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sabato 26 aprile 2014

Il mondo com'è (171)

astolfo

Bosman . La decisione di Bruxelles che il 15 dicembre 1995 che liberalizzò il mercato dei calciatori ha prodotto un fortissimo oligopolio del calcio – e ne ha minato irreparabilmente il carattere popolare e ludico. Uno degli equivoci del liberismo, che dichiara una cosa mentre fa l’opposto. La Corte di Giustizia europea dichiarò nullo il regolamento dell Uefa che limitava a tre il numero degli atleti stranieri che un club poteva tesserare. Nel nome della libertà di movimento, dell’antirazzisimo, etc. L’esito è stato di avere club superricchi, con due e anche tre organici di qualità, a volte tutti stranieri, come l’Inter di Moratti, a volte spesati a debito, come la stessa Inter, oppure ricomprate da ricchi uomini di finanza per calcoli fiscali o d’immagine in nessun modo legati alle squadre stesse, oligarchi russi, o gli arabi del petrolio. In tutti i campionati giocano da allora sempre le stesse due o tre squadre – che peraltro periodicamente trattano come fare un “campionato europeo” di eccellenze, del tutto sradicato cioè dalle realtà territoriali, ora anche nazionali.

Destra-sinistra – In larga misura i due fronti si sono rovesciati. È a destra (lepenista, grillina, anche leghista, e in Inghilterra gli antieuropeisti) la massa dei poveri e degli incapienti: disoccupati, giovani, pensionati sociali e al minimo, fiscalizzati). È a sinistra la massa degli abbienti, per reddito o formazione, il “borghese che si crede”: il pubblico bene dei suoi innumerevoli talk-show, e la stessa politica del talk-show, del salotto, di tutti belli con qualche giullare, senza mai contatti coi brutti e sporchi là fuori.

Globalizzazione – Se ne può legare la nascita a Tienanmen, alla decisione americana di non interferire in Cina con la sanguinosa repressione della protesta di piazza a Pechino. L’America povera già da tempo si riforniva a buon mercato grazie alle produzioni cinesi, e da allora la Cina non ebbe più remore (contingenti, tariffe) nei mercati occidentali, le regole restrittive della Wto furono d’improvviso allargate a tutto l’ex Terzo mondo. Nel nome di una rivoluzione, quale in effetti anche era, e un atto dovuto verso le economie dei paesi più poveri.

È stata introdotta venticinque anni fa, dalle presidenze Bush e Clinton, sulla falsariga delle preoccupazioni della Trilaterale. Come una forma di integrazione mondiale, e quindi di diminuzione delle tensioni. Ma ottenendo così d’un colpo la remissione di tutto ciò che la Trilatera temeva e denunciava.
Le problematiche di ribellismo e disobbedienza che la Trilaterale registrava con preoccupazione da un quindicennio, dalla sua formazione a opera di David Rockefeller nel 1973, come forme di protesta incontrollabili sempre più vaste, sono state cortocircuitate con la semplice, democratica, immissione del Resto del Mondo al mercato. Anche se azionata per motivi non morali. Rapidissima, in meno di un quarto di secolo,è stata l’erosionem anzi la cancellazione, di tutto ciò che la Trilateral paventava o lamentava, per arrivare ala flessibilità, la disoccupazione di massa, la mobilità, professionale e territoriale, la delocalizzazione, la contrattazione libera, l’insicurezza del posto e della previdenza come fattori di mobilitazione permanente, il contenimento degli ammortizzatori sociali, se non il loro smantellamento, la riduzione dell’assistenza sanitaria e sociale.

Partite Iva– Calvino, Carlo Levi, Pasolini, lo stesso Moravia, i “pellegrini politici” italiani nel “paradiso sovietico”, in Cina, o a Cuba, tutti furono attratti dalla presunta semplicità della vita quotidiana, che vissero come un benefico ritorno all’indietro, a un arcaismo intriso di stabilità, tradizione, ordinarietà anche, di contro alla mercificazione, alienazione e incomunicabilità delle società metropolitane di cui l’Italia era entrata a fare parte. Erano – sono – viaggiatori di sinistra non marxisti. Che si dichiaravano magari marxisti, ma non condividevano l’assunto cardine di Marx, della storia come freccia, e quindi del macchinismo, del “grandismo”, monopolismo comopreso, e della produttività sempre più esplosiva. In termini contemporanei si potrebbe dire che saltavano la modernizzazione, o la cortocircuitavano, saldando il paleo col postindustriale, o i limiti “naturali” alla crescita – un richiamo comunque alla “natura”.
Di Marx però condividevano – condividono – la condanna del ceto medio. “Le classi medie”, dice il “Manifesto comunista”, “piccoli fabbricanti, dettaglianti, artigiani, contadini, tutti combattono la borghesia perché essa è una minaccia alla loro esistenza in quanto classi medie. Esse non sono dunque rivoluzionarie ma conservatrici: peggio, sono reazionarie: cercano di far girare all’invevrso la ruota della storia. Se sono rivoluzionarie, è in ragione del loro passaggio imminente al proletariato…”
Il ceto medio è ora di sinistra – vota a sinistra, volendosi illuminato. Tanto più per essere”precario” nel mercato del lavoro, e al meglio una partita Iva. Ma la condanna marxista è ancora attiva. Meno nell’opinione, ma forte ancora nella normazione. Col disprezzo anti-borghese, che lo stesso Marx
coltivava, anche se senza ragione, come un peccato originale, contro chi si fa da sé – senza essere un robber baron, naturalmente, o un capitano d’industria.
Ciò può spiegare perché l’intellettualità è sterile in Italia, confusa cioè, contraddittoria. E nell’essenza piccolo borghese – quello cioè del voglio ma non posso, o del voglio ma non so che (che non è il ceto medio di Marx, quello lavorava). La partita Iva dovrebbe cumulare per i sensitivi sociali l’inventiva, l’iniziativa, la modernità, la produttività esasperata , il Progresso insomma. Ma non è established (dominante), e quindi è una disgrazia e forse una colpa.

Populismo - È difficile acculare le partite Iva -  grillini – al populismo. La categoria mostra rutta la sua pressappochezza, da sopracciò della filosofia e della sociologia politica – del resto demandate, la filosofia e la sociologia, ai professionisti della provocazione, giornalisti polemisti. È anche impossibile, le partite Iva, grilline a non, essendo molto più sgamate, anche dialetticamente, dei loro superiori censori.
 
Sinistra – Si caratterizza ovunque per essere progressista. Anche in Italia, ma qui su un fondo misoneista. O pessimista. La poesia è pessimista, con limitati intervalli, la letteratura politica è agitatoria ma a sommatoria conservatrice, e perfino reazionaria.  Di più lo è, lo è stata, la letteratura politica del Pci. Sul lavoro per esempio, in agricoltura, domestico, e perfino in fabbrica. Conservatrice forse con riserva, per calmare i sospetti di eversione. Ma in nessun caso, mai, innovativa.
L’Italia, per dire, ha una tradizione repubblicana, cioè democratica, cioè di sinistra, ineguagliata nel secolo e mezzo di storia  moderna, unitaria e costituzionale – ma già due secoli fa per fare quella storia, della tradizione repubblicana, c’è voluto uno svizzero, Sismondi.

