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sabato 3 novembre 2012

Bazoli pigliatutto, Mediobanca in difesa

Mediobanca si oppone, come prevedibile, all’incorporazione di Unicredit in Intesa. Si oppongono soci importanti, come i francesi (Bolloré, Groupama) che ne verrebbero esclusi, e la famiglia Berlusconi (Fininvest, Mediolanum), che potrebbe essere uno dei bersagli della fusione, con il management. Mentre c’è disponibilità dal nuovo management di Generali: Greco non vedrebbe male il controllo diretto di Bazoli.
Si lavora comunque attivamente alla fusione. L’ipotesi di lasciare fuori dall’operazione Mediobanca, con un diverso assetto proprietario, avanzata da Ghizzoni di Unicredit, è stata scartata. La fusione si farà per incorporazione, formalmente, di Intesa dentro Unicredit, che ha un assetto proprietario e gestionale più complesso. Anche se chi comanderà è fuori discussione in partenza: la solidità delle fondazioni Intesa è incomparabile rispetto a quella dei soci italiani di Unicredit. Ma per questa incorporazione asimmetrica è necessario che Unicredit mantenga il patrimonio che ha. Inoltre, Bazoli vuole Generali, e quindi Mediobanca che ne ha il controllo relativo.

Il mondo com'è (116)

astolfo

Destra-sinistra – Muore Rauti e lo si fa, oltre un martire, quasi un eroe della sinistra. Gramsciano.
Antimaterialista, anticonsumista. Lui avrebbe obiettato, ma è vero che la destra ha preso la malattia di una certa sinistra, di rubare i funerali. Una pratica togliattiana, avviata con Malaparte, proseguita con lo stesso Togliatti, Pasolini e ogni altro di cui sia possibile. Fu l’uso dei gesuiti coi morti eccellenti, Leopardi perfino e Pirandello. La funeralizia è arte gesuita, dice Gioberti, che era abate, e non era male: si dava ai non credenti, per un giorno, l’illusione della tolleranza, e ai credenti la conversione in limine d’ogni grand’uomo, a testimoniare la grandezza della chiesa di Roma. Solo Don Giovanni è sfuggito ai gesuiti: quello lo hanno ucciso i francescani, lasciando intendere che il Commendatore lo abbia fulminato - i francescani conoscevano in anticipo l’elettricità?
Il rituale i fratelli Taviani avevano codificato in morte di Togliatti. È stato mortuario a lungo pure il quadro-manifesto del Pci del nobile pittore Guttuso: un altro funerale, sempre di Togliatti. Il Pci aveva iniziato con Malaparte, il quale fece di tutto affinché i gesuiti s’impadronissero di lui, a metà con Togliatti. Un altro che amava solo se stesso, e il cane, da grembo, con la leggenda schermandosi di un amore con Virginia Agnelli: la villa a Capri regalò al presidente Mao, la salma al Pci e a padre Rotondi, per un funerale con bandiere rosse e messa cantata polifonica. E ha continuato con Debenedetti, dopo avergli negato la cattedra. Tre volte, per non essere neorealista, non abbastanza, l’ultima in punto di morte. Il professor Sapegno, che era stato compagno di Debenedetti al liceo e all’università ne bocciava la nomina, pronunciò il necrologio: il morto si prende il vivo In vita Pasolini non poté essere del Partito, aveva dovuto restituire la tessera.

È pure vero che Rauti nel 1950, già capo del fascistissimo Ordine Nuovo, oltre che del Fronte Azione Rivoluzionaria, spiegava nelle cellule con Enrico Berlinguer il no alla Nato. Ne scrisse anche su “Pattuglia”, il giornale dei giovani Pci diretto da Berlinguer. Questo invece, che è successo ed è un fatto, viene “correttamente” eliminato negli epicedi.
L’anno successivo, a seguito di due attentati del Far all’ambasciata Usa e al ministero degli Esteri, Rauti fu carcerato la prima volta, giudicato, e assolto.

Internet – Prima di morire Gianfranco Pintore celebrava sul suo blog il milionesimo contatto – “non so perché, mi emoziona”. Che può fare un milione di lettori diversi, oppure gli happy few che usualmente si collegano – in un blog di più anni si arriva al milione: può avere diecimila lettori, o  solo mille, assidui, oppure cento, che lo leggono ogni giorno. Anche nel caso più estensivo, però, è sempre un seguito minore di un qualsiasi politico, anche di circoscrizione. E questo ridefinisce i ruoli tra l’opinione e la politica. Che resta comunque l’espressione migliore dell’opinione, nei suoi veicoli tradizionali: la presenza fisica, la voce, lo sguardo, la promessa, la stretta di mano, l’occhiata, prima e meglio degli argomenti. Che sono il solo veicolo della rete.

Un falso twitter ha fatto dire a Marchionne quello che non aveva detto contro Firenze. Un falso post a fatto dire “culona” a Angela Merkel da Berlusconi. Due falsi subito amplificati, dilaganti, non smentibili. È la goliardia al potere, che si penserebbe tramontata, in questa epoca politicamente corretta e molto seriosa.
La goliardia è stata tradizionalmente in Europa la fucina della politica. Ma con la rete, subito dilagante e mascherata di autenticità, diventa verità. La rete è subito diventata il veicolo per eccellenza della disinformazione, anche facile. I due casi sono innocui, ma altre “verità” sono state diffuse online per provocare vendette, rappresaglie sanguinose, guerre .

Mattei – “Il Sole 24 Ore” celebre Mattei domenica 28 ottobre  con uno speciale di quattro pagine, lirico ed epico. Senza pentimento, dopo aveva massacrato in vita. Ma è un falso Mattei, non quello. È un altro Eni che si celebra tramite Mattei, sfruttando il personaggio a cinquant’anni dalla morte. L’Eni di Scaroni. Che fa il bilancio – basta un centesimo in più su cinquanta miliardi di metri cubi di gas che l’Eni fornisce a Snam Rete Gas per “fare” un ottimo bilancio. Lo fa anche con Mattei, non intrepido e nient’affatto avventuroso come Mattei fu. Nel quadro dell’ipotesi neoguelfa, o Grande Centro, cui le “forze sane” del paese, banche, Confindustria, grandi editori, stanno lavorando: un governo che faccia quello che loro dicono.
Notabili – Sfonda infine sul “Corriere della sera”, per l’autorità di Galli della Loggia, il notabilato che affligge l’Italia. A partire dalla Repubblica degli onesti di Scalfari e Visentini, del governo dei tecnici, dei belli-e-buoni della Repubblica, quindi da quasi quarant’anni. Sullo sfondo peraltro di un giornale che ne è l’incubatore e il padrino.  Quella che Salvemini bollava come sindrome del peggiore meridione, i galantuomini, il galantomismo, è ora saldamente al comando della Repubblica, a Milano e nell’opinione accreditata. In Monti personalmente no, perché ha avuto un’esperienza cosmopolita, ma nel suo governo sì.
“«Il Mondo» non abita più qui” e “Mediobanca editore”, due libri che da venticinque e quindici anni rispettivamente resistono a ogni silenzio, ne hanno delineato la persistenza al cuore dell’Italia cosiddetta laica, quella della via di mezzo che non si trovava tra le subculture dominanti di De Rita, la comunista e la confessionale. Per il motivo semplice che predicava bene e razzolava male. Il notabile, come il galantuomo, ha di per sé una funzione positiva. Nella migliore sociologia, per esempio di Max Weber. Ma non nell’accezione italiana, di gruppi di potere. Riservati. Elusivi. Autoreferenziali. Molto borghesi, ma allora nel senso dei culi di pietra e dei profittatori, non degli attivi e inventivi, di chi ama il rischio e sa piegarlo.

