Cerca nel blog

sabato 13 luglio 2013

Lunga seduta in Asia, con l'analista

Un viaggio di se stesso attorno a stesso. Gli italiani non sanno viaggiare? Gli scrittori: non sanno raccontarla? Non sanno vedere, anche se il viaggio è consigliato dall’analista. Manganelli promette “l’altrove sotto le apparenze dell’ovvio”, ma è l’opposto che il lettore ci trova. Senza disonestà, l’autore “non si illude di espatriare dalla propria biblioteca”. Ma allora?
Giorgio Manganelli, Cina e altre Asie, Adelphi, pp. 346 € 22

Vero o falso - 5

Lo spread si è dimezzato, ma il costo dell’indebitamento è alto come un anno fa. Vero.

Lo spread ristagna, mentre sale il tasso base dei Bund, da 1,25 a 1,80. È una buona notizia? Falso.

In Germania otto milioni di persone, per lo più giovani, lavorano a 9 euro l’ora, per non più di 50 ore mensili (mini-job), 450 euro. In Italia non si trovano italiani per i lavori estivi a 800 euro al mese – bagnini, baristi, camerieri, garagisti, etc. Vere entrambe le cose.

La Germania ha propagandato e imposto il fotovoltaico all’Europa poiché forniva i pannelli. Poi la Cina ha prodotto pannelli migliori a prezzi dimezzati e la Germania ha abbandonato il fotovoltaico. Vero.

Dopo aver imposto 50 GW di potenza fotovoltaica, di cui 16 in Italia, la Germania dice che la produzione dei pannelli ha inquinato più di quanto combustibile si risparmia coi pannelli stessi. Vero.

Uno studio della Bundesbank dice gli italiani (e i greci, gli slovacchi, i ciprioti.) più ricchi dei tedeschi. Vero – vero è che lo dice.

Il governo non cade perché il Pdi sparirebbe alle elezioni e Grillo pure. È possibile – sia l’una che l’altra cosa.

I giudici vogliono comunque Berlusconi in galera così il governo cade, la legislatura si chiude e la riforma della giustizia non si fa. È possibile, anche questo.

venerdì 12 luglio 2013

Fisco, appalti, abusi - 32

Le Poste avevano installato una macchinetta per segnalare il gradimento del servizio – tre faccette, verde, gialla e rossa. Le macchinette non ci sono più, o non sono state installate. Dove ci sono e funzionano la faccetta rossa (bocciatura) è guasta.

Le Entrate e la Finanza pubblicano infine le cifre delle tasse accertate e non pagate – di cui a
http://www.antiit.com/2012/11/contro-levasione.html
Sono 737 miliardi in dodici anni, dal 2010, la metà dell’evasione fiscale stimata: su accertamenti per 807 miliardi, ne sono stati incassati 70. Circa cento mancano dal conto per intervenuti fallimenti – non si dice però come correlati all’accertamento tributario. Dei restanti 630 miliardi, altri 500 sono già stati cancellati come inesigibili.

Il contenzioso si conferma l’altra forma, legale, di evasione fiscale, oltre all’Iva troppo alta. Una causa tributaria può durare venti anni.

Il “Corriere della sera-Roma” intima a Marino, come suo primo atto, di “liberare” la Dogana Vecchia, la strada dietro il Senato, ora area pedonale – eccetto che per le auto blu. Il presidente del Senato subito risponde: la strada diventerà pedonale, con accesso solo alle auto blu. Cioè come prima, ma con un appaltino per il ridisegno. Sembra impossibile, ma l’assicura trionfante lo stesso giornale tre giorni dopo l’ultimatum.

Il tram 8, l’unico mezzo per un quarto di Roma, lo spicchio Trastevere-Portuense-Monteverde, fa due fermate di rispetto, al ministero della Giustizia e a quello dell’Istruzione. Anche se lo statale, in teoria, lo prende prima delle 8 e dopo le 14, due volte in un giorno.
Le due fermate ministeriali sono a cinquanta metri l’una dalla fermata ordinaria, meno. Lo statale non può fare cinquanta metri a piedi?

Poiché una fermata prende 60-90 secondi, l’8 ci perde un decimo del suo percorso, che è di 20-30 minuti. Senza il predellino per lo statale si potrebbero fare un dieci per cento di corse in più. O pagare un dieci per cento di macchinisti in meno – l’autista del tram è un macchinista di treno, quasi un pilota d’aereo.

Letture - 143

letterautore

Censura – Si celebra Cancogni per una vita irriso - più di Cassola. Per l’arte funeralizia – appropriarsi del morto: Cancogni è ben vivo, ha anche molta voglia di parlare e farsi celebrare, ma ha 97 anni. Lui gli articoli più belli – “apprezzavo il giornalismo più della letteratura” – ricorda di averli scritti per “L’osservatore romano”. Miscredente. Invitato dal giornale vaticano. Non molto tempo fa, dopo la caduta del Muro. Non lo dice per opportunismo, non ha paura dell’aldilà.

Dante – È scrittore di libri su libri. Non per caso nasce retore. L’Ulisse della “Commedia”, l’avventuroso per eccellenza, non è quello dell’“Odissea” – allora peraltro inaccessibile, se non nelle volgarizzazioni. Lo stesso è Virgilio. O il viaggio nell’oltretomba.

Instant – Dopo il libro, diventa instant anche il film, con la videocamera, l’i-phone e youtube – c’è anche il semi-instant movie, con un po’ di sceneggiatira dietro. Sotto forma di reality: s’impone tutto quello che capita, per 90-100 minuti. Senza limiti: l’instant film più diffuso è il biopic, la biografia – di celebrità e anonimi. Nel quadro più vasto del docu-film. Ma con effetto diverso dal libro, che mantiene una funzione come attualità, trattazione estensiva di un fatto o un tema. Il docu-film, senza una sceneggiatura solida e comunque senza montaggio, è invece il dissolvimento del fatto in immagini dissolte e dissolutorie.

Internet – La biblioteca da incubo di Borges. Di tutto, o di quassi tutto, che è la stessa cosa. O da sogno, che non può che essere incubo. Inevitabilmente soverchiati dall’inutile e dall’irrilevante. Molte le trascura, ma moltissime inezie conserva e avvantaggia, spinge a emergere. Senza imporle, col suo ventaglio sempre amplissimo di possibilità o ipotesi, ma in realtà sovrapponendole a ogni intenzione. Imponendo la fine comunque l’impotenza e la resa: perché scrivere? perché leggere? perché studiare? perché applicarsi alle idee, la scrittura, l’etica, il linguaggio, la verità. È il trionfo della democrazia nel suo terrificante, non tanto ambiguo, annullamento di ogni vita.

