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sabato 19 novembre 2022

Ombre - 632

Di Maio è stato indicato a Bruxelles come plenipotenziario Ue nel Golfo Persico da Draghi dimissionario – nel Golfo Persico, affollato di nemici, per trovare il gas…. E come è stato possibile, da parte di un governo così efficientista? O era un governo di fratellanza?

Non c’è solo Draghi nella nomina di Di Maio, c’è anche Borrell, il commissario Ue agli Esteri. È solo questione di logge?

“Quello che è avvenuto nel Pd in questi due mesi è sconcertante. Tutti i responsabili della gestione di questo decennio sono gli stessi che in questi giorni si agitano per strategia congressuali. È semplicemente vergognoso”: “la Repubblica” lo fa dire all’eretico De Luca, il presidente della Regione Campania, come “parere di minoranza”? O non c’è altri, all’interno del Pd, che lo pensi?

Tremila euro d’investimento nel terz’ultimo e penultimo aumento di capitale Mps si liquidano per € 2,52, avendo pagato € 5,33 di commissioni.

Banche e carte di credito, che vogliono dai fornitori di merci e servizi che utilizzano il por una commissione, a loro volta fanno pagare anticipatamente la carta di credito agli utenti, e ai fornitori fanno pagare anche l’uso del pos, da 50 euro l’anno in su. Si dice che il pos serve a contro le mafie? Quali?

Un lettore di “la Repubblica” si meraviglia, e il giornale gli dà ragione, che un pubblico ministero abbia chiesto l’assoluzione in uno dei processi a carico di Berlusconi – accusato, dice il lettore, di “corruzione in atti giudiziari insieme col cantastorie Apicella”.

Non si è mai processato Berlusconi, nei tantissimi a suo carico, per l’assunzione nei suoi telegiornali, Tg 5 e Tg 4, delle “figlie” di personaggi importanti – compresi Berlinguer, Scalfari, e altri nemici dichiarati. Alle quali, peraltro, non solo ha assicurato un regolare contratto giornalistico, un’eccezione in queste seconde e terze repubbliche, ma ha insegnato a lavorare. Nessuna ipotesi di voto di scambio in questi casi?

Due notizie lo stesso giorno sullo stesso giornale. “16 mila. Tanti gli addetti che mancano nelle telecomunicazioni: il Pnrr italiano rischia di fermarsi per carenza di manodopera (fonte: Open Fiber)”. E: 1.600 le matricole al corso di laurea in Psicologia all’università romana di Tor Vergata, che ha eliminato il numero chiuso, tanti che non sanno dove fargli lezione, forse in dei container. Per fare che? L’insegnante di sostegno - se vinceranno il concorso. Non c’è fame di lavoro. Perché non c’è bisogno?

“I femminicidi attuali si collocano sula scia del maschilismo fascista”, Mirella Serri. Anche quelli? Tutto è in Italia fascismo, dopo ottant’anni? Un fascismo che è durato vent’anni.

La Cina compra 250 aerei Atr, che si costruiscono a Pomigliano d’Arco. Il presidente cinese Xi Jinping ha preso l’impegno con Giorgia Meloni a Bali. Ma la cosa non fa notizia nei media italiani.

Le liti della sedia fra Borrell e von der Leyen, ridicole, sono il quadro dell’Unione Europea, ridicola. Unita solo quando ebbe paura del covid, e poi a briglia sciolta. Così risentita dappertutto, eccetto che in Italia, in odio al governo. Senza contare che Macron fa finta di dare calci all’Italia perché ne ha presi tanti da Scholz. Il quale, novella sibilla calva, fa il tedesco e non dà conto a nessuno. 

L’incredibile caso del superarbitro D’Onofrio, capo della Procura degli arbitri di calcio, premio Lo Bello come “dirigente particolarmente distintosi”, nominato e premiato dopo il carcere e la condanna come falso medico militare e spacciatore europeo di hashish e marijuana, in libertà vigilata, si liquida in poche righe. Era qualcuno che “non si poteva” licenziare?

A lato, ma non tanto, ci sono le scommesse, che rendono molto di più e non comportano spostamenti rischiosi come le droghe.

Montesano fan della Decima Mas, come a dire fascista ultrà, è stato candidato Pds, cioè il Pci alla prima uscita elettorale col nome nuovo, eletto anche. Questo si dimentica nelle cronache, scandalizzate, dell’esibizione.

Fascismo? Ipocrisia? Inavvertenza? Il caso Montesano si può anche pensare, come è probabile, come scandalo pubblicitario: alla vigilia della sua eliminazione come personaggio, si organizza col comico la messinscena. La non comica Lucarelli la fotografa e la mette in rete. E la pubblicità è gratuita per la Rai, per dure, tre e quattro giorni. Fino a oggi, sabato, che la trasmissione va in onda.

