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sabato 3 ottobre 2015

Ombre - 286

Si apre il sinodo dei vescovi sulla famiglia, voluto dal papa per aggiornare la chiesa alle “nuove realtà”, e monsignor Charamsa, bello e telegenico,  si prende la scena proclamando la santità gay, con mega intervista al “Corriere della sera” e allocuzioni alla prima assemblea internazionale dei cattolici gay. Che si tiene a Roma. I gesuiti, che vogliono abbracciare tutto, a volte sono abbracciati. 

Il precedente sinodo, sempre sulla famgilia, era stato aperto a Roma unno fa mentre il Campidoglio celebrava con un festa le prime nozze gay - la trascrizione. Quella volta a opera del sindaco Marino, che però anche lui si vuole buon cattolico, praticante.

“Se una persona è gay e cerca il Signore, chi sono io per giudicarla”, aveva appena detto il papa gesuita. E monsignor Charamsa, che non è gesuita ma è teologo dell’ex Sant’Uffizio, guardiano della fede, lo ha preso in parola. 

Weidmann lo fa anche contro la tradizione, che vuole i banchieri centrali riservati. Senza mai una critica della Banca d’Italia alla Germania, nemmeno in risposta a Weidmann.  Questo è un buon  segno, di una sorta di perfezione tedesca? Oppure un segno di pavidità?

Putin non vuole entrare, parlando con Alan Friedman nel libro in uscita “Mhy Way”, nei guai giudiziari di Berlusconi. Però, “vorrei sottolineare una cosa”, dice: “ Se la memoria non mi inganna, Berlusconi ha cominciato a fare politica nel 1994…. Prima di allora aveva fatto l’imprenditore per più di trent’anni e non aveva mai avuto alcun problema di ordine giudiziario. Appena ha cominciato a fare politica, nel giro di tre anni è stato oggetto di una trentina di procedimenti penali” – e di 5-600 ispezioni della Guardia di Finanza. Questo Putin sa proprio tutto?

Tg a ruota libera, tre e quattro pagine dei giornali, con titoloni in prima, per un gesto volgare del senatore Barani in aula nei confronti di una senatrice di Grillo. Siamo già tutti sul carro di Grillo? Autore di sceneggiate ben più degradanti di quella di Barani, anche dentro il Parlamento. 

Sul primo numero dell’“Espresso”, 2 ottobre 1955, Domenico Peretti-Griva lamentava che 30 mila avvocati erano troppi. Oggi sono 223 mila.

Nel primo numero dell’ “Espresso” si parla anche del professionismo nel calcio. Manlio Cancogni propende per il no: “Professionismo nel mondo calcistico. Tutti ne parlano nessuno lo vuole”. I calciatori però sì. E i procuratori no? E i dirigenti del calcio? Compresi i presidenti?

Renzi va avanti con la riforma della costituzione a colpi di maggioranza semplice. Che i suoi avversari interni al Pd gli rimproverano ricordando che questa fu la pratica di Berlusconi quindici anni fa. Mentre fu fatta dall’Ulivo, progenitore del Pd.

Buzzi ha dato ad Alemanno 125 mila euro, forse, in quattro anni, indirettamente (fondazioni, associazioni) ), e quindi Alemanno è suo “complice”, “corrotto”. Lo steso Buzzi ha dato a Marino 50 mila euro, con certezza, direttamente, in apposito incontro, e  niente.  La giustizia dei siciliani a Roma, Ielo, Prestipino, Pignatone, e il palermitano d’acquisto Tescaroli,  sa il fatto suo. Mafia a Roma?

Cinque anni di processo a Sgarbi, tra assoluzioni e condanne, fino alla Cassazione e ritorno, perché ha criticato le panchine in piazza Santa Croce a Firenze, con condanna finale: deve pagare 600 euro all’architetto progettista.
Il giudice preliminare aveva mandato tutti a casa, ma la Procura di Firenze si è sovrapposta al querelante e ha ottenuto la serie dei processi ora conclusi. Poi dice che i giudici non lavorano.

Il petrolio è sceso da 100 a 40 dollari a barile, la luce e il gas aumentano del 3-4 per cento. Paghiamo per questo una costosa Autorità dell’Energia, che dovrebbe monitorare i comportamenti monopolistici dei gruppi di settore.

Renzi e il Ponte sullo Stretto: “Voglio vedere se si può fare”. Cioè spendere altri 200 milioni, in aggiunta ai 200 già spesi, per ingegneri, architetti, periti e consulenti vari. Nessun provvedimento è passato così liscio al governo.

Si moltiplicano i ministri tedeschi che hanno copiato la tesi di laurea.  Fanno come la Volkswagern, tanto la Germania è al di sopra di ogni sospetto. E poi, come non invidiare la voglia di cultura, di una laurea?

“Mahagonny o Roma desolata”: il teatro dell’Opera chiude la stagione martedì con Brecht “in controluce alla difficile situazione che sta attraversando Roma”, scrive il “Corriere della sera”. Che è difficile invece per Marino, la città sta benissimo. Ma c’è sempre bisogno di un falso scopo.

Tra lei e lei è sempre noia

Il repertorio della “vita di coppia”, la cucina, la televisione, il gatto, la camera da letto da cambiare, il mal di schiena. Compreso il “tradimento”. Tutto al femminile - quindi trasgressivo? - ma ugualmente noioso. La sceneggiatura fredda, da docufilm o film-tv, non aiuta.
Tutta colpa delleffetto tv, del vedettariato necessariamente tv? La regia è generosa, ma i visi televisivi (Ferilli, Timi, mentrev Buy “fa la Buy”) la appiattiscono nella recitazione e le immagini appiattite delle fiction - unici sprazzi di vivacità i brevi ciak di due attori non televisivi, Fantastichini e Gallo, ex marito e figlio.
Maria Sole Tognazzi, Io e lei

venerdì 2 ottobre 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (260)

Giuseppe Leuzzi

La stazione di servizio appare all’alba affollata di africani. Almeno cento, forse duecento. Alcuni procacciatori di manodopera li selezionano per la giornata. Fanno la raccolta dell’uva, a 40 euro per dieci ore. Di cui una quota, assicura il barista, va al caporale – lui dice dieci: il giovane barista non è sorpreso dell’accolta. Come a Rosarno, ma non è Rosarno, è sull’Aurelia a Grosseto.

A giornata senza orario è invece come a Casal di Principe per i pomodori. E il caporale c’è come usa in Puglia. Ma senza scandalo in Toscana, che è civilissima per definizione.
È vero che la vendemmia dura molto meno che la raccolta degli agrumi.

La linea della palma autostradale sale a Nord
Si fa in Toscana la Livorno-Pisa-Firenze fra curve e controcurve, in carreggiata stretta senza corsia di emergenza, e moltissime buche. Si fa la Firenze-Lucca-Massa in direzione Genova tra curve e controcurve, in corsia stretta, molti tratti senza corsia di emergenza, tra camion liberamente in sorpasso malgrado i divieti, per di più pagando, una delle tariffe autostradali più alte. Si fa la Genova-Milano, la cosiddetta Milano-Serravalle, con l’incubo cosante della fine imminente, incolonnati tra i tir, per curvoni stretti tagliati male, pagando anche di più che sulla Firenze-Lucca-Massa. Per non dire della Bologna-Firenze, o Firenze.Bologna, il calvario dell’automobilista – tempo medio di percorrenza due ore per cento km. Ma non c’è spazio nel piagnonismo nazionale che per la Salerno-Reggio Calabria, un’arteria invece moderna e comoda. I meridionali non sanno che si perdono.
Però, parodiando un insigne meridionale meridionalista, Sciascia,  si può dire che la “linea della palma” autostradale ha risalito la penisola. Sciascia lo diceva dell’inefficienza, della corruzione e della malavita – i meridionali meridionalisti sono molto antimeridionali. Ma non può che essere così anche con le autostrade: la Salerno-Reggio ha infettato il sistema autostradale italiano – anche se le preesisteva.
Si fa invece la Torino-Brescia, o la Brescia-Bergamo-Milano, o la famosa tangenziale Est di Milano come in gita: non fosse per l’asfalto sembrerebbe di trovarsi in campagna. Pochi veicoli, anche loro sorpresi. Sono costate a km. più della Salerno-Reggio, benché questa abbia il record europeo e forse mondiale di viadotti e gallerie, e di altezza dei viadotti, mentre le autostrade padane marciano in piano. Ma qui che dobbiamo dire, che la “linea della palma” è salita oppure no?
E poi che vuol dire? L’investimento pubblico al Nord è produttivo, è al Sud che è improduttivo. Il Nord non si fa mancare le infrastrutture, il traffico verrà, Anche se la Torino-Brescia resiste vuota da quasi cinquant’anni – dal fatidico 1968.

