Cerca nel blog

sabato 30 luglio 2016

Ombre - 326

Trump è ossessionato, oppure “ci marcia”. Ma l’Fbi annuncia un’ “ondata jihadista” in Europa, via immigrazione di massa incontrollata. Magari l’Fbi si sbaglia, si spera. Ma non siamo tenuti e crederle?

I media italiani sono per Hillary: è la più decente, ed è donna. Sono cioè per il partito Democratico. Ma nella politica italiana sono (quasi) tutti contro Renzi e il partito Democratico. Come la mettiamo?

I sondaggi saranno sbagliati a danno di Hillary Clinton, che Trump strabatterebbe. La prima donna candidata a presidente, la politica di più lungo corso e vasta esperienza, interna e internazionale, la moglie del presidente del lungo boom, com’è possibile. Ma i benpensati sbagliano a liquidare Trump per un volgare maneggione e la sua America per un cesso. Intanto è un concorrente di tanta virtù, temibile.  

“Dov’è Dio, se nel mondo c’è il male?” è il commento del papa a Auschwitz. Dovrebbe essere una bestemmia, ma può essere una scoperta. Non è mai troppo tardi?

Non è ancora agosto e la neo sindaca di Roma si è già squagliata. Dov’è, cosa fa, cosa ha fatto dopo il selfie col papa. Sì, i topi da fotografia adi Tor Bella Monaca, e poi?

C’è per la sindaca di Roma Raggi la stessa rispettosa devozione che ci fu vent’anni fa a Roma per la Pivetti presidente della Cemera – quella col velo nero e le mani giunte. Da parte degli stessi ambienti “filosofici”, da “Micromega” a “Repubblica”. Ci sono ancora uomini che amano le donne.

L’Olimpiade 2024, di cui la sindaca di Roma non sa e non le interessa nulla, ha testimoni del calibro di Muti, Benigni, Armani, Agnelli e altri tipi noti in tutto il mondo. Le stelle in politica iluminano poco, un po’ di campanile.

Però proteggono. Per molto meno l’assessora Muraro sarebbe stata azzannata a morte dalle cronache romane e anzi già agli arresti, fosse stata con Alemanno, o anche col Marino seconda fase.

“Non è guerra di religione, è per il denaro”, dice il papa dei preti assassinati. Se lo dice lui. Ma lo dice ex cathedra, dobbiamo credergli?
Può darsi pure che a Rouen cercassero le elemosine.

È pur vero che un pontefice non è altro che un costruttore di ponti. Ma Francesco è di più. Non era preoccupato i effetti il papa mentre commentava le ultime stragi. Era anzi sorridente, contento di se stesso – “gliel’ho fatta”. In linguaggio francescano, si direbbe giocondo.

“Dalle Filippine alla Turchia, quattrocento omicidi di religiosi in quindici anni”. Ma non lo sapevamo, il Vaticano non tiene la contabilità – roba da commercianti, volgare. Tutti i (quasi) quattrocento assassini sono starti perpetrati da islamici.
Ai (quasi) quattrocento religiosi vanno aggiunte le migliaia di cristiani sterminati in Pakistan e dintorni. A tiro singolo e in massa.

Greco provvederà, benché in barca”, scriveva questo sito in “Ombre” del 22 luglio, a proposito del ricorso dell’ex “salotto buono” milanese contro la nuova proprietà del “Corriere della sera”. E Greco pronto ha provveduto, l’inchiesta è aperta, Cairo stia avvisato.

Attorno a Schwazer c’è una tale turpitudine che si fatica a crederci – Schwazer è il più pulito…. Però c’è. Solo Sebastian Coe e i suoi danti causa fanno i moralisti. È una vera atletica della corruzione.

Putin ha drogato tutti i suoi atleti, ha avvelenato tutte le oppositrici, bombarda gli ospedali e le scuole in Siria, e spia Hillary Clinton, per conto di Trump. Com’è possibile? Crederci, cioè. Notizie di guerra, si sa, ma fino a che punto?

L’oltranzista Trump non minaccia nessuno, non rispolvera la guerra fredda. È una costante della politica Usa: i democratici sono più bellicosi dei repubblicani, i Bush esclusi. Basti pensare a Hiroshima e al Vietnam.- oltre che, fortunatamente, alle due guerre mondiali. E dunque il mondo per chi dovrebbe votare?

Francesco Merlo, una carriera di moralista, al “Corriere della sera” prima poi di “Repubblica”, in sostituzione di Maltese, altro grande moralista, che ha fatto fortuna a Strasburgo, prende 240 mila euro dalla Rai per una “strategia offerta informativa”. Senza vergogna, nemmeno del suo giornale, che anzi copre lo scandalo – quantum mutatus ab illo!

Ma non è solo “Repubblica” a nascondere lo scandalo delle prebende Rai, la cosa è rapidamente scomparsa da ogni giornale. Anzi, i castisti si sono già dati un altro  obiettivo scandaloso, i 5 Stelle.
La corruzione è soprattutto forte dell’anticorruzione – la mafia dell’antimafia, il doping dell’antidoping.

Nial Ferguson ha scoperto che il successo di Trump viene dal “potere della paranoia”. Che infetta gli americani, dice, dal Settecento – e perché perdersi i Puritani, paranoici al massimo? È cosi che gli Usa sono diventati, ormai da un secolo, i più ricchi e potenti al mondo.

Questo Ferguson è “un giornalista britannico” (sarà scozzese? irlandese?)  che a quarant’anni è diventato professore di storia. Negli Usa. Anzi, proprio a Harvard. Successore di Kisisnger. Senza paranoia?.

Di Monaco dopo Nizza sgomenta, dopo i morti, l’imprevidenza. La polizia arriva a venti minuti dall’allarme. Non in assetto da guerra. Mentre quattromila telefonate intasano i centralini della Polizia– nessun dispositivo selettivo è previsto per le crisi acute. Il ragazzo persiano non è il primo in Germania, dove altre volte gli adolescenti hanno ucciso i coetanei a diecine. Era in cura da uno psichiatra , ma senza effetto. L’Europa non si prende sul serio.

Un quarto delle donne in Italia non fa figli, una su quattro. Il 14 per cento negli Usa. Il 10 per cento in Francia, una su dieci. Dove sono donne meno libere?

È il lavoro? Una donna su due in Italia non è sul mercato del lavoro. Tre su quattro negli Usa e in Francia.

“Sono un uomo libero”, proclama Borriello ai fotografi che lo immortalano con l’ex fidanzata Belen. Borriello, l’(ex?) centravanti. Potrebbe essere l’inizio della riscossa maschile. Però, partendo da Belen – non è quello che se li tagliava?

In lode del lanzichenecco

“Il combattimento non è soltanto nostro padre, è anche nostro figlio”. Delle tante scritture del giovane Jünger sulla Grande Guerra, questa è la più toccante. Pubblicata a caldo, per sfruttare il successo di “Tempeste d’acciaio”, ma più intensa forse del testo di riferimento. Sicuramente è la meglio argomentata, quasi un trattato, della vita in trincea e all’assalto. E un ritratto originale dello stesso scrittore. André Gucksmann, che prefaziona la riedizione francese (in francese, tradotto quasi subito all’uscita nel 1922, ebbe lettori illustri, tra essi Caillois e Bataille), ci trova “i quattro” Jünger: il nazionalrivoluzionario prefascista, l’anti-Hitler a mente fredda, il futuro attento alla Germania dell’Est, e quello ecologista.
“Un testo folle, ma per nulla il testo di un folle”, Glucksmann lo sintetizza come “una filosofia della Grande Guerra”. Ogni immagine vi è filtrata e fissata. Il fango e le mitraglie. Il cannone sempre, sovrastante rumore di fondo. I cadaveri a mucchi, a brandelli, decomposti. La guerra di trincea, nel fetore, senza più eroismo né avventura. Gli entusiasmi, invece, delle “dichiarazioni” di guerra: “Quando la guerra elevò il su straccio rosso al di sopra dei muri grigi delle città, ognuno si sentì strappato di colpo alla catena dei giorni”. E “Ogni scossa ai fondamenti della civiltà scatena brusche eruzioni di sensualità”.
Un documento umano vivissimo – “un libro in cui voglio fare la mia pace con la guerra”. Senza sconti però per se stesso, nella figura esemplare del “lanzichenecco”, metà mercenario e metà volontario. Jünger è letto in chiave politica, specie le sue guerre. Ma è uno scrittore, oltre che un pensatore (qui ha anche formidabili sintesi storiche) e un politico (“questa guerra non è il finale della violenza, ma è il preludio”).
Il 21 marzo 1918 sarà il giorno “decisivo”, celebrato come la vigilia della vittoria certa. E invece sarà l’inizio della fine, provvisoria. Glucksmann ricorda che “l’Europa si eresse, nel XXmo secolo, Scuola di Guerra per cinque continenti”.
Ernst Jünger, La guerra come esperienza interiore, Piano B, pp. 160 € 13

venerdì 29 luglio 2016

Problemi di base (morali) - 286

spock

Se bisogna assecondare i malati immaginari, i deboli e gli stupidi, e fino a quando.

