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sabato 13 luglio 2019

Famiglia

Protesse sempre la figlia dal padre pazzo. E la figlia finì per considerarla pazza.

Problemi di base animaleschi 2 - 497

spock


Non c’è trippa per gatti, o per cani?

Cani e gatti?

Cotto come una pera?

Sudato come un maiale?

O come un bufalo?

Ridere come un cretino?

Vergognarsi come un cane?

spock@antiit.eu

Questo Puccini sembra Bernstein

Un nuovo allestimento, un grande impegno della Fondazione Puccini, con interni e costumi tradizionali – sostituiti nell’ultimo atto, del tentativo di fuga, del tentativo di linciaggio, e poi della liberazione, di Minnie e dell’amato Johnson, da un bosco di gigantesche sequoia - del regista Renzo Giaccheri. Un ottimo cast, specie in due dei ruoli principali, Maria Guleghina e Alejandro Roy. Un’ottima orchestra , la Regionale Toscana, concertata e diretta da Alberto Veronesi – che presiede anche la Findazione. E una musica, per molti tratti di questa poco amata e poco eseguita “Fanciulla”, che anticipa sonorità di Gershwin e, di più, di Bernstein sinfonista mezzo secolo dopo – a quanto si può arguire dall’inacustica platea all’aperto del festival (una platea piatta, forse disegnata per i concertoni pop, serviti da grandi casse acustiche).
Puccini sempre più ha bisogno di essere liberato della patina verista che lo imbozzola - come un Mascagni, un Leoncavallo: il verismo non è più la chiave, in questa “Fanciulla”. O forse non lo è mai stata, una categoria provincial:  Puccini spazia dal Giappone agli Stati Uniti, non da lettore di favole, viagga negli spazi musicali “altri”. Qui assimila timbri e ritmi americani, jazzistici – ma non più bandistici, stile New Orleans. Era curioso di altri mondi e altri moduli. L’opera scrisse dopo un prolungato soggiorno in America. Su un dramma del maggiore autore di teatro e impresario di Broadway nel primo quarto del Novecento, David Belasco, ex bambino prodigio. Il cui impianto molto americano Puccini tiene vivo, malgrado i birignao dei librettisti, Guelfo Civinini e Carlo Zangarini.
Questa “Fanciulla del West” aprì in prima mondiale la stagione del Metropolitan di New York il 10 dicembre 1910. Diretta da Toscanini, Con grande successo. Forse la mancata Puccini Renaissance è solo una questione di provincialismo: l’Italia non sa pensarsi altro che bozzettistica, e un po’ ignorante, anche insensibile alle novità. 
Singolare è il tentativo di fare il western prima del western, del genere cinematografico. La Minnie all’opera – di Puccini? dei librettisti? – è una virago con la pistola in pugno. Ma qui con una aporia. Belasco metteva in scena una Minnie colta, in grado di disquisire con l’allora giovane fidanzato Johnson, studente all’università, di Dante. E soprattutto femminile e dolce: sogna un amore per sempre, sogna come sarà il suo primo bacio, e benché viva in mezzo agli uomini, ne è la loro guida spirituale: legge per loro la Bibbia, dà i consigli giusti. Una eroina del primo Puccini, si direbbe. Quale poi sarà anche qui nel finale, quando Johnson rischia la morte e lei lo salva: rispettata dai cercatori d’oro nel suo piccolo saloon per la mitezza e la generosità. Per Puccini invece brandisce la pistola. Con una incongruenza ineliminabile nel finale, quando si oppone al linciaggio argomentando: “Non vi fu mai chi disse\ «Basta!» quando per voi\ davo i miei giovani anni…” Che s’immagina uno?  
Giacomo Puccini, La Fanciulla del West, Puccini Festival, Torre del Lago

