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sabato 24 settembre 2011

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (102)

Giuseppe Leuzzi

Gor’kij, nel lungo prodigioso racconto “Infanzia”, si ferma a metà libro per dire che “i russi sotto i proprietari terrieri erano migliori, era gente temperata, mentre adesso che sono tutti liberi valgono poco!” Cautelandosi, ma non molto: “Certo i signori non sono troppo generosi ma in compenso hanno più cervello; non lo si può dire di tutti, ma se un signore è buono c’è da restare incantati! Alcuni invece sono signori, sì, ma stupidi”.
È una delle verità sinuose della storia, della democrazia ben temperata. Della diversa sorte della Toscana e della Calabria, ai due estremi del “progresso morale e civile”. Due regioni agricole e non feudali, delle quali una è stata ricca di strozzini. Un grande passato, da Pitagora fino a Barlaam, è finito nella barbarie e una storia senza passato si è innescata ingloriosa.

Il popolo risponde alle rivoluzioni. Per esperienza diretta in più di un caso, in Etiopia, Angola, Iran. Con manifestazioni esteriori oppure no, non importa, ma compatto. Diventa operoso, leale, fiducioso, apprezza l’istruzione e vi si piega, tiene al decoro, a cominciare dalla pulizia, degli abiti, della casa e delle strade. Anche nei casi in cui la rivoluzione va contro l’interesse personale, i grandi proprietari e i funzionari imperiali in Iran e Etiopia, i meticci in Angola. Lo stesso accadeva al Sud dopo la guerra agli albori della Repubblica, in una col verbo socialista, che si voleva rivoluzionario e concreto: il contadino e l’operaio che vi accedeva diventava automaticamente leale, attivo, costruttivo, e sempre aperto al didattismo e all’autodidattismo. Sembra un altro mondo o un’epoca remota, confrontata alla stolida presunzione (assertiveness) di oggi, specie dei giovani - nella finta società dei diritti.

Fra gli “aneddoti” del libro di Amato e Peluffo, “Alfabeto italiano”, c’è un particolare che sempre sfugge: nel 1863, a poco più di un anno dall’unità, il governo Minghetti impiegava al Sud 120 mila uomini armati, la metà dell’esercito. Contro il “brigantaggio”. Tutti briganti al Sud?
Amato e Peluffo non dicono che l’esercito era di coscritti E che la coscrizione fu la prima molla del “brigantaggio”, la prima misura dalla nuova Italia – già avversata in Calabria dai “Massisti” nel 1806, quando fu introdotta dai napoleonidi.

Un colonnello dei carabinieri che ha comandato la compagnia di Gioia Tauro e la tenenza di Firenze dice che la differenza è questa: “Qui (in Calabria), quando arrivano i soldi (del governo, dell’Ue) se li spartiscono tutti, a Firenze solo alcuni”. Divisi in maggioranza e minoranza, ma esclusivi.

I carabinieri sanno tutto e denunciano tutto. Ma dopo un po’, dopo aver conosciuto i Procuratori della Repubblica, “si regolano”: fanno quello che ci si aspetta da loro.

Milano
Miss Italia 2011 è una ragazza di Sinopoli, nell’Apromonte, in Calabria. Forse per questo non merita una riga sul “Corriere della sera”. Che ne ha invece, con foto purtroppo irreparabile, per Franca Sozzani “ambasciatrice dell’Onu”. Chi è Sozzani? Una giornalista milanese di giornali femminili. Che ambasceria porterà? L’eleganza.

Dappertutto dove ci sono affari loschi c’è Intesa, con l’ad Corrado Passera, pupillo del Gran Capo Bazoli, l’uomo della Curia potentissima della “capitale morale”, attivissimo. C’è da pagare il tangentone a Gavio? Ecco Intesa. C’è da “consigliare” Caprotti di regalare l’Esselunga alle Coop? Ecco Intesa. Si direbbe mafia. Ma la Procura di Milano continua a inchinarsi a Passera, Bazoli, Intesa. Non sarà concorso in associazione mafiosa, seppure esterno?

Ampia, anche commossa, evocazione del partito neo guelfo sul “Corriere della sera” di martedì 20 settembre. Il messaggio della bene orchestrata partitura è: “Aspettare”. A tutte le seconde file che scalpitano, Casini, Fini, Rutelli, Marcegaglia, Montezemolo. Su ispirazione e in attesa, l’estraneo deve presumere, di Giovanni Bazoli, il patron surrettizio del giornale? Ma perché non essere chiari? Sembra una comunicazione in codice, di stampa mafioso.

Il giudice di Milano Patrizo Gattari condanna Caprotti, il padrone di Esselunga, a una grossa multa e al ritiro del libro “Falce e carrello”, eccependo “un’illecita concorrenza per denigrazione ai danni di coop Italia”. Nel libro Caprotti documenta, non smentito, una serie di vessazioni da parte delle amministrazioni locali delle regioni ex rosse ai suoi danni, del tipo codificato come mafioso. Il Tribunale di Milano è un tribunale di mafia, ancorché non sanguinaria?

La polpa senza l’osso
Si attraversa la Piana di Gioia Tauro con una sensazione di già visto. È il giardino delle Esperidi di remote letture: uliveti sterminati, rigogliosi, agrumeti a vista d’occhio, coltivazioni irrigue lungo i fiumi. Era uliveto, malgrado la malaria, già nel Settecento, i viaggiatori sbalordivano.
Remoto, già sentito, anche il “discorso” sulla Piana, di cinquanta, sessant’anni, una vita: la mosca, la lupa, la tignola, la cocciniglia, la fumaggine, non senza la lebbra, e il troppo caldo, il troppo freddo, la sovrapproduzione, la concorrenza, il prezzo, il costo del lavoro. Insomma, il noto tema avunculare “la rendita non basta più, bisogna intaccare il capitale”. E la sensazione che, se la Piana di Gioia Tauro fosse nella Pianura Padana, renderebbe cinque e dieci volte tanto.
Questo è un fatto. È la mafia? No. È il Nord? Solo in parte, in quanto patologia psicosomatica del Sud.
È un malattia che moltiplicasse la polpa, senza l’osso.