Pintore – Gianfranco Pintore, l’independentista sardo morto a fine settembre, aveva avuto una appassionata esperienza a Roma, a cavaliere del 1970, nel sostegno ai movimenti di liberazione delle colonie portoghesi in Africa, in particolare il movimento dell’Angola di Agostinho Neto e quello della Guinea-Bissau di Amilcar Cabral. Attorno alla rivista “Mondo nuovo” che riuniva i socialisti filocomunisti. Dopo un’esperienza di corrispondente a Varsavia per “l’Unità”, quanto di più deprimente per un giovane, sia pure comunista fervente.
Tornò poi in Sardegna, preoccupato, più che incuriosito, dalla voci che volevano “Osvaldo” Feltrinelli nell’isola, in contatto con Graziano Mesina, per fare dell’isola la Cuba del Mediterraneo. Feltrinelli già prima della morte era infido a molti. Bollato peraltro indelebilmente in chi leggeva da Bianciardi dieci anni prima nella “Vita agra” - il Timber Jack, il padrone che torna con la sua masnada dalla caccia allo stambecco in Stiria, subito licenziando lo stesso Bianciardi “per scarso rendimento”, uno degli scrittori migliori, prolifici anche (Timber Jack è il taglialegna, quali i Feltrinelli erano, coi Gualino e altri casati del denaro). Ma senza tagliare i ponti con le novità culturali e politiche del vasto movimento del Sessantotto. Sarà con Gabriele Mazzotta a Milano, allora editore dei nuovi fermenti, che pubblicherà il suo manifesto nel 1974, “Sardegna regione o colonia”. Facendo proprie le novità durature degli studi terzomondistici, a cui quindi il nuovo sardismo deve molto. E in particolare i diritti delle minoranze da una parte. Oggi sembrano scontati ma quarant’anni fa non era così, la minoranza era relegata al folklore. Dall’altra la forza della tradizione, che il terzomondismo trasse fuori dal patrimonio reazionario. 

Quando l’Italia conversava

La conversazione era un genere anch’esso italiano. Ora soppiantata dall’urlo, la polemica, l’invettiva, la condanna a morte, la guerra civile, nel frastuono, col solo obbiettivo d’impedire a ogni altro di farsi sentire. E quindi non sembra possibile. Ma ancora nel 1820 si fondava a Cambridge una Conversazione Society. Ancora nella prima metà dell’Ottocento i circoli borghesi si chiamavano spesso Circolo di Conversazione, Camera di Conversazione.
Amedeo Quondam ne ha fatto la rappresentazione e la storia non molti anni fa, con gusto anche se senza fortuna. Per “rabbia e orgoglio”, dice. Per rabbia contro l’esproprio che di questo “grande modello culturale della modernità” fece Parigi – un esproprio che era stato consacrato qualche anno prima anche in Italia da Benedetta Craveri, in un libro invece fortunato, “La civiltà della conversazione”. Il presidente degli italianisti riporta l’arte della conversazione al Rinascimento. Dalla fine del Quattrocento si susseguono le narrative e le normative del genere, col Castiglione, il Della Casa, Pontano, Guazzo – ma già, si potrebbe dire, con Boccaccio. Discorso diverso è naturalmente l’incidenza dei modelli culturali sulla società. O la cesura fra élite e popolo in Italia, specie del letterato-intellettuale, che si fa un dovere della torre d’avorio - diverso dal poeta, epico, fantastico, Barberino, Ariosto, Tasso.
Amedeo Quondam, La conversazione. Un modello italiano, Remainders, pp. XVII, 347, rilegato, € 12,60

venerdì 2 novembre 2012

Bazoli pigliatutto

Prendersi Unicredit, con Mediobanca e le grandi partecipate di Mediobanca, Generali, Rizzoli-Corriere della sera e Telco (Telecom Italia). È la mossa di Giovanni Bazoli cui il rinnovo anticipato degli organi societari di Intesa è propedeutica. Contatti ci sono già stati con i soci italiani di Unicredit, tramite il fidato infaticabile Costamagna.
Le ragioni addotte per l’incorporazione sono: 1) la ridotta capitalizzazione delle due banche in Borsa, che rischia di renderle preda di più solidi interessi stranieri; 2) la necessaria riduzione dei costi per compensare la ridotta redditività del credito nella recessione e in una congiuntura a medio termine sempre debole; 3) l’opportunità di evitare l’ennesimo ricorso a breve al mercato dei capitali.
La prima risposta delle fondazioni socie di Unicredit è stata positiva. Per Mediobanca sarebbe una sorta di ritorno all’ovile, dato che l’istituto fu a lungo una costola della Commerciale, fino all’incorporazione di quest’ultima in Intesa dodici anni fa.

Delenda Fiat – Bazoli 2

Parlano non richiesti i ministri di Bazoli nel governo, Passera e Fornero. Per condannare la Fiat a Pomigliano. Pur essendo essi stessi contrari al sindacalismo Fiom-Cgil. E la ragione è sempre la stessa: riportare la Fiat all’obbedienza. Nell’alveo creditizio, cioè, e d’influenza di Banca Intesa, e per essa del suo patron Bazoli. Nella stessa direzione è visto l’intervento di Della Valle, mosca cocchiera con nessun titolo per intervenire, eccetto il conclamato rapporto di fiducia con Bazoli.
Con una novità, si fa rilevare, rispetto alle critiche passate. Nel mirino non è più la persona di Marchionne quanto la proprietà. L’obiettivo sarebbe di intimorire John Elkann, il fiduciario della Famiglia, dopo aver fallito l’attacco al più coriaceo amministratore delegato.
L’offensiva contro Marchionne ha inciampato in Monti, che si è voluto smarcare da Passera e Fornero. E nel twitter su Marchionne contro Firenze, un falso che il gruppo torinese ha denunciato ieri pagando una pagina sulla “Nazione”.  

Letture - 115

letterautore

Alvaro - Un lupo solitario. Nei collegi, negli altri studi fortuiti, al lavoro a Milano, a Parigi, a Berlino e infine a Roma. Anche da scrittore riconosciuto. E una sorta di autodidatta, malgrado gli studi. Per un isolamento costante che traluce dalla biografia, gli scritti, le narrazioni, benché fosse integrato nella migliore società culturale del tempo. Per una diversità che non gli viene perdonata e che lui, cosmopolita, non nasconde.
Si può dirla una caratteristica calabrese, l’irriducibiità. Da Gioacchino da Fiore a Campanella e Alvaro. Se potesse esistere una caratteristica regionale. Ma sì di una cultura, Di una tradizione e una forma mentis. Legata alla grecità, persistente in Calabria più che altrove, e operante anche all’insaputa dei soggetti? All’isolamento? All’orografia? Il calabrese è di montagna anche quando sta al mare. Stilo è a pochi minuti dal mare, e quasi lo vede. O San Luca, il posto più remoto della remota Calabria.

Bachmann – “La funebre Ingeborg Bachmann” dice Paolo Isotta di passaggio nel lungo epicedio
 domenica sul “Corriere della sera” per Hans Werner Henze, uomo e musicista “solare”. Stigmatizzando al fondo il sodalizio tra i due a Roma. Funebre? Ma dotata di grande energia, se scrisse tanto. E anche di umana simpatia, se fu sempre corteggiata. È il destino delle parole negative: presuppongono una forte energia. Che può essere sfruttata, oppure no. Più forse delle aggettivazioni negative. Come per il pessimismo. Per esempio di Baudelaire: che fu certamente pessimista e anche suicidario, ma inventivo e socievolissimo, instancabile.
A Ingeborg Bachmann Isotta contrappone “lo straziante (in che senso, n.d.r.?) verso di Trakl”, che pone alla radice di quanto di meglio – di “più eccelso” – gli è capitato di ascoltare di musica contemporanea. Trakl che invece era volutamente – di programma, di maniera – funereo.

Isotta, sembra di capire, mette Henze in collaborazione con Bachmann per “Der junge Lord”, da un racconto fiabesco del giovane Hauff.  E per “Die Bassariden”, da “Le Baccanti”. Ma la scrittrice non c’entra nulla con “Le Bassaridi”: il libretto è di W.H.Auden,  la traduzione tedesca di Marie Basse-Sporleder. Il libretto di Ingeborg Bachmann per “Der junge Lord” è invece una rarità nel teatro  d’opera contemporaneo: un’opera comica. Un soggetto proposto a Henze dalla stessa Bachmann. Con Henze Bachmann colaborò fin dal 1955, col radiodramma. Con Henze Bachmann collaborò fin dal 1965, col radiodramma “Le cicale”e con la pantomina “L'idiota”, nonché nel 1960 col libretto del “Principe di Homburg”. La corrispondenza tra Bachmann e Henze è vivace e sempre amichevole, perfino intima.