È temine equivoco, nell’apparente schematismo. Fu sinistra a lungo, per tutto l’Ottocento, la borghesia. Compresa la grande borghesia industriale e finanziaria (Cavour sarebbe stato a sinistra? sì), con quella media delle professioni e dell’imprenditoria, e la piccola borghesia di tradizione giacobina e quindi radicale. I partiti socialisti, a mano a mano che si radicavano, se ne vollero a lungo distinguersi.

astolfo@antiit.eu

La ragione di partito contro i partigiani

Una di quelle storie orrende che si vorrebbe non avvenute, come la strage di Porzǔs (vittima, tra gli altri, il fratello giovane di Pasolini, Guido, volontario partigiano). Dell’infamia politica.
Racconta la storia di Gianna e Neri, due partigiani, ferventi comunisti, che furono uccisi dai loro compagni. A distanza l’uno dall’altra, poiché erano diventati guardinghi, ma senza scampo, la caccia fu implacabile, anche perché impunibile. “Giustiziati”, si disse. Per nessun altro tradimento che l’essersi trovati al comando di Piero Bellini delle Stelle, “Pedro”, nell’occasionale cattura di Mussolini. Depositari temporanei, sempre occasionali, delle famose carte del dittatore poi scomparse e fatte ritrovare selezionate. Nonché testimoni scomodi del trafugamento dell’“oro di Dongo”, i pochi o molti denari, ori e tesori che Mussolini aveva con sé nel camion in fuga.
Mirella Serri ne fa una storia d’amore oltre ogni ostacolo. La vera storia è squallidamente tremenda. Bellini delle Stelle, che ne fu ossessionato tutta la vita, possiamo assicurarlo per conoscenza personale, ne aveva già scritto nei veri termini – ma anche lui con molta prudenza. Con “Gianna” e il “capitano Neri”, nomi di battaglia, furono uccisi “Sandrino”, altro partigiano, loro amico, l’amica e confidente di “Gianna” Annamaria Bianchi, e il padre della Bianchi. Tutti furono uccisi da ignoti, senza che mai si celebrasse un processo, o allora senza colpevoli, ma si sa che furono vittime della Volante Rossa, la milizia armata del Pci.
Ancora negli anni 1970 si aggirava per Milano l’onorevole missino Servello, che, giovanissimo milite repubblichino al seguito di Mussolini a Dongo, era stato arrestato per qualche giorno per il trafugamento dell’“oro”. L’onorevole era stato arrestato, forse per salvarlo, quando un giornalista suo zio fu assassinato da un nutrito gruppo di fuoco a Milano sotto casa, dopo che aveva annunciato di avere le prove che il tesoro se l’era preso il Pci. Il giorno dopo l’assassinio il Procuratore militare di Milano, il generale Leone Zingales, emise mandato d’arresto per Mario Moretti, un commissario politico del Pci nella Resistenza, poi rifugiato in Slovenia. Dopo che Zingales era stato rimosso, a pochi giorni dal mandato.
Mirella Serri, Un amore partigiano, Longanesi, pp. 217 € 16,40 

Il cretinismo fiscale delle Entrate

L’ultima trovata è lo spesometro, dopo il redditometro: “Vi seguiamo”, ghigna l’Agenzia delle Entrate, “fino all’ultima spesa”. E allora via la corsa a evitare ogni scontrino o ricevuta di pagamento: una trovata, così si presenta, antiriciclaggio che sembra fatta apposta per incrementare i pagamenti in nero, riciclaggio compreso. Si può dire l’esperienza delle Entrate, dopo la loro elevazione ad Agenzia, una storia di cretinismo fiscale? Befera certamente non lo è, poiché se ne è posto e vi resta saldamente a capo, ma non si saprebbe immaginare d peggio.
La via per rientrare dall’evasione è nota: meno fiscalità indiretta (il massimo dell’evasione è sull’Iva) e diretta. L’unica riduzione dell’Iva, quella promossa da Prodi per le ristrutturazioni nel 1996, funziona anche nella crisi: 28 miliardi nel 2013 da recupero edilizio e risparmio energetico, due punti di pil, 4,5 miliardi di Iva. Befera & co., invece, aggiornando in continuo la caccia la tesoro, sempre minacciosissimi, compresi i raid sugli scontrini nelle feste comandate, per triplicate le indennità di missione, non fanno che aggirarla. Aggirare l’evasione. Perfino giustificarla, come legittima difesa. Col beneplacito distaccato dei politici, che intanto si applicano ai loro affarucci, al coperto di tanta intransigenza.
Le aziende subiscono ogni anno 97 controlli. A caccia di che? Tre aziende su cinque devono indebitarsi in banca per pagare il fisco, in questi anni di crisi. Se evadessero sarebbe un delitto? Il massimalismo non viene a capo dell’evasione, ogni studente,se non studioso, di scienza delle Finanze lo sa. Ci vuole misura,costanza, ragionevolezza. E che altro? Si aggiunga la piccola corruzione degli appalti, dei sistemi operativi e informatici – una “”modernizzazione” promossa purtroppo da un ministro politico e del mestiere, Visco – e il quadro si chiude. Sono sistemi che girano a vuoto, ma si fanno pagare, e coinvolgono preziose energie. Senza contare il ricorso continuo, per il contribuente volenteroso, al fiscalista.  

venerdì 25 aprile 2014

La Bce filiale della Bundesbank

È singolare (oppure no?) l’appiattimento di Draghi, della sua Bce, sul governo tedesco - si dice sulla Bundesbank, ma la Bundesbank di Weidmann non è altro che il portavoce del governo federale tedesco.
Per anni non c’è stata inflazione in Europa, e anzi una tendenza alla deflazione: recessione, meno consumi, prezzi non remunerativi. Draghi non se ne è accorto. Solo lui e i burocrati di Bruxelles. Ora il governo Merkel ha bisogno di una politica monetaria espansiva, e Draghi si fa il san Giorgio contro la deflazione.
Per anni, tutti gli anni della crisi, ormai sei, l’euro è stato sopravvalutato. Questo colpiva tutte le economie europee eccetto quella tedesca, che avendo liberalizzato del tutto il lavoro e le retribuzioni, poteva comunque esportare a prezzi imbattibili. Quindi l’euro a 1,37 sul dollaro andava anche bene, serviva a pagare meno gli idrocarburi e le altre materie prime di importazione. Quest’anno, per restare la prima della classe, la Germania di Angela Merkel ha bisogno di un po’ di lubrificante monetario, ed ecco Draghi  scoprire il cambio.
Forse non è singolare perché Draghi è stato nominato alla Bce dal governo Merkel. Per prima cosa, si ricorderà, adottò la “Grande Bertha”,  una cannonata decisiva - per il salvataggio delle banche tedesche: una Ltro, Long Term Refinancing Operation (finanziamento delle banche senza limiti a costo quasi zero) per 500 miliardi subito a Natale  del 2011, e un’altra due mesi dopo per altri 500 miliardi. 

Lei non sa chi sono io, la poliziotta

Si dice il “lei non sa chi sono io” uno sport nazionale, ma allora delle forze dell’ordine – cosiddette, sono le forze piuttosto del disordine. Non si mai trattati come persone normali quando si è fermati, il più spesso in macchina, per nessun motivo se non “un controllo”, con l’inevitabile “documenda”. Bisogna discolparsi, comunque provare che si è in ordine. Mentre il poliziotto può fermarvi a suo piacimento, interrogarvi a suo piacimento, contestarvi quello che vuole senza che voi possiate contraddirlo, e farà di tutto per multarvi – o, se siete una celebrità, per potersi immortalare imputandovi un “lei non sa chi sono io”.
Difficile immaginare che dei poliziotti fossero lì per caso di sera nel momento in cui Balotelli scendeva dalla macchina con la fidanzata a Brescia per entrare a casa sua. Tre, non uno. Nessun motivo è stato addotto per la richiesta a Balotelli di esibire i “documenda”. Forse perché è un nero in Ferrari? Ma allora questi poliziotti che segugi sono? E che controllo del territorio hanno, se non sanno che a Brescia Nord, in quella tal strada, abita Balotelli? . E quando Balotelli, come qualsiasi comune cittadino che li mantiene pagando le tasse, ha detto scherzando “ma non fareste meglio ad andare a lavorare”, subito la poliziotta ha portato il caso ai giornali.
C’è stato un delitto? Un’infrazione? Un’irregolarità? Non importa, il poliziotto – ora anche il carabiniere nuova generazione, formato nella accademie – che sempre più spesso è femmina, è superiore, voi siete inferiore. Ora aspettiamo di vedere la signora da Santoro, il posto degli sbirri, in mezza sera, col profilo e l’illuminazione lusinghieri - la Polizia, purtroppo, si fa un onore di questi metodi, se ne fa la pubblicità.
Non sono storie minori. Sono un modo d’essere, e canonizzano l’impopolarità delle forze dell’ordine. Che non  è a sua volta un fatto minore: pensarsi investiti da non si sa che privilegi genera analoga supponenza e comunque una ripulsa.