È “la Piana” per Bartels, il senatore e borgomastro di Amburgo, che l’attraversò nel 1786, “lunga 40-50 miglia italiane, profonda 18-20” – un “miglio italiano” è 1.837 metri. Antonio Genovesi, l’economista napoletano padre dell’Economia politica, la dice una miniera di superficie, “miniera sopra terra”. Bartels, che ci ha viaggiato, è al solito perspicace: “Per quel che riguarda la fertilità, questa Piana è il paradiso in terra”, annota sintetico. Ma il tutto è disorganizzato, incolto, trascurato, le olive marciscono per terra perché non si sa come raccoglierle, il “discorso” già sentito. L’altopiano da Pizzo a Mileto (oggi del Monte Poro, n.d.r.) fornisce un terzo del frumento alla Calabria Ulteriore, ma… Iatrinoli e Radicena (borghi oggi assemblati in Taurianova, n.d.r.) “da sole producono annualmente 50 mila ducati napoletani di un lino che non ha nulla da invidiare per qualità a quello alessandrino”, ma….

Carlantonio Pilati, il giurista trentino che viaggiò in Calabria nel 1775, nota che l’unico commercio della regione è possibile solo per l’intraprendenza dei liguri, che sopperiscono alla mancanza di porti con le loro piccole imbarcazioni. E un raffronto sorge, tra le Cinque Terre e la Costa Viola, il tratto di costa calabrese tra Palmi e Scilla, pieno di Ulissidi, Oreste e Répaci, nonché di anfratti e grotte marine, spiagge isolate, profumi. Le Cinque Terre sono un business turistico fiorentissimo. Lungo la Costa Viola, che chiude la Piana a Sud, nessuna escursione è possibile, a nessun prezzo: non interessa, troppa fatica.

leuzzi@antiit.eu

Sindaci di passo in bassa Maremma

Sono una cinquantina di km. scarsi, Santa Maria di Rispescia-Garavicchio, sull’Aurelia, ma sono conosciuti da mezza Italia. E non perché l’Aurelia e la N.1, come dicono le carte, delle strade italiane. I 50 km. sono conosciuti da chi ne farebbe a meno: tutti i romani che hanno casa nel grossetano, e tutti gli avventurati che debbano per esempio viaggiare spesso per lavoro tra Roma e Pisa. Per andare a Genova ormai si preferisce allungare, facendo la Roma-Firenze, e poi la Firenze-Mare: si arriva prima e si evitano le trappole. I 50 km. sono infatti insidiosissimi, per le tagliole tese dai sindaci dei comuni afferenti, a caccia di un facile tesoro. Un tempo, nella stessa regione, la bassa Maremma, spadroneggiavano i banditi di passo: i sindaci si provano a emularli.
Non c’entra la protezione della Maremma, non c’entra l’ambiente, è una sordida storia di casse comunali che impedisce la costruzione dell’autostrada Rosignano-Civitavecchia, da quarant'anni ormai impedendo il completamento della Gemova-Roma, l’Autostrada Azzurra. La Maremma per tre quarti ne sarebbe felice, quella più popolata e operosa: Piombino, Follonica, San Vincenzo, Castiglione della Pescaia, la stessa Grosseto. Nella bassa Maremma è diverso, l’opposizione è corale, cioè bipartisan, e decisa: ogni pratica deve durare decenni e l’autostrada può aspettare.
Il Comune di Orbetello è il più attivo, di cui è sindaco Matteoli. Il ministro ex An ora Pdl che nel 2001 e nel 2008 promise in pochi anni l’autostrada, che però non si vede. Non è il solo e non è il primo: i Comuni della bassa Maremma si oppongono all’autostrada, da quaranta o cinquant’anni, perché hanno trovato nella vecchia Aurelia una miniera. Meglio di Orbetello fa Magliano in Toscana, che ha soltanto un paio di km. di Aurelia, ma procaccia di estrarne la voce più consistente del suo bilancio.
Il materiale prezioso dell’Aurelia sono le multe per eccesso di velocità. Ma la velocità non c’entra, la sicurezza cioè. I comuni della fascia si sono dotati di paline che a ogni km. mutano la velocità massima, da 90 a 70, a 60, a 50, e perfino in un paio di casi a 40, per “incrocio a raso”, “serie di incroci a raso”, da cui magari non accede mai nessuno, non ci sono fattorie, nemmeno case isolate, “centri abitati”, “dossi”, “strada dissestata”, appostando dietro le paline i misuratori di velocità: chi non frena con immediatezza viene multato. Si parte da 180 euro. Si viene multati in automatico, da macchine di cui non è possibile indagare la precisione. Non tutti i giorni, bisogna dire, i comuni si alternano nell’esazione, ci sarà un cordinamento.
Il controllo della velocità è un trucco da banditi di passo, seppure sindaci e assessori. Che alimenta semmai l’insicurezza e non la riduce: dopo tanti anni gli abitudinari per evitare le sorprese marciano al limite minimo, sui 50 km. l’ora, costringendo a sorpassi azzardati a catena i novellini e gli occasionali. Ed è un controllo anche illegale, poiché non viene osservata la legge che impone di segnalare con anticipo l’autovelox o l’analogo congegno di controllo. Ma il giudice di pace di Orbetello garantisce, che da sempre e comunque dà ragione agli esattori. Raddoppiando la multa, più le spese – quindi si parte da 500 euro a botta.
Garavicchio segna il limite della provincia di Grosseto e delle competenze di Orbetello. Fino a Garavicchio, o dopo Garavicchio venendo da Nord, l’Anas ha potuto completare la strada a due corsie con spartitraffico centrale, senza ledere evidentemente le entrare e uscite delle (rare) fattorie isolate, i comuni del viterbese hanno evidentemente un’altra cultura che e si può andare in sicurezza e senza taglie a 90 km. l’ora.

