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sabato 8 aprile 2017

Pet

Il frigno del bambino infastidisce e si chiama il cameriere. Il mugolio costante del cagnetto, inframezzato da abbaii stizziti, dura tutto il pranzo, la padrona non lo porta mai fuori. 

Ingmar Bergman sembrava Ada Borelli

“Parecchi ex giovani del Novecento si muovono ormai disinvolti fra i capolavori teatrali di Schönberg e Stravinskij e Berg e Bartók e Šostakovič e Britten, quasi familiari e abituali come i balletti di Ravel e Prokof’ev e De Falla, perché da tutta la vita li incontrano e ritrovano fra le mostre e le feste che rendono ancora piacevoli le vacanze non stupide. Sono il nostro paesaggio”. E dopo, “che vera alta scuola spirituale e concreta, la presse parlée a caldo con Lele D’Amico e Giorgio Vigolo ed Eugenio Gara in quegli intervalli e in quelle trattorie dopo le grandi prime”.
È sempre tempo di “vacanza” (“Le piccole vacanze” furono i racconti di esordio sessant’anni fa) per Arbasino, fra concerti, opere, balletti, mostre, feste, e letture. Non “intelligenti” ma non stupide:
Arbasino è social scientist sensibilissimo, della letteratura anche e delle arti. Le scorribande, sottintende in questa raccolta “definitiva”, Arbasino va per i novanta, sono finite. Anche perché qualcuno è morto, Vigolo e Gara trentacinque anni fa, D’Amico trenta. Ma non c’è malinconia. Non c’è nemmeno nostalgia, tutto è ancora nuovo – l’Italia è impermeabile?
Lunghi o brevi, la settantina di pezzi qui raccolti sono soliloqui in realtà. “Ci sono poi quelli che hanno messo a punto un livello di scrittura stilisticamente omogeneo, sia nei testi d’invenzione che in quelli di polemica o di commento dell’attualità: per esempio Arbasino”: parlando di sé nella presentazione della sua propria antologia “Un pietra sopra”, Calvino ha dato la più esatta “sistemazione” dello scrittore lombardo. Omogeneo nel punto di vista personalissimo, delo scrittore semrpe parte in fabula.
La presse parlée è particolare e eccezionale: Arbasino torna periodicamente a raccontarsi la vita passata, tra spettacoli, incontri, letture, da “Parigi o cara”, 1960, in poi. Qui forse più corposi – l’indice dei nomi prende venti pagine, a due colonne. Di un altro mondo, anni 1960-1970 probabilmente (? sarebbe stato utile saperlo), mezzo secolo fa, Arbasino va per i novanta, ma non remoti. Effetto della non digestione. Della vivezza, anche, del ricordo. Con saggi letterari di spessore – Arbasino direbbe “di spessore”: Flaubert, Francis Scott Fitzgerald, De Amicis (quante cose Umberto Eco non ne ha dette), E.M.Forster, Adorno, Parini, Proust, Ludwig II di Baviera, Wagner. Ma più spesso cameos: impressioni, visioni, lampi, anche da lontano.
Molto rispettosi, Arbasino è descrittivo più che analitico. Ma con zampate decise. Ingmar Bergman a teatro: “Quando si franava nella mestizia ai film di Ingmar Bergman più melensi, ci si sentiva osservare: bisogna vederlo in teatro”. Va a teatro, a più teatri, e ne esce sconsolato: “Pochi minuti dopo l’inizio, l’imbarazzo comincia a serpeggiare” – “scena goffamente stilizzata”, “entusiastica gerontofilia”, recitazione da “«La nemica» con Ada Borelli, o la Compagnia Ruggeri, senza Ruggeri”. O il Brecht di “Non si deve andare più in là”: molto ammirato ma “un vate dell’opportunismo”. Camus impossibile, almeno nel suo “Caligola”. Adorno, buon’uomo. La Scuola di Francoforte, che “s’intitola «Istituto di Ricerca Sociologica», però è un santuario della ripugnanza per la Realtà e i Fatti”.  Non solo: “Passa anni di esilio negli Stati Uniti, incontaminata da ogni empirismo o pragmatismo angloamericano”. O ancora: “Questo monumento al pensiero astratto, nato come spregiudicata iniziativa anti-accademica” diventa: 1) “torre d’avorio di mandarini più ‘feudali’ di un Rettore Magnifico”, 2) “matrice involontaria”, da Adorno contestatissima, della contestazione giovanile. O anche, semplicemente, i prezzi assurdi dell’offerta culturale: neanche 30 mila lire a Berlino per una prima all’opera, centomila al Maggio Fiorentino per un concerto, 150 mila allo Châtelet parigino, il doppio a Aix-en-Provence, cinque volte tanto per la prima sempre a Aix.
L’effetto è di un cimitero. Monumentale ma non glorioso. Arbasino si (ri)legge nelle sue scalmanate scarpinate col ghigno. Esterofilo peraltro più che cosmopolita, da Giovine Lombardo. Non c’è l’Italia, a parte Ronconi una volta. C’è un minuzioso Alan Bennett, nemmeno una parola su Paolo Poli. Leggendo queste prose d’antan nell’Europa spenta di oggi, sembrano un anticipo del funerale: molta presunzione e poco sugo.  
Passato indenne dalla fase “solito stronzo”, dopo essere stato la “bella promessa”, Arbasino è approdato da tempo al “venerabile maestro”. Ma qualche graffio lo conserva. Per il privilegio della critica, suicida – la “dolce morte” dell’Autore: la dissipazione.
Alberto Arbasino, Ritratti e immagini, Adelphi, pp. 353 € 23

venerdì 7 aprile 2017

Il vallo atlantico degli Usa

Venerdì ieri cent’anni fa gli Stati Uniti entravano in guerra in Europa, avviando cent’anni di impero mondiale. Ma senza orgoglio né memoria: l’evento non si celebra, o allora nel silenzio. Non uno studio. Non una rievocazione, una cerimonia, un articolo di giornale.
L’evento non si celebra da quasi quattro anni. Molti studi e rievocazioni si sono avuti in Europa per i cent’anni della grande guerra, negli Usa niente. È in questo vuoto che Trump diventa presidente, uno che non ha conoscenza del mondo, ostenta di non averla. La sorpresa non sarebbe il neo presidente ma l’America stessa.
La disattenzione è ugualmente rivolta ai vicini in America e al Pacifico? Per ora, il muro che Trump intende costruire verso il Messico gli Usa lo hanno innalzato nei confronti dell’Europa: una sorta di vallo atlantico della disattenzione.

Un grande Stato pontificio, l'Italia

Agnelli all’Antimafia, “la potente famiglia italiana” alla mercé di Rosy Bindi, fa venire il dubbio che l’Italia non sia, non sia stata, piemontese ma romana, papale – Bindi è di Siena. Che non si sia formata e non viva sull’imprinting sabaudo, per quanto beghino, ma su quello dello Stato pontificio. La casuale concomitante rilettura di un classico del 1859, “Roma contemporanea” di About, che questo esito presagiva, consolida prepotente l’impressione: uno dei pilastri dello Stato pontificio era la “giustizia” fatta in famiglia.
“Non molleremo l’osso”, dice la capa dell’antimafia, che ha dovuto cercare l’elezione in Calabria, l’unica eletta in quella regione senza voto di scambio. Furba, certo: “Che la malavita sia arrivata perfino alla Juventus”. In fondo i piemontesi, potenti e tutto, sono dabbenuomini, che stanno ala mercé di giudici napoletani, il Pecoraro di oggi come dieci anni fa gli ineffabili Narducci e Beatrice, che ci costruirono sopra memorabili carriere – Narducci che assolveva il suo proprio figlio, e Beatrice, avete mai parlato col procuratore Beatrice? – all’insegna del meglio che lavorare.

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (322)

Giuseppe Leuzzi

Pierre Cardin, veneziano di nascita, non ha mai rivangato l’origine, anche se poteva servirgli al lustro di stilista. Lo stesso del resto, pur nella sua costante ricerca di popolarità, il papa argentino, figlio di un emigrato piemontese.
L’origine è solo un fatto meridionale, una cosa familistica?

“Dico sud perché sud dà molto più di meridionale senso di calore e gioca di suono con sudore”, A.Savinio, “Nuova Enciclopedia”, 327-8. E di “sudicio”?

Contrario all’infinito, che “reca pure danni ai troppo creduli”, il socialismo, per esempio, l’impressionismo, Savinio ne esenta “i popoli meridionali”. “Privi dell’idea dell’infinito”, spiega nella “Nuova Enciclopedia”, “dello ‘sguardo’ all’infinito, i popoli meridionali non sono né socialisti né impressionisti. Le popolazioni della Basilicata, della Calabria, della Sicilia, della Puglia non solo negano l’infinito come idea ma lo rifiutano anche come forma verbale. A Catanzaro sostituiscono all’infinito una proposizione secondaria introdotta da mu, a Reggio da mi”. Il che è vero.
Poi ci ripensa: “Dicono: Anno raggiuni mu ti chiamanu ciucciu, hanno ragione a chiamarti ciuco. E questo esempio sembra che io l’abbia scelto apposta, per evitare ogni fatica ai miei censori”.

