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sabato 14 aprile 2012

Le banche internazionali contro Monti

Banche contro banche? Banche italiane contro banche d’affari anglosassoni: è questo il motivo delle critiche del “Wall Street Journal” e del “Financial Times” a Monti, dopo tre mesi di plausi. Le banche di New York e Londra, che gestiscono i grandi patrimoni e accompagnano le grandi multinazionali, sono insoddisfatte del fisco di Monti. Non degli aggravi ma dell’incertezza: sanno di dover pagare, per lo scudo fiscale, per gli immobili, per il lusso, ma non sanno quanto, né quando. Devono perciò tenere immobilizzati ingenti capitali invece di investirli produttivamente.
È da questa delusione che nascono le critiche e i rinnovati – per ora limitati – smobilizzi di titoli italiani. È una critica peraltro fondata: l’attivismo del fisco si limita alle incursioni nelle zone di prestigio nei week-end, con nessun esito sostanziale – a parte le diarie per i funzionari, e gli straordinari notturni festivi: nessun decreto attuativo della tante imposte nuove è stato apprestato, benché a capo dell’Economia sia lo stesso Monti.
C’è anche il sospetto che Monti voglia favorire le banche italiane. Il “conto corrente coatto” per tutti gli italiani sarebbe stato concordato con le banche per accrescerne d’autorità gli attivi. L’incertezza fiscale non colpirebbe invece le banche italiane perché impegnate eminentemente nel retail, nelle piccole operazioni.

L’inverno islamico

Il riflusso è stato rapido dopo la primavera araba, in Nord Africa e in Medio Oriente, finita ovunque in regimi islamici, più o meno radicali, ma tutti retrogradi, nella gestione pubblica, dei diritti, dell’economia. Ma non ha colto di sorpresa le diplomazie occidentali, che lo scontavano. Sulla base di un revival islamico noto ormai da un trentennio, dall’avvento del khomeinismo in Iran, per essere reazionario, sciovinista, oscurantista.
Il caso da manuale che si porta è l’Afghanistan. Che, dopo un decennio di guerra di liberazione degli eserciti occidentali sotto l’egida dell’Onu, ritorna ai Talebani, a un regime cioè dichiaratamente oscurantista e reazionario, chiuso anche ai suoi vicini islamici. Ma l’Afghanistan, per le diplomazie, fa caso a sé: è un paese ritenuto immodernizzabile, troppo vasto, troppo poco popolato, senza un’economia, tribalizzato. Il caso da manuale è l’Iran. Che ha una storia, una società, e una classe dirigente, ma nei trent’anni di khomeinismo si è comparativamente immiserito rispetto al regime pur non eccellente dello scià. Isolato nella regione e nel mondo e, malgrado la probabile atomica, senza alcun ruolo: non diplomatico, non militare, non politico, e nemmeno (in Iraq) religioso.
La stessa involuzione si attende in Nord Africa. Qui, come in Iraq, i regimi dittatoriali erano se non altro modernizzanti, e costruivano società complesse: urbane, produttive, attive. Il tempo in questi mesi si è fermato, in Tunisia, in Egitto, in Libia, ma se ne dà per scontato un ritorno al passato: a società chiuse e inerti. L’islam, che nella sua lunga tradizione ha avuto molti fermenti innovativi, è in questa fase chiuso e distruttivo. L’Algeria, che nel Nord Africa era avviata a uno standard di vita europeo, seppure delle regioni ex sovietiche, ha sofferto a causa dell’integralismo del Gia, il fronte islamico, e della conseguente guerra civile quindici anni fa un ritardo che ora appare irrecuperabile.

venerdì 13 aprile 2012

Tre ingegneri anglofoni al costo di uno

Il Politecnico di Milano rinuncia all’italiano come lingua d’insegnamento, passando all’inglese. Che sarà maccheronico, ma non più dei tanti pidgin english che corrono il mondo. Ma è l’europeismo o internazionalizzazione come li intende Milano, speculari al leghismo, a vista corta cioè. Ed è un modo come un altro per scardinare il famoso ingegnere italiano, quello che, in parallelo con l’artigiano dalle mani prensili, ha creato l’Italia postbellica. La laurea breve non è bastata per ridurlo a un modesto calcolatore di pesi e spinte, Milano gli taglia la lingua.
Negli anni 1970-1980 le imprese italiane all’estero fecero ampio ricorso, poiché gli espatriati italiani accrescevano le pretese e i costi, a ingegneri indiani, filippini, brasiliani. Che non avevano tante pretese - al costo di un ingegnere italiano espatriato si potevano avere tre asiatici o latinoamericani - e sapevano l’inglese. Ma cominciarono a perdere le gare e gli appalti: di tanto migliorarono l’inglese della corrispondenza e delle presentazioni, di tanto ne indebolirono la capacità di progettazione. Avevano buoni esecutori.