E i capricciosi?

Se il malato immaginario, il debole, lo stupido vanno assecondati  fino alla distruzione di chi li accudisce.

Se il debole e il capriccioso, e anche lo stupido, lasciati a se stessi, non si rafforzerebbero o rinsavirebbero..

Perché la salute è vista e trattata solo dal punto di vista del paziente?

Perché l’analista, medico della mente, non guarisce mai nessuno?

spock@antiit.eu

La corsa delle beffe

Sembrava un’esagerazione il docufilm annunciato di “Repubblica” sulle telefonate minacciose dei Damilano a Donati, trainer di Schwazer, “lasci vincere i cinesi” (“Operazione Schwazer, le trame dei signori del doping”), anticipato da Bolzoni sul quotidiano:

e invece è tutto vero. I cinesi ci sono e vogliono vincere. Anche quando barano e si dopano. Come Liu Hong, detentrice del record del mondo dei 20 km.. Dopata a un controllo, ma squalificata solo per 35 giorni. In tempo per permetterle di vincere a Rio - in tempo per beneficiare dell’effetto droga.
Liu Hong è risultata positiva a un controllo per caso, di routine. Non individuale e organizzato come quello singolare di Schwazer. A quelli gli atleti cinesi non sono positivi.
Liu Hong, e il suo equivalente maschile sui 50 km., Whang Zhen, vinceranno grazia ai fratelli Damilano. Dei quali Sandro è allenatore della nazionale cinese e Maurizio il presidente della Iaaf marcia, la federazione internazionale - quello che deve tenere lontani Schwazer e ogni altro pretendente alle medaglie della marcia.
Ma i Damilano non sono così potenti da determinare le scelte della Iaaf . Che Sebastian Coe presiede come mera testa di paglia, il cagnolino addomesticato. E della Wada, il lato business della Iaaf, la federazione internazionale dell’atletica, al coperto dell’antidoping.
È la Cina che vuole vincere nell’atletica, la “regina” dello sport. E detto fatto, la Cina vincerà. Vuoi mettere un miliardo e trecento milioni di spettatori?
Che c’entra il doping? È un’arma – l’antidoping cioè.

Cicerone eroico

Come si fa a leggere 500 pagine su Cicerone? Si fa, di corsa.  Roma alla fine della Repubblica è più intrigante che mai, Harris non si perde una battuta. Gli aristocratici sfidati dagli homines novi, provinciali – Cicerone per tutti. Crasso, Verre, Catilina,  i tanti tipi poco raccomandabili. Cesare puttaniere, freddo, e intrigante. Il familismo. Il tribalismo indefettibile. La normale compravendita dei voti - con gli intermediari professionali, i signori di cento, cinquecento, mille voti..Tutti corrotti e corruttori, spesso anche ladri. E un colpo di Stato mascherato da riforma agraria, il primo capolavoro di Cesare. Ci sono pure le intercettazioni, benché senza telefono. Il lettore si aggira per una Roma sicuramente del primo secolo a.C., ma gli sembra di toccarla con mano.

Curioso ”romanzo” di solida storia, di uno scrittore di fantasy, che ha ispirato grandi film – a partire da “Fatherland”, dove la Germania ha vinto la guerra. Solidissima, di riferimenti sempre accurati, e dettagliati fino alle minuzie, di situazioni e personaggi che magari figurano nella storia solo di sbieco, una volta, ma ci sono stati. Di storia romana, figurarsi, quanto di più remoto. Attorno a Cicerone, un avvocato – “un abilissimo comunicatore”: la retorica era il suo unico titolo: non era nobile, non era ricco, non comandava eserciti, ed era a Roma un provinciale di Arpino. Che però visse eroico gli anni tremendi della fine della Repubblica, in cui tutti tradivano tutti, e per primi se stessi.
Un romanzo storico che però, con tutti questi handicap, si legge avidamente, e a ogni pagina persuasivamente. Non ci sono più i capolavori, ma questo sarebbe uno.
Robert Harris, Imperium, Mondadori, pp. 475 € 6,90

giovedì 28 luglio 2016

Il mondo com'è (270)

astolfo

Classe – La biblioteca di  “classe” è sterminata e inutile. In Italia, ma pure in Francia – per non dire, è da supporre, della Russia stessa che tanto ce la inflisse. Fu tema prevalente della pubblicistica per trent’anni, fino agli anni Ottanta inoltrati, ma insignificante subito e di nessuno spessore dopo, se non  deprimente - solo parole, molte, perfino assurde.

Confine – Nel diritto e la politica di Roma è la nozione centrale della vita in comune. All’esterno, nei riguardi degli  amizi\nemici, e all’interno, tra famiglie e tribù. Romolo traccia una linea di confine, e uccide il suo proprio fratello perché non la rispetta. La civitas è dentro i confini, fuori sono barbari. Il ponte in sé è sacrilego, e va esorcizzato ponendolo sotto l’autorità di un Ponifex: i ponti attraversano il sulcus, il fiume o fossato che traccia il confine e la difesa della città. L’impero romano soprattutto cura i confini, con forze imponenti dislocate, guerre costanti per consolidarli, ptremi consistenti ai cittadini che si stabilivano a difesa. Il rispetto del confine è il retropensiero di Cesare che deve-vuole attraversare il Rubicone – da cui la frase famosa “Il dado è rtatto”, cio+ non tormentatemi più.
Oggi si è per la cancellazione del confine. Con l’effetto però di moltiplicarlo, in figure più spesso non definibili.

Europa – Ernst Jünger prima di Jacques Brel ha il “plat pays qui est le mien”, il “paese piatto” al cuore dell’Europa, ed è ila stessa Europa- in “La guerra come esperienza interiore” . E se lo figura anche, come un “pascolo”, benché senza le brume gallo-germane: “L’Europa” immagina “come paese piatto, verde e erboso, con tante bestie placide là sopra quante ne possono brucare”. Un paese piatto delle vacche.  

Filomena – Il curato d’Ars le attribuiva i miracoli che egli stesso faceva. Facetamente, poiché la santa Filomena non esiste. Era la patrona della verginità – che anch’essa non esiste?

Maria – Il culto mariano è tardo, dell’epoca delle cattedrali, XII-XIImo secolo, e della genesi dell’amore cortese.

Roma – Dopo l’Augusto di John Wilklams, un professore, ripescato peraltro dopo quasi cinquant’anni dalla pubblicazione, il Cicerone di Robert Harris, “Imperium”. Documentati: Harris è un romanziere, ma sembra sapere tutto, e non s’inventa trame, sa riusare i materiali storici, con effetti suspense incandescenti. E appassiona(n)ti. Si fa la storia di Roma antica ormai solo negli Usa, e in Francia e Inghilterra come residui di una consistentissima tradizione di studi - non più in Germania, come soleva nell’Ottocento, che solo pensa dopo Bismarck a invidiare e odiare i vicini. Non in Italia da ottant’anni ormai, con la scusa del fascismo – ma di che si fa la storia in italia?  

Stragi – Avvengono inspiega-te-bili in Europa mentre l’Europa si commemora neòlla Grande Guerra. Che però fu quella che tenne a battesimo la “mobilitazione totale”. Senza compromessi, e per pura scelta di principio. Di anime e corpi insieme. Civile più che militare, e quasi già religiosa. .