All’ospedale romano del Santo Spirito l’archeologo, romanziere e giornalista francese Edmond About vede nel 1858 o 1859 “un contadino rosso come un pomodoro e trasudante a grosse gocce nel suo letto”. Gli viene spiegato che “è stato morso dalla tarantola”, ma lui non nota “nulla nel suo contegno che riveli la passione della danza”. Chiede e gli viene chiarito: “Il mio giovane dottore m’assicura che il morso delle tarantole induce un movimento di febbre assai gagliarda. Tuttavia ritiene che la paura entri in buona misura in questa malattia. Tanto che basta qualche volta un bicchiere d’acqua pura, o una pillola di mollica di pane, per guarirla radicalmente”.
Quanta scienza, quanta antropologia, su una somatizzazione.

Lo stupore del Sud
Federico II fu il classico figlio della madre. Era nipote del Barbarossa ma prese dalla madre, Costanza d’Altavilla, l’irrequietezza. Lo”Stupor Mundi” si può dire anche il padre prototipo, che oscura e divora i suoi figli - il padre-Crono. E con loro il futuro della Sicilia e del meridione tutto: Sicilia, Calabria, Puglia, Abruzzi e il salernitano.
Federico II di Svevia o di Hohenstaufen, nato a Jesi e morto a Fiorentino di Puglia, imperatore del Sacro Romano Impero regnante da Palermo, eletto a Aquisgrana, incoronato dal papa a Roma, nonché re di Gerusalemme, per matrimonio e per autoincoronazione nella stessa città santa. Il “puer Apuliae” detto anche “Stupor Mundi”. Figlio dei normanni Altavilla. Ebbe tre mogli, con le quali fece sei figli. E molte amanti, una diecina note, dalle quali ne ebbe altri undici.
Il primogenito Enrico fu nominato re di Sicilia e di Germania dal padre, che se n’era fatto l’erede, Enrico VII. Ma Enrico presto si ribellò: cresciuto in Germania, lontano dall’influenza di Federico, prese il partito dei feudatari ribelli, e poi della Lega Lombarda. Il padre lo destituì dai titoli regali con l’accusa di alto tradimento. Che avrebbe comportato l’esecuzione, ma Federico II la tramutò nella carcerazione a vita. Nel trasferimento dal castello-prigione di Nicastro a quello di Martirano in Calabria, Enrico si suicidò buttandosi da un dirupo. Era chiamato “lo sciancato”, per una zoppia rimediata cadendo da ragazzo da cavallo. Ed era butterato dalla lebbra, contratta pare per contatto, con donne portatrici sane. Una storia alternativa lo vuole morto invece di malaria, sempre a Martirano. Federico II lo fece seppellire con onori regali nel Duomo di Cosenza.
A Enrico successe Corrado VI, figlio di Federico II e di Isabella di Brienne, la regina di Gerusalemme sposata dopo al morte di Costanza d’Aragona, la madre di Enrico. Nato a Andria e morto a Lavello. La madre diciassettenne morì pochi giorni dopo il parto. Corrado fu duca di Svevia e re di Germania, e alla morte del padre re di Sicilia e di Gerusalemme. Cresciuto a Palermo dal padre, fu inviato in Germania alla deposizione del fratellastro Enrico. Fu anche nominato da Federico II suo successore alla corona imperiale per testamento, senza rispettare il parere dei grandi elettori tedeschi. Sarà il fondatore dell’Aquila, il capoluogo abruzzese. Ma morì subito dopo il padre, nel 1254, di malaria. Fu sepolto a Melfi per metà, cuore e visceri. Il corpo era destinato alla sepoltura solenne a Palermo, ma nella sosta a Messina finì bruciato nell’incendio che distrusse il Duomo della città. Corradino, suo figlio ed erede ad appena sedici anni, sarà sconfitto a Tagliacozzo da Carlo d’Angiò. Che lo fece decapitare, nella piazza Mercato a Napoli.
Concorrente di Corrado - e poi di Corradino - fu il fratellastro Manfredi, nato da Bianca dei conti Lancia, o Lanza, del Monferrato. Bianca sarebbe stata l’unico vero amore di Federico II. Principe di Taranto, Manfredi tenne la luogotenenza del regno di Sicilia alal morte del padre, in attesa di Corrado dalla Germania. Col quale non ebbe però buoni rapporti. Morto Corrado, riprese la luogotenenza del regno di Sicilia. Morto anche Corradino, si fece incoronare imperatore dai soli feudatari siciliani, nella cattedrale di Palermo, e fu scomunicato dal papa. Ma durò poco: il 16 febbraio 1266, a Benevento, Carlo d’Angiò sconfisse e uccise anche lui – ch fece seppellire sotto un ammasso di pietre, in riconoscimento del valore dimostrato in battaglia. Riesumato, il cadavere sarà poi disperso, lontano ai possedimenti del papa. Manfredì fondò Manfredonia, che doveva diventare la capitale della Puglia.   
Il figlio preferito fu il minore, Enzo, che Federico II ebbe da Adelaide di Uslingen. Celebrato dal padre “nella figura e nel sembiante il nostro ritratto”. Suo compagno nella caccia col falcone – lo chiamavano “il Falconcello”. Divenne per matrimonio re di Torres e Gallura. Acceso ghibellino, fu nominato dal padre nel 1339 Vicario imperiale in Italia. In questa veste combatté vittoriosamente  molte battaglie, a danno dei possedimenti papali nelle Marche dapprima, e poi nella pianura padana. Fino alla sconfitta alle porte di Modena nel 1249. Subì quindi la prigionia per un quarto di secolo, fino alla morte, nel palazzo bolognese poi noto come del re Enzo. Una prigione aperta, con compagnia di poeti e belle donne.

Il razzismo del Corriere della sera”
Stella scrive il solito pezzo contro il Sud, questa volta contro Taormina. Che la grafica ingigantisce. Un lettore di Novara ne è tanto schifato che si sente in obbligo di scriverne al giornale: com’è possibile che ci sia tanta sporcizia e tanto squallore come a Taormina. La vedette concorrente del giornale, Cazzullo, tenutario della posta, ne approfitta per dissociarsi: “Taormina è bella e cara”. Non solo al mondo intero, intende, anche ai milanesi.
Segue Stella sullo stesso giornale, o lo anticipa, una pagina per Davide Casaleggio, nobiltà dell’informatica, con sede a Milano, e della politica. E chi gli contrappone il “Corriere della sera” come voce dal Sud, sulla stessa pagina? Salvatore Cuffaro, ex galeotto per mafia.
Paolo Mieli storico inclemente dei giudici fa l’elenco delle loro malefatte in un maestoso articolo lunedì. Ma lo limita ai giudici di Puglia, nemmeno un accenno ai giudici di Milano, altrettanto esemplari, se non di più.
Virginia Raggi dice alla maratona domenica che Milano è “un po’ gelosa”. Profluvio di commenti e commentatori: “La gelosia è vergogna”, etc. Mentre in altra pagina lo stesso giornale mette Milano maratoneta in concorrenza con Roma. Puntiglioso elencando, con evidenza grafica, tutti i numeri della supremazia di Milano anche in fatto di maratone. Lo stesso giornale che qualche settimana prima aveva decretato l’eccezionalità del turismo a Milano (turismo a Milano…) - che anzi aveva sorpassato e surclassato Roma.
Un giornale razzista, di dentro e di fuori (subliminalmente e dichiaratamente) come il “Corriere della sera” è difficile concepirlo. Opera peraltro di un editore che è un venditore di pubblicità: è la sola maniera per venderlo?
È vero che lo fanno fare a meridionali, sia a Milano che a Roma. Lo stesso Stella ha solerti collaboratori meridionali, piccoli quisling che aspettano la luce – la chiamata, magari come fattorini, o per pulire le scale.
Ma, ecco: i milanesi ci credono, al “Corriere della sera”?

Il Nord è Nord il Sud è Sud
Una coppia romana assortita, lei di famiglia veneta, lui di famiglia siciliana, vive a Roma nei ruoli stabiliti, tacitamente, diciamo di tipo leghista.
Il padre di lei ha applicato il maggiorascato, benché desueto e anzi illegale, a favore del figlio maschio. Al quale ha anche comprato casa a Roma. Mentre alla figlia non ha dato niente. Anche la madre, che vive vicino Roma e fa affidamento sulla figlia per i problemi dell’età, ha aiutato e aiuta finanziariamente il figlio maschio – non per bisogno.
La coppia vive in un appartamento comprato con l’aiuto del padre di lui. Lei è cosciente della disparità di trattamento. Ma la sua famiglia è quella di origine.
La sua famiglia è quella di origine con un sottinteso: che è più moderna e aperta, mentre quella del marito è arcaica e patriarcale.