venerdì 23 settembre 2011

La congiura dei banchieri

Che Stark, Mersch e Noot dichiarino da fallimento la Grecia e “incommerciabile” il debito italiano non è irrilevante, trattandosi di banchieri centrali europei, il primo appena dimesso dalla Banca centrale europea, gli altri presidenti delle banche centrali lussemburghese e olandese. Che con le loro dichiarazioni concorrano ad aggravare il debito italiano, questo lo capisce chiunque: ogni punto d’interesse in più che l’Italia deve pagare per le dichiarazioni di questi signori è uno-due miliardi in più di debito. Che questi banchieri parlino a vanvera è da escludere, dato il duro tirocinio, politico più che accademico, che hanno superato per stare dove stanno: sanno di che parlano.
Non sono d’altra parte pazzi solitari. Jens Weidmann, presidente della Bundesbank, è con loro, anche se non parla, avendo rifiutato l’acquisto di Btp, che anzi ha venduto. E Weidmann è diventato presidente per essere stato consulente della cancelliera Angela Merkel. Alla stessa maniera ambigua ma fattuale, sono con gli antitaliani i presidenti delle banche centrali austriaca, Ewald Novotny, e belga, Luc Coene.
È una congiura? È possibile: sono banchieri pubblici che hanno avuto almeno un passaggio negli affari. È una serie di pronunciamenti scaglionati. Senza una causa, senza nemmeno un pretesto. Senza una ragione o finalità tecnica. Aggressivi e non difensivi: sono diretti contro, e non per - contro la Grecia, contro l’Italia, e non a difesa dell’euro. E sanno di razzista: anche le facce hanno brutte, compreso l’emolliente, volpino, Weidmann. Le banche centrali di Lussemburgo, Olanda, Belgio e Austria sono peraltro simulacri, escrescenze della Bundesbank.

Ombre - 103

Emma Marcegaglia si candida a governare bene il paese, infine, chiedendo sbracata una crisi di governo. Impudenza? Vecchia Dc, il neoguelfismo è antico.

Sabato la giudice di Bari Pontassuglia ha dato la sua versione dei fatti su Tarantini ai colleghi di Napoli e Lecce e martedì la sua testimonianza, ben riassestata redazionalmente, era a disposizione dei giornali amici della Procura napoletana. Poi dice che la giustizia non funziona.

Pontassuglia è la giudice che ha letto le 100 mila intercettazioni, dice, e le ha editate. Ma ha anche parlato di persona con gli imputati. Ecco come si esprime: “Mi pare di ricordare, ma non ne sono certa, che quest’ultimo tirò fuori dalla tasca un biglietto con degli appunti”.
Quest’ultimo è Tarantini, che la signora ha appena detto in possesso di un biglietto del Procuratore generale di Bari Laudati con le indicazioni delle cose da dire.
Che pensarne? Che la giustizia è un terreno minato – il lampo: è se Laudati la scampasse?.

Arringa di Bianconi sul “Corriere della sera” martedì contro Laudati a favore del colonnello della Finanza Paglino. Confidente privilegiato del giornale e per questo arrestato da Laudati. Ma il terminale delle confidenze di Paglino non era “una giornalista” compiacente? E Bianconi non fa Giovanni?

Il generale dei carabinieri Mori vuole andare a fondo nel processo che Palermo gli sta facendo da un quindicennio per associazione mafiosa, rinunciando alla prescrizione. La notizia non merita una riga nei giornali della Procura di Palermo. La Procura sarebbe andata volentieri incontro alla prescrizione? C’è una Spectre tra i giornali e i giudici del Compromesso?

“Sollievo Gila: fuori sei settimane”, titola “La Nazione” dell’infortunato Gilardino. Sono sollevati i tifosi? La squadra?

A Firenze, alla scuola “Baracca”, un’educatrice della materna ha avuto una crisi da overdose nel bagno. Nessuno se n’era accorto, della dirigenza, dei colleghi, delle famiglie. Omertà?
Per “La nazione” e “Repubblica” conta solo il pronto allontanamento dell’educatrice, per il “Corriere della sera” il fatto non fa notizia. Se non c’entra la Gelmini, non è scuola?

L’1 per cento di aumento dell’Iva è stato la battaglia del fine settimana, Si sono fatti calcoli su calcoli di quanto questa misura così vessatoria costerà, c’è chi è arrivato a 33 miliardi. Di lire?

La società Autostrade spiega con un cartello a tutti i caselli che è costretta ad applicare l’aumento dell’Iva, e si scusa quindi se il pedaggio aumenterà. Anche i Benetton dunque nel fronte della resistenza – dopo avere incassato da Tremonti un piano pluriennale di aumenti senza (praticamente) impegni di spesa.
Ma il pedaggio non aumenta dello 0,20 per cento, come vorrebbe l’1 per cento di aumento sull’Iva al 20 per cento. Che farebbe venti centesimi per ogni dieci euro. Sui pochi chilometri Versilia-Rosignano i resistenti Benetton lo fanno passare da 7,60 a 8,20 euro. Chi è il ladro?

“ll Sole 24 Ore” fa di più, il giornale di Emma Marcegaglia: commissiona un servizio in prima pagine per dire che l’1 per cento farà aumentare il cappuccino. E questo è Emma for president – i democristiani non deludono mai, sempre sono mediocri.

Il giudice milanese Patrizio Gattari ha condannato l’industriale Caprotti a 300 mila euro di multa, una cifra colossale in Italia, per concorrenza sleale alle Coop col suo libro “Falce e carrello”, e ha ordinato la confisca del libro. “Repubblica” e “La Stampa” tacciono il fatto. Il “Corriere della sera” ci arriva quattro giorni dopo, quando il caso è stato assunto dai berlusconiani, che protestano. “Il Sole 24 Ore” ne fa un’agenzia. Per “Il Fatto” la sentenza è mite.
Caprotti aveva descritto in dettaglio le vessazioni delle amministrazioni comunali in Emilia Romagna. E il crescendo di pressioni della Lega delle cooperative, di Banca Intesa e di Romano Prodi perché cedesse alle Coop i suoi supermercati.