SuperMario perde colpi

Forse le troppe partite fuori casa non portano bene. O forse non porta bene la tecnica. Fatto è che sui suoi due terreni preferiti, il campo internazionale e quello dell’economia, Mario Monti perde colpi - mentre si dimostra buon politico, buon navigatore tra gli scogli politici. Al borsino ministeriale molti entusiasmi si sono raffreddati.
Elsa Fornero, specialista di assicurazioni e previdenza, ha imposto in poche ore il taglio delle pensioni, dopodiché si è smarrita. Passera, dopo il primo colpo che obbliga ogni italiano al conto corrente, non sa fare e non sa nemmeno dire niente. Lo stesso Monti viene sub iudice per le improvvisazioni fiscali, che potrebbero essere letali – ogni giorno si scopre che ha messo una nuova tassa, tra le pieghe del decreto “Salva Italia”. Di più raffredda gli entusiasmi, agli Esteri e all’Economia, il fronte internazionale scelto dallo stesso Monti.
Il presidente del consiglio non ha mutato in nulla l’attendismo catastrofico dell’Unione Europea, malgrado i continui contatti con Merkel e Sarkozy. Ha creato un incidente diplomatico, e innervosito i mercati, con i ripetuti accenni alle debolezze della Spagna. Non ha ottenuto nulla dalla recente visita in Cina: nessun impegno a investire in titoli italiani, e nessuna attenuazione della diffidenza di Pechino nei confronti dell’euro.
L’attivismo del ministro degli Esteri Terzi, teso a creare uno status di statista internazionale a Monti, con una ventina di incontri internazionali in quattro mesi, si sta rivelando un fallimento, se non un boomerang. Lo stesso nome di Monti buttato lì da Obama in alcuni discorsi è giudicato “menomante” alla Farnesina, in quanto genererebbe gelosie e sospetti a Parigi e Londra, senza peraltro il fondamento di un asse privilegiato tra Roma e Washington. La gestione dell’affare Kerala, dei marò arrestati, è giudicata un errore: al sottosegretario Staffan de Mistura si fa colpa di essersi impigliato in una sorta di diplomazia della cipolla, ogni pochi giorni concedendo qualcosa, invece di contestare la giurisdizione indiana, come un buon diplomatico si sarebbe limitato a fare.

Le liberalizzazioni sono dei prezzi

Succede per l’energia come già per le banche, i trasporti e gli altri consumi sociali o di pubblica utilità: a un anno e mezzo dalla liberalizzazione dei mercati del gas e della luce, tutte le tariffe sono aumentate liberamente, dal dieci per cento in su, fino al quaranta. A titolo vario (tariffa bioraria, riduzione dell’emissione di CO2, tariffa fissa con tro le fasce orarie). È l’unico esito delle liberalizzazioni in Italia: la libertà di prezzo. Che significa aumento dei prezzi stessi e delle tariffe, e non riduzione, in nessun caso.
A lungo in Italia si contestò la politica delle tariffe, soggette dopo la guerra al controllo e perfino all’autorizzazione governativa. La liberalizzazione si precisò in antitesi alla politica dei controlli. Ritenuta statalista e perfino fascista. E questo è stata ed è: una liberalizzazione degli aumenti – degli”adeguamenti tariffari”: al mercato delle materie prime, ai costi del personale, al cambio dell’euro, e ad altra diversificati riferimenti. Una forma di monopolismo imperfetto e non di concorrenza. Con un aggravio e non con la riduzione dei prezzi, che i manuali di economia politica ascrivono alla concorrenza. Solo si accresce il numero dei soggetti sul mercato. Agli ex monopolisti statali, soggetti ai controlli, si so no sostituito oligopoli privatissimi, senza più controlli. Quelli costosissimi delle Autorità pubbliche sono sinergici con gli oligopoli – ne garantiscono insomma gli interessi.

giovedì 12 aprile 2012

La recessione ha azzerato la manovra

Meno debito, ma più alto in percentuale del pil. Il pareggio di bilancio nel 2013 potrebbe farsi con un debito aggravato in rapporto al pil, e non alleggerito. Se le previsioni di un peggioramento della recessione si confermeranno.
Non è una novità: la coperta stretta dei parametri del patto di stabilità, se tirata da un lato, ne lascia scoperto un altro. Ma in questo caso con una ragione economica: il debito in sé non è pericoloso se non in rapporto al prodotto interno che deve pagarlo. Se la recessione in atto dovesse aggravarsi al 2 per cento, invece che all’1,5 per cento già previsto, il senso economico della manovra cui l’Italia si è assoggettata sarebbe vanificato. Nascono da qui le ricoperture dei mercati sui titoli del debito italiani: più tasse = meno pil = più spread, che non è un circolo vizioso.

SuperMario e la fine d Amato

Mario Monti è accreditato dall’Eurisko del favore del 48 per cento degli elettori, un ciclone. Lui personalmente è prudente: sa che il voto è un percorso accidentato. Preferendo accreditarsi come uomo delle istituzioni e non di partito – leggi la presidenza della Repubblica dopo Napolitano.
Una candidatura politica di Monti lascia peraltro perplessi gli studiosi: la sua discesa in campo è stata di tipo fiscale, punitiva e non propositiva. Potrà risanare il bilancio, anche se solo pro tempore. Ma si trova ad affrontare una forte recessione e non ha idea – non la propone - di cosa fare per alleviarla. Il destino “politico” di Monti viene piuttosto equiparato a quello di Giuliano Amato, che nel 1992 affrontò con lo stesso taglio la crisi della lira: molte imposte straordinarie, per un attivo di bilancio che coprì al 90 per cento il costo del debito. Ma non fu più candidabile.

