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sabato 20 marzo 2021

Problemi di base - 627

spock

“La gratitudine è una virtù”, Hölderlin?
 
“La folla è crudele, impietosa, senza cuore”, Edgar Wallace, “I quattro giusti”?
 
“Si è liberi solo di diffamare se stessi e i morti”, Ian McEwan?
 
E la regina Elisabetta?

“L’estrema inimicizia sembra essere realmente l’estrema conciliazione”, Hölderlin?

“Se uno legge troppo avrà poco tempo per pensare”, R.L.Stevenson?
 
Contro i tre “ciarlatani” Fichte, Schelling, Hegel, “la vera filosofia deve in ogni caso essere idealista”, Schopenhauer?

spock@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo (102)

“Il rossetto è di sinistra” – “La Repubblica D”: “Il rossetto di Michelle Obama, il gloss anti-Trump. Ecco come la cosmetica scende in campo negli  tati Uniti e come ha contribuito alla vittoria di Biden”.
Biden dice Putin, il presidente della Russia, “un killer”. Putin non si scompone e risponde. “Chi lo dice sa di esserlo. Gli auguro lunga vita”. Biden, uomo di pace dopo l’irruento Trump. Della pace dei generali?
Prima dell’elezione a presidente, Biden, senatore dal 1972, per cinquant’anni è stato famoso per la gaffes.
Il sistema sanitario americano è “il più caro e il più inefficiente del mondo” - Angus Deaton, premio Nobel per l’Economia, e Anne Case: “Qualsiasi sistema europeo è di gran lunga migliore del nostro. Solo Big Pharma, con cinque lobbisti per ogni parlamentare,  ci guadagna”.
Oltre venti milioni di persone in America non hanno assistenza sanitaria.

Raccontare la sapienza

“Altri si vantino delle pagine che hanno scritto\ io vado fiero di quello che ho letto”. Meglio Borges lettore – oltre che autore di racconti fantastici, ovvio? Di Dante, Whitman, Joyce, le Scritture, le saghe germaniche, Shakespeare, Virgilio, e degli argentini e uruguayani che immortalava per amicizia o gusto della tradizione.
Si ripropone la tarda raccolta, di versi e prose, del 1969, quando la cecità era annunciata, per un Grande Lettore la iattura peggiore, e quindi la rilettura era un rifugio, la rimembranza, la ricostituzione. Per il “rassegnato lettore” dei suoi scritti. Cui offre però uno scintillio di saperi: scienza, teologia, arte, mito, filosofia, storia, linguistica. Dopo due anni di pregrinazioni a corona del riconoscimento mondiale: in Europa, Israele, Cile, e da residente a Harvard.
Curiose le beatitudini. Curiose ma non per Borges, agnostico di grande fede. La preghiera inclusa. In una morale della rinuncia: “Beati quelli che non hanno fame….. Felici i felici”. Ma senza privarsi di nulla: Bibbia, Vangeli, preghiera, ringraziamento.
Un tramonto accettato: “La vecchiaia (è questo il nome che gli altri gli danno)\ può essere per noi il tempo più felice.\ È morto l’animale o quasi è morto”, si vive più sereni – è l’avvio della poesia del titolo. La giusta temperie per i suoi versi, non altrimenti memorabili.
Con un apparato di note, una postfazione e una nuova traduzione di Tommaso Scarano, che per Adelphi cura la riedizione delle opere di Borges. Senza notevoli novità, a meno di qualche toscanismo ancora in uso alla prima traduzione, 1971, di Tentori Montalto.
Jorge Luis Borges, Elogio dell’ombra, Adelphi, pp. 158 € 16

venerdì 19 marzo 2021

Inter e Napoli unite dalla mafia nel calcio

A fine settembre il Genoa aveva sotto contagio tutta la prima squadra e ha dovuto lo stesso giocare a Napoli, per beccarne 6 – si è rifatta a febbraio, con i titolari. Una settimana dopo il Napoli aveva solo due positivi, e non è nemmeno partito per giocare a Torino contro la Juventus. Lo stesso Napoli aveva avant’ieri il recupero della partita con la Juventus e ha ottenuto di rinviarla ad aprile, per poter preparare meglio la partita domenica con la Roma. La quale invece avant’ieri ha dovuto giocare, in Ucraina – compreso dunque un lungo viaggio di andata e ritorno.
L’Inter ha quattro giocatori positivi, e tanto basta per decretare che i suoi calciatori non potranno “aderire alle convocazioni  delle rispettive squadre nazionali” nelle prossime due settimane – convocazioni cui dovranno invece obbedire i calciatori delle concorrenti Juventus, Milan e Roma.
La stessa Inter non paga gli ingaggi da novembre grazie a una speciale deroga che le consente di pagarli a fine stagione. Deroga dalla norma che impone di pagare ingaggi e contributi alle scadenze, pena la detrazione di “almeno 2 punti” in classifica. A dicembre il Livorno è stato  penalizzato di 5 punti per aver pagato gli ingaggi di giugno e l’Irpef con due giorni di ritardo – due giorni.
Inter e Napoli sono sempre quelle di Calciopoli 2006, con due carriere fulminanti ai procuratori napoletani e tre scudetti regalati all’Inter. Uno da Guido Rossi, il galantuomo che aveva lavorato per l’Inter e poi è andato in Telecom Italia, allora dell’interista Tronchetti Provera. Uno dagli arbitri onesti di dopo Calciopoli: tredici partite (tredici…) condizionate da errori arbitrali evidenti a favore dell’Inter. E uno dall’arbitro onestissimo, non per nulla interista conclamato, Damato, che fece, letteralmente fece, non per errore, perdere la Roma con la Sampdoria alla fine del campionato e le fece perdere il campionato, a favore dell’Inter - Damato è di Barletta, quindi non di Napoli, ma il designatore era Gennaro Borriello (in duetto con Collina, l’uomo notorio delle “mani pulite”, poi designatore della federcalcio dei corrotti, quella ucraina).

Non è a dire delle napoletanate a ripetizione della cosiddetta giustizia sportiva, 
chissà perché affidata a prefetti e giudici napoletani. Da ultimo la sceneggiata della sentenza suicida sulla partita mancata Juventus-Napoli, 3-0 a tavolino, in modo che in appello fosse rovesciata.

Nel calcio le mafie non esistono, il calcio dopotutto è uno sport, ma nella giustizia del calcio sì: l’accoppiata vincente è ambrosiano-partenopea. Senza vergogna, anzi trionfante, nelle gazzette e nei corrieri.