La mafia del’antimafia
Il giovane Montalbano 2 punta la pistola contro un mafioso  di sopalle, e quando quello fa per voltarsi lo uccide. Uno che gli era stato indicato da Guttadauro, l’avvocato dei mafiosi. È un errore di sceneggiatura?

Almeno cinque giudici del Tribunale di Palermo coinvolti nel traffico dei beni confiscati ai mafiosi. Ma secondo lo stesso presidente del Tribunale potrebbero essere di più. Il patrimonio confiscato alle mafie ormai ammonta ad alcuni miliardi.

Il ritorno ingrato.
“Abbiamo deciso che il ritorno è una festa”: così Carmine Abate racconta (“Vivere per addizione”) “la prima festa del ritorno”. Il ritorno dell’emigrato-espatriato è complicato da molti nodi. Per primi quelli di chi torna.
Abate i suoi li risolverà a metà strada tra Carfizzi, dove è nato e cresciuto in provincia di Crotone, e Amburgo: in un paese del trentino – non uno preciso, uno qualsiasi a quella latitudine. Scelta si direbbe salomonica. Ma non senza ragione. Ha scelto il Trentino perché a mezza strada chilometrica tra i suoi due mondi, e perché terra di confine, “di contatto e non di divisione” – forse prima del leghismo. Non volendo dividersi tra italiano e tedesco, tra Nord e Sud, tra italiano e calabrese, e tra calabrese arbërëshë. Per vincere lo spaesamento: fra Nord e Sud, fra lingue diverse, straniero in Germania, meridionale o terrone in Italia, per i calabresi un albanese o “ghiegghiu”, come li indicano spregiativamente, per i suoi arbëreshë un “germanese”, uno che se n’è andato in Germania, o un trentino.
Che non è una soluzione, ma Abate l’ha trovata, in quello che chiama il “vivere per addizione”: italiano e tedesco, calabrese e trentino, e un poco albanese: “Perché vivere in più culture, parlare più lingue, acquisire un nuovo sguardo, guardare la vita con altri occhi non può essere che una ricchezza”.
Perché no, si è sempre fatto. Ma ora chi lo impediva? Per innesti si è sempre fatto con le piante, per incroci si fa normalmente con gli animali. Il leghismo, che evidentemente non abita nel Trentino, non si può e non si deve fare, ma quello è un innesto e un incrocio mal riuscito. O richiede un innesto interminabile. Il meridionale post-Lega ha una serie forse interminabile di handicap da superare, essendo essi legati al pregiudizio.
Anche perché molto leghismo è meridionale. Meridionale proprio, dei paesi di emigrazione, non quello d’acquisto nelle periferie del Nord. Inutile chiedere a Abate perché non si è nemmeno posto l’ipotesi di tornare a Carfizzi, volendo tornare in Italia – c’è la libertà di stabilimento. Ma uno che voglia tornare al paese dopo una vita fuori è difficile che trovi posto, tra diffidenza e presunzione di sé.
Si suole opporre la vita metropolitana, sradicata, dei luoghi di destinazione, con la cultura delle radici nei luoghi di origine, ma non funziona così – e forse non è così. Le origini possono essere persistenti ma in quanto sono l’“aria”: colori, odori, memorie visive, la nostalgia stessa – Pavese lo dice al cap. IX di “Feria d’agosto”: “Dovunque ha vissuto un ragazzo, dovunque lui ha posato gli occhi, si è creato qualcosa che resiste nel tempo e tocca il cuore a chiunque abbia negli occhi un passato”. Ma non sono luoghi di accoglienza. Non c’è nessuna forma di integrazione tra i paesi di origine e le personalità o comunità di emigrati. Forse affettive, sul piano individuale, ma non di cultura né di interessi. Nemmeno commerciali, come sarebbe anche logico aspettarsi: il turismo, anche culturale (lingua, studi), i prodotti agroalimentari d’origine, il recupero e restauro dei luoghi di origine, specie se abbandonati.
Difficilmente il singolo che ritorna viene reintegrato, O allora deve tornare ben munito: di saperi, capitali, onori, poteri. È questo che fa la debolezza persistente delle aree di emigrazione: l’élite demografica o funzionale che è espatriata non viene reintegrata, nemmeno per corrispondenza, è una perdita secca.  

Calabria
“Alfano risuscita il ponte sullo Stretto”. In che veste? Da siciliano. Con una leggina che distribuirà qualche altro centinaio di milioni a ingegneri e architetti amici. La Calabria è sempre stata vittima, oltre che di se stessa e dell’Italia, dei siciliani e dei napoletani, che la stringono d’assedio.

Ci sono tantissimi Cosentino in giro per l’Italia. Anche Calabresi e Calabrese, o Calabrò, qualche Catanzariti, molti Monteleone, perfino qualche Palmisano, qualche Stillitano. Ma non ci sono Reggini. I reggini non si muovono?

“Non esporsi all’occhio della polizia, a meno che non sia proprio necessario, per un calabrese autentico potrebbe essere diventato una seconda natura”: il viaggiatore svizzero Josepf Viktor Widmann, “Calabria 1903”, lo dice dalla parte dei calabresi.
Questo non è più necessario. Insomma, entri certi limiti. Ma è ancora vero.

Widmann trova bellissime donne ovunque nei suoi vagabondaggi in terza classe e a piedi su e giù per la regione: Afroditi, Antigoni, Ifigenie. E sempre bellezze che lo turbano, alla mescita, alla fonte, in carrozza, per la strada, anche quelle onuste dei carichi della campagna.
Widmann viaggiava e scriveva nel 1903, e dunque la “dona del Sud” è recente. Opera di meridionali?

Per essere presi sul serio bisogna prendersi sul serio. In Calabria è difficile, perché la zannella è d’obbligo, tra scherzo e  derisione. Ma ridursi a onorare ogni sciocchezza che venga da fuori, per disattenzione o malanimo? La zannella non comporta conformismo. Anzi, è spirito critico, perfino eccessivo. Autodistrtuttivo?

La Calabria non ha vulcani, ma ha avuto i terremoti peggiori. Si è messa all’incrocio della faglia  vulcanica, tra il Vesuvio, lo Stromboli e l’Etna.

Sempre Widmann: “Il motivo dell’indifferenza e della crudeltà dei calabresi nei confronti delle sofferenze degli animali va cercato nella loro superficialità e nella loro mancanza di educazione ed  istruzione”. Questo non è più vero, le cliniche veterinarie pullulano in ogni anfratto della regione. Ma la superficialità, e la mancanza di educazione e istruzione? Queste si sono forse moltiplicate – saranno inesauribili?

L’Autorità anti Corruzione inibisce dalle nomine il persidente della Regione Calabria Oliverio per tre mesi, per nomine avventate. Silenzio, la notizia non è una notizia. La notizia arriva il giorno dopo con reazione di Oliverio: “«Resto al mio posto e ricorro al Tar», Oliveriosi ribelka a Cantone”, è la prima pagine di “Cronache del garantista-Calabria”. Lascianda che il lettore trovi da sé a che cosa il presidente si ribella.