La piovra
Gli appalti truccati e gli arresti al Comune di Milano non fanno notizia. Fanno invece notizia, sui grandi giornali, alla Rai e su Sky, i sequestri di beni e attivi della cosca Pesce di Rosarno. La quale è nota ai Carabinieri da quarant’anni, che nel 1980 ne avevano tracciato tutte le attività, anche minime, anche fuori d’Italia, in Costa Azzurra tra i campi di fiori, dove alcuni familiari erano emigrati negli ani 1960. E periodicamente “sequestrata” da almeno trent’anni, da quanto era Procuratore a Palmi Cordova. Come si leggeva nel nostro “Fuori l’Italia dal Sud”, 1992 – la storia della famiglia era raccontata a Bocca, “Aspra Calabria”, sempre 1992, dall’on. Giuseppe Lavorato, del Pds: Beppino Pesce nel 1960 era un contadino povero, di famiglia grande e povera...

Una vera piovra criminale, che si riproduce per quanti tentacoli se ne tagliano? Ma è la ndrangheta una piovra o l’immagine piovra fa la ‘ndrangheta?
Ma quanti sono questi Pesce che moltiplicano le attività da trenta e quarant’anni? Si capisce che sguscino, nomen omen. Però: perché non vengono arrestati per i crimini prima che sequestrati per i beni, che ‘ndranghetisti sono?


Voglio un padre mafioso
Theodore Melfi, il nuovo regista giovane americano, “Il diritto di contare”, ha origini siciliane per parte di padre. Che carica di colpe gravissime nelle bio a uso delle interviste promozionali. Era irascibile, sposò la madre suora in quinte nozze, era della mafia, era manesco, e fu ripudiato dal figlio che aveva sedici anni. Mentre era un costruttore, dieci anni dopo essere arrivato dalla Sicilia, fallito, quindi giornalista e editore di giornali, sfidante di Mario Cuomo per il governatorato dello Stato di New York nel 1982, socievole e affettuoso - lalbum delle foto di famiglia che Melfi esibisce stranamente lo prova. La madre era effettivamente una suora, ma giovane donna molto fragile, come lo stesso Melfi ricorda, che aveva da tempo abbandonato il convento, entrava e usciva dai manicomi, e nel padre aveva trovato una vita. 
Che il padre fosse mafioso Melfi lo arguisce dal fatto che una volta uscì dal supermercato col carrello pieno senza pagare, con un semplice sguardo dintesa col gestore. Con il fatto che prima abitavano in una bella casa e dopo in una minuscola. Un padre siciliano non può avere problemi economici, e magari fare la spesa a credito dal droghiere, o essere in credito col drogheire stesso, ma solo essere stato mafioso o non esserlo più. 
Il peggio del carattere delluomo è che una volta gli fece mangiare davanti al cassiere il lollipop che Melfi ragazzino aveva rubato al supermercato e il cassiere gli aveva notato nelle tasche  
Se non è mafioso il padre non è siciliano.

leuzzi@antiit.eu

La forza sia con la Germania

Un rifacimento del “Federico il Grande “ di Carlyle: il gran re nel dubbio, solo, minacciato dalla sconfitta, tentato dal suicidio. Due incursioni nella storia del sé, in limiti storiograficamente compatibili, dei momenti precedenti l’evento come poi si è registrato. Di cui però il lettore sa già che si è risolto positivamente.
Un invito alla fiducia, alla dichiarazione di Guerra del 1914 – “Un saggio adatto al giorno e all’ora” era il sottotitolo della breve opera. Che sorprese amici e parenti perché Thomas Mann non era un nazionalista. Con questo “Federico” lo diventa. La somiglianza tra le due situazioni non c’è, tra il tentativo di fare della Prussia la forza nazionale e la guerra del 1914, ma lo scrittore se la inventa, vuole dare un messaggio ottimista. In due direzioni. Malgrado dubbi e debolezze, vinceremo. La cultura tedesca si fa forza della forza, della durezza.
O forse no, la somiglianza c’è: l’imperialismo del 1914-18 è un prolungamento del percorso nazionale di tipo prussiano. O: la democrazia è insidiosa, la Germania deve difendersi.
Nella prefazione alla riedizione da lui consentita nel dopoguerra, Thomas Mann lo dice. Si scusa del “mio stato d’animo nazional-conservatore e militarista dell’epoca”, ma sempre schiettamente antidemocratico. “La democrazia si è dimostrata sempre così connivente con il fascismo” è la prima frase, “e lo è ancora oggi”, “che le sue colpe offuscano un po’ la vergogna con la quale ricordo la mia stoltezza politica e l’incomprensione polemica che dimostrai nei confronti della democrazia”. Questo scriveva nel 1953, in Svizzera, già dimentico dell’America che l’aveva ospitato fino alla fine della guerra.   
Questo lato di Thomas Mann, accentuato tre anni dopo nelle “Considerazioni di un impolitico”, è sottovalutato. Ma non è marginale nella “filosofia” del narratore, nel modo come l’auore vede le sue storie. Ed è centrale nella storia della Germania anche contempornea, nel suo modo di essere e pensarsi.
Thomas Mann, Federico e la grande coalizione, Treves, pp. 91 € 16

giovedì 6 aprile 2017

Il mondo com'è (300)

astolfo

Eugenetica – Non nasce ora – ora è meno aggressiva di un secolo fa benché domini i media. Tutti i valori della modernità convergono sulla buona morte, dagli Usa e gli scandinavi dei buoni sentimenti, come dalla Germania. A fine guerra, l’altra guerra, forse sopraffatti dalla sovrappopolazione, gli ottimi Alfred Hoche e Karl Binding, un medico e un giurista teutonici, entrambi molto liberali, pubblicavano un “Via libera all’annientamento della vita priva di valore vitale”, un volumetto che è quasi una guida, spirituale e materiale.

Parte di un più vasto programma, della buona vita o eugenetica.
La parola è beneaugurate, la biologia fatalmente vi confluisce, gli anni Venti ci credettero. Fu popolare agli inizi in Germania, i Krupp ne finanziarono la ricerca. E negli Usa a opera di Charles Davenport, che a fine Ottocento divisò una società in cui “innamorarsi con intelligenza”. Nonché di Madison Grant, avvocato, e Theodor Roosevelt, poi presidente Progressista e Nobel per la pace, che fondarono la New York Zoological Society, al fine di bloccare l’emigrazione dall’Est e Sud Europa e sterilizzare gli immigrati da quelle zone, italiani, iberici, balcanici. Il blocco divenne legge, e la sterilizzazione fu libera fino a tutti gli anni Venti, fino a che la Depressione non la rese onerosa. La sterilizzazione coatta dei poveri si praticò su larga scala, diecimila casi nella sola California. Il giudice Oliver Wendell Holmes jr., pilastro del liberalismo americano, e per trent’anni della Corte Suprema, fino ai suoi novant’anni, la autorizzò nel 1927, quando ne aveva 86, per i “mentalmente disabili”. Né si è spenta negli Usa la speranza di eliminare geneticamente la criminalità.
Gli amori intelligenti Davenport voleva tra partner astemi, danarosi e nordici. Margaret Sanger, che gli subentrò nell’impegno, li praticò a partire da Havelock Ellis, il sessuologo. Una volta libera dal secondo coniugio con tre figli, dopo il primo di prova contratto a diciott’anni. Pa-rona degli immigrati, distribuì profilattici gratis nei quartieri poveri di New York. Nel controllo delle nascite individuando anche il nodo della liberazione della donna. Si espongono o uccidono le bambine, Margaret spiegherà nel 1920 in “Woman and the New Race”, in India e Cina, a iniziativa delle stesse madri. Come già a Sparta, dove le donne, possedendo i due quinti della terra, controllavano la famiglia e l’infanticidio selettivo. In Germania la pratica fu tanto diffusa che “un solo principe ebbe a condannare ventimila donne a morte per infanticidio”, e un decreto del 1532 dovette comminare a scopo dissuasivo pene quali l’impalamento, la sepoltura da vivi, l’annegamento in un sacco con un serpente, un cane e un gatto. In Italia per ogni 100 uomini infanticidi Margaret registrava 477 donne – senza contare che l’uomo “di solito lo fa istigato dalla donna”.
Era una genetica utopista, quella degli anni Venti, che la povertà imputava ai geni poveri dei poveri. Specie a Londra, dove l’eugenetica di Davenport fu rilanciata da Keynes, Bertrand Russell, Wells e Maria Stipes, la quale nel ‘21 fondò una Società per il Controllo Costruttivo delle Nascite e il Progresso Razziale. Con l’obiettivo di sterilizzare i maschi di colore. Era la parte nobile del “razzismo scientifico”: estirpare il male. Che la Germania non omise di copiare, adibendovi tipicamente una professione, l’“igienista razziale”. Nel ‘31 gli igienisti razziali Hans Harmsen e Fritz Lenz individuarono la radice della criminalità nelle malattie ereditarie, e proposero un piano per isolare le “stirpi malate”, per lo “sradicamento dei geni”. Eric Voegelin chiarì nel ‘33 in “Razza e stato” che il razzismo è utensile dell’imperialismo. Ma Harmsen insistette, e nello stesso anno elaborò con Gunther Ipsen, altro scienziato, un piano per la purezza del popolo tedesco attraverso la separazione razziale e una politica selettiva delle nascite. Nel ‘34 Hitler se n’appropriò, creando la scienza genealogica del popolo tedesco. Harmsen contribuì con la sterilizzazione dei disabili nella Innere Mission, il fronte interno, una catena di cliniche protestanti di cui era l’ufficiale sanitario. Sarà medico ancora dopo la guerra, fondatore della Pro Familia, nuova denominazione delle vecchie leghe eugenetiche, di cui è stato il presidente.
La sterilizzazione, che si pratica tuttora in India, su base volontaria con premio in denaro, ecologi e biologi non cessano di predicarla, un movimento anzi si potrebbe creare, di ecologi che si tagliano le palle in pubblico, per fermare le nascite.
L’eugenetica fu semplice e bella anche per Margaret Sanger. L’aborto selettivo surroga oggi l’infanticidio, con effetti variati: nei paesi islamici si abortisce, rilevò in “Woman and the New Race”, dopo che è nato il figlio maschio. Negli Usa stimò fra uno e due milioni di aborti l’anno, “una disgrazia per la civiltà”. Abortivano di più i neri, che però insistevano a procreare, e questo era insieme una disgrazia e un problema, moltiplicandosi criminali e asociali. Su questa base l’aborto selettivo diverrà la soluzione anche per Margaret, appena due anni dopo la “disgrazia per la civiltà”: per duecento pagine in “The Pivot of Civilization” calcola il costo “dell’imbecille sull’intera razza umana”, anche “finanziario e culturale”, con prefazione di H.G.Wells. “The Birth Control Review” parlò di “peso morto di rifiuti umani”, allargando la “minaccia alla razza” a neri, latini e balcanici, a causa non della lingua ma dell’inferiorità mentale. Contro i poveri fare appello alla scienza è non si sa se filantropia o crudeltà.
La Rassenhygiene nazista fu un’altra parola per la stessa cosa. E arrivò allo sterminio al termine di una progressione decennale: il gas e le altre tecniche di uccisione di massa furono introdotte per i tedeschi portatori di handicap. Né si è estinta. Gli antropologi americani e i biologi criticano i nazisti negando che ebrei e zingari fossero “vere” razze. Sono razze false? Siamo tutti un po’ ebrei, si dice, ma gli ebrei potrebbero aversene a male, a ragione. I terreni etnici sono scivolosi: saremmo ebrei per che cosa? E perché non lo saremmo? Ma col femminismo e l’espianto del maschio almeno uno degli aborti selettivi potrebbe andare a buona fine: quello che si pratica in India, Cina, islam se il figlio non è maschio.

