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sabato 17 febbraio 2018

Ombre - 404

L’assessore veneto a Roma Colomban, come già i milanesi Minenna e Raineri, l’architetto Berdini e un’altra mezza dozzina di nome minore, qualcuno anche romano,  assessori dimissionari o dimissionati nelle giunta 5 Stelle al Campidoglio, va per giornali criticando la sindaca Raggi e il grillismo. Ma chi ce li ha messi l’, Colomban, Berdini, Minenna, Raineri e tutti gli altri – una dozzina di poltrone girevoli in un anno e mezzo?

Grande pubblicità e molti mezzi alla Rai per il docufilm su De André. E poi lo si fa parlare, per sei ore, forse sette, con un noioso accento romanesco. Accanto ai soliti blala indistinguibili delle parti femminili, per le quali contano le forme, per le inevitabili scene di letto, e non la dizione. La Rai che fa tanto cinema, aiuta il cinema oppure lo seppellisce?

La marijuana è ora, fatta la legge, miracolosa. Al PalaCavicchi a Roma se ne presentano “le infinite e ancora in gran parte sconosciute proprietà”. La cannabis cura e previene i tumori e i disturbi alimentari. È utile per la prevenzione e la cura delle malattie infantili. È adatta alle costruzioni antisismiche e energeticamente efficienti. Favorisce la bonifica naturale dei terreni inquinati. La panacea.

Il Grande Giornalista Michael Wolff s’inventa l’obiettivo di concorrere per non vincere - “Poter raccogliere tutti i frutti dell’essere quasi arrivato alla presidenza” – l’obiettivo di Trump. Che quindi non è stato eletto dagli americani, ma dal caso.
Wolff è giornalista di “The Hollywood Reporter” e “GQ”, quotati per i pettegolezzi: più solenni meglio si vendono. Ma il “Corriere della sera” gli monta un “dialogo” con i milanesi.

Quando gioca la Juventus in Champions League, Mediaset, che ne ha i diritti, non la fa vedere in chiaro, benché la squadra torinese vanti un tifoso su tre, e nemmeno in highlight, non programma il solito “speciale Champions League”. Meglio tagliarseli, pur di non dare soddisfazione agli Agnelli.
Il capitalismo all’italiana si fa così: quando Berlusconi era a Palazzo Chigi propagandava le vetture tedesche.

Procede implacabile il surplus commerciale tedesco, per un totale di 262 miliardi secondo il governo, che la Bundesbank ricalcola (beni e servizi) in 292 miliardi. Un riaggiustamento è escluso – non uno pilotato, che il presidente della Bundesbank Weidmann definisce “esercizio futile”.

Il direttore del museo Egizio a Torino, Christian Greco, fa lo sconto agli arabi, spiega a Paolo Griseri di “la Repubblica”, “come gesto di dialogo: portare qui i migranti serve a integrarli”. Certo. E gli altri africani? E gli altri asiatici? La verità è che il direttore si è confuso: gli egiziani non sono arabi, solo parlano l’arabo, e a nessun arabo viene in mente che i faraoni sono storia sua.

Gli arabi son anche suscettibili, che si ignori la storia loro, confondendoli. Greco, che si è fatto un curriculum da scrittore americano – insegnante, maître d’hotel, guida al museo di Ostenda - poteva anche farsi una gita al Cairo. Da curatore della parte egizia del museo di Leida, quale in realtà è stato per molti anni.

Arriva Erdogan, Roma si chiude in suo onore, il Vaticano schiera le sue donne per la first lady turca, poi la coppia torna a Ankara e fa sequestrare una nave appoggio dell’Eni, con un atto di pirateria. Silenzio. Nemmeno panico: silenzio. Possibile che l’Europa non sappia riconoscere il linguaggio islamico, del pugno duro e della faccia feroce? Dopo mille e cinquecento anni.

C’è molto rispetto per Erdogan, anche se imprigiona i giornalisti. E per la Turchia parte della Nato, anche se lavora con Putin, invade isole greche, uccide i curdi siriani alleati degli Stati Uniti, si annette il gas di Cipro - tra l’altro contro gli interessi italiani, che hanno condotto le ricerche, con forti investimenti. Che cos’è la Nato?

Scalfari evoca domenica su “la Repubblica” il caso Piccardi, che divise e subito dopo affossò il partito Radicale, dei liberali di sinistra. Per dire che il “caso Macerata” può affossare ora il Pd. Ma non dice come. “La Repubblica” apre con “Le piazze della sinistra - «No ai nuovi fascismi»”. Senza una sola riga in due pagine per stigmatizzare la “guerriglia” a Macerata e a Piacenza. Che tutti hanno visto in televisione. La sinistra scendeva in piazza per Berlusconi? 

Il primo Kafka si chiamava Chesterston


Giovedì è il nome – un giorno della settimana – che il poeta Gabriel Syme riceve nel gruppo anarchico a cui un amico lo ha convitato. Se non è stato lui a farsi cooptare, perché Syme non è quello che appare.
Non è la sola falsa identità: Chesterston prende di petto questo stratagemma del genere giallo e si diverte a moltiplicarlo. Un racconto scoppiettante, quindi, di sorprese continue: travestimenti, smascheramenti, inseguimenti a profusione. Poco serio, più sul genere pastiche, di ironia sul giallo. Ma avvincente, se non convicente.
Le considerazioni che lo segnano non sono da meno, il racconto è uno degli aforismari più pingui di Chesterston – qui non c’è ancora il Risolutore, padre Brown. “Quel giovanotto non era un poeta, ma certo un poema”. “I ladri rispettano la proprietà”, la desiderano, “i filosofi la detestano”. “I bigami rispettano il matrimonio, i filosofi lo disprezzano”. “La dinamite non è soltanto il nostro strumento migliore ma il nostro miglior simbolo. È un simbolo perfetto per noi, come l’incenso delle preghiere per i cristiani. Si dilata, scoppia e si espande, e per questo solo disrugge: così il pensiero distrugge soltanto perché si espande. Il cervello dell’uomo è una bomba!”. “Il corso di un dialogo non può essere predetto da una sola delle due parti”. “Il buddismo non è una fede, è un dubbio”. “I poveri sono ribelli ma non sono anarchici: hanno più interesse di tutti che ci sia un governo che funzioni”. “Gli aristocratici sono stati sempre anarchici”. Il terrorista è “un vero pessimista moderno”.
Con una serie di consigli agli utenti, e agli aspiranti. L’imitazione è migliore del reale – piace di più. L’uomo d’ordine è più estremista dell’estremista. Il travestimento perfetto suscita sospetto. Le informazioni si prendono da chiunque, tranne che alla fonte: dai giornali, dai commercianti, dalle serve, ma non dai diretti interessati.
Il titolo completo è “L’uomo che fu Giovedì. Un incubo”. Piaceva molto a Kafka, che lo disse a Janouch.
Gilbert K. Chesterston, L’uomo che fu Giovedì, Bompiani, pp. IX-227 € 10
Lindau, pp. 248, ill. € 21


venerdì 16 febbraio 2018

Secondi pensieri - 335

zeulig

Decostruzione – Teoricamente è un processo interminabile, poiché procede inevitabile con la decostruzione della decostruzione. Del procedimento stesso, non dei temi e eventi oggetto della decostruzione. Essendo un procedimento, non ancorato a principio o presupposti. Della stessa natura della logica. Non lo è cioè al modo della celebre “Incoerenza dell’incoerenza” (“Destructio  destructionis philosophorum”) con cui Averroé contestò Al Ghazzali, “L’incoerenza dei filosofi” (“Destructio philosophorum”). Che nel caso riguardava un fatto preciso, l’incompatibilità (o compatibilità, secondo Averroè) di Aristotele, e della filosofia in genere, con il “Corano”.

Dio – Creazione superbamente fantastica. Si può dire la fantasia dell’intelletto all’opera.