venerdì 12 luglio 2019

Porte aperte

È giovedì, il giorno che il ministro Treu ha decretato dei ministeri aperti per i cittadini. Di prima mattina la giornata ha la frescura che promette di scacciare l’afa. E l’ingresso del ministero a via Pagano è pulito e sgombro, pronto per le visite. I pochi che entrano salgono al quarto piano. Dove si trova l’ufficio per i rapporti con i cittadini. Tenuto da due funzionari che sono già al loro posto, nella stessa stanza ampia, a due grandi scrivanie ordinate, senza i soliti ingombri di scartoffie, vuote.
L’orario di apertura è dalle nove, e bisogna attendere. Si attende in piedi, leggendo le bacheche, scambiando sorrisi con gli altri visitatori che invece vanno, tutti con una valigetta rigida, per le loro pratiche negli altri uffici al piano, non soggetti a orario se non quello di lavoro, il corridoio trasformando in open space ben ambrosioano, d’accenti e operosità. Alle nove in punto i due funzionari ascoltano la richiesta e, senza consultarsi, all’unisono chiedono: “Lei è sindacalista? Un dipendente non può avere il documento. La dichiarazione dello stato di crisi è pubblica, ma possono averne copia i rappresentanti dell’azienda e i sindacalisti”.
I due, sempre all’unisono, non oppongono però resistenza: “Quali sindacalisti? Anche uno confederale, sì”. Renato della Cgil, che si occupa della stampa, sicuramente si presterà. Ma non risponde. Sarà presto, conviene ritentare, aspettando nel corridoio vuoto. Solo animato dai primi visitatori che escono dalle stanze, sorridenti, e scambiano saluti, mentre altri subentrano, a incastro perfetto, tutti simili, con la ventiquattrore.
Quando il compagno Renato non risponde alla seconda o terza chiamata, l’idea viene di chiedere in segreteria. Renato c’è, ma è in riunione. Fino a quando la segretaria non sa: “Non sarà breve. Chiama fra un’ora. Fra mezzora, se vuoi”. Insomma, è più che altro una sensazione sgradevole, come quando in mare un cirro lontano porta burrasca. L’idea di recuperare qualcuno della rappresentanza sindacale aziendale contribuisce anch’essa al nervosismo: sono tutti aziendalisti. Uno di quelli che entrano ed escono con la valigetta fa la sua parte, un rosso, che la butta in braccio al suo compagno e urla sarcastico: “È leggerina, neh!”, cercando con l’occhio complicità alla sua involuta insinuazione.
I due funzionari dell’ufficio rapporti con i cittadini stanno sempre ai loro posti, corretti. Sulle loro teste due ritratti danno dignità alla funzione: da una parte il presidente, col suo piglio monacale, dall’altra il presidente del consiglio Prodi, che per distrazione, e per l’apprensione crescente, rimanda per un attimo al cantante Drupi, del resto suo anagramma, senza naturalmente la capigliatura cavallina. Un tentativo di fare conversazione per ingannare l’attesa, essendo l’unico visitatore, cade: i funzionari rimangono composti, con gli occhi bassi. La decisione di porre urgenza sulla segreteria alla Cgil infine s’impone e riesce, Renato viene al telefono. È rassicurante, ci penserà lui, “ma non subito, in tarda mattinata”. Consiglia di aspettare al ministero: “Appena ho un minuto scappo: da qui sono due minuti”. E insomma, la cosa si risolve. Se non che, fra una cosa e l’altra, sono già le undici, e la targhetta alla porta dell’ufficio rapporti con i cittadini è precisa: l’orario è fino alle 12,30.
Lo scoramento rigurgita. Ma alla richiesta alla romana di conferma dell’orario, “allora c’è tempo solo fino alle 12,30?”, uno dei due precisa: “L’orario di lavoro è fino alle 14, fino alle 12,30 quello di sportello”. Il rovello allora insorge di cercare una via d’uscita nella segreteria del buon ministro, che in fondo è un compagno pure lui, seppure del partito di Prodi, e ha un addetto stampa amico. Una raccomandazione? Non proprio. Che comunque non si può fare. L’addetto stampa non c’è, ma il suo vice è sollecito, un funzionario del ministero: “Telefonare è inutile, hanno deciso che può avere le carte solo chi può dimostrare un interesse diretto. Chi può dimostrarlo legalmente. Hanno fatto una causa per questo, una vertenza di lavoro, il sindacato li ha assistiti. No, vogliono soltanto l’autorizzazione allo straordinario di sportello fino alle 14. C’è un’indennità di sportello, sa?” E ha disposto l’autorizzazione allo straordinario.
L’ultima attesa è stata nervosa. I due funzionari erano sempre al loro posto, ma dopo le 12,30 ogni minuto si è fatto contare. È passata così l’una. Un’altra chiamata, dal corridoio ormai deserto, non ha avuto esito: Renato non ha risposto, né la segreteria. Finché alle 13,25 Renato è uscito dall’ascensore. Gioviale come sempre, un po’ affannato, “ci ammazziamo di riunioni”. La sua vista ha infine animato i due funzionari che immobili aspettavano. Non gli hanno neanche chiesto un’identificazione. Hanno compulsato l’indice degli stati di crisi e hanno individuato il numero e il giorno della “Gazzetta Ufficiale” che ne ha dato pubblicazione. Uno dei due ha poi reperito in una stanza a fianco la “Gazzetta”. L’altro ha fatto la fotocopia. Ha acceso la macchina delle fotocopie. Che ha imposto un’altra attesa di una decina di minuti, forse meno ma sembrano tanti, seppure con la certezza infine che il documento è ottenuto. Che era sulla “Gazzetta Ufficiale”, in fondo queste porte aperte sono state una punizione, giusta.
Sono poche righe di testo, su una facciata. Il decreto effettivamente dichiara la casa editrice in stato di crisi per ramo d’azienda. Una licenza mascherata di licenziamento: riconoscendo il governo lo stato di crisi, la gloriosa casa editrice ha potuto licenziare mille poligrafici e cento giornalisti. Un modo come un altro di aggirare l’articolo 18, basta non dirlo.
È un decreto di due articoli, e non sembra contestabile. Renato concorda: “Li fanno bene, sono studiati da grandi giuristi”. Né d’altra parte c’erano illusioni da coltivare. Solo che, essendo disoccupati, uno a il problema la mattina di trovarsi un’occupazione del tempo.

Problemi di base - 495

spock


Ride Grillo con gli italiani, degli italiani, sugli italiani?

O non ride più, non si sente?

Sarà in atto la beatificazione, san Grillo subito, protettore degli italiani?

Lo spregiatore più amato del genere umano?

O è il santo del posto ricco, con vitalizio, senza faticare?

Ma i grillini si dovranno decurtare il vitalizio per versarlo al movimento - a Casaleggio?

È il governo dei vertici, il governo del nuovo?