Germania-Europa – La Germania non è “collaborativa”, è anti-europea: Savinio, lo scrittore, ha alla voce “Germanesimo” della sua “Nuova Enciclopedia”, “la guerra che da venti secoli gli europei combattono contro il germanesimo”. Che, dice, “non è se non la fatica ininterrotta che gli europei sono costretti a fare per riaccendere la luce che i tedeschi tentano ogni volta di spegnere”. Evocando la lotta di Indra contro Arimane, sospetta che “Arimane non muore, solo cambia nome e ora si chiama Attila, ora Alarico, ora Barbarossa, ora Guglielmo II, ora Hitler. Ed è sempre di razza tedesca” – “arianismo”, opina, come “arimanismo”?
“Germanesimo” è la voce più lunga della “Enciclopedia” di Savinio, è anzi doppia - la seconda è in realtà un excursus su Mussolini e i complessi del fascismo. Savinio non era antitedesco, la sua prima emigrazione “in Europa” dalla Grecia è stata in Germania. Della Germania dà però peculiare inquadratura: come di una forza, al centro dell’Europa, antieuropea.
I nemici dell’Europa, sostiene lo scrittore, sono le chiese – teosofia e massoneria incluse: “qualunque istituzione ha il fine di imporre l’idea di dio”: Ma, aggiunge, “l’europeismo ha in Europa un nemico più forte delle chiese, il germanesimo. Il popolo tedesco è in mezzo all’Europa un popolo non europeo. L’«Asia dell’Europa» è per Michelet la Germania”. Che Savinio assimila alle “antiche civiltà orientali come l’assira, la babilonese, l’egizia”. Di cui ha spiegato che “erano civiltà chiuse in sé e di carattere divino (teocratico)”. Civiltà che “potevano insegnare – l’Egitto  infatti insegnò alla Grecia – ma non potevano collaborare”. L’opposto del’europeismo: “L’europeismo invece è una forma di civiltà collaborativa. Questa è la sua qualità fondamentale”.  
Il germanesimo? “La civiltà tedesca non fonde i caratteri del germanesimo nel comune crogiolo i cui si fondono gli elementi che tutti assieme compongono l’europeismo: è una civiltà essenzialmente teocratica”, etc.  Di una religione nazionale: non che “il germanesimo sia dominato dall’idea di un dio. Dio, nelle civiltà teocratiche, non è condizione sine qua non. Si dice Dio per intendere una idea centrale e assoluta. Il dio della teocrazia germanica è la Germania stessa: è il ‘mito tedesco’”.
L’affinità della Germania con le antiche civiltà “teocratiche” Savinio dice testimoniata “da esempi spaventevoli”. Uno, “il più spaventoso e ‘probante’”, è la deportazione di interi popoli: “Le deportazioni  di popoli praticate dalla Germania nel secolo XX” nessun altro “aveva nonché osato neppure pensato di praticare dopo la fine di Babilonia, di Ninive, di Memfi”. Un altro è la guerra all’Europa, “i ripetuti tentativi della Germania di colonizzare  l’Europa: mentre altri popoli colonizzatori, Inghilterra per prima, colonizzano ‘fuori dell’Europa’”. Un’“altra prova è questa”, aggiunge, “che il popolo germanico è il solo grande popolo dell’Europa che non è mai intervenuto né con le armi né in altro modo a favore della indipendenza di un altro popolo europeo o comunque per il suo bene”. E conclude: “La Germania non solo è una nazione non europea in mezzo all’Europa, ma è la nemica dell’Europa, la nemica dell’europeismo”.
In precedenza ha fatto i pesi: “Il germanesimo può insegnare agli altri popoli europei, può arricchire il comune patrimonio culturale e scientifico dell’Europa con elementi a lui appartenenti, ma non può collaborare con gli altri popoli dell’Europa né contribuire attivamente e positivamente alla costituzione e al progresso dell’europeismo. La Germania ha una idea europea: ma di un’Europa sua propria, di un’Europa germanizzata, di un Europa costruita con materiali germanici e animata da spirito germanico”. Obiezioni? “La Germania non capisce una Europa ‘europea’”.

Russia – Il giornalista debuttante Edmond About, già archeologo capo-missione in Grecia, tenne a partire dal 1857 sul nuovo giornale parigino “Le Figaro” una rubrica, “Lettere di un bravo giovane”, che firmava Valentin de Quévilly. Annotazioni che poi raccolse in volume, “Lettere di un bravo giovane a sua cugina Maddalena”, di successo, già tradotto in italiano nel 1860. In una delle lettere svolge un dialogo geopolitico, “La nuova carta d’Europa”,  al tavolo comune in trattoria, come era d’uso, tra vari personaggi, uno dei quali è “un russo di buon senso”. Il contributo del russo alla “Nuova carta d’Europa” è questo: “Da 40 anni gli allarmisti dell’Occidente si figurano che la Russia debba piombare sull’Europa, non altrimenti che nel ’48 vi si faceva credere (ai francesi, n.d.r.) che le periferie avrebbero assaltato Parigi. Ebbene! Io voglio guarire la gente da questo terrore puerile”. E propone la rinascita e ricostituzione della Polonia allora smembrata, tra Russia e Austria-Ungheria. Potrebbe avvenire lo stesso con l’Ucraina?

astolfo@antiit.eu

La questione romana

“Roma non è solamente la vittima, è anche complice del potere”. Dire Roma è oggi dire calabresi e abruzzesi, più le vecchie generazioni di marchigiani e umbri, e il gran numero di “ebrei del papa”, tutti più o meno annacquati. E il potere temporale non esiste più. Ma il potere sì, e ben nelle forme del potere temporale del 1859 - poco o nulla è cambiato da quando l’archeologo, romanziere e giornalista del Secondo Impero ne scriveva, in “La questione romana” e subito dopo in queste impressioni di viaggio – ma lui era piuttosto un residente, italianato, romanizzato.
Per il resto? “Si lavano i morti nell’acqua calda. Quanti Romani non ebbero che quel bagno!” Anche qui tutto è cambiato: i romani si lavano. Ma non curano la sporcizia, che sempre affligge la città. Non si accoltellano più come allora - c’era a Roma, durerà fino al primo dopoguerra, la “tradizione” dei coltelli, degli “er più” trasteverini”. Non più tra amici e parenti, specie dopo aver bevuto, ma ne hanno continua la tentazione, e una dozzina di assassinii l’anno per questioni sempre di nessun conto si perpetrano, a fronte dei 120-50 di allora. Impuniti come allora? Più o meno sì, un assassinio a Roma si sconta poco. Non è più la “dolcezza paterna” del potere temporale dei papi, ma il suo  succedaneo, quello vicariale e democristiano, è ugualmente attivo: si tagliano teste, specie di “amici” politici e “fratelli d’anima”, e si perdonano  nemici.
Roma è sempre uguale, irriformabile, immutabile? Parrebbe. Si legge questa memoria del 1859, vigilia dell’unità, con senso di stanchezza. “Nessun popolo è meno capace di guidarsi da sé. Fecero la Repubblica, ma accettarono contenti il ritorno del papa e il vecchio ordine”. Vivono in pace coi nostri soldati, il cronista francese si meraviglia dell’occupazione, ormai da dieci anni, “non celebreranno mai dei Vespri Siciliani”. E sarà vero per altri dieci anni: Roma non fece nulla per unirsi all’Italia. “A Roma non vi è legge”. E in Italia? Vi è la plizia, come a Roma sotto il papa, che è però un’altra cosa. E “non ve n’è alcuno che non studii la maniera di non lavorare”. La mendciità è “florida”.  Con quel fondo di durevolezza – vizi pubblici, private virtù - che la storia ha tenuto in vita millenaria. “Ciò che loro non manca è il rispetto e la conservazione di sé stessi”.
Nell’unica edizione approntata nel dopoguerra, quella della Ue Feltrinelli del 1953, una vecchia traduzione annotata e introdotta da Ranuccio Bianchi Bandinelli, questi ne fa un atto d’accusa contro lo Stato pontificio. E invece no, il potere temporale About aveva discusso alcuni mesi prima, pubblicano “La questione romana”. Qui racconta cose viste.  Onesto. About era massone emerito, scrittore eminentemente anticlericale. Scrive inoltre nel 1859, dieci anni dopo che Pio IX, restaurato a Roma dalle truppe francesi, si era impegnato col futuro Napoleone III alla riforma della giustizia e della fiscalità, senza poi farne nulla. Ma l’inviato speciale si attiene alle cose, sgradite e gradite, che vede.