Secondi pensieri - 173

zeulig

Capitalismo – È un fatto – e un’idea, una dialettica – sociale totale, una forma di predeterminazione. Ogni idea applicata alla società lo è, ma questa in modo speciale: il principio di concorrenza vincola all’atomizzazione sociale sempre più spinta e irreversibile, su una piattaforma di libertà e autorealizzazione. Sulla base del Diritto, una piattaforma legale (di violenza istituzionale) di garanzia. Che nella sua espressione migliore è appunto la parcellizzazione e la riduzione al minimo (al modello) della personalità e dei bisogni, materiali ed emotivi, per la inflessibile uguaglianza delle opportunità.   
Si può anche dire rivoluzionario, poiché scompagina un assetto umano, oltre che sociale, e storicizzato.

Debito – È reciproco e simbolico nell’economia del dono. Era, poiché anche la famiglia, l’ultima sopravvivenza di quell’economia, si avvia allo scambio, nella coppia e nella procreazione.
È ora cumulativo, e mai saldabile - Elettra Stimilli, “Il debito del vivente”. È in questa forma lo sviluppo logico dell’individualismo, cioè del liberalismo nel suo sostrato radicale, che è l’uguaglianza. La cui ragione perequativa è lineare, ed esclude mozioni, affetti e ogni altro sentimento morale che non sia quello della giustizia nella forma del diritto.
L’economia del dono, di cui il debito è il perno, si fonda al contrario su una molteplicità di nessi, che arriva fino a includere l’ingratitudine, una sorta di diritto all’irriconoscenza. Il rapporto è in quell’economia di fiducia e non di misurazione quantitativa, e implica anche una dispersione del dono (degli affetti, della fiducia), nell’attesa di una ricomposizione a un altro livello, oppure di una dissoluzione. La logica del dono è alternativa a quello dello scambio:  senso del dono è che il recipiente (debitore) sia interamente libero di contraccambiare, e in che misura – è un equilibrio instabile.  

Eguaglianza – È la trasposizione del mercato nella società, e fin nella famiglia. La mano invisibile di Adam Smith. L’equilibrio dei marginalisti.
Tocqueville non se la spiegava, “la passione moderna dell’eguaglianza”. Ma è l’essenza del liberalismo. In questo senso va la proposta di legge di Viggo Hansen due anni fa, anche se a nome del partito dell’estrema sinistra svedese, il terzo maggior partito, di proibire agli “individui di sesso maschile” di urinare in piedi.
Il socialismo assunse l’eguaglianza nel momento in cui ritenne necessario assumere la modernità – il mercato. L’eguaglianza come diritto era per Engels  qualcosa che “cade necessariamente nell’assurdo”. La “rivendicazione proletaria di eguaglianza” Engels indirizzava all’abolizione della società di classi, e di ogni arbitrio, di forza o di legge, non di un astratto principio di eguaglianza – “ogni rivendicazione di eguaglianza che va al di là cade necessariamente nell’assurdo”, scriveva nell’“Anti-Dühring”. E a Bebel, il 18 marzo 1875: “Gli abitanti delle Alpi avranno sempre altre condizioni di vita degli abitanti delle pianure. Rappresentarsi la società socialista come l’impero dell’eguaglianza è una concezione francese troppo ristretta”, che risponde agli obiettivi della rivoluzione dell’Ottantanove ma “dovrebbe ora essere sopravanzata, perché non crea che confusione negli spiriti ed è stata sostituita da condizioni più precise e che rispondono meglio alle realtà”. Nella stessa lettera, Engels avrebbe voluto che si sostituisse a Stato la parola Comunità, in tedesco Gemeinwesen, “eccellente vecchio termine tedesco, che risponde al termine francese Comune”.

Ferrari È una macchina e un simbolo. Dell’inaccessibile. Si compra una Ferrari, due Ferrari, tre, oggetto inutilizzabile, per accedere all’assoluto. Non in rivalsa, come succedaneo.
I simboli sono, devono essere, ricchi e inaccessibili, forme dell’inaccessibile. Il totem di stracci, in assetto di spaventapasseri, deve allora dotarsi di potere magici.

Modernità – S’intende lo sradicamento sociale, dal genos, la città, la tradizione, la stessa famiglia, e ogni simbologia o forma non-economica, non legata cioè allo scambio, la patria compresa. Solo regolata in forma contrattuale, retta da leggi “giuste”. Progressista, cioè migliorativa, e quindi ineluttabile e incontestabile. Fu per questo la “Grande Congiura” di Guénon. E in abominio, fino a un certo punto, nella Chiesa: il relativismo etico è fondamento e esito del liberalismo culturale, che è il fondamento della modernità. Ma, per questo stesso motivo, inviso anche nel movimento socialista.
Marx, scrivendo a Engels il 25 marzo 1868 a proposito del legame del movimento socialista con la rivoluzione dell’Ottantanove e l’illuminismo, lo vedeva piuttosto in opposizione ma per una ragine precisa. Ci soni due tipi di “reazione contro la Rivoluzione francese e la filosofia illuminista”: una della destra reazionaria, e una dell’“orientamento socialista”. Questo voleva privilegiasse il radicamento e la continuità. Fin dall’“epoca più primitiva di ogni popolo”, per “trovare nel più antico il più moderno”.

Necessità - Non ha altro fondamento che la vita, in quanto gratuità. Il suicidio compreso, o l’annullamento di sé, ritenuto supremo atto di libertà.
Niente è necessario se non in rapporto a qualcosa: leggi, ordinamenti e, filosoficamente ma anche fisicamente, la vita. Seppure gratuita, di fatto e concettualmente.

Sinistra – Se è parte attiva della società e della politica (della giustizia, dei più, del bene), deve poter essere regressiva: tradizionalista e conservatrice. Di fatto è un concetto politico in senso stretto, di schieramento, legato all’Ottocento post-’89, quindi si configura come “rivoluzione”: innovazione, progresso, futuro, avanguardie (minoranze illuminate, attive, trainanti). Oggi che l’innovazione, materiale e sociale, è eversiva, e anzi distruttiva, si configura come spoliatrice e quindi regressiva, reazionaria. Tanto più se (perché?) non ne ha coscienza.

È concetto politico emerso con la Restaurazione, quindi va per i due secoli, a significare il rifiuto, filosofico, politico e psicologico, del passato, racchiuso nel sacco della conservazione e quindi da buttare. Mentre ne ha bisogno. Costitutivamente: come sapienza (per differenza, per confronto) e come mezzo di difesa.

Ma fu a lungo in Francia, dove il temine è emerso, derivato dalla geografia parlamentare nell’emiciclo, concetto socialmente equivoco: per tutto l’Ottocento denominò la borghesia. Il nascente movimento socialista se ne distingueva.

Nelle sue analisi più conseguenti s’impersona, specie in Francia, in studiosi di formazione liberale, Bruckner, Latouche, Michéa studioso di Orwell, e nelle generazione precedente Debord e Castoriadis, con radici in Mauss e “l’economia del dono”. Mentre i “nuovi filosofi” di quarant’anni fa, gli ultimi di formazione marxista, Berrnard-Henri Lévy , Finkielkraut, Grossmann, hanno deviato sull’imperialismo e perfino sul razzismo e il fascismo.