Del pulviscolo di Internet gli strumenti più popolari sono quelli del mondo virtuale: le chat, le varie piazze su cui sciorinare l proprie mutande, da Second Life a Facebook e You tube, e anche i forum, per quanto aperti su eventi reali. A isolarsi cioè. O a fantasticarsi – sempre riflessivi - in compagnia di sconosciuti. La vecchia conversazione da bar o da treno. Con in più il piccolo privilegio di sentirsi migliori perché moderni, e di privilegiare l’inesistente come se fosse il vicino migliore, …, la realizzazione del sogno.

Ha portato il grande pubblico alla lettura – magari delle interiezioni, ma pur sempre alla lettura. E molti hanno preso a scrivere, che prima non si esprimevano. Si conservano biblioteche in piccoli dischi, e se ne evidenziano i contenuti. L’archiviazione ha forse sciolto dal suo paradosso, l’irreperibilità: mettere in archivio era inviare all’oblio, mettere online è invitare al riscontro. Si mettono a disposizione musei, in copie fotografiche, è vero, ma comodamente a casa

Restano solo gli Usa. L’asservimento agli Usa, definitivo, con lo spossessamento della lingua. Si opera in Internet solo in americano, che non è una lingua non solo diversa, ma chiusa, nello slang giornalmente rinnovato e nei modi di dire, è una mentalità, un linguaggio, una cultura estranei ai quali umilmente bisogna acconciarsi. L’etere è “americano”: procedure, anonimato, invadenza. La democrazia del numero.
Lo stesso la scrittura, che si vuole dell’innnovazione ma non della sperimentazione, e anzi pratica, filante. Facendo aggio su sensibilità (mondi) nuovi, internettiani. Freddi. Si premiano avventure del linguaggio ben posate, ma di realtà "altre" (Murakami, Foster Wallace, Bolano), che non lasciano presa. aliene.
Internet è veloce-breve. Solletica la lettura debole. Mentre necessiterebbe una lettura forte, critica, accorta. Per le tante scemenze che rifila, talvolta ad arte.
Italia - Il 19 dicembre 2007 Valerio Magrelli segnala il “Dizionario affettivo della lingua italiana”, in via di pubblicazione da Fandango, in cui uno scrittore segnala la sua parola preferita: “Ebbene, alla voce «Italia», Tommaso Giartosio suggerisce di pensare al modo in cui questo termine, deformato in «Itaglia», sia diventato l’emblema dell’ignoranza nazionale. Per dire che qualcuno è buzzurro, lo si definisce «itagliano»”. Ma c’è un problema. Infatti, l’esito naturale del latino “Italia” dovrebbe essere proprio “Itaglia”, come “foglia” è derivato da “folia”, e “figlia” da “filia”. Insomma, dovremmo davvero chiamarci “itagliani”: “perché non è cosi?” si chiede Magrelli.
Ora,questo lo scrive un poeta, sul “Corriere della sera”, in un fondino contro la corruzione della Pubblica Amministrazione, non il professore d’italiano della media di paese. Si può dire di tutto, niente ha più significato: la perdita di significato (Barthes, Eco, Jakobson) si attaglia all'Itaglia.

Terzo mondo – Vive in letteratura, nei romanzi e anche nella poesia, come fondale. Sempre il solito esotismo, anche se a opera di grandi scrittori locali, da Garcia Maquez e Amado a Khaled Hosseini. O dobbiamo rivalutare l’esotismo? Era vero?
Mancano però molti fatti. La cocaina. L’indigenza estrema di mezzo Brasile, ancora oggi. La violenza. La crudeltà. La deiezione. Esiti inevitabili dell’inevitabile diseguaglianza, benché estrema? Questo no. Il mercato ama la scena colombiana e quella afghana, anche quella brasiliana, ora un po’ meno, ma addomesticata, familiare. Ouologuem, o Kourouma, lo stesso Soyinka premio Nobel invece no.

letterautore@antiit.eu

Parise giovane scrittore autorevole

Garboli, che con Natalia Ginzburg ha scelto i racconti di questa raccolta (di cui non è soddisfatto, né della scelta né dei racconti, della maggior parte di essi, compreso quello che dà il titolo alla raccolta, titolo da lui scelto, di cui evita di dire alcunché nella presentazione - Garboli è un po' un prezzemolo snob del secondo Novecento) dice Parise uno scrittore “senza famiglia”. Anomalo cioè, benché beniamino dell’establishment letterario dei suoi giovani anni. Uno che prende da Moravia come da Kafka, ma soprattutto è inventore di se stesso, uno che è “nato scrittore”. “Autorevole”, come qui, già nei suoi vent’anni. Garboli forse voleva dire che Parise ha una sua cifra, la narratività minimale, ben prima del minimalismo, dettagliata fino allo spasimo, in una malinconia inspiegata e quasi insofferta.
Gli aneddoti sono minimi. La passione del viaggiatore compulsivo per la casa, per il radicamento, i compagni di scuola, una o due divagazioni sul tema “l’amore è cieco”, Comisso (“Frate Gioioso”). Molti sono i “parenti bisognosi”, prove del “Prete bello”: i languori dello stomaco e dello spirito, nella provincia veneta della guerra e dopo.
La passione per il radicamento Parise vuole veneta, il Veneto è il protagonista della raccolta, in tutti i modi, per la gente, anche quando è insulsa, il paesaggio, le brume, le luci. Parise sarà stato narratore di frammenti, ma allora geniale. Nel racconto del titolo ci sono gli italo-americani in avanscoperta alla Liberazione anche nel Veneto, anche loro per fare amicizia e sapere di chi fidarsi – non erano una specialità della Sicilia, che invece se ne fa romanzo e storia (i siculo-americani degradando impietosamente a mafiosi).
Goffredo Parise, Gli americani a Vicenza