spock@antiit.eu

La paternità è una rinascita

“Non si nasce padri, lo si diventa”. Sotto questa insegna, non sorprendente, lo scrittore francese fa il suo piccolo elogio, in contrasto coi tempi, ma attento a non scivolare nella reazione, o restaurazione. Il suo trattatello è semmai un dubbio: com’è che sono padre di quattro figli, dai 4 ai 18 anni, “derivati da vite diverse”, dopo un’adolescenza negli anni 1970 programmaticamente di rifiuto, incondizionato. Per l’ecologia eugenetica già imperante, “niente futuro, niente figli”. E per il piacere del piacere, “senza conseguenze”.
Una condizione ora trova, la paternità, non faticosa né ingestibile, al contrario delle “vite diverse”, e anzi fonte di sensazioni irripetibili. Di cui ha già raccontato nel romanzo “Le bonheur d’avoir une âme”, e qui sintetizza, “un giorno che m’inoltravo per strada col mio primo bambino in braccio”: “Il sentimento di galleggiare, d’essere alleviato dal peso che portavo, liberato della mia propria pesantezza, un sentimento a priori irrazionale e d’altronde ambivalente, costeggiando l’allegria animale e gloriosa di aprire il mondo…”, etc.
Il Novecento è dei figli
Non c’è più il “padre archetipo” - il padre padrone, la divaricazione essendo stata introdotta dai baby boomers degli anni 1960 - ed è un bene ovviamente. Ma su questa ovvietà Leclair innesta una produttiva diversificazione tra la letteratura dell’Ottocento e quella del Novecento, spartiacque la “Lettera al padre” di Kafka. La questione risolvendo in altro modo dell’incompatibilità fra creazione e procreazione. La “Lettera al padre”, arguisce, “fa di tutta l’opera di Kafka, compreso il «Diario», una pietra angolare del XXmo secolo, dominato dalla letteratura dei figli, come il precedente lo era stato dalla letteratura dei padri (l’immenso Hugo dispiegato su tutta la mappa dei generi letterari)”. Partendo, per quanto riguarda la Francia, da Rimbaud, “Una stagione all’jnferno”, e includendo Proust, “in attesa che la madre muoia per costruire la cattedrale di cui aveva tanto sognato con lei”, Céline, che adotta come nome quello di battesimo della nonna, o Gide (“Famiglie, vi odio!”), e Beckett o Bataille, “Mia madre”, “Il colpevole”, “Il piccolo”. Fino a Houellebecq, l’“Estensione del dominio della lotta”: “Mio padre è morto un anno fa. Non credo a questa teoria seconda la quale si diventa realmente adulti alla morte dei genitori”. Con Victor Hugo naturalmente, che le paternità se le inventa anche adottive, fittizie, nei “Miserabili”. Ma più meravigliandosi di Balzac, “questo grande reazionario che è non di meno la pietra angolare di tutte le modernità letterarie e sociologiche”: “Attraverso il personaggio grandioso di «Papà Goriot» ha saputo rivelare il movimento di rimpatrio di Dio nell’uomo nel momento stesso in cui si produceva… Un padre divinizzato nella Parigi del 1835, la città assolutamente cinica e scombussolata” dopo le ubriacature di rivoluziione e restaurazione, con l’impero nel mezzo. Il padre “dal lato della bontà, del sacrificio, di ciò che si chiama l’amore”, anche sul letto di morte, quando l’adorata figlia non si cura di farsi vedere: “I padri devono sempre dare per essere felici. Dare sempre, è ciò che fa che si è padri”.            
Bertrand Leclair, Petit éloge de la paternité, Folio pp. 111 € 2


giovedì 11 luglio 2019

Beffa a Mosca, alla Lega lo “sfioramento” Pci

Ģ₩10Un’intercettazione metà e metà, che si capisce e no, è un ricatto. Normalmente roba di polizie segrete.
Un’intercettazione al Metropol, l’albergo per decenni del Kgb a Mosca, è roba da servizi segreti.
Ma: servizi americani, a Mosca? Più probabile di servizi russi. Ma: contro Putin, che invece ha tutto l’interesse a un Salvini vincente? Improbabile. L’ambiguità è però una conferma: succede così nella disinformacija, che non si sa che pesci prendere. Allora si razionalizza: Putin non sacrifica Salvini, ma tende una mano alla Cia.
Il décor vecchiotto, da Le Carré, dice l’intercettazione al Metropol una beffa. Che la modalità della corruzione porta al sarcasmo, copiata pari pari dal vecchio modello dello “sfioramento”. Praticato per decenni dall’Eni, sulle forniture di petrolio e di gas da Mosca, per conto del Pcus, il partito comunista sovietico, con versamenti su conti anonimi svizzeri in disponibilità al Pci.
Con un aspetto inquietante: che i servizi russi collaborano con gli americani. Tutta la storia del Russiagate sarebbe da rivedere.
Contro la rete, l’informazione diffusa
Volendo, da credenti nell’innovazione, nella rete, nei social, nell’informazione diffusa, le cose inquietanti sono due: che Russia e Usa collaborano per imbordellire la rete, e ogni possibilità di informazione democratica.
Che i servizi utilizzino i media non è una novità, si faceva al tempo di Montesquieu e le “Lettere persiane” – il socialista Mussolini improvvisamente interventista nel 1915 col suo giornale al soldo dei servizi francesi è un caso fra i tanti. Ma qui, se russi e americani sono “uniti nella lotta”, l’offensiva è generale per stroncare ogni alternativa in rete - alternativa ai controlli.
A mano che non si tratti solo dello schema, anche questo vecchio, stile guerra fredda, di Washington e Mosca unite contro la Unione Europea.

