Jhering, quando nel 1866 la Prussia sconfisse l’Austria, scriverà: “Come ho invidiato per anni gli italiani per il fatto che a loro fosse riuscito quello che a noi il destino sembrava aver rimandato a un lontano futuro; come ho desiderato un Cavour tedesco e un Garibaldi come messia politico della Germania; poi di colpo esso è comparso tra noi nella persona del sempre insolentito Bismarck”.
Non c’è stato nel secolo dell’Europa altro evento che abbia suscitato tanto vasta e commossa partecipazione: l’Italia sembrò la consacrazione di tutto ciò che di bello il secolo aveva divisato, il coronamento di un impegno per questo non più inutile di fede e vita. Ma anche prima, nel Settecento, e anche dopo, nel Novecento, non si trova un evento che sia così compartecipato, dal fondo del cuore di ognuno. Un destino tanto più eccezionale in quanto l’Ottocento, nel mentre che si commuoveva per l’Italia e la celebrava, instaurava l’epoca imperialista delle egemonie “esclusive”, che è ancora il segno distintivo della storia universale. La Germania si fece una gloria di arrivare all’unità con le armi – giungendo per questo a giudicare male, eccezionalmente, l’unità di animo e di cuore degli italiani – ma fu salutata dal timore, anche se ammirato.
L’unità fu anche il compimento di una tradizione di lingua e di cultura, la più antica e la più robusta di tutta l’Europa. Che l’Italia compartecipava con l’Europa stessa e il mondo. Oggi si trascura ma non si può dimenticare il patrimonio politico (le repubbliche, i principati), artistico, letterario, filosofico, scientifico, di fede, che l’Italia aveva accumulato, e di cui aveva dotato il resto del mondo. Una lingua e una cultura comuni, per il più gran numero, che connota ogni civiltà che voglia schiudersi - c’è bisogno di un medium per comunicare all’interno di una civiltà, e all’esterno, con le altre civiltà. La lingua comune, nazionale, non è un artificio politico, è uno strumento necessario, se la storia s’intende di liberazione costante e di sviluppo – il dialetto preserva l’immediatezza delle emozioni, la lingua è necessaria per renderle attive e prosperare.
Nel momento, però, in cui questa magia si realizzava, così a lungo cullata, coltivata, sognata eppure reale, essa veniva tradita. Il Sud fu attivo, anche molto attivo, anche prima degli altri, nel 1820 e nel 1848 per la libertà e, in varia misura, anche per l’unità. Senza mai un tradimento o una defezione (come avvenne invece al Centro-Nord), noterà sorpreso lo stesso Garibaldi nelle “Memorie”. Se non quella, eccezionale, dei liberali napoletani del 1820, Carlo Filangieri, Pietro Calà Ulloa, Giustino fortunato nonno, che diressero la reazione borbonica del 1848. La critica del Sud aveva fino al 1860 riguardato il regime politico, il deprecato regime dei Borboni. Subito dopo l’unità invece, anzi già nel suo mezzo, nel 1860, diventò una squalifica virulenta e generale del meridionale, al modo che nel Cinquecento si era avuta la squalifica del negro, per popolare di schiavi l’America. Non di meno. La corrispondenza di Cavour con i suoi inviati nell’ex regno di Napoli è da allucinazione. In un quadro generale che cinquant’anni prima del “Gattopardo”, già nei “Viceré” (1894) è degradato nell’avidità e la corruzione - e tra “I vecchi e i giovani” (1913): Pirandello che si accosta alla politica non sa disegnarne altro.

Il mondo com'è - 58

astolfo

America – Il crogiolo esalta i vari componenti. Quelli d’America sono iperitaliani, iperspagnoli, ipertedeschi, iperinglesi, ipergrechi o russi.
Non sono però iperafricani.

Andreotti - Ha sempre attirato le mosche, un po’ come oggi Berlusconi. Devono emanare un odore inconfondibile.

Antisemitismo – Parossistico tra le due guerre, soprattutto fra il 1918 e il 1921, e solo adesso si può dire: la psicosi del complotto si alimentata al sommovimento sociale, catastrofico, con la caduta dei tre imperi, e il gran numero di ebrei rivoluzionari. Come se “I protocolli dei savi di Sion” si fossero realizzati.
Dei “Protocolli” Kipling nel 1919 diceva: “È propaganda germanica, ma tutto è avvenuto come essi predicevano” – propaganda germanica, si noti, prima di Hitler, e non russa.