Europa – Universale la prospetta Joseph Roth in uno sfogo passionale subito dopo avere optato per l’esilio anticipato a Parigi dalla Germania già demoniaca nel 1925 – in vari luoghi di “Le città bianche”. Confuso ma articolato: cattolica, laica, ebraica. Buona a tutto, quello che ci può essere di buono nel consorzio umano. Ad Avignone, la più “bianca” di tutte le “città bianche”, Roth vede l’Europa sapiente tra paganesimo, ebraismo e cristianesimo, tra Oriente e Occidente, tra passato e presente, in un orizzonte armoniosamente conchiuso, confuso – auspicando: “Un giorno il mondo avrà l’aspetto di Avignone?”
È un auspicio, e un’utopia, comune a molti dopo la Grande Guerra, la prima “guerra civile” europea. Nel quadro di un’umanità universale, transnazionale - “la grande e potente tradizione culturale dellEuropa antica e medievale Con lo sguardo più acuto sulla generazione – la propria – e sul mondo perduti nella guerra. Ma in Roth con un segno preciso, nell’alveo del cattolicesimo. A Parigi l’assimilazione, il sogno e la promessa dell’Ottocento contro cui Gershom Scholem protestava già ruvido col suo amico Benjamin, e più protesterà da Israele, appare a Roth diversa che a Berlino o Vienna, e anzi ideale. Un mondo senza nazionalismo né militarismo. Al cattolicesimo punta come “forza unificatrice dell’Occidente” ma anche come fede, benché in un quadro transconfessionale.
“Ciò che è riuscito a realizzare il cattolicesimo europeo”, concludeva Roth, “quale grandiosa mescolanza di razze, quale miscuglio colorito delle più disparate linfe vitali”. Senza “tediose uniformità”: “Ogni persona porta nel proprio sangue cinque diverse razze, antiche e recenti, e ognii individuo è un mondo che ha origine in cinque diversi continenti. Ognuno capisce tutti gli altri e la comunità è libera, non costringe nessuno a comportarsi in un determinato modo. Ecco qual ì il grado più alto di assimilazione: ognuno resti com’è, diverso dagli altri, straniero rispetto ad essi, se qui vuole sentirsi  casa propria. Un giorno il mondo avrà l’aspetto di Avignone?”

Sullo sfondo prospettando un ‘inculturazione ragionata: “Che timore ridicolo hanno le nazioni, e perfino le nazioni in cui si vanta una mentalità europea, se credono che questa o quella «peculiarità» possa andare perduta e che dalla colorita varietà degli esseri umani possa scaturire una poltiglia grigiastra! Gli uomini non sono dei colori, e il mondo non è una tavolozza. Quanto più numerosi sono gli incroci, tanto più nette resteranno le peculiarità”. Un “mondo meraviglioso” prospettando, “in cui ogni singolo rappresenterà l’intero”. 

Guerra – È – si combatte come con la – religione. È l’argomento di Simone Weil al generale De Gaulle a Londra – che non volle ascoltarla – per proporre un corpo di “infermiere di prima linea”: “Simili formazioni procedono necessariamente da un’ispirazione religiosa”. Allo stesso modo delle SS con l’“eroismo della brutalità”, i parà e gli altri gruppi scelti di Hitler: “Non nel senso dell’adesione a una Chiesa determinata, in un senso assai più difficile da definire ma al quale solo questa parola è adatta. Ci sono circostanze in cui tale ispirazione costituisce un fattore di vittoria più rilevante di quelli militari in senso stretto”. Hitler vinceva perché sapeva quanto il fattore morale è decisivo nella guerra ideologica: “Non che l’hitlerismo meriti il nome di religione. Ma è senza dubbio un surrogato di religione, e questa è una delle cause principali della sua forza”. Avere soldati “animati da una diversa ispirazione rispetto alla massa dell’esercito, un’ispirazione che somiglia a una fede”.
Simone Weil proponeva le infermiere di prima linea suggestionata dall’osservazione di Joë Bousquet, cui in guerra il tenente Louis Houdard, un gesuita, aveva dato una sola consegna, non attardarsi sui feriti: “Il soldato che combatte non deve fermarsi a sentire i lamenti d’un soldato che muore”. Il soldato non vede la battaglia, la battaglia è un dovere che egli esegue senza pensarci, è questa la sua grandezza, e la sua carica morale, argomentava Bousquet: “Il soldato che attacca è parte della grande battaglia che con stupore vede formarsi, il suo dovere è la sua immaginazione, egli ne è preda e non può disporre di sé. Parlare con un moribondo lo riporta a se stesso e decompone la volontà che l’evento aveva generato in lui. Non è più parte dell’impresa. La pietà, la paura fanno nascere una coscienza. A un uomo che ha da temere solo la morte, non si deve imporre la visione dell’agonia”. Niente logica in guerra, niente spiegazioni, solo fede.
Simone Weil conveniva con Bousquet: “La guerra è l’irrealtà stessa”. Ma, aggiungeva, “conoscere la realtà della guerra è armonia pitagorica, unità dei contrari, è la pienezza della conoscenza del reale”. La guerra argomentando come una forma del sacro.
Non la logica Amico\Nemico, ma il suo modo d’essere: implica una tridimensionalità, benché minima, che turba gli assetti. È qui il senso vero della politica come chiesa: la politica come guerra. Che oggi si combatte con la testa. Con la propaganda e, in campo, con le tattiche: chi mette in gioco se stesso ne deriva autorità morale e valore bellico, seppure perdente. È il recupero a fini bellici della potenza creativa della fede. La quale non è che immaginazione: la fede è grande creatrice, nei mistici come nel fante straccione napoleonico.

Memoria - “Aveva così cattiva memoria che si dimenticò che aveva cattiva memoria e si ricordò tutto” è un aforisma (greguerìa) di Ramon Gomez de la Serna. Ma la memoria è inaffidabile – maliziosa anche.

Omosessualità – Ritorna, esaurita la liberazione o parità, nell’ambito del narcisismo. Soddisfacente, esaustivo, positivo se vissuto nelle forme dell’amicizia-convivenza amorosa, insoddisfacente se rinchiuso in quella sessuale. Del narcisismo nella forma del sé medesimo. O della “confusione” cui  René Girard accenna tra il “desiderio dello stesso” e il “desiderio del diverso”. Pur protestando (“Delle cose nascoste sin dalla fondazione del mondo”) una “falsa differenza tra l’erotismo omosessuale e l’erotismo eterosessuale”.
Anche nell’erotismo eterosessuale, è l’argomento di Girard Jean-MichelOughourlian e Guy Lefort,   si può discernere una componente omosessuale: “I partner dei due sessi vi giocano, l’uno per l’altro, il ruolo di modello e di rivale tanto quanto di oggetto”. Con l’esempio poi classico di Proust: “La metamorfosi dell’oggetto eterosessuale in rivale produce effetti molto analoghi alla metamorfosi del rivale in oggetto. È su questo parallelismo che si basa Proust per pensare che si può trascrivere un’esperienza omosessuale in termini eterosessuali, senza tradire la verità dell’uno o dell’altro desiderio. È lui, è evidente, che ha ragione contro tutti quelli che, sia per esecrarlo sia al contrario per esaltarlo, vorrebbero fare dell’omosessualità una specie di essenza”. Nell’accoppiamento omosessuale si vive la differenza, ma in un eros dominato dal desiderio della somiglianza-identità.
Narcisismo è concetto recente, freudiano, ma mitografia antica, originaria.

Gay è termine storicizzabile, di Filadelfia, primi anni 1950, con una dimensione militante. L’atto di nascita del movimento si fa ascendere al saggio “The Furtive Fraternity” pubblicato da Gaeton Fonzi sul mensile “Philadelphia”, sulla comunità “gay” della città. Il mondo omosessuale si distingue dal movimento gay, dei diritti.
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Opinione pubblica – È passiva, catatonica. Ha bisogno di stimoli per svegliarsi, e per indirizzarsi. Di maestri e di prontuari.
Può reagire imprevedibile a uno stimolo, ma anche allora seguendo altre tracce segnate. Non mai in autonomia.

Orrore delle cose – Sindrome probabilmente comune, ma misconosciuta. Borges la denuncia di Chesterston:  “La sua opera, contro la sua volontà, lo testimonia: paragona le piante di un giardino ad animali incatenati, il marmo a una luce lunare solidificata, l’oro a un rogo congelato e la notte a una nube più vasta del mondo e a un mostro fatto di occhi”. Ma in chiave in tutta evidenza  autoreferente. Anche Savinio mostra in molti frammenti l’orrore degli oggetti, che figura animati, mobili, invadenti.