Umanismo - La “morte dell’uomo” decreta Heidegger con la “Lettera sull’umanismo”, e poi la filosofia francese, strutturalista e\o postmodernista. Nello stesso tempo che i tre quarti del globo già colonizzati, India e Cina comprese, si appropriavano dello statuto di uomini. Può essere la “morte dell’uomo” la “morte dell’Europa” – o della Germania (o di Heidegger)?

Vita – Si dice che la vita è dono ma non è un modo di dire, non ha altro senso: la vita è gratuità. In tutte le sue manifestazioni o modi di essere, dal concepimento alla gioia e alla tristezza, la memoria compresa  e la voglia di fare.

zeulig@antiit.eu

La fine del mondo è rinviata

Riproposto in ritardo di oltre vent’anni, l’intervento di Popper è già un reliquato, ma indicativo di altri millenarismi, successivi e contemporanei, tanti radicali quanto astrusi. È una stroncatura radicale, insistita, del movimento Verde in Germania venticinque anni fa, anch’esso radicale (niente aeroporti, niente alta velocità e niente biotecnologie), e in forte ascesa politica a ogni elezione.
La conferenza, del 1991, all’unione degli industriali dell’auto in Germania, sulla necessaria accettazione e anzi promozione della scienza e della tecnica, sembra alla rilettura eccessiva. Ma c’è stato un momento, non molto tempo fa, in cui l’Europa le rifiutava.   
Karl Popper, Tecnologia ed etica, Rubbettino, pp..83 € 8

giovedì 24 aprile 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (204)

Giuseppe Leuzzi

A Sant’Arcangelo di Romagna un albanese uccide l’ex fidanzata, il giorno dopo aver ucciso il nuovo fidanzato dell’ex fidanzata. Sant’Arcangelo di Romagna s’era distinto al tempo della grande migrazione interna perché murava le case disabitate, per evitare che famiglie meridionali vi si installassero. La Romagna aveva bisogno di braccia ma non voleva i meridionali. I tempi sono cambiati, o gli albanesi sono meglio, più di fiducia?

La delazione al Nord in epoca fascista Mimmo Franzinelli, “Delatori”, mette tra parentesi: “(Non fu questa un’invenzione del fascismo: nella prima metà dell’Ottocento la incentivò la polizia austriaca che, coadiuvata segretamente da un ampio apparato di cittadini, conseguì nel Lombardo-Veneto risultati notevoli: dal controllo dei complotti mazziniani alla cattura di Oberdan e di tanti altri patrioti o irredentisti traditi dai loro compagni)”.

Il catenaccio nel calcio, invenzione italiana, è deplorevole. Mourinho invece lo può praticare acclamato. Per questo anche super pagato, il più pagato al mondo. Anche all’Inter, con Mourinho non era più catenaccio, benché la squadra fosse italiana: basta il nome.
Le identità nazionali sono trappole.

Quando Mourinho era all’Inter il catenaccio era a volte criticato. Ora che lo fa “al Nord”, a Chelsea, è un delirio, di ammirazione.

Il sarcasmo è sacro al calabrese. Antonio Polimeni, strillone a Roma, cieco, si fece un paio d’anni di confino per aver strillato: “Mussolini ha vinto la battaglia del grano e il pane costa più caro” (la storia è in Franzinelli, “Delatori”, p. 80). Amnistiato dopo due anni nel 1937 per le cattive condizioni idi salute, se ne fece dare altri tre con questa lettera di ringraziamento in braille: “Grato e commosso di vostra bizzarra magnanimità, ringrazio vivamente, sentitamente, l’eccellentissimo ministro per la malvagità con cui mi ha trattato. Peraltro non ho la minima intenzione di negare l’esistenza del mio reato, se pur si possa chiamare reato avere un’idea. Anarchico, idealista, filosofo non significa essere un assassino”.   

Il cieco e povero Polimeni però si confronta onorevolmente, nella pagina a fronte di Franzinelli, con Luigi Barzini. Il famoso giornalista, rinchiuso a Regina Coeli per due giorni sulla base di una denuncia anonima, si profuse in memoriali, appelli e attestati di fede fascista, quanti ne riuscì a scrivere nelle 48 ore. Compreso dichiararsi spia del regime quando era corrispondente a Londra.

Il feudalesimo culturale
Si può vedere il Sud, si vede viaggiandovi, come un albero sfrondato sradicato. Uno di quegli ulivi secolari, per esempio, che giacciono rovesciati, enormi ceppaie ancora vive ma troncate, che si aspetta si asciughino per farne parquet, pipe e altri oggetti di legno duro. In che misura il Sud (non) è vittima della sua modernizzazione sradicata? È il discorso vieto della colonizzazione – lo sradicamento è il principio della colonizzazione – ma non per questo da rifiutare, poiché è lo stato della cosa.
In che misura il Sud non è vittima, per intendersi, dei suoi intellettuali galantuomini tutti loggia e rivoluzione, della demolizione psicologica, della modernità arrivata – nemmeno imposta - come la collana di vetri ai selvaggi. L’inoppugnabile principio rivoluzionario (modernizzante) della tabula rasa lo ha lasciato e lo lascia nudo. Mentre le altre parti del Paese hanno continuato a fare quello che sapevano fare, solo l’hanno fatto meglio, più produttivamente. Hanno evoluto senza negarsi. Hanno costruito mattone su mattone.
Ne sono prova il la negazione o rifiuto (l’odio-di-sé), l’emigrazione, fisica o spirituale, l’adozione indifesa di ogni altro modello culturale – fino alle feste di celibato, o ai matrimoni interminabili in uso negli States. E il rifiuto della storia. Per l’adozione di modelli comportamentali, progettuali, e perfino storiografici sempre esterni, e necessariamente insufficienti - ritardati, inadeguati,  inadatti.
Si prenda il feudalesimo. Non c’è storia del Sud che non ne attribuisce la debolezza al feudalesimo. Per la routine inerte di un’idea della storia pretesa scientifica (marxiana), che avrebbe fatto inorridire il metodo critico (marxiano), ma pazienza. Il problema è che al Sud non c’è altra storia: sinistra e destra, vecchi arnesi “marxiani e vecchi arnesi antimarxiani spiegano congiunti e contriti che il Sud non si muove perché è feudale. Mentre il contrario è vero. Cioè, non è che il Sud se fosse feudale si muoverebbe, ma è che il Sud ha saltato l’esperienza feudale per forme di sfruttamente para-coloniale, il fedecommesso, le guerre tribali (dinastiche), la squalifica del meridionale. E quel poco di feudalesimo che lo faceva vivere l’ha sradicato, o se l’è fatto sradicare, con l’unità.
Pasquale Villari ne ebbe sentore nelle “Lettere meridionali”, 1862, subito a ridosso dell’unità, quando denunciò l’abolizione dei privilegi ecclesiastici, che erano la sola fonte di assistenza sociale e sanitaria per le masse povere, senza alcuna soluzione alternativa.
La tradizione era già forte e sarà inestirpabile, rivoluzionaria e quindi incontestabile, laica seppure non repubblicana, di considerare ogni tradizione ancien régime, e quindi da sradicare, per un individualismo presunto liberatore. Liberare le terre e i pascoli comuni, appropriarsi la manomorta, su cui i poveri vivevano (la storia della manomorta, se si facesse, darebbe molte sorprese), eliminare le confraternite, un anello, per quanto debole, di socialità, eliminare gli usi civici e i terreni comuni. Non è senza ragione che il nuovo, diffuso, e più robusto industrialismo in Italia si abbia nelle regioni in cui meglio, o con più continuità, la comunità rurale si è protetta, l’Emilia-Romagna e le Venezie..
L’economia politica dell’illuminismo (Marx non c’entra), che ancora fa legge nella storiografia, la quale al meglio è solo politica, accomuna agli antichi privilegi signorili il bisogno delle masse di conservare il poco di cui disponevano, condannandolo come un bisogno “irrazionale”, a carattere “reazionario”, un forma di protezione di “vantaggi acquisiti”, fossero pure mezzi di sussistenza – oggi lo condannerebbe come populismo
Il feudalesimo è stato nell’illuminismo e la rivoluzione francese, ed è nell’opinione, l’innesco  “per la proprietà assoluta” (Marc Bloch), che il Medio Evo invece aveva ignorato, e l’acien régime, per quanto assolutista, ancora ignorava. Mentre non condannava e non condanna l’assenteismo del fedecommesso, e anzi lo moltiplica nella libera negoziazione dei titoli di proprietà.