giovedì 11 luglio 2013

La Colpa è non poter essere tedeschi


“Che entrambi uscivamo da una adolescenza che portava il segno – cicatrice o marchio che fosse – di due diverse e opposte schiavitù. Ma che egli, dalla sua, era uscito martire e vincitore”. L’antisemitismo di sempre, oggi e qui, è così che va visto, nella sua banalità – quale un ragazzo inesperto può fiutare. È così che Hannah Arendt ha provato a rappresentarcelo nella figura di Eichmann. Non nelle sue responsabilità storiche, tutte gravi, gravissime in ultimo, ma nei suoi meccanismi mentali, “morali”.
C’è un clima morale nell’Europa centrale attorno al 1940 che ha consentito a Eichmann e ai suoi, all’opinione pubblica tedesca, agli stessi Consigli ebraici, di perpetrare senza scandalo il più grave scandalo della storia, o assistervi indifferenti: un “vuoto morale”. È questa la “banalità” del male. Ritracciata non con gli strumenti della storia (l’antisemitismo, il sionismo, l’assimilazione), ma indagando come è successo – come è successo il vuoto morale – e chiedendosi-ci se esso non possa ripetersi. Il processo è un pretesto. Quello diArendt è anzi un processo ai processi, che qui e lì si cominciavano a montare, dopo vent’anni, ai responsabili del genocidio, ma tutti individuali, essendo la colpa dei codici individuale.
I calunniatori pubblici, della Germania?
Eichmann si richiama a Kant, come ogni buon tedesco, sul dovere di obbedienza. Hannah Arendt conosce bene Kant e gli ribatte: “Nessun uomo per Kant ha il diritto di obbedire”. Ma senza compiacenze, il suo “male banale” è una condanna complementare del nazismo: contro il quale, spiega, ci vuole disprezzo e ironia – ciò che sarebbe stata una buona ricetta per la Germania, per il passato che non passa, da buona tedesca inossidabile: del nazismo converrebbe “parlare con toni patetici, perché così facendo lo si sminuirebbe”. E con ironia, per quanto tragico sia stato, “perché ciò è segno di sovrano distacco”. E a tutti manda la poesia di Gottfried Keller, “I calunniatori pubblici”.
Una ricetta buona per le vittime ebree e per chiunque, anche per i tedeschi. E per se stessa di fronte agli attacchi inverecondi dell’ebraismo al suo “male banale”. Fest e Hannah Arendt condividono l’analisi-anamnesi di Hitler “incarnazione dell’uomo medio”, non un pazzo. Anche se antinazionale. “La demonizzazione serve a creare un alibi”, concordano. Mentre è vero che lo sterminio, assicura Hannah Arendt per “innumerevoli testimonianze” dei reduci di guerra americani, sembra avere “terrorizzato” gli Alleati più dei tedeschi.
È questo un libro per spiegare un altro libro, “Eichmann a Gerusalemme”. Raccoglie le lettere scambiate tra lo storico e la filosofa, e la trascrizione di una trasmissione alla radio tedesca, dopo gli articoli di Hannah Arenndt, poi raccolti in libro, su Eichmann e il processo a Gerusalemme. Con due ampi saggi, dei curatori tedeschi e del curatore italiano, Corrado Badocco, una bibliografia (in italiano, miracolo!), e quattro degli interventi di cinquant’anni fa, pro e contro Arendt.
Si cominci dalla fine, dal saggio di Corrado Badocco. Sulla stupidità, Dummheit, tedesca – un paravento, peraltro spesso rifiutato. Su Hermann Rauschning, nazista pentito, autore prima e durante la guerra di libri importanti, i cui titoli hanno fatto epoca, “Conversazioni a tavola con Hitller”, 1938, “Die Revolution des Nichilismus”, 1938, “Die conservative Revolution”, 1941, nel dopoguerra cancellato dalla memoria. Sulla “emigrazione interna”, che portò alla cancellazione di Rausching e a qualche ruggine perfino con Thomas Mann: la categoria fu avanzata il 18 agosto 1945 in forma critica, da un Frank Thiess poi dimenticato anche lui. Su Jünger, sulla conversazione da lui ascoltata dal barbiere a Kirchhorst, a proposito dei russi prigionieri addetti ai lavori in campagna: “Che esseri subumani, sembrano animali… Rubano il cibo ai porci!”. Cui l’autore delle “Irradiazioni” faceva seguire la considerazione: “Si ha spesso l’impressione che il borghese tedesco sia governato da un demonio”. Che però, presente nella prima edizione, 1949, dei diari di guerra, fu espunta da Jünger nelle riedizioni successive, dopo che Hannah Arendt l’aveva ripresa, nel 1950, in “Reportage dalla Germania. Postumi del dominio nazista” – benché il “Reportage” avesse indirettamente “riabilitato” lo stesso Jünger, meglio dei non luogo a procedere.
Badocco richiama anche, nella controversia sulla “banalità” di Eichmann, la solidarietà di Jaspers a Hannah Arendt, al punto da interrompere ogni contatto con l’ipercritico Golo Mann, altro suo discepolo famoso. E la divisione presto --.meno di due decenni dopo la guerra - degli storici dello sterminio fra “funzionalisti” e “intenzionalisti”, che sarà ripresa venticinque anni dopo nello Histotikerstreit, la contesa degli storici – con l’esito inevitabile di normalizzare la vicenda.
Su Fest riabilitatore incauto di Speer, invece, la postfazione fa qualche digressione confusionaria. Seppure anche qui ponendo paletti importanti. Non si può dire Fest tenero col nazismo. Speer era un nazista, Fest s’è sbagliato e lo ha riconosciuto: in Speer “si rifletteva tutta la problematica costruzione dell’identità nazionale tedesca dal secondo dopoguerra”. Ma, seppure non volendo (ma è dubbio), Fest ha posto le basi per una revisione della storia del nazismo, non più chiuso nell’esecrazione. Forse inevitabile ma già in atto.
La storia che verrà
È su questa prospettiva che l’assunto di H.Arendt è l’approccio più valido – più durevole, giusto, veritiero. Speer, per esempio, può rientrare nel “male banale”? No, il male è banale in quanto è una forma di stupidità politica – l’identificazione, diremmo, come cessione di personalità, e di responsabilità. Speer è forse un “ingenuo”, quale Fest lo ha costruito (ma non lo è: è un opportunista), il male no: è appunto banale, stupido. È la “banalità del male”, per questo straordinario, la lettura arendtiana è vera, oltre che filosofica: lo sterminio fu ordinario. Prevale oggi, con sottile slittamento semantico, la carica retroattiva dell’Olocausto come forma di resistenza, un sacrificio che vale la vittoria, se non vi conduce. Una valenza legata al sionismo, in Israele e negli Usa. Ma in tutte le manifestazioni fu un fatto di ordinaria polizia. Anche la questione del sapere, e della Colpa, si risolve nell’ordinarietà. I lager organizzavano persone ordinarie, centinaia, migliaia, milioni di poliziotti, soldati, impiegati civili e delle imprese di servizio, edili, chimiche, meccaniche, ferrovieri, guardie, ausiliari, fornitori, coi loro congiunti, le foto ricordo, il privilegio d’imboscarsi, meglio il campo che il fronte, gli scatti d’anzianità, le promozioni a caporal maggiore. Senza obiezioni di coscienza, senza un rifiuto tragico, rivolta, depressione, follia, suicidio.
Ma di più c’è, non detto, il dramma personale di Hannah Arendt, un’ebrea tedesca che era poco ebrea ma non poté essere, come avrebbe voluto, tedesca. Bollata nella Israele di Ben Gurion, che il pocesso Eichmann aveva voluto a pilastro dell’identità nazionale, “la Rosa Luxemburg del nulla”. Per essere incappata nello stile New Yorker, il brillante sbrigativo. Ma più per bontà. È per bontà che i tedeschi che bruciavano gli ebrei rappresenta senza passione. Facendo loro torto. È vero che il male è banale, alla portata degli scemi: il filosofo e scrittore Hielscher, rilasciato dopo la tortura, animatore del nazistissimo Ahnenerbe, l’istituto delle genealogie ariane, caduto in disgrazia per aver promosso un sistema “tribale frazionato” medievale contro la modernizzazione di Hitler, trovò i suoi aguzzini seduti alla scrivania dietro le scartoffie. Ma i tedeschi non sono scemi.
La banalità del male è concetto di Bernanos, della guerra civile spagnola. Hannah lo fa suo in uno strano modo, anche di essere ebrea. In Bernanos angoscia: che il male sia comune fa paura. In lei è quasi una difesa, tra la chiamata di correo che allevia la colpa e la banalizzazione del reato. Ciò nasce dal fatto che Eichmann è niente, un contabile – e che molti capi delle Comunità ebraiche lo erano: Eugenio Zolli, il rabbino di Roma che si battezzò, ne dà attestato straziante, di vanità e superficialità. Per il fascino del numero, che fa molto tedeschi – il numero come tanti altri ingredienti - gli ebrei. Mentre l’Olocausto è storia di mille storie, di milioni di storie, di bambini strappati alla famiglia, di uomini e donne strappati alle case, uno per volta, con schieramento di carri, moto, mitra, cani, con frastuono di urla, latrati, invocazioni, lacrime, mancamenti, alle luci dell’alba o nelle tenebre della notte, assalti ripetuti migliaia, milioni di volte, per settimane, mesi, anni, rinnovati a ogni campo di smistamento, a ogni stazione ferroviaria, a ogni campo di sterminio, a ogni appello nel campo, la mattina, la sera, la notte. È questo l’orrore, che tutta questa sofferenza si lascia cancellare da numeri, regolamenti, organizzazioni, percentuali.
Non è però immaginabile che la scienziata politica Arendt non vedesse la differenza tra le due diverse banalità. E dunque che ha voluto dire? La compassione, se non l’amore, per la Germania. La madre – la “madrelingua” di una sua famosa intervista. O il disprezzo. O tutt’e due, un atto d’amore disperato, con rabbia. Hannah visse gli ultimi giorni della guerra, e la verità dei campi, sgomenta per la distruzione della patria tedesca, contro l’esaltazione dei vincitori e il morgenthavismo, la riduzione della Germania a campo sterile. È su questo sentimento che codificò il totalitarismo, la nuova categoria politica dopo la classificazione di Platone. Che è anzitutto un atto di fede. Il nazismo dichiarando antieuropeo: “L’umanesimo, la cultura europea, lungi dall’essere alle origini del nazismo, vi era così poco preparata, così come a ogni altra forma di totalitarismo, che per capirlo e tentare di venirne a capo, né il suo vocabolario concettuale né le sue metafore tradizionali possono servire”. È voglia di credere: il male radicale può non essere banale. Ma è vero che l’ideologia conta poco nel totalitarismo. Conta in democrazia, dove provoca danni, nei regimi distruttivi la distruzione conta più delle idee. Avesse Hitler eliminato tutti gli ebrei, non per questo la sua politica di annientamento si sarebbe fermata.
È vero, Hannah Arendt qui tradisce. Apre una fessura nell’ebraicità unica. Non isolata, faceva anzi la grandezza della diaspora vigile, socialista. Per essere la condanna d’ogni nazionalismo esclusivo, o primato – per ultimo d’Israele, anch’essa a suo modo antisemita: il popolo paria che si teneva saldo nella diversità e l’intima intesa, ora che ha un Parlamento e l’esercito se ne serve per frazionare le identità del nemico, e imporre lo Stato confessionale e lo sviluppo separato, altrove detto apartheid. Infelice incolpevole. L’assimilazione non piace più, ma bisogna saperlo: Hannah Arendt sancisce, indirettamente, l’impossibilità d’essere tedesca e illuminista.
C’è poi il nodo della legalità in Germania. A destra come a sinistra, nella Soluzione Finale e nella Novemberrevolution. La Corte Suprema del Reich trovò che gli atti di governo dei consigli rivoluzionari degli operai e dei soldati erano del tutto legittimi, tra novembre 1918, quando la monarchia si dissolse, e febbraio 1919, quando la costituente fu eletta. La Germania è il paese della legalità, si sa, lo Stato burocratico. Max Weber ci ha fatto ampi studi. Carl Schmitt ha in tema sei pagine magistrali nella furba autodifesa alla sua Norimberga: “Una burocrazia completamente funzionalizzata può condurre a simili fenomeni abnormi nel momento in cui esiste una concentrazione totalitaria del potere”. L’esecuzione da parte degli altri burocrati di atti infami, idioti o folli senza essere criminali. La legalità è tenuta in altissima considerazione. Quando nel 1938 Hitler sancì l’incompatibilità delle cariche tra Stato e partito, quasi tutti scelsero lo Stato, anche tra i nazi ferventi. Ma non è vero che i tedeschi obbediscono. Sono anarchici tanto quanto culi di pietra. La Germania, per esempio, non ha mai osservato un trattato sottoscritto – è tutta qui la crisi dell’Unione Europea (e in prospettiva dell’Occidente, se esso è la Nato, l’alleanza atlantica).
Hannah Arendt-Joachim Fest, Eichmann o la banalità del male, Giuntina, pp. 214 € 14