Cronache dell’altro mondo (101)

Robert Aaron Long, 21 anni, “pizza, pistole, musica, famiglia e Dio” la sua carta d’identità social, compra una pistola e fa strage di estetiste asiatiche, in tre diversi centri benessere, ad Atlanta, la città di “Via col vento”, uccidendo otto persone – sette donne, sei orientali. Per odio contro gli orientali.
Non è un caso isolato. A New York e San Francisco gli asiatici da tempo si sono dovuti organizzare  con ronde e uscite di gruppo, specie per consentire il passeggio agli anziani.  Le minacce e le molestie sono talmente numerose che Biden ne ha dovuto tenere conto nel discorso d’inaugurazione - giustificandosi: “Molti asiatici-americani lavorano negli ospedali, salvano vite umane. Ma temono per le loro vite. È sbagliato. È antiamericano”.
La giovane direttrice di “Teen Vogue” Alexi McCammond, afroamericana, si è dovuta dimettere per due tweet del liceo considerati anti-asiatici, per un brutto voto a chimica attibuito a uno “stupido assistente asiatico”. Dei tweet, presto rimossi, si era tenuto conto nella sua nomina alla rivista per adolescenti. E di essi, dopo la nomina, McCammond si era scusata sulla stessa rivista. Ma venti dipendenti di “Teen Vogue” hanno protestato ufficialmente. E due grandi inserzionisti hanno cancellato la pubblicità prenotata.
“Cerimonie di laurea «culturalmente» su misura”: da aprile “la Columbia University di New York offrirà sei nuove tipologie (di feste di laurea) a nativi, afroamericani, asiatici, latini, lgbtq, studenti a basso reddito o arrivati negli Usa da poco” – Anna Lombardi, “la Repubblica”.
Non  bisogna sottovalutare gli Stati Uniti. U
na società appiattita, senza storia, senza corpo, e segmentata: un puzzle, piano, piatto. Ma determinato, un bulldozer, di tutti contro tutti - Fanfani, Moro, Craxi, per dirne alcuni, nel loro piccolo, lo stesso Andreotti, che tanto ha fatto per gli Stati Uniti, ne hanno avuto severe lezioni.

Come Atena, la cancel culture è nata in Libia, con Gheddafi

Ci sarà da fare con la cancel culture per cancellare e scalpellare. Ma tutti aveva preceduto il disprezzato Gheddafi: quanto lavoro per gli scalpellini aveva mobilitato, a Sabratha, e al museo di Tripoli. 
L’antecedente è narrato in Astolfo, “Non c’è anarchico felice”:

A Sabratha il guardiano suda copiosamente, impegnato a scalpellare di lena, accosciato sui talloni. È il genius loci, il concilio di Cartagine aveva già deciso di abbattere le statue, gli edifici, e pure gli alberi. Il guardiano non lo sa, ma è per questo che fatica, anche se nessuno glielo chiede, credendo di obbedire a un appello del suo colonnello. Bernardo insegnava a Chiaravalle che, se si raschia il testo di una pergamena, si può finire per distruggere la pergamena stessa, tanto più quanto essa è imbevuta dell’inchiostro che si vuole cancellare, della memoria. La memoria è scrigno e congegno, la macchina e i suoi possibili usi. Butros Ghali ricorda che il califfo Omar, secondo lo storico egiziano Ibn al Qifti, fece bruciare la biblioteca di Alessandria ragionando: se i libri ripetono il Corano sono inutili, se se ne discostano sono blasfemi. Il colonne-lo, dunque, e il guardiano continuano la tradizione. Bernardo di Chiaravalle consigliava, qualore fosse proprio necessario, di separare le funzioni della memoria, riadattandone i contenuti a nuovi percorsi, a nuove dottrine, senza cancellarli. È la funzione della storia. Ma è una buona cosa?
“Il guardiano si erge all’arrivo dei visitatori, e chiede senza fiato:
“- Che c’è scritto qui? – di una lapide per un bambino. Gli accenti stranieri lo rinfrancano, si prende una pausa sradicando le piante secche, non ha la ferocia che s’immagina dei cinesi, che la pratica hanno avviato. L’arte ha esiti sicuramente terapeutici, quasi taumaturgici. La pietra stessa diventa nell’arte più pietra. E le iscrizioni devono possedere magia potente, ancorché illeggibili. Ricordava in Iran il poeta Shamlù che gli assiri di Urmia scorticavano gli inglesi quando li beccavano a trascrivere antiche iscrizioni. Non le loro, gli assiri erano arrivati nella regione non prima del settimo secolo. Che poi, partiti gli inglesi, hanno lasciato ai curdi, i quali la abitavano prima e non avevano cessato di combatterli. Pure i Borbone di Napoli proibivano la trascrizione delle lapidi a Pompei.
“Si tornerà forse agli splendori greci, se è vero, come Graves vuole, che Atena e Atene vengono dalla Libia, dalla dea Neith invertita. Ma per ora c’è un problema di scalpellini: partiti gli italiani, in Libia non se ne trovano. Si cercano in Tunisia, con l’Egitto i rapporti non sono buoni, per la storia del Pazzo, di Gheddafi noto al Cairo come il Pazzo. Resta solido, non recando iscrizioni, il cesso circolare che di Sabratha è l’emblema, come un coro con gli stalli: molta storia romana è conviviale, e molta convivialità occorreva al cesso, impenetrabile ai rumori e agli olezzi. Nella Guerra ebraica di Giuseppe Flavio i dissidi sotto Cumano, nei quali perirono diecimila ebrei, insorsero quando un soldato di guardia sul colonnato del tempio, durante la festa del pane azzimo, si tirò su la tunica, volse il culo alla folla inchinandosi, e scoreggiò. Qual’è il senso della storia? Troppe cose i romani facevano col culo, ma alcune gli riuscivano.
…………………….
“A Tripoli l’ambasciata Usa è chiusa. Solo emerge da una porta blindata, dietro una griglia d’acciaio, un giocatore di football nero:
“- Abbiamo duemila passaporti da controllare – bisbiglia, fresco nella maglietta: - i visti degli studenti. – Eccetto quelli che sono a scuola di petrolio dall’Ente, i libici che studiano vanno quindi negli Usa. Già nel 1802 Jefferson aveva sorpreso tutti inviando la flotta contro i pirati di Tripoli. Cui rischiò di regalare il pezzo forte, la fregata “Philadelphia”, non fosse stato per il nocchiero Catalano, un siciliano, che la autoaffondò.
“Infermiere pachistane, di scuola britannica, competenti cioè e discrete - la nurse fa parte della terapia, per l’infatuazione che rinnova nel degente la voglia di salute - e a Tripoli più che leggiadre, ma vincolate alla continenza anche dello sguardo, sostituiscono le suore. Con stipendio da espatriate. Nonché le infermiere e gli scalpellini, ogni servizio va ora pagato in Libia in buone sterline, quella locale vale tre volte la britannica: lo stagnaro, l’elettricista, tutti tecnici espatriati – trascurato è il principio che poveri, risparmio e ricchezza si nutrono di moneta frazionata. Il colonnello Gheddafi ha aperto un giro di valzer con la Francia, malgrado il Fezzan, sperando in un invito a Parigi, nessuno lo vuole. Neppure l’onorevole Moro, che continua a ignorarlo, non un gesto, un saluto, una letterina, niente, e sono sei mesi ormi che sta al potere, anche di più. Ma i rapporti restano saldi, i libici vanno lo stesso a divertirsi a Roma, con le carissime fidanzate del Cavalieri Hilton.
““Psst, psst”, un signore s’accosta sul lungomare Italo Balbo. Un principe Caramanli, assicura. Dirige il museo romano, che il regime ha dimenticato, e custodisce nei sotterranei, dietro cancellate rumorose di catenacci, le lapidi fasciste, straripanti di “Italiani!” in grossi bastoni tutti alti e di numeri romani, cui il visitatore coartato non può rifiutarsi – il principe è un oppositore. Fanariota, cattolico quindi di Costantinopoli, innamorato per questo disperato, confida, di una nurse  musulmana”.