Puritanesimo – È l’avvocato del peccato, benché ne sia – si atteggi, si mostri – pubblico accusatore. Di tutti i peccati possibili, essendo all’origine il peccato per eccellenza, dell’orgoglio.
Il puritano assolutizza il peccato. Lo erige, lo monumentalizza. E alla fine se ne fa invadere e abbattere. È un distruttore, non un conservatore.

Raro è il caso di Karen Blixen, “Il pranzo di Babette” (festino in realtà), che si vuole ironico e a lieto fine – il buon cibo non fa male all’anima. Il puritano non può nutrire sentimenti: inclinazioni, passioni, semplici desideri. È quindi retrattile, in questa vigile crescente rinuncia. Fino all’isolamento e allo spegnimento, per un atto di orgoglio. Insensato per di più.

zeulig@antiit.eu

Oscar al sadismo

Il capolavoro sarà stato della promozione, vendere il film alle giurie di Venezia e degli Oscar. È anche il film più visto in pre-view, un privilegio che scalda i cuori, negli Usa e in Europa, ma se ne dicono cose che poi non si vedono, non dallo spettatore che paga il biglietto - sono scritte nel kit promozionale?
Di fatto è un concentrato di grand guignol  e di film di serie B. (lo squallore): sangue, violenza, catastrofi, sporcizia, bruttezza, dei luoghi e dei personaggi, col barlume di umanità in sottofondo, conculcata. Sadismo e masochismo, niente favola per il mostro.
Un film di citazioni, tardo esercizio postmoderno, nel 2018? Ma allora beffardo: una punizione, per due interminabili ore – sembra di sentire il ghigno del regista. E manca pure l’aria, benché nelle provvide sale di Ferrero, Massimo – ghignante, anche lui?

Guillermo Del Toro, La forma dell’acqua

giovedì 15 febbraio 2018

Gli Usa potrebbero lasciare la Wto

I dazi anti-dumping di Trump su alcune importazioni sono limitati – il più grosso colpisce i pneumatici speciali per grandi macchinari. Ma non è per questo che Pechino non ha risposto, se non con blande rimostranze. Il nodo dei rapporti Usa-Cina è più grosso, e riguarda i giudizi nei contenziosi commerciali che la Wto, World Trade Organization, pronuncia da qualche tempo a favore di Pechino. Un nodo non visibile ma cruciale.
Ora la Wto si deve pronunciare sulla denuncia di Pechino contro gli Usa e la Ue per non aver rispettato l’impegno a concedere alla Cina entro il 2016, come da impegni presi, lo status di “economia di mercato”. Se, come si teme, il giudizio sarà favorevole a Pechino, gli Usa potrebbero alsciare la Wto. Senza pregiudizio per il libero scambio, ma con indubbio effetto protezionistico. .  
Contro la Wto eretta a Corte Suprema del commercio mondiale ha protestato a più riprese Obama, e Trump non è stato da meno, da subito. L’organizzazione ginevrina del commercio mondiale ha un Dispute Settlement Body, organo di risoluzione delle controversie, e un Appellate Body, una sorta di corte d’appello sulle prime decisioni. La Wto e i due corpi giudiziari sono stati concepiti e orientati da Washington,  ma da un decennio non c’è modo per l’industria americana di proteggersi dall’aggressività cinese: tutti i procedimenti aperti a Ginevra, o quasi tutti, si sono conclusi a favore di Pechino. 

Ma Trump fa politica

Il rimbalzo di Trump nei sondaggi di popolarità non si spiega – i media americani non se lo spiegano. Forse per l’ossessione Trump. Mentre è spiegabile con l’azione di governo, se non con la personalità dell’uomo. Un’azione di tutto rispetto: di fatto il presidente affarista mostra senso politico.
Se ha adottato l’aspetto del bulldog e del bulldozer, lo avrà fatto a ragion veduta. Il giro di vite sull’immigrazione clandestina, la riforma fiscale, il budget espansivo, il piano infrastrutture, e le denunce a catena dei tanti accordi internazionali ai quali gli Usa si erano piegati per senso di responsabilità, per primo quello con l’Iran, sono un cospicuo programma di governo. E pagano: i settori affrontati da Trump evolvono favorevomente per gli Usa.

Gli investimenti rientrano e si moltiplicano. L’immigrazione illegale è crollata. La Cina, obiettivo dei provvedimenti protezionistici, non protesta – non ha di che, poiché fa dumping, ancorché protetta dalla Wto. La riforma fiscale, denunciata dai più come una riforma per i ricchi, è, guardando alle cifre e ai dispositivi, a favore della piccola borghesia, compresi i salariati con lavori multipli, che si vedono ridurre le aliquote di circa dieci punti. Nessun dubbio che l'Iran ha usato l'accordo sul nucleare e i soldi di Obama pet farsi le guerre in Siria e Yemen.

Trumpatia

Si può seguire la presidenza Trump come la seguono i media americani. Sui servizi segreti che in continuazione fanno rivelazioni ma non sanno spiare niente – da tre anni aggrappati al Russiagate, un’autocertificazione della propria incapacità. Sulla non adeguatezza di questo o quel collaboratore. Sul trumpismo del ragazzo killer in Florida. O su accuse sublimi tipo “Trump bara al golf”, le rivelazioni del caddy. “Alana”, una prostituta cinquantenne, ci ha fatto l’amore, giura, etc.
Questo sito richiamava ieri “Novella 2000”, e “Novella” non ha mai fatto male a nessuno. Ma, a una riflessione, si resta basiti: questa è l’opinione pubblica di riferimento, che guida il mondo libero. Mentre Trump marcia come un trattore, governando e sgovernando a destra e a manca.
L’ultima piega di questa ossessione, nelle ultime ore, è di appaiare la presidenza Trump alla presidenza Clinton. Per quale motivo? Perché l’economia corre, oggi come allora. E perché la Casa Bianca era organizzata-disorganizzata come oggi con Trump. Una vendetta contro Hillary Clinton, che ha perso una sfida vinta?
Riesaminare l’era Clinton o della globalizzazione selvaggia sarebbe opportuno, ma per astio?

Appalti, fisco, abusi (115)

Le analisi di routine, del sange, delle urine, costano con l’Asl di solo ticket più di quanto costano le analisi stesse in un laboratorio privato qualsiasi senza il sistema sanitario.

Il costo elevato delle analisi è quello dei laboratori pubblici, ospedalieri e non, delle stesse Asl. Il sistema sanitario nazionale fa pagare dunque una tassa enorme – il ticket – per la sua inefficienza.

Lo stesso costo  riconosciuto dalle Asl ai laboratori pubblici è riconosciuto ai laboratori di analisi privati convenzionati. Che però preferisocono lavorare fuoi convenzione, privatamente, per non  dover aspettare un anno o due il pagamento dell’analisi – mentre devono versare il il ticket subito alla Regione. Se non fosse per la sua inefficienza, lo Stato pagherebbe a un qualsiasi operatore privato più del doppio del prezzo di un’analisi.

Il Monte dei Paschi è da tempo oggetto di speculazione ribassista. Violenta. Di chi puntava qualche anno fa a  far saltare l’euro con la fuoriuscita dell’Italia, premendo sulla crisi bancaria. Complice la Bce, la Vigilanza di Danièle Nouy. E di chi, da un sei mesi, punta a comprarselo. Acquisti e vendite fuori misura, per procedure, quantità, tempi. Rilevabili, documentabili. Ma non dalla Consob. C’è voluto l’esposto, documentato, di un forte azionista, il fondo londinese ByBrook Capital, perché la Consob si muovesse. Ma senza esito.

Ci sono i contatori elettronici con lettura a distanza, pagati dagli utenti, ora anche per il gas, ma le utilities fatturano a calcolo. Non sul consumo annuo diviso per dodici, ma sul consumo del picco. Il che per le seconde case – un terzo delle utenze - significa fatturare a dicembre, quando nessuno le abita, i consumi di agosto. Una truffa. Nell’inerzia dell’Autorità per l’Energia.

Sulla fatturazione a calcolo, le utilities sono tenute periodicamente – sarebbero tenute – alla fatturazione reale, su lettura. Ma il calcolo dei rimborsi non è mai speculare alla fatturazione: tot kWh, o mc, tot euro. Qualcosa resta impigliato in una delle dodici voci di costo.

Una bolletta che ha dodici voci di costo è un’anomalia, indizio sicuro di truffa: non è controllabile. Questo non avviene per il telefono, mentre è pratica corrente per la luce e il gas. Perché diverse sono le Autorità di controllo?