Dante Nekuia, il riferimento più comune a Dante è trascurato. Che lo apparenta a Ulisse, e alla letteratura classica – ben prima di quella islamica cui Maria Corti vorrebbe legarlo. Se ne trovano  tracce in uno o due saggi di Debenedetti, non su Dante, poi niente più. È la catabasi, il viaggio nel mondo dei morti cui indulgono tanti personaggi del mito, con un pizzico di necromanzia, il richiamo dei morti a predire il futuro.
Il primo caso, e il più celebrato, è quello di Ulisse, al canto XI dell’“Odissea”. Mandato alle Bocche dell’Ade, di là dal fiume Oceano, vi incontrerà Tiresia, al quale può domandare come tornare a Itaca. Attorniato da visioni, anche sanguinose, rumori minacciosi, e anime di vecchi eroi con le quali si intrattiene.
Il concetto, senza riferimento a Dante, c’è anche in Jung, al centro anzi della sua psicologia analitica. Nekuia  - “il viaggio notturno sul mare… la discesa nelle viscere del mostro (viaggio all’inferno)” - Jung dice “una introversione del cosciente negli strati più profondi della psyche inconscia”. Un percorso positivo: “La nekuya non è una caduta accidentale e distruttiva nell’abisso, ma una significativa catabasi…, il cui oggetto è la restaurazione dell’uomo integrale”.
Incipit - È trovata editoriale. Piccola, minima. Di nessun effetto sulla lettura, che ingrana o non ingrana a prescindere. L’incipit più famoso, “A lungo mi sono coricato di buonora”, avrebbe dovuto portare secondo il canone al rifiuto immediato dell’opera. È anche vero che non stimola certo la lettura – a parte il fatto che è falso: il Narratore viveva di notte.
Si può coltivare in serra: un repertorio di incipit tutti fulminanti, a vario titolo, non è impossibile né arduo.

Montanelli – Conformista del non conformismo. A Milano, quarant’anni fa, ancora comodamente al “Corriere della sera”, sparlava di Malaparte, suo quasi concittadino, camerata in fascismo, e compagno in comunismo. Ha inventato i “Caratteri”, il suo lascito più solido, sulla traccia dei “Caratteri” di Mario La Cava. Che rifaceva Schwob, o La Bruyére, eccetera, fino a Plutarco, o meglio Svetonio.  Prendendo da Longanesi la scrittura per cui è famoso, lo scetticismo burlesco, ma non la verecondia.
Quello che sarà “Il Giornale” studiò a fine 1973 di farsi finanziare dall’Eni. Contro cui aveva condotto battaglie furibonde dieci anni prima. Con documenti francesi. Per il tramite del consigliere Mario Castiello d’Antonio, il tipo d’uomo, magistrato contabile, soave,  impomatato, sfaticato, che il giornalista quando scriveva sbeffeggiava. Per il solo motivo che il consigliere Castiello conosceva il presidente dell’Eni Girotti. Poi “Il Giornale” lo fece con Cefis, tramite Nino Albanese.
Era noto nell’industria di Stato agli albori come il confidente dell’ambasciata Usa. E anche come mestatore. L’ambasciatrice Clara Boothe Luce chiamava “Santa Chiara della democrazia”. Negli stessi anni 1950 voleva un’organizzazione segreta, col maresciallo Messe a capo, “vecchio e non molto intelligente”, per un governo di fascisti e monarchici.

Il nome figura nel Gadfly, il tafano, racconto d’una Ethel Boole Voynich, gentildonna irlandese sposata a un russo, libraia antiquaria a Roma. Montanelli è un prete con figli, che rinnega uno di essi quando è scoperto carbonaro, per non perdere il posto di cardinale, e lascia che lo uccidano.  

Eccelle nelle caratterizzazioni, come usava nei vecchi film della commedia all’italiana: tipi semplificati e esagerati. Soprattutto nelle caratterizzazioni nazionali. E qui per uno spirito limitato, il toscanismo dei “maledetti toscani” di Malaparte, più che, forse, per opportunismo: il gusto di sanzionare, meglio se con una battuta a effetto. Le sue caratterizzazioni nazionali sono infatti sempre schematiche e volgari, benché siano il suo pezzo di resistenza: l’italiano manchevole, lo straniero manchevole ma preferibile. Da italiano doc, secondo la sua stessa panoplia di valori. Con questi limiti immarcescibile – è il nume tutelare della Rizzoli, una delle più grandi case editrici, e del migliore giornalismo, nel senso del più ambizioso – e il faro delle Grandi Firme. Tale che uno finisce invariabilmente – montanelianamanete – per vergognarsi di essere italiano. Se non che c’è un’Italia che fa a meno di Montanelli, che non compra il giornale. Oppure lo compra ma non lo legge. E se lo legge non se ne lascia impressionare.

Voce - È ordinativa. È melodica. Il canto è parte della musica. Ma la musica è vocale anche quando non è cantata. La pianista Simone Dinnerstein lo dice (lo “sente”) di Bach e Schubert: “La loro musica non-vocale ha un potente elemento narrativo, vocale. L’effetto è quello di voci senza parole che cantano melodie senza testo”.
Lei dice: “Suonano come qualcosa quasi detta”. Un verso di Philip Larkin: “The trees are coming into leaf\ like something almost being said”. Dove la voce è linfa – delle foglie, dell’albero..

È una forma della differenza, ma non una delle tante: una irrinunciabile. “Un passo dal cielo”, la serie della Rai che potrebbe capitalizzare su paesaggi mozzafiato e il popolarissimo Terence Hill, è invece insopportabile per la pronuncia romanesca  (centro-italica) dei suoi attorucci. È anche una forma speciale di ottusità all’espressione vocale: sono tutti italiani in un’area tedescofona – ci sono alcuni biondi, perché il razzismo si vuole somatico, ma ben italiani. Mentre mescolando i personaggi, come sono nella realtà di quelle valli, avrebbe potuto avere un ottimo mercato in Centro-Europa, in Austria, Svizzera, Germania, etc.

letterautore@antiit.eu

Come divertirsi con la letteratura

Dossena, che con la letteratura si è divertito, decise di divertire anche i lettori. Con questa “Storia confidenziale” che pensava si potesse esaurire fra l’“indovinello veronese” del secolo Nono  e la morte di Dante nel 1321, e invece avrà un seguito di altri tre volumi. Situando ogni evento della stessa in ordine cronologico, nei suoi propri luoghi e con i suoi propri attori, personaggi o autori. Un esercizio che sembra facile e invece è un rompicapo, uno di quelli di cui Dossena si compiacque da ultimo, da esperto di giochi linguistici. L’aneddoto fulminante ne è uno dei segreti, ma più si leggono i contesti che Dossena sa costruire.
Questa edizione raggruppa i quattro volumi dell’edizione originaria in due: fino a tutto il Trecento, e dal Quattrocento al Seicento.
Giampaolo Dossena, Storia confidenziale della letteratura italiana. Dalle origini all’età del Petrarca, Bur, pp. XII + 521, € 14,90
Id.,  Storia confidenziale della letteratura italiana. Dall’età del Boiardo al Seicento, Bur, pp. 547, € 14,90