Edmond About, Roma contemporanea

mercoledì 5 aprile 2017

Quando Sartori era tabù al "Corriere della sera"

Il ”Corriere della sera” lo celebra in prima e in un profluvio di pagine interne, con necrologio di tuta la redazione nominativa, da Agnoli a Ziccardi, ma quanta fatica per farvelo penetrare. Gli stessi primi approcci, sul “Mondo”, un periodico già a circolazione ristretta, dove non “offendeva” nessuno, furono faticosi, limitati a una “vetrina”, un “naso”, una dichiarazione, di uno di tanti esperti.
Il professore rispose volentieri da New York ai primi approcci. Si faceva trovare, e se non c’era rispondeva ai messaggi. Ambiva a dire la sua anche in Italia, e non soltanto sulla “Nazione”, che considerava giustamente un giornale provinciale – lui stesso aveva da tempo lasciato Firenze, e da New York, quando non sarà più tenuto al bando dal “Corriere della sera” e dalla Rai, rientrerà a Roma. Era anche il momento suo, della sua specialità, attorno al 1990, quando l’Italia voleva cambiare regime politico e elettorale. Ma dovrà aspettare, che la caduta del Muro travolga infine il Pci: le redazioni della Rizzoli Corriere della sera erano presidiate dalla cellula del partito, giornalisti furbi ma occhiutissimi, anche sulle virgole, e inflessibili. Sartori non solo non vi aveva spazio, ma “non esisteva”.
E questa è la storia: Sartori entra al “Corriere della sera” a settant’anni suonati, già emerito. Per la porta di servizio. E non per chiara fama: per riequilibrare un po’ la caduta del Muro. Il liberalismo del giornale lombardo si fermava al bobbiano (ipocrita) “pluralismo”, un colpo al cerchio e uno alla botte. Sartori era invece di idee cristalline.
È stato ai trent’anni uno dei giovani chiamati nell’allora facoltà unica di Scienze politiche in Italia, l’istituto “Cesare Alfieri” di Firenze, dal preside Maranini all’insegna del liberalismo di stampo anglosassone. Con Ferrarotti, Spreafico, D’Amoja, Predieri, Tosi. E già insegnava “Democrazia e definizioni”, nella pedagogia facendo largo spazio alla metodologia – fino a far precedere il corso da 150 pagine di manuale meta-metodologico: di che cosa andiamo a parlare. Le lezioni terminando con uno spazio per chiarimenti e contestazioni. Non ebbe più spazio nell’Italia degli anni 1970, del compromesso storico, che obliterò la cultura laica che Sartori rappresentava. E se ne andò in America, alla Stanford e poi alla Columbia.
Una coda si può aggiungere. Sartori fu recuperato, ma come una maschera da talk-show, una delle tante, e per disquisire di sistemi elettorali. Il suo impianto culturale (obiettivi, istituzioni, procedure, la prassi del buongoverno) rimane tuttora affossato sotto la censura compromissoria di cui l’Italia ha  fatto una seconda natura.

Letture - 298

letterautore

Cicli – Ricorrono anche nella letteratura, oltre che nella geologia e – pare – nell’economia. Giotto “non esisteva” nell’Ottocento. Dante era un “barbaro” per il Settecento. Non si legge più D’Annunzio, e non si tollera, che ha “fatto” il Novecento italiano, fino a Pasolini.

Critica – Rifiuta (scarta) l’esistente in blocco. Senza magari dirlo, che sarebbe già una critica, come fece Citati con Baricco. Molti non esercitano più: i “novissimi” Berardinelli, Ficara, La Porta, Onofri, e gli emeriti già militanti, Walter Pedullà, Asor Rosa, Ferroni, lo stesso Citati. “La Lettura” ha Piperno per la narrativa straniera e nessuno per quella italiana. Supplisce con le coperture da ufficio stampa\agente\scuola di scrittura, tutte osanna e niente sostanza – una mano lava l’altra. Lo stesso il “Corriere della sera”, dove Magris copre autori stranieri. Lo stesso il “Domenicale” del “Sole 24 Ore” – i cui contemporaneisti, Gabriele Pedullà, Domenico Scarpa, scantonano - su curiosità, storie, divagazioni, centenari. Nel “Robinson” e nei settimanali non si trova mai un indirizzo giusto, convinto.

Dialetto – “Il dialetto restringe la vita, la rimpicciolisce, la puerizza”, Alberto Savinio, “Ascolto il tuo cuore, città”, 11: “«Con lo scemare della coltura prevalsero i dialetti», dice Francesco De Sanctis nel capitolo della sua Storia della letteratura italiana dedicato ai siciliani”. Peggio: “Il dialetto è una delle espressioni dirette dell’egoismo familiare, di quel «familismo» che è all’origine di tutto il male, di tutte le miserie che deturpano l’umanità”.
Savinio crebbe cosmopolita, e non bene con la madre e col fratello De Chirico. Questo non lo dice, ma si sa. Di suo aggiunge: “E me, che famiglia non ho, mi guardano di tra i dialetti come uno che non ha famiglia, non ha terra, non ha casa”. Peggio ancora: “Il dialetto opera anche sull’apparato oculare, e chi parla in dialetto vede uomini e cose in formato ridotto. Me i miei vicini mi vedono piccolo piccolo”.

Dossi – Carlo Dossi ambasciatore a Atene il “greco” Savinio trova inadeguato, per la statura- “a un ambasciatore si richiede la pienezza «doppia» delle figure delle carte da gioco”.
Quando lo rivide in Italia, dall’ex ambasciatore invitato “nella sua villa presso Como”, qualche anno dopo, lo trovò, racconta in “Ascolta il tuo cuore, città”, p. 301, “un sospiro d’uomo”. Che per di più si schermiva di aver scritto i suoi libri, attribuendoli a un fratello, “che probabilmente non aveva” – Savinio di fratelli se ne intendeva.

Giallo – È lo spirito scientifico, la ricerca. Savinio lo dice in questo modo (“Ascolto il tuo cuore, città”, 57): “Lo spirito scientifico continua lo spirito poliziesco, e tra le nostre facoltà è la più sviluppata di tutte”.

Italia – È il filo conduttore dell’opera testamentaria di Jacques Le Goff, “Faut-il vraiment découper l’histoire en tranches?”, dall’antichità al Settecento  senza cesure: con la Scolastica, Giotto, Dante, Petrarca, Ficino e fino a Muratori (trascura Vico, che pure conosce), e le repubbliche marinare, i Comuni, i Principati. Le piccole patrie, l’equilibrio.

Italia-India L’Italia indiana è esercizio anglosassone – Marx che se ne dilettò si può dire anch’egli per molti aspetti londinese. Isherwood ne ha scritto, che è grande viaggiatore pur non conoscendo l’Italia - c’è venuto tardi, già accasato a Don Bachardy, e a Venezia pianse: “I bengalesi non sono affatto nordici, ma molto vitali, brillanti e volubili, e se piangono non è per molto; somigliano molto agli italiani”. E Forster a proposito del signor Fielding, suo alias in “Passaggio in India”, di una sua fissa: “Guardare un indiano come se fosse italiano non è errore consueto e neanche fatale, forse, Fielding tentava spesso delle analogie tra questa e l’altra penisola, più squisitamente popolata, che si protende nelle classiche acque del Mediterraneo”.
O forse aveva ragione Loti, cui l’India piaceva ma senza inglesi.

Latino – È la ragione per Savinio (“Ascolto il tuo cuore, città”, 276): “Non dico che nella sola mente latina splende la santa luce della ragione, ma che soltanto in essa questa luce splende e piena”.
Ne fa un esempio: “La ragione precede i fatti e ne determina l’esistenza. È uno degli assiomi più beli della «mente latina»”.

