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sabato 19 agosto 2017

Quando nacque il made in Italy

Il Moma di New York, Museum of Modern Arts, programma una mostra sulla moda a ottobre, “Is fashion modern”, di cui dice che è la prima in 73 anni, cioè dall’inizio dell’attività. No, ce ne fu una nel 1974, sponsorizzata e organizzata dall’Eni, che segnò la data d’inizio convenzionale del made in Italy. Nel quadro di un Progetto Italia, parte di un Progetto Qualità, o integrazione nei mercati ricchi.u
La mostra ideata dall’Eni, che la organizzò con Carlo Robustelli, un funzionario della direzione Esteri appositamente delegato, era sul design italiano, non specificamente sulla moda. Si traeva profitto dall’interesse del Moma per alcuni architetti italinani, ma la mostra fu organizzata col fine precso di legare il made in Italy alla qualità. Di fatto segnò l’inizio dela sfida di Milano a Parigi proprio in quel settore, sia nell’alta moda che nel nuovissimo, e più propriamente italiano, settore della moda pronta.
Fu da quella mostra che cominciarono a confluire su Milano i grandi buyer del settore moda, all’epoca americani e giapponesi.

La scelta di New York come vetrina era stata preceduta dalla scelta di Milano come hub della moda a preferenza di Firenze e di Roma, che in precedenza si erano litigate quel ruolo, ma inefficacemente. 

Morire di ermetismo

Cananzi monta in video le immagini della memoria del medico poeta morto suicida nel 1961, nella casa di Melicuccà presso Palmi, dove era nato e cresciuto e dove tornò per morire, in solitudine. Alternandole a immagini dei luoghi - a colorature dei luoghi, qualki vogliono essere le immagini idilliche - in sintonia con versi di Calogerro che trascrive. 
Un uomo difficile per una poesia difficile, è stato detto. Ma più giusto è dire un uomo che pur imprenditivo, medico, cultore di tutti i possibili canali letterari che in qualche modo riusciva a penetrare, non un asociale, anzi, finito nell’isolamento e l’indigenza spirituale in vita – il video evidenzia le tante sue citazioni da ultimo da Pavese. Pubblicato dopo morto e riconosciuto grande poeta (“con la sua poesia ci ha diminuiti tutti”, ebbe a dire Ungaretti), e tornato nell’oblio perché l’epoca preferisce semplificare. E Calogero non si presta.
Una sua sistemazione critica attende ancora l’autore. S i è detto che è un’epitome dell’ermetismo, la derivazione mallarmeana che dominava la Toscana e Firenze negli anni 1930, delle raccolte che in vita ha infine pubblicato in proprio, e dei due volumi di suoi componimenti, sui tre programmati postumi, che l’editore Lerici fece in tempo a pubblicare negli anni 1960, prima di chiudere bottega, nella collana Poeti Europei. Nell’ermetismo lo inquadra Luigi Tassoni, nella piccola antologia che ancora lo fa leggere. Ma forse è di più: un poeta innamorato della parola.  
Rosario Cananzi, Lorenzo Calogero

venerdì 18 agosto 2017

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (335)

Giuseppe Leuzzi

Gli italiani emigrati in America dal Sud dell’Italia Gay Talese, “Ai figli dei figli”,  dice in gran parte analfabeti per “la tradizione oppressiva, anti-intellettuale dei Borboni di Spagna e della chiesa cattolica”. Questo può spiegare molte cose.

Si ascoltano sotto gli ombrelloni a mare sulle spiagge meridionali parlate torinesi o milanesi con interlocuzioni locali, dei parenti e amici che non sono emigrati. È un rapporto che si sente stridente, per nessun motivo, se non l’adozione, per quanto necessitata, della parlata della città d’emigrazione. Sembra un falsetto.

L’anarchia  feudale
La patrimonializzazione (compravendita) del feudo Galasso accerta (“La Calabria spagnola”, 153) già dal Cinquecento. Non fu però una privatizzazione: “Il fondamento pubblico della posizione feudale non fa mai disdetto o attenuato nella cultura e nella tradizione giuridica e forense del mezzogiorno”. Si volle essere liberi di disporre, ma anche di mantenere i diritti esclusivi.
“La distinzione tra «patrimonializzazione» e «privatizzazione»  nel caso del possesso baronale non è né frequente né chiara negli studi”, spiega Galasso, “ma è fondamentale”. Il perché lascia implicito ma è ovvio: s’innesta qui la mancata origine, o gracile costituzione, della borghesia locale, al più attiva solo intellettualmente, non operosa, innovatrice, avventurosa.
La feudalità nel Regno e in Calabria Galasso dice anche “di anarchico particolarismo, antistatale e antisociale”. E questo è un marchio che ha impresso su tutta la società, anche tra i poveri e poverisssimi. Qualche rivoluzione sociale c’è stata anche in Calabria, che più di tutti ne ha avuto e ha bisogno, ma si è subito dispersa negli individualismi.

Mafia mafie
Matteo Renzi presenta il suo libro col sindaco di Pietrasanta Mallegni. Lo stesso che due suoi protetti, i fratelli Manzione, hanno denunciato e perseguito penalmente, a nessun effetto, ma abbastanza per consentire al prefetto di farlo decadere dalla  carica una prima volta. I fratelli Manzione, Antonella capo dei vigili urbani, Domenico giudice, sostituto Procuratore (nel paese di nascita e di residenza…), avevano lei denunciato e lui incriminato Mallegni, un socialista anti-Dc eletto con i voti di Berlusconi. Renzi aveva per questo premiato entrambi: lei suo capo di gabinetto a palazzo Chigi, lui sottosegretario. Poi si sono rifatte le elezioni, e Mallegni è stato rieletto.
Fosse successo al Sud, quanti reati in questa breve storia? Non anomala evidentemente, poiché non scandalizza nessuno in lucchesia, in Toscana, e nemmeno fuori della Toscana. Di calunnia. Di traffico di influenze. Di abuso di potere. Di associazione a delinquere, se non mafiosa - ma questa è “la” mafia da qualche tempo, politica: col mitra vanno i pezzenti. 
Mentre è una storiella come tante, della disinvoltura “democristiana”.