Si può dire uno dei fenomeni stupefacenti della storia anche per questo, perché è costante e generale, ovunque ci sono state comunità ebraiche - anche in Africa e, checché ne dica l’ebraismo, nei paesi arabi e islamici – e non risponde a una minaccia. È la persecuzione, costante, cattiva, di un popolo disarmato e in nessun modo minaccioso. Solo quando si sono armati, con Israele, e sono diventati a loro volta oppressori, gli ebrei sono stati rispettati e sono perfino amati. Questo significa che la debolezza, non la violenza, è una colpa.
Si esercita non fra simili – fra poveri e emarginati – ma quando una potenza,o sociale o principesca, intende esercitarlo. Non è quindi un odio che nasce dalla miseria ma un segno della potestà. Talvolta è legato alla crisi, ma a quella che segue i periodi grassi, o di aspettative grasse. È un puro esercizio di cattiveria, una sorta di tiro a segno, un punching-ball.
Trova già tutto pronto nei Vangeli. Negli ebrei evangelisti che accusano i compatrioti correligionari di non capire, o accettare, Gesù. Il vocabolario derisorio è dei Vangeli: gli ebrei vi sono mercanti nel tempio, farisei, ingrati, le loro donne fanno figli di Giuda, eccetera.

Capitalismo - Ancora sulla confusione (che si fa in Italia) su Weber, le sette, il capitalismo, la Riforma: in molto calvinismo non c’è la banca, anche in quello luterano. E il thrift è fine a se stesso. L’opposto del capitalismo, che è la moltiplicazione del capitale.
Il problema delle origini in rapporto alla religione nasce dalla confusione tra capitalismo e liberalismo, inopportunamente appaiati dalla dottrina liberale. Il capitalismo è il capitale, cioè la riproduzione (crescita) del denaro. A questo la chiesa è stata storicamente più favorevole che non le sette.
Diverso l’atteggiamento verso il liberalismo, dottrina dell’autonomia politica, o della responsabilità individuale: la chiesa, che pure professa la dottrina e della fede individuale, diffida dell’individualismo politico. Libertà dal bisogno sì (il capitalismo oggi si qualifica come uso del denaro per promuovere la prosperità, il benessere), libero giudizio no.

È “cattolico” e italiano, oltre che per esserlo stato all’origine storicamente, perché congiunge il risparmio all’uso del denaro (investimento) e al consumo: i tre lati del teorema del capitalismo. Il thrift da solo è sterile. L’economia del lusso (Sombart) e del vizio (Mandeville), o della spesa suntuaria, in eccesso sullo stretto bisogno, è principio attivo del capitalismo, e fu molto vivace antitutto in Italia, perché per prima urbanizzata, sia nell’epoca delle signorie (Burckhardt) che in quella delle repubbliche. Max Weber conosceva Burckhardt, e ha presente i limiti del thrift.
Il problema va forse posto così: la chiesa, che l’ha inventato, è spaventata dei suoi eccessi o comunque se n’è vergognata. Da qui il pauperismo ricorrente, e il massimalismo anticapitalistico. Perché la chiesa riflette sempre in termini assolutizzanti. I protestanti, che l’hanno adottato, lo usano, semplicemente.

Cattolicesimo – La chiesa non si è ancora riavuta dalla Riforma, è sempre in difesa sotto gli attacchi concentrici delle altre religioni e della altre confessioni (islam, ebraismo, ortodossia, luteranesimo, calvinismo), come ai tempi del “complotto gesuitico”. Le viene rimproverato ancora l’antisemitismo, con Galileo, Pizzarro e Torquemada. Si fa una lettura risibile sul ruolo delle sette nello sviluppo del capitalismo, con l’appoggio distorto di Max Weber, perfino nel fatto inoppugnabile che il capitalismo è – è stato – per prima cattolico.
Ciò si riflette curiosamente sull’Italia. Sull’immagine che all’Italia si dà nelle capitali del protestantesimo, che a sua volta si riflette sull’immagine che gli italiani si fanno di se stessi. In termini di mentalità e organizzazione capitalistica, intelligenza scientifica, organizzazione sociale, capacità progettuale e realizzativa, sentimenti (lealtà, onore, violenza, affetti), gli italiani volentieri si flagellano e si diminuiscono. I francesi, un Mitterrand per esempio, combinano i peggiori raggiri politici nel nome del “fiorentinismo” (florentin sta in francese per intrigante), derivato da una regina che li ha salvati e per questo non è amata – nessuno ama i benefattori. I confusionari tedeschi si attribuiscono capacità organizzative eccezionali, che invece derivano dalla soggezione supina, che è il loro quotidiano atto di contrizione per l’anarchismo invincibile.