Oppure si può dire la Calabria perseguitata dai giudici - rigorosamente napoletani, com’è ovvio. Oliverio è presidente della Calabria perché il suo predecessore è stato costretto alle dimissioni da un rinvio a giudizio – senza seguito dopo tre anni o quattro. Giudici, bisogna dire, equanimi: Scopelliti era di destra, Oliverio è di sinistra.

Otto cuochi ventenni calabresi si meritano il “Corriere della sera”. Dopo che uno di loro è decretato giovane cuoco dell’anno dalla Guida L’Espresso. Merito anche dei loro mentori e organizzatori, Giovani Gagliardi e Manuela Laiacona, esperti in comunicazione – è così che si fa: bisogna sapersi vendere. Ma come li inquadriamo in “Anime nere”? Gli sceneggiatori della Rai avranno un problema.

Esperti floraculturali di tutto il mondo sono riuniti a Cosenza dall’università Federico II di Napoli per un International Fig Symposium. Perché a Cosenza? Perché è la capitale del famoso fico pajuni (pallone), il “fico dottato”. Grosso e pieno, buonissimo tanto fresco quanto secco. Poi uno va a indagare che vuole dire dottato, e scopre che il fico omonimo è attribuito da Wikipedia e Treccani concordi alla Toscana, e più in particolare alla provincia di Arezzo. Non avremo rubato anche i fichi? 

leuzzi@antiit.eu

Perdere il Medio Oriente dopo l’Ucraina

È una partita non di interesse nazionale ma di influenza che Putin ha aperto in Medio Oriente con la Siria. Ha avanzato l’esigenza di evitare il contagio con le minoranze mussulmane nella federazione russa e ai suoi confini, ma non è questo il motivo del suo intervento: Mosca impone l’Iran nella partita mediorientale contro i potentati della penisola arabica che da decenni perseguono la divisione della Siria. E con l’Iran impone un Libano - da sempre legatissimo ai destini della Siria, di cui era parte - acquiescente alla fazione Hezbollah, a preferenza dei sunniti libanesi. Tenendo singolarmente all’oscuro e del tutto ai margini la Turchia sua confinante – una riprova indiretta delle intese del presidente turco Erdogan coi potentati del Golfo, nel caos siriano.
È Putin che ha l’iniziativa. E fa sul serio in Siria, ha cioè un progetto: sostituire la Russia agli Usa come pacificatrice. La battaglia è all’inizio e quindi imprevedibile, ma le premesse sono queste: Putin si è introdotto da protagonista in un’area dalla quale la Russia è sempre stata esclusa. E più che in un azzardo sembra muoversi secondo una strategia, avendola coordinata con Teheran e Beirut: non ha fatto in tempo a tornare da New York che la sua offensiva militare è partita, evidentemente pronta da tempo.
L’entrata in gioco della Russia in Siria scombina gli assetti geostrategici, che la volevano esclusa dal risiko mondiale. Ma di più, e da subito, gli assetti mediorientali. I potentati della pensisola arabica, che sono all’origine dell’attacco alla Siria per infeudarsela, e della forza acquisita dall’Is, sono a questo punto in difesa. Già attaccate dall’Iran nello Yemen, ora lo sono anche in Siria. In una situazione interna di obiettiva difficoltà, anche se sembrano molto stabili. Nulla di più facile che sovvertire questi regimi patrimoniali, piu anacronistici che mai nel terzo millennio: il Bahrein, il Qatar, ma anche Dubai, e la stessa Arabia Saudita. Questi potentati non hanno truppe, e hanno armi inservibili benché aggiornatissime e costose, avendo forze armate più che altro di parata. Compresa l’Arabia Saudita, che pure ha una certa popolazione.
Gli Usa che tutto hanno deciso nells regione per sessant’anni, dalla guerra di Suez in poi nel 1956, quando soppiantarono Francia e Inghilterra, sembrano all’improvviso al di fuori dei giochi. Non si sa se per scelta, benché camuffata da intimazioni e ultimatum all’Is, e alla Russia, oppure per incapacità politica. Il comandante delle forze anti-Is in Siria si è dimesso in polemica con Obama. Obama ha fatto dire che i bombardamenti russi non hanno colpito l’Is ma obiettivi civili. Ma solo “probabilmente”. Come se Washington non solo non sa o non vuole contrastare l’Is, ma non sa neanche cosa accade in Siria.
Quale che sia l’esito della iniziativa di Putin, la presidenza Obama si conclude avendo perduto il controllo del Medio Oriente. Ha esposto i democratici siriani, come di altri paesi arabi, alla repressione, sostenendoli a vittorie di Pirro, benché fossero estremamente minoritari, senza poi difenderli né proteggerli dai contraccolpi. Così come ha fatto del resto in Ucraina, spingendo allo sbaraglio la metà del paese non russo contro i russofoni e la stessa Russia, senza che ne avesse alcun motivo impellente. 

Le nomination europee a Berlino

Non c’è posto di vertice a Bruxelles e dintorni, soprattutto dove si spende, che non abbia a capo un tedesco: Alessandro Farruggia fa sulla “Nazione” un elenco impressionante di posti di vertice o direttivi, nelle istituzioni finanziarie Ue e nell’alta burocrazia di Bruxelles, detenuti da tedeschi. Oppure da olandesi, o austriaci.
Ma non c’è solo il controllo diretto. Si prendano i rappresentanti francesi o spagnoli nell’esecutivo di Bruxelles – uno, un rappresentante: con l’Ue a 28 i rappresentanti nazionali nella Commissione europea sono uno per parte. Non daranno mai torto a Berlino. Anche Monti,quando stava a Bruxelles. La sudditanza, come la servitù, è fondamentalmente volontaria. Si capisce qui il senso della’egemonia tedesca: per quanto riluttante, è obbligata.
Nel caso dei rappresentanti italiani la questione è più complessa e più semplice: fanno a gara, Mogherini come già Tajani, per essere irrilevanti. Non danno fastidio nei loro incarichi, non danno fastidio anche quando le questioni sono di prima importanza per l’Italia, e si godono il posto come un vitalizio onorario.
Il caso di Federica Mogherini, che pure è la politica estera e di difesa della Ue, oltre che ex ministro degli Esteri e rappresentante dell’Italia nella Commissione di Bruxelles, è singolarmente eclatante ma nella norma. Nelle questioni che occupano l’Italia,  per quanto concerne gli immigrati, la Libia, la Siria, fronti di prima importanza, si fa un merito di essere equidistante e anzi lontana. Non solo dagli interessi ma anche dalle posizioni diplomatiche italiane, per quanto meglio fondate. Dove è possibile ha anche fatto di più: ha apoggiato l’iniziativa della Francia di concordare con la sola Gran Bretagna, escludendo sempre l’Italia, la questione libica e quella siriana.

La Farnesina era un ministero

Era un ministero di prima classe, e anche il meglio funzionante, il più tecnico e capace, col Tesoro, di tutta la Funzione Pubblica. Con un capitolo di spesa, quello della cooperazione per lo sviluppo e quello degli accordi culturali e scientifici internazionali, che le davano una grossa proiezione interna e un notevole credito. Il soggetto è la Farnesina, il ministero degli Esteri. Che da alcuni anni invece arranca senza forza politica e senza progetti su tutte le questioni internazionali. Anche su quelle di interesse preminente per l’Italia. La richiesta di Renzi a New York di un posto nel Consiglio di Sicurezza dell’Onu è sembrata su questo sfondo più una sbruffonata, anche ridicola,che la solita frase ad effetto.
La decadenza della Farnesina data da un quindicennio. Da quando Renato Ruggiero fallì al G 8 di Genova – dove peraltro l’ordine pubblico non era affare suo. Con l’interinato di Berlusconi e la rapida successione di Frattini e Fini l’Italia fece l’errore di autoescludersi dal gruppo di mediazione sul nucleare iraniano. E dopo non ha più ripreso l’iniziativa, neanche sulle questioni di suo precipuo interesse. Fino a farsi fare la guerra a Gheddafi da Sarkozy e Cameorn, e anzi a obbligarsi riluttante a farla essa stessa. La decadenza Renzi peraltro ha sancito con le nomine al ministero di personaggi di nessuna esperienza e qualità.