Il miracolo del Sud
Nessun dubbio che il “miracolo economico” degli anni 1950-1960, che ha elevato l’Italia “nel gruppo di testa dell’economia e dello sviliuppo mondiale” (G.Galasso, “La Calabria spagnola”), sia dovuto in gran parte alla disponibilità di forza lavoro abbondante, a buon mercato e relativamente formata (almeno italoparlante), emigrata dal Sud. Nessun dubbio insomma che il Sud debole e migratorio sia stato, e probabilmente, sia, uno dei fattori di quello sviluppo.
Il raffronto con la Germania è in tal senso chiarificatore. Un paese impoverito demograficamente dalla guerra, dall’occupazione e dalla divisione, che ha dovuto far ricorso a immigrati dall’estero, anche dall’Italia. Con capacità tecniche forse non inferiori a quelle dell’emigrazione interna italiana, ma con l’handicap della lingua e della mentalità.
In che senso o misura questo esercito interno del lavoro ìnteragisce oggi nell’economia italiana? Lo “scambio” continua a essere attivo, nella sanità, l’accoglienza, l’insegnamento, le polizie . Con un’emigrazione ora già formata, anche se a costo non minore, come negli anni del boom. E ha creato un’area stabile di consumo privilegiato per il Centro-Nord Italia. Non c’è un Nord, bello-e-buono, senza un Sud.

L’emigrazione disfa la società
L’emigrazione arricchisce o impoverisce? L’economia politica dell’emigrazione è che essa arricchisce. Chi parte perché mette infine a frutto i sacrifici. Chi resta per le rimesse degli emigrati, e per il loro indiretto appello a una vita migliore.
Ma è una desertificazione, anche questo si sa. Delle energie più cospicue – giovani, determinate - se non le migliori qualitativamente. Soprattutto le emigrazioni intellettuali, quelle di oggi, di forza-lavoro già “formata”,
Con le moderne emigrazioni il Sud si priva del ceto medio appena costituito, che fa e disfa come una tela di Penelope, delle borghesie cementano la società. Questo può spiegare meglio di ogni altra piega sociologica finora individuata l’impoverimento della politica, della rappresentanza e delle scelte di voto. 

L’emigrato è sradicato
Molti buoni sentimenti, moto retorici, si fanno attorno all’emigrato, soprattutto in questo mese di ferie, quando l’emigrato ritorna, magari per la festa di paese. Ma la verità è che l’emigrato, per quanto gli piaccia mangiare una volta i cibi dell’infanzia e possa essere affezionato ai parenti, è un altro. Di un altro mondo. Anche quando parla o scrive delle origini.
Corrado Alvaro, che dei luoghi originari tanto scrisse, non tornava volentieri al paese, e solo per poche ore, poche volte, per non dispiacere alla mamma, incattivito e inquieto. Mino Reitano è di Fiumara di Muro - della frazione San Pietro di Fiumara - un paesino alla periferia di Reggio Calabria, col quale non ha mantenuto nessun contatto e che non ha nessun rapporto con la sua musica e le sue canzoni.   
Rosa Maria Currenti, ora di 73 anni, si è ritrovata immortalata da Enzo Sellerio in una foto al balcone, quando aveva 18 anni, confluita nel 1964 in un servizio fotografico per la rivista tedesca “Du” sulla vita rurale in Sicilia. Si celebra ora come la Sicilia giovane. Si era poi sposata e col marito era emigrata in Svizzera, impiegandosi lei stessa a Neuchâtel, alla Bulova. Esperienza di cui ricorda: “Mi chiamavano madame”. 
Il racconto forse più fertile – reale, vivo – dell’emigrazione e del suo background , “Ai figli dei figli” di Gay Talese, è frutto delle memorie dell’amato padre e dei suoi fratelli, ma più di un lavoro di documentazione in situ, a Maida, durato due anni.  

Calabrian Free Corps
Accanto ai “massisti”, gruppi armati popolari che combatterono le truppe francesi di Napoleone e Murat dopo il 1807, un corpo calabrese d’élite fu creato e inquadrato fra le truppe britanniche, il Calabrian Free Corps, un corpo di guerriglieri calabresi. Questa la scheda del Calabrian Free Corps redatta dallo storico militare canadese René Chartrand, “Émigré & Foreign Troops in British Service 1803-1815”, pp. 7-9:
“Costituita agli inizi del 1809 con rifugiati italiani dalla Calabria, di cui circa 400 si erano organizzati in Sicilia a febbraio in «centurie» sotto propri comandanti. Alla fine di giugno il corpo partecipò all’incursione su Napoli, un distaccamento di 40 uomini distinguendosi in una carica allo sbarco. Partecipò alla presa di Ischia e Scilla. Di ritorno in Sicilia, regolamenti vennero redatti per migliorare l’organizzazione e la disciplina dell’unità. Le centurie furono riorganizzate in «corpi liberi» delle dimensioni di una compagnia, con tre ufficiali, otto sergenti e 120 soldati semplici l’uno, e con uno staff di ufficiali britannici. Gli ufficiali, i sottufficiali e la truppa dovevano essere Calabresi o del Regno di Napoli.
“Il 22.3.1810 circa 316 uomini – dopo un’esitazione iniziale – parteciparono con distinzione all’0attacco sull’0isola ionica di Santa Maura. Dal dicembre 1812 due divisioni del corpo furono dislocate nella Spagna orientale, e combatterono bene a Castalla e Biar (aprile 1813). Dopo di ciò, Lord William Bentinck disse che i Calabresi erano forse la migliore fanteria leggera nel Mediterraneo, malgrado avessero “volgari, cattivi ufficiali Calabresi”. A quel tempo la forza era di 1.450 uomini; sei compagnie erano in Spagna, sei nelle Isole Ioniche, e tre in Sicilia. Due compagnie dalle Isole Ioniche presero parte all’assedio e la cattura di Trieste nell’ottobre 1813, distinguendosi per l’audacia. Le compagnie in Spagna, forti di 579 uomini, furono impiegate a Ordal (12-13 settembre). Nell’aprile 1814 queste sei compagnie s’imbarcarono a Tarragona, sbarcarono una forza di 618 uomini a Livorno, e presero parte all’attacco britannico sulla Spezia del 25.26 marzo - la guarnigione si arrenderà il 30. Il 14 aprile il Calabria Free Corps fu parte della forza che investì Genova. Il 16, insieme col 1mo Fanteria Leggera Greca, il reggimento prese il territorio sopra i forti Richelieu e Tecla, portando alla resa della città più tardi nella stessa giornata. Finendo la guerra, il corpo fu sciolto a metà del 1814”.
(continua)