Comunismo - Non è, non sarà stata, una chiesa ma una comunità sì. Paolo Spriano che scrive di Italo Calvino, e viceversa: un’amicizia cementata dall’ideologia. Bene intenzionata. Bene indirizzata. Dagli esiti perfino buoni, Anche se si esalta dell’unicità (esclusività). È una forza: aiuta a vivere, a scrivere, a ritrovarsi, a prosperare. Consente perfino di fare un gioco delle tre carte rispetto al partito: di registrare come un fatto inevitabile la discrasia tra il foro interiore di libertà e l’impegno nel Partito, di essere centralisti e soggettivi, di scrivere liberamente e identificarsi con la turpe “Rinascita” degli anni Cinquanta (Pavese, Vittorini, Pasternak, etc.). E non è comune nel mondo, dove prevale l’invidia e la depressione.
Ma, se fosse al Sud, sarebbe omertà?

Sessantotto – Ha liquidato l’avanspettacolo. Lo ha portato in piazza, sbracato, specie le donne, folli. In un primo momento, però, aveva migliorato le donne: una gran bel fantasticare!

Violenza – Gli Usa la impongono in tv: sono almeno una dozzina le serie tv basate sulla violenza esibita. Una violenza diffusa e anzi normale, non più quella isolata tradizionalmente in casistiche particolari. Più volentieri recidiva (il serial killer) e quasi obbligata. È la ragione per cui l’America ha cattiva immagine? Il paese delle opportunità che veicola la sudditanza psichica. Oppure è la ragione profonda della potenza Usa, quel riconoscere, sotto la civiltà delle forme e il senso civico delle masse americane, la vitalità dell’istinto di sopraffazione? O è una corrente sotterranea, da “fine di civiltà”, che riconosce e introna il diavolo? E che legame c’è fra il trionfo dell’Occidente e quello del Maligno?

Vittorianesimo – È l’emergere della piccola borghesia – è l’età dell’umidità e delle tendine alle finestre (V.Woolf, “Orlando”).
Perché la “classe media”, o piccola borghesia, è moralista? I grandi borghesi non sono moralisti, né i grandi burocrati (grandi scuole, grandi club). Operai e contadini nemmeno. Il salario non c’entra: non c’è mai stata comunione di niente (amori, cibo, divertimenti, giochi) fra operai e impiegati, fra artigiani o imprenditori e dipendenti pubblici – se non oggi nei centri commerciali, nel livellamento attraverso i consumi. Cosa fa allora, cosa faceva, la piccola borghesia: impiegati e negozianti, uomini d’ordine e piccolo commercio?
E ancora: solo in Europa e nei luoghi a tarda dominazione europea (America Latina, Africa, Asia meridionale). Negli Usa il burocrate, per quanto importante, è ininfluente: il liberalismo americano, per quanto democratico, squalifica il burocrate. Il liberalismo inglese al contrario, dell’“uomo giusto al posto giusto”, e il dirigismo francese premiano l’uomo dell’ordine, in retribuzione, potere, onore di ceto. Un sistema onnicomprensivo: la rivolta contro lo status britannico dell’ordine costituito è avvenuta a opera della Thatcher, cioè della prima moralista – e sempre a causa dell’umidità (S. Rushdie, “Versi satanici”).