Leopardi – Va di fretta, geniale e sbrigativo. Che il francese disse lingua “della mediocrità”. E il Vesuvio della “Ginestra” “Sterminator Vesevo”. E non leggeva romanzi.

Manzoni – A lungo se ne sono evocate, ma senza indagarle, le “parti nere” del carattere e della vita. I tanti figli morti, l’odio poco represso verso la madre, la moglie dimenticata al passeggio. Di ogni altro si fa, italiano e straniero, si pettegola anzi molto, di Manzoni niente. Gloria milanese, nazionale? La tragedia della sua vita, che in qualche modo c’è stata, e non di poco conto dietro l’olimpismo, lo diminuirebbe o non lo accrescerebbe? Per esempio lo “modernizzerebbe”, levandolo dal bolsismo.
Fu stanziale – per sessantadue anni abitò nella stessa casa, in piazza Belgioioso, dai ventisei fino alla morte. Ma non grigio. La conversazione e gli aveva vivaci. Anche in quello che stampava: negli scritti storici, per esempio, compresi quelli dei “Promessi sposi”, è molto temperamentale, scopertamente, anche sulla pagina.

Mito – In greco antico è semplicemente “parola”.
I miti “si creano”, parlando.

Natura – Non è remota, secondo Savinio (“Ascolto il tuo cuore, città”, 57): “La natura a portata d mano è tutta registrata nei libri”. La natura di cui fantastichiamo “sta fuori dei libri, e forse della stessa natura”.

Omero – È volentieri freddurista, nei nomi, che talvolta si diverte ad argomentare, e le etimologie.
Freddurista fa anche Pallade Atena, quando, al termine del discorso agi dei, gioca su Odisseo-odisào, che è odiare.

Sorella – Venuto in auge con i giudici palermitani assassinati dalla delinquenza, il personaggio è in auge con molti letterati: Byron, Leopardi, Stendhal, Nietzsche, Pascoli, con “L’uomo senza qualità” di Musil, seconda parte,  anche in Thomas Mann, che non ne aveva.

Veneziano – “Il veneziano è una lingua senz’osso”, Alberto Savinio, “Ascolto il tuo cuore, città”, 12: “Dà riposo a incisivi e canini. È a uso di mastodonti, ossia di coloro che hanno i denti a forma di mammelle. Il veneziano invita agli argomenti scherzosi e a goldoneggiare...”.

letterautore@antiit.eu

L’insostenibile leggerezza del sapere

Un ritorno? Il terzo postumo di un autore semplice ma evidentemente sostanzioso, dopo l’eclisse che lo ha accompagnato a lungo, negli ultimi anni di vita e successivamente, “uno dei rari grandi scrittori italiani” del Novecento per il suo editore Calasso – che non manca di rilevarne le doti riconosciute: l’ “intelligenza”, la “stupefacente mobilità di spirito”, la versatilità, su fondo comico.
Duecento voci, da “Abatino” a “Zoografia”, di vario genere, personalità, località, cose, di grande discorsività, e di peculiare interesse, ognuna per un suo verso, compongono la raccolta, cui Savinio lavorò negli anni 1940, pubblicata postuma dagli eredi nel 1977, venticinque anni dopo la morte. Alcune lapalissiane – per questo trascurate? Della Grecia che ha creato dei miti, mentre altri miti si sono creati attorno alla Grecia. Della bigotteria democratica di Atene, arrivata tardi alla filosofia, che sempre osteggiò. Le tre qualità, per gli antichi, di Omero, grande poeta di città: l’eufonia, la safeneia, luce grande e viva su tutte le parti dell’opera, e l’asteiòtes, l’urbanità (“il gusto, l’eleganza e la finezza, il movimento e la varietà, il sorriso cittadino” – un altro Omero). Due cancellieri in Inghilterra per due utopie, durevoli, Tommaso Moro a Francesco Bacone. L’avarizia come principio dell’aristocrazia. Baudelaire come Copernico e Darwin della poesia, avendo anche lui “ucciso un dio”: prima “la poesia operava con mani pulite”, poi se le è sporcate. Il marxismo come forma del “torbido pitagorismo”. E molta Europa: “L’Europa è ormai più fuori dell’Europa che dentro l’Europa”
Molte agudezas, ma mai gratuite. Schopenhauer amava soprattutto Rossini. Le tarde “Argonautiche” di Apollonio Rodio sono “poesia avventurosa e divertente come uno spettacolo del Teatro dei Pupi”. O l’incredibile, breve ma non riassumibile,  analisi tonico-verbale delle lingue e parlate inglese, francese e italiano, correlata alla  musica e al senso – chi è romantico e chi no, e cosa è romantico.
Altre voci, altrettanto attraenti, sono problematiche. L’amore è “intransitivo” – è inutile spiegare come. Il verso è imperativo, non adattabile. I poeti apollinei sono fatui: Byron, Shelley – e Puškin? Nietzsche è apollneo nel senso di isterico. Nietzsche è un lirico,. Flaubert un fotografo di paese. L’Europa è la tomba di Dio, Dio è asiatico - è tirannia. Il pensiero europeo è “superlativamente grafico”. “Condizione ottima dello spirito europeo è il dilettantismo”. Solo l’Europa non ha bisogno di Dio o della guerra.
Lo scrittore, musicista e artista delle leggerezza e della “superficie”, contro il “profondismo” e il “dolorismo”, conduce in realtà per molti labirinti, seppure con soavità, come se le parole nascessero spontanee. 
Alberto Savinio, Nuova Enciclopedia, Adelphi, pp. 401, ill., € 15

martedì 4 aprile 2017

Da Benin City a Roma le schiave prostitute

“Non fosse per l’Italia, ci sarebbe la guerra civile in Nigeria, credimi”. Una nigeriana sulla spiaggia di Tripoli, in procinto di essere stipato su un gommone, rifornito con due latte di carburante, “quanto basta per raggiungere le acque internazionali”, lo dice convinto a Ben Taub, giovane giornalista americano che ha seguito la traccia dell’immigrazione dalla Nigeria all’Italia via Libia. Attraverso il Niger. Un mondo di mafiosi e truffatori. Implacabili e impuniti. In un mondo senza legge, compresa la Nigeria, che è “il paese più ricco dell’Africa”.
Ma questo è l’atto finale. Il lungo reportage

è su Benin City, la città della Nigeria sud-occidentale che fu capitale di un glorioso impero, del Benin, e oggi anche wikipedia registra come la capitale della prostituzione nigeriana in Europa, e specialmente in Italia. Capitale ufficialmente dello stato di Edo, uno degli stati yoruba dele federazione nigeriana. Governata, spiega Taub, da “sacerdoti” juju, piccoli stregoni in cerca di elemosine e affari. In forma narrativa, il lungo reportage espone un mercato inesauribile di infamie, nutrito dal bisogno e perfino dalla fame. Dove la moneta è la prostituzione. Si prostituiscono le ragazze, dai quattordici anni in su, il tempo necessario per pagare i trafficanti, già lungo l’interminabile viaggio terrestre, tremila km.da Benin City alla costa libica, sei mesi, e si raggiunge l’Europa – “Roma”. Pagato il necessario, una somma sempre elevata e comunque elastica, e alla mercé dei trafficanti senza alcuna protezione (Taub conta 116 prostitute nigeriane uccise in Italia tra il 1994 e il 1998). Alcune di loro diventeranno “madame”, cioè “aiuteranno” le madri di Benin a fare cassa prostituendo le figlie.
Nel 2016, si può aggiungere, circa 8 mila delle 11 mila donne nigeriane sbarcate in Sicilia sono state avviate ala prostituzione. Un mercato schiavistico, che dura con l’Italia da quarant’anni buoni, e nessuno indaga – solo il “New Yorker”.

Problemi di base teologici - 320

spock

Cur Deus homo, perché Dio si è fatto uomo?

L’uomo è un caso, un accidente della creazione, un surrogato, un tappabuchi, creato fortuitamente da Dio in sostituzione degli angeli decaduti (san Gregorio Magno)?

L’uomo è stato fatto per il mondo o il mondo si fa per lui (Onorio di Autun – o Augustodunense, o di Aquisgrana)?

L’uomo è al centro del piano della creazione, o ne è un tassello?

È l’uomo un microcosmo, l’essere razionale che assorbe il mondo, di cui è sintesi significativa e attiva (Ildegarda di Bingen)?

Quanto l’uomo è umano e quanto è divino?