Il “Corriere della sera” costringe Stefano Montefiori a trascrivere e tradurre, e i suoi lettori a trangugiare, un elogio di Bernard-Henry Lévy su Sarkozy a Bengasi che è inverosimile per piaggeria e stupidità. Chi l’avesse mancato lo trova qui, da non perdere:

Assange assicura a “Repubblica” che cercherà i segreti del Vaticano e quelli degli anni di piombo. È già si capisce il tipo. Poi dice che l’Italia ha un’informazione solo “parzialmente libera”. Al livello della Bulgaria e della Romania, specifica, al di sotto della Serbia e del Benin.
Wikileaks e “Repubblica” esclusi, si suppone.
Ma è vero che l’Italia è l’unico paese dove Assange è ancora profeta.

“Così la scuola scoppia”, titola “Repubblica” un ampio servizio di Vera Schiavazzi sullo sfascio delle scuole pubbliche: “classi pollaio”, “emergenza affollamento”, “sicurezza a rischio”. Meglio le private.
Corrado Zunino concorre dibattendo il numero massimo per classe: 25? 30? Venticinque l’avrebbe stabilito il Consiglio di Stato. Lasciando ai presidi la deroga. In Francia le classi alle superiori sono anche di 50, per una pedagogia che vuole i ragazzi personalmente impegnati.
Ma, poi, un grafico spiega che le classi con più di 30 alunni sono 2.108 su 350 mila, lo 0,6 per cento. Sono troppe, o troppo poche?

giovedì 22 settembre 2011

L’Oriente in Svizzera, diseducativo

Le Guide della Lega sono in marcia, nella geografia e nel tempo, “al servizio degli Svevi, e a preparare la conquista della Sicilia” – che agli Hohenstaufen arrivò in dote con Costanza d’Altavilla. Il resto è della stessa sostanza. La Lega si vuole di “Zoroastro, Lao-Tse, Platone, Senofonte, Pitagora, Alberto Magno, Don Chisciotte, Tristram Shandy, Novalis, Baudelaire” – perché di Senofonte? La crociata finisce, dopo il “temerario attraversamento della Svevia superiore”, e un “trionfo al Bremgarten”, nel Canton Ticino, tra Montagnola e Morbio Inferiore. Hesse è famoso per essere stato il primo Nobel della letteratura, un Nobel tedesco, nel 1946, dopo la guerra, ma preferiva la Svizzera.
Il “Pellegrinaggio” è stato opera di formazione per molte generazioni, fino all’età dell’Acquario – non purtroppo, quando è uscito, nel 1932. Ma oggi questo Oriente che, Hesse pretende , “era il Dappertutto e l’In-Nessun Luogo, era l’unificazione di tutti i tempi”, si può leggere solo come uno scherzo - un giorno si scoprirà che il Bildunsroman ha rovinato l’Occidente, la masturbazione (in due secoli certo, l’Occidente è coriaceo).
Herman Hesse, Il pellegrinaggio in Oriente, Il Sole 24 ORE, pp. 76 €0,50

Letture - 72

letterautore

Gor’kij – La trilogia autobiografica, specie “Infanzia”, le sofferenze di un bambino, è materia deprimentissima vivificata dalla scrittura – o dalla traduzione Bur, di EmanuelaGuercetti? Questo primo Gor’kij sarà la radice del neo realismo. Meglio di Verga e il verismo, che è parte della “questione del Mezzogiorno”, o del picaresco metropolitano di Dickens. Una radice doppia, per essere storia russa oltre che di deiezione, ma quanto più viva del suo epigono. La politica non è di beneficio alla letteratura – non lo è mai stata?

Nietzsche - Nietzsche contro Nietzsche è il suo vero libro, scritto con la vita: se la filosofia di Aristotele è la meraviglia del mondo, quella di Nietzsche è la meraviglia di se stesso, che anche nell’amata Italia visse come in un teatro, occupato a rappresentarsi.
Giustamente Nietzsche è Cristo in croce, come da ultimo pretendeva, per essersi autocrocefisso.

Pessoa – Gli eteronimi sono genere comune nella letteratura del Novecento, molto autoriale. In Pirandello, indirettamente, in Proust, tanto e scopertamente (un po’ Bergotte, tanto Charlus, specie nel rapporto sadico coi Morel, o Saint-Loup, che ama i bordelli, un po’ anche il malinconico Swann). Pessoa in realtà ne fa dei personaggi, distinti da se stesso. Ben costruiti, con carattere proprio, non rifiuti o escrescenze..

Proust – “Non che io fossi del tutto indifferente alla permanenza di Albertine in casa mia”. L’approccio a quella che potrebbe essere la prima redazione delle varie “Albertine”, che La Biblioteca di Repubblica intitola “Precauzione inutile”, conferma l’inaffettività di Proust. Scoperta com’è della patinatura, del testo rivisto e levigato: le 150 pagine sono un canovaccio dell’umbratile personaggio di cui Proust più si è fatto schermo. L’inaffettività si era supposta effetto dell’amore esaustivo della madre, che però non convince neanch’esso: la madre e l’adorata nonna ricorrono qui in molti spunti in necessari, se non alla derisione.
L’indifferenza è detta alla pagina quattro (p.18 della Biblioteca di Repubblica) di un racconto che si vuole d’amore. Dopo aver raccontato, come niente: “Ogni sera, sul tardi, prima di lasciarmi, infilava nella mia bocca la sua lingua”. Poco prima di assolversi:“Lo snobismo è una malattia grave dell’anima, ma localizzata e che non la guasta nella sua interezza”.
L’inaffettività l’autore limita alle sole donne: “Le doti intellettuali di una donna mi hanno interessato sempre poco, e se le ho fatte notare ora all’una ora all’altra, è stato per pura cortesia”. Ma Albertine è una che tiene in casa e a cui ha proposto il matrimonio “senza sentirmi”, dice, “minimamente innamorato”. La storia non funzione nemmeno a supporre Albertine un uomo: irridente, superficiale, ininteressante all’autore, se non come esercitazione di bravura – “certo, per natura il mondo dei possibili è stato per me più aperto di quello della contingenza reale”.
L’unica storia d’amore in cui Proust si sia cimentato, quale che sia il sesso di Albertine, è qui esposta onestamente nella natura stessa dell’innamorata-o, un manichino – una gruccia. La parte centrale del racconto, l’innamoramento, è centrata su Albertine “in tutto simile a me”. E l’innamoramento avviene quando Albertine dorme: “Ci sono esseri il cui volto assume una bellezza e una maestà insolite se soltanto non hanno più lo sguardo”. Il narratore la sta allora a guardare “per ore”. Un esercizio di onanismo. Che si conclude così: “Guardare dormire senza muoversi finisce per diventare stancante”. Il tutto alla vigilia, o per il sospetto, di una visita di Albertine in casa Verdurin, il posto più noioso delle “Recherche”.
L’amore? “L’amore è un male inguaribile come quelle diatesi in cui i reumatismi danno un po’ di tregua solo per fare posto a emicranie epilettiformi”.

