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sabato 22 agosto 2020

L’Italia fuori dal Mediterraneo

Da Kastellorizo (Calsterosso), e tutto il Dodecaneso, Rodi compresa, a Cipro e alla Libia, il Mediterraneo orientale (in turco “il Mediterraneo”) torna a influenza turca, come un secolo fa. Col sostegno della Germania, come un secolo fa – poco più, 110 anni fa. La Francia tenta una contrapposizione, come un secolo fa, dal Libano-Siria. L’Italia, invece, non c’è. 
È una diagnosi semplificata, questa della Farnesina, ma nel giusto per l’Italia: perduto il riferimento americano, già con Obama e di più con Trump, la diplomazia italiana non ha altre sponde. Ha accettato l’asse turco-tedesco per l’immigrazione, col finanziamento miliadario di Erdogan imposto da Angela Merkel, mentre si lesinano i milioni in Libia e in Tunisia. E per la guerra a Haftar. E ora si trova a mendicare il permesso turco per le ricerche petrolifere del gruppo italiano Eni. Il permesso turco in Libia. Mentre con la Francia il conto non stato chiuso, dopo la guerra ormai dieci anni fa per la presunta liberazione della Libia, in realtà dalla presenza italiana più che da Gheddafi. 
Dieci anni fa l’Italia fu in buona misura protetta in Libia dagli Stati Uniti di Obama e Hillary Clinton. Stante la stretta collaborazione militare instaurata nell’area già da Spadolini con Reagan, e riaffermata da D’Alema con Condoleezza Rice e il presidente Bush jr.. Ora è praticamente fuori dal Mediterraneo, si constata mestamente alla Farnesina su ogni dossier.

L’Europa è un nuovo fronte, non sempre amico

Una politca estera europea non c’è, è noto. Ma sempre più si manifesta una politica estera dei paesi europei come se nulla fosse successo nell’ultimo secolo: non la guerra della Germania all’Europa, non la Liberazione, non la guerra fredda, non l’Unione Europea stessa. 

La Germania opera d’intesa con la Turchia, oggi come nel primo Novecento. La Francia opera per arginare questa intesa. La Germania vuole pesare nella politica interna russa, nel mentre che scardina con l’acquisto in massa del gas russo le sanzioni che ha voluto sette anni fa e vuole, nominalmente, contro la stessa Russia per l’annessione dell’Ucraina. Politiche che impone all’Europa. La Francia cerca di frapporsi, ma con meno chances che nel Mediterraneo. 

E l’Italia in tutto questo? L’Italia diffida della Germania, da cui non ha mai avuto niente. Riemerge talvolta nella diplomazia italiana il vecchio ragionamento di Giolitti al tempo della Grande Guerra, che “parecchio possa ottenersi senza una guerra”, ma questo non è mai avvenuto, in nessuna occasione, con la Germania. Mentre Macron gioca da solo. Ed è venuto a mancare il tradizionale puntello all’Italia in questo lungo dopoguerra, quello di Washington, in tutti i campi, dalla difesa alla finanza pubblica, e all’Eni col petrolio. 

L’unica certezza di questa fase è che non ci sono più illusioni sull’Europa. L’Europa costituisce un fronte diplomatico di più – non sempre amico: non rafforza la politica estera ma la complica.

Il vuoto e il divino in me

“Atomi e vuoto e il divino in me” è l’epigrafe, Democrito e san Giovanni uniti nella lotta. I due scritti del volumetto furono pubblicati nel 1939, come a concludere la vita, oltre che l’attività pubblica, del filosofo, già da anni precluso dall’insegnamento (provvisoriamente sospeso nel 1927, arrestato nel 1930, con la moglie, nel 1934 radiato dall’università dove insegnava, a Genova: già socialista, e per questo in esilio in Svizzera per dieci anni, si era avvicinato a uomini e idee del fascismo, ma ne fu presto deluso) – morirà due anni dopo. Ma si rileggono come la sintesi migliore del suo pensiero, insieme con “La filosofia dell’assurdo”. 
Una difesa, e quindi un’esposizione autentica, del proprio pensiero, più che una riflessione autonoma. Rensi rifà il suo percorso intellettuale, e attua una “decostruzione”, si potrebbe dire, anticipata del castello intellettuale dominante – idealistico, risolutivo. Dei concetti che si tende ad assolutizzare: verità, bellezza, bene, male, giustizia, ragione. E delle dialettiche sociali assolutorie: collettività\individuo, maggioranza\minoranza, normalità\pazzia. 
Giuseppe Rensi, Autobiografia (intellettuale) e testamento (famigliare), Mimesis, pp. 54 € 6

venerdì 21 agosto 2020

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (434)

Giuseppe Leuzzi

Milano, o la regione Lombardia, che garantiscono il tampone in aeroporto per primo ai lombardi è inimmaginabile, se non fosse successo. Questi non aprono i campi di concentramento perché costano.
Idealmente sono trincerati. È la Lombardia un campo di concentramento?
 
Il Sud si mette all’improvviso a leggere, o è un difetto ottico, di rilevazione statistica? In assoluto forse no, ma come clienti di amazon sì. Milano sempre in testa, su Roma, Torino, Bologna, Genova, Firenze, Verona, Padova. Napoli sale al nono posto. Palermo passa dal 47 al 13mo posto, Bari dal 46 al 20mo posto, Reggio Calabria  dal 50 al 36mo° posto.
Ma è solo la classifica dei clienti di Amazon: al Sud ci sono meno librerie in rapporto agli abitanti, molte meno.
 
Lega ladrona
Non hanno sensi di colpa i tre parlamentari e la dozzina di consiglieri regionali leghisti che hanno chiesto e intascato il sussidio Covid per i disoccupati, benché stipendiati dalla Repubblica, lautamente. Gli affari prima di tutto, afferrare l’afferrabile, l’unico vangelo della Lega, dietro lo shermo dell’onestà. È il tempo di “Lega ladrona”.
Quando si farà il conto della sanità lombarda dopo quarant’anni di “privatizzazioni” leghiste, di affari e affarucci a spese della sanità pubblica, dei fondi sanitari, non basteranno le carceri anche traspadane. Ma si farà mai il conto? Non a iniziativa della Procura di Milano – retta, questo è vero, da napoletani: si può rubare impunemente nel nome dell’autonomia, anche se paga Roma.  
Nemmeno dopo tanti morti la sanità leghista in Lombardia, che ha scardinato la rete assistenziale, viene sotto processo.
I politici leghisti intascano i sussidi pubblici nel mentre che chiedono il taglio dei parlamentari, contro la corruzione e lo spirito di casta. Questo è indice della confusione nella politica. Tollerata se non promossa dall’opinione pubbiuca: media, editoria, cinema, gli stessi partiti.
 