Ombre - 126

È straordinario, ha dell’incredibile, che la Germania si finanzi da sette mesi a spese dell’Italia, e ora anche della Francia, con la Merkel che a giorni alterni dichiara “questo non si può fare” e “questo non si farà mai”. Con sarcasmo: “La Germania non pagherà mai i debiti degli altri”. Senza che nessuno le dia un calcio in bocca. Non il chierichetto Monti, non il tronfio Sarkozy.
Senza che nessuno ce lo spieghi.

Il grimaldello di Angela Merkel è semplice, anzi brutale – proprio “tedesco”: dichiarando ogni poche ore che non c’è soluzione, rialimenta la fuga sui titoli tedeschi. A spese, nel tempo, della Grecia, del Portogallo, della Spagna. E sempre dell’Italia, che ha i conti in ordine e non vuole niente dalla Germania.
Lo sfiancamento dell’Italia Merkel fa con una forte quinta colonna: la cattiva informazione.

Sono di moda le visite guidate ai sotterranei delle città. A Napoli naturalmente, Orvieto, Perugia. Parigi si specializza nel giro delle fogne. Organizza cinque tour al giorno anche Pistoia, che non ha turisti. È la nuova frontiera.

Andy Xie, “economista indipendente”, cinese, spiega al “Corriere della sera” perché l’Italia non può funzionare. Inoppugnabile se non per un punto: “L’economia italiana è in ristagno da quasi dieci anni”, dice. No, da quasi venti. Dalla prima “cura Monti”, allora “cura Amato”.
L’Italia non può funzionare per gli enormi sprechi legati al “sindacalismo” nei servizi, pubblici e privati. Non una grande novità, anche se Xie ha esempi gustosi: tutti lo sappiamo. Ma si può dire solo in Cina?

Il Comune di Firenze ha il record dell’assenteismo, due dipendenti su cinque – ce l’aveva al tempo di Brunetta, che raccoglieva le statistiche. E ha pagato per dodici anni premi di produttività a tutti i suoi tremila dipendenti – 50 milioni in totale. Pronubo l’ultimo sindaco diessino, Domenici. Lo scopre la Guardia di Finanza, ma in sordina: Firenze non è la Sicilia? il rosso non è nero?
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Della famosa speculazione nell’area di Castello l’unico appalto perseguito dal Procuratore fiorentino Quattrocchi è stato quello della suola dei Marescialli. Per la quale l’appaltatore aveva già avuto dalla giustizia amministrativa un solido indennizzo da parte dello Stato (35 milioni), e ora viene assolto dalla giustizia civile perché “il fatto non sussiste”. Ma l’operato della Procura fiorentina non stato a vuoto: ha evitato di indagare Domenici e la sua giunta, che gestivano l’affare.

Si programmano in Toscana “centri commerciali naturali”. Unificare gli opposti, ecologia e shopping, come non pensarci? Con buona coscienza.

Critica da alcuni giorni il governo sul “Wall street Journal” e il “Financial Times”, e ora scopre, dopo quattro mesi, che le tasse fanno male all’economia, anche se sulle case e non sulle imprese. È Emma Marcegaglia, presidente in cerca di occupazione della Confindustria. Prima criticava Berlusconi nel nome di Casini, per diventarne deputatessa. Ora, si dice, ambirebbe a guidare un nuovo governo tecnico. Da non credere.

Francesco Piccolo, sopravissuto alla dieta Dukan, ne fa su “La Lettura” esercizio pantagruelico: “La bolla speculativa della bresaola”. Come già del tulipano, o dei tanti eldorado oltreoceano. Con qualche complesso di colpa per avere poi contribuito, conclusa la dieta, a sgonfiare la bolla.
Ma per alimentare la bolla si faceva la bresaola con lo zebù africano. Che ora può riprendere le sue (inservibili) sgroppate nella savana.

Il maestro Barenboim va a Firenze e trova che il nuovo teatro dell’Opera, inaugurato a Natale con sfarzo pubblicitario, è incompleto e non è completabile – è stato costruito male. Ma lo sappiamo solo perché Barenboim se ne stupisce.
La chiusura del Comunale per fare posto al nuovo teatro ha comportato un centinaio di esuberi, ma la Cgil ne fu entusiasta.

Casini rinuncia ai benefici da ex presidente della Camera: ufficio e macchina blu. Perché ce li ha come presidente del suo gruppo parlamentare. Sembra di sognare.
E ci fa la morale.

Galliani non ha finito d’invocare il giudice di linea, contro i gol fantasma che gli arbitri negano al Milan, che un giudice di linea a Barcellona decreta la vittoria del Barcellona. Galliani dev’essere un grande sportivo.