L’Italia felice al tempo di Carosone

Un racconto di vite felici. Di Carosone. Gegé Di Giacomo. Peter Van Wood. La fidanzata con bambino. Il bambino della moglie, amato, accudito. Il padre di Carosone. Il paroliere Nisa fantasioso, Nicola Salerno – con Mariano Rapetti funzionario Ricordi, il padre di Mogol. Di tante canzoni, che a loro tempo avevano fatto tanti film, “Maruzzella”, “Caravan petrol”. Del tempo: l’Italia della ricostruzione e del boom, in pace con se stessa, costruttiva, consistente. E sempre corretta: ben vestita, rispettosa, sensibile, intelligente. Più pregnante certo in epoca di diritti e povertà, materiale e spirituale - di globalizzazione, pescicani, e spazzatura.
Carosone, mite e creativo, si direbbe il fiore sul letame, ma al suo tempo ce n’era poco, si camminava su prati in fiore.
Nostalgia evoca perfino l’interprete, Eduardo Scarpetta: Eduardo cioè, e il temuto paterno padre (naturale) Scarpetta. Un’altra Italia. Con un super Di Giacomo-Vincenzo Nemolato.
Lucio Pellegrini, Carosello Carosone, Rai 1

giovedì 18 marzo 2021

Ombre - 554

Non c’è praticamente Regione che non abbia subito truffe nella fornitura di mascherine e altri materiali igienici anti-covid. A opera di società, speso con socio cinese, di mediazione di forniture cinesi.
 
Non solo sulle forniture, sulle vaccinazioni le Regioni sono state al di sotto di ogni aspettativa. Eccetto probabilmente il Lazio, meglio organizzato, la Campania, la Sicilia e la Puglia, regione con presidenze di rilievo. Compresa la Toscana, che si fa vanto di avere la migliore sanità (la più costosa, con le più alte tasse) d’Italia. Più per incapacità dei finti o para manager della sanità – che per spirito burocratico.
 
L’arbitro Orsato “fa” la partita Chelsea-Atletico Madrid di Champions League che i londinesi dovevano vincere: non vede un rigore in area Chelsea che tutti potevano vedere, con espulsione del difensore, e nemmeno una gomitata volontaria  di un attaccante Chelsea a un difensore Atletico – che poi invece per molto meno espellerà con rosso diretto. Non sono errori: troppo smaccati troppo a senso unico.

Di Maio fa nominare Sorial, suo ex collaboratore, grillino disoccupato, no Tav a tempo perso, alla presidenza, lucrosa, del Tunnel del Monte Bianco - 25 km. di buco, da brivido. Si contesta una galleria per farsene dare una più lunga.


Salvini impone al Cts ristretto, gli scienziati che controllano la pandemia, un ingegnere Gerli, quarantenne, famoso sui social per le scemenze - uno che pare le sballi di proposito, talmente sono cervellotiche. I politici inviati sono riusciti a fare senatori i propri cavalli - insomma, ciuchini.

La Francia non poteva lasciare agli Stati Uniti un primato, nella cancel culture, e non potendo fare di più abolisce i numeri romani. Una sfida agli Stati Uniti che invece cominciano ad amarli, dopo averli adottati qua e là: la partita della Francia per l’autonomia culturale dagli Stati Uniti è sempre complicata.
 
Orrido, affascinante, anticipo del “Corriere della sera” con Ferrarella, il confidente di Davigo e  agiografo di Di Pietro, per raggirare la prevista, obbligata, assoluzione dei vertici Eni nella “corruzione del secolo” (quale?) in Nigeria, dopo otto anni di indagini, con viaggi tutto pagato in Nigeria, e tre anni di udienze: negli affari si pagano mediazioni, ma se le pagano le imprese italiane, pubbliche, quello è un delitto.
Leggere per credere – si capisce poco, ma abbastanza:
https://www.corriere.it/editoriali/21_marzo_16/i-processi-l-equivoco-un-amara-verita-16eb19be-869e-11eb-90f0-a248214a3d06.shtml
 
Come si sapeva, è bastata l’espulsione di Freuler all’andata per dare l’Atalanta alla mercé dei contropiedi madrileni. Una semplice espulsione, non ci vuole molto per decidere un torneo: l’arbitro Stieler è stato perfetto, ha interpretato bene la partita.
 
“Con Sacchi è diventato importante l’allenatore, ma sono i calciatori a fare la differenza”: non ha dubbi Marco Van Basten, commentando il suo precoce abbandono del campo di calcio, dopo l’incidente alla caviglia. Gentile con Sacchi ma preciso.
 
“È tempo di curare la sanità”, apre infine il “Corriere della sera” – con Sabino Cassese. Dopo un anno, abbondante, di chiacchiere, decine di pagine ogni giorno, e oltre 100 mila morti, con calma, certo, senza fretta, ci si può pensare.
 
“Avremmo potuto aumentare le somministrazioni: in 24 ore possiamo passare da 20 mila a 50 mila (vaccinazioni). E invece ci troviamo senza munizioni” – l’assessore ala Sanità del Lazio, Alessio D’Amato. Si parla si promette, si nominano commissari, e non si fa niente.
 
“Ferrari pesa più di Stellantis” nel portafoglio Exor, la finanziaria degli Agnelli. L’ex Fiat è solo un’affezione, paga di più Loboutin.
 
“Farmaceutica, per i big anti Covid profitti raddoppiati a 71 miliardi”, è l’apertura del “Sole 24 Ore” domenica, vigilia di lockdown: “La rivalutazione (in Borsa) rispetto ai livelli pre-virus è stata di oltre 160 miliardi”.
 
L’intervista di Megan Markle, che Italia 1 continua a riproporre,  è una serie di mine, disseminate con  sceneggiatura cronometrata, ogni 20-25 minuti. Per alimentare una serie di polemiche. O Markle è una discreta attrice, o Wimfrey lo è, la Cbs, chi l’ha sceneggiata.
 
Il cuore iniziale dell’intervista, terreno per una possibile marcia indietro, è lo scandalismo della stampa britannica (ma è inglese), che non le ha lasciato un attimo di tregua. Ma la duchessa di Essex non fa che copiarne il metodo: l’insinuazione.

Schiavone si dà una mossa

Un filmone, invece dell’attesa miniserie del commissario Schiavone, il romano al confino ad Aosta. Benché girato d’estate e quasi tutto in esterni, ma dovendo far figurare l’ambiente invernale, altrimenti che Aosta è. Completo di arrivano i nostri e duello al sole finale.
Schiavone, libero infine (un po’, in parte, ci dev’essere un seguito) dei fantasmi personali, va diretto al malaffare. Sgomberato come sempre dal suo creatore Manzini dalle dietrologie d’obbligo, politiche, sociali, mafiose, è quello che dev’essere, un personaggio d’azione. O Spada ha una marcia in più.
Con i compagni romaneschi di sempre in gita, e con le ultime tecnologie, Schiavone viene a capo di una banda internazionale di ladri a caccia delle riserve del casinò di Saint Vincent.
Simone Spada, Rien ne va plus, Rai Due, RaiPlay

