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sabato 17 agosto 2019

Secondi pensieri - 393

zeulig


Ansia – È una fabbrica, più che unno stato psicotìco o modo di essere: l’ansioso fabbrica (impone) terrori, al momento stesso in cui li vive (crea). È un fatto relazionale, non ci può essere un Tarzan ansioso: l’ansioso, se non proietta le “sue” ansie, non le vive. Non in stato ansioso.

Genere – È Euripide femminista o misogino? “Medea”, “Ecuba”, “Le Troiane”, “Elena”, “Elettra”, “Fedra”, “Ippolito”, “Andromaca”. “Le Supplici”,  le “Ifigenia”, le stesse “Baccanti”, uno direbbe tutte tragedie, e tragicommedie femministe, di donne a vario titolo capaci e determinate, e a vario titolo giuste. Aristofane invece lo dice un misogino. Era suo concorrente in teatro - Euripide è anche autore di commedie - ma questo non basta a giudicare il giudizio di Aristofane: se, fra le tante abominazioni di Euripide, nelle “Donne alle Tesmoforie” può dirlo un sadico tormentatore delle donne, che rappresenta violente e incestuose, lo dice perché aveva con questo, o acquisiva, credito. Presso le donne o presso gli uomini?
L’interrogativo su Euripide si può in realtà ripetere per qualsiasi autore che abbia tratteggiato figure femminili, Tolstòj per esempio, o Flaubert.
In termini di genere, meglio non occuparsene – meglio che gli uomini non si occupino di donne, rischiano di non trovare più lettori, i quali, come si sa, sono per lo più lettrici.
Le rivendicazione di genere sono escludenti - come il nazionalismo.
In termini di genere niente si risolve, solo la divisione.

Indifferenza – “Il peso morto della storia” può dirlo Gramsci. Che però “opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera”. Anche perché “nessuno o pochi si fanno una colpa della loro indifferenza”.

Soprattutto, anzi solo, bisognerebbe aggiungere, nella massa, quindi nei regimi democratici di massa. Dove i molti sono azionati dai pochi, attraverso l’opinione pubblica – informazione, proclami, ragionamenti. 

Medea – È la Sorge  di Faust- Goethe e Heidegger? Per l’alternanza della radice med- invece di mod-, che Nicola Gardini (“Le dieci parole latine”, p. 59) attesta interessare “molte radici antiche, sia del greco sia del latino”. E porta tra gli esempi il verbo medeor, io provvedo a, io curo: “La radice med- indica riflessione, pensiero mirato”, spiega Gardini. Attestata, oltre che in latino, anche in greco, “per esempio nell’arcaico, già omerico, médea, “pensieri”, “piani”.

Pessimismo – Rende schiavi. Del potere.
Forse aiuta la conoscenza, ma non è certo – la conoscenza è propedeutica al bene, che comincia da se stessi. Dell’opinione. Del denaro. Della speculazione al ribasso. Della speculazione al rialzo. Le mani forti – chi è più furbo, cinico, avido - lo seminano a piene mani: il culto della crisi.

Psicoanalisi – Fa tutti colpevoli di qualcosa. Avendo eliminato l’innocenza, non può essere un ricostituente. Come gnoseologia. Come terapia può raccogliere le briciole – il piatto rotto non si ricostituisce.

Sacro – È la continuità. L’identità. Un accumulo di memorie, del tipo labili (paure, incertezze, visioni, sogni, incubi) e non razionalizzate (sistemate, nell’arte tecnica), che a un certo punto cristallizzano in forme-formule (pre)definite. Essenzialmente per l’uso (l’invenzione) della scrittura, dei segni significanti – che Platone ancora deplora.

Santuario – È il luogo del sacro, ma perché il sacro dovrebbe avere un luogo chiuso? Per  esercitare la comunione, raccogliere la comunità. Che però si riunirebbe meglio all’aperto, con più semplice e larga adesione.
Il tempio rinchiude e ricrea il sacro quale suono (melodia, eco) del luogo. Il recinto chiuso come acustica, miglioramento del suono? Sì, la preghiera è canto.
Si può pensarlo come segreta, come luogo in cui nominare i propri dei al coperto della curiosità malsana dei nemici. Ma il segreto non si confà alla divinità, che vuole essere aperta - acquisitiva, proselitista.
È però vero che non c’è divinità senza luogo, apatride. Il fondo tribale è, nell’evoluzione umana, quello più persistente.

Scrivere – È operazione incessante – scrivere come parlare, pensare, anche senza segno grafico. Generale: tutto e tutti scrivono – nominano, dettagliano.
È operazione che si potrebbe dire religiosa, ne ha la natura. Che si operi singolarmente oppure in gruppo: è dare un senso – un certo senso – alle cose e alle persone.
Il racconto in particolare  è una formazione, come nelle squadre sportive, una messa in quadro e una serie di tattiche, più meno preordinate, anche avventate.
È opera delle persone come del mondo. È come Duras, la scrittrice, nota (“Écrire”): “Attorno a noi tutto scrive”, dice, anche se più spesso non si sa che.     

Storia – “Nella storia si è sempre alla soglia del peggio”, Cioran, “Pensieri strangolati”.

Viaggiare – È attività onirica, al meglio, l’attività del sognare. Altrimenti è uno stracco ripetersi di istantanee e selfie, al meglio un Guida Rossa, con il costo aggiuntivo del disagio, la fatica, lo spaesamento. Si “vede” l’esotico come si vede nei sogni: è la “materia” dei viaggi – incluso dei viaggiatori che ne scrivono – non solo dei Goethe, anche dei più spassionati come Montaigne.
Un innesco, un “incidente”, per aprire una ricerca.

zeulig@antiit.eu

A.Christie in noir - abbellita da Laura Grimaldi

È sempre una storia del whodunit, del tipo indovina il colpevole, ma in una serie interminabile di delitti, che saranno opera di una sola persona, per avidità e per un’oscura maledizione, nella quale il lettore-investigatore si confonde un po’. Più un noir che un giallo all’inglese.
Agatha Christie si occupa qui di dare corpo ai personaggi, più che di manovrare la trama. Corposi e fuori dai ruoli della società “inglese”. Anche di donne, seppure sempre cattive. Con un anticipo dell’ecologia, della protezione ambientale, un anno prima che Nixon lanciasse la Grande Azione, il business anti-inquinamento: la madre del protagonista sostiene già molti anni prima degli eventi “che i catini di papier maché sono molto meglio di quelli di plastica!”
Un lavoro tardo di Agatha Christie, del 1967 – subito tradotto, per il numero 1000 dei Gialli Mondadori. Sviluppa è irrobustisce il racconto “Le maledizioni della strega”, della raccolta “Tre topolini ciechi”.
Il titolo italiano è un omaggio a T.S.Eliot, con l’ultimo verso del secondo dei “Quattro quartetti”, che era anche il motto della regina Maria Stuarda di Scozia, quella giustiziata da Elisabetta I, e sarà l’epigrafe che il poeta volle sulla sua tomba. Un omaggio della traduttrice Laura Grimaldi, cui si deve una versione (molto) più filante dell’originale – il titolo originale è “Endless Night”, altra citazione, da William Blake.
Agatha Christie, Nella mia fine è il mio principio, Oscar, pp. 194 € 8,50

venerdì 16 agosto 2019

Lacrime di felicità


La signora Trandàfilo chiuse le imposte – Trandàfilo è nome di Savinio, ma è anche reale. Si aggirò per le stanze in penombra con un senso dimenticato di libertà, per le stanze che lo sgombero aveva infine liberate. Non vide la polvere, che tanto la irritava, non vide i pesciolini dei libri, né le macchie sui muri dietro le librerie. Non accese la luce e quindi non vide. Assaporò la sua vittoria in quel tramonto, di dentro come di fuori, vittoria contro se stessa, anzitutto, contro le abitudini.