Quant’era bello l’islam

Una scelta delle “Note antropologiche” prese da Burton “Mille e una notte” che veniva traducendo in inglese a partire dal 1885, quando era console a Trieste. Una parte le scrisse a pie’ di pagina, una parte in un saggio che pospose alla traduzione, nel decimo volume, la più parte in fogli volanti nel corso dei suoi tanti viaggi in Africa e in Asia. Note quindi del tutto asistematiche, anche se Martina le raggruppa per temi. Confuse anche cronologicamente. E topologicamente: il referente sono “gli Orientali” in genere. Ma fortemente eteroetnico: tutto è bello e buono che non sia europeo.
Il “carattere degli arabi” è un modello. La donna? Privilegiata. Pagata, anche per scoprire il volto (“tassa dello scoprimento del volto”), protetta nel matrimonio, nel divorzio e nell’eredità, soddisfatta anche a letto, con la benedizione delle quattro mogli, e un po' di cautela. Ottima pure la politica: “Il dispotismo orientale è giunto più vicino all’idea di fraternità e uguaglianza di ogni repubblica finora creata”. Quattro pagine di lodi senza riserve, sul piano caratteriale individuale e su quello storico e politico, e quattro righe di riserve. Inflessibile invece con i turchi, “gli inqualificabili turchi” – un solo khan, Hulaku, nel 1258 fa nella sola Bagdad “ottocentomila vittime secondo alcune fonti, il doppio second altre altrettanto autorevoli”. Nella Bagdad capitale anche i locali lazzari erano modello di virtù, i “ligi”, i servi legati al padrone da fedeltà assoluta. Anche se sotto un ombrello inquietante: “Ogni musulmano è tenuto dalla religione a sorvegliare i vicini e a riportare i loro misfatti”.
Si procede così, per umori, malgrado tanta dottrina. Molto, in dettaglio, è sull’“arte dell’amore”. Comprese una decina di pagine sugli afrodisiaci.
Una lettura curiosa. Di un Oriente non remoto, tardo Ottocento. Certamente inventato o immaginato, un orientalismo quale lo critica Edward Said, ma pro bono? Pochi i contrappunti. “L’Aurah (luogo delle vergogne) dell'uomo va dallombelico alle ginocchia. Quello della donna dalla cima della testa alla punta degli alluciLa brutalità della folla è fenomenale, non vi è alcuna pietà verso il condannato. Alle esecuzioni capitali le donne hanno parte attiva nell'insultare il reo e nel tormentarlo strappandogli i capelli e sputandogli in faccia. La stessa brutalità istintiva degli uccelli e delle bestie selvatiche, che fanno a pezzi un compagno ferito.  
Una scelta curata da Graziella Martina, la viaggiatrice-in-conto-terzi – autrice di guide, editrice di libri di viaggio.
Richard F. Burton, L’Oriente islamico, Ibis, pp. 219 € 11

mercoledì 10 luglio 2019

Deutsche Bank in crisi di credibilità

Deutsche Bank non è al fallimento, come si semplifica nelle cronache, si sta ristrutturando. La cosa fa notizia perché è la seconda ristrutturazione, radicale, in sei anni. Perché il piano di ristrutturazione non convince: alla bad bank vanno 74 (settantaquattro) miliardi di crediti inesigibili. E perché la metà dei ricavi resterà sempre del ramo investimenti, oggi a rischio come ieri.
Altra evidenza non meno scoraggiante: Db è una banca che è  stata fino a ieri sempre privilegiata dalla Bce nei suoi stress test, dalla Vigilanza europea. Anche se aveva evidenti, sotto tutti i parametri, punti di forte debolezza. Deve riguadagnare molte posizioni di credibilità, il potere politico di ieri è ora la sua debolezza maggiore - la forza politica può essere un handicap nel mercato.
Nel post-crisi bancaria del 2007 aveva tentato, sotto la guida dello svizzero Ackermann, il ruolo di player  mondiale, approfittando della debolezza delle banche americane, con larga presenza negli stessi Stati Uniti, in tutti i ruoli, compreso quello speculativo. Una strategia che partiva da lontano, dall’acquisto di Morgan Grenfell a Londra e di Bankers Trust negli Usa a fine Novecento. Un’aggressività che la lascia la banca più gravata di futures incerti, i derivati.
L’azzardo Ackermann si poté concedere per aver aiutato il governo Merkel almeno in un’occasione, nel 2009,  nel salvataggio di una grande banca locale tedesca. Fu la Db di Ackermann a scatenare nel 2011 la crisi del debito italiano: vendette in un sol colpo tutti i titoli italiani, e lo fece sapere al “Financial Times” – i Bot avendo ricomprato a termine, nel mezzo della manovra al ribasso che aveva avviato, poiché pagano solidi interessi.
Ci furono scandali – non per i Bot. La dirigenza contestò l’aggressività di Ackermann, che pretendeva “risultati” trimestrali e perfino mensili. I bilanci non erano lusinghieri. Gli azionisti cacciarono Ackermann e il suo capo ufficio studi, Mayer – l’artefice dell’attacco al debito italiano. La banca fu ricapitalizzata, anche con ingenti capital cinesi – ne detengono almeno il 10 per cento. Ma la gestione è sempre debole.

Tutto il sistema bancario è debole in Germania. La cosa non è rilevata perché l’80 per cento del sistema è pubblico, e il governo Merkel per questo lo ha sottratto ai vincoli e ai controlli dell’unione bancaria.


L’Italia felice del 1984


“1984” è il romanzo di Orwell sulla società controllata in ogni detto e gesto. Nella storia d’Italia invece ritorna da qualche tempo come degli anni belli. Girati in anni “stupidi” dai (pochi) reduci del Pci berlingueriano, ma per il restante dei 50 & più di ricordo grato.
Aldo Grasso lo ricorda sul “Corriere della sera” perché il calcio europeo era allora italiano, dopo la vittoria al Mondiale di Spagna. Quello  dove affluivano i migliori campioni in attività, nel pieno dell’integrità fisica e tecnica, Maradona, Platini, Zico, Falcao, il trio olandese del Milan – e il Milan di Sacchi si preparava spettacolare, che dominerà i tornei mondiali.
Si domava anche l’inflazione, dal 20 per cento endemico da quindici anni al 3 per cento. Con un referendum in cui i lavoratori votarono – contro la Cgil e il Pci - per la sterilizzazione della contingenza o scala mobile, il meccanismo di moltiplicazione dell’inflazione, con una percentuale del 54,3 per cento su 35 milioni di votanti - ben il 78 per cento degli aventi diritto, una partecipazione record.
Era anche l’Italia la quinta potenza economica mondiale, forse la quarta, superiore a quella britannica.
Poi il diluvio. Nel nome di Di Pietro, un giudice che si faceva prestare cento milioni di lire da un inquisito, e poi glieli restituiva brevi manu, in contanti, in una scatola da scarpe – così scrisse il giudice stesso al “Corriere della sera”.  