Si ricorderà di Breton l’atto surreale “assoluto” scendere in strada col revolver carico in pugno e sparare sulla folla a caso. È la surrealtà degli attentati, che poi si appellano all’islam e all’Is, in Francia, Belgio e Germania, come già alla metropolitana di Londra alcuni anni fa. Ma anche di quelli correnti negli Usa e ora in Germania, di refoulés, o presunti tali, che ”si vendicano”, degli estranei come dei compagni e vicini, sparando sulla folla a caso, a scuola, al caffè, all’università, per strada. Iperreali, surreali.  
Si moltiplicano gli attentati si singoli e piccoli gruppi per l’effetto ostensivo, o imitativo. connesso con la “pubblicità”, o la moltiplicazione dell’evento a opera dei media. Il Califfo non li organizza, li rivendica, ma è un’altra cosa .tra l’altro li rivendica in automatico, a opera di qualche suo call center. Si organizzano da soli, tra giovani sui vent’anni, isolalti o in piccolo gruppo. E si alimentano con spreco del “precedente”.
Si fa molto l’esempio di Breivik. Ma il killer norvegese – che si vuole non pentito e anzi si eroicizza – è altra cosa, sicura in un certo senso, solida, cioè prevedibile: è adepto di Hitler, come il giovanissimo tedesco di origine persiana che è andato a fare mattanza di coetanei al McDonald a Monaco, l’“ariano puro”. Qui gioca un’aggravante che è proceduralmente una premeditazione, e caratterialmente una predestinazione – è difficile non restare “vittime” di Hitler.
Diverso è il caso dei tanti giovani degli attentati in Francia e Belgio, e in Germania – come già per l‘attentato a Londra alla metropolitana. Giovani che s’immolano nell’atto, o subito dopo. Lo stesso negli Usa, a cadenza pressoché stabile, ravvicinata, “ordinaria” – come nel finale del famoso film di Peckinpah, “Il mucchio selvaggio”..
Di molti di essi si adducono poi problemi psichici, ma come attenuante. Mentre la causa vera è l’effetto dimostrativo o imitazione – l’evento opera come un forte”convincimento”, risolutivo.
Esito dell’isolamento dell’individuo, nel villaggio, in città, nel quartiere, a scuola, in famiglia, tale da acuire la misantropia naturale fino all’esasperazione, alla distruzione. Esito anche dell’adolescenza irrisolta, prolungata. Ma sempre per un effetto dimostrativo, una sorta di coazione a ripetere.
L’Is se ne appropria ma non provoca le stragi, le facilita. Gli attori sono ragazzi europei di seconda o terza generazione immigrati, cioè nella generazione in cui si diviene spersonalizzati. Diverso è il caso, e la psicologia, degli attentatori dell’11 settembre, venuti tutti dai paesi arabi: freddi, addestrati, organizzati. Il loro era un atto di guerra, New York era il fronte. I lupi solitari, per quanto infarinati di islam e legati ai siti estremisti dell’islam, sono solo se stessi, una generazione perduta.

Vietnam – Sono passati senza nessuna menzione, né onorevole né critica, i quarant’anni della conclusione della guerra del Vietnam ingloriosa. Una ritirata che Kissinger dovette negoziare per almeno tre anni, la guerra essendo stata perduta si può dire dall’inizio, con Kennedy che la volle – mai una vittoria, mai un’avanzata. Una sconfitta cominciata peraltro dieci anni prima di Kennedy a Dién Bién Phú, per l’indipendenza dell’Indocina, Vietnam incluso, dalla Fancia, e conclusa provvisoriamente con la divisione del apese.
È una guerra che avrebbe dovuto insegnare, in occasione delle guerre del Millennio, in Afghanistan, Iraq, Libia, Siria  che non c’è liberazione possibile se non c’è un popolo e un paese che vogliano essere liberati. Che abbiano una società, se non la forza militare, capace di vivere in autonomia oltre che desiderosa. È il caso della liberazione dell’Europa, dell’Italia in particolare, ma anche della Francia e della stessa Germania. Ma non è uno schema riproducibile a volontà, esportabile  ubiquamente. Non nel Vietnam per la coesione sociale e nazionale, un paese diviso con la forza, e tuttavia capace di vincere ogni nemico. Non nei paesi della avventate guerre del millennio,tutti tribali: le formazioni socio politiche più frantumate e irriducibilmente divisive, in perpetua guerra civile. Paesi tribali notoriamente, per studi e accertamenti plurimi del mondo arabo: Libia, Siria, Iraq. E quello che anche i bambini conoscono, via “Kim”: l’Afghanistan.
Nonché una politica dissennata, la reazione occidentale all’11 settembre è stata una incolta, da analfabeti.

astolfo@antiit.eu

La giustizia è corruttiva

La giustizia è parte attiva della corruzione in appalti, la più rovinosa. Tutta la giustizia, civile, penale, amministrativa. E non solo in appalti, nella vita associata in genere.
Come qualsiasi altra burocrazia, cieca e onnivora, la giustizia è il meccanismo principe della corruzione: in affari, in politica, nell’informazione o opinione pubblica. Il processo penale è avventuroso e extradibattimentale, con poche o nulla possibilità di difesa. Il processo civile è una cloaca: chiunque può denunciare chiunque, e bloccare anche il minimo appalto, rifare un gabinetto a scuola, per anni e decenni. Perché il giudice si appropria di tutto, il penale, il civile, l’amministrativo. E il più pronto e pervasivo denunciante è di solito il più corrotto, perché “ammanicato”, con l’avvocato e il giudice giusti. Tutti procedimenti al cui esito normalmente è il committente pubblico a rimetterci, se non altro in forma di indagini di polizia, cioè tutti noi - non, evidentemente, per ragioni che non sappiamo, il giudice. 
Non c’è un giudizio preliminare di attendibilità dell’azione legale. C’è nell’ordinamento, ma non di fatto: nessun giudice lo applica, e quindi è inutile appellarvisi. E c’è su tutto l’imprevedibilità, cioè l’assoluta arbitrarietà della Cassazione, che statuisce pro e contro, anche contro se stessa – il precedente non fa legge… E non è al di sopra delle parti, come si finge che sia, gli avvocati del Palazzaccio sanno benissimo in anticipo come statuirà, in base alla sezione che si prende il caso.
I giudici non si pagano – non tutti, non in contanti. Lo fanno per la mente bacata che hanno, del potere avulso, e personale. Ma l’effetto è uguale, la moltiplicazione della corruzione: è grazie a loro se è invincibile.