Ci aveva messo trent’anni a scoprire che lui non era quello che non sembrava. Affettuoso, insistente nelle smancerie, e casalingo. La sua passione era scrivere: poesie, racconti, teatro, soggetti di cinema, perfino romanzi, saggi di ogni bordo, tutto pur di scrivere. Cose che nessuno leggeva perché nessuno le pubblicava, ma questo era il suo unico cruccio, che nessuno leggesse quello che scriveva. Che nessuno capisse. Non lui, non lei, ma quello che lui scriveva. Non i figli che non venivano ma i libri che non uscivano - no, questa la cancellò, la signora Trandàfilo odiava i bambini, le piacevano solo fra i due e i sei anni, l’aveva sempre terrorizzata, da quando aveva undici anni, l’idea che qualcosa le crescesse dentro. Scriveva dappertutto, sui più piccoli pezzi di carta, in una grafia contorta e minuscola che lui stesso aveva difficoltà a decifrare, nei luoghi più impensati, sul marciapiede, sui mezzi, mentre sciava, al bagno naturalmente.
Il periodo che fu a Milano era felice evidentemente perché poteva scrivere tutto il santo giorno e la notte. Un traditore, era. Un vigliacco, un mollusco lussurioso. Sempre in fregola, e poi costantemente la tradiva in ogni piega di pensiero. Immaginando donne floride perché lei era minuta, sboccate, volgari, aggressive perché lei era bene educata, madonne e carrieriste, e sempre disponibili, con omacci di ogni tipo, figuri che mai avevano frequentato e nemmeno incontrato. Non che lei sapesse. Mai aveva voluto leggere quelle elucubrazioni. E tuttavia avevano pesato, o se avevano pesato.
Un tempo aveva voluto imitarlo, l’aveva imitato, per dimostrargli che quella sua mania di scrivere dopotutto non era niente. Couplets, fantasie, racconti brevi, minimi, filosofemi, illuminazioni, tutto ciò in cui lui si dilettava come Dante alla “Commedia” lei aveva scritto facile nei pochi minuti del tempo libero. Fino all’epigramma che la sua amata rivista “Nove100” aveva prontamente pubblicato:
“L’onor tu m’hai scippato,
disse la moglie al marito,
che fotterla voleva,
e andò al caffé, il solito,
nel bagno lurido,
lo slip inalberando
a caccia di un ganzo”,
che provocò il mutismo di un anno, intollerabile, roba da corna anche impossibili, anche fuori del bagno.
Nemmeno la morte l'aveva liberata. Il giorno ch’era morto era stato come tutti gli altri. Con la pena delle pratiche, il funerale, le telefonate da fare e da rispondere, la denuncia alla banca, all’assicurazione, alla cassa mutua, il commercialista, le volture, i notai. Aveva cambiato il nome sul portone e sulla cassettina, aveva ripreso liberamente il suo, ma nulla era in realtà cambiato. Il suo, di lui, ora le piaceva di più e subito si era preoccupata di rimetterlo, prima ancora di rientrare in casa: la signora Trandàfilo suona buffo ma vuole dire rosa. Sì, in greco rosa si dice triantafillos. L’aveva scoperto in viaggio col caro estinto, sempre pieno di attenzioni, sorprese, scoperte, il solito scoppiettio di momenti magici. Lo scambio di dentali, la d sonora al posto della t sorda, è un adattamento alla De Mita, ma perfino la pronuncia dei burini d’Irpinia le divenne piacevole (in realtà i greci pronunciano il greco alla De Mita, oggi come probabilmente all’età di Omero, n.d.C.).
Era un nome classico, sapeva di una genealogia di duemila anni - o di mille, se si opta per l’eredità bizantina. Che si sarebbe estinto con lei. Era una grande voluttà, un brivido, che la proiettava all’inizio del secolo, del Novecento beninteso, col cocchiere, il casiere, il fattore, la cuoca, la ragazza di camera e le cameriere pronti al suo cenno, e le lunghe operazioni, a ogni tramonto, di accensione delle luci, dei camini, dei bracieri. O a metà Ottocento, fra i cristalli, i decolletés e le sostanze inebrianti - la donna allora era cagionevole. Non andava più in là dell’Ottocento, il solido impianto borghese di quel secolo sano la rassicurava.
Avevano infine portato via le carte e si cominciava a respirare. Aveva estimatori, colleghi probabilmente, ma chissà di che, non sapeva nemmeno che cosa esattamente insegnasse. Ogni due-tre giorni andava all’università, perlomeno così diceva, al dipartimento di letteratura, dove effettivamente rispondeva al telefono e lo conoscevano. Ma chissà se vi insegnava, se era professore. Quelle visite erano state l’effetto più sgradevole della morte. Gente secca, polverosa, rugosa, gonfia, che voleva sopratutto parlare. E di che? Di cose che nessuno aveva visto e a nessuno interessavano. Anche studenti, cioè studentesse, ragazze. Le più insistenti, come infoiate. Non dubitava che se le fosse fatte, da quando l’avevano castrato per via della prostata e non eiaculava nemmeno più era diventato perfino sfrontato. Per curiosità, e per saggiare quelle affettazioni d’interesse, mise infine le mani nelle montagne di foglietti, e lì c’erano, come lei ben sapeva, le gigantesse poppute, i grandi culi, le bocche voraci.
Vennero anche librai, offrendo cifre consistenti. Erano interessati sopratutto alle copie delle prime edizioni dei libri che si era fatti pubblicare da un suo amico, probabilmente, anzi sicuramente, a sue spese, copie che esistevano ancora in gran copia. E altre prime edizioni, che pare ne avesse in abbondanza, di scrittori veri, Moravia, Bevilacqua, Fallaci, Biagi. Vennero anche editori, funzionari di case editrici in gara tra loro e affannati, a proporre affari che la signora Trandàfilo non capiva. Ma infine si erano portati via tutto. Dopo aver pagato, e anche bene.
Avevano organizzato mostre e convegni, nelle more della gara, a cui l’avevano invitata, in mezzo a gente importante, Andreotti, Spadolini, Maurizio Costanzo. Riunioni noiosissime, ma in posti e in alberghi splendidi fuori stagione, l’Isabella di Forìo, il Villa d’Este a Cernobbio, il San Domenico a Taormina, il Villa Igieia a Palermo. Tanta felicità le aveva dato a volte le lacrime. Da ragazza piangeva sempre, anche al cinema, poi più nulla. Le facevano anche una specie di corte: le mandavano regali, anche preziosi. Tutto per quelle carte. Che lei avrebbe dato gratuitamente, pur di liberarsene. E invece avevano voluto pagarle a tutti i costi. Aveva deciso il commercialista: “Le dia a chi paga di più subito”. Il sottinteso era, il commercialista come gli avvocati e i notai sono secchi di cuore, che lei non avendo eredi doveva soltanto occuparsi d’incassare il più possibile subito. E quando erano venuti a prenderseli, libri e carte, non aveva voluto saperne: li aveva lasciati soli in casa, tutto il tempo di cui avevano avuto bisogno. Una cosa buona insomma il signor Trandàfilo  morendo l’aveva fatta, sbarazzarla anche delle sue fantasie.