L’ansia che viene dalla bellezza

“Non c’è dubbio”, si dice Soldati fermo in treno nell’estate del 1954 “poco dopo Arezzo” , nel Valdarno dell’amato e condizionante nonno materno, di fronte a colline allora linde e opulente: “La felicità, la bellezza, il senso della vita sono davanti a me”. E “come allora”, quand’era ragazzo e ci veniva d’estate col nonno, si chiede: “Che cosa devo fare per essere degno di questa bellezza, per toccare questa felicità, per capire quale sia questo senso della vita?” Ora si chiede anche, “con la medesima ansia: che cosa ho fatto in tutti questi anni, per essere fedele al ricordo di quel momento?” 
Soldati spiega se stesso – fa autoanalisi. Come in tutti i suoi racconti – è la sua maniera di raccontare, in soggettiva. In questo “Disco rosso” dice che ha “gettato via momenti così”. Ma non è vero, si compiange per non aver goduto abbastanza.
Nello stesso racconto, qualche riga più giù, è anche la spiegazione dell’“enigma Soldati”, la “storia dei rimorsi” che sempre frappone – che si vorrebbe gesuitica di scuola: “Il rimorso non è mai per azioni che abbiamo commesso o che non abbiamo commesso; non è per ciò che facciamo; bensì per ciò che fummo, siamo e fatalmente saremo; non riguarda soltanto il passato, ma anche il futuro. E così, quando riusciamo a vedere la bellezza, essa è sempre perduta”. Il “rimorso” è l’eterna curiosità – voglia di essere, disponibilità, godimento, e un po’ di confusione.
Cose viste, per lo più, ma col filtro della fantasia “irrimediabilmente romanzesca”, anche le storie inevitabili di vini, o filosofia spicciola. La messa c’entra poco, se non per la dedica che Soldati ha voluto “a don Vittorio Genga, torinese, parroco di Vezzo in provincia di Novara”, con relativa accettazione, protagonista del racconto centrale della raccolta. In tutto una trentina di “elzeviri”, considerazioni di varia umanità, che Soldati aveva pubblicato sul “Corriere della sera” nel 1954-1955. Una trentina di racconti, anche quando si vogliono cose viste, o filosofia spicciola: Soldati sceneggia ogni cosa.
In “allegro”, il suo tempo, sebbene sempre si professi perplesso e triste. Di “prosa robusta”, come lo trovava Croce in una delle sue ultime letture. Con almeno un pezzo da antologia, per restare sui temi musicali, “Nel nome di Haydn”: il ragazzo Soldati accompagna al piano il vecchio prete per una sinfonia ridotta a quattro mani, o della musica che “si vede”.
Mario Soldati, La messa dei villeggianti, Oscar, pp. 256 € 10

martedì 9 luglio 2019

Ombre 470


Qualsiasi ambasciatore che avesse scritto un decimo delle contumelie scritte dall’ambasciatore britannico a Washington contro Trump si sarebbe dimesso, una volta rese pubbliche. O sarebbe stato richiamato dal suo governo. Ma l’ambasciatore britannico non si dimette e il suo governo,Theresa May, non lo richiama. L’antipatia per Trump non è tutto, è una maniera d’essere  britannica che riemerge, dopo la parentesi europea, e spiega la Brexit meglio di tutto.

L’Europa unita sarà stata una parentesi. La Germania non è più quella dell’Unione Europea, quella di Bonn, dacché si è riunificata. La Gran Bretagna non è più quella che “chiedeva” di entrare nella Ue. E la Francia non si sa: per metà è contro la Ue, per l’altra metà macroniana, cioè confusa, un po’ gollista, cioè anti, un po’ no – è “europea” per un quarto.

Il premier maltese Muscat twitta: “Abbiamo sentito la Commissione Ue e il governo tedesco e accogliamo i profughi africani”. La commissione Ue sì capisce, ma il governo tedesco?

Furoreggia Messi contro l’arbitro brasiliano che ha stroncato l’Argentina nella Coppa America, in modo che il Brasile la vincesse comodo contro il Perù. Dimenticando l’indimenticabile arbitro turco (tedesco di nascita ma turco in tutto) Deniz Aytekin che gli regalò, letteralmente, un 6-1 “storico” contro il Paris Saint-Germain due anni fa – i guadagni furono altissimi nelle scommesse.
Però: arbitri sudamericani (comprese le ridicole arbitre del Mondiale femminile) e turchi si incontrano sempre nelle coppe quando c’è da “fare” una partita. Vedi l’indimenticabile Byron Moreno, il boliviano, o ecuadoregno, che doveva far vincere la Corea del Sud contro l’Italia nel Mondiale coreano. O “il miglior arbitro” di Collina, il turco Čakir, che ha “fatto” nel 2017-2018 la Champions per il Real Madrid.   

L’affitto dei ponteggi per la messa in sicurezza delle gronde del palazzo Ducale a Massa costerà in quattro anni, fino al 2020, 130 mila euro. Per un lavoro da 80 mila euro. Che si tarda a realizzare dopo tre anni. Ma non è uno scandalo, è la normalità, una sorta di ricetta alchemica: come produrre soldi col niente.
Affittare cartelloni, tavolati e ponteggi non è un’impresa, non c’è rischio. Fu la normalità a Roma per il giubileo del Millennio, della giunta Rutelli a favore del partito degli ingegneri e architetti, un obolo da uno-due miliardi l’uno.

“Il ritorno dell’eroina”, denuncia la Polizia, “i giovani la fumano”. Cosa che si faceva normalmente lungo tutto l’ultimo film di Almodovar e Banderas. Progettato e girato almeno un paio di anni fa. Si fanno indagini sui film, la Polizia non ha occhi per vedere.