leuzzi@antiit.eu

La Calabria allo specchio, leghista

Nunnari parte con Croce, la Napoli di Croce, paradiso e inferno. In una sorta di road-show della sua Calabria, cui è rimasto legato nella lunga esperienza di giornalista Rai: un’esposizione delle ragioni dei calabresi. Che inevitabilmente curvano, malgrado il piglio promozionale - “Il male, la bellezza e l’orgoglio della nostra Grecia” è il sottotitolo - alla critica: il mood è allo sconforto. 
Una “questione calabrese” Nunnari si prova a definire “che è differente dalla questione meridionale”, entro la quale si colloca. Vasto compito, si direbbe. Ma onestamente si limita a repertoriarla, attraverso un centinaio di titoli di cui fa la rilettura, da Carmine Abate, Alvaro e Banfield, a Zanotti Bianco e Sergio Zoppi. Con molte accensioni amorose, e molti anatemi, meritati e non. Non c’è un “discorso” che si possa fare in positivo della Calabria, senza tornare si soliti Grandi Greci? Questo di Nunnari può essere allora un grido di dolore per uscire dal prefichismo, la nenia professionale dei morti.
Prefichismo
Molto che si scrive sulla Calabria, se non tutto, è da prefica, da lamento doloroso professionale. Non c’è naturalmenre una professione del lutto propriamente calabrese, ma sì un’attitudine a piangersi e compiangersi. Indotta.: il calabrese normalmente sghignazza, anche del dolore. Ma se poco uno legge i suoi giornali, o si mette a parlare con qualcuno che la Calabria la vive stabilmente, la cosa vira subito alla depressione: tutto il peggio del mondo viene evocato, anche un delitto alle Aleutine, o un’eruzione di vulcano andino, se ce ne sono, in mancanza di disgrazie più vicine.
Il decadimento è inarrestable? No, nemmeno in Calabria. Chi ci ritorna periodicamente - e con un piede magari dall’interno, la Calabria non è facile da esplorare, non in superficie - trova sempre buone iniziative. Private, come si suole dire, cioè di singoli. Musicisti, tanti. Ricercatori, in più discipline. Imprenditori, nella meccanica, l’agroalimentare, la ricettività. Perfino editori, si trovano, e librerie che aprono, mentre altrove chiudono. Tanto si trova purché non sia pubblico: statale, regionale, anche comunale troppo spesso. E qui la lista è lunga, dei vuoti e le inadempienze: infrastrutture (viabilità, elettricità, telefonia, acquesdotti, depurazione), servizi (rifiuti, sanità, scuola), attività produttive e non assistenziali. Ma non speciale: le solite incompiute, il solito ritardo, la solita corruttela in appalti, i soliti “posti” in assenza di lavoro. E una prima conclusione se ne può trarre: la Calabria, dove il pubblico ha un peso maggiore che il private, vive più aspra la crisi della funzione pubblica in Italia da un trentennio a questa parte: nelle opere pubbliche, la sanità, la giustizia e la repressione, l’ecologia, la stessa assistenza, nelle forme fantasiose ora del terzo settore o volontariato, la burocrazia.
Dopo il leghismo
Di speciale o tipico c’è il recepimento: l’immagine della Calabria che alla Calabria viene sovrimposta, fino all’autosuggestione come ogni buona pubblicità. Che i giornali locali rispecchiano cupi ogni giorno: c’è solo questo, il decadimento. Avendo il vezzo di leggere ovunque la stampa locale, si può testimoniare che non c’è nulla di analogo altrove, di altrettanto virato su morte e distruzione. In elenchi perfino abbrutiti, senza vivacità, schematici, da alfabetizzazione primaria. Ridicoli, perfino, nella ossessività. Non fosse una sorta di depressione generalizzata, da mar morto. Altro non c’è: intelligenza, iniziativa, gioia, poesia?  Non qui.
E questo è l’effetto del leghismo. Nunnari non ne fa parola – se non indirettamente, citando da un libro di Settis. Ne aveva però discusso, senza nominarlo, col cardinale Martini e con mons. Pino Agostino nel 1992, in un aureo libretto intitolato “Nord Sud. L’Italia da riconciliare” – era il cruccio di Martini, anche se non ha mai preso posizione contro la Lega, tenendosi lontano dalla politica. Se non si fa il caso dell’Italia leghista, di Milano contro tutti, non si viene a capo di nulla. Il maggior giornale di Milano impegna il suo giornalista vedette  a scrivere un articolo contro la Calabria, con cadenza mensile, e questa è l’unica occasione in cui si occupa della Calabria. Salvo dare per scontato che il malaffare a Milano, miliardi, sia cosa di quelle che chiama le “locali” di ‘ndrangheta, piccoli affaristi che monetizzano il voto di cugini e compari – mentre tace sul fiume cittadino di cocaina, quello realmente miliardario e realmente di ‘ndrangheta, e di corruzione.
Introiezione    
La Calabria è - sarà come tutto - buona e cattiva. Sono i calabresi che se la fanno specialmente odiare. I calabresi fuori dalla Calabria sono come tutti, buoni e cattivi. Nunnari può annettersi Mauricio Macri, il presidente argentino, lo scrittore Ernesto Sabato (ma gli scrittori sono tanti), Leon Panetta, che ha rivestito tanti incarichi nel governo Usa. Nel nostro “Fuori l’Italia dal Sud” venticinque anni fa potevamo rilevare come fossero tenute da calabresi molte cariche istituzionali, quelle del cosiddetto “senso dello Stato”: la presidenza Rai, la Ragioneria dello Stato, la Corte Costituzionale, l’Autorità antimafia, il rettorato della Normale. Oggi potremmo metterci il ministro dell’Interno e l’ambasciatore a Tripoli, due calabresi che, da soli, hanno risolto il traffico di clandestini dalla Libia. Ma giusto per dire - altrove, in ambito meno depressive, non avrebbe senso fare di queste rivendicazioni.
Per il resto, ci sono colpe evidenti. La classe politica locale è incapace e un po’ corrotta? Non viene calata dall’alto. La burocrazia si vuole specialmente jugulatrice o incapace? Non è di impiegati della Patagonia. Gli impiegati pubblici (comunali, regionali, degli enti) sono troppi e improduttivi? Lo sono, il “posto” pubblico è il bene supremo in Calabria – per le deficienze solite del “pubblico”, concetto e fatto: non lo è più, per esempio, alle Poste dopo la privatizzazione.
Ma, poi, la depressione, come tutte, è anch’essa indotta. È singolare che la rabbia di Nunnari, come di tutti i calabresi, sia improduttiva. Per troppa ricettività, stando a tutte le apparenze: il calabrese, fatto segno di demonizzzione, la introietta e ne soffre. Ma allora per mitezza, che ne fa un indifeso.
La mitezza è una virtù, ma non in dosi eccessive, quando è remissività e passività. All’interno, nei confronti dei propri politici e burocrati, e all’esterno, dell’opinione pubblica. Dei media e di ogni altro procuratore d’informazione – per esempio i servizi segreti, ai quali dobbiamo la decretazione della ‘ndrangheta piovra universale, invincibile: un’intronizzazione. Si vuole del calabrese che sia testardo e irascibile, ma allora per la violenza del mite, che non sa controllarla. Mite fino allo sdolcinato.
Mitezza
La mitezza è un dono che è una colpa, anche grave, in assenza di un apparato repressivo occhiuto e tempestivo, a protezione del cittadino più che del potere astratto - al meglio “manzoniano”, quando non è legato al peggio. Nunnari fa il caso della rivolta di Reggio Calabria nel 1971: “La lunga protesta dei reggini si concluse un po’ «alla sovietica», con l’ingresso in città, all’alba del 23 febbraio 1971, dei carri armati dell’esercito. Era la prima volta, nell’Italia repubblicana e postfascista”, che il governo mandava i carri armati. Sarà l’unica. Reggio era stata la città che al plebiascito unitario del 1861 si era espressa all’unanimità (meno quattro voti) per l’Italia. Ma 120 anni di abbandono forse erano troppi.
I carri armati furono mandato a Reggio da Emilio Colombo. Che li condì con un “pacchetto Colombo” per l’industrializzazione del reggino. Di cui non è rimasta traccia, se non alcune devastazioni dell’ambiente, a Lamezia e a Saline, perpetrate da “industriali della mazzetta” vicini al governo per giustificare le migliaia di miliardi di investimenti pubblici che si intascavano. Colombo era bene un “terrone”. Mite. Che i carri armati mandò malgrado le perplessità e le resistenze del capo dello Stato, il piemontese Saragat. E la Calabria? Che c’entra la Calabria nella devastazione, a Reggio e dopo?
Sono i poli della questione. Si annida in questa remissività in buona misura una specificità che non c’è, una depravaziome o colpa originaria, una tabe. Nunnari dice la Calabria politica “litigiosa”, e insieme censisce una “società parallela”, di “poteri grigi” – cioè compatti? “La questione meridionale”, conclude, “doveva essere – nell’idea del pensiero dei meridionalisti – questione generale dello Stato: il banco di prova della sua stessa esistenza. Fin dal suo affiorare si è manifestata piuttosto come scontro tra culture differenti, segno di una frattura insanabile”. Non dagli inizi, dal leghismo. Diciamo da trent’anni in qua, da quando la condanna della Calabria fa testo.