La follia di scrivere

“Scrivere lo spavento di scrivere”, la solitudine, la follia. E per lei, personalmente, “il pensiero libero, folle” di un Blanchot. Marguerite Duras si esamina in fine, esamina la follia di scrivere, e si dà alcune risposte.
Tradotto venticinque anni fa da Feltrinelli, e poi introvabile. Un racconto di alcuni film-video della scrittrice agli ultimi fuochi, nel 1993. Con due divagazioni. Una su “puro” e “purezza”, tra Cristo e Giovanna d’Arco, purezza rifiutata e punita, mentre quella della Germania è applicata con crudeltà. E una sul pittore in atto di dipingere. I tre testi-video sono: quello del titolo, “La morte del giovane aviatore inglese”, e “Roma”. “La morte del giovane” è un tripudio di buoni sentimenti a Vauville, ove il ragazzo pilota viene estratto con applicazione dalla carcassa dell’aereo abbattuto, il suo nome viene rintracciato nelle pieghe della burocrazia, e la sepoltura è molto degna e sempre onorata. Un aneddoto vissuto con tristezza, riportando alla memoria il fratello minore della scrittrice, “morto durante la guerra del Giappone” e sepolto in una fossa comune, “gettato in una fossa comune sopra gli ultimi corpi”.
“Roma” è il testo di un video Rai (ora visibile su RaiPlay, “Il dialogo su Roma”), scritto in tempi molto anteriori agli altri, nel 1980, e girato dalla stessa scrittrice nel 1982, con Anna Nogara e Paolo Graziosi, che da piazza Navona in giro per Roma evocano antiche civiltà e antichi amori, di una Regina di Samaria. Un’esercitazione già classica di Fellini e Pasolini, ma nel genere durasiano, o à la Resnais, indiretto, allusivo.
“Scrivere” è il tema e il testo centrale della piccola ultima raccolta. Duras ripercorre la sua vita di scrittrice, i luoghi della sua scrittura, i personaggi dei suoi libri e dei suoi film, e gli amanti, che spesso enumera, e riunisce, insieme, questi di nessun effetto. Ma su un fondo di solitudine, ossessivo. E senza tempo, senza contesto: “Ho raramente contato il tempo passato a scrivere, o il tempo in sé. Ho contato il tempo passato ad aspettare Robert Antelme e Marie-Louise, la sua giovane sorella. Dopo, non ho più contato niente” – una dichiarazione d’amore unico, fra i tanti amanti e sposi, per il primo marito, tradotto per motivi politici dalla Gestapo con la sorella nei lager tedeschi, da cui lei non tornò.
Scrivere è solitudine. E follia: “La solitudine è sempre accompagnata dalla follia. Io lo so.” Che non si vede, “ma qualche volta si intuisce”. E non può essere diversamente: “Quando si estrae tutto da sé, tutto un libro, si è per forza nello stato particolare di una certa solitudine che non si può condividere con nessuno”. Come sempre in Duras una profondità che a un secondo riflessso esce piatta, ma crea un’atmosfera e un senso.
Un breviario, il testo del titolo, e una grotta delle meraviglie, un antro da speleologo, per chi scrive: una serie di sorprese che si srotolano su se stesse, l’antro essendo lo scrittore.