Contro lo Stato 1: il cinema dei Carabinieri
Il sindaco di Varapodio in provincia di Reggio Calabria, Orlando Fazzolari, Msi-An-Fratelli d’Italia, accusa i Carabinieri. Che lo accusano di falso ideologico, abuso d’ufficio, corruzione per atti contrari ai doveri d’ufficio, truffa ai danni dello Stato, peculato, frode nelle pubbliche forniture, a proposito delle sovvenzioni al centro comunale d’accoglienza ai migranti da lui gestito su delega del consiglio, e ultimamente da lui stesso chiuso. Dopo una indagine durata tre anni. “Nel fascicolo dell’indagine si evince chiaramente chzjje non sono accusato di nulla”, afferma il sindaco. Che rigira l’accusa: “La cosa grave sta nel video trasmesso agli organi di stampa, dove mi hanno dipinto come un soggetto che stava lì senza alcun incarico dato dal consiglio, solo per favorire i fornitori amici e per costruire la sua carriera politica”. Da qui, dice, il video: “Dopo tre anni di intercettazioni telefoniche pagate dallo Stato, i Carabinieri non potevano perdere la faccia, dicendo «ci siamo sbagliati», ed hanno preparato un video per la stampa con ipotesi di reato costruite in maniera artigianale, senza alcuna valenza giuridica ed aggrappandosi al nulla”.
La vicenza è emblematica di molte cose al rovescio. Uno di destra professo che accusa i Carabinieri. E una gestione amministrativa di destra, da Rositani a Fazzolari, che ha fatto del solito paese addormentato, semiabbandonato, della Piana, tra rifiuti e bombe mafiose, uno bene attrezzato, anche bello a vedere, e produttivo. 
L’accusa di Fazzolari è grave, e si deciderà in Tribunale, i Carabinieri non potranno non denunciarlo ancotra una volta. Ma non è inedita. Non è inedito il modo di procedere dei Carabinieri, con i video come canale d’informazione. Preordinata. E per molti pregiudicata, senza possibilità cioè di contraddittorio, come “prova definitiva”. Anche se si sa che i video si possono montare, tagliare, cucire,
Il video contro Fazzolari segue quello contro le processioni – le processioni a benedire i mafiosi. Contro il santuario di Polsi, ridotto a cenacolo di mafia. E quello, che molti asseriscono di avere visto ma non è stao pubblicato, contro il vescovo di Locri, allora mons. Bregantini, e il parroco di San Luca, don Strangio, che s’impegnarono a evitare una faida dopo la strage di Duisburg – il parroco è stato rimosso, il vescovo, che aveva avviato il rinnovamento di mezza Calabria, pure.  
 
Contro lo Stato 2: le interdittive dei prefetti
Un’altra vicenda strana occorre a Reggio Calabria, dove un candidato a sindaco al voto tra un mese, Andrea Cuzzocrea, si ritira dalla competizione “per timore di ritorsioni”, titola in prima pagina “il Quotidiano del Sud”. Della mafia, che ogni tanto gli brucia un macchinario – Cuzzocrea è un imprenditore, ex presidente di Confinduatria Calabria? No, per “il timore che una lista dichiaratamente garantista e meridionalista  avrebbe potuto esporre i singoli candidati a ritorsioni da parte degli apparatio repressivi dello Stato”. Niente di meno.
Magari non è vero, ma Cuzzocrea puo’ dirlo. Senza commenti, gli “apparati repressivi” tacciono. Un Prefetto che dica qualcosa, un Capo della Procura, un presidente di Tribunale, un maresciallo dei Carabinieri – anche un semplice maresciallo?
L’imprenditore reggino polemizza scopertamente con l’uso politico dell’antimafia. Nessuno degli attentati subiti è stato indagato. Mentre lui è stato colpito, nel 2017, dalla solita interdittiva antimafia della prefettura, una misura discrezionale che dà da prosperare a molte prefetture, anche se non ha perso l’azienda né l’appalto. La prefettura agiva in linea con il 5 Stelle di Reggio Calabria, che faceva campagna contro Cuzzocrea perché vicino al sindaco Falcomatà, e quindi a Matteo Renzi.
 
Sicilia
Non vede l’ora la “Gazzetta del Sud” di Messina, per zelo Democratico e per sicilitudine, di celebrare “le radici siciliane della moglie di Biden”. Alla quale si fa evocare il nonno paterno Giacoppa. Uno che subito si cambiò il nome in Jacobs. E al figlio, cassiere di banca, cercò una moglie anglo-scozzese. Si fa presto a dire italo-qualcosa. Ma in Sicilia prestissimo: chi mai rinuncerebbe a essere siciliano? 
 
“È la chiave di tutto” è colpa di Goethe, “Viaggio in Italia”, anche lui affascinato, dai limoni, e dalle rovine, e anche dal linguaggio.
 
“Come  volete non essere pessimista in un paese dove ilverbo al futuro non esiste?”, Leonardo Sciascia spiega a Marcelle Padovani, “La Sicilia come metafora”. Ma più ottimista del pessimista Sciascia, che la Sicilia ingigantiva, mostruosa?
È vero che la Sicilia “s’imbroglia” (s’incarta, si confonde) – vuole tutto.
 
Nel racconto della mafia, “Onora tuo padre”, Talese dice i mafiosi siculo-americani rispettosi dello Stato, benché fosse il loro nemico – “non volevano che il sistena crollasse, perché con esso sarebbero crollati anche loro”. Per una ragione precisa: “Benché riconoscessero il governo imperfetto, ipocrita e non democratico, con molti politici e la polizia in buona misura corrotti, la corruzione era però qualcosa che si poteva capire e negoziare. Quello di cui più diffidavano e di cui secoli di storia siciliana gli avevano insegnato a diffidare erano i riformatori e i crociati”.
 
Uno viaggia in Sicilia e si chiede: perché la Sicilia non è ricca?
 
Nel calcio è poverissima: Palermo e Catania sono in serie C, col Trapani, il Messina in D. Non c’è organizzazione: la Sicilia manca di gioco di squadra. Non riesce a concepirlo, eppure l’economia lo dimostra redditizio, molto.
 
“Tutti fannulloni”, dice Musumeci, il presidente della Regione Sicilia, dei suoi 4 mila, o 40 mila,  dipendenti. Si dice da una vita – diciamo dagli anni 1950. Col ricambio di due generazioni o tre. E allora? Non sarà un male incurabile?
 
Si susseguono i dati, ora di nuovo in risalita, dei contagi al coronavirus. Con una costante per la Sicilia: i nuovi contagi, otto-nove su dieci, sono fra i migranti. E uno si domanda: succedesse una cosa simile in Lombardia? È pur vero che i siciliani non sono lombardi, ha ragione la Lega.
 
Irridendo alla Autorità Siciliane che in pompa, “quasi in contemporanea” con l’inaugurazione a Genova del ponte Piano, hanno tagliato il nastro di una sopraelevata di 200 metri dell’autostrada Palermo-Catania, dopo cinque anni di lavori (cinque anni per 200 metri), “Il Venerdì di Repubblica” asserisce che “mille chilometri di strade secondarie dell’isola non sono percorribili”. Questo non è vero – non può essere. Ma parlando del Sud tutto va fatto convergere “in unum”.
 