Marx non c’entra. Nei “diritti dell’uomo” Marx riconosceva “nient’altro che i diritti del membro della società borghese, cioè dell’uomo egoista, dell’uomo separato dall’uomo e dalla comunità”-       

Conservatore e ancora reazionario il sanfedismo lo era. O il massismo, che invece non si studia – il sanfedismo spogliato dei preti. Ma per una ragione: il popolo non si rivoltava a una rivoluzione per ignoranza o cecità, si rivoltava in difesa dei mezzi di sussistenza: i liberatori toglievano e non davano. È il meccanismo del moderno imperialismo.

Mafie
Festival delle Religioni a Firenze, tre giorni in sedi prestigiose, il Battistero, la moschea, la sinagoga, l’auditorium Stensen dei gesuiti, la Loggia dei Lanzi in Piazza della Signoria. Con lectio magistralis di Paolo Mieli, dibattiti curati da Cesara Buonamici, Fiamma Nierenstein, Alberto Castelvecchi, Maurizio Crippa, e concerto di Alessandro Preziosi, Stefano di Battista, Andrea Rea, nessuno dei quali (forse Rea, o di Battista?) è credente. A Sant’Onofrio di Vibo Valentia, invece, il vescovo proibisce la cerimonia pasquale dell’Affruntata, per infiltrazioni mafiose tra i portatori delle statuine. Sfidando lo sdegno dei fedeli.
Il vescovo obbedisce alla Prefettura, che a Vibo Valentia commissaria un po’ tutti i Comuni, per promuovere commissari i suoi impiegati, senza mai denunciare nessuno. Per l’Affruntata la prefettura aveva previsto come portatori gli addetti alla Protezione Civile, per beneficarli con lo straordinario festivo, oltre la gita a Sant’Onofrio. Le statue sono minute e di gesso, non una gram fatica per gli impiegati della Protezione Civile.

Di Matteo, il Procuratore della Repubblica dello stato-mafia, e Ingroia ingiuriano il professor Fiandaca, il loro mentore all’università, che si candida per il Pd alle Europee. Di Matteo sberleffa anche Teresa Principato, capo della Procura antimafia. La quale critica con asprezza il procuratore Capo Messineo. Tutto questo a Palermo, scrive Andrea Marcenaro su “Panorama” – di passata, come un  fatto ordinario.
Il Procuratore aggiunto dell’Antimania, Leonardo Agueci, sempre a Palermo, scrive ancora Marcenaro, poche righe, ha parole di fuoco contro Ingroia. Ed è rimbrottato a sua volta da Scarpinato, ora capo della Procura Generale e suo maestro e mentore. Ma nella Procura antimafia non si trova a suo agio nemmeno la sostituta Lia Sava, al punto che deve parlarne male in pubblico e in termini irriferibili.

leuzzi@antiit.eu

Sono Bondi, l’arcinemico

Ma Bondi ci è o ci fa? Soprattutto il qui lo dico qui lo nego lo consegna alla mannaia dolce del ridicolo.
Eppure quest’uomo ha vinto un’elezione, contro Veltroni. Mobilitando il rank-and-file che invece Veltroni, attaccato al centralismo democratico benché si professi acomunista, ha alienato, nell’astensione e la protesta.
C’è una lezione da trarre. Che non può essere l’irrilevanza del voto: il popolo s’ingegna al massimo, nei suoi limiti. C’è, c’è stato, un fatto storico: il pendolo ha oscillato a lungo a destra per una sinistra impossibile. Ma c’entra anche un fatto di comunicazione: Troppo piena di sé quella di sinistra, coi suoi tg e talk-show a circuito sigillato, tutte predetto e prestampato. Dubitativa e sperimentale quella di destra, poco o  nulla imperativa.
Una immagine, bizzarramente, a specchio di quella di  Berlusconi. I cui pronunciamenti, imposti ai suoi tg, sono controproducenti: ingessati, noiosi, ristretti, come il personaggio in fondo dev’essere. Mentre sparigliano fuori casa, dal nemico più o meno dichiarato: il contratto da Vespa, l’invasione del aalotto di Santoro e Travaglio.

Le lezioni sono dunque due: 1) a volte vince il più debole, il meno invasivo o supponente; 2) i media contano, ma bisogna sapere che messaggio si dà, almeno quello. 

Il mondo monco e il campione del mondo

Il mondo monco tra gli umori
Dei prati, dei preti o dei proti,
Oppure è tra gli amori
È fato parco fatto porco
Tra le bombe e le trombe
Di saperi e sapori

Nelle tombe tonde

Campione del mondo
Imbattibile in F 1
E nelle esportazioni
Perché la Germania
Sacrifica tanto alla gloria
Se le riesce tutto così facile
E poi se la prende con noi?

mercoledì 23 aprile 2014

Letture - 169

letterautore

Italo Calvino – “Volevo essere il Chesterston comunita”, assicura ancora nel 1959 (questionario “Nuovi Argomenti” sul romanzo). Ma aveva avuto presto un rifiuto della politica tanto radicale quanto trascurato dagli studi. Specie per uno che era stato giovane fervente militante del Pci, ai congressi della gioventù a Praga, in viaggio per l’Urss, in molteplici attività giornalistiche e editoriali per “l’Unità”, “Rinascta”, “Il Contemporaneo”.  Nel 1967 si allontana, stabilendosi a Parigi per quindici ani. Nel 1968 rifiuta i premio Viareggio, dichiarando i premi “istituzioni ormai svuotate di significato” e subito dopo si fa premiare a Asti Asti, Nizza, Mondello, Pozzale. Pubblica con Zanicheli, Franco Maria Ricci, Il Club degli Editori, la Rai, più che con Einaudi. Di cui curerà soprattutto Centopagine, una sua idea di narrazioni brevi, e a numero chiuso, per il gusto che ha sempre mantenuto di fare l’editore. Una collana che il lettore informalmente sottoscrive, seppure libero di acquistare oppure no in libreria, sull’esempio della collezione “Romantica” anni 1930, di Borgese per Mondadori. A Parigi segue Barthes, Greimas, Queneau e l’Oulipo. Passando dal “Corriere della sera” a “Repubblica” nel 1979 abbandonerà anche i temi sociali per scrivere unicamente di libri, arte, e cultura varia. Il primo intervento su “la Repbubblica” è una sorta di abiura. “Sono stato stalinista anch’io?”

Creazione - Prima di tutto è imitazione – riflessione, studio. Così la vuole Calvino nell’appassionante dialogo con Pericoli per la mostra di quest’ultimo, “Rubare a Klee” (ora in “Mondo scritto e mondo non scritto”). Magari inventata (irriflessiva). Oppure spontanea, per imprinting, ma sempre nell’alveo: “La necessità d’inventare una storia è una cosa relativamente moderna”.

Dante – È scienziato. Perché no, dice Calvino. chiudendo ai primi del 1968 una polemica su Galileo “migliore scrittore italiano”, con Cassola che lamentava l’esproprio dell’orto umanistico da te parte della cultura scientifica, e esordiva dicendo “credevo che lo scrittore migliore fosse Dante”. Calvino ricorda che l’opera di Dante è anche una cosmologia, un’immagine e una teoria dell'universo: “Questa è una vocazione profonda della letteratura italiana che passa da Dante a Galileo: l’opera letteraria come mappa del mondo e dello scibile, lo scrivere mosso da una spinta conoscitiva che è ora teologica ora speculativa ora stregonesca ora enciclopedica ora di filosofia naturale ora di osservazione trasfigurante e visionaria”. Milton Galileo chiamava “Artista Toscano”.