Calvino illustrato

Un migliaio di illustrazioni, e un testo lineare e succoso. Una celebrazione per il trentennale della morte e un  regalo.
Fabrizio Barbaro-Fabio Pietrangeli, Italo Calvino. La vita, le opera, i luoghi, Gribaudo-QN (Giorno, Carlino, Nazione), pp 191, ill. € 6,90


giovedì 1 ottobre 2015

Secondi pensieri - 233

zeulig

Dio – Non è un sentimento: “Dio è certamente essenziale ad alcune religioni, come il Re è essenziale al gioco degli scacchi. Ma le cose importanti in qualsiasi religione, e certamente le idee più importanti della religione cristiana, non derivano dalla nozione di Dio”. T.S.Eliot ribalta in una recensione-saggio finora inedita una serie di credenze comuni.
È la recensione a due volumi di Alfred North Whitehead, “Science and the Modern World” e “Religion in the Making”, due lezioni Lowell che il matematico filosofo di Cambridge aveva tenuto a Harvard nel 1925 e nel 1926. La nota,  di cui la “New York Review of Books” anticipa la pubblicazione, la prima in volume, il terzo delle opere complete in otto volumi, doveva uscire, proposta da Eliot, sul terzo numero di “The Enemy”, la rivista di Wyndham Lewis, nel 1927, sotto il titolo di “The Return of Foxy Grandpa” – un personaggio dei fumetti a strisce quotidiane in cui il nonno ha sempre la meglio su due inventivi nipoti. Il terzo numero di “The Enemy” uscì poi nel 1929, senza la recensione. Che però è rimasta negli archivi della rivista, pronta in bozze.
Eliot aveva forse cambiato idea sulla risposta a Whitehead: a Edmund Wilson, che gliela aveva chiesta per “The New Republic” negli Usa, rispose che voleva rivederla. È una nota atipica, di un n
Eliot formidabile polemista, pieno di ironia. Innalza Whitehead a varie altezze, per una serie di smash  imprendibili. Finisce comparando sfavorevolmente i “soporifici elisir del professor Whitehead” con Babbitt, il teorico poco credibile del Nuovo Umanesimo.
L’argomento di Eliot però non è semplicistico. È contro la religione intesa come sentimento religioso – quello che oggi si sente diffuso, insieme pietistico e irridente, in televisione: “Ci fu un tempo quando le parole “cristiano”, “ateo” e “agnostico” significavano qualcosa di definito. Se devono continuare a significare qualcosa di definito, allora un quarto termine deve essere inventato per la larga classe di persone che include il professor Whitehead. Sono “religiosi”, senza attenersi a nessuna religione…”. A questa forma di religiosità oppone il teologo T.E.Hulme: “Pochissimi dopo il Rinascimento hanno realmente capito il dogma, certamente pochissimi all’interno delle chiese in anni recenti. Se sembrano occasionalmente perfino fanatici sulla lettera del dogma, questo è solo l’esito secondario di una fede in realtà fondata sul sentimento. Certamente nessun umanista potrebbe capire il dogma. Tutti chiacchierano su questioni che sono al paragone nozioni abbastanza secondarie - Dio, Libertà e l’Immortalità”.
Una nozione restrittiva o larga di Dio? 

Futuro – È un passato. E più nell’apocalittica, fantascienza compresa. È un futuro anteriore. L’altro è lasciato ai profeti. Cioè sempre all’immaginazione, ma a una non legata all’archivio.

Heidegger Un politicante – la passione politica ha avuto sempre vivissima? Al fondo lo è, un Marx di destra, autoritario, seppure non dichiarato.
Lo ha scoperto Buber (“Validità e limiti del principio politico”, 1953), in tre mosse: 1) “Il carattere assoluto dell’essere è ormai nella nostra epoca fuori discussione”, 2) “La relativizzazione dei principi più elevati, oggi così caratteristica e frequente, si è arrestata davanti al principio politico”, 3) “Il pragmatismo, che sta alla base della relativizzazione, ha sostituito la fase individuale… con la sintesi collettiva. La verità non è più quella che è utile all’io, bensì quella che serve a noi”. Collettività è il proletariato in Marx, il popolo in Heidegger. Entrambi derivati da Hegel: “Anche l’esistenzialismo di Heidegger ha le sue radici.nel pensiero di Hegel… Come per Hegel la storia del mondo è il processo assoluto attraverso cui lo spirito raggiunge l’autocoscienza, così per Heidegger l’esistenza storicizzata è la luce che illumina l’essere”.
Con una conseguenza poco conseguente. Per Marx e Heidegger non esiste la possibilità che il tempo non sia un ente finito, autosufficiente e autonomo, e non ritengono affatto che ogni tentativo di pensarlo come tale si esponga in realtà all’assurdo: “L’assolutizzazione del tempo storico e della storia può portare il filosofo eccessivamente calato nel proprio tempo ad attribuire lo stesso carattere assoluto, che sconfina nella possibilità di determinare il futuro, alle istituzioni di potere dello Stato. Il fantasma del successo può così salire sul trono divino del potere assoluto”. Heidegger poi Buber a sorpresa lega a Jakob Grimm, il fratello che scrisse la “Deutsche Mythologie”. A proposito di Hegel “che scrive: «Lo Stato, la patria, costituiscono una comunanza dell’essere», Jakob Grimm è riuscito ad avere in proposito una visione più naturale”. E Heidegger con lui: “Dal punto di vista concreto, nella vita vissuta, egli specifica una importante singolarizzazione, che rimanda ai miti primitivi, nei quali la creazione del mondo è raccontata come creazione del piccolo territorio di appartenenza della tribù”
Ma non lo è chi non lo veda, se lo legge – il filosofo del Volk.

È un hegeliano. È Hegel che ha il “popolo”, in chiave primo Ottocento (coi romantici, Michelet e altri), lo “spirito del popolo”, che “si pensa e si vuole divino”, e “Dio nello Stato”, il  “Dio reale”, che si realizza nella conoscenza, nel “popolo”.

Marx - Un apocalittico. Contabile minuto, preciso, inappellabile, e tuttavia profetico senza scmapo: apocalittico – il profeta si distingue per proporre futuribili e non per asserirli.
È anche antiumanista - più radicalmente di Heidegger, p.es.: non c’è soggetto nella sua storia..

Messaggio – Si rivolge a determinate persone, in determinate circostanze, a determinati fini: è contestuale. Anche quello religioso: si riferisce sempre a circostanze specifiche. Nasce da qui l’ermeneutica.