mercoledì 17 marzo 2021

Moro vittima sacrificale

Nel 1988 come oggi si commentava il rapimento di Aldo Moro, con la strage degli agenti di scorta:
“Dieci anni del rapimento di Moro, evento infausto che si ricorda, si celebra, giustamente. Anche perché è l’occasione - l’unica, altre non si sono costituite - per ricordare i tanti agenti di scorta che ne sono rimasti vittime. Ma lugubri discorsi, di chi non l’ha difeso e poi lo ha lasciato morire. Rientra questo sacrificio nella mentalità delle masse cattoliche e comuniste? No, papa Paolo disse di no. Era Moro la vittima sacrificale dell’asse Dc-Pci? Di una politica, anzi di una politichetta, più andreottiana che berlingueriana?
“Una morte annunciata, voluta, è stata la conclusione del rapimento sanguinario. Cui la cacciata di Leone dal Quirinale è succeduta, lasciando intendere che era un ladro mentre un ladro non era. Per ingombrare le cronache? L’accordo Dc-Pci doveva avere una vittima l’anno, per distoglierci da che – dal non governo Dc-Pci? L’ultima uscita di Moro non era stata: “Non ci processerete nelle piazze”, eccezionalmente senza l’abituale distacco, scomposto, urlando, perfino rosso in viso?
“Oppure non dovevamo chiederci – sapere – chi erano le Brigate Rosse. Non i brigatisti, bastava poco per esserlo, gli organizzatori. Perché nessuno ha veramente spiegato chi erano le Br? Cioè, nessuno ha veramente indagato sui loro collegamenti adespoti, nazionali e stranieri; su chi le ha scatenate e su chi le ha lasciate prosperare.
“I collegamenti ci sono stati, per procurarsi le armi, e per  l’addestramento alle armi e al terrorismo urbano. Perché altrimenti le armi avrebbero dovuto comprarle dalla malavita, e l’avremmo saputo. I Palestinesi non bastano – né nei loro campi si entra e si esce a piacimento. E quell’Alì Agca, che fa il viaggio dalla Turchia a tappe precostituite, compresa la fuga dal carcere, trova le armi pronte e l’alloggio a Roma i giorni giusti, e non ha nemmeno un movente non essendo pazzo né un fanatico – tutto come il Bertoli della Questura di Milano?”.

I pazzi di Hölderlin eravamo noi

L’ipotesi di Agamben è che Hölderlin barasse: “In generale molti elementi che nel comportamento di Hölderlin vengono ascritti alla follia possono essere letti come il frutto di una sottile, calcolata ironia”. Nei confronti della madre soprattutto. Ma poi, pure, del resto del mondo, di chi aveva stroncato le sue traduzioni da Sofocle, condannandole per la loro “iperletteralità”: gente non da poco, Voss, l’amatissimo Schiller, Goethe, Schelling. E di chi le aveva capite ma si era lo stesso allontanato. La chiave della “pazzia” Agamben trova in una lettera di Schelling a Hegel del giugno 1803: “Dal momento che i suoi discorsi non lasciano pensare a una pazzia, egli ha completamente assunto le maniere esteriori di coloro che si trovano in quella condizione”. Recitava?
“Che si tratti di una consapevole e quasi parodica presa di distanza dagli interlocutori è particolarmente evidente nella corrispondenza con la madre, che aveva costantemente mostrato un’assoluta incomprensione per le aspirazioni del figlio, che nei suoi intendimenti avrebbe dovuto dedicarsi alla carriera di parroco”. È la madre che vuole “l’infelice” - così lo chiama in ogni circostanza - pazzo, contro le resistenze anche accanite degli amici, di alcuni di loro, specie Sinclair, che lo chiama con sé a Homburg e lo fa nominare Bibliotecario di Corte – sarà l’appellativo a cui Hölderlin terrà, fino alla fine. La madre insisterà, finché nel 1807 non riesce a farlo ricoverare in clinica psichiatrica, da dove poi verrà alloggiato in casa e a cura del falegname Zimmer, una bellissima dimora che ancora oggi si visita con piacere, a Tubinga, una torre sul Neckar con vista sulla valle. Sopravviverà di venti anni all’internamento del figlio ma non si recherà mai a trovarlo, una distanza di trenta chilometri, meno – le spese sono coperte, tramite la madre e poi la sorella del poeta, dal principato.
Le lettere alla madre Agamben ripetutamente dice “capolavori d’ironia”. In questo caso il poeta si firma Hölderlin, mentre solitamente si firma o si dice Scardanelli o altro nome di fantasia (tutti italiani nel suono), e sempre scrive cerimonioso, allusivo. Hölderlin è il “nome” da poeta, ma è il cognome, non in uso nemmeno in Germania nei rapporti familiari. Zimmer testimonia nel 1821 che l’insofferenza dei familiari è l’unica costante di umore del suo amato ospite: “Hölderlin non può sopportare i suoi parenti, e quando vengono a visitarlo dopo tanti anni si infuria contro di loro” – aggiungendo, per spiegarselo: “Ho sentito dire che suo fratello ha sposato la donna d cui era innamorato”.
Le testimonianze sono discordi – le testimonianze sono sempre discordi. Quelle di Zimmer, il falegname colto e sensibile che lo tiene a pensione per 37 anni, sono di un inquilino normale, anche se ha “parossismi”, soprattutto i primi tempi, e “inquietudini”. Suona il piano “di fantasia”, ma “se vuole suona con le note”. Scherza. Quando sta male si riguarda. Sarà sempre autosufficiente. E ama girovagare, anche per ore, senza perdersi. Per le strade di Tubinga e i campi del Neckar. La diagnosi con cui i servizi del Württemberg lo tengono in carico è benevola: “Carattere della malattia mentale: confuso. Osservazioni: mansueto. Cause: amore infelice, esaurimento, studi”. Ma poi, certo, fa le strane cose che identificano, identificavano allora, una persona come un pazzo, non violento: si rivolge agli interlocutori con “Vostra Signoria, Vostra Altezza”, si firma con nomi di fantasia (tutti italianizzanti), di nessuno dei quali è stato trovato un possibile riferimento, ripete parole senza senso, “Pallaksch”, “Wari wari”, “Conflex”. E ha – ha avuto i primi tempi - degli attacchi d’ira repressa, in cui diventa “tutto rosso”.
L’inquietudine ha avuto origine in una fortissimo esaurimento nervoso, a conclusione del viaggio di ritorno da Bordeaux, dov’era precettore, derubato di tutto e in stracci, denutrito. Così era apparso a fine giugno a Stoccarda, dopo un mese e oltre di peregrinazioni. Il 22 era morta di scarlattina, già minata dalla tisi, il suo grande amore Susette Gontard. Arrivato a casa, a Nürtigen, si scontra con la madre, che aveva scoperto la relazione con Susette, attraverso le lettere. Seguiranno cinque anni tribolati. Di cui varie spiegazioni sono state date, ma nessuna sufficiente. Era crollato per il duro viaggio a piedi? Ma era anche andato a piedi, fino a Bordeaux, tre mesi prima, d’inverno, precettore in casa del console di Amburgo. Si è finto pazzo per evitare il processo cui fu sottoposto il suo amico Sinclair, anche lui un credente rivoluzionario? Agamben non omette questa ipotesi: c’è chi dice Hölderlin vittima di Parigi e dello spirito rivoluzionario francese. Ma il processo è del 1805, non è convincente (è intentato da uno speculatore), e si risolve presto in un nulla di fatto. Hölderlin fu sfibrato dalle fatiche di traduzione di Sofocle, e avvilito dalle critiche unanimi al lavoro svolto? È possibile. Era anche solo, senza più sostegni affettivi. E una tensione non esclude l’altra.
È però anche uno che vive per trentasette anni autosufficiente. E scrive versi per i suoi visitatori in endecasillabi misurati, in rima baciata o alternata, in componimenti pregni di senso anche vertiginoso. In calligrafia, con compitazione e scrittura perfette. Scrive anche sensato in altino, riflessioni filosofiche. Le lettere alla madre, si può aggiungere, sono articolate, sintatticamente e logicamente. E molte sue idiosincrasie non sono bizzarrie. Per esempio verso Goethe, negli anni della follia di Hölderlin tronfio trombone - come Agamben maligno fa capire con alcuni estratti del suo diario: assistere emozionato “al levé dell’imperatore” Napoleone, festeggiare le decorazioni che gli giungono dagli imperatori, Napoleone, lo zar, intrattenersi a corte, a Weimar, che bene o male è in guerra contro Napoleone, della “decadenza delle feste da ballo”…
Tutto ciò che tocca Hölderlin è emozionante. Ma non  per questo si può dire che non avesse problemi mentali. Non è il solo caso, il suo, di una condizione mentale in qualche modo intaccata e di una capacità di poetare, anche versificando, più o meno intatta.
Agamben non ci sta. Non si può dire follia una vita normale per trentasette anni. La follia di Hölderlin anzi considera “come la più alta manifestazione umana e, insieme, come una beffa sublime”. Ci ha lavorato un anno, e un volume produce composito a sostegno della sua conclusione, quasi un gesto di rabbia. Con un lungo saggio in forma di prologo, la cronaca dettagliata degli anni 1806-1843, i trentasette anni passati da Hölderlin in casa Zimmer, la metà dela sua vita, un epilogo che spiega il sottotitolo, “Cronaca di una vita abitante”, una bibliografia, e l’“Elenco dei libri di Hölderlin nella casa di Nürtigen”, che mostra una biblioteca nutrita, quasi leopardiana (Hölderlin e Leopardi non sarebbe parallelo bislacco, né da poco: per la biblioteca ma non solo, per gli amori infelici, la solitudine, anche nel mezzo dei riconoscimenti, gli idilli, la concezione della natura, della condizione umana, della finitezza degli infiniti), e filosofica, in latino più che in tedesco.
L’epilogo, “Cronaca di una vita abitante. 1896-1843”, lega le testimonianze. Nella “pazzia” di Hölderlin Agamben identifica una forma dell’essere. “Vita abitante” è “una vita che vive secondo abiti e abitudini”. Non del tutto cosciente o padrona dei suoi mezzi e dei suoi modi, ma pienamente affettiva e sicuramente intellettiva. Attraverso un tracciamento linguistico solido e significativo, dal sanscrito al latino e al tedesco, abitare, abitante, abituale, abitudine conducono, spiega Agamben, a una vita “speciale”: “Una affettibilità che resta tale anche quando riceve delle affezioni, che non trasforma in percezioni coscienti, ma lascia trascorrere in una superiore coerenza, senza imputarle a un soggetto identificabile”. Come sarà di Robert Walser un secolo dopo – ma anche di molti altri, poeti e non. 
La vita insomma di un uomo, un poeta, vivo anche nella “follia”. Una tragedia, nel senso hegeliano, di conflitto insanabile tra colpa e innocenza. Oppure senza colpa – Agamben: “L’abitazione dell’uomo sulla terra non è una tragedia né una commedia, è un semplice, quotidiano, trito dimorare, una forma di vita anonima e impersonale”, comunque. La vita comune è comunque una “alla quale non è possibile imputare azioni e discorsi”. Peggio: congedandosi ora da Hölderlin Agamben trova sconsolato la sua follia “del tutto innocente rispetto a quella in cui un’intera società è precipitata senza accorgersene”.
La vita insomma di un uomo, un poeta, vivo anche nella “follia”. Una tragedia, nel senso hegeliano, di conflitto insanabile tra colpa e innocenza. Oppure senza colpa – Agamben: “L’abitazione dell’uomo sulla terra non è una tragedia né una commedia, è un semplice, quotidiano, trito dimorare, una forma di vita anonima e impersonale”, comunque. La vita comune è comunque una “alla quale non è possibile imputare azioni e discorsi”. Peggio: congedandosi ora da Hölderlin Agamben trova sconsolato la sua follia “del tutto innocente rispetto a quella in cui un’intera società è precipitata senza accorgersene”.
È topico dei pazzi considerare pazzi gli altri. Ma qui, ora, è diverso, intende Agamben. La società di cui dice è una civiltà, la nostra, all’epoca dei social. Della superficialità al comando della comunicazione, della stupidità. Il detective accurato, accorato, di Hölderlin si ritrova in fine anche lui in folle: “Posso forse per ora soltanto «balbettare, balbettare”, come il poeta, senza pubblico, senza interlocutori  – “Non ci sono lettori. Ci sono solo parole senza destinatario”.
Una non-biografia, dell’eroe tragico come colpevole innocente. O dell’eroe stanco. Dopo essersi congedato dagli dei, ridicoli, senza malanimo e senza rimpianti. Per adagiarsi nella “vita abituale”, e poetare nelle forme dell’idillio, non più del tragico: “Le poesie della torre – questo estremo, impareggiabile, lascito poetico dell’Occidente – sono tecnicamente degli idilli”.
Giorgio Agamben, La follia di Hölderlin, Einaudi, pp. 241, ril. € 20