Marguerite Duras, Écrire, Folio, pp. 125 € 5

giovedì 15 agosto 2019

A Sud del Sud - iil Sud visto da sotto - 400

Giuseppe Leuzzi


Cicco Simonetta, chi era costui
Si festeggia a Caccuri, nella Sila Piccola, la cultura, con discussioni, presentazioni, mostre, senza un cenno al suo personaggio più celebre, Francesco “Cicco” Simonetta, il cancelliere che “fece” gli Sforza.  Già feudo di Polissena Ruffo, che Simonetta sposerà a Francesco Sfiorza. Neanche wikipedia lo ricorda – ricorda di culturale solo il “il film “Il brigante Musolino” che Camerini vi ha girato nel 1950, con Silvana Mangano e Amedeo Nazzari, gli attori allora di maggior seguito. La Calabria resta un posto senza storia
Caccuri è un piccolo paese di mille e poco più abitanti”, ricordava questo sito qualche anno fa, 
“arroccato nel cosentino, con un castello, nei secoli intitolato alle famiglie proprietarie, dotato di un premio letterario, quest’anno alla quinta edizione. Opera dell’associazione Amici dei Caccuriani, presidente Giordano Bruno Guerri. E quest’anno ha premiato Gianluigi Nuzzi, Pierluigi Battista, Edoardo Boncinelli, Elena Stancanelli, Valerio Massimo Manfredi, Vittorio Sgarbi e Ferruccio de Bortoli, in una kermesse di tre giorni. Col premio, il paesino mantiene alta la vocazione settentrionale. Si è italiani, ferventemente, solo al Sud”.
O altrove:
“Prima di Alessandro dei Medici era stato Moro celebre uno Sforza, Ludovico, quello che meglio illustrò Milano, governando la città, come reggente e poi come duca, per gli ultimi venti anni del Quattrocento, patrono di Leonardo e altri artisti, committente dell’“Ultima cena”. Sotto l’“impresa” personale: “Per Italia nettar d’ogni bruttura”.
“Ludovico il Moro fu figlio, il quarto, di Francesco Sforza, il condottiero, anche lui di colorito scuro, tratti marcati, capelli crespi neri, nato a Cigoli, nel comune di San Miniato in Toscana, non si sa come. Francesco Sforza, primo duca di Milano, ebbe cancelliere Cicco Simonetta, il “messer Cecco” di Machiavelli, “Istorie fiorentine”, cap. XVII, “uomo per prudenza e per lunga pratica eccellentissimo”, versato in greco, latino, ebraico, francese, tedesco e spagnolo, che gli procurò il titolo nobiliare, la moglie Polissena Ruffo, castellana pro tempore del suo paese, e il meglio delle arti, tra i pittori Antonello da Messina, che ora la città celebra, tra i musicisti Joacquin des Près.
Il paese di Simonetta era Caccuri in Calabria, un piccolo borgo della Sila. Francesco “Cicco” era nato in famiglia di cui non si sa nulla, allevato dai monaci basiliani, e aveva tratti anche lui marcati”.
Ancora:
“Giovanni Simonetta, fratello di Cicco, fu autore di una “Sforziade”, un incunabolo in quattro copie in celebrazione di Francesco Sforza. Alla quale sarà legato, forse nel 1490, un profilo di Bianca Sforza che si scopre ora di mano di Leonardo. Bianca era figlia adulterina legittimata di Ludovico il Moro, il figlio di Francesco Sforza: fu sposata nel 1496 a tredici anni a Galeazzo Sanseverino, il comandante delle truppe, e dopo pochi mesi morì. Giovanni Simonetta era nato come il fratello a Caccuri, nella pre-Sila crotonese, dove aveva fatto gli studi, prima di trasferirsi col fratello, e con lo zio Angelo, a Milano alla corte degli Sforza – dei quali poi Cicco sarà cancelliere. Alla morte di Cicco, Ludovico il Moro lo cacciò da Milano. Morirà a Vercelli, forse proprio nel 1490”.
Non c’era il leghismo, non c’era stata l’unità.
E ancora:
“Ci sono stati 130 mila intercettati nel 2009, per milioni di telefonate, e una spesa di 270 milioni. Poco meno di tutti gli aiuti alla piccola e media industria varati ieri, per i quali non si trovano coperture. L’Italia è un paese non più delittuoso di altri, a giudicare dalle statistiche. Ma sì per le intercettazioni, vecchio vizio che affligge la Repubblica dal tempi del Piano Solo, 1964, impunito. Almeno a giudicare dai raffronti internazionali: ci sono 21 intercettati per ogni diecimila italiani, meno di uno per ogni diecimila americani.
“È un vizio vecchio, si facevano intercettazioni anche nel Quattrocento, si leggeva la posta. Si scriveva quindi in cifra. Un vizio molto milanese, si capisce che oggi imperversi. L’umanista e statista Cicco Simonetta, capo della segreteria di Francesco e Galeazzo Maria Sforza a Milano, compilò un manuale di decrittazione, “Regulae ad extrahendum litteras zifferatas”. Che è anche, all’ultimo punto, una serie di accorgimenti semplicissimi di antidecrittazione: “Tuttavia, le regole predette possono esser rese inutilizzabili in molti modi, sia scrivendo in cifre una parte del testo in volgare, e una parte in latino; oppure interponendo ed aggiungendo al testo delle cifre che non rappresentano alcuna lettera (nulle) e ciò specialmente nelle parole di una o due oppure tre cifre o lettere; o anche cifrando con due alfabeti completamente diversi; o infine cifrando q e u con la stessa unica cifra”. Regole che però al telefono non valgono più.
“Di Cicco Simonetta, di cui Francesco Sforza disse “se Cicho non gli fusse, sarebbe necessario farne un altro, se bene dovesse essere de cera”, non ci sono biografie, nelle tante e pur documentate storie di Milano, da Verri a Treccani degli Alfieri. Francesco Sforza lo disse perché i nobili di Milano non sopportavano Simonetta. Di cui ancora Machiavelli ebbe grande opinione, al cap. XVII delle “Istorie fiorentine”: “Messer Cecco, uomo per prudenza e per lunga pratica eccellentissimo”. Non ci sono biografie perché il segretario era di Caccuri, un paesino del crotonese? Cenni biografici più ampi dei suoi sono infatti disponibili per i suoi familiari, avendogli gli Sforza dato in moglie una Visconti, che produsse una vasta figliolanza nobileC”.
E per finire
Anche Cicco Simonetta, il cancelliere di Francesco Sforza che salvò la signoria negli anni del suo volubile erede Galeazzo Maria e della reggenza della vedova Bona di Savoia, alla fine fu fatto processare dai signori milanesi. Da giudici notoriamente avversi: “Tutti inimici e di factione contrarii”, li dice Bernardino Corio, Storia di Milano, p. 1428. Ma Cicco era calabrese.
Anche nel caso di Cicco i maggiorenti milanesi ne vollero l’esecuzione per spartirsene le rendite, le attività, e le ville – una era proprio ad Arcore”.

Il peso della famiglia
Lord Keynes ipotizzava in una sua divagazione quattromila copie in sottoscrizione per un autore inedito da parte di parenti e conoscenti, e quindi una sicura piattaforma di pubblicazione e di lancio per uno scrittore. Vorrebbe dire che la famiglia, che si supporrebbe legame tenue in Inghilterra,vi è invece attiva, e opera per imporre o comunque temere vivo il legame di sangue. Nessun autore italiano invece, neanche del Sud, ha mai beneficiato della rete di parenti,amici, conoscenti, beneficati. Non Camilleri, per dire, che ebbe molta difficoltà a farsi strada come scrittore, debuttante a settant’anni, benché dirigente Rai e produttore, di varietà, di fiction, uomo di teatro, persona estremamente socievole, politicamente impegnato, con contatti costanti con persone  importanti in campo editoriale, come Sciascia - Montalbano si pubblica quando Sciascia muore.
Il familismo opera in Italia, specie al Sud, rapido e senza eccezioni, per il reato di scambio. Se c’è da ottenere un favore politico, un appalto, un’assunzione, una grazia o riduzione di pena, magari solo un avvicinamento. Due-trecento voti sono subito raccolti in cambio. Anche  di un impegno non preciso, ma a quel punto condizionante – trecento voti decidono un’elezione. In senso cioè più o meno delittuoso, anche soltanto del non fare. Non in senso celebrativo, della festa.
Non è tutta la verità sul familismo al Sud, ma ne è un aspetto consistente.

Sicilia
Muore Alberto Sironi e qualcuno dice che il merito del successo di Montalbano è suo. Che quella “Sicilia” è sua – o perlomeno ha saputo dare corpo alla “Sicilia” di Camilleri, poco decrittabile ai lettori. Ma lo dice solo Zingaretti, sommessamente.
La migliore Sicilia la fanno i lombardi – Sironi era di Varese, patria del leghismo

Reitano è di Fiumara di Muro, come dire di Reggio Calabria, ma lo ricorda Messina: Scaletta Zanclea gli ha intestato una piazza, e lo celebra ogni anno con un concerto

“Più mq abusivi che abitanti”, è l’esito degli ultimi rilevamenti catastali in Sicilia: “Cinque milioni di abitanti, quasi sei milioni di mq di abusi realizzati”. Gli abusi recenti, degli ultimi otto anni,  a partire dal 2010.

“I cosiddetti eurocrati”, spiega Ernesto Maria Ruffini su “L’Economia”, “in realtà sono meno dei dipendenti della Regione siciliana, e pesano sui conti europei meno di quelli del Comune di Roma sul bilancio della città (21 per cento)”.
Gli eurocrati in realtà sono di più. Ma è vero che pesano meno sui conti europei di quanto i funzionari siciliani incidono sui conti della Regione.

Un pregiudicato, di una (ex) grande famiglia di mafiosi, fa una strage di ragazzi col Suv a Vittoria,  in libertà condizionata e strafatto di coca, e la Finanza di Caltanissetta va a perquisire la sede della Polizia di Vittoria, i cui proprietari sono mafiosi, con qualche legame col pregiudicato killer. Ai quali lo Stato versa per l’affitto 105 mila euro l’anno.
Va bene che le polizie in Italia non si parlano, ma la Finanza non ci poteva pensare prima?