Galileo – A Anna Maria Ortese, che gli scrisse lamentando i “lanci spaziali” e l’invadenza tecnico-scientifica, Calvino rispose nella sua rubrica sul Corriere della sera” il 24 dicembre 1967:  “Il più grande scrittore della letteratura italiana di ogni secolo, Galileo, appena si mette a parlare della luna innalza la sua prosa ad un grado di precisione e di evidenza ed insieme di rarefazione lirica prodigiose. E la lingua di Galileo fu uno dei modelli della lingua di Leopardi, gran poeta lunare...” La cosa non piacque a Cassola che una settimana dopo, il 31 dicembre, lamentò in un articolo polemico sullo steso giornale l’invadenza della cultura scientifica e la resa dei tedofori della cultura umanista. Calvino non eragì, ma su “L'Approdo letterario” di febbraio precisò: “In primo luogo:
intendevo dire scrittore di prosa; e allora lì la questione si pone tra Machiavelli e Galileo, e anch'io sono nell'imbarazzo perché amo molto pure Machiavelli. Quel che posso dire è che nella direzione in cui lavoro adesso, trovo maggior nutrimento in Galileo, come precisione di linguaggio, come immaginazione scientifico-poetica, come costruzione di congetture”. Oggi si direbbe Galileo ottimo romanziere – per i suoi tempi certo (ma allora, per i suoi tempi, straordinario). Del resto, anche se non vuole polemizzare con Cassola, Calvino lo sa: “Galileo usa il linguaggio non come uno strumento neutro, ma con una coscienza letteraria, con una continua partecipazione  espressiva, immaginativa, addirittura lirica”.

Kindle - “Sappiamo che la forma dei libri ha cambiato tate volte nella storia e che certo continuerà a cambiare”, Calvino se lo diceva nel 1984, il libo digitale era ancora da venire. La forma-libro, non l’oggetto, quello rimane. Dopo duemila anni di copie a mano, è venuto il libro a stampa, di carta, tagliato, rilegato, piccolo Ora sarà elettronico, il lettore ottico gli ha dato duttilità. Anche nell’economia: abbatte i costi, di fabbricazione e distribuzione forse in misura maggiore che il libro a stampa non fece sulla copia amanuense. Implica anche un rapporto sempre meno mediato tra l’autore e il lettore, e un ruolo circoscritto per l’editore. Il “bel lbro”, per carta, caratteri, grafica, rilegatura, durata, è peraltro scomparso da tempo, questione di costi.
Già trent’anni fa l’evoluzione era avviata: “Certo cambieranno molte cose”, scriveva Calvino, “se è vero che coi word processors i nostri libri saranno composti direttamente dalle nostre mani senza passare per a tipografia. Così come cambieranno le biblioteche”. Uno sviluppo era peraltro prevedibile, di cui però non ci sono ancora avvisaglie; sul modo di leggere. “Cambierà il nostro modo di leggere?” si chiedeva Calvino: “Forse, ma non sappiamo ancora come”. Come “rivoluzione importante del modo di leggere avvenuta nel passato” Calvino ricordava quella registrata da sant’Agostino quando si recò a trovare sant’Ambrogio a Milano, e lo trovò che leggeva muto, non ad alta voce come tutti.

Viaggio – I viaggiatori che hanno creato il genere, tedeschi, inglesi, francesi, qualche russo anche, raccontano il meraviglioso. La differenza, ma con connotato sempre positivo, sia essa pure povera, sporca, violenta o altrimenti immorale. Cercano e comunicano la novità come un esercizio di apertura mentale. In un certo, senso, anche se in razioni minime, per un senso positivo dell’avventura. I viaggiatori italiani vanno invece alla ricerca del vissuto, del noto e reputato, seppure con un pregiudizio sempre positivo: all’estero lo fanno meglio. Vanno in cerca di conferme, il più delle volte e del tempo lamentando peraltro la scomodità – era meglio godersi le stesse pratiche a casa. Poca letteratura di viaggio si ricorda, Machiavelli, Algarotti, le corrispondenze di Corrado Alvaro.

È una letteratura misoneista, di un mondo misoneista? L’italiano non si può dire misoneista, ed è anzi il più aperto alle novità fra quanti popoli europei si conoscono, ne è come goloso, perfino modaiolo, fino alla frivolezza. Sono misoneisti i suoi scrittori, sebbene esterofili. Gli scrittori italiani di viaggi sono chiusi e insieme esterofili: una sindrome denunciano di disadattamento, per la quale cercano conferme e conforto all’estero.    
letterautore@antiit.eu

Rifarsi una vita in un mondo senza donne

Due storie smazzate in una. Dei migranti in cerca di una nuova vita, quelli sopravvissuti al naufragio, nella quale parlano una lingua estranea, fanno gli scaricatori di porto, di grano che i topi si mangiano, si nutrono a pane e acqua, ospitati dall’assistenza pubblica in stanze senza finestre, e in scuole di correzione. E della vita da separati, o della revulsione femminile, con l’esclusione vendicativa dell’amore paterno. La prima è l’ennesima storia d’infanzia tradita, la seconda è più appetibile.
Sotto le spoglie di un Candido nelle meraviglie dell’immigrazione clandestina, in una Novilla che potrebbe essere Melilla ma è un non luogo, dove il migrante si deve spossessare della sua identità per costruirsi, come si dice, una nuova vita, il “padre” perde il contatto col figlio, mentre sbatte in una femminilità che si nega. Annoiata, frigida, supponente, e perfino, al bordello, burocratizzata – “faccia domanda, c’è la lista d’attesa, sarà chiamato”. Senza accorgersene, da credente nella sostanza del femminile, amorosa, materna, amichevole. Senza scandalo, nella normalità e anzi nella buona volontà. Ma come se fosse sbucato dall’oceano in un continente refrattario all’umano.
È un inizio? Il filone potrebbe essere incontenibile, l’inizio di una rivoluzione. Coetzee è premio Nobel già da dieci anni, e dunque non sospettabile di scorrettezza politica. Ma a una rivolta, seppure quieta, accennata – originata, chissà, dalle ferocie delle separazione, specie quando ci sono figli. Tanto più necessaria ora che il dna scopre così tanti padri di figli non propri.
J.-M.Coetzee, L’infanzia di Gesù, Einaudi, pp. 256 € 20

martedì 22 aprile 2014

Problemi di base - 179

zeulig

Cause perse, cause politiche, stipendi d’oro, carriere a cieli aperti, e poche ora di lavoro a settimana, nelle pause caffè: perché i giudici non si denunciano?

Dobbiamo onorare di più i giudici, o i loro attendenti, i valorosi cronisti?
  
Qual è la morale della questione morale?

La schiena è debole: è il segno del millennio?

La schiena è debole a causa del lavoro sedentario: il lavoro si vuole faticoso?

Tornando a noi: perché è più conveniente fare le automobili negli Usa invece che in Italia?

O in Germania – costa la Germania meno dell’Italia?