La vita quotidiana nel Veneto, che ridere

Fa senso leggere questo “Italiani” oggi, perché sembra di un’altra Europa, già svanita. Senza il solito ghigno dell’inglese medio del dopoguerra, che dice strano tutto quello cui non è aduso. Qui, per esempio, “fare il vino”, che per un inglese è fuori dal linguaggio, oltre che da qualsiasi pratica, fin dai tempi del’imperatore Adriano, e prima: è un’esperienza strava ma non condannata, Parks si astiene. Anche dove qualcosa di inverosimile effettivamente si produce: “Dopotutto, questo è il Paese dove la scelta degli arbitri per le partite di fine settimana è annunciata insieme con gli scandali politici e il dilagante debito nazionale tra i titoli di testa in tv”. La meraviglia è giusta, ma senza puzza al naso, della differenza come inferiorità. E un uso esteso dell’italiano, nell’edizione inglese, con centinaia, forse un migliaio, di parole, senza un solo errore di ortografia – uno solo, “ciliege”. E una “traduzione” comunque sempre esatta delle espressioni idiomatiche.
Di che si tratta? Delle costruzioni a pali di ferrocemento, il nostro condominio quotidiano, propagano amplificati, effetto eco, i suoni, e vi trovate in casa il lamento notturno del cane a piano terra, e le pianelle, quando non sono zoccoli, della vicina insonne, che qualche volta decide anche di spostare i mobili per dare un senso ala sua vita. Tutte cose così. Il vicino di pianerottolo impervio. Quello che tiene il cane da caccia rinchiuso e puzzolente. E naturalmente, i sei mesi di caldo con le finestre aperte, la tv a tutto volume – questo, ora, è in disuso. Con tutte le pratiche, necessarie e impossibili: la voltura dei contratti, per es., un mistero gaudioso della necessità\impossibilità, e perfino il certificato d vivenza, o anche solo di residenza. E  come si finisce per pagare una mazzetta per poter pagare le tasse senza gravi impedimenti. “L’anarchia fuori, l’etichetta dentro” casa, la socievolezza insocievole, etc.
Nulla di eccezionale, solo i minuti eventi della giornata, e le lunghe notti, prolungate dai rumori molesti, della vita da affittuario in un piccolo condominio a Montecchio, provincia o frazione di Verona. Un luogo di osservazione privilegiato per abbozzare e abitudini e pratiche mentali e tic correnti del piccolo italiano di periferia. Una “vita quotidiana in Italia”, genere in uso negli anni 1960-1970  nella sociostoria francese (Fevre, Ballandier… ). Nell’Italia del ceto medio, qui di una periferia veneta, di un mondo che non è più campagna e non è paese, ma un agglomerato di case, una campagna in via di urbanizzazione, quale era il cosiddetto Nord-Ovest in quegli anni, con la novità della “fabbrichetta”. E, sorpresa, un quadro dell’Italia di provincia anni 1980, ma bisogna saperlo: il paese è immutato, se non in peggio. Il capitoletto dell’impossibile voltura dei contratti, del gas, della luce, del telefono, andrebbe arricchito oggi delle truffe del mercato libero, triffe legali, a partire dal libero mercato stesso, che sarebbe incredibile se non fossero reali, ordinarie, quotidiane: l’onesto subentro\voltura è sempre impossibile, essere truffati sì.
Un  mondo opaco Parks tratteggia, di linguaggi spenti, ripetitivi, di abitudini inalterabili e modi di dire, di origini incancellabili e prevaricatrici (il veneziano, il settentrionale…). Non al nodo di Meneghello, "Libera non a malo", di un mondo che si conserva per vivacità e voglia, ma di comunità che si lascia fare, nella modernizzazione come arricchimento. Un ritratto del Veneto, che Parks ipostatizza come entità a sé stante, con una propria fisionomia all’occhio straniero, appaiandolo alla Toscana. Tra le Alpi e la Bassa, che molto richiama all’autore la Russia: alcool – record di consumo pro capite – e Ufo. Ma un omaggio, alla fine, alla gente del Veneto, per quanto chiusa nel dialetto, e nell’ignoranza senza complessi. È anzi un lungo dépliant turistico-propagandistico. La pulizia ossessiva – per un britannico, poi, abituato a lavare la vasca da bagno una volta al mese, quando proprio ci tiene...  Ma per lo più le differenze sono i fatti, non un giudizio in tribunale, come da un secolo ormai gli inglesi, coi loro cugini teutoni, si sentono chiamati ad arbitrare.
Temi non brillanti, e anzi noiosi, ma la loro narrazione lo è. Questa vita minuta è straordinaria per molti aspetti. Non sociologica, ma di autore: eccezionale è l’abilità di Parks di farne materia dilettevole per gran numero di fitte pagine, 326 nell’originale inglese. Lo scrittore sedentario – traduttore e insegnante in quegli anni a Verona -  rinverdisce la tradizione inglese del viaggiatore ai piedi, da Lear a Norman Douglas, che osserva divertito e divertente. Un repertorio alla vecchia maniera dei viaggiatori inglesi, curiosi, anche sorpresi, e non censori. E un capolavoro d’ironia. Che è difficile da esercitare, e quasi impossibile sulla lunga distanza, nell’insistenza. Ma Parks ci riesce: con questo “Italiani” – il titolo originale è meglio, “Italian Neighbours”, vicini italiani – Parks è diventato  scrittore pregiato, e anzi un’autorità in materia di linguaggi letterari crossborder.

Tim Parks, Italian Neighbours, Vintage, pp. 328 € 12

mercoledì 27 luglio 2016

Secondi pensieri - 271

zeulig

Adulterio - Kant non lo esclude, seppure tra le “questioni casistiche”: “nella gravidanza, o se la donna è divenuta sterile, e quando essa non sente alcuna inclinazione per l’atto”, Kant dubita se non vi sia “una legge della ragione pratica, che, in collisione coi suoi principi di determinazione, permetta, per una specie d’indulgenza, qualcosa che pure è in se stesso illecito”, permetta cioè di scopare.
Ora è sparito col cornuto, d’improvviso, due dei più densi filoni di letteratura. I femminicidi ripetuti sembrano dire il contrario, ma solo all’apparenza: sono l’effetto del possesso, di una donna, dei figli, non di una gelosia o un tradimento - vanno col mercato. Non amori, del resto, storie ci sono, che non si possono narrare, non c’è materia, le botte di sesso stancano, giusto le posizioni – sarà questo il destino della storia.

Analisi - C’è ora la strana usanza di andare dal dottore per salvare se stessi, e magari anche la convivenza. Andare dal dottore è già una malattia: se l’analista è il malato che vuole curare, il paziente pure. Chi fosse in pace con sé produrrebbe più voglia di vivere che non la divagante confessione all’ignoto.
“Ero gemma nascosta”, dice il Corano, “il mio raggio fulgente mi ha rivelata”. E se non c’è fulgore? Né salva il sesso, che è il primo livellatore, toglie pure il piacere della carne – il ricorso all’analisi è al 90 per cento sulla vita di relazione, sessuale cioè.  

Decostruzione –Applicata al racconto, alla poesia, al romanzo, all’opera “di creazione”, è un nuovo racconto. O è ridicola: non si può dimostrare che l’autore ha voluto dire incomprensibilmente, o velatamente, questo e quello. Non è una dimostrazione.

Dio – Colpi di mano (islamici) e frustrazioni (cattoliche, ortodosse, cristiane) lo danno effettivamente in ritirata. Sono quelle operazioni-emozioni-rivalse di retroguardia, colpi di coda.

Galileo – È il vero razionalista “moderno”, che legge l’universo, ne “scopre” le leggi, e non lo sovverte, non lo assoggetta. Non demonico. L’ermetismo, tra alchimia e cabbala ebraica, influenza ancora Francesco Bacone, Copernico, Keplero, e lo stesso Newton, non Galileo.
È il segreto della sua scrittura, scorrevole, limpida – non vuole nascondere nulla.

Heidegger – Eco lo pone nel “nuovo irrazionalismo ermetico” – tra gnosi e cabbala. È una chiave.
Si spiega l’heideggerismo di tanti pensatori ebrei, malgrado l’antisemismo professo dell’uomo.
Un gnostico contemporaneo in effetti si potrebbe dire, nell’essenziale e nei contorni. Del carattere impersonale. Dell’umanità “gettata” nel mondo, da cui deve – e non riesce a – trovare una via d’uscita, del rifiuto sia della contemporaneità (“tecnica”) sia in definitiva della storia, che non sia nostalgia, indefinita – del contadino perfino e la vita agreste, del montanaro.

Infinito – Indefinito.

Matrimonio - Balzac lo dice decretato in cielo, tanto poco se ne sa. All’opposto dell’adulterio, che ha fatto la fortuna di due secoli di commediografi. “Al tempo degli apostoli il matrimonio era tenuto in considerazione così bassa che Tertulliano lo mette alla pari con l’adulterio”, opinano Bouvard e Pécuchet e di più non si può dire, a parte il fatto che Tertulliano non è un apostolo. Si capisce Ibn Arabi, secondo il quale l’amore è la capacità di rendere visibile l’invisibile, quando non si vede più nulla: l’incontinenza l’ha forse sdegnata, benché ridicola, certo.

Nietzsche – Monumentale gnostico moderno – contemporaneo, dell’epoca Excelsior. Il suo Übermensch lo è – la sua filosofia non è giustamente per schiavi, è per signori.

Si legge allegramente, ma si elabora pensosamente. È lui o non è lui?
Lui non aveva la barba. Non rifletteva nemmeno molto, di preferenza scriveva. Lettere, opuscoli, pensieri, aforismi, e quante conversazioni, amava pensarsi, e si faceva elaborando. È filosofo “aperto” – difficile legare tutti i nodi - perché non si ripensava (presupposti, assunti, sviluppi coerenti). È come se scrivesse di getto – e per lo più così faceva. L’impromptu è il suo metro. 

Sacro – Deve essere esot-ico-erico, dice Jung. Ogni volta che ci diventa familiare cerchiamo nuove fedi, “solo i simboli esotici sono sacrali”. Si spiega il continuo “aggiornamento” delle chiese, e l’esegesi interminabile – il testo sacro ha bisogno di un continuo aggiornamento. Compresi i dogmi dell’età del positivismo – la chiesa fu positivista… Che però contrastano con l’aggiornamento.