Va Putin dal papa come protettore dei cristiani in Asia, e anche in Nord Africa. E dei mussulmani pii contro gli eccessi dei wahabiti e salafiti della penisola arabica – molto più “intelligente” di Obama e l’America al tempo delle “primavere” (o l’America sapeva?). Anche i vescovi del papa, in Libano, in Siria, in Iraq, in Turchia, fanno affidamento su Putin.

M non c’è solo l’America. Anche l’Europa, che ha discusso e discute se accogliere nell’Unione i turchi, ma mai i russi. Mentre si direbbe che la Russia è parte della storia europea. Di che stiamo parlando in realtà?

Nell’eclisse della sinistra, “7” recupera Bertinotti. Che ritiene necessario schermirsi: “Il cachemire? … era usato” .  

Arriva Putin, una mezza giornata di percorsi brevi e brevissimi, e la spazzatura a Roma scompare – è stata raccolta. Si può raccogliere.

Ma non si dice che la spazzatura non si raccoglie più a Roma: Non solo l’indifferenziata, per la scarsa capienza dei tmb, anche la carta, la plastica e l’umido: non si raccoglie niente, per mesi. Da quanto il subappalto è stato tolto alle cooperative di Buzzi, che i giudici antimafiosi di Palermo a Roma vogliono condannato per mafia, e assegnato alle ong che hanno denunciato Buzzi per mafia. Dov’è la mafia?

Si vuole salvare l’Alitalia, un’azienda che è già fallita tre volte, e perde un milione al giorno, con Toto, uno che ci ha provato con Air One ed è fallito, e Avianca, una cosa venezuelana-colombiana fallita in Brasile. Con un milione al giorno, più il ricavato della vendita degli aerei,  non si pensionavano tutti i (residui) dipendenti?

Casanova vecchio lagnoso

“Sarebbe un gran bell’uomo, se non fosse brutto”: così il ritratto che di Casanova, sotto il nome di Aventuros, fa il principe di Ligne, che se ne professa amico e ammiratore, nei suoi “Mémoires et mélanges”. È la parte più vivace del volume, che il volume riporta in appendice, insieme con la lunga dettagliata sintesi delle “Memorie” di Casanova allora inedite che il principe fa per favorirne la pubblicazione e il successo, e un ritratto dettagliato del Casanova pittore, il fratello minore di Giacomo, di due anni, che si voleva figlio del principe di Galles.
Le lettere del titolo, mai spedite, sono ventuno invettive contro l’amministratore del conte di Waldstein che lo ospitava a Dux in qualità di bibliotecario. “Lettere miserabili e grottesche” le dice lo stesso Piero Chiara, casanoviano principe – che le introduce. Qui proposte nell’originale francese con traduzione – le “Lettere” sono coeve delle “Memorie”, che Casanova redige a Dux in francese. Di un Casanova che sembra convenire, sul piano personale, col principe de Ligne, “Il est fier parce qu’il est rien”: “Io sono come un nobile destriero”, si scrive ala lettera quindicesima, “che la sfortuna ha costretto a vivere in mezzo a degli asini, e obbligato a soffrire pazientemente i calci, poiché ho avuto bisogno di nutrirmi alla stessa greppia”.
Una versione senile – intristita, lagnosa – della superbia casanoviana. Di un personaggio che molto ha presunto di sé fallendole tutte. Qui si erige a nemico un Faulkircher - in realtà Feltkirchner, un sottotenente in congedo con una pensione da invalido, e lo stipendio del conte - che vede ovunque in ogni momento intento a dileggiarlo, ai pasti, nei corridoi, con la servitù, con i vicini, con gli stessi padroni, ladro per spregio anche dei libri preziosi che Casanova ha in custodia. Con l’ossessione, fino a promuovere un giudizio col sindaco, del suo ritratto fatto affiggere dal maggiordomo in più momenti sul cesso comune, con la merda.
Un autoritratto mesto, involontario. Di un uomo irriso in vecchiaia, perfino bastonato, dice lui, anche dai servi. L’ultima lettera è una smentita puntigliosa, in venti punti, delle calunnie che sarebbero state sparse contro di lui.
Giacomo Casanova, Lettere a un maggiordomo, Edizioni Studio Tesi, pp. 180 € 9,30 

lunedì 8 luglio 2019

Letture - 389

letterautore


Celan – A Canetti non piace, per un motivo: “Celan martire”, scrive nel 1990, per il revival del poeta sucida a Parigi vent’anni prima, “non mi ispira che repulsione”. Perché viene avvicinato a Lenz. Mentre, “come era abile, Celan – i suoi diversi paesi di accoglienza, una successione di bozzoli cui si estrae invariabilmente una creatura sempre più esigente. Come Lenz era maldestro, disperatamente maldestro. Ma nessun suicidio saprebbe darla a bere fino a impedirci di vedere a che punto la situazione di Lenz era miserabile e a che punto quella di Celan era onorevole”.
Di Lenz, Jakob, il letterato di fine Settecento tra i promotori dello Sturm und Drang, traduttore di Pope e Shakespeare,  colpito presto da disturbi mentali che lo ridussero in Svizzera e nella nativa Lettonia, infine in povertà è solitudine a Mosca, dove morì a 40 anni, nel 1792, Canetti nota: “Quante volte ho copiato questo ripugnante necrologio” della “Allgemeine Literaturzeitung”, maggio 1792: “Morì compianto da poche persone e non mancando a nessuno”, etc….“Questo infelice letterato non sarà il meglio del suo tempo a occupazioni inutili e senza scopo reale….”
Terribile la chiosa ultima di Canetti: “Tuttavia: l’assassina accanita, Claire Goll, non potrebbe essere messa da parte”. Claire Goll era la moglie del poeta Yvan Goll, che nel 1953 aveva promosso contro Celan un processo con gravi accusa di plagio – una causa da cui Celan uscirà vincitore, ma minato nella psiche.