La scimmia penserà pure di essere divina?

spock@antiit.eu

Il petrolio non manca, l’allarme è artefatto

Yergin, storico (debuttò con “The Shattered Peace”, sull’origine della guerra fredda) e storico dell’economia, si è specializzato nel mercato dell’energia. Che è insieme determinante per la sicurezza politica, ed è forse il più grande mercato singolo nella vasta rete dell’economia mondiale. Il calcolo è di un investimento di 6 mila miliardi di dollari nei prossimi anni per le sole riserve fossili di fonti di energia – a prescindere cioè dalle fonti alternative e dal “quinto combustibile”, le azioni per il risparmio (conservazione) e l’efficienza. Tutte le previsioni, afferma lo storico, danno il mondo dipendente dagli idrocarburi, per il futuro ipotizzabile, al 75-80 per cento dei consumi di energia.
Con “The Quest” Yergin torna a spiegare che l’allarmismo sull’energia è artefatto: il libro è stato pubblicato quando il greggio era a 70-80 dollari a barile – poi è salito a 100 e oltre. Una quotazione, spiega, ingiustificabile sotto ogni riguardo, né di costi materiali, né di ricerca e sviluppo, né di ammortamento, né di costi finanziari. Un’analisi e un’informazione calmieratrici in un mercato volatile, e molto dipendente dalla speculazione – voci, paure.
Lo aveva già fatto con “Il premio”, 1991, per dissipare i timori seguiti al primo (1973) e al secondo (1984) shock petrolifero, contrastando la facile speculazione sulle materie prime. Ci riprovato con questo “The Quest”, la ricerca, sottotitolo “Energy, Security and the Remaking of the Modern World”, dove modern sta per contemporaneo. Partendo da un breve excursus sugli apocalittici, che si commenta da solo. Primo Lord Kelvin, che nell’Ottocento profetizzò la fine vicina, dopo il 1881, per l’esaurirsi delle miniere di carbone nel Galles. E dopo la guerra l’ammiraglio Rickover, “il padre della Marina atomica”, per un facile rilievo: “La dotazione di risorse della terra si è mostrata in nessun modo così desolata come Rickover pensava”, malgrado Fukushima, le primavere arabe e l’incertezza dei rifornimenti, la Bomba iraniana, i consumi esagerati.
In questa chiave, e a parte, Yergin demolisce col sorriso il “picco di Hubbert”. Hubbert era un colorito personaggio che ebbe fama per aver “predetto” nel 1956 che la produzione americana di idrocarburi avrebbe avuto un picco tra il 1965 e il 1970 - il “picco di Hubbert” - e poi avrebbe cominciato a declinare. Basandosi su un calcolo corretto delle riserve americane di idrocarburi e del trend dei consumi, del fabbisogno del sistema produttivo. Il picco in effetti fu raggiunto nel 1970. E tre anni dopo la richiesta dei paesi produttori di un aumento dei prezzi alla fonte fu facilitata, nello “shock petrolifero” dell’ottobre 1973, proprio dall’ingresso degli Usa nel mercato internazionale come grande importatori. Hubbert ci prese gusto, e “nel 1978 predisse che i bambini anti nel 1965 avrebbero visto tutto il petrolio disponibile consumato nell’arco della loro vita”. Questo naturalmente non sta avvenendo: “Nel 2012”, spiega Yergin, “la produzione Usa di petrolio è stata quattro volte più alta di quella prevista da Hubbert”. Che nel suoi calcoli escludeva l’innovazione e i prezzi.
I problemi del mercato dell’energia sono di altra natura, spiega Yergin in dettaglio. Uno è “la globalizzazione della domanda”: ci sono più soggetti acquirenti sul mercato mondiale per quantitativi importanti, la Cina, l’India, lo stesso Giappone e la Germania dopo Fukushima e l’abbandono del nucleare. Oggi – 2010 – il consumo medio pro capite è di 14 barili di petrolio nei paesi sviluppati e di 3 nel mondo in via di sviluppo: che succederà quando i miliardi di nuovi entranti nel mondo dello sviluppo consumeranno 6 barili l’anno?
Poi c’è il problema della sicurezza. Contro i cyber-attacchi, la pirateria informatica, molto possibile nella complessa logistica delle forniture d energia. E contro le guerre e l’insicurezza del Medio Oriente, dell’area del Golfo – che detiene il 55 per cento delle riserve mondiali di petrolio e gas.
Ma il petrolio non manca e non è scarso. “Come prova del picco, i suoi sostenitori argomentano che il tasso di scoperta di nuovi giacimenti di petrolio è in declino. Ma non si tiene conto di un punto cruciale. La maggior parte delle forniture di petrolio non  è il frutto di scoperte, ma di riserve e rivalutazioni”. La differenza tra le prime valutazione, quando “si scopre” un giacimento, e le successive revisioni e rivalutazioni è solitamente elevata: il potenziale mediamente raddoppia.  
E gli investimenti in nuove prospezioni non diminuiscono, ma aumentano “drammaticamente”.
Daniel Yergin, The Quest, Penguin, pp. 820 € 19

lunedì 3 aprile 2017

Secondi pensieri- 301

zeulig

Artigianato – Materializza la creatività. L’oggetto artigiano può non essere di buon gusto e più spesso è di cattivo gusto, ma si annusa golosamente e si apprezza per essere un manufatto creativo. Il vasaio, il fabbro, il liutaio, anche il falegname e il muratore, a lungo sono stati onorati, quando ancora esercitavano secondo apprendistato e mestiere, in qualche modo padroni di un segreto (la tecnica è un segreto), come creatori. La manualità è diminuita nel giudizio da non molto tempo – forse in vista dell’abbandono.

Civiltà – È difesa? È acquisizione? Non può essere che l’una e l’altra, volendo la parola convogliare positività, “valori” di bene. Col vecchio residuo di connotare negativamente, “barbarico”, tutto ciò che è ai margini o esterno, sottintendendo l’esclusione come una diminuzione – ignoranza, rozzezza, incapacità. Questo è da qualche tempo inammissibile, e anche sbagliato – molto c’era di civile nei barbari. Ma in che limiti è civile il volersi appropriare della civiltà altrui?
È il problema del multiculturalismo.   

Mondo liquido – È in Savinio, lo scrittore-musicista-pittore,1944, “Ascolta il tuo cuore, città”, prima che in Bauman. Come operazione attiva e non subita: “La conoscenza, come nave che non può ammainare le vele, si alontana sempre più verso le cose che la mano non più riesce a raggiungere né l’occhio a vedere. L’intelligenza dell’uomo perde via via il suo carattere «manuale» e si liquefà”. Anzi, va più in là: “E quando la liquefazione non basta più, l’intelligenza si «atmosferizza». E quando anche l’atmosfera non basta più, l’intelligenza diventa particella dello spazio.. E quando lo stato di spazio nello spazio è troppo corposo ancora, troppo «toccabile», l’intelligenza si annulla. La fine del mondo avverrà per tentazione dell’infinito”

Mundus senescit – Il mondo deperisce è concetto medievale, l’idea che il mondo si decompone, e non va alla salvezza ma alla perdita di sé. Derivato dalla fine del mondo che sant’Agostino avrebbe profetato, nella sua periodizzazione, al libro IX della “Città di Dio”, delle sei età del mondo, la sesta andando dalla nascita del Cristo alla fine del mondo.

Ragione – La Scolastica riprende nel Duecento, con Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, l’idea che “la ragione nasce all’ombra dell’intelligenza” dal “Libro delle definizioni” di Isaac Israeli, IX-X secolo (articolo “Raison”, in “Dictionnaire du Moyen Âge, a cura di Cl.Gauvard, A. de Libera,  M.Zink).

Omeopatia – È il metodo e la panacea della scaramanzia: è il male che scaccia il male, la morte (augurarla, prevederla, invocarla, minacciarla) che scaccia la morte.

Religione – Se è un supermercato, approssima l’apoteosi o la sua fine? Ce ne deve essere una per ognuna, o deve essere una per tutti? È barrire alla libertà, nel sentito illuministico, o una delle sue strade? La religione tende a essere dommatica, sotto il principio di autorità. Ma il “ritorno del sacro” si vuole riappropriazione di un campo di libertà. Una rivolta contro il senso del limite che la ragione ragionevole, sia pure involontariamente, impone – un vincolo. Ragione e libertà non vanno di pari passo?

Sogno - È un rovesciamento, in qualche modo, della realtà. Dell’ineluttabilità – della cosa in sé. Fosse pure dell’abitudine. Un disegno di libertà.
Ma la libertà vive nei sogni scomoda: non solo nell’incubo, in qualsiasi sogno resta sottinteso e prevalente che c’è, ci sarà, un ritorno alla “normalità”, un risveglio. Sia pure sotto forma di prigionia, di chiusura: nella morale, la coscienza, la conoscenza, gli stessi nostri segreti

Storia – Nasce nell’Ottocento: romantica e nazionale. Inventiva, logica e misteriosa, e imperiale: una raccolta di “storioni familiari”, quali avrebbero colmato il secolo – fino ai quattro quarti dei miserabili. La storia è inizialmente di orgoglio, una volizione.

Tradizione – Non necessariamente – non se ne vede ragione – ma costituisce un valore. Che qualcosa sopravviva al proprio tempo e si tramandi, mentre il resto si deteriora e decompone, spesso rapidissimamente, è in questa continuità l’idea dell’immortalità. 