Segreto –  È ricetta facile del giornalismo a sensazione – cioè, oggi, del giornalismo. Ma ha radici culturali – epocali – in una con la società della crisi (la società più affluente e protetta della storia, anche contro le sue stesse guerre). C’è, prevalentemente, nei riti e miti della vita quotidiana, dalla politica al condominio e alla vita di coppia (le gelosie fredde, al confine con la paranoia). E fin nella più alta – impegnata, impegnativa – esperienza politica del Novecento, il comunismo. Per almeno un aspetto, che Eco porta a esempio nella conferenza “Interpretazione e storia” (ora in “Interpretazione e sovrainterpretazione”): “Quando Lukáks sostiene che l’irrazionalismo filosofico degli ultimi due secoli è un’invenzione della borghesia che cerca di reagire alla crisi cui si trova di fronte legittimando filosoficamente la propria volontà di potenza e la propria pratica imperialistica, sta semplicemente traducendo la sindrome gnostica in linguaggio marxista”.
Ma c’è di più: il comunismo-chiesa di molte trattazioni era in realtà un comunismo-gnosi. Per il principio elitistico del leninismo, che molti elementi di questo tipo – gnostici, volendo cercarne le radici nel tempo – aveva introdotto in Marx. Della guida spirituale e morale alla redenzione – poi degradata a culto dei capi.

Tempo - È irreversibile per lo stesso Dio, secondo la scolastica. Tomaso d’Aquino ne fa l’exemplum con un curioso quesito, invece del piatto rotto che non si può ricomporre: se Dio può ricostituire la verginità perduta della donna - in una Quaestio quodlibetalis, la fatwa degli odierni  ulema islamici: “Utrum Deus possit virginem reparari”: se Dio può ricostituire la verginità di una donna che l’ha perduta. Non può è la risposta. Può perdonarla, rimetterla in stato di grazia, miracolarla anche fisicamente, ma non può cancellare la storia: non può fare sì che ciò che è avvenuto non sia avvenuto, perché la violazione delle leggi temporali è contraria alla sua stessa natura. Dio è tempo.
Si direbbe l’eventuale violazione contraria al principio di non contraddizione. Ma potrebbe non esserci contraddizione, se la perdita della verginità fosse avvenuta nella purezza – nel martirio. No, è un caso di eventi successivi – del tempo in senso proprio, come storia, svolgimento.  

È ordinato nella “sequenza cosmologica”, dice Eco. Ma le sequenze cosmologiche sono rotative, ritornanti – quella dell’eterno ritorno. Il prima e il dopo vi si aggiungono, nel cosmo sono assottigliati al limite dell’imponderabile..

È irreversibile nella (a causa della?) sintassi latina. La sequenze dei tempi nella consecutio temporum è un sistema di subordinazioni logiche che diventano temporali. L’ablativo assoluto, “il capolavoro del realismo fattuale” (Eco), non consente di rimettere in discussione qualcosa che sia stato fatto o presupposto – è “un dato di fatto”.


Il piatto rotto che non si può riparare san Tomaso d’Aquino spiega curiosamente, in una “Quaestio quodlibetalis”, una sorta di fatwa, parere autorevole di un ulema, con la verginità: “Utrum Deus possit virginem reparari”, se Dio può rifare vergine una donna che non lo è più. Dio può perdonare, spiega l’Aquinate, può riportare allo stato di grazia, e può anche miracolare, nel caso ricostituire la l’integrità fisica della donna. Ma non può cancellare l’accaduto, la perdita della verginità. 

zeulig@antiit.eu

La corruzione è del giornalismo

Che la Rai sia un trojajo tutti lo sanno ma nessuno lo dice – “Repubblica” s’illustra perfino a minimizzare oggi lo scandalo. È il problema numero uno: la corruzione è diffusa tra i giornalisti – se non oggi domani, una consulenza, un programma, una pingue comparsata a settimana, un commento autorevole arriverà.
Un tempo il giornalista era come il funzionario della Banca d’Italia o del Tesoro, come il notaio, come giudice, uno che faceva professione d’incorruttibilità. Ora non più, e più di tutto alla Rai.  Che paga con le tasse che esige, direttamente.
La prima e maggiore casta è la Rai: è nel Raiume che si è inventato il “sottogoverno”. È anche la più nota, esposta bene in vista, e privilegiata. Ma non figura tra le caste dei giornalisti e gli editori specializzati in caste.
Si tenta anche di “coprire” lo scandalo: le retribuzioni, si dice, sono quelle del mercato. Ma Berlusconi paga la metà e anche un terzo della Rai.
Ora non si può non parlare delle retribuzioni megagalattiche di nullafacenti. Cifre spregiudicate e avvilenti. Ma siamo qui ancora nell’ordine del mezzo miliardo di lire, che è la mazzetta “normale” per i giornalisti. Una mancetta per il Raiume. Sono invece milioni di euro, decine di milioni, decine di miliardi di lire, le uscite per agenti, procuratori, produttori, e perfino servizi tecnici. L’outsourcing alla Rai, i servizi esterni, incontrollati, costano mediamente più delle produzioni interne. Per le quali dirigenze, professionalità e maestranze vengono retribuite ma non fatte lavorare.
Questa è una mafia vera. Prova ne sia che non se ne parla: l’omertà è qui ferrea. Nel disinteresse peraltro dei Pignatone e Prestipino, che la mafia hanno importato a Roma. Della Corte dei Conti, Del ministro del Tesoro salda i conti.

Moravia non svogliato

Una riproposta, di una raccolta desueta, che può liberare Moravia da se stesso: un Moravia “popolare”. Ma non più uno che va “verso il popolo”, come dice uno dei titoli della raccolta (qui non compreso). Non più atteggiato. A critico della borghesia - “teorematico”, come poi Pasolini. Tra turbamenti di scuola, da lettore di Proust e Freud. E quasi spontaneo, invece che resistente imbozzolato in una boghesia introvabile, di una decade e un quartiere. Non svogliato - soprattutto Moravia era svogliato.
Alberto Moravia, Racconti romani, Il Sole 24 Ore, pp. 79 € 0,50

martedì 26 luglio 2016

Letture - 267

letterautore

Céline – Borges, “Finzioni”, o il suo alter ego Pierre Ménard per lui, opina che sarebbe stimolante leggere il “De Imitazione Christi” come se fosse stato scritto da Céline. Ma è solo un’espressione della sua irreligiosità, un’irrisione – Borges è cieco e sordo al religioso. O uno scherzo: Borges voleva dire il contrario, che un autore non può essere un altro?
Umberto Eco, che all’epoca era per il libro del Lettore e non  dell’Autore, dirà successivamente, deluso dalla “sovrainterpretazione”, che ci ha provato, ha seguito il consiglio, ma ci ha trovato poco o niente Céline (“Interpretazione e sovrainterpretazione”, p. 79): “Ho trovato delle frasi  che avrebbero potuto essere di Céline”, ma “poche” – e quella che cita non è céliniana: “La grazia ama le cose semplici e di basso livello, non è disgustata da quelle dure e spinose, e ama gli abiti sordidi”, dov’è il ferrigno e il diabolico?

Dante –  È l’autore prediletto dell’ermetismo. Dei Fedeli d’amore, Rosacroce, Massoni, Templari e ogni altro. Le esercitazioni in materia sono dozzine. Dozzinali: senza appigli, e con molti impossibili post hoc ergo propter hoc. Ma perché è l’autore forse più impegnato, o più sentitamente, più di Milton e altri, nella poesia del religioso. E l’ermetismo è - prima che esperienza poetica, di tecnica - la deviazione dal religioso, un Ersatz.
Eco ha una spiegazione precisa di questa assunzione di Dante nell’ermetismo (“Interpretazione e sovrainterpretazione”, p.68): “”Qualsiasi organizzazione che pretenda di discendere da una tradizione precedente sceglie come emblemi quelli della tradizione cui si rifà”. L’esoterismo-ermetismo si applica al cristianesimo come Mussolini, che aveva scelto “di utlizzare come segno i fasci littori dato che desiderava considerarsi erede dell’antica Roma”.

U. Eco –I suoi romanzi la romanziera e filologa americana Christine Brooke-Rose dice”romanzi a palinsesto”. Riscritture di vecchie scritture. I romanzi “storici” o di erudizione lo comportano, ma è vero, Eco lo fa di programma – non ambisce al romanzo storico, ma a chiave.