Settecento diciottenni di Caltanissetta si sono spesi i 500 euro di bonus culturale di Renzi in telefoni, ricariche, tablet e accessori  - che il bonus espressamente proibisce.
Altrove no? O i Carabinieri hanno altro da fare.

Usavano emigrare a Milano, da Virgillito a Cuccia (e Sindona), pdroni di piazza Affari, o delle prefetture, fino a Vicari - ora sono soverchiati dai napoletani. Anche gli scrittori: Capuana, De Roberto, Verga, non vedevano che Milano, Sciascia invece e Camilleri no.

A novembre del 1862, dopo i moti garibaldini nell’isola, il prefetto di Agrigento fa un’ispezione al carcere. Lo trova sporco, e pieno di galline, metà dei detenuti, metà del capo delle guardie. Destituisce il capo e tutte le guardie, e ci mette altri custodi, “tutti continentali”, racconta Camilleri “fatta eccezione di un calabrese”. Non continentale?

Dopo la sostituzione, un anonimo avverte il prefetto di Agrigento che nel carcere si prepara una fuga. Il prefetto ordina un’ispezione. Che è minuziosa, ma non rileva nulla. La notte di Natale “i detenuti hanno il permesso di scambiarsi abbracci e auguri sotto lo sguardo delle guardie «continentali»”, continua Camilleri. La mattina dopo non c‘è più nessuno, tutti evasi, attraverso uno scavo segreto: “Il custode di guardia quella notte, guarda caso il calabrese, non ha visto né sentito nulla”. Perché non era “continentale”?


leuzzi@antiit.eu

La paura allontana il mondo

Il canzoniere d’amore di un poeta, morto nei campi tedeschi di lavoro forzato, ucciso durante la ritirata a fine 1944, che è l’autore, celebrato in patria, di sei Ecloghe virgiliane, l’ultima, incompiuta, scritta nel lager - la prima è in memoria di Garcia Lorca. Un autore di cui Gianni Toti, intellettuale a torto dimenticato, ha tentato da ultimo il recupero. Poeta di sentimenti semplici, la natura, l’amore coniugale, l’amicizia. E di senso politico radicale, la critica, l’opposizione, la resistenza configurandosi in lui come un rifiuto dell’osceno terreno: “La paura ecco molte volte tocca il cuore\ e a volte per te il mondo è solo una lontana notizia”. 
Miklòs Radnóti, Ero fiore sono diventato radice, Fahrenheit, pp. 124 € 4,50

mercoledì 14 agosto 2019

Letture - 393

letterautore


Adorno – Si sottolinea per i cinquant’anni della morte che il vero nome di Adorno è Theodor Ludwig Wiesengrund, e che lui aggiunse il nome della madre, Maria Calvelli-Adorno della Piana, cantante lirica, musicista e musicologa di origine corsa, per lo stesso amore della musica della madre, fino a farsene un identificativo. Un tipo si direbbe materno. Nonché ricercatore critico della “Personalità autoritaria”. Che finisce dileggiato dalle contestatrici del 1968, con i seni esposti per ludibrio, quale ipostasi o sagoma del potere maschile. Non c’è femminismo per gli uomini, anche i più mammeschi.

Dante – Lo voleva islamizzato anche Eco – nella famosa “bustina di Minerva” “Dante e l’islam”. Non da dantista. Né da medievista, disciplina che lo vedeva ferratissimo, Ma così, per quieto vivere.
Alla sua maniera, della conoscenza attraverso il paradosso, Eco aveva organizzato nel 1989 a Bologna – lo ricorda anche ne “I limiti dell’interpretazione” - una serie di seminari sugli interpreti “deliranti” di Dante. Escludendone, ricorda nella “bustina”, Asìn Palacios, quello del Dante islamico, perché “forse era stato talvolta eccessivo ma non delirante”. Deliranti erano Gabriele Rossetti, Edmond Aroux, Luigi Valli, Guénon, “persino il buon Pascoli,” – e naturalmente i tanti scopritori del Dante eretico, fedele d’amore, rosacroce, etc..
“Ormai è assodato che Dante abbia subito l’influenza di molte fonti musulmane”, questo l’argomento ultimo di Eco. Al modo come lui ha subito l’influenza dell’esoterismo ottocentesco? Quando si parla di islam, si perde la bussola: c’è un perché?

Conan Doyle – Finì a Napoli in una fogna? Sicuramente fu a Napoli nel 1907, in viaggio di nozze con la seconda moglie Jean Leckie. Fu ospite del cognato Nelson Foley, suo maggiore di qualche anno, che aveva sposato una delle sue sette sorelle, Jane (“Ida” o Adelaide). Nella villa che la coppia aveva preso a Posillipo, alla Gaiola.  
Foley era un cugino dei Doyle, il cui nonno materno, William Foley, era morto giovane, a 32 anni, ma lasciando tre figli, tra essi Thomas Scott Foley, padre di Nelson, e Mary Josephine Foley, madre di Conan. Ingegnere, era a Napoli per conto di un gruppo inglese della cantieristica, Hawthorn-Guppy, sovraintendente del locale  stabilimento del gruppo. Di cui di fatto trattava la cessione, che poi sarà perfezionata, alla milanese Officine Meccaniche.
L’aneddotica vuole che il creatore di Sherlock Holmes sia rimasto impigliato in un cunicolo della vicina grotta di Seiano, creando qualche scompiglio – o, in alternativa, in una fogna romana che provava a ispezionare.
Il complesso della Gaiola comprendeva due ville, di cui una sul promontorio. Che Foley aveva ceduto a Norman Douglas, allora poco o niente noto. Sarebbe stato Norman Douglas a “salvare Conan Doyle”, allarmato dalla sua prolungata assenza, tirandolo per i piedi. Un aneddoto molto normandouglasiano, cioè sostanzialmente vero.

Fantasy – Non andava, era difficile pubblicarla, perché era “di destra”, spiega Ginevra Bompiani a Roberta Scorranese sul “Corriere della sera”: “Quando io e Giorgio Agamben creammo la collana «Il Pesanervi», dovetti diventare autonoma” dalla casa editrice di famiglia, la Bompiani, “e pensare a ogni dettaglio, perché non poteva gravare sula casa editrice, volontà di mio padre”, Valentino Bompiani: “Era la prima collana di letteratura fantastica in Italia, in un periodo, gli anni Sessanta, in cui questo genere era considerato di destra”.

Italia – Nazione frivola la dice Cioran di passata, dando l’appellativo per scontato. Non un appellativo tradizionale, c’è stata stima per l’Italia fino alla sconfitta in guerra, e anche dopo. Ma sì probabilmente nei paesi neo-latini, per i quali l’Italia non rappresenta più nulla, in Francia, in Spagna, in Romania. Non per se stessa, o non soprattutto per se stessa, quanto per il fatto che si fugge dal latinismo o mediterraneismo – gli stessi rumeni che vivono e prosperano in Italia, un milione circa, si pensano e si vorrebbero tedeschi.