La società fiorentina dei trasporti pubblici, Ataf, bandisce una gara per il trasporto suburbano su rotaia fatta apposta per le ferrovie francese, la Ratp. Impossibile per altri concorrenti di partecipare alla gara. La Ratp è socia di Ataf in altre società. Politica? Mercato?

mercoledì 11 aprile 2012

L’altra Italia di Nievo che morì sul nascere

Un’altra lingua, un’altra Italia? Non si può dire, ma si riedita sempre con curiosità, da ultimo per il centocinquantenario, questo romanzone di mille pagine. Di cui si fa ora anzi la traduzione in inglese, integrale. Prolisso nella seconda parte ma perdonabile, a un autore che è morto a trent’anni, di cui gli ultimi vissuti per la rivoluzione italiana, fino alla spedizione dei Mille – al ritorno dalla quale perì, dopo essere stato governatore a Palermo, nel naufragio della nave a Napoli.
Era anche un’altra Italia, questa ben più rocciosa, e oggi solo apparentemente disfatta, poiché riemerge a ogni interstzio o debolezza della storia. La vocazione di Monsignor Orlando dei conti della Fratta, che oggi si legge in chiave paradossale, era allora, nel secondo Settecento e dopo, un fatto. Leopardi, primogenito ben più illustre, vestiva da chierichetto, a dodici anni fu tonsurato, portò l’abito talare fino a vent’anni, e subito dopo, nel primo agognato viaggio fuori dal buco di Recanati, presso gli zii materni Antici a Roma, in cerca di un’occupazione che lo rendesse indipendente, quella che trovò senza difficoltà fu una prebenda da ecclesiastico.
Claudio Milanini apre in questa riedizione uno squarcio rivelatore sulla questione della lingua, cioè della politica e delle cose da fare. Mazzini fu subito contro “gli epigoni del Manzoni, troppo spesso ancorati a un sentimentalismo arreso e fittizio”, scrive Milanini sintetizzandone il saggio “Moto letterario in Italia” del 1838. Carlo Tenca auspicava “un andamento più familiare e più schietto della narrazione” (1852). Nievo propugnava nel 1854, a 23 anni, una poetica realistica, adeguata alla “indole pratica e precisa de’ tempi nostri”, e “una fusione conciliatrice” dei dialetti nella lingua nazionale. Sviluppando, dice Milanini, “la linea del Manzoni”. Non di quello del “fiorentinismo”, ma “dello scrittore che con la prima edizione dei “Promessi sposi” (più diffusa allora di quella definitiva, sciacquata in Arno), già si era aperto alle «maniere speciali dei dialetti lombardi»”.
Ippolito Nievo, Le confessioni d’un italiano, Bur, pp. 954 € 13

Il padre-madre di Leopardi

La scoperta di questa biografia è Monaldo, il conte, il padre. L’“Autobiografia” di Monaldo. Che anticipa, nientemeno, “Guerra e pace” sul matrimonio: “Mi pareva che il decreto della nostra unione non fosse scritto in cielo”. Un “conversatore straordinario”, incontinente ma interessante, fino in punto di morte, collettore instancabile di libri, socievolissimo, scriveva anche sessanta lettere in un giorno, un uomo dalla mente “eccentrica, spiritosa, acuta, bizzarra, paradossale”, tanto quanto quella di Giacomo era “quadra”, per “compattezza, forma, sistema”. Simpatico, si può aggiungere, anche nei tanti rovesci finanziari.
A lui Giacomo fece risalire la colpa dei “sette anni di studio matto e disperatissimo” al quale imputava le deformazioni nello sviluppo e gli innumerevoli malanni, che erano invece l’esito della tubercolosi ossea, come Pascoli opinerà correttamente, e della depressione psicotica, come Citati opina. Ma restandogli sempre, nella disperazione, attaccato – Monaldo ne era stato la chioccia, il “padre-madre”, dice Citati.
Pietro Citati, Leopardi, Oscar, pp. 437 € 10

martedì 10 aprile 2012

Problemi di base - 97

spock

Non saranno gli africani i veri ariani? Se l’umanità riparte da Noè, solo i figli di Cam sono la retta discendenza: “Solo Cam ha avuto accesso alla rivelazione di Noè”, stabilisce la Bibbia.

Fu Europa – “bellavista” o “belvedere” - una bella semita figlia del re di Sidone, prima di essere eletta da Omero negli inni a sinonimo di Grecia: non sarà l’Europa invece semita?

Ma l’origine è egiziana della grecità, madre dell’Europa, che Erodoto attesta, della metafisica e la religione: e dunque l’Europa è africana?

L’ingravidatore che non è padre di nessun figlio, vecchio indovinello, era la spia: è il pentito?

Se il moralismo dei pentiti è come la virtù delle puttane, come dare loro credito, dare credito ai giudici che se ne fanno scudo?

Sono gli scrittori siciliani che fanno grande la Sicilia, o è la Sicilia che fa grandi anche gli scrittori?

Se possono solo applaudire, a comando, ai talk show e ai varietà in tv, perché si chiamano pubblico?

Se Prometeo è l’uomo, ed è un ribelle a Dio, non sarà l’uomo il diavolo?

spock@antiit.eu

Letture - 92

letterauto

Confessione – Ha dominato il secondo Novecento, nel segno di Proust. Domina il Duemila nel segno dei reality, degli sfoghi in pubblico che hanno preso la scena negli anni 1990, l’età dell’Acquario: l’ambizione è raccontarsi, ma a chi non ascolta – solo apprezza, valuta indistintamente, il tono della voce, il taglio della bocca o dei capelli, la posa lusinghiera del regista. Uno sfogo purgativo forse, benché non maleodorante, ma senza tracce.