Storia – È contestuale. Fuori contesto può essere qualsiasi cosa. Napoleone ha cominciato la carriera in Egitto, ma lì non è visto come in Europa – se non tra gli europei di Ghezira e di Alesandria. Si prenda il Mosè della Bibbia e un Mosé egiziano – tanto più se il vero Mosè era  egiziano, come Freud e altri illustri studiosi ebrei vogliono: sicuramente non sarà lo stesso.

zeulig@antiit.eu

Vita felice di Pasolini

Pasolini come avrebbe potuto (voluto) essere, non fosse stato per l’urgenza sessuale che lo demonizzò. Pioniere di un riscoperta della Románia, della parlata ladina dalla Svizzera romanda a Gorizia, con radici aeree nel catalano. Attorno alla rivista “Stroligùt” e alla Academiuta de lenga furlana, che egli stesso ha creato e anima. In una sede voluta dal padre Carlo Alberto, reduce da otto anni di guerra e di prigionia, non ancora isolato e maledetto dalla candida madre. Col contributo di altri studiosi, tra essi il catalano Carles Cardò, un sacerdote antifranchista in esilio autore di una “Storia spirituale della Spagna”. Con un occhio alla nascente politica delle autonomie, nel Movimento Popolare Friulano e nella Società Filolo gica Friulana. Allevando una covata di giovani e giovanissimi poeti. Instancabile e innovativo mentore, in scuole e scuolette più spesso gratuite, di più generazioni adolescenti alla scoperta della poesia e di sé. Scrivendo molto, almeno una commedia e un dramma in friulano, e “un’altra opera di ambizioni sbagliate, «Il Cappellano»”. Senza perdersi, i pomeriggi del sabato e delle feste, una balera - vince anche una gara di samba, con una ragazza di San Vito.
Un uomo felice, che la sua padrona di casa a Versuta, Ernesta, così sintetizza: “Lui vive come un santo. Tutti a Versuta lo dicono. Non perde  mai la pazienza, non dice mai una brutta parola, è sempre disposto a far piaceri agli altri, è sempre allegro e sereno. I ragazzi le vogliono un bene dell’anima”. Sotto la tutela numinosa di Gianfranco Contini. Che lo ha capito subito: di questo amico di lontano “o il caso o l’istinto mi aveva suggerito la soluzione più conforme alla virtù preclara di Pier Paolo Pasolini, che fu l’amore dell’umile e dell’autentico”. Un’esistenza solare. Pasolini stesso “è consapevole di avere inventato un’infinità di miti, tessendo una storia leggendaria dei luoghi friulani che prima non esisteva”.
Si riedita per il quarantennale della morte il “libro della memoria” di Pasolini, sul Friuli dell’infanzia e della giovinezza: la sua - si potrebbe dire con lui - unica vita, esperienza di vita compiuta e non rifiutata. Anche se finì con una fuga, una fredda notte d’inverno del 1950, con la madre verso Roma, lontano dai pettegolezzi e dalla condanne morali - in tribunale sarà assolto, dopo una prima condanna locale, in appello e in Cassazione. Una raccolta di testi disseminati in giornali locali e riviste, assemblata da Nico Naldini, primo cugino, più giovane di sette anni, complice e poi confidente. 
La parte migliore è la lunga introduzione dello stesso Naldini, “Al nuovo lettore di Pasolini”. Anche per il vecchio lettore.
Naldini è preciso, fino talvolta all’asprezza: “Il 28 gennaio 1950 ho accompagnato Susanna e Pier Paolo alla stazione di Casarsa. Era ancora notte… “ è l’inizio. Ma senza gigionismi o sovrapposizioni – fin dal titolo: “Il titolo della prefazione ricalca quello con cui Pasolini introduce la prima edizione economica delle sue poesie”, nel 1970. Un altro mondo.
Sono prose suddivise su quattro tematiche: lirica, il Friuli, le autonomie, l’insegnamento. Con un anticipo di “lettere luterane”, un genere si vede caratteriale, la funzione pedagogica  sempre forte in Pasolini, sulla scuola soprattutto. Prose non memorabili, ma piene di immagini e racconti: persone, storie, situazioni, “visioni”.
Pier Paolo Pasolini, Un paese di primule e temporali, Guanda, pp. 329 € 18

mercoledì 30 settembre 2015

Problemi di base - 246 bis

spock

Il Pd che attacca Telekabul è più ridicolo o più sovietico?

E il papa che si accanisce su Marino, un uomo morto?

Il papa è andato fino a Filadelfia per celebrare la famiglia: lì si sposa ancora qualcuno?

Non si sposa più nessuno eccetto i gay, e allora?

Non si fanno più figli in Europa, è sterile anche il seme?

spock@antiit.eu 

Il mondo com'è (232)

astolfo

Marx - Ha ragione dopo che, col marx-leninismo, ha avuto torto. Che il capitale sia monopolista e non egualizzatore è sotto gli occhi di tutti. Tanto più in questi anni di crisi, e di nessun rimedio anticrisi. Il Financial Stability Forum di Mario Draghi , che doveva riformare i mercati finanziari contro le rapine costanti e dilaganti, ha assolto la sua funzione impedendo qualsiasi riforma. Il capitale ha vinto contro il marx-leninismo perché produce più merci, e garantiva la libertà d’opinione, seppure a nessun effetto, ma per il resto zero. Zero cioè quando si parla di diritti materiali, al reddito, al consumo, al lavoro, alla stessa funzione politica.
La classe che Marx ha ipostatizzato era anche un relitto. Un lascito del primo Ottocento inglese, della società prima della regina Vittoria e della confermazione imperiale. Dei romanzi di Jane Austen. Degli anni 1820-1830, prima e durante la Grande Depressione: tutti i rapporti di disponevano in termini di censo e nobiltà, incluso con i creativi, grandi professionisti, letterati, artisti.

Ben tre libri si annunciano di Joseph Stiglitz sull’ineguaglianza crescente, una raccolta di articoli, e due proposte politiche. L’ineguaglianza si aggrava in molte maniere, spiega il Nobel per l’Economia 2001, ma è un fatto e non una ideologia. Con molte componenti rilevabili statisticamente: “la forbice di reddito e ricchezza agli estremi, lo svuotamento della classe media, l’ampliamento dell’area della povertà in basso”.
Stiglitz fa l’esempio degli Usa negli ultimi trent’anni – per metà governati da presidenti democratici, va aggiunto (di Clinton lo stesso Stiglitz fu consigliere). All’1 per cento dei più  ricchi va ora il 20 per cento del reddito, il doppio che trent’anni fa. Con una crescita molto più che doppia per i ricchissimi, per lo 0,1 per cento. Mentre i salari e i redditi familiari medi nello stesso periodo hanno ristagnato. E per alcune classi demografiche, le ultime, si sono ridotti – Stiglitz fa il caso in particolare di chi ha solo la scuola primaria.
Le cifre di Stiglitz non sono contestate: l’avvio della campagna presidenziale 2016 ha visto l’ineguaglianza agitata anche dai candidati repubblicani – il primo discorso di Jeb Bush ha stigmatizzato il fatto che “solo una piccola porzione della popolazione cavalca la crescita dell’economia”.
Più rigida è la piramide della diseguaglianza (della distribuzione del reddito) in Cina, paese formalmente comunista, cioè marxista.-leninista.  Maurizio Scarpari, “Ritorno a Confucio: La Cina oggi fra tradizione e mercato”, la dice “la seconda potenza mondiale per il pil e la prima per il pil a parità di potere d’acquisto, ma solo ottantacinquesima per il pil pro capite”.  Con “il maggior numero di superricchi dopo gli Stati uniti”.

1943 – È l’anno in cui l’Italia decide le sorti della guerra, che però si indaga poco, e di malavoglia. Lo sbarco alleato in Sicilia, senza difese. Il rovesciamento di Mussolini il 25 luglio, che spiazza la Germania e apre un altro fronte. E l’armistizio, negoziato in perfetta segretezza. Tutto si annega nella “fuga del Re”, mentre fu una successione di eventi e di decisioni  politiche, argomentate cioè e decise, che caratterizzeranno la Repubblica più che non la Resistenza. La quale fu capace militarmente, ma debole politicamente, divisa, incerta.

Mitteleuropa – Sempre vagheggiata, seppure da qualche tempo a intermittenza, dai germanisti, fu il disegno centrale della diplomazia tedesca dall’unità al 1918: riunire Germania e Austria in una sola potenza economica, e infeudarsi le comunità tedescofone, con gli Stati di appartenenza, dal Baltico al Mar Nero. Un disegno imperiale, che nella germanistica si legge invece come il “buon vecchio impero” di Francesco Giuseppe, plurilinguistico e bene amministrato, e perfino liberale.