E chi c’era prima, Berlusconi oppure il giovane Casini?

zeulig@antiit.eu

Mosca è bella come la Garbatella

Un idillio, “un’esperienza meravigliosa e fondamentale”. Mosca, poi, è ““una immensa Garbatella: un misto dunque di liberty e di Novecento, con pareti colossali e graticci di finestre. Spesso tuttavia con file di casette basse, ad un piano o due piani”. Ci sono grattacieli, “quegli «orrendi» edifici, condannati da Krusciov. Ma non sono insopportabili. Ispirano anzi della simpatia. Sono cose commoventi, come tutti gli sforzi degli umili per apparire grandi. Mosca è una città di contadini”.
Inviato per “Vie Nuove” al Festival della Gioventù a Mosca nel 1957, e poi ospite del Congresso degli scrittori, Pasolini non vede che anime buone. Passa in Russia in tutto tre settimane, dal 27 luglio al 16 agosto, tra Mosca e Odessa, con una delegazione di cui facevano parte il filosofo senatore Banfi, Sandro Curzi, Mario La Cava, e subito si disveste dei “vizi acquisiti in secoli di storia”, dei russi “pigri, complicati ed eccessivi come al tempo di Dostoevskij”, per testimoniare una società “veramente diversa”. Semplice, diretta, umile. Un’altra storia, senza più classi sociali, non sottomessa, come si dice, a una “classe dirigente”. I russi sono i contadini padani della domenica, naturali tra di loro come “i ragazzini nelle piazzette dei paesi”. L’aria è pulita, il cibo sano, i rumori naturali,  rapporti sinceri e solidali.
Sono temi che riprenderà in una sezione di “La religione del mio tempo”, la Russia contadina e antica, proponendosi di tratteggiarla “come un affresco degno delle feste del Maggio medievali, nello spirito del Decameron e dei Racconti di Canterbury””. Ma le corrispondenze sono ucompitino da letteratura del “disgelo”. La rivoluzione è ottima dopo la denuncia dei crimini di Stalin.
Pier Paolo Pasolini, Appunti di viaggio in Urss

lunedì 21 aprile 2014

Il disastro Libia

È di 2-0 la partita ingaggiata dall’“Europa”, l’Europa cioè che conta, contro l’Italia: non c’è solo la recessione, c’è anche la batosta in Libia. Negli interessi economici, con un paese che, tenuto a briglia stretta, in qualche modo funzionava ed era perfino ricco, mentre da allora è preda di bande e banditi. E nella protezione delle frontiere. Non si contano più gli immigrati che arrivano dalla Libia sulle coste siciliane e calabresi, quando non sono morti ignoti in mare. Un disastro, promosso da Sarkozy e Cameron, con l’augusto patronaggio dell’aquila Obama. Che l’Italia di Napolitano e Frattini si è pure dovuta piegare a combattere in prima linea, per non perdere il posto.
Due disastri, fino ad ora. Quando si farà la storia della presidenza Napolitano non s’incontreranno che disastri: la buona volontà non risolve, ci vuole ingegno.
Per capire la portata dell’handicap che l’Italia si è costruito in Libia basti il raffronto con la frontiera africana della Spagna. Nel 2012 sono arrivati a Ceuta e Melilla via Marocco, percorso semplice, 6.500 africani, a Malta e Pantelleria via Libia, traversata rischiossima, 15 mila. Che nel 2013 furono ben 50 mila e quest’anno vanno per i centomila – più le centinaia di morti annegati, o migliaia.

Calvino celebra cinico a Mosca il culto dei capi

Il “Diario” raccoglie le 22 corrispondenze per “l’Unità” (più una per “Rinascita”), che ora si leggono sul Meridiano Saggi, di Calvino in viaggio per quasi due mesi in Russia, ospite del governo sovietico, nell’inverno del 1952, ultimo di una serie di invitati italiani, giornalisti, scrittori (Bigiaretti, Renata Viganò), uomini di partito. Una serie di meraviglie.
È Calvino che inaugura la celebrazione dell’ospitalità sontuosa e dei banchetti di cui resterà vittima tre anni più tardi Carlo Levi. Ma Calvino è più sgamato di Levi: trova motivo di apprezzamento nel collettivismo, al teatro, allo stadio, al concerto, alla balera, nell’uguaglianza, senza eccezioni naturalmente, nei “piccolo naturalisti”, i pionieri che fanno gli esperimenti di Lyssenko, e nel culto dei capi. Sì, il popolo russo si commuove per Lenin, e anche per Stalin. Calvino, a differenza di altri pellegrini illustri, non fa magniloquenza, predilige storie e particolari minimi, “spontanei” come dice – ma allora nell’alveo del russismo di maniera, con riferimenti costanti a Tolstòj e Dostoevskij quali si sono erroneamente fantasticati, dalla passioni semplici seppure forti.
Sono, come prose giornalistiche da inviato speciale, quanto di più sensibile e ricco, fantasioso, immaginativo, si possa leggere, delle corrispondenze grate al lettore, precise, curiose, sempre interessanti. Ma si sanno false. Ora e forse allora, forse sono state scritte false – che sarebbe terribile, ma non è escluso. I pellegrini politici a Mosca vi esercitavano la “vergogna di essere borghesi”, che Vittorini attizzava – mettendola probabilmente in berlina – sul “Politecnico”. Nella coeva corrispondenza privata Calvino, più che sgamato, appare già blasé, come probabilmente era di natura, disinvolto e sornione. Il “Diario di viaggio” potrebbe essere un tantino cinico, insomma, tanto più per essere ben orchestrato.
Nel primo articolo per “Repubblica”, 16-17dicembre 1979, titolato “Sono stato stalinista anch’io?”, se lo dirà da sé: “Questo modo non monumentale di presentare l’URSS mi pareva il meno conformista. Invece la mia vera colpa di stalinismo è stata proprio questo: per difendermi da una realtà che non conoscevo, ma in qualche modo presentivo e a cui non volevo dare un nome, collaboravo col mio linguaggio non ufficiale che all’ipocrisia ufficiale presentava come sereno e sorridente ciò che era dramma e tensione e strazio.”  Commenterà Paolo Amadio, studioso di Calvino dromomane: “Egli era in effetti un buon propagandista, che sapeva sottolineare i lati obbiettivamente positivi della situazione”.
Il ravvedimento sul “Diario di viaggio” era stato immediato, sei anni dopo i fatti, pochi mesi dopo l’Ungheria, su “Cinema nuovo”, a proposito del film “La caduta di Berlino” che a Mosca l’aveva commosso: ci aveva visto “un esempio di stile popolare ricco d’ invenzione poetica, in opposizione al grigiore del realismo socialista”, ci vede “un film profondamente reazionario, e reazionario credo il suo linguaggio, in quanto ispirato a un modo intellettualistico, paternalistico e folkloristico di considerare il «gusto popolare». È stato proprio questo tipo di stilizzazione, forse, il vero corrispondente linguistico dello «stalinismo»”.
Ma sempre con ambivalenza. c’è ambivalenza. Qualche mese dopo lo “stalinismo” della lingua di legno, recensendo “Il dottor Živago”, in “Pasternak e la rivoluzione”,  lo  definirà “un romanzo sovietico”. Sempre con l’illusione della verginità: “Quei ragazzi del principio del secolo, Jura, Gordon e Tonja, che fondano un triumvirato «basato sull’ apologia della purezza», non hanno forse lo stesso viso fresco e remoto dei Kosmomolnij tante volte incontrati nei nostri viaggi di delegazione? Ci chiedevamo allora, vedendo l’ enorme riserva d’energie del popolo sovietico sottratta al vertiginoso affanno (girare a vuoto di mode ma anche smania di scoperta, di prova, di verità) che ha conosciuto negli ultimi quarant’anni la coscienza nell’occidente (nella cultura, nelle arti, nella morale, nel costume), ci chiedevamo quali frutti avrebbe dato quell’assidua ed esclusiva meditazione dei propri classici, nel confronto con una lezione dei fatti quanto mai aspra e solenne e storicamente nuova”. È il viaggio di un Candido?
“Olocausto del pensiero” dirà questi viaggi e le loro corrispondenze Nello Ajello sornione già quarant’anni fa. Ma Calvino ci credeva. A Michele Rago (la lettera è ora in “I libri degli altri”) di ritorno da Mosca scrisse: “Ti dirò anche dell’Urss che è un’esperienza che m’ha fatto molto bene, perché ti trovi davanti a un senso di «spontaneità», di «naturalità» nuova, distantissima da questa nostra continua necessità di tensioni volontaristiche a caldo e a freddo”. Calvino era a suo modo ben volontaristico, l’ingenuità non è innocente.