Poesia narrativa

Due poeti speciali: Robert Lowell (1917-1977), recuperato da Massimo Bacigalpo e Francesco Rognoni, e Jesper Svenbro (1943), tradotto e presentato da Maria Cristina Lombardi. Di poesia narrativa entrambi – sarà il segno della poesia del secondo Novecento. Entrambi con esperienze italiane, Lowell nel 1950-52, lo svedese ai suoi trent’anni, quando aveva deciso di stabilirsi a Roma – poi optando per Parigi. Entrambi legati alla classicità – Svenbro più su lato mitico. L’“aristocratico bostoniano” Lowell discorsivo, Svenbor, filologo, quasi aulico.
Completano il nmero un ampio ripescaggio di Alberto Bevilacqua poeta, a opera di Alessandro Moscé. E un ampio ricordo di John Montague, il poeta irlandese morto a Nizza un anno fa a 87 anni, del suo amico Alessandro Gentili.
Poesia, febbraio, pp. 80 € 5

mercoledì 14 febbraio 2018

L’insostenibile leggerezza dei media Usa

Leggendo l’ammirata stampa Usa alla luce del caso Trump si resta di gesso: è “Novella 2000”. Il “New York Times”, la Cnn, la “Washington Post,” perfino l’indigeribile “Wall Street Journal”,  sono un’edizione americana di “Novella 2000”. Che perlomeno ha le “prove” delle foto.
È “Novella 2000” il Russiagate. Fb, Cia e Nsa continuano a denunciarlo da tre-quattro anni, senza mai adottare una difesa, e senza mai neppure scoprire un nemico preciso, almeno uno fra i tanti da cui si dicono assediati. Altrove non ci crederebbe più nessuno, in America fanno legge. L’immigrazione illegale: gli Usa ne hanno avuto nei quasi vent’anni del Duemila più del doppio che l’Europa – che ha una popolazione più del doppio di quella americana. Tutti vogliono limitarla e regolarla, ma chi ci prova è un criminale – l’immigrazione è un totem del politicamente corretto.Con la vecchia tentazione sempre della caccia alle streghe. Ora in chiave maschile, ma sempre come illecito sessuale.

L’invasione cinese

La Cina non punta gli Usa, punta l’Europa. Con gli Stati Uniti va verso una coabitazione, o meglio una cogestione. Dei commerci e probabilmente, in un futuro non  remoto, degli equibri strategici di potenza. Sull’Europa punta forte, in tutti i settori, a partire dalle infrastrutture: porti, flotte ferrovie, autostrade, la Cassa Depositi e Prestiti. Senza riguardi – il cinese è cerimonioso ma deciso.
L’Iniziativa 16+1, o China-Ceec (Central and Eastern European Countries) - nell’ambito del progetto Via della Seta per legare la Cina all’Europa con le infrastrutture, marittime, ferroviarie, stradali - vede la Cina collaborare direttamente con i 16 apesi dell’Est europeo ex Jugosalvia e ex Unione Sovietica (ma non la Russia, nemmeno l’Ucraina). Undici dei sedici fanno parte dell’Unione Europea, ma il rapporto di Pechino è bilaterale con i apesi interessati.
Gli investimenti sono pealtro diversificati, nei 16 e in tutta Europa. In tutti i settori, anche nell’industria e nella finanza. Comprese le squadre di calcio,  anch’esse rientrano in una strategia, con i diritti tv (MediaPro) per il calcio spnagolo e quello italiano, la metà del continente – con la moneta inconvertibile, ogni investimento all’estero deve essere autorizzato.

Problemi di base filosofici - 398

spock

È impensabile che Dio, essere molto saggio, abbia messo un’anima, e soprattutto un’anima buona, in un corpo nero” (Montesquieu)?

“Il negro è pelandrone, vagabondo, negligente, indolente e di costumi dissoluti” (Linneo)?

“Il nero può sviluppare certe capacità proprie delle persone, come il pappagallo riesce a dire alcune parole” (Hume).

Sono le cose colpevoli – c‘era in Grecia, al tempo di Pericle, un tribunale che giudicava le cose, il coltello, il bastone?

Kant, seguendo “il signor Hume”, ci sfida “a trovare un solo esempio di negro dotato di talento”: si può deluderlo?

Amato Kant, è lui o non è lui il discepolo sempre del maestro Pangloss, al secolo Christian Wolff, il metafisico, che con la progettata Filosofia per dame fu l’anima dell’Europa?

spock@antiit.eu

Perfetto è il racconto del nulla

Il “racconto perfetto” – da Montale a Tondelli, giudizio univoco. “Perfetto” è il racconto perché non si giova di nulla, né amori (o violenze) né sparizioni, né agnizioni, e tutto il contrario dell’eroismo: la vita quotidiana di due vechi senza passione, un prevosto e una lavandaia. In chiave realista, ma non “neo”: Ivan Tassi, che ha curato l’edizione Diabasis, vi trova specchiato un senso autobiografico d’inutilità della vita. Una vena esplorata anche altrove, per esempio da Jean Giono in “Les âmes fortes”, 1950, ma qui con più verve – la vita dietro il nulla.
Anche gli altri suoi racconti, raccolti postumi in brevi antologie, sono prose che rotolano, all’apparenza senza un centro, una storia, un personaggio, un aneddoto. Curiosamente analoghe a quella del contemporaneo Fenoglio – che però narrava di guerra, resistenza, eroismi, antieroismi, destini alti.  
L’edizione Diabasis porta le tre redazioni del racconto. A cui “Silvio D’Arzo” (Ezio Comparoni), reggiano, classe 1920, ha lavorato a partire dal 1947, rimaggiandolo e anche riscrivendolo. Nel 1948 lo pubblicò, firmandolo “Sandro Nedi”, col titolo “Io prete e la vecchia Zelinda”. Che è la sintesi del racconto. Nel 1952 lo ripubblicò, rivisto, col nome “Silvio D’Arzo”, e il titolo “Casa d’altri”. Poi lo riscrisse, senza pubblicarlo – uscirà postumo nel 2002, ricostruito sulle sue carte.
Silvio D’Arzo, Casa d’altri Diabasis, pp. 144 € 15
Consulta, pp. 116 € 15

martedì 13 febbraio 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (354)

Giuseppe Leuzzi

Omertà
Il padre di Pascoli, Ruggero, amministratore di un vasto latifondo di proprietà dei Torlonia, fu ucciso di sera mentre tornava a casa, a San Mauro di Romagna (oggi San Mauro Pascoli….) con un colpo di fucile alla nuca. L’assassinio divenne uno dei casi di cronaca giudiziaria di maggiore clamore. Anche perché coinvolse complicità in alto grado, e fu soffocato, narrano Di Giovanni e Guaita in “Vite segrete dei grandi scrittori italiani”, “da “una rete fittissima di connivenze e omertà”. I figli “cercarono a lungo di consegnare alla giustizia gli assassini, ma furono gli stessi abitanti di San Mauro a metter loro i bastoni fra le ruote”. C’era un mandante, il successore di Ruggero nell’amministrazione Torlonia, tale Cacciaguerra. E c’erano due sicari, gli esecutori del delitto – uno di essi era un noto “repubblicano”, cioè un sovversivo, Luigi Pagliarani di professione farmacista. Un delitto maturato in ambiente massonico – Di Giovanni e Guaita non lo dicono, ma non ci sono dubbi. “I giovani Pascoli vennero minacciati in una rissa da taverna, subirono un’aggressione fisica, e alla fine furono costretti ad allontanarsi dal paese senza avere raggiunto alcun risultato”. 