Leopardi – Un mattone? È “il più grave di tutti i poeti” per Cioran, “Pensieri strangolati” (in “Il cattivo demiurgo”): “Ci si è meravigliati che la Francia, nazione leggera, abbia prodotto un Rancé, fondatore dell’ordine più austero; forse bisognerebbe meravigliarsi di più che l’Italia, nazione altrimenti frivola, abbia dato Leopardi, il più grave di tutti i poeti”.

Lettura – Danneggia la scrittura, secondo Cioran – “Pensieri strangolati”: “Solo lo scrittore senza pubblico può permettersi di essere sincero. Non s’interessa a nessuno, tutt’al più a se stesso”. Ma nessuno scrive senza pubblico. Se non altro, se stesso. Anche come semplice nota della spesa.

Palazzeschi – Veniva ridotto a bonario letterato provinciale, un po’ balzano, nel piano della collezione “Romantica” che Giuseppe Antonio Borgese redasse per Mondadori nel 1930 – cioè nel pieno dell’operatività dello scrittore fiorentino: era previsto come traduttore di Daudet. E lo ha poi tradotto, “Tartarino di Tarascona”, tutt’e tre i libri, oltre seicento pagine.

Romanzo cavalleresco – Ritorna con “The Game of Thrones”, sempre inconcludente come in Chrétien de Troyes, nel secolo XII – le avventure si vogliono seriali, mai concluse.
Calvino, “I cavalieri del Graal” (ora in “Mondo scritto e mondo non scritto”, 178) nota che “la letteratura cavalleresca nasce e muore con due casi di follia sublime, Perceval e don Chisciotte”. Anche in questo “The Game of Thrones” si può dire da manuale.

Scrittura al femminile – C’era una volta la scrittura al femminile, che s’immaginerebbe estinta daq quando il femminismo ha riscattato la condizione femminile. Lo sfoglio casuale del settimanale “7” del “Corriere della sera”, diretto da una giornalista pure esperta del mondo, Barbara Stefanelli, si viene rinviati alla scrittura al femminile. Totalmente ininteressnate, come personaggi e come tematiche – pure D’Orrico, unico uomo perso nella giungla femminile, sbaroccia, che McNain dice il Simenon di New York. Come sfogliare un “femminile”, che però, si sa, è un contenitore di pubblicità per moda e cosmesi. Ma un po’ come tutto quanto è stato ordinato al femminile: la metà delle professioni e delle carriere, la metà della politica, della scienza, dell’umanistica, filosofia compresa – le filosofe sono ferme a Martha Nussbaum, che è una reincarnazione di Hannah Arendet e Simone Weil, anteguerra, epoca maschilista. Il femminismo fa male alle donne?

Tribù – L’“Iliade” è tribale - una “enciclopedia tribale” - nella lettura che Eric Havelock ha proposto in “Cultura orale e civiltà della scrittura”. Ed è, a ben pensarci, la chiave di lettura più appropriata, che di tutto dà conto, senza più aporie o inconseguenze.
L’opera di Havelock è contestata per altri aspetti ma non per questo: Omero, benché trascrizione tarda di un’epica remota, mantiene i segni distintivi di una società poco o non alfabetizzata. E tutto vi è a dimensione o in chiave di tribù: lo steso epos, variabile, le leggi, i riti religiosi, i linguaggi, e si potrebbe dire le psicologie – i due mondi, anche quello troiano, erano compositi.

letterautore@antiit.eu

Ispettore Balzac

Due racconti fra i primi di Balzac, che debuttò trentenne, con due dei futuri temi balzacchiani, la società vanitosa, l’avidità.
Una divagazione nel mondo delle glorie francesi, tra ufficiali belli e ammirati, e belle e ricche donne, alcune giovani e vedove. Tra i quali succede poco o nulla, “La pace coniugale” è il titolo. Una, involontaria?, celebrazione del secolo francese - che avrebbe dovuto essere il secolo francese, non fosse stato per Bismarck.
Il racconto del titolo invece, giustamente celebre, è una detective story in anticipo su Poe, 1831 (ma già à la Hoffmann, l’antesignano che si continua a ignorare), sottogenere horror. Un delitto estremamente crudele non andrà impunito. Con una celebrazione del romanticismo tedesco (di cui E.T.A .Hoffmann era allora l’esponente più di spicco), e dell’amicizia, quasi identità, franco-tedesca sul Reno. Il narratore, un tedesco, che nelle guerre napoleoniche aveva fondato un gruppo di resistenti ed era stato per questo in prigione, vede passare il condannato, un giovane ufficiale medico francese, come un angelo tedesco: “Per me, la Germania respirava nei suoi lunghi capelli biondi, nei suoi occhi blu” - il condannato innocente, ovvio.
Honoré de Balzac, L’albergo rosso, PaginaUno, pp. 130 € 13

martedì 13 agosto 2019

Ombre - 474


Conte rinvia, in chiave poliglotta, a Andreotti, il supermitizzato Grande Anestesista della politica – per esempio del Pci negli indimenticabili quattro anni 1976-1979, fatti di nulla, letteralmente, con ministri senza nome, gente di terza e quarta fila e di età avanzata, mentre il mondo cambiava pelle. Non c’è un motivo, una cosa specifica che rinvii a Andreotti: eppure è lui.

   
Nessun dubbio che ci sarà un governo 5 Stelle-Pd, poiché ci sono i numeri, e poiché i due partiti assolutamente non vogliono il voto ora. Potrebbe essere la fine del Pd, la sua ultima esperienza, che non ha mai governato in minoranza. Che nel nuovo esecutivo sarebbe netta: 260 deputati 5 Stelle contro 110 Pd, e 112 senatori 5 Stelle contro 56 Pd.
Sarà dura mandare un Grande Esperto 5 Stelle commissario a Bruxelles.

È a questa politica dei “due forni” che tende - tendeva? -  l’iperandreottiano Conte. Che potrebbe riuscirci, sempre al modo di Andreotti, del governo del non governo, del non fare: la Tav? il Tap? l’Ilva? Gli F-35? Hormuz?

 “Il mago della Brexit incassa 230 mila euro di fondi Ue per i suoi terreni.”. Mago, cioè oltranzista della Brexit e consigliere augusto dell’incredibile Johnson.

Si cerca perché un manager inglese in rapporto d’affari con l’Eni sia stata fatto arrestare dal Bahrein con gravi accuse, di appropriazione e corruzione, in Salento dove era in vacanza, e poi dallo stesso reame fatto rilasciare. Come se i principati della penisola arabica fossero la patria del diritto.
Fa parte della promozione immobiliare e finanziaria di questi staterelli farlo  credere, ma i giornalisti?

Si sa peraltro che in questi Stati tutto va comprato – la vera legge è la provvigione, contro nessun servizio reso: bisogna pagare tangenti su tutto, sono Stati patrimoniali secondo Max Weber, che appartengono all’emiro –al re nella “repubblica costituzionale” del Bahrein - e ai suo cari. Il manager inglese avrà mancato di pagare la tangente a qualcuno della famiglia reale.