“Vietato trasportare legna, carbone, carbonella”. Questo e altri divieti del genere, specifici, le cronache elencano in Sicilia a proposito per esempio del convid, come misure restrittive per evitare il contagio. La maggior parte questa settimana per evitare i falò e le feste in spiaggia. Bastava proibire l’uso della spiaggia se non per i bagni di mare. Ma la Sicilia vuole essere precisa.

leuzzi@antiit.eu

Ancora uno sforzo, e saltano voto e scuola

Pensare male è inutile perché questo governo non pensa – basta pensare all’alleanza del Pd col 5 Stelle, ultimo harakiri del pensatore del partito Bettini, dopo Veltroni, D’Alema, la Bicamerale, e lo sradicamento di Marino e di Renzi, due piante indigeste benché di qualche succo. Ma che altro senso ha lasciare le discoteche aperte, e liberi i viaggi da e per le discoteche di Ibiza, Mykonos e Pag in Croazia, perché i ricconi non vogliono far mancare nulla ai figlioletti, nel mentre che s’impongono rigidi distanziamenti al supermercato e in chiesa, al teatro, al cinema, al concerto? Ha senso solo se bisogna rimandare le temute elezioni regionali fra un mese. E la riapertura delle scuole, per la quale nulla è stato in realtà preparato, a parte le conferenze stanpa, di ministri e commissari non si sa se incapaci o commedianti. Scuole che si apriranno e subito si richiederanno, per il voto. L'età media dei contagi è già a 30 anni. Ancora un piccolo sforzo, e tra un un mese saremo ai teen-ager, giusto in tempo per le scuole.

Con Dante in paradiso

Un’assunzione radicale di Dante da parte dell’animatore di “Tel Q uel”, la rivista cult degli anni 1960-1970, è questo libro-colloquio del 2000 con Benoît Chantre, allora direttore letterario delle edizione Desclée de Brouwer, specializzata in tematiche religiose. Che rielabora la “Commedia”  in quattro capitoli, dalla porta dell’inferno con Virgilio agli zaffiri luminosi del Paradiso.
Un “commedione”. Per Dante poeta contemporaneo, come suole, ma per un motivo: la modernità ce lo nascondeva, l’era planetaria in cui siamo entrati lo fa ritornare come albero maestro. In una luce paradisiaca invece che infernale, come l’Ottocento e il primo Novecento lo hanno voluto.   Partendo dalla triplice domanda: “Non si tratta di ripetere ma di domandarci se possiamo ancora capire questa testimonianza radicale divenuta aperta. Non irriga egli, in modo diretto o indiretto, tutta l’avventura occidentale fino a noi? In che, anche, Dante ci precede?”.
Sollers parla molto, ma su un fatto semplice: Dante è bene il poeta del paradiso. Un testo che preludeva, forse, a una crisi religiosa. Sollers ne volle fare dono personale al papa Giovanni Paolo II, come se nel pontefice polacco vedesse la redenzione storica e spirituale dai mali del secolo, del temibile Novecento. Ma in una prospettiva, religiosa o laica che sia, di paradiso. Di possibilità della felicità.
“Dantesco” è l’aggettivo che fotografa il Novecento, di conflitti, orrori, atrocità, solevate nel “rumore e il furore di un’umanità spinta al suo colmo”. La “Commedia” non è divina, è umana, anche “troppo umana”. Ma se la parola resta sinonimo di infernale, l’inferno è solo la porta dell’aldilà, che si compone bene di un purgatorio e un paradiso, due arcobaleni troppo facilmente trascurati, anzi dimenticati, se non negati, da almeno due secoli, dal Settecento. Dante è bene “il primo esploratore occidentale” a mettere piede  all’inferno. Ma è anche “il primo costruttore del purgatorio”, e “il solo che si sia messo in presenza del paradiso”.
La rivisitazione di Dante s’interpola di molte divagazioni. Sulla musica, Bach e Mozart. Sulla poesia, Hölderlin, Rimbaud, Apollinaire. Sulla pittura, Picasso e Bacon, Matisse e Cézanne. Su Heidegegr, Bataille, Simone Weil, Péguy, su Proust naturalmente, e su Giovanni Paolo II, il papa della rinascita. La “Commedia” come una sorta di pre-tribunale, una convocazione della storia prima del giudizio universale, al tribunale della giustizia e dell’amore. Il Dante di Botticelli – uno che si è rinchiuso per dieci anni, per realizzare le cento illustrazioni della “Commedia”. Niente di pauroso, l’aria è sempre quella della resurrezione e la vita.
Philippe Sollers, La Divine Comédie, Folio, pp. 752 € 12,90

giovedì 20 agosto 2020

Letture - 430

letterautore

Dante – Un “sintetizzatore d’assoluto” e un “musicista del pensiero” lo vuole Sollers. Nonché un profeta di paradiso.
Sollers è figura di spicco fra gli ultimi celebranti, apparentemente incongruo ma determinato e specifico, lo scrittore animatore di “Tel Quel”, la rivista attiva negli anni 19760-1970. In un romanzo e in libro-intervista che bizzarramente non si traducono. Sulla linea sempre del Dante contemporaneo, dice lui stesso presentando il libro-intervista, ma in un senso diverso: “Non si tratta di ripetere ma di domandarci se possiamo ancora capire questa testimonianza radicale divenuta aperta? In che cosa irriga egli, in modo diretto o indiretto, tutta l’avventura occidentale fino a noi? In che cosa, anche, Dante ci precede?”.
Non è una novità per Sollers, che già nel 1965 aveva scritto un lungo saggio, “Dante e la traversata della scrittura” – anche questo non tradotto. Di un testo e un autore che ci hanno fatto, fanno quello che noi siamo.
Dodici anni fa, nel romanzo “Les Voyageurs du temps” il narratore si ritrova nella chiesa di san Tommaso d’Aquino, a Parigi, nel settimo arrondissement, un ambiente triste e trascurato. Ha allora l’idea barocca di far comparire san Tommaso come lo ha conosciuto nel “Paradiso” della “Divina Commedia”. E con questo Tommaso fa invece un viaggio verso la felicità.
In un’intervista con il “Nouvel Observateur” all’uscita del romanzo Sollers dice Dante “musicista del pensiero”. Trovando allora, fine dicembre 2009, che “il 14 aprile 1300, d’improvviso, è più prossimo a noi che la confusione mondializzata dell’inizio del XXImo secolo. All’indomani di tante catastrofi, la felicità del paradiso è un’idea  nuova sul pianeta”.
Lui stesso per se stesso aveva voluto intitolata “La divine Comédie” una lunga serie di colloqui con Benoît Chantre in cui sostiene la lettura alla prima persona del presente di un Dante paradisiaco invece che infernale. L’inferno, dice Sollers, è qui e ora, “non lasciamoci sottrarre in suo nome l’attualità di uno dei più grandi poemi sacri”.
Dante è per Sollers la creatività del poeta, l’incarnazione della divinità nel poeta: “La necessità di uscire dal finito, di bucare il momento in cui sono. C’è bisogno per questo di sintetizzatori d’assoluto, e questo potrebbe essere Dante”. Sollers soprattutto s’identifica in Dante che crede al paradiso: nel Dio solo ed eterno che muove i cieli senza essere mosso, con amore e desiderio. Aiutandosi con Hölderlin: “Là dove cresce il pericolo, cresce anche ciò che salva”. A condizione di essere, di non negarsi, di dire “io”, come quando si accetta il  battesimo.
L’incontro con Dante raccomanda come incontro con i poeti, i musicisti, i pittori. E con l’indovino Aronta, condannato a guardare dietro di sé – con più ragioni dell’angelo della storia di Benjamin, va aggiunto – Aronta, “che fa seno delle spalle perché ha volto guardare troppo avanti…preso nel soffio d’un vento molto antico, i cui fremiti perdurerebbero per l’eternità”.
 