giovedì 1 novembre 2012

“La nostra forza era la preghiera”, Keynes

Il maresciallo Foch “è una specie di contadino francese”. Matthias Erzberger, il firmatario dell’armistizio che sarebbe stato di lì a poco assassinato dall’Organizzazione Consul, l’anonima terroristica di destra, è “grasso e disgustoso nel suo cappotto di pelliccia”. Clemenceau parla poco e definitivo, cerbero dei suoi ministri facondi. Lloyd George entra in scena mentre “lentamente si stava scuotendo”, per poi ruggire e soggiogarsi la platea - “faticavamo a capire che cosa stesse dicendo Lloyd George”, ma tutto l’uditorio è con lui, eccetto il ministro francese del Tesoro, Klotz. Che si svillaneggia per essere ebreo. Tra i tedeschi, però, i più intelligenti sono ebrei. Tra essi il banchiere Melchior, socio dei Warburg a Amburgo, col quale Keynes avvierà il rifornimento alimentare della Germania stremata dalla Guerra, contro le tattiche vendicative francesi. È l’unico buon esito, sembra dire Keynes, dei negoziati di pace nell’anno 1919, al termine del quale pubblicherà le parallele “Conseguenze economiche della pace”, di cui anticipa il giudizio: “Se miriamo deliberatamente a impoverire l’Europa centrale, la vendetta, oso predire, non si farà attendere. Niente potrà allora ritardare a lungo quella finale guerra civile tra le forze della reazione e le convulsioni disperate della rivoluzione, rispetto alla quale gli orrori della passata guerra tedesca svaniranno nel nulla”.
È questo il primo e più lungo dei “Two memoirs”, di cui Keynes volle la pubblicazione postuma – subito tradotto nel 1951, l’anno della pubblicazione, in “Politici ed economisti”, qui raggruppato col testo del titolo,  a cura di Giorgio La Malfa, che li contestualizza. S’intitola “Melchior”, ed è una prima redazione, narrativa, del più ampio saggio, le “Conseguenze”, che Keynes avrebbe pubblicato a fine anno.  I tedeschi sono grassi e brutti. A Treviri ai primi del 1919, al primo approccio coi capi tedeschi per il negoziato di pace, Keynes si domanda se non sia stata questa la causa della tragedia: “Quella razza è stata penalizzata dal proprio aspetto fisico” – l’ebreo Melchior è fisicamente “il solo depositario della dignità degli sconfitti”. Sullo sfondo nella seconda o terza sessione, a Spa, della “malinconia teatrale e teutonica dei pini neri”. Mentre gli inglesi, anche i più sciocchi, conservano nell’aspetto fisico una capacità d’intimidazione e quasi di convinzione. La Francia è presente nel fulgore della sua immagine d’elezione, salotto esclusivo e grande cucina, per delinearne “l’avida sterilità”.
C’è anche Lawrence d’Arabia, che illustra vari progetti geopolitici, che nessuno ascolta. Attorniato da principi arabi che recitano “capitoli del Corano”. Keynes era politicamente scorretto, si direbbe oggi, e quindi riesce ancora di buona lettura. Lo era anche nei confronti degli ebrei – dello stesso Melchior, di cui a un certo punto dice: “In un certo senso ero innamorato di lui”. Di fronte al banchiere avverte, lui snob e prossimo Lord, il peso delle “barriere sociali”, che invece il banchiere non imponeva, e sente poi il bisogno d’insolentirlo, rappresentandolo sciatto nel lussuoso albergo, col pitale pieno. Nell’intreccio narrativo, “Melchior” è anche un saggio da scuola di diplomazia sulle tortuosità di una trattativa minore e perfino semplice.
Il saggio del titolo, una memoria di G.E.Moore e dei suoi “Principia ethica”, riesuma e spiega la forza giovanile del gruppo che farà di Cambridge negli anni 1920 uno dei capisaldi del Novecento, con Moore, Russell, lo stesso Keynes naturalmente, e il mai citato Wittgenstein – mentre E.M. Forster si teneva discosto e scostante, e la presenza di D.H.Lawrence viene liquidata con cattiveria, onorato e fobico, che tutto riduce a scarafaggi – gli “occhi di Lawrence” Keynes dice “ignoranti  e gelosi, collerici e ostili”. La forza era della fiducia. Così, generica, senza una speciale scuola o religione. Bensì religiosa, insiste Keynes, intessuta di costante “preghiera”, per quanto laica, nell’ansia del perfettibile: “Mi comporto come se davvero esistesse un’autorità o un criterio al quale mi posso appellare se grido abbastanza forte: forse sono le tracce di un’atavica fede nell’efficacia della preghiera”. Senza rimedio, “gli stati d’animo sono l’unica cosa che conta”.
Attorno a Moore il gruppo coagula un’etica che è un’estetica: “Il nostro ideale era un Dio pietoso”, che rafforza nel gruppo, incurante e impietoso, la libertà d’animo. Che Keynes non sa spiegare a distanza, ma di cui gode ancora l’ebbrezza: “Era un’aria di gran lunga più pura e più dolce di quella che si respirava con Freud e Marx”. Da economista affermato, il saggio è del 1938, aborrendo l’economicismo, la sterilità dell’epoca: “Eravamo i primi – se non gli unici – della nostra generazione a uscire dal solco della tradizione di Bentham. L’azione sociale come fine in sé, e non solo come triste dovere, non faceva più parte del nostro ideale, al pari della vita attiva in genere – il potere, la politica, il successo, la ricchezza, l’ambizione -, mentre tutto ciò che aveva un fondamento economico contava meno nella nostra filosofia che in quella di san Francesco d’Assisi, che almeno organizzava collette per gli uccelli”. Il passo indietro per prendere slancio in avanti, ammicca Keynes sornione. Ma col beneficio indubbio di “salvarci tutti da quell’estrema reductio ad absurdum  del benthamismo nota come marxismo”.
John Maynard Keynes, Le mie prime convinzioni, Adelphi, pp. 144 12

La vendetta “lombarda” sulla Sicilia

Sarà dunque Lombardo, nomen omen, la rovina definitiva della Sicilia. Con un chiama e rispondi sincrono oggi col fidato antisudista del “Corriere della sera”, Stella. Nemmeno il tempo d’immaginarlo e già Lombardo è all’opera: l’ex presidente della Regione Sicilia, passato da Berlusconi al Pd con un suo gruppo di ascari, e poi finito senza maggioranza, annuncia a Stella che “troverà” i voti in consiglio regionale per sostenere il presidente senza maggioranza Crocetta.
Un altro Lombardo, anche lui avvocato, aveva sollevato nel 1860 i “comunisti” di Bronte contro i borghesi suoi amici e contro Garibaldi. Una legittima protesta che fece finire nel sangue. Questi Lombardo sempre si pongono al crocevia della storia siciliana, per indirizzarla male, e i un secolo ancora di servaggio.
Il Lombardo presidente della Regione, dannoso e non irreprensibile, i siciliani hanno appena bocciato con una sonora astensione del 53 per cento, ed ecco che lui diabolico si ripropone a “rafforzare” la sinistra. In realtà a eliminarne le vestigia – l’equità, la moralità, eccetera. Questo Lombardo è sdegnato contro chi lo accusa di mafia, ma non fa altro che terra bruciata di ogni autorità politica nell’isola. Come se fosse un capocosca.  

Ombre - 153

Marchionne Premio Pulitzer? Nelle interviste è un forte concorrente, se ce ne fosse uno italiano. Dopo la prediletta “Repubblica”, si concede oggi all’infido “Corriere della sera”, e a Raffaella Polato dà ghiotte notizie. Omesse dai giornali. Per esempio dei sindaci dell’Irpinia che s’incatenavano contro la chiusura di Irisbus, avendo appena comprato i bus turchi – meno cari, più provvidi? O della Peugeot che, in barba alla concorrenza europea del professor Monti, ha intascato sette miliardi gratis dal governo, senza evitare il fallimento. Perché i giornali non danno le notizie?

Zeman ha fatto due punti più del Siena, che è l’ultimo in classifica. Senza bel gioco. Con un parco giocatori forse il migliore della A. È anche l’allenatore più vecchio, ma è dilettissimo all’As Roma, che proietta il suo futuro vincente sul “progetto giovani” Si dice perché “fa immagine”, parlando male della Juventus. E così dev’essere – l’As Roma è Unicredit: è sempre Milan contro Torino.  

“Don’t be choosy!”, così Bersani - fa sapere - ha apostrofato Casini, cui Vendola dà il prurito. Per far vedere che viene dalla Bocconi, anche lui? Che sta con la Fornero, che vuole choosy i giovani disoccupati? Per dire infine a Casini che è un finto giovane?

Battista dà 7 a Lombardo e 6,5 appena a Grillo, per come hanno gestito le elezioni in Sicilia. A  Lombardo va l’ammirazione per essere riuscito a infiltrarsi in tutti i partiti, e a infiltrarci il figlio: “Trionfa il lombardismo nella Sicilia dove tutto cambia”. Poi dice che il razzismo non c’è. Nel voto più sincero e chiaro di tutta la storia repubblicana.

Sulla sentenza dell’Aquila il commento di Dacia Maraini il “Corriere della sera” nasconde nella pagina anonima “Idee & Opinioni”, che pare non leggano più nemmeno i pensiona ti. Ma merita, talmente è sprovveduta e assurda – un documento dei guasti della guerra civile:
Chi è Galileo, tra Maraini e Majani?

Edoardo D’Avossa come Marco Billi, il giudice di Berlusconi e quello dell’Aquila. Due autorappresentazioni umorali della giustizia – capziose certo, “incontestabili”. Due napoletani: quando la giustizia diventerà nazionale?