astolfo@antiit.eu

lunedì 14 marzo 2011

L’illusione di Furet sul comunismo

Il comunismo come religione del Novecento è un lapsus, essendo il Novecento il secolo più desacralizzato della storia. Furet, benché critico, sancisce il comunismo come religione del Novecento. E ne sa gli ingredienti, “Libertà e uguaglianza sono promesse illimitate” (p.23), la ricetta semplice che ne ha fatto la religione che più rapidamente e ampiamente s’è imposta(un paio di miliardi di adepti in pochi decenni). Perché con altrettanta rapidità questa religione sia svanita non dice però esplicitamente: per l’odio - l’odio costante, si dica pure odio della borghesia o della storia, è sempre odio di sé, scomodo.
Si può leggere in parallelo con “L’avvenire di un’illusione” di Freud: hanno in comune la follia apparentemente razionale, il comunismo e la sessualizzazione, dell’uomo e della storia.
François Furet, Il passato di un’illusione

La riscoperta dell’Africa

Lo studio di sei mesi fa di McKinsey Global Institute, “Lions on the move: the progress and potential of African economies”, è diventato proposta d’affari delle maggiori banche d’investimento. In parallelo con la domanda imperiosa di riconoscimento politico delle borghesie nordafricane, prima conferma degli esiti di quella ricerca. Gli ultimi dati della Banca Mondiale e del Fondo Monetario con fermano d’altronde i trend individuati dalla ricerca. Si conferma insomma ciò che McKinsey asseriva: “Oggi i ritorni degli investimenti stranieri in Africa sono più elevati che in ogni altra regione in via di sviluppo”.
Il Nord Africa è parte di una crescita tumultuosa, seppure ignorata, dell’Africa. Economica, e quindi necessariamente sociale, in questo scorcio di millennio. Favorita dalla crescita dei prezzi dei beni primari. Ma c’è di più, l’Africa non è più il continente delle monocultura a basso valore aggiunto lasciato dal colonialismo: le commodities non coprono più di un quarto del reddito del continente. Che beneficia ora della crescita demografica. Mentre riduce l’instabilità delle vecchie forme politiche, tribali e dittatoriali. Essa ha ancora punte feroci, ma non è endemica ovunque.
Ciò ha attratto in questa prima decade investimenti considerevoli, con un balzo nel decennio da 15 miliardi nel 2001 alla cifra record di 87 miliardi di dollari nel 2007, prima della crisi, e tuttora sempre oltre i 70 miliardi annui. Un flusso di capitali superiore – in rapporto al pil – a quello di cui ha beneficiato la Cina. La demografia e l’urbanizzazione combinate stanno creando rapidamente anche un vasto mercato di consumo interno. Un terzo della popolazione africana è urbanizzata, tra vent’anni lo sarà il 50 per cento. L’Africa nel suo insieme “vale” oggi quanto la Russia. Anche se con sproporzioni: poco meno di un quinto del pil africano è in Egitto, mentre la Nigeria, che ha una popolazione doppia dell’Egitto, ed esporta petrolio e gas, non copre il 13 per cento – alla pari del Sud Africa, che ha una popolazione di 50 milioni (ma è pure in paese minerario ricchissimo).
La maggior carenza è delle infrastrutture. In parte supplita dalle tecnologie – sono 340-350 milioni gli abbonamenti a reti cellulari dal 2010. Ma all’attivo il continente può ora portare quelli che finora erano i suoi maggiori handicap: la crescita delle popolazione e la grandezza del territorio. La Fao censisce nel continente il 60 per cento della superficie arabile mondiale, non coltivata. La demografia porterà l’Africa ad avere nel 2040 “la più grande popolazione in età di lavoro al mono” (Mckinsey). Ma già oggi il continente è al primo posto nell’offerta di lavoro giovanile, fra i 12 e i 24 anni di età: “Il potenziale per un dividendo da un’ampia forza-lavoro giovane, con poche persone a carico, è ampia” (McKinsey).