Milano insegna a volersi bene
A Milano “anche i trombettieri suonan in modo sublime, diverso da tutti i trombettieri del mondo”: Maria Corti non può privarsi dell’ironia presentando (1974) Bonvesin de la Riva, il terziario milanese degli Umiliati e il suo “De Magnalibus Madiolani”, 1288, le meraviglie di Milano. Sui trombettieri come sulla “postilla esilarante” sulle acque e i pesci: “Le acque di Milano valgono più di tutto il vino e l’acqua messi insieme di altre città, e sono così feconde che, se formano un laghetto, in poco tempo generano molti pesci”.
Milano è superiore a Roma già allora. Meriterebbe, anzi, di essere Milano la capitale della cristianità. Ed è molto ricca: “Ci sono in Italia molte città i cui abitanti non mangiano tanto pane quanto ne divorano da soli i cani dei milanesi”. Ogni pochi anni viene distrutta, da vicini invidiosi e da signorotti in cerca di bottino, ma ogni volta si ricostituisce e anzi si rafforza.
Un entusiasmo ingenuo, che però non fa danni, e porta qualche beneficio. Bonvesin lo estende a tutto: tutto è superiore sempre. Il nome, poi, è eccezionale: con due M all’inizio e alla fine, due volte mille, Mediolanum, una parola che contiene tutte le vocali. Mentre il nome moderno, Milan, con semplice rotacismo la parlata lombarda fa diventare Miran.
Si costruisce solo sul solido – la carità comincia da se stessi.

Autobio
Eravamo migliori quando stavamo peggio? Da molti punti di vista sì: il Sud si è depauperato con la Repubblica, che pure ne ha eliminato l’indigenza e lo mantiene in vita. È entrato in un “modello di sviluppo” che lo mantiene in stato di soggezione. Volontaria, ma inevitabile.
S’incontra nei viaggiatori del primo Ottocento un pregiato “vino di Palmi”, di cui s’è persa pure la memoria. Insieme coi i vigneti da cui si traeva. Insieme con i filari che ne adornavano la costa a gradoni, dal massiccio del Sant’Elia fino a Bagnara, strisce di terra tenute su da muretti a secco- armacere. Un nettare, a base di zibibbo e malvasia. Specie nelle anse guardanti a Sud. La ricchezza che in Portogallo , nelle coste brulle sopra Oporto, che pure è uno centri più industrializzati del Portgallo, è stata creata nelle vallate aperte verso il Douro. O nelle Cinque Terre liguri. Una miniera a cielo aperto. Tutto abbandonato, tra Palmi e Bagnara. Mentre le Cinque Terre prosperano ogni anno a nuovi record, hanno solo il problema di dove mettere i visitatori e i soldi, tra vino, ospitalità, cucina, trekking. Qui tutto abbandonato da subito dopo la guerra: troppa fatica, meglio il lavoro in fabbrica, meglio anche la disoccupazione con le 52 giornate lavorative l’anno. In Liguria no: sono meno signori o più intelligenti?
Si può dire questa parte della Calabria una terra e una storia abbandonate, proprio quando la storia sembrava più benevola. Nessuna imprenditoria. Se non quella delle mafie, che non pagano le tasse e sanno tutto dei regolamenti europei – come farsi finanziare qualsiasi cosa (perfino il miele senza alveari, vero, e i marroni senza castagni).

L’archeologo Vivant Denon, che poi sarà al seguito di Napoleone in Egitto, e dirigerà il primo nucleo del Louvre, il Musée de la République che Napoleone aveva intestato a suo nome – avendolo enormemente arricchito delle sue prede, in Italia e altrove, si impantanò in Calabria alla ricerca vana di Sibari nel 1782-1783. Una ricerca tanto più accanita in quanto era stata preceduta da una partecipazione molto fruttuosa (il lascito riempie uno dei padiglioni del Louvre) agli scavi di Pompei. Non ebbe successo – Sibari continuerà a eludere i francesi ancora per un secolo e mezzo, sempre sfuggente. Ma ebbe fiato per descrivere una Sibaritide edenica: “Il suolo, l’aria balsamica che vi si respira, e i suoi prodotti la mettono al di sopra di tutte le descrizioni che se ne possano fare. Ogni passo offre un nuovo punto di vista più pittoresco. Frutteti rustici, annaffiati da ruscelli che scorrono a piacimento, fanno crescere aranceti alti quanto querce, e formano al fondo dei valloni giardini deliziosi.… È attraverso tutto questo intrico di aranci, melograni e fichi che si aprono qua e là vedute che si compongono molto pittoresche sia con la vasta profondità del mare sia con le forme larghe e imponenti dell’Appennino ghiacciato. Questo giardino delle Esperidi è tanto gradevole che utile, e così abbondante che ammirevole. Vi si raccolgono ogni specie di grani, vini eccellenti, olive deliziose, tutti i frutti conosciuti nella nostra zona, pascoli grassi e abbondanti, e vi si pescano pesci di tutte le specie”.
Vivant Denon era un entusiasta, però la sua sembra la Sibaritide di oggi, fiorita e fruttuosa. Che per due secoli dopo Vivant Denon era stata abbandonata, luogo mefitico di malaria. Ci sono cicli nella storia. Si dice del resto “la Calabria”, ma ce ne sono più di una. I Casali di Cosenza, da Cosenza a Altomonte, hanno mantenuto la capacità di fare e il gusto maturati nei pochi anni nel Seicen to quando furno nella disponibilità dei Medici, per crediti non pagati dalla corte di Napoli.  Catanzaro ha vissuto per almeno due secoli,  Sei-Settecento, e prosperato , producendo e lavorando sete.
No solo la Sibaritide, anche il golfo di sant’Eufemia, risalendo da Vibo e Pizzo verso Lamezia e Nicastro, Vivant Denon trovava ulivi e frutteti da sogno: “La costa, coperta ancora dai più bei casali, ha tutte le apparenze del più ricco, del più popolato e del più commerciante di tutti i paesi. Bisogna ripetersi che si è in Calabria, per non credersi sulle rive della Senna o della Loira, e per perdere l’idea che si porta su questa provincia, che è un paese selvaggio, deserto e povero, mentre niente le manca se non le vie che la aprano al commercio per farne un Perù o le nuove Indie”.
.A Colosimi, a diciotto miglia da Cosenza,  conversa a cena coi generosi ospiti di letteratura e di Voltaire. E nel saliscendi di valloni che lo portano a Cosenza ha ancora fiato per l’ammirazione: “Salivamo col rammarico di dover tenere gli occhi sule orecchie delle nostre montature; perché niente è più bello, più ricco, più popoloso, più coltivato che la media costa a sinistra e a destra. I villaggi meglio costruiti vi si attraversano, e noi non abbiamo nessun posto in Francia più abitato e più abbondante di ogni specie di prodotto dei dintorni di Cosenza”.

Ci sono cicli nella stria. Vivant Denon depreca gli albanesi: “Vivono nella pigrizia e nell’ozio, facendo lavorare le loro donne, che procurano così quello che è necessario alla vita”. E invece gli albanesi , tra i casali di Cosenza e il marchesato di Crotone, imprenditori o emigrati (i “germanesi” di Carmine Abate) hanno molto rinnovato e costruito, da Altomonte a Gizzeria, da Civita a Maida, e a Carfizzi, isole di benessere senza ombre.
Ma all’interno dei cicli si sono linee di tendenza, e quella della Calabria punta costante verso il basso. È la regione che viene sempre ultima in tutte le misurazioni del benessere, reddito, occupazione, sanità, scolarizzazione, viabilità, ambiente – solo per la criminalità, stranamente, sta meglio di tante altre regioni italiane, ne ha cioè di meno. Non da sempre: per vent’anni nel dopoguerra, fino ai primi anni 1960, stava decisamente meglio di altre regioni, anche non meridionali – del Cadore, del Friuli, di vaste plaghe dello stesso Piemonte. E non era così probabilmente due secoli e mezzo fa. Quando Vivant Denon, per quanto entusiasta, non può essersi inventato tutto quello che ha scritto: “C’è di tutto in Calabria, di tutto in abbondanza”, conclude dopo un  excursus sulle attività minerarie: “È forse il paese dell’universo più bello, più ricco, più fertile e più completo per ogni specie di produzione”. Ma già allora “segnato”: “Che sorpresa a non trovare, in mezzo a questi tesori della natura, che villaggi in rovina, e abitanti tanto poveri che sudici”. Anche la Calabria “Perù” l’archeologo concludeva sul compianto: “Ma sembra che una fatalità sia stata attaccata a questa contrada per tenerla sotto il velo della barbarie”.