Secondi pensieri - 146

zeulig

Fede - È opera collettiva, ricorda papa Ratzinger nell’enciclica incompiuta che ora si pubblica, tra i compartecipanti: la fede si dà se condivisa, compartecipata. Sembra anche ovvio, le chiese essendo dopotutto ecclesìe, comunità. Ma non tanto.

Il papa adegua anche il pensiero (laico) del potere-chiesa della partecipazione democratica, come Hannah Arendt (ma già Hobbes) ha messo in luce: la politica è “prendere parte al potere”. Non nel senso volgare, del sottogoverno, ma nel fondo di compartecipazione che il fenomeno collettivo prospetta e – seppure (solitamente) “a tradimento” - consente. Il vecchio fideismo comunista, volentieri rubricato chiesastico, ne era – è - espressione.

Internet – È in realtà poco friendly. Per essere una realtà spiccatamente commerciale e solo accessoriamente informativa e di condivisione. Mutevole a ogni istante: l’innovazione è costante, scaglionata anzi per essere costante, e varia anche nelle procedure, mobili, multiple, mutevoli. È come se si dovessero imparare più lingue per parlare.
Qualsiasi scelta-decisione sul web è una caccia al tesoro, o un gioco dell’oca: le procedure di Google ne sono il campione, che sempre rinviano ad altro – lo stesso procedimento delle leggi italiane, fatte per essere esoteriche, accessibili unicamente agli specializzati che se ne fanno una rendita. Con la necessità di memorizzare infiniti nomi propri e password, e-mail, accessi.