È un adepto egli stesso degli “Adepti del Velame” che irride? Glielo rinfaccia garbato un suo lettore e critico americano. Jonathan Culler. In effetti, Eco è nei suoi romanzi praticamente ossessionato dal complotto, in tutte le forme, storico, filosofico, esoterico, spiritistico, letterario, culturale, mentale. Delle forze oscure della reazione in agguato, come una volta si diceva. Critica violentemente, a partire da “Il pendolo di Foucault”, 1988, che ne è l’apoteosi, la mentalità del segreto e del complotto universali, ma non se ne libera.
Una spia è la sua revisione del dibattito con Culler, Brooke-Rose e Rorty sulla sua denuncia della “sovrainterpretazione” ( tutto è interpretazione): Eco la riduce a “una replica di mosse da tempo familiari, quasi uno stadio ulteriore nella tortuosa storia dell’ermetismo e dello gnosticismo”. Ma in questa presa d’atto del dibattito, nella presa d’atto sospettosa, conferma il suo vizio o propensione verso il “velame”, l’occulto, il senso riposto di ogni cosa – di cui peraltro giustamente dice che alla fine è il vuoto: “Il segreto definitivo dell’iniziazione ermetica è che tutto è segreto. Ne deriva che il segreto ermetico deve essere vuoto”, chi pretende di rivelarlo non essendo un iniziato, giusto uno che parla a vanvera.  
Uno sbrogliamento dello ghiommero potrebbe essere che Eco, che è molte cose ma soprattutto si vuole studioso e scienziato, aborre dai complotti e dai segreti, ma ci si diverte, se non ci sguazza dentro. E cos’altro è il segreto del complotto, se non  un divertimento, magari tra compari..
Fantascienza – Ha la credibilità dell’incredibile. Deve averla, altrimenti degrada a mera fantasia - sia pure malata, terminale: l’eccesso non la purifica. C’è una credibilità dell’incredibile, possibile, non contraddittori. Degli stessi ingredienti del credibile – e della fede o ragione..

Grande bellezza – È la morte, il cadavere non decomposto, dei santi – anche laici, bisognerebbe aggiungere, mummificati, un tempo al Cremlino, oggi a Pyongyang e forse in Cina (quei “vertici” - ganci? - politici senza tempo dalle manine di biscuit, che quando applaudono non si toccano, capelli di seppia e facce di cera, senza età, che però artigliano saldi i fili). La “grande bellezza” di Roma, che gli è valsa l’Oscar e ogni altro premio, Sorrentino aveva già spiegato in uno dei suoi racconti (“Antonello Venditti”, in “Tony Pagoda e i suoi amici”) come quella di “una straordinaria città morta”. Straordinaria per l’integrità: “È l’integrità del cadavere il grande miracolo estetico e mistico di Roma. Essa non conosce il degrado del corpo”. E poi: “Per sentieri vivi, non bisogna forse ossessivamente relazionarsi con la morte?” O anche: “Una città che è sempre una novità per la semplice ragione che la morte è sempre una novità”.

Interpretazione – O “il libro è del Lettore”. Eco, che ha esordito con “Opera aperta”, 1962, e con Peirce, e di molte disparate “letture” si è dilettato di Joyce, con “l’interpretazione illimitata”, chiude con “I limiti dell’interpretazioone”, 1992, e con l’ancora più restrittivo “Interpretazione e sovrainterpretazione” due anni dopo. Ma lui è il narratore del “trasformismo”, dopo esserne stato l’artefice, nel senso di fregoli, uno che si tramuta.

Moravia – Nel complesso, ripensato oggi e in parte riletto, si circoscrive narratore di una borghesia che non c’è, non è sentita – c’è al Parioli-Flaminio a Roma. Di una visione (ideologia) piuttosto europea della borghesia, di cui Proust e Freud sono state massime espressioni, senza riscontri reali. Un mediatore culturale. Come un odierno mediatore culturale di tribù sparse dell’Africa.

Shakespeare – È un masochista geloso – roso dall’invidia, di cui si fa colpa? Secondo l’avventurosa lettura di René Girard, “Shakespeare. Il Teatro dell’invidia”, sì. Ma è questa una battuta di Joyce. Che nell’“Ulisse” fa dire a Stephen Dedalus, alla National Library di Dublino: “Il suo intelletto infallibile è uno Iago folle di gelosia che desidera senza sosta la sofferenza di quel moro che è in lui”. Al che nel romanzo gli viene obiettato: “Ma lei, poi, ci crede alla sua teoria?”  “«No», disse prontamente Stephen”.  

Sherlock Holmes – Si piace e piace – piace perché si piace. Sembra un disperato, cioè dovrebbe esserlo: solo e solitario, per unica compagnia avendo un dottore pedante e senza fantasia, cocainomane e oppiomane, senza rendita e senza reddito, pieno di complessi e depresso più che non. E invece è l’uomo più sicuro di sé che esista, a leggere.

letterautore@antiit.eu

A Berlino c’è Hitler ma la notte no

Alla prima lettura nella prima edizione tascabile anni 1960, come alla rilettura, Isherwood colpisce per la superficialità. Quella che piaceva a Savinio, come contrario del profondiamo: il rappresentare omettendo l’ansia e il giudizio, anche impliciti, anzi soprattutto se. Molto ben narrata peraltro, scorrevole: di personaggi senza spessore nella grande storia che s’indovina sotto i loro passi incerti. Di insegnanti di inglese che si fanno spioni, o viceversa, in realtà solo occupati alla “vita” di Berlino spregiudicata. Con un che, però, di sgomento: che in una Berlino turbolenta non già a posteriori, ma al tempo della narrazione, abbia riguardo solo per lo smanettamento dei biondi coatti e muscolosi che convergono la notte al centro di Berlino dalle periferie industriali e le campagne – i senza volto dei gay in perpetua caccia che oggi dilagano.
Non una trascuratezza, una scelta narrativa, di caratteri. Per una sorta di anestesia morale. Astorica naturalmente, anche per chi fosse insensibile alla storia - per incoerenza alla storia interna, alla vicenda e ai suoi personaggi, alla narrazione. Che tanto più colpisce in una comunità (minoranza) in vario modo perseguitata – o, quando era al potere e in voga, tra i gerarchi di Hitler, vergognosa e disprezzata. Berlino c’è tutta, ma nelle “cacce” notturne – come in “Cabaret”, il film di Bob Fosse e Liza Minnelli che molto deve a Isherwood, dove però è uno sfondo vero, non un fondale scenico.
Christopher Isherwood, Mr Norris se ne va, Adelphi, pp. 248 € 18 

lunedì 25 luglio 2016

Stupidario estivo

Stava lasciando la Sardegna con tre bottigliette ricordo di sabbia dell’Ogliatra. È stata bloccata a Cagliari Elmas dalla sicurezza. Che ha allertato il presidio Forestale in forza nello scalo – ci sono i Forestali a Cagliari Elmas. Le bottigliette sono state sequestrate, la sabbia è stata riportata a Tertenia, dove era stata rubata, e la turista, una giovane svedese, dovrà pagare una multa di “oltre tremila euro” – oltre quanto: trentamila? trecentomila?

Pusher incastrato dal Fisco a Treviso: dovrà pagare l’Irpef sulla droga smerciata, il 22 per cento in rapporto al suo scaglione di reddito, tremila euro al mese, e rispondere del reato di evasione fiscale.

Il prezzo dei gelati è sceso del 2 per cento, secondo la Cgia di Mestre.

Anche lo zucchero è andato giù, del 2,4 per cento. Tutto vero.

L’entourage di Renzi ricorda che per la Rai il tetto dei 240 mila euro (alle retribuzioni) non vale «per volere del Parlamento»”

Malik Obama, il fratellastro del presidente degli Stati Uniti Barack, sta con Trump: “Mi piace, parla al cuore della gente”.

Il Tigullio a Ferragosto si svuota, invaso dal turismo di massa: “Le imbarcazioni da grande turismo, quando arriva la seconda settimana di agosto, abbandonano il Tigullio al proprio destino. L’altra sera, prima di levare le ancore, il Duca di Windsor consumò un abbondante pasto (in bianco, come il suo stomaco bruciato dal whisky richiede)  al suono di una chitarra. Quando la chitarra suonò l’inno «Dio salvi il re», il Duca disse confidenzialmente al cameriere: «Questo è il miglior Paese del mondo»”.
Il Tigullio abbandonato “al proprio destino” è di Alberto Cavallari, inviato speciale del  “Corriere della sera”, a Ferragosto del 1954.