È incredibile il numero di intercettazioni e controlli su Savoini di cui BuzzFeed dispone: il personaggio era seguito da tempo. Il che conferma che i servizi americani controllano tutti i politici, anche in Europa – al tempo di Obama controllavano pure Merkel. Ma nel caso specifico con alcune varianti saporite. Savoini è un provocatore - una spia occidentale sotto la qualifica di presidente di Lombardia-Russia. I servizi americani sono padroni di Mosca o, come è più probabile, collaborano con quelli russi.
Ma, allora, il Russiagate?

Più incredibile è che questo Savoini venga “venduto” per intercettazioni e incontri, senza però che si produca la sua corruzione, o un qualsiasi affare con la Russia. Per conto proprio o di Salvini. È un totem, buono per i grandi giornali. Una riprova che l’informazione in Italia è bacata.

Che un sito dei servizi segreti americani detti la politica in Italia probabilmente non è una novità. Ma che questo sito venga vantato come coraggiosa controinfornazione, invece che denunciato come agente della Cia, questa è una novità: di un’età senza vergogna, cioè senza legge, senza dirittura morale.

Si censiscono nell’esultanza in Sicilia e in Calabria, nei giornali,.tutti peraltro moderati e anche di destra, gli sbarchi ogni giorno (ogni notte) di immigrati clandestini sulle coste. In odio – da destra? – a Salvini. Ma gongolando che non si riesca a mettere un freno a questi sbarchi. I ragazzi africani che poi ci ritroviamo a torme a chiedere l’elemosina non contano: la “resistenza” italiana li sacrifica senza più.

C’è sempre l’atteggiamento, verso gli africani, del “povero negro”, bisognoso di protezione, cioè di un’elemosina. Non di una persona agile di mente e di corpo, di grande capacità linguistica e sintattica, di grande duttilità, suo malgrado vittima, come da sempre nei secoli storici, di razziatori e mafiosi. I “negri” non contano – sono come il pet domestico, il cagnolino,il gatto.

“Attaccato dai dem, costretto alla modifica. Il New York Times nella bufera per un titolo. La vicenda del discorso del tycoon dopo le stragi senza accennare alle armi”.  Il “tycoon” è Trump, il presidente americano. Il titolo non è del “Manifesto”, è della “Gazzetta del Sud”, giornale nostalgico, della Dc.

Per i lettori di “la Repubblica” il governo è morto lunedì sul decreto sicurezza. Poi mercoledì sulla Tav. Poi venerdì per Autostrade. Finché sabato veramente muore ma senza che “la Repubblica” lo abbia saputo in anticipo. È un modo per assottigliare gli elettori del Pd, oltre che i lettori? Bisognerebbe istituire il reato di associazione esterna in fake news.

“Un frastuono che serve a coprire le inchieste della stampa”, denuncia Marco Damilano su “L’Espresso”, di Salvini sulle spiagge. O le inchieste, non della stampa ma delle Procure, hanno stancato, e nessuno ci crede – nessuno crede che Salvini sia nella manica di Putin? Lo scandalismo ha stancato?





Italiani nella Grande Guerra al fronte per Vienna

Nella Grande Guerra 120 mila italiani – italofoni – di Trento, Trieste e dintorni hanno combattuto per l’impero. Quasi tutti in Galizia, nella tremende trincee contro la Russia, che, oscurate dall’epopea della Marne e di Verdun sul fronte francese, non furono meno tormentate e catastrofiche: “In soli cinque mesi, da agosto a dicembre 1914, la Galizia inghiotte due milioni di uomini, fra morti, feriti e prigionieri, nel solo settore austriaco”. E in che modo: “Armate ottocentesche con trombe e cavalleria leggera, vanno al massacro contro le mitragliatrici: marce senza rifornimenti, treni di soldati alla cieca contro il nemico, fiumi rossi di sangue, montagne di cavalli sventrati, reclute pazze allo sbando, ospedali da campo al collasso, fughe in massa” – la guerra comparata è istruttiva.   
Rumiz ne va alla ricerca partendo dal nonno materno, che, a differenza del fratello “italianissimo”, che sarà dopo la guerra ministro e sindaco di Trieste, fu fino all’ultimo un fedele soldato di Francesco Giuseppe. Di lui, che tornò e sarà fervente fascista, e dei tanti che non tornarono Rumiz ricostruisce per lampi la storia. Per cenni, impressioni, spezzoni, e tuttavia una “vera storia”, oltre che leggibile.
L’argomento eccezionale – eccezionalmente poco o nulla trattato dagli storici di professione, benché di grande interesse – e la narrazione fratta di Rumiz si combinano con l’evidenza delle narrazioni storiche classiche. Lo scrittore di viaggi - unico nella letteratura italiana, che non sa viaggiare, Otto e Novecento compresi (ce n’è stato qualcuno tra i navigatori e fino al Settecento) – ha qui un flair da classico-classico, alla Tacito.
Questo nella prima parte. Perché il libro si compone di due parti. La prima, in una Galizia-Polonia dai cieli blu di Prussia, dai tramonti fiammeggianti, e giornate giallo oro di una vegetazione sorridente, tra polacchi un po’ antisemiti ma parecchio valorosi, più e meglio dei cavalieri teutoni, finisce col furto della documentazione accumulata in mesi di viaggi e di lavoro sul Frecciarossa Napoli-Roma. Dopo l’inevitabile depressione, Rumiz rifà la ricerca, risollevato da una giornata calorosa con gli amici trentini che ne condividono gli interessi. Ma questo è il solito viaggio nella nostalgia degli irredenti, il vagheggiamento di una Mitteleuropa che però finiranno per dire razzista, oppressiva, tedesco-ungarica.
C’è così un Rumiz anche, eccezionalmente, di malumore: con se stesso, con l’italianità – l’impoverimento di Trieste – e pure con i crucchi. Anche se il vecchio impero era plurale, aveva una (sua) efficienza, e faceva di Trieste il centro del suo Sud. “Nelle vecchie stazioni”, per esempio a Trieste, nota a un certo punto, “nessuno può toglierti l’idea che dopo il finis Austriae l’Europa sia diventata più lontana, la marineria meno importante, il paese meno ordinato, l’edilizia meno solida, la burocrazia meno onesta, l’istruzione meno capillare, il fisco meno equanime e la manutenzione della cosa pubblica più approssimativa”. Si parte insomma col solito maldipancia triestino: il ruolo imperiale perduto, il cosmopolitismo, la centralità, tutto sacrificato all’identità. Col fascismo dopo la liberazione, che tutto l’accumulo disperde o distrugge.
Di fatto, la Mitteleuropa non era un bel mondo. E Rumiz poco dopo lo dice. Di crucchi violenti e razzisti, che i giovani che andavano a morire per l’imperatore interpellavano “italiano-porco-cane-merdoso-vigliacco-lavativo”, nei termini corrispondenti in tedesco. Nel “secondo libro” facendolo spiegare da Quinto Antonelli in brevi battute: l’impero era plurale in superficie, nei fatti opprimente, era censorio, clericale, poliziesco, riconosceva le lingue ma come ghetti, comandavano tedeschi e magiari, con brutaltà, gli italiani erano disprezzati, come i boemi e gli sloveni, in trentino “imperversava la pellagra e l’aspettativa media di vita era di anni trentatré”. Finendo per riconoscere, toscanamente, che “noi qui si fa più fatica di altri a capire chi siamo. Sulla frontiera ogni viaggio è nelle pieghe dell’anima”. Non per caso “qui a Nordest, nell’angolo in alto a destra nella carta geografica, speleologi e psichiatri fanno in fondo lo stesso lavoro”. E “l’inutile strage” del papa ha portato la libertà, dopo i colpi di coda reazionari di Mussolini e Hitler.
Molti i contributi anche di triestini, memorialisti della Grande Guerra o storici, che Rumiz utilizza: Emilio Stanta, Alfonso Cazzolli, Mario Cermak. 
Fra le tante pubblicazioni nel centenario della Grande Guerra, forse la più convinta (necessaria) e convincente. Benché contorta, e fondamentalmente vetero nazionalista. Distruggendo gli imperi, l’Europa in certo modo si dissolveva. Ma dopo non c’è stato solo il fascismo. Ovvero c’è stato, ma come colpo di coda antidemocratico, in tutto ancien régime, per un vetero nazionalismo – ma è tribalismo – alla cui evidenza, nell’Ucraina della stessa “rivoluzione arancione”, nell’amata Sarajevo dopo lalluvione del 2014, il volenteroso viaggiatore deve arrendersi. Con la politica democratica (elettiva) trasformata in veicolo di arricchimento e corruzione, e gli odi risorgenti, contro gli ebrei, e ogni altro. La balcanizzazione, insomma. Un morbo, teme Rumiz scrivendo da ultimo al figlio Michele, che ha infettato l’intera Europa.
Il problema, non detto, stando a Trieste o anche fuori, è che farsene degli slavi. Perché, poi, gli slavi, i russi compresi, sono lì e non se ne vanno. Li vogliamo e li diciamo buoni vicini, come tutti i vicini, bisogna farsene una ragione. Ma prima bisognerebbe conoscerli, che ancora fanno terra incognita – e chissà perché hanno preso terre e case agli istriani, prima di farsi la pelle tra di loro.