Il linguaggio internet relativizza totalmente, fino alla tecnica dopo la scienza. I rimandi all’assistenza tecnica sono, dove non si tratti di comprare ma di sapere, di sciogliere un dubbio, a un forum. In cui forse qualcuno, che non sa ma può sapere, spiega quale potrebbe-dovrebbe essere la soluzione. C’è una sola scienza e una sola tecnica, nel senso che se ne è sopraffatti, senza vie di fuga possibili, ma non ci si libera ricorrendo a esse, si resta sempre prigionieri.
Viabilissima è la lingua, che è lo slang, la lingua Usa, che anch’essa, però, non libera ma imprigiona.

Quarant’anni fa Eco sbeffeggiava McLuhan, pur trovandolo “eccitante, ilare e dissennato”, con la distinzione puntigliosa, scolastica, tra canale di comunicazione, codice e messaggio. Ma il cellulare e Internet questa confusione l’hanno realizzata di fatto, anche i reality, così studiati nella loro approssimazione, per fingere l’immediatezza: è arduo dire che il canale di comunicazione non è il messaggio.
McLuhan: “I mezzi di massa non trasportano ideologia, sono essi stessi ideologia”. “L’informazoe non è uno strumento per produrre beni economici, ma è essa stessa il principale dei beni”. “La comunicazione si è trasformata in industria pesante”. L’uomo diverso, che comincia a sentire il mondo in modo diverso.
Ancora McLuhan, antico commentatore di san Tommaso: “La tv, rete e mosaico”.

L’informatica è materia filosofica. Pascal ideò e realizzò una prima macchina calcolatrice. Leibniz progettò un calcolatore delle moltiplicazioni e ipotizzò una macchina in grado di “calcolare la verità” partendo da alcuni assunti fondamentali – una sorte di google-pensiero. Una cosa che Hobbes, materialista non confesso, aveva prospettato: che la percezione, l’immaginazione e la memoria si legassero a “moti corpuscolari” che potrebbero obbedire alle leggi della meccanica. Aveva ubbie, se non mezzi, filosofici lady Augusta Ada King, contessa di Lovelace (1815-1852), nata Byron – figlia non amata del poeta. A lei si deve l’idea di un computer programmabile. Traducendo nel 1843 un articolo di Luigi Menabrea sul “motore analitico” di Charles Babbage, Ada lo arricchì di una serie di note, tra le quali il primo algoritmo inteso a far funzionare una macchina. Cioè il primo programma di un computer. Al quale, nelle stesse note, predisse la possibilità di un uso più esteso che le quattro operazioni aritmetiche.
È filosofico naturalmente il numero, con la numerologia, almeno a partire da Pitagora. Fino a Alan Turing, che con Kurt Gödel ha ricostruito la logica e la matematica - il matematico-filosofo inglese delle “macchine di Turing”, calcolatori ideali o astratti,
Usa apparentare la rete alla stampa. Che propose una lettura (solida (maneggevole), conservabile, ai molti. La rete, o meglio google, sarebbe una lettura liquida (ma vaporosa è più vero), istantanea, per tutti. Il passaggio è -potrebbe essere - però di natura e non di modalità, di accessi. Analogo a quello che Platone discute nel “Fedro”, nel passaggio dall’oralità alla scrittura. Platone l’attenua riservando al filosofo la reticenza: la comunicazione limitando cioè agli adepti o iniziati. Ne deriveranno i linguaggi specializzati, e quelli esoterici, per un motivo non contestabile, la difesa della verità, della ragione (esattezza). Con la rete invece il contrario è ostentato, l’incontinenza. Anche di mancanze o insensatezza.

Tuttavia, qualcosa resta: la virtualità trasforma in realtà. Con tutte le ambiguità di questa.

Nietzsche – “Feuilletonista civettuolo” per Tolstòj vecchio. Che in un’intervista del 1904 gli antepone Lichtenberg: “Non capisco perché i tedeschi di oggi trascurino tanto questo scrittore e impazziscano invece per un feuilletonista civettuolo come Nietzsche”

Razzismo – Si vuole un atto di prepotenza e un’asserzione di potere, ma è uno spreco. Non a caso si esercita sui simili come sui dissimili. I bianchi sui neri, i cristiani sugli ebrei, i settentrionali sui meridionali, i tirolesi sui lombardi, i bavaresi sui tirolesi, gli amburghesi sui bavaresi. Non è una difesa ma un dissiparsi, esaurire le proprie riserve. Al gioco delle differenze, a un semplice gioco. Senza guadagnarci nulla - l’invettiva non è un risarcimento.

Realismo - Ciò di cui si parla è il problema – ciò che manca, che non “esiste”? Sarà col realismo come con l’Io e con Dio, di cui mai s’è parlato tanto quanto da quando non “esistono” – frantumati, cancellati. Se così, ha ragione di essere: è il “discorso su” che annaspa: l’idealismo, la logica, la filologia.

Riso – C’è anche quello di dolore. Sardonico, spiega Propp, quando si eliminavano i vecchi. Lamentoso e anche isterico nell’ “Odissea”, rileva Matteo Nucci.

Vanità – Quella letteraria (filosofica) è la più coriacea ? Papa Ratzinger, che non ha avuto abbastanza ambizione da continuare a fare il papa, opera non disagevole, l’ha però ancora viva per pubblicizzare il suo ultimo pensum, in forma di enciclica – sulla fede, ma questo è accessorio.

zeulig@antiit.eu

mercoledì 10 luglio 2013

Problemi di base - 147

spock

È la luce che fa le ombre?


Più tempo, più luce, più cuore, a che fine-fare?

La morte vince sempre, ma perché, c’è una gara?

Se il suicidio è l’atto supremo di libertà, gli altri atti di libertà saranno piccoli ictus?

Non c’è niente senza traccia?

Se si è simpatici ai simpatici, si è antipatici agli antipatici? Le due specie sono distinte?

A chi il premio antipatia, a Berlusconi o a Milano che lo perseguita?

Sono gli attori che fanno mediocre la politica, o la politica vuole attori mediocri?