martedì 16 marzo 2021

Problemi di base familiari - 626

spock 

Perché siamo più pazienti con i cani, anche con i gatti, che con i bambini?
 
Che colpa hanno i figli?
 
E i genitori?
 
Gli affetti a distanza, dopo le assemblee di condominio e la didattica?
 
Il virus è l’unica emozione che ci resta, fra ecobusiness e #metoo?
 
Soprattutto connessi, il resto è mancia?

spock@antiit.eu

Ecobusiness

In una città come Napoli, per esempio, che non ha nemmeno una stazione pubblica di ricarica elettrica, come mai si vendono le macchine ibride? Perché le paga lo Stato, tanto poi si può andare a benzina o a gasolio.
“Fra dieci anni avremo l’idrogeno verde“, spiega il ministro dell’Innovazione Cingolani al Parlamento, “ e le automobili andranno a celle a combustibile. Le batterie le avremo superate, perché hanno un problema di dismissione, e staremo investendo sulla fusione nucleare”. E in questi dieci anni, finanziamo le batterie, cioè l’inquinamento - e la Cina? 
Per i rifiuti cartacei, che sono i più ingombranti e anche numerosi, stante la diffusione esponenziale delle vendite online, c’è un solo cassonetto. Con ingombro immediato, dentro e fuori. Che però non viene svuotato per settimane, e anche – a Roma – per un mese. Carte e cartoni, che sono il rifiuto più facile e redditizio da riciclare, vengono lasciati così a marcire. È vera raccolta differenziata?
Una utenza elettrica, anche di una sola persona,  paga ogni anno 150 euro di “oneri di sistema”, cioè finanzia i signori delle fonti di energia verde, pale eoliche e pannelli solari. Non della natura e l’aria pulite - quelle ci pensa la Cina da sola a infettarle, la fabbrica-cloaca del mondo, ogni sforzo è inutile. Si incassano gli “oneri di sistema” a prescindere dalla quantità di energia verde prodotta. 
Se la stessa persona, come capita alla metà degli italiani, ha una seconda casa, anche solo per il vezzo di tenere in vita la vecchia abitazione di famiglia al paese, quindi non necessariamente una persona agiata, paga lo stesso tributo anche se non abita la casa e non consuma elettricità (per esempio da un anno e più per il lockdown). Oltre che un ammontare analogo a Terna e alle consorelle locali del trasporto elettrico, come contributo alla loro inefficienza – i pali della luce in tre quarti d’Italia sono quelli del dopoguerra, anche i fili penzolanti. È giusto? È utile?