Italo Calvino, Diario di viaggio in Urss 

Ombre - 217

Renzi vuole ridurre le vacanze ai giudici, che si fanno ogni anno dai 45 ai 60 giorni lavorativi, da due a tre mesi. E tagliargli gli stipendi. Che possono arrivare fino a 600 mila euro – più i fringe benefits: auto con scorta, e ufficio di segreteria. Un avviso di reato per Renzi no? A sua garanzia, naturalmente.

Prendono 600 mila euro e rotti molti giudici costituzionali, che si nominano presidenti della Corte a turno, per pochi mesi prima di andare in pensione. La Corte Costituzionale fu quella che a dicembre dichiarò costituzionale il blocco delle retribuzioni dei dipendenti pubblici, eccetto quella dei giudici. 

Non c’è solo la Corte Costituzionale, c’è pure il Csm. Che si certifica una pacchia: un dozzina di giornate di lavoro al mese (generalmente sedute con caffè per discussioni generiche), per 2.700 euro di giornata di “lavoro”. Senza vergogna.

Tutte le informazioni false su Dell’Utri “latitante” sono state date ai giornalisti dalla Procura generale di Palermo.

All’asta per le frequenze tv nessuno concorre - giusto Cairo Communication per alcune sue tv locali. L’assegnazione secondo il beauty contest aveva molti pretendenti e avrebbe dato al Tesoro un sostanziosa entrata, ma Passera la bloccò. Per farsi una carriera politica contro Berlusconi

Il tg Rai-Toscana riesce a commemorare Teresa Mattei senza dire una parola del suo ruolo nell’assassinio di Gentile, di cui invece sono piene le cronache per i settant’anni della morte. Di allieva prediletta che ne indicò gli spostamenti all’assassino, il suo fidanzato dell’epoca.

Franco Camarlinghi ricorda che quando Mughini andò a Firenze, a riaprire il caso Gentile, l’assassinio di Gentile, e si consultò con lui, lui disse che il delitto “non aveva né babbo né mamma”.  Ora ricorda, ma come un fatto ordinario: “Mi trovai assediato dalle proteste di parti importanti del partito”, il Pci, “non pubbliche, ma riservate e pressanti”. Non era un mondo fa, era il 1981.

Bonaiuti dopo Sacconi – Cicchitto pazienza, è sempre stato impaziente, s’era messo pure nella P 2. Che tanti socialisti ambiscano a finire alfaniani, fa senso. Alfaniani?

Roberto E. Bagnoli simula su “Corriere Economia” il rendimento delle pensioni contributive: “Cento euro al mese in un fondo pensione ne danno 418 al ventenne che versa fino a 67 anni. La stessa cifra rivalutata col contributivo ne vale 155”. Agghiacciante.

Il rendimento del contributivo si aggancia non all’investimento del contributo ma alla dinamica dell’economia nazionale nel quiquennio-decennio precedente. La recessione non solo condanna il giovane oggi, lo condanna per sempre.

“La Bicamerale fu fatta saltare nel 1998 sulla divisione della carriera dei giudici”, afferma D’Alema, che era presidente del consiglio e l’aveva voluta. Ma prima non ce lo ha detto. Aveva paura? Sì.

Bini Smaghi, che fu membro del direttivo Bce, nominato da Tremonti, quando l’Italia fu jugulata, dice che non è vero che all’Italia sia stato imposto il taglio del debito ogni anno, a partire dal prossimo, di 50 miliardi: “Il fiscal compact richiede una riduzione del debito di circa lo 3,5% l’anno, rispetto al pil”, precisa alla “Nazione”. Cioè di 50 miliardi esatti.

Bini Smaghi, finanziere disoccupato ma con l’appannaggio di presidente della Snam, sempre per grazia di Tremonti, scrive e parla molto per liberarsi di questo legame, che non paga più. Il boiardo di Stato sempre si vuole “amico” – del potente. Ora Bini Smaghi scopre di essere fiorentino.

domenica 20 aprile 2014

A che gioco giocano gli Usa

Impegnare la Nato in una guerra civile sembra cervellotico. A fianco per di più di un esercito che la Nato non controlla - nel Friuli ancora hanno vivi i ricordi non benevoli degli ucraini in guerra. Contro la metà russa della popolazione, quella confinante con la Russia.
Tutta la politica estera americana dopo la caduta del Muro appare cervellotica. A meno che non mascheri una strategia di contenimento dell’Europa, una delle tante sfide alla temutissima “fortezza Europa” - che si temeva diventasse la prima, o la seconda , economia mondiale. In Siria, dopo varie accelerazioni della locale guerra civile, ora gli Usa scopertamente trescano con l’Arabia Saudita per abbattere il regime. E perché l’Arabia saudita deve abbattere il regime siriano? È più democratica della Siria? O i qaedisti che rapiscono i giornalisti a frotte, banditi di strada.
Washington arma, psicologicamente e militarmente, i vicini della Russia, per che fare? Fino al passo falso di armare, nell’opinione e nei rifornimenti, i ceceni, per ritrovarseli terroristi in casa, con le bombe alla maratona di Boston. Anche il Gie algerino, che fece scempio dell’Algeria una ventina d’anni fa, aveva sede negli Usa, a Chicago.

Montanelli fu in Africa, ma non ne accorse

Un documento di storia coloniale che smentisce l’assunto di una vita di Montanelli, che il colonialismo fa bene. Il colonialismo italiano, naturalmente, che sarebbe stato generoso, leale, rispettoso eccetera.  Una congerie invereconda probabilmente anche come operazione editoriale, per sfruttare il nome: il lettore più fascista non potrà non ritrarsi inorridito a tanta nullità.
Il “Montanelli segreto” della pubblicità è una modesta prosa coloniale, di brani sconnessi. Di un letterato  ventisettenne che cerca in Africa - volontario per un anno e mezzo nella guerra all’Etiopia, tenente di complemento al comando di una compagnia - la sua “coscienza d’uomo”. E la trova nel ribrezzo per il materiale umano che comanda, gli ascari. Di cui non sa nemmeno che sono eritrei che volentieri si battono pagati contro i nemici di sempre tigrini e scioani. Già cinico, dietro la compassione per la morte del vecchio sciumbasci, il suo capo ascaro, o la malattia del suo goitana, il comandante del battaglione: “Questa abitudine al padreternismo è il vero maldafrica”. Ma goitana lui stesso, dio in terra per i suoi mercenari. E per la “moglie” morganatica - la quale, va detto, al lettore non si dice, aveva dodici anni. Il “Montanelli segreto” della stessa pubblicità non si nasconde, non ancora - non ha bisogno di dissimulare.
Una raccolta sconnessa di testi vari, compreso l’inno alle “Camicie nere” in Africa. Con le contemporanee lettere ai familiari, di nessun interesse. E le foto-album del vecchio coloniale – la fotografia ha colpe sicure, con l’antropologia, nella squalifica del negro: gli stessi soggetti, meglio illuminati, farebbero oggi la gloria dell’Africa, ridicolizzando il gruesco goitana Montanelli a fronte della sua schiava eritrea.
Una introduzione confidata a Del Boca, peraltro, “ammazza” il libro prima ancora della lettura. La memoria grata del giovin signore in colonia ha occupato Montanelli, testimonia Del Boca, fin negli ultimi anni, dopo la sua ultima riconversione a sinistra. Montanelli non ebbe dunque altra storia migliore, ma non l’ha capita.
Indro Montanelli, XX Battaglione Eritreo, Rizzoli, pp 232 € 20