Universo – “Gli astronomi hanno individuato un buco nero supermassiccio a 600 milioni di anni luce, che crea nuove stelle fino a trenta volte la massa del sole. Ce n’è abbastanza per fondare l’infinito – c’è un dato quantitativo nell’imponderabile, il non circoscrivibile.

zeulig@antiit.eu 

Problemi di base napoletani

Perché la Juventus, che domenica notte ha giocato a Napoli e mercoledì deve rigiocare a Napoli, se ne è tornata a Torino e ritornerà a Napoli poco prima della seconda partita? Perché l’albergo che la ospitava era inospitale, e anzi ostile. E per motivi di rodine pubblico – non si sa mai.
Perché ai tifosi juventini non è stato permesso l’accesso? Meglio 4-5 mila posti vuoti, e mezzo milione d’incassi in meno?
Perché la Società Sportiva Calcio Napoli ha promosso e distribuito decine di migliaia di fischietti colo azzurro (il colore sociale), per fischiare Higuaìn?
Perché De Laurentiis, il patron dell’SSC Napoli, finge di aver dovuto cedere Higuaìn per volere di Higuaìn, mentre lo ha ceduto volentieri per incassare una enorme plusvalenza, 80 milioni?
Perché l’SSC Napoli, che ha come colore sociale l’azzurro, si è vestita di bianco per la gara con la Juventus, lasciando il suo colore al club sfidante? Per compiacere i produttori di magliette (diversificare: volendo  ricordare quella partita bisogna acquistare una maglietta diversa).
Perché Napoli crede a De Laurentiis, appassionatamente?
Cosa costringe Napoli a farsi innaturalmente antipatica, ostinatamente?

Le scienziate segregate

È una satira, in salsa patriottica. Un film sulla stupidità. Annacquata nell’American Dream, delle segregate nere che invece sono americanissime, pioniere e paladine della libertà.
La storia è di tre matematiche che lavorano alla Nasa nel 1960. Ma essebd donne e nere è cme se non ci fossero. Una fisica matematica che è l’unica capace di calcolare le orbite, di crociera e di rientro, delle prime capsule spaziali, si deve assentate per fare pipì almeno quaranta minuti, se corre come una pazza, fino ai gabinetti separati per neri. Una informatica che sola sa far funzionare i primi potenti calcolatori Ibm ma non può entrare nella sala calcolatori, top secret. Una esperta ei materiali che dà i suoi suggerimenti per la capsula, la parte debole della missione spaziale Friendship, in funzione di occasionale suggeritrice, come portaborse. Tutte vengono tenute fuori dalle sale riunioni perché donne – ma le bionde entrano.
Tutto, forse, anche vero, reale: la segregazione razziale era un fato negli Usa, nella civilissima Florida, cinquant’anni fa, al tempo di John Kennedy. I fisici sono rigorosamente maschi, in camicia bianca e cravatta. Le cape-reparto biondissime. Le nere, per quanto coltivate, sono tenute in disparte, per i lavori meniali, tollerate come lavoratrici socialmente utili. Alla Nasa, la punta di diamante della ricerca e l’innovazione negli Usa e nel mondo. Ma il direttore Kevin Costner serioso ha un dubbio, quando vola la cagnetta Laika, e poi Yuri Garain: “Che hanno più di noi, sono più intelligenti?” Il regista non lo dice, ma lo sottoliena discretamente. Quando arrivano a Cape Canaveral per l’addestramento i futuri cosmonauti, al nordico colonnello John Glenn fa salutare ostentatamente, fra tutti i dipendenti in parata, il gruppetto delle nere, disinvolto e gioviale.
Un film che appassiona per la storia, più che per le immagini. Melfi è regista disimpegnato, come Damien Chazelle (“La La Land”). Europeizzante, anche per le origini: cresciuto a Brooklyn da padre siciliano, è americano filosoficamente (candidamente) critico. Senza calcare la mano.
Se se ne può fare una generazione col più giovane Chazelle, si direbbero scientificamente postmodernisti, che rifanno la vecchia commedia americana, tutta sorrisi e beatitudini. Ma con leggerezza. L’American Dream disturba solo all’arrivo dei Nostri - che è poi l’avventura breve e miracolosamente finita bene di John Glenn, il primo americano nello spazio extraterreste. Con promozioni, onori, titoli, e medaglie per tutti, comprese naturalmente le tre eroine nere. Ma prima la storia è appassionante di stupidità. E, poi, Melfi evita di fare delle tre scienziate segregate le solite bellezze al bagno: sono madri di famiglia, molto al naturale, giustamente grevi.   
Theodore Melfi, Il diritto di contare (Hidden Figures)

domenica 2 aprile 2017

Trump fa il tedesco

Che deve fare un paese sommerso da merci d’importazione, spesso vendute sottocosto? Deve in qualche modo proteggersi.
È presto per dire cosa succederà con le misura protezionistiche annunciate da Trump: il presidente americano è ancora un oggetto misterioso. Ma la sua iniziativa non è economicanente non ortodossa – già Obama era arrivato allo stessa conclusione. La novità è infatti vecchia. È che per negoziare bisogna alzare paletti, raccomandarsi è inutile.
Trump fa quello che i governi europei non hanno fatto di fronte all’aggressività della Germania, che accumula avanza commerciali stratosferici “a danno” degli altri paesi della Ue: la Francia, la Gran Bretagna prima di andarsene, hanno fatto come Renzi, hanno chiesto, perorato, ragionato, a nessun effetto.

Ombre - 360

“Crolla a 9,75 il rapporto fra alunni e insegnanti”, è l’allarme del “Sole 24 Ore”. Era di 12 a 1, “un valore che continuava a essere distante inferiore ala media Ue, e distante da Francia, Germania, Regno Unito e Spagna”. Cioè, è meglio la scuola con meno insegnanti – “fa peggio solo la Grecia”.

Il giudice in aspettativa per fare politica non può iscriversi a un partito. È la regola dei giudici italiani. Perché la giustizia si vuole ipocrita?

D’altra parte c’è chi fra i giudici, come un certo Emiliano a Bari, non indaga un capopartito, o allora in modi e tempi che non lo feriscano, e poi si fa segretario locale del suo partito. Quindi sindaco. Quindi presidente di Regione, sempre per lo steso partito. Quindi candidato alla guida del partito. Senza mai abiurare la magistratura. Ha paura di restare col culo per terra? Ha il metabolismo difficile? Un giudice ingordo? non sia mai.

L’assicurazione manda l’avviso a dicembre che la Rca scade a gennaio. L’avviso viene consegnato dal Fulmine Group ad aprile – l’1 aprile, ma non èn pesce d’aprile. Quella del recapito postale è un’incapacità congenita degli italiani?

“A Pechino si sono accori che Trump usa la stretta di mano per «sottomettere» l’avversario”. In vista del vertice tra Xi Jinping e Trump nel resort di quest’ultimo in Florida, si arriva a queste sottigliezze. Magari non è una bufala, ma che fatica la trumpofobia.
Il Grande Comunista incontra in due giorni di svago il Super-Tycoon, ma non c’è altro motivo d’interesse.

“Islanda, boom di nascite a nove mesi dal 2-1 con l’Inghilterra. A giugno la vittoria della nazionale all’Europeo, e oggi nel paese è record di parti”. E’il disgelo? Ma a giugno in Islanda è giorno 24 ore.

Di Grillo non si può dire se non che si diverte, lui come Di Maio, Di Battista. Ride e fa ridere. Riesce così a fare due mestieri, il comico in teatro la sera, e il capopartito di giorno. Senza deprimersi cioè. Ma gli italiani lo prendono sul serio.

Quello che non ha fatto la Lega lo fa Grillo: commissariare Roma - “Roma ladrona” eccetera. Assessorati, aziende, consulenze, Grillo manda a Roma in defettibilmente gente del Nord, affaristi, manager, ragionieri, avvocati. Mai uno, per dire, napoletano, o pugliese, a non volersi fidare dei romani.

Bisogna riconoscere che gli inviati di Grillo a Roma non strafanno: scendono lunedì alle 15 e se ne salgono giovedì alle tredici. Non vogliono occupare Roma.

Folle di candidati presidente in America, e qualche presidente, sono stati inibiti da ragazze di poca virtù in cerca di pubblicità che esibivano relazioni extraconiugali. Perché l’America, si dice, è puritana. Ma il vicepresidente Mike Spence si vuole incriminarlo perché lui di proposito non va a cena da solo con una donna che non sia sua moglie. E non a ricevimenti dove si beve se non è accompagnato dalla moglie. Più che puritani, gli americani sembrano pruriginosi – si gratteranno?

“Sono stato onorato di conoscere Salvatore Buzzi”, dichiara solenne Carminati in tribunale - lui “nero” di Buzzi “rosso”: “È una persona superiore a tutti gli imprenditori romani”, da intendere: tutti specializzati a “lavorare coi soldi pubblici”. Beh, torto non ha: l’ex (quasi) ergastolano li surclassava tutti.
Il processo Mafia Capitale è il processo del terzo settore famelico contro la “29 giugno”, le cooperative rosse rappresentate da Buzzi.

Dice Berlusconi ai borghesi del Rotary: “Non ho mai fatto lavorare Grillo nelle mie tv perché voleva essere pagato in nero”. Magari è vero, ma non è questo il punto: i rotariani voteranno ora Berlusconi, o correranno da Grillo?

Grillo, che si querela contro tutti i giornalisti per diffamazione, non cita Berlusconi in giudizio. Dove peraltro sarebbe sicuro d ottenere una condanna, non c’è giudice che se ne priverebbe. Farsi pagare in nero non è diffamazione?