Mimmo Nunnari, La Calabria spiegata agli italiani, Rubbettino, pp. 197 € 15

giovedì 17 agosto 2017

Prolemi di base mor(t)ali - 351

spock

Che cosa diciamo quando non diciamo niente?

Perché si dice una bugia quando si può dire senza danno la verità?

La pace chiama la guerra dove, in quale esercito?

“Socrate era fermamente convinto che nessuno sceglierebbe di vivere con un assassino o in un mondo di assassini potenziali” (Hannah Arendt)?

Cioè: Socrate può esserne stato convinto, ma era Socrate?

“Le divinità, gli astri, le leggi cosmiche, lo stesso inesorabile Destino”, messi insieme, “non potevano costringere il Giusto a un’azione che la sua coscienza gli proibiva” (Roger Caillois)?
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Bisogna fare l’elemosina (Kant), dare a chiunque chiede?

Parafrasando l’espressione buddista: “Se incontri il Buddha uccidilo!”, può dire il cristiano: “Se incontri il Cristo, uccidilo!” (Gianni Giacomelli)

spock@antiit.eu

Séttete

Un repertorio di 777 lemmi, dal culto di Mitra alla pastiera napoletana. Incompleto – è il sèttete? Necessariamente - il sette è inesauribile? Meri Lao, estrosa enciclopedista, si diverte e diverte. Ma poi intimorisce, la persistenza del sette finisce  per essere un aracano non casuale. Ricorre nella Bibbia, nell’“Apocalisse” insistentemente, e in numerose pie pratiche cristiane. Avendone trattato nel romanzlo “In virtù deella follia”, 1992, qualcosa possiamo aggiungere.
Ne ha trattato un papa, Sisto V Peretti, nella bolla “Egregia Populi Romani Pietas”. L’arcano, volendolo, si potrebbe dire sciolto da una lunga tradizione di cui è stato sistematore nel primo secolo il dotto ebrero Filone d’Alessansria. Filone, il conciliatore della fede e della filosofia, attribuiva al numero sette “valore divino”. La potenza del numero, scrisse diffusamente, si applica in aritmetica, geomeria, biologia, astronomia, cosmologia, musica, moto, cicli della luna (i numeri sda 1 a 7, sommati,.danno28).
Che altro? Il repertorio di Meri Lao basta e avanza. Ma questa non si piuò omettere: Al tre, numero dello spirito e della germinazione di ogni forma, si aggiunga il quattro, numero della materia, e si avrà la completezza, il sette, proprio dei nani costruttori”: così Elémire Zolla presenta “Il Signore degli Anelli”.
Meri Lao, Dizionario maniacale del Sette, eBook per kindle, pp. 1007 ill. € 8,30

mercoledì 16 agosto 2017

Letture - 312

letterautore

Capro – Per la festa del santo patrono sull’Aspromonte si fa una lotteria su un capro: vince che indovina il suo peso. E la lotteria di parrocchia su cui Graham Greene ha centrato “Quinta Colonna”: indovinare il peso esatto della torta, “fatta di vere uova”.  

Conan Doyle – Nell’ultima, lunga, fase di vita e di esperienza, anche letteraria, si dedicò allo spiritismo. Fotografando, o pretendendo di fotografare, ectoplasmi, fantasmi, ninfe. Molti positivisti  si dilettarono di spiritismo. Capuana fotografava anche lui gli ectoplasmi.