Occidente – Gandhi nel 1909, in Sudafrica, lo negava ma lo universalizzava, in quanto modernizzazione o civiltà. Caratterizzata da un materialismo esasperato, ma attiva. Ma, se così è, oggi tutto è Occidente: l’Occidente, come schieramento o “patria”, si è sciolto nella globalizzazione, ma la globalizzazione è occidentale.
Questa era la conclusione, allora ipotetica, di Gandhi: se al regime britannico si fosse sostituito in India un regime indiano fondato sulle stesse basi, il governo sarebbe stato più o meno uguale. Gandhi non trovava barriere insormontabili tra Occidente e Oriente. Ma in quella ipotesi, di un Oriente occidentalizzato, l’incontro sarebbe stato apparente – Gandhi lo diceva una tregua armata, “come quella tra Germania e Inghilterra, due nazioni che vivono nella galleria della morte per non essere divorate l’una dall’altra”.

Petrolio – Ha armato la jihad e ha punito il grande importatore Europa – un po’ meno la Cina. Da cinquant’anni è al centro di un partita planetaria, dapprima drammaticamente, da alcuni decenni sotto coperta. Malgrado il prezzo sia stato chiamato per anni al livello estremamente abnorme di 100 dollari a barile, invece degli 8-10 dollari dei costi di produzione più margini. Su questa cresta si sono finanziati i boom stratosferici dei potentati della penisola arabica, Dubai, Qatar, Bahrein, Abu Dhabi, Kuwait, Arabia Saudita, Oman. Le varie jihad, di Al Qaeda e dell’Is. E i produttori americani di petrolio da scisti bituminosi, che anche loro ci hanno fatto una cresta di almeno 50 dollari a barile e anche 80.
Un caso di normale speculazione, poiché nessuno la contesta. Ma anche si può dire del petrolio che è la carne e il sangue dell’islamismo radicale, per avere cancellato abbondantemente in venti-trent’anni una povertà secolare, innestando nel nazionalismo l’intrattabilità, l’apoliticità.

Sopravvissuti –Nessuno ne fa la storia, dei sopravvissuti all’Olocausto, che invece sarebbe interessante. Anche cruciale, per la storia di Hitler e il Terzo Reich – della “banalità” (burocraticismo) del male. Degli ebrei tedeschi sopravvissuti alla persecuzione. Come erano organizzati, perseguitati e anche, al modo nazista, preservati. Degli ebrei sposati a “ariani”. Degli ebrei professionali, medici, ingegneri, avvocati, che il nazismo preservava. Anche la carcerazione nei lager, nel 1942 e ancora nel 1943, si faceva in Germania singolarmente, a chiamata. E dei morti Klemperer, “LTI”, per esempio, ricorda che ritornavano da Auschwitz  le ceneri in un’urna, per una cerimonia religiosa – fino alla “ultima fase della guerra, quando i gasaggi si intensificarono”.

Tedesco – Quello nordico e puro si voleva agreste, ma più contadino che montanaro. Tale lo tratteggia Walther, o Walter, Darré, teorico del mito ruralista e razzista della “Blubodoktrin”, la dottrina del sangue e suolo, che fu anche ministro dell’Agricoltura di Hitler: soldato, conquistatore  e difensore di nuove terre, difensore della razza nordica, di cui impersonava tutte le qualità, tenacia, coraggio, combattività. Darré, autore della “Nuova nobiltà del sangue e del suolo”, fu anche un acceso antisemita, autore di “Il Porco, come criterio dei popoli nrodici”, 1933, e “Il massacro dei porci”, 1938.

Totalitarismo – Si suole attribuirne il conio a Mussolini. Forse come fatto, come lessico invece non risulta. Simona Forti, “Il totalitarismo”, ne fa risalire l’origine a un articolo di Giovanni Amendola sul “Mondo”, il 12 maggio 1923. Il Battaglia non lo registra. Altre ricerche ne davano la primazia a “La rivoluzione liberale”, la rivista di Piero Gobetti, dove Sturzo e Lelio Basso (“Prometeo Filodemo”) lo avrebbero usato. Ma rispettivamente il 22 gennaio 1924 e un anno dopo, quindi dopo Amendola.

astolfo@antiit.eu

Augusto era Mussolini

Chi uccise nell’aprile 43 avanti Cristo i consoli Irzio e Pansa, per dare Roma a Ottaviano Augusto? Canfora dà ragione a Tacito e Svetonio, due antipatizzanti, e dice che li ha uccisi Ottaviano Augusto. Con l’aiuto di Cicerone. Forse.
Canfora da qualche tempo si diverte, spendendo il credito acquisito come filologo. Si diverte a osannare Togliatti, deridere la democrazia in Atene, demolire Cesare, e sempre a insolentire Augusto. Che pure qualche merito l’ebbe. Qui con poche righe e molti bianchi, tutto il libro è nel titolo.
Il titolo appaia Augusto a Mussolini. Senza dirlo naturalmente, la cosa sarebbe sciocca. Che dirne? Canfora eleva surrettiziamente Mussolini in molti modi. Fin dall’inizio: “Una prima «marcia» su Roma era stata quella di Silla (dopo la battaglia di Porta Collina: 1.XI.82 a.C.), ma contro un governo considerato illegale, quello di Mario e Cinna. Una seconda era stata quella di Cesare (gennaio del 49), ma quando è nei pressi di Roma il Senato e i «legittimi poteri» sono fuggiti in Grecia! La «piccola marcia» di Ottaviano nell’estate del 44 non aveva avuto le dimensioni del colpo di Stato (ma Res Gestae 1 ne parla). È quella dell’agosto 43 la prima vera «marcia su Roma»”. È dunque Mussolini Silla, Mussolini Cesare, Mussolini Augusto.
Un’apologia indiretta, di cui il futuro filologo-detective alla Canfora sicuramente fara colpa a Canfora. Ma in questa chiave meglio non verrebbe un Augusto renziano? Renzi non aveva l’età di Augusto, 19 anni, ne aveva il doppio, ed è stato chiamato a Roma da Napolitano, ma è un rottamatore anche lui e va veloce.
Luciano Canfora, La prima marcia su Roma, Laterza, pp. 87 € 7,50

martedì 29 settembre 2015

Problemi di base - 246

spock

L’uomo che vuole essere solo è più o meno solo?

L’uomo solo è più potente (Ibsen)?

L’uomo forte, al vertice del potere, è solo (Schiller)?

E si è in migliore compagnia da soli?

Ma si può essere soli senza masse?

Solus ad solam, a letto o in prigione?

E nella solitudine (silenzio, sonno, digiuno,…) l’energia si accumula o si disperde?

Solitario è l’orgoglio, o l’umiltà?

O l’umiltà è l’orgoglio?

Solitario è il navigatore, l’arrampicatore, l’equilibrista sul filo, il dittatore: che cosa li lega?