Lo scrittore ha idee vaghe su come si organizza un rapporto d’amore (in mille forme certo, ma non in quella vaga e pretestuosa che lui predilige), e su questo aspetto non si documenta, non con le mamme e le zie, non con le corrispondenti, la vasta memorialisica su Proust non ce ne dice nulla. Albertine lo scrittore ci mostra in giro per la sua casa come una mantenuta, seppure giovane, il tipo di donna più diffuso nelle letteratura di svago fin-de-siècle.

letterautore@antiit.eu

mercoledì 21 settembre 2011

Affari a Milano, con Intesa

La Milano-Serravalle? Se ne occupa Intesa. La Esselunga alle Coop? Se ne occupa Intesa. In ogni affare che emerge, casualmente, alle cronache di Milano la banca di Bazoli e Passera è protagonista. A conferma di una nozione comune in città, che il vero broker d’affari è il presidente di Banca Intesa, col suo amministratore delegato. Per i mezzi che può movimentare – il migliore mezzo di persuasione. E per l’impunità che è in grado di assicurare sul versante della Procura della Repubblica.
Nel caso delle Esselunga, Bernardo Caprotti ha scritto oggi una lettere illuminante sugli “inviti” pressanti subiti da Banca Intesa per cedere la sua catena di supermarket alla Coop. Nel quadro di un sistema di pressioni quasi coercitivo, che vide schierato a favore pure Prodi.
Più dichiaratamente criminoso il ruolo di Banca Intesa nell’affare Milano-Serravalle. Nel quale la banca ha finanziato l’affare con un debito irriducibile, che si sta mangiando tutte le risorse dell’azienda pubblica. Ma secondo ogni apparenza ha smistato il pagamento anche a soggetti politici che non erano parte dell’affare.

Affari a Firenze, col Partito

Utilizzando i fondi del Centocinquantenario Firenze si costruisce un nuovo Teatro Comunale, denominandolo Parco della musica. Il vecchio, in centro, destina alla Lega delle cooperative: 20 mila mq. riutilizzabili per residenze, negozi, alberghi. Altri gruppi si erano interessati ma poi si sono ritirati. La Lega sta tirando sul prezzo, ma è acquirente unica.
La chiusura del teatro Comunale significherà lo stato di crisi per il Maggio musicale fiorentino e la sua struttura organizzativa. Un paio di centinaia di posti di lavoro. Ma il sindacato non ha contestato l’abbandono del Comunale e non obietta alla crisi del Maggio. Anzi, fa sapere che una cinquantina di dipendenti volentieri si prepensioneranno.
La Coop ha anche in appalto la costruzione e in concessione la gestione della metropolitana fiorentina di superficie. Due linee di tram che attraverseranno piazza del Duomo.
I mq. del Parco sono quattro volte quelli del vecchio Comunale, circa otto ettari. Non centrali ma non periferici: attorno all’ex stazione Leopolda e al Parco reale delle Cascine. Comprenderanno l’auditorium naturalmente, e poi residenze e negozi.
L’appalto qui è andato a società “amiche”, si diceva una volta quando esisteva la Dc - l'altra anima del Partito he governa la città e gli affari. È un appalto fuori gara, a licitazione diretta, la cui gestione è toccata al sindaco Renzi. Il costo è lievitato in un anno da 82,5 a 153 milioni. Le società prescelte sono le romane Sac e Igit, legate al vicariato, parte del sistema di tangenti di cui era gestore Diego Anemone, in parte destinate allo stesso vicariato. Una società che pretendeva una gara pubblica, la fiorentina Baldassini Tognozzi Pontello, e che aveva protestato, è stata mandata sotto processo dalla Procura di Firenze, che le ha creato attorno una Loggia P 3.
Quanto ai Della Valle, potranno ora costruire. Non più a Castello ma nell’area Mercafir. Non un ripiegio: Mercafir è meno periferica e abbastanza consistente, 36 ettari. Mediati dal sindaco Renzi. Il progetto Castello invece era stato emdiato dal sindaco precedente, Domenici. Entrambi i sindaci sono del Pd, ma Renzi è antidiessino.

martedì 20 settembre 2011

Il mercato vuole Eni, Enel e Finmeccanica

L’oro della Banca d’Italia? La patrimoniale? Le pensioni di anzianità? Nulla di tutto questo, il mercato vuole l’Eni, l’Enel e la Finmccanica, le quote che sono ancora in mano pubblica. Subito, cioè a prezzi di favore. Il debito italiano è un “falso scopo”, si dice in artiglieria, l’obiettivo è un altro. Standard and Poor’s lo dice anche, e dà un termine per la vendita, dodici mesi.
Le tre privatizzazioni non potrebbero fruttare, nelle migliori condizioni, più di 25 miliardi, la metà della manovra appena varata. Ma questo non importa: qui non si tratta della solvibilità del debito italiano, che nessuno mette in dubbio (le Borse hanno ignorato il declassamento di Standard and Poor’s), ma della svendita obbligata delle tre partecipazioni pubbliche. Tre ottime aziende, che fruttano ogni anno alcuni miliardi di dividendi.
Si può leggere così anche la sequenza degli eventi, senza danno per la verità sostanziale. Ieri mattina il “Wall Street Journal”, il giornale degli affari, dettagliava le richieste del mercato con le privatizzazioni, la notte Standard and Poor’s facilitava la strada ai compratori, con l’improvviso declassamento del debito italiano. A nemmeno una settimana dalla manovra tagliadebito, giudicata positivamente dall’Unione e dalla Banca europea, e dal Fmi. E con l’avvertimento senza precedenti a procedere entro dodici mesi. Senza scandalo perché così vanno le cose nel mercato.
L’agenzia americana ha peggiorato la valutazione del debito italiano all’indomani del suo indubbio miglioramento. Non l’ha fatto perché chiede misure di diversa affidabilità o consistenza: l’ha fatto per costringere il Tesoro a vendere le sue quote nei tre gruppi pubblici, subito, a qualsiasi condizione.