D’Avossa ha scritto le sue novanta fitte pagine di motivazioni, a spazio uno, prima che la Pubblica Accusa motivasse la richiesta di condanna. Con una sentenza cioè che è una requisitoria, conformemente al doppio ruolo del magistrato italiano, giudice e accusatore. Formalmente ineccepibile – il diritto in Italia non sbaglia mai, è fatto di eccezioni. Ma politicamente, D’Avossa non sarà al soldo di Berlusconi?

“Vacilla la teoria del complotto”, annuncia in prima il “Corriere della sera” dopo la condanna di Berlusconi. Annuncio che Carlo Cinelli così argomenta: “La sentenza milanese sembra mandare in tilt la teoria del «complotto» perché disarticola il tessuto delle presunte vittime (lui condannato, Fedele Confalonieri, fido collaboratore e presidente Mediaset dal primo minuto, assolto con formula piena)”. Sembra? O si voleva dire il contrario, suscitare il complotto negandolo?
D’Avossa in effetti non ha fatto poco: ha assolto il presidente dell’azienda per condanna in sua vece uno di passaggio, sia pure ingombrante.

Forcaiola si fa la sinistra

La sinistra si fa destra, dieci anni fa, giorno per giorno:
“Disgustosa e anche raccapricciante la storia del collaboratore di Alemanno, Onorato o come si chiama. Uno di 26 anni, «per bene», che parte da Palermo con mezzo grammo di cocaina nel taschino e una segnalazione della Guardia di Finanza a Fiumicino. Dunque la Guardia di Finanza controlla lo spacciatore che ha fornito la cocaina al giovane. Ma arresta solo il giovane, in quanto collaboratore di un ministro, e a Fiumicino invece che a Palermo, per dare scalpore alla cosa. Che però passa inosservata, come una normale operazione di polizia. Finché non ci pensa «l’Unità».
“Inutile chiedersi chi ha allertato il giornale ex di Gramsci. Resta che la vittima è ora di destra e forcaiola la sinistra, che non se ne vergogna”. 

mercoledì 31 ottobre 2012

La fine della autonomie

Prima Tremonti, poi Monti con Grilli e Bondi, hanno messo la museruola, più museruole, agli enti locali. Alle Regioni e alle Province in special modo, ma anche ai Comuni. La legislatura che doveva essere del federalismo si chiude col suo accantonamento. A opera degli stessi federalisti: Tremonti, Monti, Grilli, Bondi sono tutti di Milano, patria della Lega e delle autonomie, Tremonti pure leghista di complemento. Con una serie di stop che a questo punto tutti auspicano definitivi: il governo moltiplica leggi e decreti contro la spesa degli enti locali, che saranno difficili da revocare, mentre gli elettori in Sicilia, gli autonomisti più accesi, se ne sono detti sdegnati - dei loro enti, non dei tagli.
Gli enti locali sono la prima fonte delle spese improduttive e del debito. Malgrado una fiscalità locale, diretta e indiretta, da far paura. Ci sono città, Rieti, Firenze, che vogliono l’Imu al’1 per cento, e non gli basta. Con abusi dilaganti nelle normative repressive, per primo il codice della strada, senza garanzie per la sicurezza o la certezza del diritto e con lo scopo praticamente dichiarato di fare cassa. L’acqua e altri servizi pubblici gli enti locali hanno voluto in espropriabili col solo intento sempre di fare cassa.
A questo punto potrebbe venire in giudicato anche la forma elettorale. La legislazione plebiscitaria che si è voluto adottare per semplificare la politica è all’origine della esplosione delle spese degli enti locali. Dei sindaci, presidenti di Provincia, presidenti di Regione, che interpretato il ruolo di eletti direttamente dal popolo come uno svincolo da ogni corretta gestione.

La tangente quotidiana

Venti anni fa era come ora. Cazzola esaminava il lato “privato” della cosa: la sua “tangente quotidiana” è quella del vigile urbano, dei permessi, del medico, dell’ufficiale giudiziario (notifiche, sfratti), delle assunzioni, delle licenze e degli appalti pubblici (senza toccare la politica), delle pompe funebri e dei cimiteri. Un campionario vastissimo, con pagamenti anche in natura (sessuali), raccolto spulciando per alcuni anni le cronache dei maggiori quotidiani.
La ricerca uscì al tempo di Mani Pulite, ma “va oltre la politica”, spiegava il politologo, “ci racconta di una degenerazione ormai endemica, quasi culturale, quotidiana, nella quale «entra» anche la politica”. Senza rimedio politico.
Franco Cazzola, L’Italia del pizzo. Fenomenologia della tangente quotidiana

Fisco, abusi, appalti - 16

Cinque mesi fa Davide Serra, il “rottamatore” di Generali, denunciò in una intervista su “Milano Finanza” una vistosa malpractice del gruppo assicurativo: “Generali ha tre volte il patrimonio di Caltagirone ma frutta un terzo di quello di Caltagirone. Il motivo? È affittato per metà a due euro a amici e parenti”. Le Procure hanno condotto indagini? Hanno incriminato Serra per diffamazione e aggiotaggio? E la Consob?

La Provincia di Roma, specchio di tutte le virtù, mantiene un’orchestra sinfonica. Ha una struttura di formazione a avviamento al lavoro con una sede faraonica all’ex mercato del Testaccio, con un centinaio di addetti e di computer, e la rete informatica più sofisticata, senza avviare nessuno. Giusto alcune segretarie nel’informatizzazione. Si compra una sede da 270 milioni di euro. Si è dotata di una Polizia Provinciale montata su suv. Ha un caffè al Fori.

Rieti ha l’Imu all’1,1 per cento, Firenze all’1. La tassa più ingiusta al livello più elevato. Per pagare la carriera politica dei sindaci.

Si moltiplicano le multe per eccesso di velocità a Roma, meno di 5.000 nel primo semestre 2007, oltre 12 mila cinque anni dopo. Con record sulla Cristoforo Colombo, 12.771 multe in tutto il 2011 – contro appena 17 sul frequentatissimo viale Togliatti. In una situazione generale di guida buona: gli incidenti diminuiscono e le altre infrazioni che implicano taglio dei punti-patente.
La Colombo è un bancomat per il Comune. Sarebbe un’autostrada, dove è normale “allungare”, dopo i rallentamenti e gli ingorghi urbani. Ma è anche una strada per gran parte urbana, e quindi soggetta al limite dei 50 km.

La Guardia di Finanza sequestra i vini “naturali”. Senza solfiti, cioè, e magari da uve senza concimi inorganici. Che si penserebbero – e sono – meno dannosi. E, si sa, danno l’ebbrezza senza mal di pancia e di testa. Mentre l’uso dei solfiti è praticamente libero: il disciplinare Ue è di parole vuote. Non sono sequestri a salvaguardia della salute, ma degli interessi industriali.

Col lodo Mondadori, per il quale la giustizia lombarda ora gli fa regalare 745 milioni da Berlusconi, e la successiva quotazione di Repubblica-L’Espresso in Borsa, contro il parere di Scalfari, De Benedetti s’intascò 252 milioni che invece avrebbe dovuto dare al fisco. Che ora glieli contesta e ha ottenuto di riaverli indietro.

martedì 30 ottobre 2012

Una sberla alla Seconda Repubblica

Una bocciatura inequivocabile a ciò che viene chiamato Seconda Repubblica: partiti, schieramenti, alchimie. Non si dice ma si vede. Un’astensione di oltre il 50 per cento, impensabile. La maggioranza relativa al movimento di Grillo, ma di nemmeno il 15 per cento. I partiti già in consiglio regionale in forte calo. Il Pdl dal 33,4 al 12,9 per cento – con i voti di Musumeci, Romano (Cantiere Popolare) e Micciché (Grande Sud) al 28 circa. Il Pd dal 18,7 per cento al 13, 4. L’Udc dal 12,5 al 10,8. Senza una maggioranza. Fuori Fini. Fuori Di Pietro. Fuori la Sel.
Proiettato a livello nazionale, il voto siciliano significa un obbligato ricorso a un governo di grande coalizione, cioè di nuovo al “commissario” Monti. Questo non è possibile in Sicilia, anche con le immaginabili  “provvidenze” del solito Lombardo coi suoi ascari, figlio incluso, per cui si dovrà tornare a votare a breve. Ma niente lascia presumere un voto più stabilizzante. Quello siciliano non è un voto militante, “alla greca” come si dice, ma di protesta rassegnata: non  c’è un “nemico” esterno, non c’è una “novità” interna. E una sberla al federalismo, dalla regione che per prima lo ha voluto e sperimentato, di fronte al suo fallimento in loco, ma più di fronte agli abusi in Lombardia e nel Lazio nella stagione del suo trionfo, dei partiti della Seconda Repubblica, la Lega per prima, poi il Pdl nelle sue varie articolazioni, infine Di Pietro. Mentre si tace del Pd per carità di patria, finito in Sicilia ad auspicare un governo di notabili, che non è certamente di sinistra – e nemmeno di destra, è la peggiore tradizione italiana, il governo scalfariano dei belli-e-buoni.
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L’Occidente si trova in Iran