La capitale degli ambulanti

Non c’è dubbio che Firenze sia male amministrata, e anche molto male. Da tutti i suoi sindaci degli ultimi quarant’anni, Renzi compreso - non c’era mai: ha utilizzato la carica per fare viaggi nelle captali del mondo. Dal suo successore e dai sui predecessori. Incolpevoli forse, ma perché incapaci.
Fare un tranvia a Firenze è opera di molti decenni, tuttora interminabile. O uno stadio fuorimano – l’università sì, è stata prontamente periferizzata, senza nessuna necessità, lo stadio no, che paralizza mezza città una domenica su due.
Altro non si può fare: progetti commissionati e pagati ai migliori urbanisti e architetti giacciono da decenni inutilizzati. I secondi Uffizi, o anche solo una porta d’accesso secondaria agli Uffizi. Il  traffico. L’assetto di piazza del Duomo. La vocazione della città, a parte il mercatino di san Lorenzo. Che ora ingombra tutte le piazze e i marciapiedi, di manufatti asiatici, di venditori afroasiatici.
Non decide per l’aeroporto, non decide per la stazione, e si sa anche perché: perché blocchi di interessi contrapposti glielo impediscono. Bologna ha da un decennio buono una stazione tav con soddisfazione di tutti, Firenze dopo  quasi trent’anni, e un centinaio di milioni spesi per una stazione ora abbandonata, non ne ha ancora l’idea. Ha deciso per l’università e per i tribunali perché avevano il lottizzatore giusto. La verità è infatti peggiore dell’incapacità: è la corruzione, al coperto delle logge, nell’amministrazione e alla Procura della Repubblica. Perfino nel piccolo grande business degli invadenti ambulanti.
La guerra di logge, d’altra parte, attanaglia la città, è un circolo vizioso. Era città d’arte, ed è giusto una città museo, scomoda, per orari, affluenze, gestioni delle affluenze. Mentre tutto decade e s’imbruttisce, per pedane, scorrimenti, transenne, la popolazione è più che dimezzata, il reddito medio diminuisce.

Ruby al ballo delle debuttanti, all’Opera di Vienna

“Tony Pagoda” Sorrentino ha trovato la sua cifra, dopo l’esordio nel romanzone “Hanno tutti ragione”- poi filmato come un “Cabaret”, e la differenza con l’originale si pesava. Sorrentino, che intanto maturava film d’autore, “La grande bellezza”, l’ancora più complesso “Youth”, si abbandona all’umore malinconico. Meglio, riflessivo. Quello del grand reporter, giornalismo d’autore o narrazione del reale. Dietro il sorriso: di compatimento, di amicizia, di desiderio, del giudizio, del caso che sempre ci mette la zampa, soprattutto nelle avventure sentimentali. A proposito dello spettacolo anzitutto, della vita della gente di spettacolo, che più lo alluzza, anche negli ultimi impegnativi film. Berlusconi “Fabietto” in improbabile visita di Stato a Pyongyang – ma ritratto realisticamente come l’orfano, o la vittima, del padre, quello che non è mai cresciuto. Le stesse olgettine, Ruby in prima fila, proiettando pietoso sul loro pallido palcoscenico. Ma di più su una serie di esistenze prese dal reale, gli amici Maurizio Ricci e Jacopo Benassi (“Tonino Paziente”), Maurizio Costanzo, Venditti, Lavezzi. Silvan, le “vecchie glorie” Carmen Russo e Enzo Paolo Turchi”, Stromboli, l’hostess di trent’anni prima – ma quanti anni ha vissuto Sorrentino, forse non tutto è cose viste? “Ettari di volgarità e tenerezza da raccontare”.
Su tutte un velo di rivoltata ma sempre giudiziosa malinconia. Per la nostalgia anzitutto della “vera vita”, del non essere cresciuto. Costante è il ritorno, con “Fabietto” e con gli amici, ai “famosi ragazzi senza pensieri”, che sapevano ridere, di nulla: “Siamo stati un candore. Siamo stai uomini senza scopo. Siamo stati la vita che si lascia vivere”. O della “inutilità” come “grandissimo vanto”. Per il disagio nel mondo della parvenze, che è il suo: dello spettacolo. “Si trova un pubblico per ogni cosa”, la più triviale. O la modernità che sempre più rapidamente consuma se stessa: “Si cattura a brandelli. Di fretta”, un motivo, un fotogramma, una frase, “niente per intero, le frasi tutte sconnesse, incomplete”.
Ma una predica non minacciosa. In una vena surreale, scorrevole. Con chicche da antologia. Ruby al ballo viennese delle debuttanti – 40 mila euro per farsi notare ogni due minuti un paio d’ore in un palco all’Opera, smanazzata da ovvio pingue miliardario – “le donne di Berlusconi, senza saperlo, stanno morendo di vecchiaia”, sono giovani vecchie, che non  vivono la loro giovinezza. Enzo Paolo Turchi e Carmen Russo che”non hanno figli, ma possiedono ventotto cani”. Maurizio Costanzo, che sa essere “un ammiratore degli altri”. E la “grande bellezza” di Roma, di “una straordinaria città morta”. Straordinaria per l’integrità: “È l’integrità del cadavere il grande miracolo estetico e mistico di Roma. Essa non conosce il degrado del corpo”. E poi: “Per sentieri vivi, non bisogna forse ossessivamente relazionarsi con la morte?” O anche: “Una città che è sempre una novità per la semplice ragione che la morte è sempre una novità”.

Paolo Sorrentino, Tony Pagoda e i suoi amici, Feltrinelli, pp. 158 € 7

domenica 24 luglio 2016

Tor Bella Monaca al potere

Un mese e niente. Ora viene Ferragosto, che a Roma è sacro, e quindi due mesi e niente. Si riprenderà al terzo mese?
I primi cento giorni sono di solito quelli che in configurano una gestione, in azienda o al potere, e le danno forza. Specie dopo una crisi. Virginia Raggi non se ne cura, lei è, e basta.
Lei è cioè quello che è, una che è diventata sindaco di Roma per caso. Per le divisioni dei democratici e per quelle dei berlusconiani. Fa quello che sa fare. Una passeggiata ai Fori. Un selfie col papa. Poveretta, fa simpatia, che altro deve fare? Compiaciuta, però. Non a torto: non l’avrebbe pensato mai, non fossero stati i romani balordi a portarla al potere, dopo averci portato Marino. E questo non sta bene: i giovani sono confusi, ma lei è troppo.
Cioè no, una cosa l’ha fatta, a parte sorridere col papa: è andata a Tor Bella Monaca a vedere i topi. Che non c’erano ma c’è da fidarsi, Li avevano postati le fanciulle di Tor Bella Monaca, delle elementari del quartiere, fornite di ipad e clienti – customer – di instagram. Cioè non loro, le loro mamme.
Tor Bella Monaca non è un barrio, né una favelha, ma un quartiere di ottime case (molto) ben servito. Anche di nettezza urbana. Dove – ecco la specialità - lavidità non ha misura,come al Pigneto, e si commercia la droga in libertà. Molto coltivando la possibilità di andare in tv, come in mezza Italia, e ora anche al Parlamento, intanto divertendosi.
E questo è: un distinto profumo di Tor Bella Monaca la neo sindaca ha portato al Campidoglio, a ripensarci: Delle periferie dei furbi: che hanno tutto ma lamentano tutto, e non lasciano tregua, invadenti, in miriadi di watsapp, reti, facebook. Tutti prim’attori. Cioè, meglio, prime attrici. 
Sarà la Roma dei furbi. Una bellissima palla si sono alzati con questa storia della monnezza, che non cè - non più che prima o in altre città. Con buona pace del cialtronismo lombardo-veneto che ci soffoca - per chi lavorano Salvini, Stella & co., già pronti a saltare sul carro? Per Ferragosto Roma pulita, gli slogan non gli fanno difetto - già le foto sono pronte dei cassonetti vuoti e le strade pulite. .  