Problemi di base - 74

spock

Eco boccia il papa in teologia: diavolo di un semiologo?

È la fede libertina, come la teologia?

Se ama le solitudini, perché Dio s’impelagò nella creazione?

O non sarà Dio anche farlocco?

Perché La 7 manda Mentana con l’elicottero a ritirare il premio Boccaccio?
Perché dobbiamo pagare il canone a La 7-Telecom?
Perché il canone La 7-Telecom è così caro, 204 euro, e poi l’elicottero da Roma a Certaldo fa due ore di ritardo?

Se la verità trionfa sempre, perché questo non è vero?

Perché nessun giudice arresta gli affaristi, per esempio, di Standard and Poor’s?

Il concorso esterno resta solo per Dell’Utri?

spock@antiit.eu

La quadreria dell’amore in Proust

Storia d’amore rivelatrice. In questa prima redazione non levigata, quasi un canovaccio: Proust non ama, che lei sia un lui o una lei immaginaria, non sa amare e non se ne occupa. Si è dato un soggetto e su quello costruisce una storia – che del resto non c’è. Il tema è il suo più profuso, in una con l’amore omosessuale, ed è la gelosia. Ma non in forma di passione, in forma analitica. E anche qui senza incidere: il sentore è ineliminabile di una prosa fin-de-siècle, e di seconda fila, sbarazzina: da Lorrain e Rachilde a Willy-Colette. Nel tocco di superficie, come la scrittura, leggera, mai drammatica, volutamente non incisiva, “seicentesca” (divagatoria, irrelata), e nelle moralità inoffensive, i falsi lei-lui, le composizioni casuali, la stessa disposizione dei quadri, la quadreria..
Marcel Proust, Precauzione inutile, Biblioteca di Repubblica, pp. 128 € 1

lunedì 19 settembre 2011

Dopo Berlusconi niente

Nominando Alfano capo (nominale) del suo partito, Berlusconi prepara, con Napolitano (e con la Procura di Milano?), il governo tecnico o di transizione, di Tremonti o Monti. Berlusconi ha fatto il cosiddetto passo indietro, Milano ora gioca pesante. Alfano invece, giovane-vecchio democristiano, potrà parlare con Casini, e forse anche con Bersani.
In questo senso si può dire la fine di un regime. Alfano assicura che dopo Berlusconi ci sarà Berlusconi, ma si sa che non ci crede, che lo stesso Berlusconi non ci crede – non ci sarà giudizio e non c’è difesa possibile da centomila intercettazioni. Nell’altra legislatura di governo, l’euroscettico Berlusconi era stato salvato dal “vincolo europeo”, alcune volte, nel semestre di presidenza, e nelle (poche) riforme, della previdenza, del lavoro. Ora lui stesso mostra di non credere al miracolo. Ma non c’è un candidato possibile al posto suo.
Non c’è però nemmeno opposizione. Che è frammentata e concorrente al suo interno. Meno che meno c’è un candidato credibile dell’opposizione. Un candidato sarà necessario con qualsiasi legge elettorale si voti. Di Pietro? Vendola? Marcegaglia? Casini? Montezemolo? Monti? Tremonti? L’elenco delle autocandidature è impressionante, ma nel senso della futilità. E così lo stesso Bersani. In precedenza Prodi aveva superato questo vuoto dell’opposizione, ma adesso si vuole fuori gara, e non c’è nessuno che ne approssimi la credibilità.

Non è il 1992, è peggio

C’è la corruzione, inalterata, inalterabile. E c’è il perbenismo autoassolutorio. A chi va cercando un nuovo 1992 nel ventennale molti indizi si presentano uguali, ma in una sommatoria ben peggiore. La prima e dirimente essendo che non c’è un Di Pietro che, con un’imputazione semplice, una sola, scardina montagne di malaffare, mentre abbiamo montagne di pettegolezzi che scardineranno, forse, una sola persona. Ma allarghiamo l’obiettivo.
Oggi come allora abbiamo i giudici. Senza un Di Pietro, appunto, ma più filibustieri. E c’è la spartizione del business pubblico, oggi più larga di allora ma solo marginalmente perseguita - quando proprio non se ne può fare a meno. I grandi affari politici (appalti, varianti, varianti al piano regolatore, permessi, concessioni) non sono di Bisignani (P 4) né di Verdini (P 3). C’è immutata la strafottenza dell’ex partito russo, detto anche delle toghe e dei capi redattori: Bersani, Enrico Letta, che sempre si appellano all’“Economist”, che evidentemente non leggono - e portano a esempi di statemanship Sarkozy e Merkel... Coi suoi soliti compagni di strada che consigliano il peggio, primo tra essi il solito Scalfari (“Abbiamo un governo che deve eseguire gli ordini che gli vengono dati da Berlino e da Parigi tramite Barroso da una parte e Trichet dall’altra”…).
C’è Napolitano, che oggi come allora (dalla presidenza della Camera) tiene il timone con saldezza.
Ma non c’è Ruini, c’è un cento mons. Crociata, che fa il martire. E non c’è Topo Gigio Amato, c’è il maestrino Tremonti.
C’è naturalmente Berlusconi, che troppo distrae. C’è Prodi, che sa di che si tratta (“È prima di tutto necessario ribadire che l’obiettivo di giungere al pareggio di bilancio entro due anni deve essere solennemente confermato”, altro che ordini). E c’è la Banca centrale europea, o almeno l’edizione Trichet della stessa, che nella confusione europea degli “statisti” Sarkozy e Merkel ha fatto argine. Mentre allora c’era l’insostenibile sopravvalutazione della lira sul marco, il grave errore di Ciampi e Draghi. E tuttavia può finire male: il vincolo europeo è nel caso un cappio, imperscrutabile e irresoluto. Mentre la corruzione parte dagli stessi giudici – ogni carabinieri lo sa.