La superiorità viene dal Nord
La “Tabula Rogeriana” di El Idrisi, parliamo di nove secoli fa, raffigurava per il re di Sicilia Ruggero II il mondo rovesciato, col Sud in primo piano e il Nord remoto. Era la pratica corrente all’epoca. Ma si operava  un semplice rovesciamento, non una proiezione, ogni parte manteneva la sua grandezza: il Sud era equo e non supponente. Il concetto di superiorità, in qualche modo sempre razzista, anche depurato delle turpitudini della Lega, è del Nord. Del Nord germanico, fino al Lombardo-Veneto incluso.
A Sud c’è il caso di Israele. Dove una corrente ora dominante lega la fortuna militare e politica dello Stato ebraico alla superiorità – tecnica, morale, antropologica, di cui il denaro è un esito e non una causa. Che si riallaccia insidiosa al concetto di “elezione”, del popolo “scelto di Dio”. Ma questo ebraismo (sionismo) ha molto in comune, anche la lingua e le filosofie, col germasino post-unitario – imperiale, superiore.

“Dicono che ci siamo lasciati sfuggire l’appuntamento con la storia, e bisogna riconoscere che arriviamo tardi a tutti gli appuntamenti.
“Non abbiamo potuto prendere il potere, e la verità è che ci perdiamo per via o sbagliamo strada, e magari ci facciamo un lungo discorso sulla questione.
“Abbiamo la pessima fama di essere vagabondi, ciarlatani, attaccabrighe, sangue caldo e festaioli, e ci sarà un motivo. Ci hanno insegnato che, per legge del mercato, ciò che non ha prezzo non vale niente, e sappiamo che la nostra quotazione non è moto alta. Tuttavia, il nostro fine olfatto per gli affari ci permette di pagare per tutto ciò che vendiamo, e ci permette di comprare tutti gli specchi che ci tradiscono il volto.
“Da un millennio abbiamo imparato a odiarci tra di noi e a lavorare con tutta l’anima per la nostra stessa perdizione. Tuttavia non abbiamo potuto correggere la nostra mania di sognare a occhi aperti e di scontrarci con tutti, nonché con una certa tendenza ala resurrezione, inspiegabile”.
Detto da Eduardo Galeano, lo scrittore uruguayano, dei latinoamericani: “Noi latinoamericani abbiamo la pessima fama….” Ma adattabile, alla virgola, al Sud.

Con una differenza. Sostanziale. Dirimente: il Sud non ha ostacoli – linguistici. culturali, istituzionali, di frontiera o dogana. Nessuno lo chiude o lo respinge in un ghetto – le intemperanze della Lega sono beghe familiare, nemmeno sanguinose. Il Sud ci gode, forse, nell’abbrutimento e lo sciocchezzaio di sé.

leuzzi@antiit.eu

Vite inamabili dei grandi scrittori italiani

Una sorta di graphic novel e un repertorio amabile. Di nessun segreto e poche curiosità - a parte le illustrazioni di Guaita. Leopardi divora gelati. Pasolini non sa perdere le partitelle. Machiavelli (il Cinquecento) scrive liberamente di sesso. Le ricette del futurismo, gastronomiche. Elsa Morante la pazza in piazza, a Venezia. Che la mostra a… Visconti. Oppure i grandi letterati italiani non  hanno passioni, se non leggere e scrivere.
Le vite segrete sono necessariamente sconvenienti. Ma le sconvenienze italiane sono – necessariamente? . di letto. Non altre. Quindi di non grande fantasia, il catalogo è quello. L’aneddotica è così fissa. Le vite raccontate invece no, Di Giovanni fa sinossi di meraviglia.
Con qualche errore. Camus non può aver confidato a Simone Weil nel 1957 che il Nobel per la Letteratura l’avrebbe meglio meritato Silone. Lo scherzo a Gadda di Livio Garzanti, che lo invitò a banchetto per fargli servire una misera pizza non può essersi svolto al Passetto, “il” Passetto non faceva pizze. Oriana Fallaci non può avere lasciato il bar, che poco dopo salterà in aria, per “recarsi in redazione”, non a Saigon, non c’erano redazioni. Con mancanze gustose, più di alcune presenze, Soldati, Bassani, i poeti soprattutto, Montale, Quasimodo, Saba. Con poche donne, e non le mgliori – Serao, Morante, Fallaci.

Lorenzo Di Giovanni-Tommaso Guaita, Vite segrete dei grandi scrittori italiani, Electa, reminders, pp. iIl. € 9,95


lunedì 12 febbraio 2018

Il mondo com'è (333)

astolfo

Eurafrica –L’Europa  si è sempre detta appendice dell’Asia, per l’evidenza geografica. Per la storia anche e per la cultura: l’Europa si è formata progressivamente da Creta, dai Fenici, dal’Egitto, dalla Mesopotamia, dall’Iran e dall’India. Ma le ultime ricerche genetiche dicono un’altra storia: gli europei – anche gli europei – vengono dall’Africa. I bianchi erano neri, si sono sbiancati per carenza di melanina – della eumelanina, la melanina buona, d’irradiazione solare (le melanine sono pigmenti neri, bruni e rossastri – la feomelanina, la melanina cattiva, è rossastra).
Uno studio di cui danno conto sul “Sole 24 Ore” dell’altra domenica Guido Barbujanni e Gloria Gonzalez Fortes (opera di Thorsten Günther et al., 2018, “PLoS Biology 16”) conclude in questo senso: “Fino a qualche anno fa non c’erano semplicemente dati su cu ragionare; e quindi si ipotizzava che i primi europei, forse 50mila anni fa (o, per meglio dire, i primi europei della nostra specie, Homo sapiens; prima di loro c’erano i Neandertal, ma questa è un’altra storia) avessero avuto il tempo per evolvere una pelle chiara nel corso del loro cammino dall’Africa. Invece non è così. L’uomo di La Braña aveva pelle scura, e come lui, altra gente che, nel Mesolitico, viveva in Svizzera e in Lussemburgo”.
Anche i ritrovamenti da qualche tempo in questa direzione. Il primo inglese era nero con gli occhi chiari.
Il primo “schiarimento” arriva dal Medio Oriente. A partire dal Neolitico, cioè con lo sviluppo dell’agricoltura – coltivazioni e allevamento sono giunti in Europa come arti già mature dal Medio Oriente.
Il Nord diventa bianco dopo. “Le pelli chiarissime che troviamo nel nord Europa hanno un’altra storia.  C’era gente con la pelle chiara già 13 mila anni fa, ma stava nel Caucaso”. Saranno stati i “dorici”, i popoli che invaderanno la Grecia dal Nord, che i germanisti grecofili dicono loro propri antenati - e non era la Thuringia Doringia, il paese dei dori, il paese delle sorelle Müntzenberg e Buber-Neumann, dei Bach, di Thomas Müntzer? “Più tardi, troviamo individui con gli stessi geni (forse loro discendenti, forse no) nell’Asia nord-orientale, in quella che oggi è la Russia. E da lì, da Est, questi geni si diffondono” fino alla penisola scandinava attraversando Germania e Danimarca”.

 Germania – È anche slava – della stessa radice degli odiati slavi? È la parentela che mancava nell’atlante del pangermanesimo semiserio che G.Leuzzi costruisce in “Gentile Germania”, dei tedeschi in realtà francesi, mancati, inglesi, americani, e perfino spagnoli, sull’autorità di Spengler, “Socialismo e prussianesimo”. Ma sarebbe la più certa, in base agli studi genetici di cui sopra.  

Se ne può argomentare il nazionalismo indomabile con una mancanza: una voglia accresciuta di essere, e di essere i primi, e i migliori, per una, per quanto inconscia, eterogeneità. Di luoghi e popolazioni che necessariamente vi sottostanno, essendo al centro geografico del continente. Con innesti storici incisivi. Nei secoli post-moderni degli ebrei a Francoforte, specie nella banca. A Berlino, al centro del regno prussiano, degli ugonotti francesi, emigrati in massa, forti nell’amministrazione. Dell’illuminismo e di Napoleone, che informarono nuovamente la Prussia e mezza Germania prima dell’unità.