Paolo Rumiz, Come cavalli che dormono in piedi, Feltrinelli, pp.263, ill. € 9.50 (€ 9,90 in panino con altro libro Feltrinelli)

lunedì 12 agosto 2019

Problemi di base democratici - 502

spock


È più incredibile Johnson o Trump?

Le culle della democrazia sono in fase di gestazioni malformate?

Quanto è democratico un governo, inflessibile, di minoranza, come a Londra e a Washington?

La democrazia fa a meno degli elettori?

E dei giornali?

Perché Londra, maestra di democrazia all’Italia, si tiene un premier eletto da pochi conservatori, e buffoncello, anche ubriacone?

Perché vogliamo bene a Johnson, è solo questione di loggia?

Si sanziona il sovranismo, ma da scuole infette, paracule, sciocche?


spock@antiit.eu

Contro la cultura di massa - riedizione

L’“oppio dei popoli” classico è la religione di Marx. Oggi sarebbe la cultura. L’offerta culturale, non più domenicale o festiva come la religione ma feriale, comune, invasiva. Con lo stesso effetto, second Fofi: di ottundere il senso critico e non di affinarlo o acuminarlo.
La cultura non salva più. Si diffonde ma come esibizione, non è critica, e non ha anzi capacità di giudizio.L’intellettuale è scomparso, quello che c’è è un figurante, per commenti di nessuno spessore e litigi ai talk-show, tanto per “caricare” l’attesa della pubblicità.
Senza trauma,la cancellazione è stata senza scossoni, e anzi moltiplicando la “cultura”. Se tutto è cultura, ovvio, non c’è più cultura. E questo è quello che è avvenuto. Eventi di ogni tipo si susseguono, dalla sagra della poesia ai festival della mente, i premi, le mostre, le tribune mediatiche, gli inserti culturali, le riviste culturali. Tutto melassa. Non più antagonizzati gli  intellettuali, e anzi protagonisti, ma di nulla. A condizione di non dire, e probabilmente non sapere, nulla.
Senza costrizione anche. C’è una voglia di andare, sia pure in folle, sull’onda del narcisismo imperante, che è il segno del millennio: “Io penso, io scrivo, io recito, io filmo, io disegno, io canto, o ancora io mi faccio un blog, io apro un sito – droga la cui diffusione è al massimo – e mi basta questo per illudermi di essere qualcuno, di esistere in quanto IO”.
Il narcisismo, per la verità, non è nuovo, se non nella forma: oggi per la flessibilità a nessun costo della rete. La cultura spettacolizzata, di questo si tratta, non piace a Fofi. Unitamente, nel sottofondo, al chiacchericcio similculturale di internet, che in effetti è infernale. Ma di questo Fofi non tratta. Né del genere selfie che monopolizza l’editoria: tutti racconti di se sessi, anche di inesperienze, o di nessuna esperienza. Lo infastidisce l’organizzazione culturale, della cultura “venduta”, un prodotto fra i tanti. Della cui diffusione ci si può complimentare, ma sapendo che è una maniera per ottundere la vera cultura, che è esercizio critico.
Fofi è figlio ignoto degli anni 1960, e delle polemiche, anche auguste, c’era ancora la Scuola di Francoforte, contro la cultura di massa. Battaglia che non fu risolta, perché gli schieramenti non erano definiti, e confuso era pure il motivo del contendere. Lo stesso oggi. Le presentazioni, i premi sono inutili? Si. Però fanno passare due ore in libreria o in una sala conferenze invece che ai giardinetti, e qualcosa in qualche modo resta, se non altro un senso di partecipazione a un rito. I festival della mente sono inutili? Non sono risolutivi, e forse non insegnano niente, ma fa impressione, perlomeno a Roma, che sei o settecento persone, quanti ne contiene la sala Petrassi al Parco della Musica, paghino cinque euro per ascoltare una conferenza, più o meno dotta; qui non è solo un passatempo, alternativo ai giardinetti, con le orecchie tappate, in attesa del bicchierino.
Ma è soprattutto dell’industria culturale che Fofi è scontento. Della “fabbricazione” dei libri e degli autori, della lettura illeggibile dei settimanali culturali, di un’industria autoreferenziale. Anche questo non è una novità: l’industria ha sempre cercato di fare i suoi affari.
C’è una certa ciclicità nella condanna, tra secondo Ottocento e primo Duemila. Quello che è nuovo, e su cui Fofi ha ragione, è che oggi non c’è un’alternativa. Idee, redazioni, critici in grado di leggere criticamente il mondo, anche in forma romanzata, invece che molcirlo nelle sue brutture - che modernamente, nel linguaggio corrente, diventano bellezze. Il problema è che si è perso il linguaggio e la capacità critica.
Goffredo Fofi, L’oppio del popolo, eléuthera, pp. 168 € 16