La cura tedesca non funziona

Si parla molto in termini critici della manovra appena adottata, perché inadeguata e presto insufficiente, e non funzionale alla ripresa dell’economia. Ma senza dire che è una manovra europea, e anzi tedesca. Non è anzi la prima, e nemmeno la più dura.
Prima della manovra appena votata, da 50 miliardi, ce n’è stata una da 60 mila miliardi di lire del governo Prodi quindici anni fa, per consentire l’ingresso dell’Italia nell’euro alla partenza della moneta unica. E una da 93 mila miliardi di lire poco meno di vent’anni fa, nel 1992, varata dal governo Amato dopo la svalutazione della lira e la sua fuoriuscita dallo Sme-euro.
L’ultima manovra è, in rapporto al pil, appena un terzo, o poco più, rispetto a quella del 1992: prevede infatti una correzione dei conti pubblici del 3 per cento in due anni, contro l’8 per cento dei quindici mesi 1992-93. Resta da vedere se, come le altre due, anche l’ultima manovra non sarà risolutiva e quindi propriamente ultima.
A condizioni immutate non lo sarà: è nelle cose. Non si pagano i debiti con nuovi debiti. O riducendo il reddito disponibile – il rapporto debito-pil comunque si aggrava, al più resta inalterato rendendo vani i sacrifici. La ricetta tedesca non funziona.
Questo sito ha sempre spiegato che, in assenza di un parziale consolidamento del debito, l’Europa dell’euro non può funzionare. Non può crescere cioè, creare lavoro e reddito. Il consolidamento andava fatto prima, e questo è stato l’errore di chi l’euro l’ha voluto senza un previo risanamento-abbattimento del debito. Ora il consolidamento, seppure ridotto, andrebbe fatto con gli eurobond, le emissioni europee, se non altro per ridurre i costi dei rinnovi e delle nuove emissioni di obbligazioni pubbliche.

Vincolo europeo per tutti

Dopo il varo della manovra-bis, o ter, Jean-Claude Trichet ha voluto dichiarare alla radio francese Europe 1 di avere personalmente e preventivamente “chiesto al governo italiano, in modo estremamente chiaro, un certo numero di decisioni, che sono state prese”. In precedenza lo stesso Trichet aveva fatto sapere alla stampa che la richiesta era stata avanzata. Il presidente della Banca centrale ha dovuto contravvenire alla riservatezza connessa alla sua carica, e al suo stile sobrio, per giustificare l’acquisto di Btp. Per fugare i timori tedeschi. Sempre la Germania, dunque. Ma con una novità.
Trichet ha voluto dare pubblicità al suo intervento. E a Europe 1 ha mostrato di farsene vanto. Più che giustificarsi, il presidente della Banca centrale europea ha voluto dare argomenti al partito tedesco pro euro. Il “vincolo europeo”, da un cinquantennio il “decisore” per conto degli inetti governi italiani, lo diventa adesso per la Germania e ogni altro paese dell’Unione Europea: non ci sono postiglioni, tutti cavalli al carro dell’euro.

domenica 18 settembre 2011

Il mondo com'è - 69

astofo

Evasione fiscale - Il capitalista, che Constant voleva privare, al pari del lavoratore, dei diritti politici, si conferma razza padrona d’ogni virtù ogni giorno con la ritenuta alla fonte, l’arma che da quarant’anni, dalla riforma Visentini, fiacca gli antipatrioti e crea il debito. Metà dei cittadini, i salariati, paga l’imposta sul reddito prima ancora di percepire lo stesso reddito, l’altra metà può pagare quando e quanto vuole. Oppure può non pagare: per splitting e altre norme di surroga, per compensare perdite fittizie, ancorché regolamentari, per non voler pagare.
L’evasione fiscale nasce con le due categorie di cittadini, prima non c’era - era marginale, come ogni fatto delittuoso, non un quarto dell’economia. Quindi nasce dalle due categorie.

Germania – Thomas Mann non la voleva occidentale, europea, anche se per polemica contro l’Intesa nella prima guerra mondale. Assolutamente non voleva una Germania anglo-francese, democratica cioè. Ma non la voleva da occidentale, da europeo, e perfino un po’ da francese.
Periodicamente ha dei soprassalti di virtuismo, che la Germania è bella-e-buona e gli altri cattivi. È questo che ne ha fatto la storia in più punti innominabile. Specie quando ha elaborato piani di supremazia o imperiali, con gli ultimi due kaiser dopo Sadowa, con Hitler, e ora sotto traccia con la Repubblica federale di Berlino: non sa accettare le diversità, vuole tutto tedesco, e non sa come.
La confusione è infatti l’altro tratto caratteristico della Germania. Storica, filosofica, politica, ideale. mentre Raramente la Germania ha fatto quello che voleva, sapeva, e riusciva a fare: con Federico il Grande la “creazione” della Prussia, con Bismarck quella del Reich tedesco, con la Repubblica di Bonn l’asse europeo.
Da qui, spesso contro le intenzioni (il “buon cuore” dei tedeschi), il senso di esclusione che ogni nuovo suddito risente contro la Germania, nell’Europa orientale un secolo fa, ora nell’Unione Europea. Mentre molti si sono gloriati dell’occupazione francese, napoleonica, e la buona memoria persiste, o nel dopoguerra di quella americana. Avviene così che gli Usa difendano l’euro, la Germania invece lo bombarda – non la Germania tutta, i suoi uomini “migliori”: Jürgen Stark, Axel Weber, Jens Weidmann, questi ultimi ex presidente e presidente della Bundesbank.