Conan Doyle – Fu autore di racconti fantastici e storici, nonché di saggi spiritistici, in chiave positivista, forse più numerosi, per ogni categoria e genere, dei racconti di Sherlock Holmes per cui è famoso. Lo spiritismo sicuramente lo ha impegnato per un lungo tratto della sua vita, dal 1884 alla morte, nel 1930 – il ciclo Sherlock Holmes si apre nel 1886 con “Uno studio in rosso” e dura fino al 1915, forte di quattro romanzi , 59 racconti e tre commedie. I libri che scrisse sono una quarantina (la storia della prima guerra mondiale in sei volumi), e le commedie una dozzina.  
 
Germanisti – Ci sono anglisti, americanisti, slavisti, francesisti, ispanisti, ma non così influenti, “autorevoli”, sul piano letterario e culturale insieme, cioè politico, come i germanisti. Pur rappresentando essi, in chiave europea, un mondo che all’Europa politica ha dato poco. Forse solo lo Stato sociale di Bismarck – niente al confronto delle distruzioni. Non il Sacro Romano Impero, all’infuori di Carlo Magno, franco più che sassone, e di Federico II, una meteora. Niente gli Asburgo - Carlo V compreso, incredibile animatore di distruzioni, nelle Fiandre, in Italia, nella comunità religiosa europea, senza un solo palazzo, una chiesa, un pittore o un quadro per il quale lo si ricordi. La Mitteleuropa dell’ultimo Asburgo, Francesco Giuseppe, fu crogiolo di più danni che benefici – Austria Felix ma non per gli ungheresi, gli italiani, gli slavi, gli stessi ebrei che pure la magnificano.
 
Romanzo-realtà – “La scienza del cuore mano che sarà il frutto della nuova arte”, svilupperà talmente e così generalmente tute le risorse dell’immaginazione, che nell’avvenire i soli romanzi che si scriveranno saranno i fatti diversi” – Giovanni Verga, lettera a Salvatore Farina, uno dei fondatori del “Corriere della sera”, pubblicata nel 1880. Un circolo vizioso dall’introspezione alla cronaca? Fatti diversi, francesismo per cronaca, indica che Verga rifletteva su qualche scrittura-scrittore francese post-Flaubert, zoliano.
 
Speranza – Ritorna col romanzo spagnolo di Malraux, ritradotto. Fu al centro del programma e delle memorie di De GaUlle. E dell’“Educazione europea” di Romain Gary, il primo romanzo della Resistenza, nella seconda guerra mondiale. Ma non c’è una guerra in atto, una sconfitta, a cui bisogna resistere. O sì?
  
Toscano – Tra Fucini e Tozzi, due toscani, nella parlata pisana e in quella senese, tenne il posto nell’Italia di Fine Secolo del napoletano e il siciliano oggi. Un toscano che suona di maniera o artefatto e invece è – era – di uso comune, anche quello di Fucini. Come il napoletano e il siciliano oggi. Una falsa parlata toscana, sosteneva contrariato Cassola: il “toscanismo degli stenterelli” che irritava Carducci, che Renato Fucini avrebbe fissato ne “Le veglie di Neri”, e di cui Papini e Malaparte, e anche il primo Palazzeschi, si fecero poi bandiera. Un toscanismo che però, nota Cassola (introduzione a R.Fucini, “Le veglie di Neri”), “l’aveva inventato un non toscano, Manzoni”.
O quel toscanismo suona falso, suonava falso già a Cassola, mezzo secolo fa, perché i dialettismi hanno corta durata?

letterautore@antiit.eu

Sherlock Holmes a Bagnaia, provincia di Viterbo

Arthur Conan Dole “disincarnato” (morto) vive.  In mezzo ai familiari, le due figlie con più continuità, la medium, il marito della medium trascrittore, e qualche simpatizzante. Testimoni che partecipavano alle sedute spiritiche, e possono quindi garantire la verità del processo verbale che qui va sotto il nome dell’autore di Sherlock Holmes – quasi tutto estranei a ADC, soprattutto la medium e il marito trascrittore, quindi non a conoscenza dei suoi atti o pensieri.
Cosa ha detto e fatto Conan Doyle dopo morto, raccontato da lui stesso. Proprio lui, il creatore dello scientista Sherlock Holmes. L’ha raccontato alla medium Grace Cooke, e il marito Ivan Cooke lo ha trascritto. Grande eloquenza, sentita e operante, la solita materia delle sedute spiritiche, cieli, paradisi, reincarnazioni, buoni consigli e buoni sentimenti, una o due scoperte (Francesco Bacone era un Saggio Rosacroce, col nome di Maestro R.), citazioni, anche dal “Popol Vuh”, e riflessioni: che senso ha p. es. l’eternità, massa informa di coscienza, “come un uovo senza il guscio”? Le solite scemenze – la guarigione dalle malattie attraverso i raggi di vibrazione: primo compito della guaritrice sarà di scoprire il colore con cui vibra il suo cliente, il giallo indica tubercolosi, il rosso avvelenamento del sangue, il viola cancro, l’azzurro il sistema nervoso. E con una particolarità, la cosa che più ne resta, riconducendo l’aldilà di ACD a Bagnaia nei monti Cimini. Proprio, in provincia di Viterbo.
Più interessante è il contorno. È la Fratellanza Polare che indica a ACD la via della testimonianza, creata a Parigi da “un giovane romano”, in un data imprecisata, attorno alla prima guerra mondiale. Nel 1908 il giovane ha incontrato a Viterbo un vecchio saggio, padre Giuliano, una sorta di eremita, che gli affiderà, “al momento dell’addio, alcuni fogli ingialliti dal tempo. Si trattava di un piccolo frammento del «Libro della Scienza della Vita e della Morte». Le pagine contenevano un sistema aritmetico che permetteva di ottenere risposte a qualsiasi domanda”. Due anni più tardi, in un momento di difficoltà, il giovane consulta il manoscritto e ne ottiene una risposta “sorprendentemente corretta e piena di grande saggezza”. Dopo qualche tempo, l’“Oracolo della Forza Astrale”, come il testo è ora denominato, “comandò al giovane e ad un suo amico di andare a Parigi e di iniziare un gruppo che si sarebbe chiamato «Fratellanza Polare»”. Lo fecero, aprirono una sede della Fratellanza in “splendidi locali nella Avenue Junot, sulle pendici occidentali di Montmartre”, e stamparono una rivista mensile, “Bulletin des Polaires”, che “raggiunse una tiratura di diecimila copie”. Col privilegio di indirizzare ACD dopo morto.
Un libro già tradotto nel 1983, che sempre si ristampa. Sottotitolato “a cura di Ivan Cooke, scritto medianicamente da Grace Cooke”. Ivan si dice uno che “da ragazzo aspettava con ansia l’arrivo di «Strand Magazine»”, il mensile che rese celebre Sherlock Holmes. Grace Cooke si definisce “nota medium, scrittrice e veggente”, che fin da bambina ebbe a “custode” Aquila Bianca, da cui ebbe il nome di “Minesta”, arrivata allo spiritismo per l’incontro con Estelle Stead, direttrice della biblioteca Stead Boderland in Smith Square, Westminster, vicino allo Psychic Bokshop, la libreria spiritualista aperta da ACD e affidata alla figlia Mary.
Arthur Conan Doyle, Il libro dell’aldilà, Edizioni Mditerranee, pp. 134 € 13,50