Un’altra Sicilia, un po' comica

Ancora Sicilia, ancora mare per questa miniserie intitolata a Màkari, il borgo di San Vito Lo Capo. Ma senza nuotate, vigorose: Saverio Lamanna, investigatore per caso, è sul lato comodo della vita, senza professione e senza impiego. Uno che non fatica, il Buonannulla.
Tornato da Roma alla casa paterna abbandonata, senza occupazione senza reddito, non ci trova pace. Bambini muoiono, adulti litigano, la cava chiude e i senza lavoro minacciano di scrivere un romanzo. Gli tocca farsi carico di tutto. Storie e caratteri del tutto fuori schema per questa nuova miniserie isolana.
Un tentativo di svelenire i drammi in una cornice comica. Alla BarLume, la serie di Sky. Una cornice poco robusta, anzi un poco da latte alle ginocchia – come nel modello Sky. Ma i plot di Saverio Zavettieri su cui la miniserie si regge sono riusciti: sorprendenti, calzanti.
Michele Soavi, I colpevoli sono matti, Rai 1

lunedì 15 marzo 2021

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (452)

Giuseppe Leuzzi

La Padania indipendente sarebbe stata il paese al mondo col maggior numero di contagi e di morti in rapporto alla popolazione. Non per una qualche tabe ereditaria, così, per superficialità. Da  baüscia.
Senza ravvedimento alla prima ondata, alla seconda, e ora alla terza.
 
La Liguria utilizza i vaccini anti-covid meno della Calabria. La Lombardia e il Veneto in percentuale di poco superiore – di molto inferiore a quelle della Campania, dell’Abruzzo, della Puglia.
 
A Milano molto vaccinandi della prima ondata, gli ultraottantenni, sono stati rimandati a casa, benché avessero conquistato, con difficoltà, la prenotazione.
In molte province lombarde, anche non frontaliere, si fa – si prova, malgrado i divieti – il viaggio in Svizzera, a comprarsi il vaccino.
 
Dall’inglese di Renzi, che pure da sindaco di Firenze girava il mondo come “ambasciatore”, a quello di Zaia, che pure ha consiglieri e consulenti, il provincialismo è deprimente. Anche questo pesa sul Sud, questa Italia al comando estremamente provinciale. Non c’è l’analogo in Inghilterra, in Francia, in Germania, in Spagna, chi governa ha bene qualche idea del mondo.
 
A zannella
Catania, nota Carlo Levi a passeggio per la via Etnea, ama le “tipizzazioni”, che dice “una delle tendenze dell’ellenistico spirito catanese”: “C’è, pare, chi passa il suo tempo a creare nella realtà dei tipi, influenzando e foggiando, secondo un suo piano, qualche sua vittima, per il solo piacere di poterla descrivere”.
Levi non nomina Brancati, ma il riferimento è calzante. E non è solo nella tradizione etnea, Verga giovane incluso, o nello spirito ellenistico. Lo stesso “Gattopardo”, l’impianto del romanzo, è eversivo (e non conservativo!) in questa vena: antropologica, linguistica, come un’irrisione rattenuta, impietosita.
È un diverso modo di rappresentarsi in rapporto alle realtà altre – il dover essere, il resto del mondo. Affabilmente critico ma non di agevole lettura dall’esterno, come è di tutte le forme ironiche. Il  recente turismo di massa in Sicilia è raccontato da Savatteri come una mania e una smania: tutti vi si applicano, il carrozziere diventa agente di turismo, la casalinga cuoca, la casa colonica si fa agriturismo, e ci sono famiglie che dormono quattro mesi in macchina o all’aperto per “campare gli altri otto mesi” senza fare nulla.  L’analogo era forma epica ancora negli ani 1970 in Romagna: “lunedì le banche non sanno dove stipare i bigliettoni” (si pagava allora in contanti, la settimana di vacanza d’obbligo per “i tedeschi”, a pensione completa), “quattro zimmerfrei ricavate in un padiglione abbandonato”, “notti bianche per tutti i ragazzi, solo mille lire l’ingresso”, le cronache registravano il fatto sui toni della meraviglia e dell’ingegnosità.
È una forma espressiva comune pure in Calabria, ‘a zannella, dagli antichi zanni: la beffa, l’ironia, il sarcasmo, con una vena malinconica, distruttiva, nemmeno tanto sottile. In italiano formalizzata  nella Commedia dell’Arte, nelle maschere, nei canoni. In Sicilia e in Calabria sottesa a ogni comunicazione, perfino quella tragica.
Le “tipizzazioni” di Levi a Catania si possono anzi dire la forma espressiva comune in Calabria. Irresistibile. Di scrittori (in forme accentuate Répaci, Zappone, Totò Delfino, Walter Pedullà, l’abate Padula nell’Ottocento) e non - la performer più seguita in Calabria, Marianna Monterosso, cantante lirica, maestro del coro delle voci bianche al Politeama di Catanzaro, si diverte e diverte con un podcast irriverente, TFM, The Formazione Meridionale. Un mondo saturo di follia, nell’assetto dell’irrisione: un “vaffa” costante, ma divertito e partecipe più che vendicativo. È la forma popolare anche di humour. Un fondo anarcoide che è anche la tara della regione, linguistica e letteraria. In basso – tutti snob in Calabria, e volages, anche gli ignoranti. E in alto, anche nella brutalità – gli unici “seri”, posati, costanti, incessanti, sono in Calabria i violenti: mirati, costanti fino all’ossessione.
Questa forma espressiva le due regioni condividono per la comune latinizzazione, quindi in sintonia con i Fescennini - lo “spirito ellenistico” di Carlo Levi è vago, ne resta fuori l’area magno greca più influente, Locri-Crotone-Sibari-Metaponto-Taranto? Questo prima che, in Calabria e in Sicilia, un più severo criterio morale s’imponesse alla scrittura, per il peso dominante esercitato da Sciascia e da Alvaro.
 
Le donne meglio dei Carabinieri
Dove non poterono i Carabinieri, poterono le donne. Dopo l’incredibile strage di Duisburg, sei morti assassinati a bruciapelo a Ferragosto del 2007 da killer venuti da San Luca in Calabria l’inevitabile faida tra le famiglie Nirta e Strangio, le vittime, e i Pelle e Vottari, gli assassini, fu evitata dalle donne delle due famiglie. Su cui erano intervenuti con insistenza il parroco di San Luca, don Pino Strangio, e il vescovo di Locri mons. Bregantini, che le convinsero a bloccare la ritorsione, e le convinsero a insistere con gli uomini della famiglia.
Dal punto di vista operativo-giudiziario, era mancata la prevenzione, benché alcuni dei killer di Duisburg fossero soggetti a intercettazione. Aveva avuto successo, sebbene non a opera della polizia giudiziaria, la prevenzione delle inevitabili stragi successive, a catena. Non così però per l’apparato repressivo: per la loro opera di persuasione, e quindi per i loro contatti con le famiglie mafiose, di cui i Carabinieri produssero le registrazioni, i due prelati furono allontanati. Don Strangio perse la parrocchia (e il rettorato del santuario di Polsi) e mons. Bregantini il vescovado: da Locri, che aveva in pochi anni scosso dalla soggezione alle mafie, fu nominato a Benevento, dove cura le messe. 
Ci sono falle nella repressione antimafia. Evidenti, poiché la ‘ndrangheta in Calabria, che sessant’anni fa era nelle catacombe, rituale spento di gente da poco, è diventata invasiva in ogni ganglio della vita in comune e continua a crescere. Mentre la repressione ne sarebbe - si mostra a ogni occasione - per molti aspetti perfino agevole, molto più che nei decenni dei terribili corleonesi a Palermo, 1970-1990.
La serie di medaglioni che Lirio Abbate scrisse una decina d’anni delle donne di mafia pentite in Calabria, “Fimmini ribelli”, che ora si ripubblica in edicola, aggiunge un altro tassello a questa diversa antropologia di genere, e allo stracco cliché della “donna del Sud”. Benché limitato alle mogli giovani e giovanissime dei clan di Rosarno, i Pesce e i Bellocco, quando non a ragazze Pesce sposate Bellocco e viceversa, fa emergere una diversa tipologia di donna: quella che lascia la famiglia, benché mafiosa, per amore, senza timore di padri e fratelli.
In questo senso, con più evidenza (con meno pregiudizio?) gli stessi materiali che sono serviti a Abbate, le indagini della giudice Alessandra Cerreti, sono stati ripresi successivamente dall’americano Alex Perry, “The Good Mothers”. Li ha preceduti “L’intoccabile”, con corredo di foto molto femminili, familiari, disinvolte, di Marisa Merico, figlia e nipote dei calabresi dell’hashish e dell’eroina a Milano, dopo il pentimento della sorella Rita. 
 