Occidente – È la chiesa, la cristianità. Per gli assetti e la tradizione politica, per gli assetti e i fondamenti sociali, per tutti i termini di ogni questione, dalla famiglia alla psicanalisi.
È della chiesa lo strumentario politico del’Occidente, a partire dalla democrazia, il governo dal basso, di cui ha ideato e sperimentato le varie forme, con una mobilità sociale senza precedenti e senza limiti. Più l’idea del progresso, della ricerca, della scoperta. Del miglioramento costante da perseguire pena la colpa. Dell’accumulo, o investimento. Nonché la situazione antropologica: della donna, dei figli, dell’istruzione, del matrimonio, dell’eredità.
Allo stesso modo, tutti i comunismi sono cristiani e, all’origine, occidentali. Comprese le loro deformazioni nella versione sovietica. Quelli giuridici: il comitato centrale, il politburo, la guida suprema. E quelli reali: la curia, i potentati, le correnti. Si può dire la chiesa all’origine di tutte le democrazia, liberali e popolari, che fanno l’Occidente.
La logica, la metafisica e la stessa ontologia, ammesso che non sia metafisica, sono passate non indenni dalla scolastica. Il nostro strumentario politico, sia i concetti che le istituzioni, il corpo dei funzionari dello Stato e lo Stato stesso, la rappresentanza, la maggioranza, il diritto registrato nei codici, è maturato dentro la chiesa. Come la stessa democrazia: la “volontà del popolo” è ecclesiastica, di preti, vescovi, sinodi, conclavi. E il partito: per il partito come per la chiesa “la fede nell’unità del fine risulta più forte della realtà”, riconosce Spengler, “e, come sempre in Occidente, si fonda su un libro”.
Non c’è altro Occidente.

Patriottismo – La Germania, senza confini naturali, se non fiumi che vengono regolarmente spostati, il patriottismo ha reciso, ragionato, indelebile. L’Italia invece, protetta da monti e mari, non è patria a nessuno. Il patriottismo è un fatto politico.

Terrorismo - È Nietzsche? È Stirner? È D’Annunzio? E poi Jünger? Sì, ma prima? È Gobineau. È il culmine della teoria dei primati, del corso unico della storia e della sua fine, che vuole invece boschi dalle cime scavezze, e dei paralogismi del neo illuminismo, della ragione povera. Buona, vera, perché povera. Che inevitabile porta a “Dio è nulla”, “les dieux s’en vont” e simili, il nichilismo di chi si castra per vendicarsi dell’amata. Bolscevismo, fascismo e nazismo, che si dicono figli di Hegel e parricidi, sono il distillato povero, per ubriaconi, dei primati.
L’uomo è un Cristo che, messo sul pinnacolo del tempio e invitato a buttarsi giù, “poiché di Lui sta scritto che gli angeli lo afferreranno e lo sorreggeranno e non cadrà e non si farà alcun male”, essendo il figlio di Dio, spavaldo si butta. Oppure guarda gli altri buttarsi, da lui incitati? Perché, dicevano bene l’Inquisitore e Ivan Karamazov, “gli uomini sono schiavi, con la costituzione del ribelle”.
Nella storia invece il terrorismo è orientale, dai ninja e gli hashishin ai salafiti e qaedisti. È parte cioè di una storia non provvidenziale, anarcoide. L’Occidente l’ha adottato negli ultimi due secoli.

astolfo@antiit.eu

Secondi pensieri - 76

zeulig

Angoscia - In Aristotele si chiama agonia: è la sterilità.

Anima – È l’incorporeo dell’uomo: l’angelo la cui parola, interna al corpo, è portata dal flusso del sangue. Gilgul, o Tiltel, da cui Toledo prese il nome, via Tuletula, l’equivalente ebraico dell’anima, è andare vagando.
Secondo Sophie de Grouchy “l’anima è un fuoco da alimentare, che si spegne se non s’attizza”. Che Simone Weil vuole sia amore: “L’anima che si trasferisce fuori del corpo in una altra cosa, questo è l’amore, il desiderio”. Sant’Agostino, che a volte è duro, anche antipatico, l’aveva decretato: “Nutre la mente solo ciò che la rallegra”. Si può dire la depressione un corpo senz’anima?

Dio – È la fantasia nel mondo fisico. La cancellazione della metafisica si è fatta in perdita, in favore di una ragione a scartamento ridotto.

Dio è morto? Come pensare che un artista lo creda? Quello di Nietzsche era quello della sedia gestatoria, della polemica luterana.
Nietzsche ci vedeva anche poco. L’Italia era piena di divinità, ma Nietzsche non ha visto neanche quelle.

Una consistente tradizione lo vuole un Grande Solitario che parla ai solitari.

Non è immutabile, anche se si dice il contrario. Gesù per esempio è figlio di Dio solo dal concilio di Nicea del 325, così lo volle l’imperatore Costantino, giusto per domiciliare il cristianesimo a Roma.

È uno che non sta né di qua né di là, per definizione. Però, sarà pure in ogni luogo ma non può venire dall’inferno.

Padre – Scompare con l’uomo: l’uomo è tipicamente padre. Il padre mitico, primordiale, di prima dell’incesto, del divieto d’incesto, di prima della Legge, il capo dell’orda, era un animale. Un totem, dice Freud, un legno marcio: identifica l’uomo in quanto ultimo venuto alla creazione, e per di più fatto col fango.
Anche come riproduttore non è mai stato granché: il padre è accidentale, è solo uno strumento, “l’orgasmo in se stesso è angoscia”, attesta Lacan, l’oblatività viene dall’atto anale non da quello genitale, la generosità gratuita che fa il meglio dell’uomo, il coraggio.
E non c’è solo Freud. Del padre, com’è noto, sant’Agostino non aveva idea. Nelle “Confessioni” e perfino nel “De Trinitate”: parla molto del Figlio, moltissimo dello Spirito Santo, e in modo sfuggente del Padre. Al quale nega l’attributo di causa sui.
La figura svanisce per effetto della cancellazione che l’epoca fa dell’uomo, nella figura propria del padre.

Sogno - Popola l’immaginario ebraico, che sempre sogna, l’amante l’amata, il figlio il padre, il padre il suo proprio padre, o una nascita, una morte, un affare, un pranzo. È un altro modo di non dire il fato, l’innominabile Dio. Di dire velando.
Un modo di cui Simone Weil diffida: “Il sogno è menzogna, esclude l’amore. L’amore è reale”.

Solitudine - È sport estremo, lenta caduta senza paracadute, parete a picco da scalare senza appigli.

zeulig@antiit.eu