spock@antiit.eu

La storia italiana alla Casa di Goethe

Le “attidudes” erano i quadri viventi cui lady Hamilton, née Amy Hart, indulgeva. Per la delizia dei maggiori pittori dell’poca, che gareggiavano a ritrarla: Tischbein, Angelika Kaufmann, Vigée-Le Brun, Reynolds, George Romney, Gavin Hamilton. “Emma Liona” regina di Napoli con Ferdinando IV, e più con la regina Maria Carolina, un’altra delle figlie sciocche di Maria Teresa d’Austria. Con la quale organizzò la controrivoluzione del 1799 e la condanna a morte di tanti begli spiriti, Luisa Sanfelice ed Eleonora Fonseca Pimentel tra gli l’altri. Celebrerà a letto l’ammiraglio Nelson eroe di Abukir, avviando poi un menage à trois. Fino al ritorno in Inghilterra, dove battezzerà l’utilma neonata Horatia, e finirà in miseria. 
Un’avventuriera e una donna di gran conto nella storia di Napoli e dell’Italia, di cui Napoli continua a disinteressarsi. Ha coinvolto persino Susan Sontag, che una trentina d’anni fa le dedicò una biografia romanzata, “L’amante del vulcano”. Ma né di lei né di suo marito, per trent’anni ambasciatore inglese a Napoli, si sa nulla. La Casa di Goethe a Roma provvede con un ricco catalogo, poiché le immagini di Lady Hamilton sono numerosissime. Coinvolgendo anche rinomati pittori tedeschi, tra essi Kauffmann e Tischbein – il vero titolare della “casa di Goethe”. Nonché Goethe, che restò affascinato dalle “attitudes” ancora prima di sapere che si trattava di lady Hamilton.
Una storia italiana anche per la mobilità sociale, a Londra impossibile. Figlia di un maniscalco, Amy, poi Emma, era stata a quindici anni l’amante morganatica, tra ballerina e serva, di un lord Fetherstonhaugh. Cui fece una figlia, Emma, che resterà affidata a una coppia senza figli ma le costò il licenziamento. Si legò allora con Charles Greville, che aveva solo il doppio dei suoi anni, figlio cadetto del conte di Warwick, e in tale veste rappresentante della contea ai Comuni. Diventerà l’ossessione di un amico di Greville, il pittore George Romney, che la ritrarrà poi per anni variamente - in almeno trecento pose - e contribuì con la sua popolarità a darle una nomea. Finché Greville, indebitato, provò a sistemarla tra i conoscenti. Ci provò anche con sir William Hamilton, suo zio, ambasciatore a Napoli: “Una compagna di letto più pulita e dolce non esiste”. L‘ambasciatore, vedovo, senza figli, invece se la sposò, nel 1791, lei di 26 anni lui di 55. Provvedendola anche di un’istruzione, con maestri di francese, canto, danza, musica e filosofia – quest’ultimo incarico fu assunto dall’arcivescovo di Taranto, Capecelatro.
La storia andò bene a Napoli. Anche col terzo incomodo Nelson. I tre fecero insieme il viaggio di ritorno a Londra, quando l’ambasciatore fu richiamato nel 1800. Ma a Londra Hamilton dopo pochi mesi, e Nelson, tornato in guerra, anche lui dopo poco tempo, nel 1805. La società londinese dapprima fu incuriosita, pettegola, poi trascurò Emma. Che consumò la piccola rendita di Hamilton al gioco e nell’alcol, e fini in miseria, a Calais, una mattina di gennaio del 1815.
Dieter Richter (curatore), Lady Hamilton: eros e attidude, Roma, mostra alla Casa di Goethe

lunedì 28 settembre 2015

Letture - 229

letterautore


Condottieri – Nella Bibbia sono i deboli e gli umili. E non vincono mai. Figli giovani, spesso osteggiati dai maggiori, figli illegittimi, persone di basso ceto. Uomini soli, che non hanno schiere ma manipoli fidati - il più grande di loro, Gedeone, le ha ridotte a trecento uomini. E fanno la storia  anche - forse più spesso - con gli insuccessi.
Le vite degli uomini illustri registrano i successi, e le sconfitte in chiave di successo. La Bibbia no, gli insuccessi non sono depurati o illuminati dal felice epilogo. La storia di Mosè ne è piena, è una serie anzi di fallimenti, a opera del suo stesso popolo. Anche Davide, che la maggiore impresa compie da solo, l’attacco con la fionda a Golia: vince in fuga da Saul, poi da Assalonne, e quando regna incontestato e potente eccede in turpitudini.

Europa – È la “waste land” di T.S.Eliot, già dopo la Grande Guerra? Quasi da un secolo dunque. È l’ipotesi dell’anglista di Trieste Renzo S. Crivelli, che ne fa la novità della sua raccolta “T.S.Eliot” a cinquant’anni dalla morte. Con qualche prevaricazione: i luoghi certo sono quelli, lo Starnbergersee, Londra, Smirne, ma il debito che Eliot evoca e proclama in nota, con Weston e Frazer, il mitologo e l’antropologo, è ancora più evidente e pesante. È però pure una tesi giusta: non è possibile che la guerra avesse lasciato inerte il poeta, benché protetto dallo status di “straniero non belligerante” - almeno fino al 1917. 

Francesco - Del santo di papa Bergoglio Martin Buber diceva, in Sentieri in utopia, 1945, che supera la religiosità di Benedetto perché stringe alleanza con tutte le creature. Preludeva alla successione che poi ha avuto luogo di fatto, tra papa Benedetto XVI e papa Francesco?

Giallo – Non insegue la verità. E nemmeno, nella deriva noir, la violenza. Questi sono ingredienti. Di un corpo costituto piuttosto dall’inverosmiglianza – la sorpresa – e dal fascino dell’inquirente. Che per questo è il più possibile “strano”, mentalmente, socialmente, fisicamente, a partire da Sherlock Holmes – Marlowe, Spade, Poirot, Miss Marple, Nero Wolfe, Lord Wimsey, Carvalho, l’ispettore Alì, lo stesso Montalbano, che Camilleri non riesce a fare politicamente corretto.
È un racconto buffo, malgrado i morti.

Italiano – Si moltiplicano gli stranieri, nati e cresciuti fuori d’Italia, che scelgono l’italiano per esprimersi.  La Fondazione Corriere della sera  ne ha invitati cinque l’1 ottobre a convegno, in collaborazione con la Crusca: Isoke Aikpitanuy, nigeriana, Cheikh Tidiane Gay e Pap Khouma, senegalesi, Karin Gelten, cilena, Nicolai Lilin, russo.

Jettatura – È scomparsa. Non se ne parla nemmeno a Napoli, nelle canzoni, nelle invettive. Gli stessi maghi sono parchi in materia, non ce n’è di specialisti – non che si sappia, dalle cronache, dai film, dai romanzi. Era ancora al centro di “Sud e magia”, dell’antropologo Ernesto De Martino nel 1960. Bisogna reinventare il Sud?
Ma c’era molto anche in Germania, il malocchio. Anche lì si sarà perduto?

Moravia-Calvino-Pasolini – Nessuno studio, una biografia, un convegno, per i venticinque anni, i trenta e i quaranta della morte. L’università tace (si studia ancora nelle università?), gli editori non investono, i fruitori dei diritti non hanno fantasia – tutt’e tre gli scrittori sono “sotto diritti”.
Una ditta di caffè ha intestato il suo “premio letterario” promozionale a “l’illustre ed eclettico scrittore e partigiano italiano Italo Calvino” – italiano” perché la ditta è siciliana. Come la ripresa di un discorso remoto, per i trent’anni. Il secondo Novecento italiano andrà cercato altrove?

Opinione pubblica – “Non c’è una vox populi, non ci sono che voces populi, e quale di queste diverse voci sia la vera, voglio dire quella che determina il corso degli avvenimenti, questo non si può constatarlo altro che a cose fatte”: analizzando l’opinione in Germania sotto il nazismo Viktor Klemperer, “LTI, la lingua del III Reich”, è scettico. Lo rafforza l’esperienza personale a Napoli nel 1914, da lettore di tedesco all’università, dove gli appare evidente che l’opinione pubblica è un caso di temperamento: “Quante vote, quand’ero lettore a Napoli, ho inteso dire di questo o quel giornale: è pagato (in italiano, n.d.r.), mente per conto del suo comanditario, e l’indomani quello che aveva gridato è pagato credeva duro come il ferro a qualche altra menzogna notoria dello stesso giornale”. Bastava che fosse stampato grosso e che altri lo credessero: “Nel 1914 constatavo, ogni volta con una tranquilla certezza, che questo corrispondeva giustamente all’ingenuità e al temperamento dei napoletani; Montesquieu ha già scritto che a Napoli si è più popolo che altrove”.
Salvo, però, ricredersi con Hitler: “Dal 1933 so…. che, ovunque, spingere le persone a essere così più popolo che altrove è cosa facile; e so anche che nello psichismo di ogni essere colto si trova in una zona dell’anima molto “popolo””.

Sorelle – Sono sacrificate, in genere, e non temibili come le mogli – le sorelle dei Grandi Autori. Silvio Raffo, cultore della poesia femminile anglo-americana, ne cita alcune importanti, nella presentazione alle poesie di Blanwell Brontë: Dorothy Wordsworth, Christina Rossetti, Dorothy Strachey (non osò firmare il suo romanzo, “Olivia”, rimasto anonimo fino a qualche anno fa, come “Olivia” di Olivia). E un solo fratello, lo steso Blanwell.  