Riina testimone d’accusa dello Stato-mafia: è un incubo?


spock@antiit.eu

Dublino a Roma

Joyce romano? Lui avrebbe voluto, ma non ci riuscì. Lettore dell’“Avanti!” e dell’“Asino” nella Roma del cardinal Rampolla, assediato dall’affittacamere di via Frattina, signora Dufour, impiegato alla banca Nast-Kolb & Schumacher di via San Claudio, e ripetitore d’inglese in lezioni private, passò a Roma sei mesi, dal 31 luglio 1906 al 7 marzo 1907, venendo da Trieste dove ritornerà. Mai contento, anche se la politica e le rovine lo appassionano. Il piccolo Giorgio ha problemi di salute, Nora è incinta di Lucia, la conversazione è fiacca, slabbrata. Che c’entra Dublino? Il rifiuto è ugualmente netto, dopo un’adesione incondizionata. Melchiori, già curatore del Joyce “italiano”, ritraccia Dublino, in questo Joyce romano scritto in inglese, nella capitale della cristianità – “The genesis of Ulysses” è il sottotiolo. L’idea non è nuova di un luogo che è (anche) un altro, ma questa ha filo da tessere.
Giorgio Melchiori, Joyce in Rome

martedì 9 luglio 2013

Dopati e depressi

“Il mito di Prometeo si presta a essere interpretato anche come una rappresentazione dell’apparato psichico dell’odierno soggetto di prestazione, il quale usa violenza a se stesso, fa guerra a se stesso”. Le poche righe di premessa alla sesta edizione tedesca colpiscono come un fulmine: “Il soggetto di prestazione, che s’immagina libero, in realtà è incatenato come Prometeo. L’aquila, la quale si ciba del suo fegato che ogni volta ricresce, è il suo alter ego con cui egli è in guerra”. Nel soggetto di prestazione, della società di prestazione, il filosofo coreano-tedesco sa racchiudere un mondo che s’impicca al suo albero: fare fare fare, riuscire riuscire riuscire. Tornando al Prometeo della minipremessa: “Il dolore al fegato, di suo incapace di dolore, è la stanchezza”. Si legge in un soffio, lascia nudi e inermi – immuni all’immunologia: “Esaurimento, affaticamento e soffocamento”, in altri termini “la depressione, la sindrome da deficit di attenzione e iperattività o la sindrome da burn out”, sono “tutte manifestazioni di una violenza neuronale,… si riferiscono a un eccesso di positività”. Sono il migliore e sono fregato.
Come lo sappiamo? Non c’è chi non lo veda: il verbo modale “della società di prestazione è il «poter fare» illimitato”, lo “yes, we can”. La sua modalità di controllo è la prestazione: “La società disciplinare (foucaultiana) è ancor dominata dal no. La sua negatività produce pazzi e criminali La società di prestazione, invece, genera depressi e frustrati”.
L’uomo depresso è ”l’animal laborans che sfrutta se stesso del tutto volontariamente, senza costrizioni esterne. Egli è al tempo stesso vittima e carnefice” – animal per modo di dire, quello “tardo-moderno è tanto ricco di ego fin quasi a scoppiarne… iperattivo e nevrotico”. Suicida inconsapevole su tutti i fronti: “La moderna perdita della fede, che riguarda non solo Dio o la vita ultraterrene ma anche la realtà stessa, rende la vita umana incredibilmente fugace. Essa non lo è mai stata come oggi. Non solo la vita umana è incredibilmente fugace, ma lo è anche in generale il mondo”. Finita è anche la poesia, l’immaginazione inutile: “La generale de-narrativizzazione del mondo rafforza il senso di fugacità. Mette a nudo la vita. Il lavoro stesso è una nuda attività.Il nudo lavoro è esattamente l’attività che corrisponde alla nuda vita”.
Leggendo casualmente nello stesso tempo dell’ebbrezza di Speer, personaggio non perverso ma architetto di Hitler, nel mezzo della guerra e dello sterminio, si concorda con Han d’intuito. Ma non c’è riga non convincente: “La depressione è la malattia di una società che soffre dell’eccesso di positività. Rispecchia quell’umanità che fa guerra a se stessa”. Walter Benjamin lo sapeva, che tesse l’elogio della noia (e del flâneur? Han avrebbe sfondato una porta aperta). Nell’iperattivismo spariscono le riserve benjaminiane, la “facoltà di ascoltare” e “la comunità degli ascoltatori”: “La «facoltà di ascoltare» si basa infatti su una capacità di attenzione profonda, contemplativa, a cui l’ego iperattivo non ha vie d’accesso”. In quanto società dell’azione, la società di prestazione si evolve lentamente in una società del doping”.
Byung-Chul Han, La società della stanchezza, Nottetempo, pp. 83 € 7

Il mondo com'è (141)

astolfo

Funzionario – Idealizzato da Hegel nei “Lineamenti di filosofia del diritto”, quasi l’incarnazione dell’Auctoritas, dello Stato etico, è rigettato da Hannah Arendt un secolo e mezzo dopo: “Un funzionario, se davvero non è nient’altro che un funzionario, è allora un tipo molto pericoloso”. L’esecutore diligente.

Germanesimo - Neal Ascherson, l’ultimo travel writer di qualche interesse, racconta la Germania politica, in questa vigilia di elezioni, sul “Times” letterario del 6 giugno. Del genere: la Germania ha ragione, anzi Merkel ha ragione, tutti gli altri torto. Ma con un errore semplice che ne rivela molta buona cattiva coscienza, di Ascherson, del giornale, e forse della Gran Bretagna tentata di lasciare la Ue. Lo scrittore ridicolizza uno studio di qualche mese fa che dice i tedeschi molto più poveri degli italiani, non solo, ma più poveri anche di greci, slovacchi e ciprioti. E attribuisce lo studio alla Banca centrale europea invece che alla Bundesbank. Che l’ha impiantato, elaborato e proposto – non parlando però di ricchezza bensì di patrimonio, anzi di immobili. È un errore, ma uno che richiama il 1938, Monaco, e l’ottimismo di Chamberlain e della stampa inglese in genere. Ascherson ridicolizza la Bce, come vuole la Germania, dà l’idea del tedesco vittima del pregiudizio, e annega l’opposizione in Germania nell’apologia, indiretta (buonsenso, buone ragioni), di Angela Merkel, la “mamma”.

Germania-Italia – Hans Filbinger dovette lasciare la politica nel 1978 quando si seppe che come giudice della Marina aveva comminato la pena di morte alla fine della guerra. Oscar Luigi Scalfaro è stato invece eletto alla presidenza della Repubblica.
Si ride allo studio della Bundesbank che fa gli italiani (e gli slovacchi, i ciprioti), più ricchi dei tedeschi, perché hanno più case, in un mercato immobiliare ricco - i tedeschi sono più ricchi perché hanno un reddito superiore, anche di molto, del doppio e più. E tuttavia è vero che queste economie sono più “sostenibili”, come la Bundesbank stessa vuole che siano. Lo si vede in tempo di crisi - di inflazione, di disoccupazione: di più e meglio il “patrimonio” tiene di fronte alle crisi finanziarie.
Nella crisi Usa delle due società pubbliche di finanziamento dei mutui, la “Fanny Mae” e la “Freddy Mac”, che tutto l’Occidente ha precipitato nella crisi probabilmente più lunga e grave della storia, la casa che i due istituti finanziavano in realtà non esisteva più. Per mutui sub-prime, quelli la cui insolvenza ha precipitato la crisi, si intende mutui con ipoteca di sesto o settimo grado.