mercoledì 19 agosto 2020

Il Pd spensierato alla sconfitta

Il conto è facile: Liguria e Veneto restano alla destra, le altre cinque regioni dove si vota il 20-21 settembre, gestite dal Pd, sono a rischio. Non tutte: in Toscana il voto dovrebbe essere quello Pd tradizionale, e la Campania resta a De Luca, PD trasversale, ma in Puglia, regione importante, la sinistra rischia, come nelle Marche, e anche in Valle d’Aosta – dove la Lega, vincitrice nel 2018, è stata “ribaltata” da alcuni consiglieri regionali. E Reggio Calabria passerà dal PD a Salvini, nientemeno - svolta inevitabile dopo una sindacatura Dem disastrosa di Falcomata figlio.
Il Pd non può vincere il voto di settembre, può solo perderlo, ma non se ne cura. Si occupa solo di alleanze elettorali con i 5 Stelle del tutto inaffidabili – sia come movimento che come elettori.
Giocando, non c’è altro termine, ai giochi di Di Maio – di Di Maio... E di Grillo, un comico, un cinico – uno che la mattina si mette all’estrema destra, con Farage, e il pomeriggio a sinistra. Il partito che vanta gloriose tradizioni, tra Dc e Pci, e sa solo gestire gli affarucci.
Il curioso è che il Pd non rischia per colpa-merito dell’opposizione, che anch’essa non ha argomenti. Ma questa opposizione, confusa più che reazionaria, è l’unica scelta, seppure come voto di protesta. Di fronte al niente: a un governo in cui il Pd non incide per nulla – a parte la questione Mes, che non interessa a nessuno. Non sulla disoccupazione, che raddoppia e forse triplica. Né, soprattutto, sulla ripresa della scuola, lasciata all’approssimazione 5 Stelle. Dopo il blocco di chiese, teatri, cinema, treni, mentre aerei e discoteche possono affiliarsi - e senza nessun controllo, di nessun tipo. Che governo! L’apertura delle scuole nel caos fra tre settimane, appena una settimana prima del voto, potrebbe essere catastrofica per un partito come il Pd.

L’uomo che sconfisse Berlinguer – e la Fiat

Resterà per la “Marcia dei Quarantamila” impiegati e operai della Fiat che a ottobre del 1980 completò la sconfitta sindacale del Pci, dopo quella politica di un anno prima a opera di Andreotti. Andreotti aveva siderato il Pci di Berlinguer al voto del 1979 dopo quattro anni di governicchi da compromesso storico, Romiti completò l’opera sul piano sindacale, con un diretto destro a Berlinguer, due settimane appena dopo l’invito del segretario Pci a occupare le fabbriche.
Sono riservati oggi gli elogi di Cesare Romiti imprenditore. Uno importante, avendo gestito la Fiat per un quarto di secolo, e la Rizzoli Corriere della sera per altrettanti anni. Che però ha portato al quasi fallimento, non avendo saputo risanarne le ferite.
Nel 1966 il professor Valletta lasciava la Fiat a Gianni Agnelli quarto produttore mondiale di automobili, dopo le tre grandi americane – avrebbe voluto lasciarla a Gaudenzio Bono, ma l’Avvocato pretese la successione e se la prese. Nemmeno otto anni e l’Avvocato era da Cuccia a Mediobanca a chiedere aiuto. Cuccia diede i soldi, e impose Romiti. Romiti aprirà la stagione del “fare i bilanci”, cioè pagare qualcosa alla Famiglia, agli azionisti Fiat, senza più investire nell’auto: una Fiat senza modelli nuovi, che rapidamente perse il mercato interno, dai due terzi a meno di un terzo. Lo stesso col gruppo editoriale milanese, che Cuccia volle sovvenzionato dalla Fiat: qui perdite senza utile, né commerciale né politico o d’immagine.
Non lascia peraltro eredi, se non i figli, che ha promosso in tutti i modi senza fortuna. Mentre ha silurato tutti i manager che lo hanno aiutato. Per primo Vittorio Ghidella, inventore degli unici due modelli nuovi della lunga gestione Romiti, la Panda e la Uno, poi Punto: cacciato. Per la presidenza della Confindustria ha fatto campagna contro Carlo Callieri, l’ideatore della Marcia che sola lo immortala.
E così il giudizio resta sospeso nei commenti. Il merito politico non si può far valere, volendosi Romiti della melassa Dc che ha fagocitato i resti del Pci.