Neorealismo, più camera fissa nouvelle vague, sui fatti della vita. Il cinema iraniano ha un modulo ormai canonico, e tuttavia fresco – Farhadi ha avuto tutti i premi a cui era candidato, fino all’Oscar 2012. Il meglio, si può dire, del cinema europeo. Ma connotato da un’estrema libertà tematica. Senza pregiudizi cioè politici o sociali. Seppure sotto un regime soffocante, anche nella vita privata e nelle esperienze minime. Questo film è un ritratto, una serie di ritratti, di grandi libertà, psicologiche, semantiche. Specie di donne, adulte e bambine. La storia è semplice: forme di stress urbano in parallelo, della coppia con un padre Alzheimer da gestire, della badante incinta che perde il bambino, del marito della badante disoccupato e quindi incontrollato. L’effetto è di coinvolgimento in una civiltà di cui ci siamo privati.
Si può dire quella persiana la più antica civiltà dell’Occidente, quella che ha più continuità – altre si sono perdute. Soprafatta ora dagli ayatollah, ma più matura. Cosciente della sua propria libertà. Di spirito, e quindi di parola. Anche nella devozione religiosa, nulla è formale – ipocrita. La solidità della tradizione, delle libertà acquisite nella storia. In una città volutamente modernizzante, come in un qualsiasi set di Hollywood.
Asghar Farhadi, Una separazione

La modernità di Prezzolini, un secolo fa

È il “saggio di un codice”, 61 brevi note. Ma fa intendere un peccato che Prezzolini sia stato e rimanga fuori catalogo. Nel 1921 sapeva tutto, per esempio, della giustizia in Italia, ai §§ 17-19. E del secondo e terzo lavoro. Fu anche avveniristico manager culturale, segnala Enrico Maria Messina in una prova di biografia che accompagna il “Codice”, nella pubblicità, nel finanziamento – riuscì a far finanziare “La Voce” da Giovanni Pirelli.
Giuseppe Prezzolini, Codice della vita italiana

lunedì 29 ottobre 2012

Secondi pensieri - (121)

zeulig

Amore – È l’io aperto, sull’altro e sul mondo. Anche nella solitudine: è attenzione (ricezione) e disponibilità.
È l’unica porta aperta sull’aldilà, o trascendenza che sia, la verità si ferma prima.

Non c’è creazione senza.

Complotto - Un complotto lungo un millennio, c’è di che far scoppiare la storia, se è un disegno della Provvidenza. Non è l’unico. La Grande Congiura che Guénon ha scoperto nel Rinascimento, e Evola nella teologia, dunque nel Duecento, se non nel Medio Evo profondo, è del resto molto laica, il disincanto di Weber, o smagamento: la demagificazione.
Non c’è da fidarsi. Evola preparava una “Storia segreta delle società segrete”, a Vienna, dove le bombe lo resero cionco, con nome e documenti falsi, con i quali accedeva all’archivio segreto delle SS di tutti gli archivi segreti delle società esoteriche, massoniche, teosofiche. Ma la verità slitta.

Crisi – Non è asettica, è un’ideologia: c’è chi ne è vittima e chi se ne avvantaggia. Ogni momento di rottura, anche naturale (alluvione, terremoto), è sperequato, ma non tutti sono preordinati, seppure nel disordine – il disordine può essere un ordine: un progetto, un modo di essere.
La crisi prolungata è di necessità governata. E può essere un progetto.

È un modo d’essere nel mondo che è anch’esso parte del disegno di controllo del mondo. È una diversa ottica, per spazi inesplorati.

Diceva Karl Valentin, il grande poeta di cabaret degli anni Venti: "Una volta il futuro era molto migliore". Un modo di vedere il mondo dal basso – dal punto basso del ciclo. Ma il presente può obliterare il futuro. Il bon mot di Valentin era degli anni di Hitler: è al confronto con Hitler che il futuro non poteva che essere migliore.

Si associa alla depressione, che è una patologia fisica più che mentale. Sarà una questione di alimentazione: sbagliata (troppi zuccheri), eccessiva (troppi grassi).

Immagine – È soggettiva. È l’atto soggettivo (creativo) per eccellenza. L’urlo più famoso del calcio, che è un  sport assolutista e totalitario, anche nei sogni, è quello di Tardelli al mondiale di Spagna nel 1982. Non è il solo, naturalmente: quello di Tardelli è speciale perché è stato seguito, e immortalato, in modo speciale, lungo una corsa che figura visivamente il prolungarsi e l’accentuarsi dell’urlo – in quel accesso di gioia, di esaltazione. L’immagine non è della cosa ma del cameraman, il repertoriatore.

Ragione – È divenuta motore dell’indistinto e dell’inerte, non per sua colpa. Cartesio voleva la ragione chiara e distinta, giustamente. Nel nostro mondo derealizzato, invece, chiaro e distinto si pretende sia il mondo stesso, la realtà. Cioè un’illusione.

Singletudine - L’individualismo, oggi singletudine, è una forma misantropica che si vuole sociale e anche amorevole, ma in termini quantitativi: normativi, sensoriali (il sesso). E misurati: nell’integrazione (al lavoro, alla società, agli affetti minimi), la regolarità, la fitness. È la radice quadrata del modo di essere e di vivere oggi, e rende conto della tristezza (crisi) diffusa, pur in tanto benessere e nell’assenza di guerra – il più duraturo e consistente regno di Saturno in terra.

Tolleranza – È tenere in punta di bastone. Meglio che in punta di lancia, ma sempre esclusione è, un ponte levatoio.
È concetto esclusivo e escludente, della società, della libertà – tipici i “pilastri”, religiosi, etnici, politici su cui l’Olanda, che il concetto ha elaborato, tuttora si regge. Presuppone un io (nazionale, sociale, religioso) superiore e totalitario che ammette la diversità – meno che accettarla. Non è nemmeno un concetto negativo di libertà o diversità, un vuoto da riempire, è il pilastro dell’imperialismo – nel senso della guerra “giusta”, quella che facciamo nostra. L’indirect rule dell’impero britannico. L’apartheid anche, la concezione nazista della società.

Verità - Non è un blocco, né un ghirigoro, è un’ombra, che si configura variamente quando una luce la colpisce. È la lettera rubata di Poe, sempre in evidenza, che non sempre si vede. Il giallo, che è razionalità più che enigma, non è solo materia di induzione e deduzione. C’è pure la consequentia mirabilis, logica e matematica, da distinguere dalla conseguenza sintattica o semantica, che rileva la verità di una proposizione dalla sua negazione. Tipica l’affermazione aristotelica: un atto, pur essendo singolare, non solo è conoscibile, ma è condizione della stessa conoscenza, poiché nessun ente è, se non in atto e in potenza. È il principio di realtà sherlockholmesiano, e non fa male: a un certo punto qualcuno spiega come la storia s’è svolta, anche se contro le regole e la logica, che il cieco vedeva, lo sciancato correva, il morto vive. Ma la consequentia mirabilis è a volte principio di verità, e nel caso vuole dire che la fede non è ragione. 

zeulig@antiit.eu

Caravaggio al cinema

Cinema da camera, claustromane, quale Bertolucci ama. Con l’ambizione di fermare-mostrare l’anima, delle cose, gli istanti, le persone. E pittorico, Bertolucci è narratore per quadri. Qui distintamente caravaggesco, nelle figure, gli ambienti, le luci. Su due solitudini adolescenziali, che s’incontrano accidentalmente e si lasciano buoni sensazioni. Sulla tenue storia di Ammanniti, Bertolucci costruisce robustamente, come sa.  
Bernardo Bertolucci, Io e te