Altri argomenti (fatti? perché no) si possono aggiungere all’atlante che “Gentile Germania” narra.
Sono i tedeschi francesi? Stefan George, che ha rifatto la poesia germanica, solo da grande a Berlino scelse il tedesco, essendo cresciuto col francese lungo il Reno, dopo aver fatto tesoro a Parigi di Mallarmé e Verlaine. Paul Celan, celebrato poeta rumeno-francese, scrisse sempre in tedesco. Jünger, che è nazionalista sensibile, voleva dare “tutto Stendhal per un poesia di Hölderlin”. Poi si pentì, e riscrisse il romanzo. Ma fu l’edizione originale a fare il successo di “Cuore avventuroso”. Nel suo diario di guerra, la Linea Sigfrido e la linea Maginot, postazione belliche solitamente definite temibili, si fronteggiano sulle due rive del Reno con cannicciati - “paraventi” o “contrevents” di canne. Nerval si commuoveva al Reno: “Germania, nostra madre a tutti!” Mme de Stael è di qua come di là. Molta letteratura d’appendice nell’Ottocento, decine di migliaia di pagine, divide la Francia tra franchi – mezzo tedeschi - oppressori e galli onesti lavoratori.
I tedeschi sono in realtà “francesi” anche in questo, nota Savinio “Scatola sonora”, 137-8: “I Tedeschi, tre volte in meno di un secolo, hanno mosso guerra ai Francesi. Per vincerli? No. Per distruggerli? No. Per manducarli a scopo eucaristico. Per infranciosarsi (per indiarsi… Dieu est-il français?”. Sempre con la fame di altro, concludeva: “In altri tempi, e quando non la Francia ma l’Italia era la sirena di turno, i Tedeschi, e con lo stesso fine eucaristico, cercavano di manducarsi l’Italia (Goethe)”.
S.Weil ricorda in “L’enracinement”, pp.138-43 (“La prima radice”) l’atroce conquista della Francia sotto la Loira da parte dei francesi-franchi (i tedeschi di un tempo erano i francesi), con stragi di Albigesi e trovatori che non erano francesi, in Borgogna, nelle Fiandre, in Sicilia. Ricorda anche che “la Franca Contea, libera e felice sotto la lontanissima sovranità spagnola, si batté nel Seicento per non diventare francese. La popolazione di Strasburgo si mise a piangere quando vide le truppe di Luigi XIV entrare nella sua città in piena pace, con una trasgressione della parola data degna di Hitler”. È questa “razza” che nella conquista feroce del Sud ha creato l’Inquisizione, per meglio perseguitare i felici popoli sottomessi.

Con gli inglesi le parentele sono sempre state strette ai vertici militari e istituzionali. Francesco Giuseppe era colonnello comandante onorario dei Dragoni della Regina, al tempo di Vittoria, che ne conservano il ricordo con la doppia aquila sul badge, e la Radestky March. La casa regnante Windsor era Sassonia Coburgo Gotha Wettin fino al 1914. Come il kaiser Gugliemo II, ora arcinemico – fu per questo che Giorgio V cambiò la denominazione familiare. Il kaiser era peraltro nipote molto devoto della regina Vittoria, che assistette personalmente in morte.   
Guglielmo II era di origini inglesi: sua madre era figlia della regina Vittoria. La quale era cresciuta con principi tedeschi e più di tutti li amava, a partire dal marito. Nel 1901 Guglielmo aveva assistito per settimane la sovrana moribonda, un fatto che aveva commosso gli inglesi. E si segnalò per seguire in lacrime a piedi il carro funebre. La regina Vittoria cominciò tardi a imparare l’inglese, verso i tre-quattro anni. Per secoli i re inglesi si erano sposati tra tedeschi, e parlavano tedesco, poco e male l’inglese.

La triplice appartenenza avrebbe potuto risolvere Madame de Staël, all’origine franco-svizzera, Anne-Louise-Germaine Necker, la levatrice della Germania überalles. Che rifiutò William Pitt in matrimonio. Sarebbe stata un’altra storia, dell’Europa sassone - si dice anglosassone ma più corretto sarebbe anglofrancosassone.

Più che altro, è da dire, la Germania non si sa destreggiare fra tutti i parenti, i franchi e i sassoni. Bismarck nel 1888 propose a Salisbury l’asse Germania-Inghilterra: la Germania rinunciava alla flotta, l’Inghilterra ratificava solennemente l’alleanza in Parlamento – Bismarck credeva ala democrazia parlamentare. Sarebbe stata la pace, e l’impero europeo, per molti anni a venire. Salisbury tergiversò, in Inghilterra era forte il sentimento normanno – l’Inghilterra è pur sempre francese a metà. E quando si decise, nel 1891, Bismarck non c’era più, cacciato dal kaiser proprio per potersi fare la flotta.

C on gli Stati Uniti d’America i legami sono ora in sordina. Ma furono stretti – gli Usa all’origine si posero il problema se parlare inglese oppure tedesco. E il presidente Trump è bene un tedesco, seppure nato negli Usa, e non amabile con Angela Merkel.
“George Washington crossing the Delaware”, l’immagine cardine della storia americana, è di un Emmanuel Gottlieb Leutze.
I tedeschi si distinguevano in America anche per qualità degli insediamenti, oltre che per essere numerosi. In America più che in ogni altro posto, dice Kant nell’’“Antropologia”, i tedeschi emigrati si sono distinti per formare comunità nazionali “che l’unità della lingua e in parte anche della religione trasforma in una specie di società civile che, sotto una superiore autorità, si distingue nettamente dagli insediamenti di ogni altro popolo per la sua costituzione pacifica e morale, l’attività, il rigore e l’economia. Questi sono gli elogi”, concludeva Kant, “che gli stessi Inglesi fanno dei Tedeschi dell’America del Nord”.
Nel 1924 la nuova legge americana sull’immigrazione puntò esplicita e radicale a garantire il carattere nord europeo, più specificamente “sassone”, della popolazione. Basandosi su “The Passing of the Great Race”, dell’ambientalista e eugenetista Madison Grant, 1916, sottotitolo “The racial basis of European History” - un teorico del razzismo, che poneva a base dell’antropologia e della storia, celebratore di una “razza nordica”, un raggruppamento antropologico-culturale poco definito ma centrato sulla Scandinavia e l’antico tedesco.
Il Johnson-Reed Act escluse ogni immigrazione dall’Asia (l’Africa non era nemmeno presa in considerazione) e limitò fortemente l’immigrazione dal Sud e dall’Est Europa, con un sistema di quote basato sull’origine della popolazione naturalizzata nel 1890. A quella data l’immigrazione dal Nord Europa rappresentava l’80 per cento del totale. Così gli italiani, che erano arrivati in gran numero successivamente, in media 200 mila l’anno nei dieci anni dopo il 1900, ebbero la quota annua di nuova immigrazione limitata a 4 mila. Mentre la quota annua per i tedeschi era di 57 mila - le quote per l’Italia e gli altri paesi europei erano così restrittive che il saldo netto fu nello stesso 1924 e successivamente negativo: più italiani lasciavano gli Usa di quanti vi entravano.

Non c’è invece ambizione all’Italia. C’è stata, Italia e Germania sono i paesi europei che condividono più secoli di storia post-romana, ma fino agli Ottone, e agli Hohestaufen, Federico I Barbarossa e Federico II - con la coda del ghibellinismo. Formalmente fino al Cinquecento, le 52 immagini degli imperatori del Sacro Romano Impero della Kaisersaal a Francoforte richiamano tutti, chi più chi meno, l’Italia. Poi più nulla. Non nella storia ufficiale, per effetto della Riforma. Sì nella storia tedesca poi marginale, dei principi e dei poeti, i quali tutti amavano e copiavano l’Italia. Ma non in quella insorgente della Prussia, e poi della Germnia.
C’era diffidenza, anzi scarsa sopportazione, nell’Asse, malgrado il fascino che Mussolini esercitava personalmente su Hitler. Reciproca, bisogna dire: Julius Evola battagliava per un “arianesimo” mediterraneo superiore a quello teutonico. Cera concorrenza. Quando il fascismo mediterraneo aprì in Germania, anzi a Berlino, a fine 1942, quando il mondo era conquistato, l’istituto Studia Humanitatis, con un’orazione del professor Riccobono in latino, Goebbels minacciò di togliere la luce (“È evidente che gli italiani stanno tentando di accampare diritti al predominio spirituale in Europa”) e Rosenberg scrisse l’epitaffio: “È passato il nemico. L’Istituto Studia Humanitatis è una longa manus  del Vaticano”. Pacelli? Vaticano? Erano nella Germania hitleriana “Italiener!”

astolfo@antiit.eu

Ridere a teatro si può, con Plauto.