Guerra di Foggia – Non se ne era sentito prima dell’ecatombe di mercoledì 9. Solo “La Lettura” ne aveva scritto: tre pagine d’autore – doppiate da due sulle mattanze messicane, per mettere in prospettiva. Non c’è giornalismo senza cultura?

Hitler – “Che sarebbe accaduto se il reimbarco dell’esercito britannico a Dunkerque fosse fallito e Londra avesse accettato la pace? Un re filonazista sul trono britannico, Hitler padrone del continente, e forse Charles Lindbergh alla Casa Bianca”. Non fa fatica Marcello Flores a sintetizzare su “La Lettura” la distopia della fallita operazione  reimbarco. La storia difficilmente prende partito, o allora per un pelo – il Male e il Bene non stanno lontani.

Sciascia – “Sulla fotografia intelligentissime cose sono state dette da Valéry, Savinio, Barthes e Cartier-Bresson”. Dai siciliani no, dice Sciascia presentando una mostra di scrittori siciliani che avevano coltivato la fotografia, “Capuana, Verga, De Roberto Fotografi”, organizzata a Palermo da Andrea Nemiz per la Rai a maggio-giugno del 1982. Molte le meraviglie di Sciascia con i francesi, e con Savinio – e con Nabokov. Per Capuana e Verga, “che nascono negli stessi anni in cui nasce la fotografia”, no: “Per loro era principalmente un «diletto» e soltanto secondariamente – ma molto secondariamente, forse addirittura fortuitamente – un «ausilio»”. Detto di tre che coltivarono al fotografia tutta la vita, e Capuana (un tecnico della  camera oscura) e De Roberto anche professionalmente. Né è “da credere che con piena consapevolezza l’assumessero nel credo verista”: no, “la loro camera oscura era la memoria, quando della Sicilia scrivevano stando a Milano, a Firenze, a Roma”. E giunge a ridicolizzare Capiuana, che, quando Zola venne a Roma per documentarsi, progettando il romanzo romano, e la conversazione cadde sulle donne romane, si offrì di documentarlo con le sue foto: “Credette, l’autore di «L’assommoir», che Capuana gli offrisse fotografie di nudi o pornografiche”. E Sciascia come lo sa? Da Lucio D’Ambra e Ugo Ojetti, che ne hanno scritto come se fossero presenti agli incontri di Capuana con Zola. I quali invece si frequentavano  quotidianamente. Non ha letto nemmeno le ottime ricostruzioni di Nemiz, che prefaziona. E per una volta si è lasciato sfuggire anche “Parigi”: Alexandrine Zola, moglie dello scrittore, modella di molti fotografi e fotografa di suo, che ricorda molto favorevolmente Capuana.
Sciascia era tanto intriso di Sicilia da demolirla a ogni tocco. Rileggendolo, è talmente siciliano, e cultore della “sicilitudine”, da “rovesciare” la specialità della Sicilia che vuole sempre mettere in rilievo, la diversità, distruttiva.
Solo salva, anche in quessto scritto d’occasione per la mostra, e anzi mette un gradino sopra “Parigi”, Pirandello. “Amico di Capuana, ammiratore del Verga, successore del Capuana nella cattedra al Magistero di Roma, dal Capuana fotografato, Pirandello presiede – invisibile, innominato – alle considerazioni di Roland Barthes  sulla fotografia”… - “«La fotografia», dice Barthes, «è l’avvento di me stesso come altro: un’astuta dissociazione della coscienza d’identità»”… Però, Barthes pirandelliano….
 
Sa molto di notabilare alla rilettura, da circolo dei borghesi di paese. Sorridente ma di pochi immutabili pregiudizi: tutto ciò che vede e racconta è sempre molto “siciliano”, tipicamente, pregiudizialmente siciliano, cioè diverso. O allora francese. Come il vecchio cavaliere di paese che in gioventù era stato a Parigi e aveva dilapidato le sostanze – che non aveva – con una immaginaria sciantosa irraggiungibilmente francese: uno che aveva “vissuto” al circolo e in questa sua “Parigi”..


Sherlock Holmes – Ora è un maniaco-depressivo. In linea coi tempi. È il segno della grandezza, ogni epoca ha il “suo” proprio Sherlock Holmes.

letterautore@antiit.eu

La banca immobile

Da zero a negativa la produttività e l’efficienza delle banche nella ristrutturazione. Il passaggio di molte funzioni agli automatismi internet, alla banca fai-da-te, e le fusioni e incorporazioni in corso mirate a rafforzare il patrimonio e contenere-cancellare le deboleze, hanno introdotto uno stato di incertezza e di stallo invece che di efficienza.
I saloni faraonici svuotati presentano impiegati più che altro incerti, come se all’improvviso fossero diventati incapaci. Il poco personale residuo, che si immaginerebbe più produttivo si mostra incapace di tutto, anche solo di una scrittura contabile, per non dire della sottoscrizione-liquidazione di un fondo, o dell’istruzione di un mutuo.
Un ‘attività improvvisamente lenta, lentissma. Soggetta peraltro a nuove regole che non sveltiscono e non migliorfano la valutazione del credito. Grandi e piccole, sane e malate, in qualsiasi banca ci si avventuri sembrano tutte più che altro frastornate, lentissime, incapaci. E per tanto niente ancora overstaffed, malgrado gli stati di crisi, i licenziamenti, i prepensionamenti.
Si enfatizza il ruolo bancocentrico della politica, ma allora soprattutto per l’inefficienza. Disperante. Inimmaginabile se non fosse reale..