Questione di morte
La “questione meridionale” così Carlo Levi descrive, senza nominarla, a un amico (una lettera di cui dà conto nella presentazione di “Le parole sono pietre”) : “Ti è mai capitato di vedere trasportare sul letto operatorio una persona la cui vita o morte interessa la famiglia e tutto il paese? Un piccolo paese meridionale dove le donne si mettono a strillare e non muovono una mano, gli uomini si accalcano, con le mani penzoloni, guardie e carabinieri accorrono a fare i cordoni, e i medici bisogna andare a cercarli a casa e arrivano alla spiccolata e la malattia e l’intervento del povero uomo da operare sono discusse mille volte e lui sta lì, con gli occh feroci, non parla e non si muove, ma, dicono le donne, l’angelo e il diavolo se lo litigano?”
Un Carlo Levi stranamente convoluto. Al coperto di una lettera, a destinatario ignoto, come di opinione in forma di conversazione. Ma ben chiaro.
 
Il debito di Garibaldi
Le fucilazioni ordinate da Bixio a Bronte poco dopo lo sbarco di Marsala nel 1860 contro i contadini e i liberali borghesi che reclamavano la distribuzione delle terre infeudate, fu un risarcimento dovuto da Garibaldi agli inglesi? Per un debito contratto con gli inglesi, con le logge inglesi? Erano le logge i dante causa della spedizione dei Mille contro i Borbone e il papa? L’ipotesi è adombrata da Carlo Levi nel capitolo “Bronte” dei suoi racconti di viaggio in Sicilia, “Le parole sono pietre”, là dove spiega che la rappresaglia di Bixio fu pretestuosa. C’erano stati eccessi – incendi, assalti alle persone – ma erano stati domati. “Agli occhi dei contadini di Bronte la conquista garibaldina non poteva avere che un senso:  il possesso delle terre, la libertà dal feudalismo”, questo il presupposto della rivolta, guidata da avvocati liberali. Ma “Garibaldi, pressato dal console inglese di Catania timoroso per le sorti della Ducea, mandò Nino Bixio a rimettere ordine Nino Bixio giunse a cose già calme, dopo che un altro garibaldino, il colonnello Poulet con una compagnia di soldati era già pacificamente entrato in Bronte. Bixio fu feroce. Con una parvenza di processo, fucilò immediatamente i capi della rivolta”. Cinque fucilazioni, compreso il pazzo del paese. Levi conclude con una coda velenosa - come a dire: “quello che non avevano fatto i Borboni fece Bixio, o Garibaldi”: “Tra essi un avvocato, Nicolò Lombardo, un liberale che aveva già guidato in Bronte i moti del ’48”.
Garibaldi, legato al governo inglese per via massonica, era stato favorito allo sbarco a Marsala, dalla presenza nel porto delle navi da guerra inglesi “Argus” e “Intrepid”. Una presenza non casuale: le due navi erano state fatte salpare da Palermo, incrociare per più giorni al largo di Marsala, ed entrare in porto, impedendo il cannoneggiamento da parte delle batterie borboniche di terra, tre ore prima dell’arrivo dei Mille. 
 
Calabria
Alla domanda “Come stai?” la risposta non è “Bene grazie”, ma “Non c’è male”, “Non possiamo lamentarci”…. Una formula apotropaica, di scongiuro, ma a ben guardare più veritiera - che significa “bene”?
 
Di ritorno dalla Sicilia nel 1952, Carlo Levi fece un giro per la Calabria, accompagnato da  Scotellaro, incuriosito dalla riforma agraria dopo l’occupazione delle terre. In una casa dell’Ente Riforma un assegnatario insiste per fargli vedere la stalla, “splendida di pulizia e di ordine”, dove al centro troneggia una vacca, “una grande vacca bianca, lucida, pulita, con una coroncina di fiori sul capo”. Carissima: costata 180 mila lire, prezzo imposto al contadino dall’Ente Riforma con obbligo d’acquisto, più le spese per il foraggio. E inutile: non è da latte, “è una vacca da lavoro, e le terre che mi hanno assegnato sono a quattro ore di qua”, spiega l’uomo. E conclude filosofico: “L’ho chiamata Bellavita, è la sola persona che faccia la bella vita in questo paese”. Della seria “a zannella”.
 
A Cosenza, in un mercatino, Carlo Levi è sedotto da un capolavoro d’eloquenza: “Dietro un tavolino, un uomo vestito di fustagno mostrava dei portafogli. Non costavano mille, né cinquecento, né duecento, né centocinquanta ma costavano solo cento lire: «Guardate , sono di finta pelle e ci sta tutto, hanno due tasche. In questa potrete mettere la moneta minuta, e i documenti, le tessere, la carta di identità; e in quest’altra ci metterete i denari, i biglietti da dieci e da cinquemila, e se non li avete, i biglietti da mille; e se non li avete, allora ci metterete le lettere del padrone di casa, le ingiunzioni di sfratto, le ricevute dei prestiti, i conti dei debiti con l’Ente Sila; e se non avete neppure quelli, allora ci metterete la vostra disperazione, e la mia. Guardate, sono solo cento lire: è foderato di seta»”.
 
Nella casa dove nacque il sindaco di New York Impellitteri, a Isnello in provincia di Palermo, “ci vive un calabrese”, nota Carlo Levi reporter d’eccezione per il nostos dell’illustre personaggio nel 1951: “Guadagna tremila lire l’anno facendo qualsiasi lavoro”, cioè non guadagna niente. In casa “non si poté entrare in molti perché il pavimento, dissero, era pericolante e non avrebbe retto al peso”.
La geografia della miseria è mobile - si dice dell’emigrazione, ma l’emigrazione è un’altra cosa: il futuro sindaco da Isnello a New York, il calabrese dal paese alla casa abbandonata del futuro sindaco di New York.
 
Cinquant’anni fa Lina Wertmüller si orientava, volendo fare un film di malavita, sulle donne calabresi. Le mogli e figlie di famiglie di mafia che si ribellavano.
 