In tanta libertà di giudizio, non si sa a volte a chi raccontarla né come. Non si sa neppure a che modelli rivolgersi. C’è la prosa fattuale – ma si sa che è una finzione – dei “Commentari” di Cesare, e quella retrattile di Molly. La narrazione indubbiamente va organizzata: Proust, parlatore compulsivo, di quelli che non concludono mai la frase, non danno la battuta, rivela poco o niente.
Butor distingue l’exploration dall’imploration. Vale per il racconto come per i viaggi. L’imploration è la scoperta al contrario, il ripiegamento lamentoso sui propri piccoli segreti. È l’indefinitezza - l’improprietà - di ogni Erlebnis, dei fatti rivissuti nella memoria o in sogno, e letterariamente espressi.
C’è il detto famoso di Hebbel che “nessuno scriverebbe se non scrivesse la propria biografia, e tanto meglio quanto meno lo sa”. Ma un’improprietà di terzo grado ha la biografia pensata, speculata, sognata, storicizzata, nella cultura, nella politica, nel dover essere. E c’è poi il lettore. “Lector”, diceva Marziale, “opes nostrae”, tu sei la nostra ricchezza. Ma non nel senso del diritto d’autore, che non c’era, in quello dell’esistenza. Se le cose non si dicono, si perdono. Ma bisogna trovare ascolto: foss’anche un solo lettore, ma attento.

Da sant’Agostino a Casanova confessarsi è stato un piacere, la confessione spontanea. Chi è nato nel Novecento, invece, non può nascondere quello che sa, che la memoria non solo è selettiva ma è gestita dal presente - è la sua invenzione e la sua specialità. Ma la cosa è complessa.
Sant’Ambrogio spinse la voluttà fino a diffamarsi, ai parrocchia-ni che non gli credevano e volevano farlo vescovo facendo trovare donne discinte nei suoi alloggi. Nietzsche parla molto di sé, la stessa filosofia è anzi per lui “una sorta d’inavvertito mémoire”, oggi si direbbe ball’inglese memoir, una “confessione d’autore”. Mentre per Colorni è bene una malattia, da cui cioè “si può uscire” – Eugenio Colorni, il filosofo della sorpresa o logica asistematica, che la filosofia poté insegnare a Trieste solo al magistrale “Carducci”, fino al ‘38, quando i fascisti l’arrestarono, per poi, a guerra persa, ucciderlo. Calvino è solo a criticare la confessione. Giovanni: “In Giuda”, argomenta, “c’era perfetta contrizione di cuore, confessione orale, soddisfazione per i denari”. Italo ha in dispetto la “letteratura della memoria” e dava a intervistatori e critici notizie sbagliate di sé, a causa, diceva, di “un rapporto nevrotico con l’autobiografia”. Mentre Petiliano Giuda vorrebbe santo: “Si pentì e fu messo a morte, è quindi un Confessore e un Martire” - ma sant’Agostino non approva.

Si dice di Goethe che le sue opere sono frammenti di un’inesausta confessione. Di che? La sua confessione è la sua opera, ma non si sa se l’opera confessa la vita, o la vita confessa l’opera, la lima, la lucida. A meno di non ricorrere alla geniale “letteratura a difesa” di Robert Walser: internato per la genialità in manicomio, Walser progettò nella scrittura un’“opera di difesa”, scrivendo a matita, su foglietti, in microgrammi, contro i censori interni ed esterni, contro il filisteismo dell’epoca – l’epoca è sempre filistea. La scrittura come Resistenza, la confessione a trincea.
Anche Dostoevskij, che progettava un “Grande Peccatore”, profetizzò con Goethe che la letteratura sarebbe finita in confessione. Ma di che cosa? Sargon re d’Assiria si raccontava scrivendo al dio Assur. Ma solo di battaglie, se vittoriose. Senza vergogna scrisse Majakovskij All’amato se stesso le ultime liriche prima di uccidersi. E ancora, bisogna non vedere il resto, il fine Trockij notò del poeta: “Per elevare l’uomo lo porta al livello di Majakovskij. Come il greco era antropomorfo e assomigliava ingenuamente a sé le forze della natura, così il nostro poeta è majakomorfo e popola di sé le piazze, le vie e i campi della rivoluzione”. Farsi gnomone è troppo, il bogatyr della fiaba, benché vuotacessi ispirato.

Dante – “Era di sinistra”, stabilisce Matteo Renzi, che si cimenta in una “Rivoluzione della bellezza da Dante a Twitter”, nientemeno, invece magari del suo programma politico, e la intitola “Stil novo”. Dante avrebbe probabilmente obiettato – era imperiale.
Renzi ha una buona ragione: “Usa il volgare, che rende la cultura accessibile a tutti”. Questo è vero. Dante usa il volgare da gran letterato, per le ragioni della letteratura. Ma l’uso di una lingua comune, aderente alle cose, è senz’altro (anche) democratico.

Il viaggio nell’oltretomba, ma non c’era già in Virgilio? Al cap. VI dell’“Eneide”: il regno delle ombre senza tempo, dove c’è anche il futuro.

L’ambizione di essere Dante è piena in Pasolini nella maturità, quella del progetto “La Divina Mimesis”. Che però è didascalica, uno schema freddo – un’autorappresentazione ridicola, se non fosse malinconica. Dantesco si potrebbe dire sul “Corriere della sera”, negli articoli degli “Scritti corsari”, 1974-75. Il Pasolini della “visione apocalittica” dell’articolo delle lucciole, “Il vuoto del potere in Italia”, dell’1 febbraio 1975 – non nei frammenti raccolti poco prima di morire, dopo quindici anni di tentativi abortiti, che fanno “La Divina Mimesis”. Se non che Dante è l’opposto. Pasolini è incostante e si vuole senza speranza, Dante è applicato e senza soste impegnato, Pasolini rifiuta il mondo, Dante lo esorcizza.