Internet – Moltiplica l’incertezza. Si perdono due dischetti (cd) dell’Agenzia delle tasse in un trasporto a Londra, giornali del 22 novembre 2007, e sono a repentaglio 25 milioni di identità, con nomi, indirizzi, numeri di conto corrente e codice fiscale. È pure vero che un qualsiasi hacker sarebbe riuscito ad entrarne in possesso, qualora lo avesse voluto.
Due cd sono un supporto troppo esiguo per una tale massa d’informazioni. L’elettronica è insicura, per essersi sviluppata troppo rapidamente, o caoticamente. La sicurezza è uno dei suoi business maggiori, ma sempre è insufficiente. Un po’ l’insicurezza è dovuta a questo, al fatto che questa industria si è sviluppata in parallelo con la sua sicurezza, e quindi deve moltiplicare i rischi per tenere vivo il mercato. Ma soprattutto l’insicurezza è dovuta al fatto che l’informatica ha una crescita anarchica, attraverso una molteplicità di soggetti.
Si era partiti dal default dei primi personal, che all’improvviso cessavano di rispondere inghiottendosi milioni di dati. Anche quando un back-up era stato disposto – un back-up non è masi stato automatico, a favore di uno storage indipendente.
Poi i floppy, che si aprivano per niente, una semplice spinta. E la nuvola? Con i virus e gli hacker.

Stimola la monomania – che è la via maestra della dipendenza. Per una specializzazione che è però presto esaurita. Si rinnova, ma ogni novità viene subito esaurita. Per ogni minimo mobilita miriadi di esegeti, a nessun fine.

È il modello culturale Usa, anche nel segreto. Il segreto della Coca Cola, un secolo e mezzo di discussioni se contiene coca o no, se è corrosiva o no, si riproduce nell’algoritmo di Google
È monopolista. La novità vi dev’essere costante, l’obsolescenza rapida, quasi immediata, dopo pochi mesi. La guerra è interminabile, terrificante, a spese nostre, seppure sempre col sorriso degli unti del Signore quali i monopolisti si vogliono, di Google a Microsoft-Windows.
È il mondo del monopolismo forsennato. Non c’è solo Microsoft, sanzionata (invano) dalla varie Autorità antimonopolio. Non c’è solo il monopolio del linguaggio. Tutto è America. C’è il monoploio nel senso ristretto e topico della parola, succhiasangue.
You tube, Blogspot, Google Mail, Google Apps, Facebook, creazioni geniali: tutta la genialità del mondo, l’intelligenza, l’improvvisazione, la fantasia, la balordaggine, tanto è l’impegno e la costanza che si richiede, concorre ad arricchire gratuitamente Google e Facebook. Che su questa creatività ci vendono la loro pubblicità.

Mezzo governo finlandese all’inizio del 2008 ha amoreggiato per sms, in dosi di centinaia, ma sempre messaggi. In particolare il messaggino veniva bene già allora per lasciarsi: “”L’addio per sempre oggi arriva via email o sms.”, attestava Guya Soncini su “IO Donna” del 15 marzo 2008, con molti esempi. Usa ora twitter, l’sms pubblico. La mannaia esibita.

Islam - La Riconquista avrebbe potuto concludersi un paio di secoli prima, se i re iberici non avessero preferito tenere in vita sultanati e emirati, per beneficiare delle loro reti commerciali, e dell’oro pesante, in Nord Africa e nel Medio Oriente. Le battaglie contro i musulmani non impedirono ai regni cristiani di combattersi l’un l’altro o di allearsi con i sovrani musulmani. Ad esempio, i primi re di Navarra erano familiari dei Banu Qasi di Tudela. Molti sovrani omayyadi dell’Andalusia, e posteriormente altri sovrani dei Reinos de Taifa, ebbero mogli o madri cristiane. El Cid, campione cristiano per eccellenza, combatté al soldo di signori mussulmani della Taifa.

Oriana Fallaci non è l’Occidente che s’inventa l’Oriente di Edouard Said e lo distrugge. È un’altra cosa. È anzitutto il rifiuto del terrorismo, del fanatismo che che semina la morte, il quale è tanto islamico che cristiano. È un risarcimento, europeo, americano, per gli ebrei in forma di Israele, per la Colpa inestinguibile ancorché impersonale, e anzi crescente verso il mondo ebraico a causa dell’Olocausto. È la frustrazione europea, l’insoddisfazione per le scelte ireniche dell’Europa che sono solo effetto del pilatismo e non di coraggio, e senso di vergogna.

Il radicalismo è un fatto generazionale più che sociale. Coinvolge i disperati ma anche i borghesi. Specie nei casi degli attentatori in Usa, a Madrid e a Londra. Con famiglie benestanti dietro, beni al sole e titoli di studio. Anche l’ideologia si può dire assente, nella stessa forma religiosa: molte e diverse sono le forme di islamismo tra gli estremisti, spesso in concorrenza feroce tra di loro. L’ideologia dominante è comunque il nazionalismo. Mettendo nel conto Iraq e Afghanistan, il numero maggiore e più grave di attentati alla bomba è per motivi nazionalistici.

Umanità – Il tedesco distingue tra Menschheit e Menschlichkeit, umanità e umanitarietà, Meglio, tra l’Umanità genere umano e l’umanità disposizione dello spirito. La differenza era chiara al processo di Norimberga, dove la nozione di “crimine contro l’Umanità” fu coniata. Ma divenne un caso con la traduzione in tedesco del libro di Hannah Arendt, “Eichmann a Gerusalemme. La banalità del male”, di cui quella nozione era il nucleo, scontato. In tedesco i crimini contro l’umanità furono invece tradotti con Verbrechen gegen die Menschlichkeit. La revisione della storia ha molti sotterfugi.
Dietro la “banalità del male” eichmanniana, la stupidità, Arendt aveva ben presente che, a differenza di altri genocidi, quello nazista aveva colpito interi popoli, polacchi, russi, ebrei, zingari, e categorie di persone, omosessuali, disabili fisici, malati psichici, senza alcuna “giustificazione”. Non la minaccia militare né l’opposione politica o il terrorismo. Molti milioni di persone erano state uccise senza motivo, semplicemente private del diritto di esistere all’interno dell’umanità.