Il partito della bistecca

La periferia dei furbi al Campidoglio. Poche settimane e l’impressione è fortissima della periferia furba della capitale al comando. Coi topi e senza. Bel risultato di un voto “plebiscitario” – in realtà di uno su quattro.
I grillini a ogni appuntamento si manifestano inadeguati. Non può essere diversamente, vista la selezione. Ma è un fatto: appena eletti a qualcosa subito dirazzano. O meglio, si mostrano incompetenti e incapaci, probabilmente quello che erano. A Parma e a Livorno. E ora a Roma.
Raggi chi era, cosa ha fatto, cosa propone? E Lombardo, o Lombardi, la sua oppositrice? Di questa  almeno si sa che è – era – mussoliniana.
Molti sono i grillini nostalgici, cui il comico ha solo offerto uno strapuntino comodo. Ma – anche qui – non tratta di essere di destra oppure no. Per quanto: se ne venisse fuori il famoso erede di Berlusconi, sarebbe una soluzione. No, si tratta di volere e sapere fare qualcosa, una cosa. Almeno una.
Lo stesso Grillo glielo impedisce, peraltro: se qualcuno ha un’idea, lui subito si arrabbia e lo maledice, lo caccia. Tutto questo è talmente ridicolo che non può essere vero. Ma è vero.
I suoi succubi non sono meglio. Gli fanno causa, quando li caccia. E si fanno reintegrare. In che cosa? Nel partito che non c’è no: nella “visibilità” (incarichi, prebende). Il partito della bistecca eccolo qua. O è una Isola dei famosi, date il peggio di voi, sempre a sciacquare mutande sporche - una sola cosa per cui ringraziare i 5 Stelle?

Ma chi è Di Maio?

Dice Grillo: non farò io il presidente del consiglio, lo farà Di Maio. E chi è Di Maio? Cosa ha fatto, cosa ha detto?
Dice: non può aver fatto molto perché ha appena trent’anni. E vuole fare il presidente del consiglio? Cioè il capo dell’Italia.
Ha fatto studi particolari? No,  è stato all'università a Napoli, a Ingegneria e poi a Legge, ma non ha studiato.
Allora ha fatto politica? All’università sì, cioè no, faceva goliardia. Ma suo padre sì, è stato dirigente del Msi prima e poi di Alleanza Nazionale.
Allora ha inventato qualcosa, ha creato un’azienda, aveva un qualche seguito. No, faceva il webmaster, a tempo perso, prima di diventare onorevole con Grillo – non faceva nulla.  
Dice: ma è bel giovane, di logica ferrata partenopea, retorica consolidata. E poi sa parlare, è di Avellino. Un altro intellettuale della Magna Grecia?
C’è un che di offensivo nella maniera come Grillo sbatte la politica in faccia agli italiani. Da attore satirico più che comico. Ma non avrebbe torto, dato che gli italiani lo votano e lo rivotano.

I giornalisti ai piedi di Grillo

Non ha vinto niente, solo due sindaci. Eletti perché donne, giovani e graziose. Una tra l’altro senza concorrenti: un partito non ha presentato praticamente candidato, un altro, che avrebbe vinto, si è diviso. Ma è bastato per farne un dio: il dio dei giornalisti.
Ora, Grillo dio dei giornalisti è un’antifrasi – una presa per il culo – e una sorta di condanna a morte. Perché lui ha sempre ritenuto e detto i giornalisti venduti. E allora: Grillo quanto li paga? In soldi no, ma in cariche, carriere, uffici stampa, consulenze?
No. niente pagamenti, basta il carisma. Grillo li ha stregati. Ma noi, i lettori? Grillo, si chiami Di Maio o Raggi, è un fenomeno giornalistico. Di un giornalismo solo scandalistico. Che ansima dietro di lui. Alla Rai, il posto dei lottizzati corrotti, e non solo. Sopratutto gli ex Pci del Pd. E anche qualche democristiano di destra.
Solo che Grillo non fa prigionieri. Né proselitismo. Finora non ne ha fatti, né prigionieri né proseliti. Ma allora che dio è?
Poveri giornalisti, devoti di nessun dio?

La paralisi è dell'informazione

Roma senza sindaco non è paralizzata. Questa è una favola dei suoi giornali, e semmai la paralisi è dei giornali. Di nessuna credibilità: paginate ogni giorno dell'immondizia dilagante, i treni fermi, i bus inesistenti, e le buche stradali. Che nessuno degna, se non per il fastidio.
Sono quindici mesi ormai che Roma è allo stremo. E nessuna città italiana è più fiorente, malgrado la crisi. C’è la corruzione,. Ma a Roma viene perseguita, altrove  no, questa è la grande differenza – a Firenze non ci sono le mazzette, a Milano?
Non si sa come prendere la questione. Perché tanto spreco d’informazione inerte? È leghista? È grillina?  Probabilmente nom, leghisti e grillini non sono scemi. È il corpaccione di Roma che si presta seza reagire all’aggressione – sul principio: ne abbiamo viste di peggio? Questo è probabile. Ma è possibile che ci sia tanto giornalismo inerte, di maniera, riciclatore di rifiuti di notizie? Evidentemente sì, e si capisce che non goda di buona salute. 

Il pulpito corrotto della predica

Sembrerebbero da barzelletta gli stipendi Rai, tutti sopra i 200 mila euro. Anche a gente che non lapora da decenni, La Rosa, Lasorella.
Peggio quando si pensa che azionisti della Rai sono i partiti. Che le nomine e le carriere Rai sono dei partiti politici, democristiani a lungo, di Veltroni per qualche anno, ora renziani.
Peggio ancora che la cosa sia possibile senza scandalo di nessuno. Senza vergogna dei privilegiati – tutti peraltro moralisti, in onda e fuori onda: la corruzione è altrove. Nessuna Corte dei Conti che faccia un rilievo. Nessun ministro o direttore del Tesoro, che pure questi stipendi paga – la Rai è più spesso che non in bolletta. Con i giudici che, quando gli azionisti Rai – i partiti - licenziano uno di questi nullafacenti subito lo reintegra – sono le uniche cause di affari che vanno avanti spedite (non tutti il giudice li reintegra, dipende dal partito: da alcuni anni quelli del Pd).

La libertà fa aggio sulla verità

“Al cuore del problema del cosiddetto libero arbitrio non vi è più la riflessione normativa, ma lo studio naturalistico dei meccanismi neuronali della volontà”. Un saggio acuto, oltre che vasto, ma in chiave (forse) ironica: svia molto. Di un solido liberale, anche se scopre Gobetti nell’occasione. Sennò, una ricerca nata morta, benché aggiornatissima: il “cosiddetto” libero arbitrio è brutta bestia. E non ammette zavorra, tanto meno scientifica, cioè pretenziosa.
Con un curiosa – se non è satirica o sardonica – rassegna della scienza contro il libero arbitrio, della neurologia: ogni atto di volontà è uno stimolo elettrico, “ogni nostra azione è involontaria” – roba da ritardato Ottocento (nonché di che svuotare le carceri). Il determinismo della libertà è partita persa, anche se rivive – è cascame del positivismo.
Giorello solo salva la libertà della ricerca – “la libertà fa aggio sulla verità”. Nella formulazione di Feyerabend: “Nostro compito non è «la ricerca della Verità» o «l’esaltazione di Dio», bensì semplicemente – come si dice volessero i sofisti antichi - «trasformare l’argomento più debole in quello più forte», in modo che l’inquietudine della ricerca non venga mai meno”.
Al fondo,  la libertà è un problema perché la democrazia è un problema, la politica cioè. Il governo dell’uomo da parte dell’uomo. In una società di perfettamente eguali non ci sarebbe problema. Giorello ha in materia un altro dubbio dubbio: “Se democazia vuol dire consenso della maggioranza andiamo poco lontano”. La ricerca ne fuoriesce per sua natura, e così la libertà. Giorello sta con Popper, “Poscritto ala Logica della scoperta scientifica”, in quello che chiama “libertarismo piuttosto che liberalismo” – “Voi tutti conoscerete la storia del militare che scoprì che tutto il suo battaglione (a parte lui, naturalmente) non marciava al passo. Io mi trovo costantemente in questa posizione”. Una sorta di naturale anarchismo.
Giulio Giorello, Libertà, Bollati Boringhieri, remainders, pp. 175 € 5,50