Il romanzo del Millennio si vuole piatto e senza senso

Il capolavoro del Millennio è una storia al frullatore. Di pochi ingredient, stagionati: una copia della Lisbeth del “Milennium” propriamente detto, di Stieg Larsson, una colonia di nazisti nascosti in Spagna, un paio di cacciatore di nazisti, un po’ di vecchi all’ospizio, nazisti e cacciatori ormai vanno per i novanta, un po’ di voyeurismo, poco, e niente da fare, per i personaggi come per il lettore. Servita con la tecnica del fogliettone: ogni poche pagine una sospensione, alla prossima puntata. Sconclusionata: è una corsa insistita, ma a nessun traguardo, come un agitarsi in surplace. Tutto si lascia fare, in questo senso il romanzo è d’autore  Una storia di testa, quasi progettuale: Clara Sánchez è scrittrice prolifica, ma questo suo “Profumo” ha l’aria di confezionato. Non bene, alla rinfusa.
La sospensione sembra quella di una riunione redazionale, o di sceneggiatura. Il romanzo si svolge  come un trattamentone cinematografico: un’accolta di materiali, ogni sceneggiatore aggiungendovi una scena, un paio di pagine. Che però non si può liquidare: è record di vendite in Spagna e in mezza Europa, fregiata di almeno tre premi importanti: il Planeta (che però è anche l’editore), l’Alfaguara, che non sappiamo cosa sia, e il Nadal, “uno dei riconoscimenti letterari spagnoli più prestigiosi”. Quest’ultimo assegnato prima ancora che il libro uscisse, per la promozione in libreria. Con qualche errore: la storia promette truculenza, ma le due possibili vittime sono i narranti, e quindi la suspense si sa che corre sul nulla. E come sempre nel fogliettone assemblato nessuna pagina è indispensabile, si può saltare.
Alla fine ha tutta l’aria di una beffa: di destra contro le retoriche della sinistra. La suspense, costruita sui nazisti nascosti.in Spagna, si rivela a doppio senso, un anti-climax: i guardiani e aguzzini di Mauthausen, benché non pentiti e spendaccioni (forse di laute pensioni tedesche?), non sono cattivi, e nemmeno antipatici. Più che altro sono coglionastri. Fanno feste in costume, come piace ai tedeschi, e guardano le partite alla tv. Alcuni si fanno fregare dall’elisir di lunga vita – che naturalmente è rumeno, come cinquant’anni prima il famoso Gerovital della dottoressa Aslan. Altri si rinchiudono all’ospizio, seppure con le mazze da golf. Il repubblicano spagnolo ex internato a Mauthausen si fa invaghito dalla direttrice della casa di riposo ma è vecchio e cardiopatici,  e non può farle il servizio completo..m
Si può anche dire che il romanzo ritorna alle origini, nel Seicento. Quando le avventure andavano avanti senza senso, solo per farsi leggere una pagina dopo l’altra. Senza spessore, di storie o personaggi memorabili. 

Clara Sánchez, Il profumo delle foglie di limone, Corriere della sera-Oggi, pp. 356 € 7.90

martedì 15 agosto 2017

Il mondo com'è (313)

astolfo

Crisi demografica - In Europa non è una novità. Già nel Tre-Quattrocento, a partire dalla Grande Peste del 1348, se non dalla “grande fame” del 1315, e per almeno un secolo, fino a metà Quattrocento, l’Europa occidentale fu investita da una gravissima crisi demografica ed economica.
Ancora nel Cinquecento si vedevano terre “vuote d’habitatori e piene di rovine”, mentre “rimangono senza coltura i campi per mancamento d’huomini”, secondo relazioni del tempo.

Internet – Diventa il fulcro della politica, determinante sia del voto che dell’opinione? Il tentativo c’è, di Steve Bannon, il consigliere di Trump, e dello stesso Trump, dopo Casaleggio. Obama aveva vinto nel 2008 grazie allo smartphone, all’immediatezza del messaggio scritto, e alla sua rediffusione via email. Ora si naviga sui social, con maggiore visibilità.
Ma il ruolo della rete è dubbio. Magnificata dai sondaggi in Italia, a favore del Movimento 5 Stelle, si scontra con risultati effettivo del voto non vincenti (Torino e Roma alle ultime comunali sono un’eccezione voluta da Berlusconi, che ha riversato i voti della sua coalizione su M5S). La rete è una determinante anche confusa, oltre che debole. È legittimo il dubbio che il popolo della rete abbia votato per Trump, anche se Trump ne fa uso predominante: le rete si presume giovanile, non integrata, innovativa, protestataria., Trump piuttosto la protesta di un’emarginazine culturale, quindi della stessa rete. È inoltre aperta a ogni provocazione, in forma di hacking. Diretta, tramite il riutilizzo della stessa messaggistica, e indiretta, cvero on intrusioni, spionaggi, deviazioni.

Microcredito – Il primo passo verso la rispettabilitàstabilutà dell’mmigrato di rirìsorse, non necessariamente finanziarie, è il piccolo credito alla comunità d’origine: l’immigrato più coriaceo diventa banchiere. Lo sono ora in Italia molti indiani, bengalesi e cinesi, che finanziano soprattutto le attività commerciali, a rapido giro di denaro. Attraverso i money-transfer e altri punti di aggregazione (telefono, internet, giornale in lingua). Lo furono gli italiani della grande ondata migratoria di fine Ottocento, in Sud America (Argentina, Perù), e in Nord America. Nell’affascinante romanzo dell’immigrazione italiana negli Usa che è “Unto the Sons”, Gay Talese ne tratteggia alcuni. L’avvocato piemontese Luigi Fugazzi, che si era americanizzato il nome in Fugazy, e Eugenio Barsotti, il fondator  de “Il Progresso Italo-A mericano” a New York. A New Haven Paolo Russo, un fruttivendolo divenuto banchiere locale, e poi avvocato, il primo italiano a laurearsi alla Yale Law School, nel 1893. A Filadelfia il “tambutaro” (imprenditore di pompe funebri) Charles C. Baldi, poi immobiliarista, banchiere e fondatore del giornale “L’Opinione”. A  Syracuse un Thomas Marnell ex Marinelli di Napoli, manovale nelle ferrovie e presto banchiere.