Contro l'odio - l'educazione europea

Un’altra Europa. In guerra contro Hitler, che pure era europeo, ma un solido modo d’essere. Un’Europa non germanica, bisogna pur dirlo – l’Europa o è inglese o non è, è per questo che l’Unione Europea è anemica e afasica, perché Londra non ne è convinta e anzi se ne vuole andare?
“Educazione europea” è l’educazione all’odio, nella narrazione che ne viene facendo il giovane intellettuale polacco della Resistenza che morirà alla vigilia della Liberazione. È “bombe, massacri, ostaggi fucilati, uomini obbligati a vivere in buche, come le bestie”, o “come trovare il coraggio e buone ragioni, molto valide, molto giuste, per uccidere un uomo che non vi ha fatto niente”. Da Londra, dove era con la Francia libera di De Gaulle, Gary racconta nel 1945, a guerra appena conclusa, la resistenza in Polonia. Il suo primo romanzo, e il primo della Resistenza, di successo immediato. E di lettura resistente: un notevole esito letterario, a tre quarti di secolo dall’uscita. Per la scrittura, semplice, rapida (con un paio di curiosi capitoli “malapartiani”, di realismo surreale), oltre che per la causa – all’uscita del romanzo il mondo respirava per la caduta di Hitler. E per l’equilibrio, benché scritto e pubblicato in una fase revanscista: contro tutte le guerre, contro tutte quelle dell’odio nazionalista, con notevoli episodi di morti tedeschi innocenti – il patriottismo sì, “è l’amore dei suoi, il nazionalismo è l’odio degli altri”.
Buon conoscitore del polacco e della Polonia, avendovi fatto gli studi medi e superiori, e addetto a Londra al collegamento con gli aviatori polacchi, che alla sconfita nel 1939 erano passati in massa, con i loro aerei, in Inghilterra, Gary riesce a raccontare credibile una guerra che non ha fatto. Sartre lo ha giudicato il miglior libro mai scritto sulla Resistenza, e per una volta non si è sbagliato. Un romanzo semplice, di formazione: il ragazzo che s’impersona nelle avventure di Winnetou, il pellerossa gentiluomo, e di Old Shattered, rimarrà orfano del padre e della madre, la prima razziata per i comodi della divisione d’élite Das Reich, il padre ucciso dopo avere vendicato la madre. Farà la Resistenza, ma è un eroe comune.
L’educazione europea – una vvera educazione - è in filigrana alla semplicità, onesta, e al superamento dei nazionalismi. Missione incompiuta, anche al suo interno: il racconto non è apologetico. Alla seconda scena la guerra tedesca si condanna da sé, senza esagerare: la razzia di donne ha un nome strategico, “metodo Koch” o “il lupo fuori dal bosco”, per costringere gli uomini a uscire dalla clandestinità e tentare di salvare mogli, fidanzate, figlie. Con questa nota: “Apprendo che questi propositi sono in frealtà di un altro. Li mantengo tuttavia in bocca al Gauleiter Koch per fedeltà alla sua memoria”. Ma Winnetou e Old Shattered, le letture da cui il ragazzo polacco non si separa mai, sono creazione di Karl May, lo scrittore tedesco.
Geniale, di architettura politica oltre che letteraria, la trattazione della “doppia” Russia, che occupa la Polonia al seguito di Hitler, e poi lo sconfigge a Stalingrado. Nella figura di un padre e un figlio ucraini, il padre nella Resistenza il figlio - già a 27 anni – generale di Stalin. Che dapprima facilita il passaggio dei tedeschi nello stesso borgo natio, e poi sarà un eroe nella difesa di Stalingrado.   
Romain Gary, Educazione europea, Neri Pozza, pp. 271 € 13,50




martedì 18 agosto 2020

Problemi di base storici bis, heideggeriani - 589

spock 

“La storia è il tratto specifico dell’uomo”, Heidegger?

 

“Pure i negri sono uomini, ma non hanno una storia”, Id.?

 

“Anche la natura ha la sua storia”, Id.?

 

“Ma allora anche i negri hanno una storia”. Id.?

 

“Non tutto ciò che trascorre entra nella storia”, Id.?

 

“L’aereo che porta Mussolini in visita da Hitler fa la storia”, Id. ?


spock@antiit.eu

L’Italia (filosofica) non ama lo scetticismo

Rensi curiosamente sostiene che lo scetticismo non è italiano. Un saggio di politica accademica, degli studi e dell’insegnamento, più che un pensiero scettico o sullo scetticismo.
Lo scetticismo è la posizione naturale del filosofo, spiega: una parola che nell’origine, il greco skeptikós, “sottile osservatore”, dice tutto. Per questo non piace in Italia, alla filosofia italiana?
Il dubbio è un’accusa: in Italia si può essere di tutto, idealisti, pragmatisti, metafisici, positivisti, rivoluzionari e\o conservatori – persino conservatori o qualcosa del genere – ma non ci si può dichiarare scettici. Cassata la definizione di scettico, quello che sostiene la “singolare fede” dell’impossibile verità o falsità di una qualsiasi proposizione.
Argutamente presentato in questi termini da Armando Torno – che fa un’eccezione per Mario Dal Pfra, per il suo studio dello scetticismo greco.
Giuseppe Rensi, Apologia dello scetticismo, La vita felice, pp. 134 € 10,50

lunedì 17 agosto 2020

Ombre - 526

Un ferroviere a Palermo trova un portafogli nel treno dall’aeroporto e lo fa restituire al proprietario: una turista di 26 anni. Fa notizia il ferroviere che restituisce il portafogli, non che la turista ci tenesse dentro 5.370 euro in contanti.
Niente sospetto di riciclaggio: la giovane è francese e non meridionale. O la moneta non ha più valore?
 
A Concetto Vecchio sul “Venerdì” Paolo Cirino Pomicino, vecchio potentato Dc, può tranquillamente spiegare che la figlia “Ilaria, regista, per dieci anni aiuto di Lina Wertmüller, non ha più lavorato in Rai dopo due grandi successi sulla prima rete per il veto della figlia di Nino Andreatta, mio storico avversario nella Dc”. Ed è vero. La prima Repubblica era fatta così, e non è morta.
 
Allo stesso Vecchio Pomicino può tranquillo spiegare che ha patteggiato “due mesi per un cumulo di accuse surreali”. Che gli fu poi spiegato dall’accusatore, un certo Araldi vice-presidente di Padania, un’assicurazione: “Se non avessi detto ad Antonio Di Pietro di averle dato 400 milioni di lire, lui non mi avrebbe mai scarcerato”. Anche questo vero, il ricatto del giudice.
Se non che questo Di Pietro, che tra le tante cose si fece dare da uno dei suoi indagati 100 milioni di lire (“glieli ho restituiti in una scatola da scarpe”), è considerato un padre della patria.
 
Non si capisce nulla del pasticcio F 1, tra Mercedes, Williams, MacLaren, Aston Martin, Racing Point, Toto Wolf, Lawrence Stroll. Forse i cronisti di F1 vanno veloce come le macchine. Ma una cosa è certa: dove si parla tedesco non c’è colpa. Anche ai tempi della F1 di Ecclestone, che è inglese: non c’erano ricorsi ammissibili contro Mercedes, solo contro gli altri. E il bello – si dice per dire – è che Mercedes probabilmente non li paga, basta la parola.
 
Nella tragicommedia dei parlamentari che hanno chiesto il sussidio covid, non uno dei cinque che abbia detto: sì, sono io, e l’ho fatto per un motivo qualsiasi. Tutti zitti, sperando che la Privacy impedisca di pubblicarne i nomi. La stupidità in effetti è totale, non è un sotterfugio: ci sono “persone stupide”. Il problema semmai è chi li vota al Parlamento.
 
Michela Di Biase, politica Pd di lungo corso, lancia la sua candidatura a Roma contro la sindaca uscente Raggi così: “È egoriferita ed eterodiretta dal M5S”. Ma dove le trova il Pd?
 
Nessun commento – notizia, lamentela, proposta – sui cristiani a Beirut. Sappiamo tutto (quasi tutto) di Hezbollah, sunniti, sciiti, che hanno vissuto e vivono a Beirut alle spalle dei cristiani (sanità, scuole, banche, turismo), ma nessuno che dica qualcosa dei cristiani. Che pure, malgrado tutto, sono ancora gli unici libanesi che lavorano, invece di farsi la guerra.
È vero che il presidente è cristiano, Michel Aoun. Un generale. A cui i siriani ucciso il figlio. Che poi si è messo con i siriani ammazzalibanesi.
 