A proposito di lucciole, il filosofo dell’immagine Didi-Huberman ne traccia indirettamente il contrasto, nel saggio su Pasolini intitolato proprio “Come le lucciole”, in termini di luminosità: “Immagine non significa orizzonte. L’immagine ci offre qualche barlume vicino, qualche lucciola, l’orizzonte ci promette qualche luce lontana – la luce dell’orizzonte è quella di Dante. Pasolini “cerca l’orizzonte dietro a ogni immagine”, mentre il proprio dell’orizzonte è ridare “forma, immancabilmente, al cosmo metafisico, al sistema filosofico, al corpus giuridico o al dogma teologico”. In una prospettiva inquietante, secondo il filosofo: “L’immagine è lucciola delle intermittenze passeggere, l’orizzonte inonda di luce gli stati definitivi, i tempi immutabili del totalitarismo o i tempi finiti del Giudizio”. Ma così è.
L’indignazione è una chiave di Dante, ma non peculiare. Lui, poi, non se ne fa una bandiera, come devono i titolari di rubriche anticonformiste - siamo tutti capaci d’indignazione, e massimamente la portiera di fiducia. Derrida, criticando trent’anni fa l’apocalitticismo filosofico in voga (“Di un tono apocalittico adottato di recente in filosofia”), rileva che “ogni escatologia apocalittica si promette in nome della luce, del veggente e della visione, e di una luce della luce, di una luce più luminosa di tutte le luci che essa rende possibili”. È una mistificazione, afferma: “Non ci potrebbe essere verità dell’apocalisse che non sia verità della verità”, e anzi “verità della rivelazione piuttosto che verità rivelata”. Ma ineliminabile, anche perché non è una colpa: “È ineliminabile perché nessuno può esaurire le sur-determinazioni e le in-determinazioni degli stratagemmi apocalittici. E soprattutto perché il motivo o la motivazione etico-politica di questi stratagemmi non è mai riducibile a qualcosa di semplice”. Didi-Huberman è meno “assolutorio”, dovendo infine contrapporre la “situazione oggettiva” di Walter Benjamin, al quale si deve il piccolo messianesimo poi sbocciato in apocalissi, personale e storica, negli anni 1933-1940, a quella di Pasolini a febbraio del 1975 – e successivamente di Agamben, che ha preso il testimone del poeta.
Propriamente dantesco Didi-Hubermann vuole Pasolini nell’articolo famoso sulla scomparsa delle lucciole. Nel senso di un collegamento con Canto XXXVI dell’”Inferno”, dove il villano, riposandosi al poggio una sera d’estate, “vede lucciole giù per la vallea,\ forse colà dov' e' vendemmia e ara”- E tale Dante dice lo spettacolo che gli si presenta: “Di tante fiamme tutta risplendea\ l'ottava bolgia”. Un panorama però non idilliaco, quel è nella vena di Pasolini. “Un grappolo di cinquemila lucciole producono a malapena il chiarore di un candela”, nota Didi-Hubermann irrispettoso. Di Pasolini che, il filosofo afferma, diceva: “Darei l’intera Montedison per una lucciola” – grave e forse ridicolo. Ma poi nei fa una figurazione del mondo buono in opposizione al cattivo, quello del neocapitalismo – checché esso sia: “uomini-lucciole”, “parole-lucciole”, “immagini-lucciole”, “saperi-lucciole”.

Letteratura – È attività di relazione – non c’è autore senza il suo critico. “Privata” più di ogni altra attività, individualistica e quasi segreta, vive in quanto opera pubblica: riconosciuta, discussa, condivisa.

letterautore@antiit.eu

lunedì 9 aprile 2012

L’entrata in guerra dei sedicenni

Tre racconti che hanno fatto formato un libro unitario nel 1954, ripresi nel 1958 tra i “Racconti”, quindi scorporati nuovamente nel 1974. “Un’incursione”, Calvino spiega in una nota alla prima edizione nel 1954, allora non pubblicata e ripresa nel 1991, “che l’autore ha compiuto nel territorio, a lui fondamentalmente straniero, della «letteratura della memoria»” o autobiografica, lui volontario e anzi ardito della “narrativa di moralità e d’avventura”. Trattando un tema generazionale, l’“entrata in guerra” come “entrata nella vita”. Di “rapporto nevrotico con l’autobiografia” scrive ancora in una delle ultime lettere, nel 1985. Ma di singolare realismo: Calvino vi sbalza ambienti e figure col solo contrappunto drammatico della dichiarazione di guerra – come un ragazzo di sedici anni passa l’estate in cui il paese è appena entrato in guerra, nelle retrovie del fronte. Fruttero & Gramellini dicono la piccola raccolta “un capolavoro trascurato”, e per qualche aspetto lo è, non ultimo l’ultimo: Mussolini che va a ispezionare il fronte “lo sguardo scintillante di gioia ansiosa”, per il ragazzo Calvino “un ragazzo”, il padre agrimensore irascibile e spaesato, Mentone occupata e abbandonata, a un malinconico saccheggio - ogni racconto ha un’ultima pagina memorabile.
Italo Calvino, L’entrata in guerra, Oscar, pp. XXXVII + 75 €9