domenica 13 marzo 2011

Il grottesco della fede

Di Flannery O’Connor sapevamo tutto, ma questa raccolta di Antonio Spadaro (nella traduzione spigliata di Elena Buia e Andrew Rutt) porta ancora delle novità: cinque saggi espunti dall’edizione italiana della raccolta “Nel territorio del diavolo”, una trentina di lettere non comprese nella traduzione italiana dell’epistolario, “Sola a presidiare la fortezza”, e alcune recensioni della raccolta “The presence of Grace”, non tradotta.
La scrittrice pone problemi perché professa il cattolicesimo. Di cui non c’è tradizione negli Usa e nemmeno in Italia – nell’Europa laica e protestante sì (Mauriac, Green, Claudel, Greene, Waugh…), in Italia no (Papini forse? In effetti anche lui è scrittore scomodo). E questo non per una censura laica, va detto, ma per l'insopportabile bozzettismo (agiografismo, conformismo) dello scrittore che qui si vuole cattolico - che sia conformista (neo realista, impegnata, corretta) anche la scrittura laica non è una scusante. E ha fede catastrofica, molto biblica: fattuale, distruttiva – “l’azione della grazia” volendo introdurre “in un territorio tenuto in gran parte dal diavolo”. Il problema è in realtà del pubblico, se ci può essere uno scrittore religioso per un pubblico non credente – sarebbe sprecato.
Flannery supera l’handicap, com’è noto, con la scrittura fulminante - molti aneddoti di queste prose sono racconti compiuti, anche di poche righe: il vaccaro, la fiera delle vacche, l’oca al Ringraziamento, la bambina Mary Ann, Nathaniel Hawthorne, Rosa Hawthorne sua figlia, convertita e madre Alfonsa. Corrosiva quanto, o forse più di quell’altra grande scrittrice coeva del Sud, e grande malata, Carson McCullers. Ha anche insight miracoloso. Il suo relativismo anticipa e sintetizza il papa teologo Benedetto XVI: “Chi non ha valori assoluti non riesce a fare in modo che il relativo rimanga relativo; lo eleva sempre al rango di assoluto”. O la scuola “a ritroso” che non ti vuole insegnare (“ho dovuto frequentare un liceo «progressista»”), già nei primi anni 1940: “A quella scuola era un continuo «pianificare». Avrebbero preferito metterci l’arsenico nell’acqua piuttosto che farci studiare greco. Non so assolutamente niente di storia. Studiavamo al contrario, iniziando dal giornale di oggi e individuando a ritroso le problematiche”. Da leggere le argomentazioni dell’ateismo, o agnosticismo, o indifferenza, che annacqua la narrazione.
Le suore dell’ordine di Rosa Hawthorne, semplici e forse incolte, le spiegano il suo genere di scrittura: il grottesco. Non glielo rimproverano: “È anche la nostra vocazione”, convengono, di suore che si occupano degli incurabili terminali – chissà cosa avrebbe detto Flannery dell’eugenetica così tanto buona che ci domina.
Flannery O’Connor, Il volto incompiuto, Bur Rizzoli, pp. 173, € 9,50

Ma la testa di Fiat-Chrysler è negli Usa

Sergio Marchionne moltiplica i segnali esteriori di una presenza rinnovata a Torino, al Lingotto, nella stessa Mirafiori, del nuovo gruppo Fiat-Chrysler. Ma i dati della joint-venture sono sempre quelli calcolati e resi pubblici da Steven Rattner in “Overhaul”, e indicano che il gruppo ha la testa in realtà negli Usa, e a Washington più che a Detroit. Il vero azionista di Marchionne è Obama. Rattner aveva diretto nel 2008 la task force creata al tesoro Usa per il salvataggio dell’industria dell’auto.
Fiat è sempre in minoranza nel capitale Chrysler, al 25 per cento. E ha pendente una richiesta di crediti agevolati al dipartimento dell’Energia dell’amministrazione federale per 3 miliardi di dollari. In una situazione ancora fluida, in cui il salvataggio di Chrysler non è scontato nella stessa amministrazione – quello di General Motors sì, ed è quasi ultimato, quello di Chrysler no, ed è ancora pendente. Anche il potere decisionale nella joint-venture è americano, e in questo caso fa capo a New York più che a Detroit. Sergio Marchionne ha poteri esecutivi ma non decisionali. Che spettano al consiglio d’amministrazione. Presieduto da Robert Kidder, in qualità di rappresentante della banca Morgan Stanley, la maggiore creditrice di Chrysler prima della bancarotta.
Al momento del salvataggio la partecipazione Fiat fu calcolata, stanti le difficoltà finanziarie del gruppo italiano, in apporto di tecnologia, per un controvalore di 1,9 miliardi di dollari. Mentre i Veba, i fondi sanitari dei pensionati, convertirono la metà dei loro crediti verso Chrysler (in totale 8,8 miliardi di dollari) nel 55 per cento del capitale. La restante quota è in capo al Tesoro.