Lo stesso di Assad. Se ne dice tutto il male possibile, ma solo per lo sterminio che sta perpetrando dei suoi residui oppositori dopo la guerra civile. Senza mai ricordare la sua personale invasione del Libano, e quella di suo padre. Due che hanno distrutto, oltre che il Libano, anche la Siria, paese mezzo secolo fa – prima degli Assad – civilissimo.
 
Si ricandida Raggi, contro l’incredibile inefficienza da sindaco (che ora colma distribuendo soldi a posti a tutti – letteralmente tutti), contro lo statuto del suo partito (tre candidature invece di una), contro l’alleato di governo Pd. Tutti senatori, anche le cavalle. Ma il problema non è Raggi, come darle torto? È votatissima.
 
L’Europa la spiega bene Bertolino, il comico, a Renato Franco sul “Corriere della sera”: “Ricorda quelle comitive che vanno al ristorante a mangiare, ma appena arriva Draghi con il conto iniziano a discutere: i frugali dicono che hanno preso solo la minerale, mentre italiani e spagnoli sono quelli che richiedono subito le bottiglie di roba buona per tutti. La Merkel protesta perché lei beve la birra”.
 
Beyoncé vuole ripartire dall’Africa, “dall’“orgoglio nero”: “Credo che si possa spostare l’asse del
mondo”. In Africa? Beyoncé non sa nulla dell’Africa, e non se ne cura. Non è la prima, si parte dal secondo Ottocento, da Marcis Garvey, la Liberia e altri affarucci andati male. Nessuno con conosce meno l’Africa – che pure è tutta lì, squadernata –meno degli afroamericani.
Si direbbero gli afroamericani più “americani” di tutti: continentali, cioè, chiusi al mondo, se non per il dovere parrocchiale di generosità.

La Sicilia al rovescio

Un siciliano a cui non piace “futtiri”. E la lettera anonima, altro topos siciliano, in un nuovo sceveramento, a sorpresa. Un altro aneddoto “grasso”, i preferiti di Camilleri, estratto dalla raccolta “Gran Circo Taddei”. E uno invece delicato, dalla raccolta “La regina di Pomerania”, che resterà, in poche pagine, un classico della sicula sociologia dell’anonimo.
La tematica è unica e sola, e siciliana: le corna. La resa è un controcanto beffardo alla sicilitudine, alle frasi fatte. Il siciliano giovane, bello, ricco, non ne può più: va solo con la moglie, si è sposato giusto per l’insistenza della madre, e anche le voglie della moglie, bella donna, lo stomacano. L’anonimo è diverso: verso la fine del 1945 si sparge a Vigata, con la liberazione, la mania delle lettere anonime - come oggi con i social: una novità per i vigatesi, che preferivano sparlare a voce invece che per iscritto, per non lasciare tracce, ma la repubblica sciolse le reticenze e le riserve e una fiumana di lettere si riversò su ogni destinatario, anonime ma con effetti, almeno uno, compassionevole.
Andera Camilleri, Il merlo parlante, La Repubblica, pp. 45
La lettera anonima, id, pp. 44, gratuitament
e col giornale

domenica 16 agosto 2020

Secondi pensieri - 427

zeulig

Amore – È un divenire, un costante inizio.
Condizionato, certo. Nelle forme che ha il nostro futuro, di essere dietro le spalle – il passato è il nostro presente-futuro: l’imprinting, la scoperta, la costruzione, seppure accidentale.
Un costante inizio tanto più in quanto accidentale, irriflesso.
 
Dialetto – Ritorna nel mondo globalizzato. Che sembra un controsenso ma non lo è. Nella letteratura no – nella narrazione, nella poesia è sempre stato di largo accesso. Nelle immagini sì, la caratterizzazione dei personaggi  a teatro e al cinema passa attraverso la lingua parlata, come tipizzazione linguistica, ma soprattutto come caratterizzazione dialettale. Specie in americano, per la multiforme etnicità e geografia, e in italiano, avendo l’unificazione perduto presto il carisma. Col ritorno, oggi, del napoletano, il siciliano, il lombardo, il veneto, anche il toscano, rispetto alla supplenza unificante esercitata dal romano (romano e non romanesco, l’italiano nella lettura romana), diffusa quando l’immagine era solo filmica (film a soggetto) e, se televisiva, della romanissima Rai.
Ritorna come espressione prima e primordiale, “naturale”, mentre s’indebolisce la lingua nazionale, canonica, in favore dell’inglese nella terminologia internet, elettronica, dell’immagine (film, video, foto, instagram, youtube…), commerciale, finanziaria (partendo dal conto corrente e la carta di credito). Il “glocale”, globale e locale, muove nel senso del locale: il globale è lingua delimitata, aggiornabile, ma legate ad alcune “cose”, il locale è “la” lingua, la forma espressiva.
Il global ha esautorato-indebolito la lingua, l’inglese ma anche la lingua nazionale, sempre più meri artifici tecnici. Si parla italiano per non dire, l’inglese come un qualsiasi strumento utile, un cacciavite o una pialla.  
 
Dialetto è la parola spesso “schietta”, di sonorità cioè che evocano-mimano-rappresentano realtà complesse – le realtà sono sempre complesse. “Linguaggio più colorito e spontaneo”, lo dice il linguista Antonelli. “Efficace”, aggiunge, per esempio negli hashtag , e quindi nei social, compreso il telegrafico twitter. Antonelli ricorda (“La Lettura”, 9 agosto) che una Giornata nazionale del dialetto è all’ottava edizione annuale, e che più campagne pubblicitarie si sono tenute all’insegna del dialetto. Culminando nelle “dielettichette” industriali: le etichette per esempio della Nutella con 135 espressioni dialettali di 16 diverse aree linguistiche, all’insegna: “Nutella parla come te”. Un campo comunicativo aperto da Sophia Loren nel lontano 1992, che a conclusione di un lungo spot su un certo prodotto, invece della battuta da copione tagliò corto con un “Accattatevillo”, compratevelo, un consiglio che in dialetto è più efficace perché sintetico e apparentemente più sincero.
 
Sophia Loren apriva un filone che Antonelli sintetizza così: “Una parola in dialetto vale più di 1.000 frasi o sinonimi in italiano”. Il rapporto è invertibile: sul piano dei contenuti, anche una parola italiana può valere più di 1.000 frasi o sinonimi in dialetto. Che spesso è conciso, ma non sempre - non per esempio in napoletano. Diverso è invece il potere evocativo del dialetto, all’interno della comunità dialettofona, che lo condivide. E quindi la sua capacità di comunicazione. E di caratterizzazione. Il caso è de “L’amica geniale”. Il romanzo rifiuta di programma ogni battuta dialettale, sia pure la più comune o innocua. Mentre il film tv si basa – gli sceneggiatori, tra essi soprattutto Francesco Piccolo,  rìtengono di necessità – sul dialetto. Ma allora non sulla parola-concetto, sulla parola-suono:  il  dialogo si vuole una sorta di accompagnamento musicale dell’immagine, spesso distorto o tronco nella pronuncia, come le parole all’opera, che per il significato rinvia alla didascalia, indirettamente alla cosa, specie le sensazioni indistinte o poco distinguibili (sinonimi).
 