Il mondo com'è - 90

astolfo

Collaborazionismo – Fu un fenomeno diffuso in Europa sotto occupazione tedesca nella guerra, specialmente contestato in Francia alla fine della guerra, e più diffusamente ai letterati che ai politici. Si può dirlo anzi la ragione principale della costituzione, già nel 1943, di un Comitato nazionale degli scrittori, clandestino. Il 4 settembre 1944 il Comitato redigeva una prima lista nera, pubblicata il 16 settembre su “Les Lettres françaises”. Comprendeva 94 nomi, tra essi Céline, Giono, Montherlant, Morand, Maurras, Jouhandeau, Sacha Guitry, Alfred Fabre-Luce, Drieu La Rochelle, Rebatet. Una secondo lista, senza alcuni nomi della precedente e con molti altri, 154 in totale, fu pubblicata il 21 ottobre 1944. Colpevoli di “intesa col nemico” secondo il codice penale, o sulla base di un’ordinanza del 26 agosto che introduceva il crimine di “indegnità nazionale”. Tra ottobre 1944 e febbraio 1945 si pronunciano cinque condanne a morte di letterati, tra essi Georges Suarez e Brasillach. A gennaio 1945 Maurras, giudicato a Lione, è condannato all’ergastolo.
Ma l’ambiente letterario è già diviso sull’opportunità dei processi, piuttosto che di una riconciliazione nazionale. La polemica è aperta da Mauriac sul “Figaro”. Su “Combat” il giovane Camus è per l’epurazione radicale. Finché l’esecuzione di Brasillach non sposta i pesi: Paulhan e altri contestano l’opportunità di condannare i letterati piuttosto che i politici o i “mercanti di cannoni”. Camus recede dalla sua posizione radicale. Sartre rimane praticamente solo a sostenere che “la letteratura è un atto”. Rebatet, altro condannato a morte, è graziato dal presidente Auriol. E un’ordinanza del 30 maggio 1945 sull’“epurazione professionale”, a termine, di artisti e letterati colpevoli di collaborazione, cade progressivamente nel vuoto: istituisce 172 procedimenti ma ne porta a decisione 66, di cui una trentina di assoluzione - non luogo procedere. Céline, condannato in contumacia a un anno di prigione, è amnistiato nel 1950 dal tribunale militare.

Internet - È il vero mercato. Senza strozzature all’entrata, e senza filtri (censure, esami, ostacoli). Selettivo: un mercato e non una palestra.
Per questo anche sovrabbondante: un munizionamento e una trincea che si rafforzano per accumulo, nella confusione, per la difficoltà di delimitare, come in tutte le attività nuove, le aree d’incontro dell’offerta e della domanda. Molte merci si contrabbandano anche di lusso che sono copie povere o falsi.

È una democratizzazione, il suo senso originario si conferma il più esatto: una democratizzazione globale e radicale, dei saperi, del gusto, delle conoscenze, delle differenze. Una rivoluzione a tutti gli effetti – sostenuta anche dalla globalizzazione negli affari. Questa e quello hanno già sovvertito, di fatto, gli ordini preesistenti, culturali, politici, economici. Che erano uno solo, unificato senza resistenze trent’anni fa. Una democratizzazione, per ora, apparentemente, senza bisogno di ordine. Anche per questo rivoluzionaria, per l’euforia perdurante, l’effervescenza.
La storia potrebbe considerarlo un momento di vuoto. Ma anche questo sarebbe rivoluzionario: non ci sono mai stati vuoti nella storia – momenti di debolezza sì.