Balzac tra le due guerre

Era anche questo del romanzo, gli anni 1930, un tempo senza futuro per i giovani. E della politica mescolata agli affari, del cinismo indistinto, tanto è connaturato. Il crack del 1929 avendo inciso nel profondo, la capacità di amare. In tutte le espressioni dell’amore, tra i sessi, tra padri e figli. Come in affari, l’amore costeggia il risentimento, il rifiuto, l’abominio, nella forma meno eroica, l’egoismo.
Un romanzo sociale dunque, più degli altri di Irène Némirovsky, dietro lo svolgimento da Bildungsroman che sembra la sua maniera. Più degli altri balzacchiano, che è la maniera in cui la scrittrice eccelle, degli affari che agitano la vita dei singoli. Più a suo agio, molto di più, nelle intermittenze degli affari e della vita pubblica che in quelle – stendhaliane – del cuore, spesso da lei raffazzonate, coi movimenti bruschi delle moire politiche. Dentro il quadro disperante, sotto l’apparente disinvoltura dei personaggi, che è la sua propria cifra: non si sfugge al destino, se è di destituzione. Anche qui, il successo è preludio al fallimento, la sinusoide è incorreggibile.
Il declassamento è il tema di Irène Némirovsky, la perdita ineluttabile, seppure al gioco – degli affari, di una scommessa, di una bizzarria. Ravvivato dal dono di far danzare le parole. Qui accelerato, tipo sceneggiatura, ma sempre curato. Nella piccola moralità – “è raro che si sappia gustare la felicità nella gioventù”, “l’anima giovane e virile si vergogna dell’amore”, “afferrare il mondo a piene mani”, o “l’anima, come una nave nella burrasca, trascinata verso ignoti abissi”. Nella tragedia dell’epoca, che rende palpabile.
Romanziera di successo a Parigi negli anni 1930, Irène Nemirovsky si può dire la narratrice regina di quegli anni, dell’amore (la gioventù, la fiducia) al tempo del crack. Della décheance materiale e morale. Con la costante minore del padre – il padre anch’esso declassato. Il padre è sempre stimabile in Irène Némirovsky. Qui entra di sguincio, ma definitivo: “La lettura gli procurava ciò che ad altri dà l’alcol, l’oblio della vita”. Sfiorando, sfidando, gli intrecci da fotoromanzo: la figlia di un padre cui è fallita la banca, la cenerentola al ballo, l’amore d’estate a Saint-Tropez, o a Biarritz, il potente corrotto suo malgrado.
Le due traduzioni in contemporanea sottolineano la presa che Némirovsky esercita in questi anni di crisi, da narratrice degli anni 1930, anch'essi di crisi. Quella di Laura Frausin Guarino, traduttrice emerita del revival Némirovsky, la adatta. scorrevole, alla prosa contemporanea, nello spirito della stessa autrice. Quella di M.Mei per gli Editori Riuniti, più rispettosa dei tempi delloriginale, i participi, i gerundi, le avversative, la storicizza. 
Irène Némirovsky, La preda, Adelphi, pp. 186 € 18
Editori Riuniti, pp. 236 € 15,50

Il Grande Orecchio – il regime è delle intercettazioni 2

astolfo

Le intercettazioni emerse a carico di Anna Maria Tarantola quando era alla Banca d’Italia, senza nessuna ipotesi di reato. Di Bertolaso prima del terremoto dell’Aquila, quando parlava con i membri della commissione Grandi Rischi, sempre senza ipotesi di reato, sempre a opera della Guardia di finanza. Di Tarantini a Bari, idem. Di Moggi per anni, a opera dei Carabinieri. Di Buffon a opera della Guardia di Finanza. Sempre senza ipotesi di reato. Si conferma che c’è un Grande Orecchio in ascolto. Per fini non noti, ma comunque destabilizzanti, servissero pure soltanto a un mercato del gossip invece che al giustizialismo.
Queste intercettazioni non richieste, autorizzate ex post, sono emerse per caso, per inavvertenza. Anche per spocchia, nella presunzione certa dell’impunibilità. È il secondo aspetto del fenomeno, non meno grave del primo:  il Grande Orecchio lavora a progetto? ha la forza del ricatto?
L’Italia, bisogna aggiungere, non è sola. Non nel fatto, perché altrove le intercettazioni sono proibite per legge - come in Italia del resto, ma in Italia la legge vera la fanno gli apparati, i corpi separati, le leggi dei codici, quella votate dal Parlamento, sono per gli avvocati, e gli apparati in Italia sono corpi separati e irresponsabili. Lo spionaggio è anche radicato in Italia, fin dagli anni 1950, quando si trattò di allargare il governo lievemente a sinistra con i socialisti. I socialisti ne furono poi le vittime costanti. Mentre Andreotti, il leader politico che più ha subito processi, 40 all’ultimo conto, se ne preservò attaccando periodicamente i capi dello spionaggio, i generali Di Lorenzo e Miceli. Ma, come per tutto, l’intercettazione all’ultima moda, tecnicamente raffinata e universale, viene dagli Usa.
La serie “The Wire”, che il “New York Times” ha proclamato ai primi di aprile 2012 la più bella degli ultimi 25 anni, è stata anche una delle più popolari. Capitalizzando evidentemente su un gusto dilagante per il buco della serratura. La serie americana è andata in onda in sessanta episodi per cinque stagioni, dal 2002 al 2008 – poi l’hanno superata le banche ladre, sempre sul filo della spregevolezza. Era basata sulle intercettazioni: la scopomania eretta a scopolatria, e a scopocrazia.

Scopomania, scopolatria, scopocrazia
Non solo in Italia, inoltre, le intercettazioni fanno il modello e lo stile di scrittura della parte buona (informativa, di richiamo) dei giornali: politica, cronaca, economia, sport. E, per chi ancora legge, di una parte cospicua della saggistica e della narrativa: la storia politica, la morale (la filosofia), la giustizia, il giallo (politico, economico, sociale, mafioso-noir, giudiziario-procedurale). Lo stile questurino. I dialoghi di più di un giallo sono calchi delle intercettazioni. Per uno scrupolo di realismo, e d’immediatezza dell’espressione, ma anche – facendolo sapere al lettore – per stimolarne la curiosità feticista. Il voyeurismo non è feticismo e lo è: è adorare la mutanda sporca.
Le intercettazioni sono la vecchia lettera anonima. Sono pubbliche, supportate dalla registrazioni. Non sempre, solitamente anzi sono trascrizioni, passi scelti e interpretati, di cui è impossibile ricostruire il contesto e verificare la rispondenza con l’originale, producendosi migliaia di ore di ascolto. Ma sono selettive e mirate, proprio come le lettere anonime, in forma di anticipazioni, indiscrezioni, linee interpretative, pooling di notizie. O allora sono piani segreti di entità segrete. Roba da 007, di autore autorevole anche se anonimo. E, sceneggiati convenientemente, secondo un disegno, con ruoli fissati, senza possibilità d’improvvisazione. I cronisti giudiziari, che grazie alle intercettazioni sono giunti a monopolizzare i giornali, chi l’avrebbe detto, erano poco sopra il redattore alle lettere, non sono felici.

domenica 28 ottobre 2012

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (149)

Giuseppe Leuzzi

“Berlusconi mafioso? La voce gira”, era la campagna elettorale del 1994, “vediamo, le indagini sono in corso”. Lo diceva il senatore democristiano Nicola Mancino, ministro dell’Interno. La mafia-Stato controllava allora anche le Procure?

Il Sud fu “debole e corrotto” con Cavour. Il biografo Romeo riduce a poche righe, incidentali, le obiezioni di chi considera l’unità all’origine della “questione meridionale”, e le dice infondate. Dopo però questa direttiva, che onestamente non rimuove, di Cavour ai luogotenenti a Napoli e Palermo, Farini e Montezemolo: “Lo scopo è chiaro; non è suscettibile di discussione. Imporre l’unità alla parte più corrotta e più debole dell’Italia. Sui mezzi non vi è pure gran dubbiezza: la forza morale e se questa non basta la fisica”. Cioè la fisica, giacché il conte marchiava quella parte d’Italia, a lui del tutto sconosciuta, debole e corrotta.

In uno dei suoi “Scritti dispersi”, perlopiù elzeviri, Corrado Alvaro ha una banda di briganti che, al tempo di Federico II, non essendo possibile sgominarla, fu incorporata tra gli sgherri del sovrano – Alvaro dice nella polizia, ma questa è una novità del Settecento, illuministica.

Già nella Grecia antica era al Nord che Atlante reggeva il mondo, sulle sue spalle. Al paese degli iperborei – checché voglia dire, ma comunque iper.