La lingua nasce, si comporta, per riduzione e non per incremento? Per il fatto stesso di volersi-doversi (insegnamento, editoria, media) regolarizzare, classificare.
Sfumature – ricchezze – palpabili per esempio nei due casi ancora accetti del (ri)uso del dialetto, di Pasolini e Gadda: che si dice romanesco, ma è di fatto due romaneschi, uno impiegatizio di immigrazione recente e di semi-periferia (via Merulana è un centro non più centro, centro di immigrazione, allora ministeriale, nel dopoguerra), uno di borgata e giovanile. Due diversi ritmi, due pronunce, un vocabolario (parole) diverso, due linguaggi. Pertinenti – probabilmente, quién sabe – comunque significativi.
 
“La Lettura” ne ha segnalato l’altra settimana il ritorno come lingua più schietta, non artificiosa, seppure limitata, al campanile, alla classe sociale, al gruppo. Ma per ciò più “autentico”, in quanto “democratico”, alla portata-capacità dello scemo del gruppo o del villaggio. Lingua di strada, rione, quartiere in città, dove si è cresciutio. Roma ha una distinta loquela e parlata (sonorità, giro di frase) per Roma Nord e per Trastevere, o Testaccio, o Garbatella. Una maniera d’essere,che non si pensava si erigesse a lingua. O la lingua si sbriciola, riducendosi, fino all’incomunicabile, se non per grandi cenni-concetti, senza le sfumature.
Il ritorno del dialetto è una germinazione spontanea, non istituzionale (programmata, regolata), ma limitativa, anche di senso. Il dialetto non è produttivo se non per differenza da una lingua.
 
Realtà – Complessa sempre, e per questo mai chiara, univoca
 
Reazionario – Se ne perde la connotazione nella caduta della dialettica politica destra-sinistra. E nella semplificazione del linguaggio. È infatti concetto stratificato.
Carlo Cassola vuole Renato Fucini “reazionario” perché si occupa di mondi e locuzioni che vanno a scomparire. Ma non è questo il senso, questa è conservazione. Erano conservatori Franchetti e Sonnino, che con la “Rassegna settimanale” nella quale pubblicavano Fucini trattavano tutti i problemi sociali dell’Italia. Li decidevano da un punto di vista liberale, e quindi conservatore, ma non reazionario: non erano per il mantenimento di strutture perente, o squilibrate.
Uno dei racconti di Fucini ne dà bene la complessità, “Perla” (nelle “Veglie di Neri”). Una cagnetta smarrita, “di una razza molto rara”, vale una dozzina di carciofi per il barrocciaio che l’ha rinvenuta lercia e smarrita lungo la strada, e niente in casa del contadino che l’ha persa dal barrocciaio, una bocca inutile, “perché quando si doveva prendere un cane, dissero, era meglio prenderlo da caccia”, e viene eliminata. Vale invece 400 lire per il colonnello d’artiglieria, che è disposto a pagarle per riavere indietro la cagnetta e rimediare allo “stato di disperazione nel quale da tre giorni si trovava” la sua figliola. Il bisogno, la bocca in più da sfamare, si scontra col rispetto e l’amore degli animali, sia pure per il capriccio di una bambina. Il necessario col superfluo. Il povero col ricco. L’ignoranza anche con la civilizzazione. È l’ignoranza una colpa? E l’insensibilità quando si scontra col bisogno?
Il contadino, nel mondo di Fucini, tardo Ottocento, positivo e borghese, liberale anche illuminato, è reazionario. Ma lo è?

zeulig@antiit.eu

Le fate positiviste di Sherlock Holmes

Il padre di Sherlock Holmes credeva alla fate. Come tutti un po’ in famiglia - il padre da ultimo anche nel manicomio - ma non è tutto. Massimo Introvigne e Michael W. Homer, che hanno curato la traduzione in italiano, una edizione Sugarco del 1992, la aprono maliziosi: “1917: la Madonna appare a Fatima, in Portogallo. Non viene fotografata. La stampa laica e positivista si chiede con gravità come sia possibile credere, in pieno secolo ventesimo, a questo genere di «superstizioni medievali» e denuncia il rischio di un ritorno ai «secoli bui». 1917: le fate appaiono a Conttingley, in Inghilterra. Vengono fotografate. La stampa laica e positivista – a partire dal noto «Strand Magazine» - le prende assolutamente sul serio”.
Un po’ come le teste di Modigliani, uno scherzo, ma molto meno verosimile. Di bambine pensose attorniate in foto da farfalle svolazzanti contro ogni legge prospettica. In pose copiate da un libro illustrato di successo per bambine, “Princess Mary’s Gift Book” - pubblicato dallo stesso editore di Conan Doyle, e con un suo scritto... Uno scherzo innocente, di due ragazze, due cugine, per mostrare alle madri inquiete il loro uso innocente delle scappatelle – lo scherzo sarà confermato dalle due cugine nei primi anni 1980. Ma non per Conan Doyle. Alla cui attenzione le foto furono portate da un parente delle ragazze, uno spiritista. Era il 1920, il creatore di Sherlock Holmes era al culmine della sua infatuazione spiritista, e delle fate svolazzanti fece saggi “scientifici” per lo “Strand Magazine”, il periodico nel quale era nato anche Sherlock Holmes: “Queste fotografie segneranno un’epoca nel pensiero umano”. Due lunghe trattazioni, subito poi confluite in questo libro.
Conan Doyle, scozzese di Edimburgo nato e cresciuto cattolico, a diciassette anni aveva optato per le “scienze positive”, seguendo in un primo momento i Mormoni. Poi, disturbato dalla poligamia, a ventisette anni entrava in una Loggia massonica di rito inglese, Rosacroce, e optava per lo teosofia e lo spiritismo: era il 1886, lo stesso anno in cui creava Sherlock Holmes, “Uno studio in rosso” – dello spiritismo sarà un missionario appassionato per quasi mezzo secolo, fino alla morte nel 1930.
L’edizione Introvigne-Homer è arricchita di numerose foto, delle due cugine con e senza le fate, e altre che furono pubblicate nel corso della polemica. Con il testo dell’intervista filmata Movietone a Conan Doyle per i cinegiornali Fox nel 1929, circa venti miniti, re-diffusa l’anno dopo alla morte del celebre scrittore. Il volume Sugarco riprende la trascrizione che il “New York Times” pubblicò il 26 maggio 1929, con l’elogio della capacità di Conan Doyle di “bucare lo schermo”, poi non più ripresa. “Quando parlo di questo soggetto”, dice fervoroso il positivista dello spiritismo, “non parlo di quello in cui credo e non parlo di quello che penso: parlo di quello che so”.
Arthur Conan Doyle, Il ritorno delle fate