astolfo@antiit.eu

lunedì 8 luglio 2013

Quanti lutti in Omero - con Zeman

“Perché Omero, e non gli altri poeti del Ciclo?” Perché solo Omero è rimasto, e s’è imposto? È così, banale, che Nucci ci riporta alla lettura dei poemi. C’è bisogno di semplicità – di riscoprire i “fondamentali” – per sfuggire alla cappa egualitaria (indifferente) postmoderna, in cui tutti i testi sono uguali, solo compiaciuta di se stessa (ermeneutica), della “sovrainterpretazione”. Partendo dalla “condanna” della poesia da parte del poeta Platone, il refutatore di Omero. E in particolare dalla “pervasività delle lacrime in Omero”, che Platone specialmente condanna.
Strada facendo, ci imbattiamo in molte specialità omeriche, le “parole alate”, il sorriso arcaico, indefinito, la morte ambigua, e altre, notevoli e minime. Definitivamente Odisseo è Metis, l’astuzia e non la menzogna, uomo di “pensieri ben calibrati” al fine di celare la verità – la comunicazione in antico è sempre riservata, nella pratica assorbente dello scongiuro della malasorte. Lo stesso vale per Telemaco, e per Penelope. La prima cosa che Odisseo dice una volta sbarcato a Itaca, pur avendo deciso di non rivelarsi, è: “Odioso per me come le porte dell’Ade è colui\ che, alla miseria cedendo, spaccia menzogne”. Lo assicura al porcaio Eumeo, suo “fratello” in fedeltà. Odisseo è polymetis, non bugiardo. Ladro spergiuro è il nonno di Odisseo, Autolico. Che in odio al mondo ha voluto per il nipote quel nome, l’odiatore (o il sofferente), da odyssomai, odiare, soffrire.
Una “lettura” di Omero al modo come si sono imposte le letture pubbliche di Dante. Nucci non è un attore, ma svolge la sua trama incalzante, gustandosi una bella erudizione, e un po’ delle sue riscoperte trasmette al lettore. “Non troviamo nell’«Odissea» l’uomo dall’indomita curiosità descritto da Dante”. L’“Iliade” è il poema dell’ira, come si sa, ma anche un “poema della morte”. L’“Odissea” della memoria. Nucci rivaluta su questo tema anche la parte dell’“Odissea” che “si salta”, la Telemachia, i canti iniziali sui viaggi di Telemaco alla ricerca del padre Odisseo – “in verità di se stesso, della sua memoria”. In particolare a Sparta, allora come oggi fiorita e graziosa, non la città truce della storia, per ascoltare Menelao e il saggio Nestore.
Nucci rivisita Sparta con Leigh Fermor. Ma più in generale i luoghi omerici visita con lo sesso metodo di Leigh Fermor, aperto alle persistenze. Luoghi e persone trovando così che, senza suggestione, si presentano al viaggiatore – si presentavano prima della catastrofe assurda dell’euro – classici, nei modi e nei detti delle minute occasioni, un procedimento emozionante. In luoghi malgrado tutto ancora classici non soltanto nel nome, il Ceramico o Troia, Micene, il Sipilo sopra Magnesia-Manisa, la Via Sacra, da Atene a Eleusi, che pure è un raccordo anulare trafficatissimo.
Un metodo che si può dire efficace per esperienza. Nucci rievoca l’arrivo a Micene fuori orario per visitare la porta dei leoni e “le rovine della città antichissima”. Che tuttavia, benché intraviste a distanza, lo commuovono. È arrivato troppo tardi per aver voluto aspettare che i torpedoni turistici facessero rotta per le pensioni. Avendo praticato per anni il metodo opposto di Nucci, si può testimoniare che l’emozione è reale. La ricetta è – era - farsi la Grecia nella stagione morta, tra il turismo primaverile dei pensionati a buon mercato e le folle estive. E alle visite dei luoghi affollati, Partenone, Delfi, Olimpia, Micene, presentarsi all’apertura, alle otto, quando i guardiani ancora si stirano. A Micene, però, era giorno di chiusura. Aspettare un giorno si poteva, è il privilegio del turismo fuori stagione. Ma la determinazione sortì l’effetto opposto. “Aspettate”, fece a gesti il guardiano. Tirò su la stringa delle ciabatte, chiuse il gabbiotto, e guidò i visitatori là dove la recinzione aveva un buco. Fu così possibile vedere Micene in solitario, senza fretta, e senza danno per nessuno – l’aneddoto è scorretto e non andrebbe raccontato, la Germania non gradirà, ma legge questo sito?
Queste lacrime Nucci dedica, provocatoriamente?, a Zdenek Zeman – quanti lutti, per tutti.
Matteo Nucci, Le lacrime degli eroi, Einaudi, pp. 209 € 11,50







La vera riforma costituzionale è del raiume

L’onorevole Brunetta fa sul “Corriere della sera” la semiologia, la deontologia e la prassi parlamentare e di legge al professor Aldo Grasso del “raiume”, il linguaggio ipocrita, anticostuzionale, delittuosamente illiberale della Rai. Sullo stesso giornale ieri il professore aveva, “raiescamente”?, contrabbandato sotto forma di semiologia della critica dell’onorevole a “Ballarò” il rituale attacco allo stesso onorevole. A difesa, nientemeno, che di Ballarò - Grasso è sociologo della comunicazione. Con questo sofisma: “Controllore in Vigilanza Rai ma anche spietato recensore”. Doppio sofisma: si direbbe l’onorevole “critico”, ma “recensore” evoca la censura. Triplo sofisma: l’onorevole ha anche il torto di fare parte di una “istituzione tardo sovietica”.
È un esercizio di umorismo? Quello del professore no, è un esercizio critico. Lo è invece quello dell’onorevole, cui il professore non può obiettare. E, ma, questo è il suo punto di forza: la forza del raiume. La forza dell’ipocrisia: farsi scivolare tutto addosso, solo conta il potere.
Grasso non è solo, e non è il peggiore – è Rai senza saperlo, il raiume è invasivo. La vera riforma costituzionale sarebbe quella della Rai. Poi la Costituzione funzionerebbe, anche se del 1947.







Premi a vendere

Il premio Strega ha 400 o 500 giurati, ma non c’è a Roma una società letteraria di cinquecento persone. Neanche di cinquanta, non c’è a Roma società letteraria, né a Milano o altrove. È per questo che i premi sono solo operazioni di marketing: il libro che non si vende altrimenti, “si fa” premiare. .
È per questo che premiare l’impremiabile è da qualche tempo lo sport, allo Strega e al Campiello, come un tempo al Grinzane. I premi servono per i regali da poco, o per leggere sotto l’ombrellone, dove nessuno legge. Chi cerca una buona lettura sa che è meglio evitare il premio, difficilmente si sarà perduto qualcosa. A differenza che in Francia, da cui l’Italia ha importato il premio letterario. A Parigi il premio è votato da un gruppo omogeneo di lettori “professionali”, ed è garanzia di qualcosa: ogni premio è caratterizzato, e raramente delude.
In Italia è l’inverso: raramente s’incontra nell’albo d’onore di un premio un libro buono, da recuperare. Di un autore magari buono si premia il libro mediocre. Si fa premiare, bisogna dire, perché questa è la verità del premio: un’operazione di marketing. Piccola corruttela, ma invadente.

domenica 7 luglio 2013

Giustizia

Giudici giudicano se stessi.
Si giudicano in segreto.

Il premio onesto

Mai titolo fu più vero.
Walter Siti, Resistere non serve a niente, Rizzoli, pp. 316 € 17