La fame, l’insicurezza
In “Conversazione in Sicilia”, tornando da Milano, Vittorini “vede” nell’isola la fame. Un tema narrativo trascurato, forse disonorevole in Italia. Siamo nel 1940 o 1941, ma non è per la guerra. È proprio non avere, non avere mai avuto, di che mangiare, non decentemente. Dieci anni prima Alvaro riferiva di profughi di Africo, il paese calabrese distrutto dall’alluvione, che sull’Appennino tosco-emiliano si nutrivano di fieno. Negli anni 1960 a Gerace, ora borgo ridente di antiche chiese e palazzi restaurati, le capre brucavano dentro le mura, le loro campanelle più forti del silenzio, e i bambini a scuola avevano soprattutto fame. Una fame imperiosa: l’insegnante, erano alle medie, portava un pane grande, da due chili, lo tagliava a fette, e le fette subito sparivano, ingoiate prime che masticate.,
La fame non c’è più, e anche prima della guerra s’immagina sporadica – la “media” coscienza europea la escludeva da almeno un secolo e mezzo, dai rotten boroughs delle periferie britanniche e dal primo primitivo welfare. Ma c’è l’insicurezza a essa collegata: vitale, costitutiva, per nessun’altra ragione. Anche nel crimine, l’insicurezza pesa più dalla malvagità.

All’università in Calabria come in colonia
Strage di candidati al test d’accesso all’ex Magistero per maestri elementari, ora Scienze della Formazione, all’università di Cosenza. Come in tutti i test d’accesso, ogni anno, in qualsiasi facoltà, anche umanistica, in qualsiasi università. Nelle facoltà umanistiche molte università hanno dovuto istituire, dopo i test d’accesso, corsi preliminari di alfabetizzazione primaria, perché in molte scuole superiori non s’impara più a scrivere.
“Il problema”, dice al “Quotidiano di Calabria” il professor Nuccio Ordine, presidente della commissione all’ex Magistero di Cosenza, è che si studia sempre meno, sul presupposto che tutti hanno diritto a un titolo: “Nel Paese si sta abbassando sempre più il livello dell’insegnamento, a partire dalle università per passare alle scuole superiori, alle medie e così via”.
Lo scoglio principale su cui hanno sbattuto molti concorrenti a Cosenza è stata la differenza tra aggettivo e pronome. Una carenza grave, ma non eccezionale. E invece il giornale del professor Ordine, il “Corriere della sera”, ne fa l’apertura del suo supplemento “Sette”, a firma di Gian Antonio Stella. Che commenta: “E questo nonostante dalle scuole superiori calabresi escano ogni anno moltitudini di diplomati dai voti non alti ma altissimi”. Che non c’entra, magari quelli coi voti altissimi non ambiscono al Magistero, ma non si scappa: falla come vuoi, sempre cucuzza è.
En passant, Stella sostiene che all’università di Cosenza ci sono “migliaia di indagati sulle lauree taroccate”. Cioè tutti i laureati.
Stella non meraviglia: è un veneto lombardo che ogni settimana deve scrivere contro la Calabria. Anche se non si capisce perché la firma più rappresentativa del “Corriere della sera” abbia questa urgenza. Ma i professori scandalizzati dell’università di Cosenza? Questa università sembra il Makerere College dell’Uganda, l’università che negli anni 1960 formò una generazione di acuti antimperialisti – seppure nella direzione sbagliata. Poi venne Idi Amin. L’Uganda, il paese delle quattro primavere, collassò al livello più basso della disastratissima Africa. Il Makerere College è rimasto nella memoria come ultima idea del provvido colonialismo britannico. La Calabria non è l’Uganda, naturalmente. Ma perché dovrebbe diventare una colonia di Milano, nel Duemila? Il percorso coloniale è insidioso. E poi non c’è di meglio? Nella storia delle colonie si distingue molto, tra chi fu vittima dei cappuccini e chi si ebbe i gesuiti – chi si ebbe l’Italia e chi gli inglesi.
La Calabria non è in Africa, però… L’ultima pagina lo stesso “Corriere della sera-Sette” la riempie con due lettere strappalacrime, di Pietro Mancini e di Emiliano Morrone. Non tutta la Calabria, scrivono, è “killer e faccendieri”. E questo è pura Africa al tempo del terzomondismo, quando diceva “scusateci, miglioreremo”. Oppure è peggio di Stella: la Calabria come la messa di Enrico IV di Francia, protestante nel cuore - come una purga, se uno ha la disgrazia di esserci nato.

Il latifondo del “Cuore”
Nel 1906, pochi mesi prima di morire, Edmondo De Amicis fece il suo viaggio in Sicilia, e ne scrisse in un volumetto di “Ricordi”. Socialista, viaggiatore, scrittore raro di viaggi, De Amicis mostra che si poteva viaggiare al Sud senza pregiudizi. Senza mancare di vedere quello che c’era, ma per come era. Per esempio, viaggiando da Palermo a Siracusa e Catania, il latifondo. Detto infine per come è stato, nell’insieme e in dettaglio, e con gli oneri che lascia nella società siciliana, ogni parola significativa e veritiera:
“Il latifondo, che vuol dire campagna senza case coloniche e senz’alberi, e i contadini costretti a vivere nei grandi centri, dove sono sottoposti a gravami da cui dovrebbero essere esenti, e donne che debbono fare ogni giorno un lungo cammino per recarsi al lavoro; il latifondo che favorisce il furto campestre, l’abigeato, il malandrinaggio, il brigantaggio, e crea una catena di parassiti sfruttatori fra il grande proprietario assente e il lavoratore abbandonato a sé stesso; il latifondo, funesta espressione economica, che, come disse un illustre statista siciliano, filtrandosi, spiritualizzandosi per lungo abito di servaggio nelle menti, nel costume, nella vita intima, separò le classi, le fortune, gli animi, e mettendo in opposizione gli interessi dei signori con quelli del popolo, e mantenendo questo nell’ignoranza, riduce la maggioranza lavoratrice in condizione di minoranza legale di fronte ai suoi oppressori, prevalenti nelle Provincie, nei municipi, in tutte le rappresentanze pubbliche, e quindi padroni d’ogni cosa, tiranneggianti a loro beneplacito e perpetuatori della miseria”.

leuzzi@antiit.eu

La rivoluzione è la “gente”

Straordinaria proposta riformista, per uno come Negri che ha fatto Potere Operaio, praticando il radicalismo rivoluzionario: un manifesto per una costituente dei movimenti. Straordinaria anche perché la via maestra per uscire dall’impasse o crisi del mercato è quella di destra, liberale se non dello stesso mercato: dare voce alla “gente”, qui chiamata moltitudine, “comune”, partecipazione democratica. Un documento storico.
Michael Hardt, Antonio Negri, Questo non è un manifesto, Feltrinelli, pp. 112 € 10

Benigni berlusconiano

Dieci anni fa di questi giorni anche Benigni fu ostaggio della guerra civile:
“C’è isteria fra i Ds contro Benigni per il «Pinocchio». Non per il film, di cui non possono negare che è per più aspetti rimarchevole, visivi e anche narrativi. Ma per essere il film distribuito da una società di Berlusconi.
“Un astio da cariatidi, che però fa più paura che pena. Anche perché organizzato da critici di valore: si vede che il Partito, per quanto cieco, sordo, lunatico, entra nel dna. Un Partito che si priva a cuor leggero di un Benigni, peraltro così devoto e «in linea», come usava dire”.

L’affare Sme, la lobby e i compari

Dieci anni fa, giorno per giorno, risuscitava la lobby ebraica:
“Allucinante l’ipotesi di Paolo Panerai che la Sme fu data gratis a De Benedetti nel 1985 su pressione della lobby ebraica. Perché risuscita nel 2002 una «lobby ebraica». Ma anche perché spiega gli enigmi della vicenda Sme. Che il processo si faccia a Berlusconi, che non c’entra, invece che a De Benedetti. E che – la cosa più curiosa – in Italia e in Svizzera sia emersa unicamente la biancheria sporca dei personaggi che si sono opposti a De Benedetti: da Darida a Craxi e ai giudici. Con pezze d’appoggio in fotocopia – non prove ma minacce. Mentre Prodi si salvava recuperando su Soros, il «nemico dell’Italia». Anche Di Pietro a quel punto mollava la presa su Prodi. Si possono dire lobby due compari?”