Dante – “Dobbiamo all’immaginazione molto cristianamente pervertita di Dante la prima descrizione esatta di un campo di concentramento ben organizzato”, Arno  Schmidt. La Germania ha solo perso la guerra - la Colpa è collettiva, nel senso dell’Occidente, della cristianità, del mondo intero.

“Si pensi alle figure di Dante che sono di una chiarezza tale che ci si cancella davanti a esse. Non ci si può sottrarre, sono semplificate in modo da preservare l’essenziale” – Elias Canetti, nel corso delle sue elucubrazioni “contro” la morte”, rivede plasticamente la “Commedia”: “O è lui che ci forza a considerare la sua visione di essere come l’essenziale? Viene dalla morte il suo potere di persuasione. Le sue figure sono così straordinariamente vive perché sono morte”. Un pensiero che lo consola: “È la più straordinaria vittoria sulla morte che si possa immaginare”.

Goethe – Canetti a un certo punto lo vede sferico, richiuso su se stesso: “Ciò che sembra frequentemente noioso in Goethe: è sempre intero” - “Il libro contro la morte”, 168. L’immagine Canetti ha nel 1967 di un Goethe circolare, anzi sferico: una palla chiusa su se stessa: più avanza in età, più diffida dei moti passionali… Non marcia su trampoli, ma riposa rotondamente su se stesso, come un immenso globo terrestre, e per appropriarsene bisogna girare come una piccola luna attorno a lui, un ruolo umiliante”.
Ciò sembra inevitabile, Goethe essendo rimasto produttivo per tutta la vita. Ma il Goethe sferico  Canetti non lo dice un limite: “Non vi dà la forza di essere audace ma quella di durare, e non conosco altro grande poeta a prossimità del quale la morte resta così a lungo nascosta” – la morte che tutta la vita Canetti s’impegnò a cancellare.

Kipling – È per  tennisti a Wimbledon, che all’entrata del tunnel dagli spogliatoi ai campi sono accolti da due versi di mezzo di “If”, “la poesia più popolare dell’Inghilterra”: “If you can meet with triumph and disaster\ and treat those two impostors just the same” - nella traduzione di Gramsci: “Se, imbattendoti nel successo o nel disastro, tu tratti questi due impostori allo stesso modo”…

Cancellato – sempre con “If” – all’università di Manchester per fascismo o razzismo, e sostituito con una poesia di Maya Angelou, la poetessa, attrice e danzatrice afroamericana, “Still I rise”. La stessa Angelou che nella poesia “I know why the caged birds sings” scrive di sé giovanetta che “le piaceva e ammirava Kipling”, e specialmente “If”. “Still I rise” è in effetti modellata su “If”.

“If” è stato tradotto da Gramsci sull’“Avanti!”, edizione di Torino, il 17 dicembre 1916, proposta col titolo “Breviario per laici”.
In una nota dal carcere (“Quaderno 3 (XX) § (146), Gramsci dirà di Kipling: “La morale di Kipling è imperialista solo in quanto è legata strettamente a una ben determinata realtà storica. Ma si possono estrarre da essa immagini di potente immediatezza per ogni gruppo sociale che lotti per la potenza politica. La «capacità di bruciare dentro di sé il proprio fumo stando a bocca chiusa», ha un valore non solo per gli imperialisti inglesi”. Avviando la considerazione, situa Kipling in una prospettiva critica: “Potrebbe, l’opera di Kipling, servire per criticare una certa società che pretende ai essere qualcosa senza avere elaborato in sé la morale civica corrispondente, anzi avendo un modo di essere contraddittorio coi fini che verbalmente si pone”.

È “americano”. “If”, la poesia, Kipling aveva utilizzato in un primo tempo come epilogo a un racconto su George Washington e la sua resistenza all’opinione pubblica. Viaggiò a lungo negli Stati Uniti. Si recò a Elmira, nello stato di New York, per omaggiare Mark Twain. Fu amico di William James, e ammiratore di Ralph Waldo Emerson, del suo concetto di “self-reliance”, auto-disciplina. Fu amico di Theodore Roosevelt. Sposò un’americana, ed ebbe figli americani. Si costruì casa a Brattleboro, nel Vermont, completa di campo da tennis – il primo del Vermont. Dove scrisse “Il libro della giungla” e “Capitani coraggiosi”. Ma ci visse solo quattro anni: poi litigò col cognato per motivi d’interesse, e con gli Stati Uniti, per una contesa aperta dal presidente Cleveland con la Gran Bretagna sui confini del Venezuela (un pretesto: Cleveland pensò di accattivarsi il voto irlandese con una posa un po’ antibritannica).   

Mahler – “A. disprezzava Mahler perché era impotente”, Canetti, “Il libro della morte”, 1990. A.(lma) da Mahler aveva avuto due figli.
“A. disprezzava Werfel perché a lui piaceva essere tradito da lei”. Questo è possibile – non si sa molto di Werfel. Ma A. perché si metteva sempre con uomini che disprezzava? Le virago erano in voga nel primo Novecento – anche dopo: i fascistoni si facevano fare dalle “contesse”.