Marisa Merico, l’autrice de “L’intoccabile”, il primo racconto-testimonianza dal di dentro delle donne di mafia, su cui nel 2015 ha realizzato un docufilm, “Gli intoccabili”, è nipote, figlia del figlio prediletto Emilio, della regina della droga a Milano Maria Serraìno. Si è “pentita” per un attacco di combattività. Al carcere duro in Inghilterra a 24 anni, madre di una figlia di pochi mesi, tra regolamenti severi e compagne di cattività cattive (pluriomicide, serial killer, assassine di bambini, anche dei propri figli), si dice: “Devi essere forte, far fronte coi tuoi soli mezzi pur obbedendo alle regole”. Lo stesso alla fortuita liberazione: “Ero stata stoica e forte, e decisi di restare tale per sopravvivere all’esterno”.
 
Maria Serraìno, da Cardeto, nell’Aspromonte dietro Gambarie, borgo immune alle cronache nere, coltivando con maestria le varie forme della tarantella, del suono e del ballo, moglie di un contrabbandiere di sigarette condannato 65 volte in 35 anni, è stata per un trentennio, 1970-1990, “La Signora” e “Mamma eroina” a Milano, dove praticò di tutto, dalla ricettazione allo spaccio e all’usura, liberamente in casa sua, in via Belgio attorno a piazza Prealpi. Con sfoggio di fuoriserie e stravaganze dei figli, specie del primogenito, che liberamente intermediava i fornitori sudamericani a Marbella, la Forte dei Marmi spagnola. Indisturbata, fino a che la figlia Rita, in crisi di eroina, non crollò, si sfogò, e gli ergastoli furono obbligati.
 
“Fimmine ribelli”, il doculibro di Lirio Abbate sulle pentite di ‘ndrangheta, s’illustra con questo “strillo” di copertina, di Francesco La Licata: “Una Calabria molto più crudele di quanto possiamo immaginare”.
 
Abbate inizia il suo libro sulle donne calabresi di mafia che si ribellano con questa conclusione: “Non è raro che i preconcetti, in questa terra, prevalgano sulla giustizia”.
La Licata è di Palermo, Abbate pure. 

leuzzi@antiit.eu

Che muoia il padre

“L’italiano” del titolo è solo “un frammento”: una presa di distanza del narratore, un ragazzo, dal padre morto, suicida, poco fuori del teatro di casa, il suo buen retiro. Un frammento “autobiografico”, almeno nelle intenzioni - “Bernhard” nasce da questo odio, si sa.
L’italiano è un lontano parente per via materna del giovane narratore, mandato dalla famiglia, da Fiesole, al funerale del suicida. Sparring partner di conversazioni passatempo nel giardino attorno al morto.
Tre racconti di figure, in forma di cronache. Il primo e più impegnato racconto,”Kulterer”, di un carcerato che scrive racconti, sarà una celebrazione della solitudine, creativa, rassicurante. In carcere per “un delitto commesso in stato di totale incoscienza suicida”, altra fantasia personale dell’autore, scrive di notte, quando i compagni di cella dormono, anche racconti interi. Avendo scoperto l’intelligenza: “La scoperta del pensiero umano gli apparve come il dono più prezioso. Il mondo, da quel momento, fu per lui un universo di precisa consapevolezza, capace di essere facilmente penetrato”.
“Al limite boschivo”, il terzo più breve racconto, è il più pregno, di eventi e sensazioni. In chiave giallo-noir.
Thomas Bernhard, L’Italiano, Guanda, pp. 55 €10

domenica 14 marzo 2021

Appalti, fisco, abusi (198)

Dopo Unipol, e perfino la sbilenca Cattolica, anche Generali remunera gli azionisti con una maxicedola. E altrettanto promette, come già Unipol, per l’anno in corso. Due anni difficili per i ladri. Con la circolazione ridotta a un terzo-un quarto dei normali livelli – vedi il crollo dei consumi di benzina e gasolio e il bilancio Autogrill, ridotto di due terzi. Con un premio Rca aumentato a gennaio 2020 di ben il 20 per cento e poi non diminuito – sotto lo sguardo benevolo dell’Ivass, l’Autorità pubblica di controllo del settore: la Rca può solo aumentare.

Si moltiplicano gli utensili domestici made in China – anche se non dichiarati: il telefono da tavolo, il modem fibra, il modem tv satellitare, il computer da tavolo. Che non funzionano – poco e male: il telefono fa strani suoni e lampi, al modem tv va ogni poche ore riattaccato il cavo, il modem fibra va punto con una forcina per capelli, il computer costa poco ma dura poco.
Decadono i servizi, mentre si chiudono posti di lavoro – sempre più reddito viene trasferito in Cina. La “catena del valore” è per i mediatori - una volta erano sanguisughe, disprezzate.
 
È incredibile il numero di bollette arretrate che vengono rimandate alla scadenza quinquennale, soprattutto da parte dei gestori di servizi pubblici, l’acqua, i rifiuti. Soprattutto negli ultimi dodici mesi. Per profittare dell’impossibilità di muoversi, di accedere alla seconda casa - il salvadanaio del professor Monti per i famelici enti pubblici (e per le utilities elettriche, col premio di € 45 a bolletta per nessun consumo).
 
A Roma per arginare la pandemia anche il benemerito U.O. XII Gruppo scende in campo. Nelle ore di pranzo. Multe salate infliggendo agli incroci, per veicoli in sosta sull’attraversamento pedonale, solo multe sulle strisce bianche, senza lasciare avviso. Per risparmiare la carta? Per evitare le foto del reale calpestio delle strisce  da far valere col giudice di Pace?
In un certo senso fa piacere che i vigili appioppino multe per niente da 100 e 200 euro: devono essere molto benestanti.
 
Il XII Gruppo è benemerito perché mai, si può testimoniare in una vita già lunga, ha sanzionato i veicoli in seconda fila, da entrambi i lati, nelle vie commerciali del quartiere, Carini, Fonteiana, Donna Olimpia. Per esercitare agli slalom i conducenti dei mezzi pubblici è da supporre.

Indifferenti alla rovina

Con lo stesso quadrangolo del romanzo di esordio di Moravia quasi un secolo fa, la madre vanesia e incapace, i due figli abulici, e l’amante di lei affarista, Leonardo Guerra Seràgnoli prova un aggiornamento. La madre non sa altro che lo shopping compulsivo. Il figlio viaggia, torna da San Pietroburgo, di cui non gli interessa nulla. La figlia ambisce a fare la streamer di videogiochi su you-tube. L’amante si fa cedere, dopo tanti prestiti, il superattico, per una valutazione irrisoria. Un non-plot per un dramma di caratteri. Giocato sulle persone, sui visi. In un’ambientazione da “quartieri alti”, del tipo still - ferma, metafisica. Ma tutto resta a metà.
Il quadrato è d’obbligo per le famiglie in disfacimento da Goethe in poi, da “Le affinità elettive”. Moravia l’ha adattato in chiave di critica sociale, contro “i Parioli”, “la borghesia”. Leonardo Guerra Seràgnoli lo riprende ma senza convincere – forse non convinto. La madre forse è sciocca forse no. I figli forse sono superficiali forse vittime, lei in particolare degli approcci del compagno materno. Solo questi è definitivamente un gaglioffo, ma non sappiamo se sarà punito.
L’incertezza nascerà dal fatto che la “borghesia”, che si voleva putrida al debutto di Moravia nel 1929, è sempre ben attiva – gaglioffi e sciocchi sono sparsi ovunque, la critica sociale oggi non va. Senza contare che i Parioli sono l’ultima residua roccaforte del Pd a Roma.   
Leonardo Guerra Seràgnoli,
Gli indifferenti, Sky Cinema