Tedesco – Si parlava a Napoli? Si capiva. Horace Rilliet, chirurgo svizzero che visita la Calabria nel 1852 al seguito di un Battaglione svizzero del re di Napoli, si sorprende a Pizzo che i cittadini ascoltino senza meraviglia il re Ferdinando II indirizzare la guarnigione in tedesco.

Vitrioli – “Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte. Questo è un luogo sacro…. E in questo paese, sino a pochi giorni sono, era il poeta… Egli era bene un poeta, e il poeta, sapete, è quasi un creatore, poiché è colui che con le parole — fiat lux — illumina d’un tratto l’oscurità che ne circonda… Mi aveva l’aria, questo poeta segregato dal mondo, se m’è lecito dirlo, d’un Proteo vecchio marino verace, che sapesse i gorghi di tutto il mare”. A un certo punto, a Messina, Pascoli sente il bisogno di questo elogio, che trascina per pagine, nell’allocuzione.saggio “Un poeta di lingua morta” (poi in “Pensieri e discorsi”): “È opera di mano moderna, e seppellita, in certo modo, perché prendesse la patina e muffa d’antico; ma la mano è d’un Michelangelo o, meglio, d’un Cellini. Sì che l’illusione è grande; e ci fa dire che pochi poeti Alessandrini e Romani avrebbero saputo concinnare con altrettanta grazia nativa, tra lo stil dei moderni e il sermon prisco, tra le reminiscenze del mondo Omerico ed Esiodeo e le particolarità usuali della casa e della strada”.
Tanto interesse e tanta ammirazione perché lo sentiva confratello? Pascoli, come il celebrato, si dilettava di poetare in latino. Anche. Ma più per la capacità critica e poetica, anche negli scritti in volgare”: elegie epigrammi, epistole, orazioni, iscrizioni, il premiatissimo poemetto “Xyphia”, le raccolte “L’Asino Pontaniano”, “Veglie pompeiane”. 
Era un secolo fa, poco più, e del soggetto di Pascoli poco o nulla è dato sapere eccetto il nome: Diego Vitrioli. Si suol dire che la gloria della poesia è imperitura, ma forse è anche caduca. Niente ricorda Vitrioli, eccetto una strada - un vicolo - a Reggio Calabria, la sua città.

letterautore@antiit.eu 

Senza religione non c'è politica

Marx? Un apocalittico laico, forzatamente destinato al fallimento: Buber lo sapeva già nel 1945, quando l’Europa si divideva in due blocchi, dei quali uno si proclamava scientifico, e ne scrisse profusamente in “Sentieri in utopia”. Il fondamento precisandone in un saggio posteriore di dieci anni, “Profezia e apocalittica”, che questa antologia include. Senza essere lui stesso un profeta: il profeta è uno gracilino, se non malaticcio, e parla per conto di Dio – senza essere apocalittico: Dio vuole che l’uomo venga a lui, attraverso il profeta, in tutta libertà, la profezia è ipotetica e condizionale (“se”).
La politica è marginale nella riflessione di Buber, che però la vede con tagli sorprendenti. Innestandola sulla sua riflessione centrale, del rapporto uomo-Dio, con un Dio naturalmente che va oltre lo Stato. Tedesco e sionista, mistico (chassidico) e specialista delle Scritture, è stato anche sociologo, e in questa veste fine analista politico. Essendo prima di tutto un socialista, utopista, uno di buona volontà. Deluso. “Le esigenze dello spirito e la realtà della storia”, che conformano la sociologia, sua grande passione, vedendo naufragare nella avalutatività di Max Weber: “Nata come la scienza della critica e del progetto, essa è divenuta una scienza della rassegnazione”.
La religione Buber pone a fondamento della politica. Ma non fondamentalista: con “I condottieri biblici” e “I falsi profeti” restringe molto il fuoco sulla religione. C’è una religione nella politica, non c’è una politica della religione. Quando c’è, è la morte della religione – nella teocrazia, etc. La distinzione rispolverando tra la sacralità precapitalistica delle autonomie produttive e associative, quali la “società di società”del Medioevo, un “insieme di autonomie che si compenetrano a vicenda”, e quella atomizzata della destrutturazione capitalistica, recepita e imposta dalla rivoluzione del 1789. Che poi è la distinzione fondamentale di Tönnies, tra società e comunità. Non originale dunque – e non reazionario – ma meglio fondato. Non c’è società senza Stato. Ma lo Stato senza Dio non funziona: nel primo saggio della raccolta, “Tra società e Stato”, tracciando l’idea di Stato da Platone a Hegel, attraverso il Medioevo, Hobbes e Rousseau, e il passaggio da Dio allo Stato, via Hobbes e Hegel, Buber ci trova una solida paternità del totalitarismo a lui contemporaneo.
Il contributo più vivo è “Validità e limiti del principio politico”. Con la sua tesi forse più contestabile: la religione è la garanzia della politica (della buona politica), in quanto le dà una finalità sostanziale in un contesto, non fine a se stesso (potere). La religione Buber intende come l’argine critico all’attività politica. La religione cioè intende come atto positivo, razionale. La tesi supportando con l’esempio di Gandhi. Con un saggio dal sottotiolo “Si può raggiungere il successo politico con l’attività religiosa?” La risposta di Buber è sì, che Gandhi fu un politico (di successo) in quanto era religioso. Una tesi certamente vera, anch’essa tra tante. Che però apre baratri, dopo il khomeinismo e il jihadismo.
Martin Buber, Profezia e politica, Città Nuova, pp. 140 € 11,50

domenica 27 settembre 2015

Il silenzio di Bruxelles

Che Bruxelles sapesse da due anni, questo lo sapeva anche Volkswagen. Che però non ha rimediato, nemmeno progettato o promesso di rimediare. La casa tedesca era sicura dell’impunità, fino al silenzio.Tanto più se il congegno antiemissione si poteva modificare in breve tempo a costo infimo, poiché sarà pronto per il 7 ottobre, per milioni di veicoli..
“Il Sole 24 Ore” oggi apre drammatico: “Volkswagen, bufera su Bruxelles”. Ma il contrario è vero: non c’è bufera a Bruxelles, e non ce n’è su Bruxelles.
La Commissione di Bruxelles sapeva da due anni che Volkswagen barava nell’omologazione delle emissioni diesel, e non ha fatto nulla. Nemmeno un richiamo. Ma nessuno, né della passata né della presente Commissione, si giustifica. La Volkswagen stessa afferma di avere truccato i test, e la Commissione non reagisce: non apre un procedimento, non lo annuncia neanche. C’è da decidere che cosa fare sulle macchine circolanti, ma la Ue non parla. Mai Bruxelles è stata così silenziosa come in questi giorni: nessuno dei tantissimi portavoce che si producono di solito lietamente su tutto, per esempio sull’Italia, ci ha messo becco. Né altri in Europa: nessun governo, nessun commissario nazionale, ha osato criticare i silenzi passati e presenti,   tutti in riga.
Bruxelles e i governi chiacchierini aspettano gli ordini di Berlino?  Purtroppo è così: quando c’è di mezzo la Germania, Bruxelles si mette da parte. Questo è un fatto e non un’opinione. Non c’è solo la protezione ambientale: la Germania ha ritardato di diciotto mesi in diciotto mesi per quasi una decade i nuovi vincoli alle emissioni delle auto del segmento medio-alto, e Bruxelles non ha mai obiettato. Ma questo è solo un caso tra i tanti. L’antitrust europeo non ha mai potuto nulla in Germania – ci ha tentato anche poco. Gli aiuti di Stato si fanno in Germania liberamente, insindacati da Bruxelles, alle banche, alle industrie e dove il governo decide. E quando la Germania vuole sfiorare il fiscal compact, lo fa.