Situazionismo – Un movimento intellettuale di cui si celebrano i sessant’anni, passato inosservato, già a suoi anni, ma ferace più di ogni altro. Che si può innestare su Gramsci, allora senso comune: “La patria, la famiglia, l’umanità, la bontà, la giustizia hanno bisogno, per essere reali, di prendere forma più volte al giorno in attività minime che domandino fatica e sacrifizio, che diano sodisfazione e gioia”. Sulla fatica Guy Debord, per consenso unanime il fondatore, o meglio l’ispiratore, del movimento situazionista,  avrebbe dissentito, che diceva “Non lavorate mai”. Non con senso cioè di alienazione, di fare qualcosa tanto per fare, per sopravvivere.
Diceva anche Debord che il vero è un momento del falso. Ed era certamente vero della “sua” società, che voleva da avanspettacolo – non da divertimento impegnato. Ma diceva anche: .non si può rinunciare alla storia, la storia divenuta reale non ha più fine. Si va per accumulo, soverchiando i segni meno.
Un fantasma, questo del situazionismo, più che un movimento. Un fantasma che si è aggirato nella seconda metà del Novecento per l’Europa – e gli Stati Uniti.  Un fantasma vero, presente e assente: l’insieme di teorie e precetti elaborati nei primi anni 1960, del boom che sembrava inarrestabile della ricchezza, sintetizzati poi ne precetti “rivoluzionari”: non consumare, non lavorare, non integrarsi. Un movimento che si segnala per aver navigato sott’acqua, senza gruppi organizzati né manifestazioni di piazza, anzi ignoto ai più, e a molti che lo cavalcavano. Le storie che se ne sono fatte sono in chiave riduttiva, come di un fallimento. Mentre innescò un rivolgimento che definire colossale è forse poco, si apprezzi o si condanni: quello che verrà chiamato il Sessantotto. Il fallimento come setta sì, era inevitabile, Tanto più di una setta ce si volle senza santoni né organizzazione. La caratteristica diffusione ciclostilata, rudimentale, di schizzi, disegni, analisi, slogan, s’incontrava a opera di barbuti nelle viuzze del Vieux Carrè a New Orleans, tra le ragazze in altalena col popò che usciva dalle finestre per invitare dentro a bere. Roba da mercatino turistico. Ma il messaggio era il Sessantotto.
Il Sessantotto è molte cose, ma è indubbiamente all’origine di una società più aperta e democratica. Più giusta anche, in quanto ha rinnovato il diritto di famiglia e di procreazione, e lo status femminile. E molto libera: le menti ne sono state liberate delle donne non solo, ma anche degli uomini. Tutte cose che si radicano nello sconosciuto situazionismo. Che si può dire una visione coerente del reale, se non un innesco del cambiamento. Di successo quindi. Un successo tanto più enorme in quanto ottenuto senza truppe né guerre, e senza alleati né protettori, dichiarati o surrettizi. Per la sola forza delle idee.

Turchi in Italia – Una presenza taciuta, ma diffusa e a lungo significativa, in varie forme: occupazione, anche di decenni, con forme di governo islamico, signoria, rifugio di singoli, migranti, disertori, o residui di vecchi signorie. E poi nei secoli della pirateria, dal ‘400 all’‘800. Nel solo Cinquecento Reggio Calabria subì almeno sette razzie della flotta turca, 1511, 1519, 15290, 1543, 1552, 1558, 1595, di cui l’ultima specialmente violenta. Numerosi sceiccati ebbero giurisdizione localista, su vallate della Calabria tirrenica su fino al basso Lazio, nel Due-Trecenro,
Una presenza rilevante nella storia, anche se la storia evita l’argomento. Italo Calvino evoca i saraceni sulle coste della Liguria, sulle spiagge e negli anfratti appenninici, in più di un racconto. Giuseppe Galasso, “La Calabria spagnola”, registra un cospicuo fenomeno di “rinnegati”: “Essi furono numerosi, dalla Calabria in particolare, verso le terre del sultano di Costantinopoli e, meno, dei Barbareschi”, verso l’Egitto e la Siria, cioè, il Levante, e anche verso la Tunisia e l’Algeria. Spesso in posizioni importanti. “Ma”, aggiunge Galasso, “l’emigrazione verso quei paesi riguardò anche famiglie di modesta e modestissima condizione”. Per un fatto che era stato notato da un viaggiatore lombardo, o forse piemontese, nel Regno di Napoli, Giovanni Pistoia, nella seconda metà del Seicento (“Alle radici del presente”): molti, “oppressi dalla mendicità e cacciati dalla disperazione”, bivaccavano sulla spiaggia nella speranza di poter accedere a un “qualche legno turchesco, per cambiar il vassallaggio de’ Cristiani col dominio degl’infedeli, riputandolo  o più tollerabile o manco severo ed ingiusto”.

astolfo@antiit.eu


La diplomazia fascista della rispettabilità

Rivisto alla luce dei nuovi documenti sull’azione diplomatica svolta a favore di Sacco e Vanzetti (Cannistraro-Tibaldi, “Mussolini e il caso Sacco e Vanzetti”), il ripetuto negoziato di Mussolini con Mosca per la liberazione di Gramsci, da subito dopo l’arresto, assume un altro significato. La liberazione di Gramsci fallì. Era stata infine probabilmente concordata, spiega Fabre, a tappe, cominciando dal ricovero in clinica, al Quisisana di Roma, ma un interevento “intempestivo” e “superficiale” del partito Comunista d’Italia (se non fu voluto, nel Pcd’I di Parigi Gramsci contava molti avversari) bloccò l’operazione. E il tentatuivo diplomatico a favore di Sacco e Vanzett non ebbe alcun esito. Ma i due approcci danno alla diplomazia di Mussolini il senso distinto di una ricerca di rispettabilità. Più che dell’arroccamento ideologico. Di un dittatore, anche, che si voleva non dittatore, la sua propria violenza accreditando quasi costretta, imposta dalla sovversione. Nei casi in cui il nemico politico era in qualche modo legato alle potenze, Washington, Mosca - non, evidentemente con i liberali senza protezione internazionale, come Gobetti, o i Rosselli.
A margine, una riflessione s’impone: Tibaldo come Fabre, due storici non accademici. Sarà il fai-da-te anche per la storia?
Giorgio Fabre, Lo scambio. Come Gramsci non fu liberato, Sellerio, pp. 529, ill. € 24


lunedì 14 agosto 2017

Ombre - 378

Più le Ong si dissociano dai regolamenti su imbarchi e salvataggi degli immigrati, e anzi si fermano, più gli imbarchi “clandestini” in Libia diminuiscono.
Non è così, ma è vero che il business funziona come un “chiama-rispondi”: datemi immigrati, li salverò – non tutti, certo, il business è rischioso, per i migranti.

Tre ong pro immigranti lasciano il Canale di Sicilia, abbandonano anche il semplice pattugliamento: non c’è più abbastanza business? Sarebbe un fatto grave per delle organizzazioni umanitarie.

“Nel 2008 il sistema bancario in Germania, Francia, Regno Unito era fallito. E proprio per quello che gli interventi pubblici furono istantanei”, Giulio Tremonti ricorda con Mario Sensini sul”Corriere della sera”. Poi, invece, l’ex ministro del Tesoro non lo dice, per non dare 30 miliardi – a fronte dei 3.000 dei salvataggi – per tenere a galla la Grecia, si preferì mettere in crisi l’Italia e mezza Ue. C’è del marcio in Europa.