Marco Polo – È dunque croato – come Caporetto è slovena? Per essere di Curzola, che con la guerra perduta è passata con tutta la Dalmazia alla Croazia. Nascita e morte sono attestate a Venezia, il matrimonio pure, la sepoltura pure. Ma perdere la guerra è un’altra storia. Del resto, non scrisse in francese?                                                                                                                           
Proust – Il ritratto più vero, forse anche reale, è di Ugo Ojetti (“Tantalo”) sul “Corriere della sera” del 23 febbraio 1923, in morte dello scrittore – che  “7” ripubblica venerdì 5. Ojetti e il giovane Proust vengono ammessi alla conversazione di Anatole France nel salotto parigino di Madame de Caillavet: “Accanto a me rispettosamente silenzioso stava un giovanotto pallido e bruno, gli occhi sporgenti, le ciglia lunghe e lucide, il collo sottile, una marsina con le spalle troppo larghe e con le maniche troppo lunghe che non sembrava la sua, la cravatta bianca un poco pesta e di traverso, lo sparato a onde”. France parlava a lui “più che agli altri. E quello taceva immobile in quel suo atteggiamento cascante. Mutava solo la posizione della testa, ora piegandola sulla spalla sinistra, ora sulla destra, come fanno gli uccelli”. France, la cui conversazione quella sera verteva su Cristo, se era stato o no un personaggio storico, a un certo punto interpella Proust. Che risponde: “Maestro, in questa discussione non è Gesù Cristo che m’interessa, è Anatole France”. Rivelando, chiosa Ojetti, “in due parole l’animo di tutti noi”.
Poi France li presenta. “Non so perché in quella presentazione nominò Venezia. Marcel Proust mi domandò, affabile ma distante: - Vous êtes vénitien? – Non, je ne suis pas vénitien.Mais d’où êtes-vous? – e mise nella domanda una punta d’impazienza verso lo straniero sconosciuto. Risposi modesto: - Je suis romain. – E lui: - Oh,c’est trop grand!

Svevo – Cercando nel 1992 un  posto al cimitero di Fluntern a Zurigo, quello di Joyce, Canetti, che ama il cimitero, è perplesso sulla vicinanza: “Non abbiamo molto in comune. Salvo, forse, l’amore che portiamo entrambi a Svevo, quello di Joyce distinguendosi per la sua notevole efficienza (incoraggiamento per Zeko) e per le sue conseguenze decisive (invito di Svevo a Parigi,la sua fama tardiva)”.


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Come Bannon portò a Trump i “duplici odiatori”


Tra i due non è finita bene. Steve Bannon – è lui il diavolo – ha detto la figlia del presidente più stupida di un mattone, e Trump lo ha twittato “pazzo”. Ma Bannon è l’artefice della vittoria a sorpresa di Trump nel 2016. La ricostruzione di Green, giornalista della Cnn, che Giovanni Orsina presenta e poi commenta, spiega come vi si è arrivati.
Bannon è un ufficiale di Marina che dopo sei anni lascia la vita militare per la Harvard Business School. Dopo la quale vivacchia nel mondo degli affari. enza lustro, ma abbastanza da farsi un nome nell’impero finanziario di Robert Mercer. Che non è per Trump, e anzi è contro, ma quando Trump diventa il candidato repubblicano si propone di sostenerlo finanziariamente purché affidi la campagna elettorale a Bannon. Trump licenzia Paul Manafort, l’uomo d’affari ora condannato per operazioni illegali in Ucraina, e affida la campagna a Bannon. Che lavorerà gratuitamente, ma chiede e ottiene pieni poteri.
È a Bannon, spiega Green, pur senza sponsorizzare il personaggio, che Trump deve l’elezione. Alla sua idea di caccia ai “duplici odiatori”, facilmente individuabili in rete: contro Hillary Clinton, cioè, e contro Trump. Bannon puntò a canalizzare l’odio su Clinton, facendo di Trump la scelta meno peggio. E con lo spostamento di questo voto riuscì a conquistare gli stati che poi si rivelarono decisivi.   
Joshua Green, Il diavolo e la conquista del potere, Luiss University Press, pp. 245 € 23

domenica 7 luglio 2019

Problemi di base governativi - 495

spock


Si aggredisce la disoccupazione giovanile assumendo navigator?

Ora ci vorranno navigator che insegnino ai navigator?

In che lingua?

Navigator alligator – vengono tutti dal Mississipi?

La produzione è in calo, l’occupazione aumenta: è tornato il “posto”?

Dice che abbiamo troppi immigrati ma la popolazione diminuisce: che complotto è questo?

È un governo nuovo o è “La corrida” di Corrado, dilettanti allo  sbaraglio?

spock@antiit.eu

Il segreto di Balzac

La moglie bigotta allontana il  marito. Che si trova un’amante. È tutta la storia, nulla di che.  Più il moralismo clericale, la sessuofobia. Ma Balzac ci teneva. Scrisse il racconto a ridosso della “Fisiologia del matrimonio”, la sua prima opera, 1829, la prima a suo nome, che ne aveva già fatto un autore. La riscrisse per dodici anni, così spiega nella prima edizione della “Commedia umana”, nel 1842. Nel dodicennio l’aveva ripubblicata tre volte, con vari titoli: scritta nel febbraio 1830, la pubblicò nel secondo volume delle “Scene della vita privata”, come “La donna virtuosa”. Ma prima ne aveva pubblicato un estratto sul giornale “Le Voleur”, col titolo “La grisette parvenue”. Ritorna nel 1835, sempre come “La donna virtuosa”, nelle “Scene della vita aprigina”. Nel 1842 confluisce cn questo titolo nuovamente nelle “Scene della vita privata”. È che Balzac vi fa le prove di Balzac – il segreto di Balzac è la scrittura.
La prima dozzina di pagine è un capolavoro di racconto del niente: un vicolo buio del Marais malsano, come dice il nome, dove a un angolo, in due stanze con poca luce, due donne lavorano al telaio, la vecchia madre e la giovane figlia. Si sa anche come finirà: la giovane sarà l’amante del passante, l’unico con cui incrocia lo sguardo, per una storia senza gioia. Eppure si legge. 
Balzac, Une double famille, Le Livre de Poche, pp. 123 € 2