Una commedia poco movimentata, una ripresa filologica, per giunta in maschera. Eppure si ride. Merito dei quattro attori che si dividono i dodici ruoli, maschili e femminili: Paolo Floris, Tommaso Lipari, Mattia Parrella, Andrea Puglisi. Delle maschere, di Giancarlo Santelli. Dell’adattamento e la regia, di Giancarlo Sammartano. Ma fa ridere pure Plauto. Il teatro di maschere è duro, e vuole una recitazione tutta sua, ma i quattro giovani di Fondamenta Teatro e Teatri, la compagnia della romana Scuola dell’Attore,  riescono a vivacizzarlo.
La storia è piana – troppo forse, e questo ha spinto “Il cartaginese” nell’ombra. Di agnizioni e riscatti. Un giovane s’industria di riscattare la ragazza di cui è innamorato, che con la sorella è proprietà di un lenone. Sta per riuscirci, quando irrompe il Cartaginese. È alla ricerca delle figlie, che gli sono state sottratte bambine – le schiave del lenone. Ma anche il giovane è stato rapito bambino a Cartagine, è il nipote del Cartaginese. E la storia va in gloria. Ma Plauto fa ridere.
Sembra strano, ma si ride, si può, con autori di due millenni fa, i contemporanei non fanno più commedia – sono una commedia, e questo è triste.
Plauto, Il Cartaginese, Teatro Arcobaleno Roma

domenica 11 febbraio 2018

Letture - 334

letterautore

Chesterston – “Fu anche un uomo segreto, che sentiva l’orrore delle cose”, annota Borges prefazionando alcuni suoi racconti (“L’occhio di Apollo”). Ciò “può sorprenderci, ma la sua opera, contro la sua volontà, lo testimonia”: “Paragona le piante di un giardino ad animali incatenati, il marmo a una luce lunare solidificata, l’oro a un rogo congelato e la notte a una nube più vasta del mondo e a un mostro fatto di occhi”.
Un Chesterston alter ego di Borges?

Classicità – È stata  tedesca, a lungo. Anche francese. Resta anglosassone : “Per un paradossale effetto della distanza, l’eredità classica, con i suoi temi, le sue figure e i suoi miti rivive in modo assai più spontaneo nella letteratura inglese e, soprattutto, americana che non in quella dell’Europa latina. Il fenomeno si nota in Melville, nei poeti del Novecento, da Pound a Wallace Stevens” (Mario Andrea Rigoni, “Elogio dell’America”) – e i T.S.Eliot evidentemente, Derek Walcott.
È stata italiana quando è stata fascista.

Dante – Si drogava? Lo sostiene Barbara Reynolds, “Dante: the Poet, the Political Thinker, the Man”. La studiosa americana non ha dubbi: Dante si drogava di marijuana e mescalina. Reynolds, morta due anni fa ultracentenaria, moglie di Lewis Thorpe, francesista, col quale scoprì e coltivo “Guido Farina, pittore di Verrona”, fu italianista rinomata alla London School of Economics e poi a lungo a Cambridge. Studiosa e traduttrice di letteratura italiana, ancora in uso è il suo “Orlando Furioso”, direttrice del Cambridge Italian Dictionary. Figlioccia di Dorothy Sayers, che fu traduttrice di Dante, scrisse molti saggi sulla sua madrina e ne pubblicò varie opere non del genere giallo, mentre presiedeva la Dorothy Sayers Society.

Felicità – La letteratura è una delle forme della felicità” - J.L.Borges

Giallo – “Il romanzo è un gioco di facce, il romanzo giallo un gioco di maschere” – G.K.Chesterston.

“Bisogna prevedere un’epoca in cui il genere giallo, invenzione di Poe,  sia scomparso, perché è il più artificiale di tutti i generi letterari, il più simile a un gioco” - J.L Borges,

Leopardi e Manzoni – A Firenze, nel 1827, Leopardi “ebbe un incontro un po’ spocchioso con Manzoni e una serie di litigate con il pedante Niccolò Tommaeso, che lo chiamava «pipistrello», «conte Crostaceo» e, senza molta fantasia, «male etto gobbo»” – Di Giovanni-Guaita, “Vite segrete dei gran di scrittori italiani”. .
Non si parla mai di Leoprardi e Manzoni., se non a proposito del fuggevole incontro al Gabinetto Vieusseux, nella vecchia sede di palazzo Buondelmonti. L’incontro avvenne a un ricevimento in onore di Manzoni, che aveva appena pubblcato “il romanzo”, ed era per questo attesissimo a Firenze, da Vieusseux e ogni altro. Il “conte Manzoni” non ne accenna mai.
Citati, “Leopardi”, abbellisce l’incontro con l’oleografia nazionale: “I due si parlarono a lungo. Non sappiamo cosa si dissero, ma Leopardi amò quell’uomo dolce, modesto e amabile, che parlava balbettando e arrossendo, e a tratti si animava e diventava eloquente. Forse pensò di assomigliargli, almeno nella nevrosi e nella timidezza. Avevano la stessa grazia del cuore: un dono rarissimo, che incanta tutti coloro che lo conoscono”. Leopardi, subito dopo l’incontro freddo, scriveva al padre, conte Monaldo: “Tra’ forestieri ho fatto conoscenza e amicizia col famoso Manzoni di Milano, della cui ultima opera tutta l’Italia parla, e che ora è qui colla sua famiglia”. E: “Del romanzo di Manzoni del quale io ho solamente sentito leggere alcune parti le dirò in confidenza che qui le persone di gusto lo trovano inferiore all’espettazione”. Scrivendo all’amico Pietro Briganti lo stesso giorno sembra usare un tono diverso: “Io qui ho avuto il bene di conoscere personalmente il signor Manzoni, e di trattenermi seco a lungo: uomo pieno di amabilità, e degno della sua fama”. Mentre quattro giorni prima, il 31 agosto, con lo stesso Brighenti era stato sbrigativo:  Qui si aspetta Manzoni a momenti. Hai tu veduto il suo romanzo, che fa tanto rumore, e val tanto poco?

Lombardia – Prende il nome dai Longobardi e si vuole quasi germanica, ma i teutoni, longobardi e non, ha avuto nemici più di ogni altro. Bonvesin de la Riva enumera e descrive una lunga serie di assedi e distruzioni a opera degli unni e degli arimanni, e di Odoacre, re Carlo padre di Carlo Magno, Lamberto di Spoleto, Alboino, Enrico I, Federico I Barbarossa. Anche Federico II ci provò.

Molière – Copiava da Plauto, ma con abilità. Fichte lo ricorda a proposito delle commedie di Machiavelli, e di altri commediografi, che liberamente copiavano Terenzio “e soprattutto Plauto”: “Solo chi è davvero esperto noterebbe che le battute del tanto autorevole Molière - nell’«Anfitrione» o nell’«Avaro» – si ritrovano pari pari, e forse anche con maggio spirito, in Plauto, che ne costituisce il prototipo”..

Orrore delle cose – Borges lo attribuisce (imputa?) a Chesterston, ma in chiave autoreferente. L’orrore delle cose è il comune denominatore del “borgesismo”? Di Savinio compreso – degli scrittori “di superficie”. 

Roma – Ben inglese, e portato per la letteratura francese, Chesterston sentiva in Roma un fascino particolare, anche prima della sua conversione al cattolicesimo: “È insensato andare a Roma se non si possiede la convinzione di tornare a Roma”.

Tasso - È il poeta che più ha suggestionato gli altri poeti: John Eliot, “Orthoepia Gallica”, 1593, Thomas Dekker, “Tassos’ Melancholy”, 1594 (Tasso morirà l’anno dopo) e 1602, Goethe, “Torquato Tasso”, Byron, “Il lamento di Tasso” (Goethe accosta con Eckermann Tasso a Byron), Leopardi, Baudelaire, Delacroix.

Traduttori – Monti Foscolo disse “traduttore dei traduttor d’Omero”. Era una cattiveria, ma la professione di traduttore per procura è stata specialità molto italiana, fin dentro il secondo Novecento. Specie dal russo, ma anche dall’inglese – non dal tedesco. Si traduceva in genere via francese. Oppure con l’ausilio di amici e amiche – famosa la “gentile Signora” di Gadda, Lucia Morpurgo Rodocanachi, che lavorò per molti dall’inglese, per Vittorini, molto, e per Montale, lo stesso Gadda, Sbarbaro e altri.

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