Spia 2 – “Padrona di casa e leader intellettuale” così il Times celebrava in morte Moura Budberg, a Londra per quarant’anni, consulente di Korda e altri geniali registi, traduttrice delle Tre sorelle per il film di Laurence Olivier, nonché di Turgenev, Gor’kij e i favolisti russi, e di Simenon in in-glese, direttrice di La France Libre quand’era occupata. Dopo essere stata al centro del sovietismo per vent’anni, benché discendente di zar – del figlio, attestava il Times, che la zarina Elisabetta la Clemente, la figlia di Pietro il Grande nata prima del matrimonio, aveva avuto dall’unione morganatica con Alexei Razumovskij, poi ambasciatore a Vienna, quello dei quartetti “russi” di Beethoven, op. 59 – nonché di Agrafena Zakrevskaja, la “Venere di bronzo” di Puškin. Amante di H.G.Wells per tredici anni, come lei già obeso, di Gor’kij malaticcio per altri tredici, andando a ritroso, e per tredici mesi di Robert Bruce Lockhart, “agente inglese” a Mosca.
Bella e dinamica figlia del senatore ucraino Zakrevskij, proprietario terriero, Moura si nobilitò col diplomatico estone conte Iohann von Benckendorff, che poi lasciò in campagna coi figli Tatiana e Pavel per godersi a San Pietroburgo amori irresistibili tra i fumi della rivoluzione. Quando il marito nei torbidi fu ucciso, sposò un altro baltico, il barone Budberg, per avere il passaporto. Il suo amore era già Lockhart, che si dice agente inglese a Mosca, col quale ebbe trasporti indimenticabili prima e durante il Terrore Rosso che seguì l’attentato a Lenin di Dora Kaplan. Lockhart affrontò per lei la prigione, per liberarla dalla Lubjanka.
Fallita la controrivoluzione, Moura fu segretaria di Gor’kij. “Quindi condivise quindi la casa”, scrisse il Times pudico, di H.G.Wells - che usciva dal letto di Elizabeth von Arnim, la scrittrice sudafricana, e la elesse “la donna più intelligente del mondo”. Con Wells condivise, da amante, la scena di Londra - Wells ebbe tante amanti, da Rebecca West pure un figlio, senza mai lasciare la moglie.
Lockhart, arrestato dopo l’attentato della Kaplan, sua conoscente, il 30 agosto 1918, era stato subito liberato. Quattro giorni dopo si trovò protagonista di un “complotto Lockhart”, secondo il suo stesso racconto che ne farà un mito. Ma restò libero di girare per Mosca, andare al ministero degli Esteri, e perfino al Cremlino. Fu arrestato quando si presentò alla Cekà per protestare contro l’arresto di Moura, sua convivente. Fu intrattenuto a caviale e bliny, nella Russia affamata, dal vicecapo della Cekà in persona, Jakob Peters, e poi espulso. All’epoca c’era Isaak Babel’ alla Cekà, che non ne seppe niente. Del resto Peters aveva già i codici in uso agli agenti inglesi, qualcuno che viveva con Lockhart glieli aveva procurati senza effrazioni - Peters, che “tanto desiderava”, racconterà Gor’kij, “di fare l’amore con una contessa, nel Terrore Rosso ne ebbe l’occasione”.
Moura fu incarcerata a Mosca da Peters, a Pietrogrado su ordine di Zinoviev, durissimo padrone della città, e in Estonia come spia russa. Era pure un po’ tedesca, a Sorrento fu per questo controllata dalla polizia di Mussolini. E per Gor’kij, che già nella precedente incarnazione italiana, a Capri, aveva scandalizzato i capresi, e non è facile, e i carabinieri: Rilke trentenne, ospite delle nobildonne Faehndrich, von Norbeck-Rabenau e zu Solms-Laubach, ce lo trovò mondano, prodigale, vizioso, niente anarchico.
Il problema, quando si va dentro per spionaggio, è se poi si esce. Una vera spia non dev’essere riconosciuta – seguita, ascoltata, magari carcerata. Si è spie fino alla morte se non si è mai stati ritenuti spie, altrimenti si è inutili. Lockhart, l’agente inglese che al solito era scozzese, che tanto ha scritto su una controrivoluzione che non ha fatto, di cui ha anzi bruciato, se ce n’era una, i possibili protagonisti, era confidente di confidenti della Cekà, avventurieri baltici di basso rango – la Cekà usava come provocatori graduati baltici sbandati, mezzo tedeschi, mezzo russi e niente per sé. Ottimo canale Lockhart sarà stato per i sovietici, prima di Blunt e le altre distinte spie britanniche.

Aragon sapeva che Gor’kij fu ucciso, ha ricordato trent’anni dopo il fatto. Era andato a trovarlo, e nell’attesa che la Nkvd gli impose in macchina, la polizia segreta, vide entrare Levin, il medico dello scrittore: ne dedusse che era entrato per ucciderlo. Lo dedusse dopo trent’anni, insuperabile opportunista, da stalinista che si voleva il contrario, con magione in rue de Varenne, vicino dell’ambasciatore d’Italia, e mulino dell’anno Mille con parco a Villeneuve. Della pasta di Fadeev, il nulla che sostituì Gor’kij all’Unione scrittori, per andare ai congressi della pace e acclamato dire: “Se gli sciacalli imparassero a scrivere a macchina e le iene a usare le biro scriverebbero le stesse cose di Henry Miller, Eliot, Malraux e i vari Sartre”. Uno che zittì perfino l’iperstalinista Garaudy, quando tentò d’opporsi all’arte di Partito, e non ricorda d’aver assassinato Nizan nel ‘39, bollandolo delatore, quando criticò il patto Hitler-Stalin. Nizan andò volontario in guerra e morì a Dunkerque, Aragon si è intronato pontefice delle lettere. Invidioso di Gide, che ai funerali di Gor’kij Stalin aveva voluto ospite d’onore – la propaganda era munifica, i turisti della rivoluzione ricevevano pure montagne di rubli, in diritti d’autore o borderò, era arduo poi dirne male..

Nizan fu dichiarato da Aragon e dal partito Comunista francese una spia e un traditore Sartre, che ne era l’amico del cuore, formavano la coppia “Nitre-Sarzan”, i due occhialuti della classe 1905 all’École Normale Supérieure, ne scrisse in morte un racconto nostalgico, che non pubblicò.

La storia del 1936 è dunque da scrivere. Nina Berberova sostiene che Gide e Aragon, che avevano programmato un viaggio a Mosca da Gor’kij, lo ritardarono per evitare rogne, prevenuti da Ehrenburg e Lilja Brik. Non è vero, se Aragon fu spettatore della morte di Gor’kij – se è vero ciò che scrive tardi in La mise à mort. Ma si sapeva che l’archivio segreto di Gor’kij era arrivato.

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