Di Maio riesce a non dire nulla a “la Repubblica”, su qualsiasi argomento: immigrazione, abusivismo edilizio, fascismo, Raggi. Se non cose del tipo: “Pertini è il mio personale modello di riferimento”. Una pagina. Senza l’aureola, è vero.

Il generale Haftar candido non si nasconde. “Ho mandato il conto a Macron”, confida a Lorenzo Cremonesi sul “Corriere della sera”: venti miliardi di dollari. La Libia costa caro.

Andreas Georgiou, l’ex capo dell’Istat greco che pubblicò nel 2010 le vere cifre del debito, è stato condannato a Atene per aver agito da solo, senza portare i suoi calcoli al consiglio dell’Istituto. La condanna è inaccettabile – un po’ come quella dell’Aquila, dei geologi che non  avevano previsto il terremoto. Ma Georgiou si è difeso invocando  il “principio di indipendenza nazionale: in Europa non mettiamo al voto i risultati statistici”. E questo è disonesto. In Europa, come è noto, non ci fu inflazione, gli statistici non la rilevarono, quando i prezzi con l’euro semplicemente raddoppiarono. Né quando la benzina salì a due euro, quasi, al litro.

“Oltre” 100 militari golpisti – generali, colonnelli – di tutto il mondo formati nelle accademie americane censisce il Pentagono. Come titolo di merito?

Il sindaco di Viareggio si diverte sui giornali per essere stato cacciato dal ristorante del Club Velico Versilia, della sua città, in quanto non indossava i pantaloni lunghi d’ordinanza dopo le 19. Ma si diverte dicendosi “vestito con abiti firmati”, in particolare con “pantaloncini da 250 euro”. Poi dice che il Pd perde le elezioni – il sindaco è stato Pd fino a ieri.

Scopre la stampa americana la Russia quando Mosca minaccia il rimpatrio d 755 “diplomatici” americani – su 1.400. E solo per l’aspetto: “Quanto male Mosca può farci trattando male le nostre spie?”. Non su chi o che cosa ci porta a vedere la Russia dappertutto. Questo è un segno d’isolazionismo, non di potenza mondiale. O di potenza mondiale provinciale.

C’è da rivedere tutto il paradigma sulla stampa americana. E  forse sulla politica americana: il  Russiagate di cui si scrive ogni giorno, senza dire di che si tratta, e la tranquilla opinione che gli Stati Uniti possono coprire Mosca di spie, delineano un’altra America. Nessuno che si chieda se il riarmo contro la Russia, che Obama voleva perfino nucleare, non sia una campagna affaristica del complesso militare-industriale. 


Si diffonde la raccolta differenziata dei rifiuti, ma per l’“umido” succede di avere nelle zone rurali i raccoglitori-sacchetti minuscoli in uso in città, che i soli rifiuti di una lattuga riempiono. In Italia la ruralità è robusta, ma senza cittadinanza.

L'occhio clinico dello scrittore verista

I veristi erano fotografi. Bravi, con l’occhio clinico. Erano scrittori seri, professionisti: attenti alle novità, intenti a documentarsi.
Nemiz, fotocronista di suo, ha raccolto venticinque anni fa per una mostra a Roma, curata dalla Rai, una scelta delle fotografie, circa 150, di cui i tre scrittori si dilettavano. Ognuno dei tre provvedendo di note gustose, desunte dalle lettere e le opere. Con una cronologia dettagliata sull’evoluzione della  tecnica fotografica dal 1839 alle ultime foto di De Roberto, anni 1920. E con una breve prefazione di Sciascia – che però non apprezza quello che dice “uno svago”.
Una raccolta aurea, per le storie della letetratura, se ancora si fanno, e per l’occhio curioso, che però non si ristampa. Una testimonianza, anche, di un’altra scrittura, applicata, studiosa.
Andrea Nemiz, Capuana, Verga, De Roberto Fotografi

domenica 13 agosto 2017

Problemi di base terapeutici - 350

spock

Se è lecito a un figlio imporsi a un genitore, come il genitore si è imposto al figlio.

Se è lecito proporre a una persona vecchia e malata di togliersi dai piedi.

Se è lecito faro con una persona altrettanto malata ma giovanve, considerando l’aspettativa di vita un’aggravante.

Se  giusto operare di tumore una persona settantacinquenne.

Se è giusto non operarla.

La morale è così decaduta?


Va la morale col sentimento del tempo – sentimento di morte morale?

spock@antiit.eu

Quando i volontari erano contro Napoleone

Le guerre napoleoniche, che videro il ritorno dell’Inghilterra sul continente in assetto bellico, videro anche una significativa innovazione: l’assoldamento di truppe locali, continentali.
Non era una novità.Napoleone aveva già assoldato truppe italiane e tedesche. Contemporaneamente anche nelle colonie si andavano costituendo truppe locali – furono britanniche prima che francesi. E del resto anche questa era una forma di mercenariato: gli assoldati ricevevano, oltre all’uniforme e all’armamento, un soldo. Ma in quegli anni l’arruolamento in Europa fu di segno diverso: si arruolavano con Londra soprattutto gli oppositori della rivoluzione francese, o delle guerre di conquista napoleoniche, in Spagna in specie e nel Sud Italia.
Ci sono sempre state in Europa “teste calde” pronte alla guerra. Hitler finirà la guerra ad aprile 1945, quando era già palesemente sconfitto da un pezzo, con mezzo milione di volontari non tedeschi: italiani, croati, ungheresi, norvegesi, etc.. – ora, certo, c’è bisogno di un Is…
Numerose le formazioni italiane censite dallo storico militare. Una Leva Italiana, formata dai prigionieri di guerra, detenuti a Malta o nelle Isole Britanniche, che si erano dichiarati comngtro Napoleone, con un proprio corpo di Carabinieri. Una Legione Piemontese. Un Reggimento Siciliano. Un corpo di Volontari Siciliani. Fu italiana una cospicua parte del reggimento Watteville, svizzero di nome ma formato da varie nazionalità, il più attivo e di successo nelle guerre antinapoleoniche, dalla Calabria al Canada. E un Calabrian Free Corps, che dureà nelle file britanniche per alcuni decenni, fino agli anni 1840.

René Chartrand, Émigrés & Foreign troops in British Service 1803-1815, Osprey Military, pp. 48 ill. $ 16