La guerra in Ucraina venticinque anni fa

Venticinque anni fa l’ex consigliere per la sicurezza del presidente Carter anticipava la guerra dell’Ucraina. In un lungo, 404 pagine, e denso saggio, tradotto per Longanesi da Mario Baccianini, spiegava, come da sottotitolo, “Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana”. Il “mondo” era allora, 1997, essenzialmente la Russia, con la Cina in subordine, e Brzezisnki vedeva tre possibili assetti futuri, “nell’arco di una generazione” - cioè a oggi, preciso all’anno e al mese, se una generazione prende venticinque anni. E la più probabile, quella che lui auspicava, era l’abbattimento definitivo della tradizione imperiale russa con la cooptazione dell’Ucraina nella Nato e nella Unione Europea. La Russia, spiegava, ha “un interesse vitale” all’Ucraina, che deve essere bloccato. E dice anche come. In Europa legando Kiev alla Ue e alla Nato. In Asia centrale con la islamizzazione, una forte presenza turca, e una rete di gasdotti verso la grande consumatrice Europa. In Asia orientale col rafforzamento strategico del Giappone – in un’ottica di “convergenza strategica” con la Cina.

Tutte cose che si sono fatte, eccetto la “convergenza strategica” del Giappone con la Cina. Era questo anche, nell’ottica di Brzezisnki, l’esito che meglio avrebbe sostenuto la supremazia americana. Sull’Ucraina era stato ancora più chiaro nel 1993, nel corso di una polemica contro la proposta della Partnership for Peace, di cui si discuteva per l’Europa dopo la caduta del Muro: “La crescente propensione degli Stati Uniti ad assegnare un’alta priorità ai rapporti con questo paese e ad aiutarlo a difendere la sua nuova indipendenza viene vista da molti a Mosca, filo-occidentali compresi, come una politica contraria agli interessi vitali della Russia, che mira a reintegrare col tempo l’Ucraina nel suo campo: un obiettivo che rimane ancora un articolo di fede per molti esponenti dell’élite politica russa”.

Lo scienziato politico ex consigliere di Carter si muove nel quadro della geopolitica di Halford Mackinder, il geografo e politico inglese che nei primi anni del Novecento individuava il centro del potere mondiale nello heartland euroasiatico – “The Geographical Pivot of History”.

Per la Russia le opzioni post-sovietiche erano tre, argomentava Brzezinski: la cooperazione con “i paesi vicini”, un progetto euroasiatico con le altre semi-potenze dell’area, Iran e Cina (la Cina allora non era considerata una potenza), l’avvicinamento all’Europa. La prima ipotesi, una riedizione dell’Unione Sovietica, Brzezinski vedeva già di scarso interesse economico e preclusa dai nazionalismi. Della terza opzione considerava poco plausibili una “collusione russo-tedesca” o “un’intesa franco-russa”. La vedeva invece eccellente e realizzabile sotto forma di adesione della Russia all’Unione Europea, ma dopo la perdita dell’Ucraina: in un primo momento l’Ucraina acquista status pieno, economico e politico, di indipendenza nella Ue, e solo dopo la Russia potrà avvicinarsi.

Di rilievo anche la subordinata Russia con Cina e Iran: seppure considerata non decisiva, prende molte parole di Brzezinski. Questa ipotesi lo studioso considerava improbabile. Ma possibile, e minacciosa, se per un caso di “miopia”, scrive, gli Stati Uniti si fossero avventurati congiuntamente contro la Cina e contro l’Iran. Di questa coalizione, Russia-Cina-Iran, fa l’unico scenario pericoloso – tanto più se a guida cinese. Avvertendo: “Al fine di scongiurare tale eventualità gli Stati Uniti dovranno dare prova di tutta la loro abilità geostrategica, contemporaneamente sui perimetri occidentale, orientale e meridionale dell’Eurasia”.

In sintesi gli Stati Uniti devono: 1) mantenere salda l’alleanza atlantica con l’Europa, allargata a includere l’Ucraina; 2) lavorare al contempo per consentire alla Russia non più imperiale, senza l’Ucraina, un avvicinamento alla Ue e quindi all’asse atlantico; 3) evitare che il “pivot geografico della storia” passi a un’allenza Russia-Cina-Iran.

Successivamente, dopo la crisi di Crimea e l’annessione russa, Brzezinski si pronuncerà per la “finlandizzazione” dell’Ucraina. Aderendo in pratica all’argomento post-sovietico di Kissinger, che ha sempre sostenuto l’esigenza di legare la Russia all’Occidente, sulla base del riconoscimento dei suoi interessi di potenza. Per capire meglio l’assunto dell’ex consigliere del presidente Carter va ricordato che Kissinger e Brzesinki sono stati sempre in urto, sin dai primi anni 1970, quando l’ex segretario di Stato di Nixon e Ford ebbe i primi incarichi politici e propose il multilateralismo come strategia, una bilancia dei poteri mondiali, piuttosto che l’“eccezionalismo” americano o “democratico - imperiale, solitario.     

A metà 2016, in un “Epilogo” aggiunto alla riedizione “aggiornata” in tascabile della “Grande scacchiera”, Brzezisnki ribaltava la sua proposta iniziale – memore della sua preoccupazione per un eventuale asse Russia-Iran-Cina? “Di fronte a una struttura globale in evoluzione”, scriveva, a seguito dell’emergere della potenza cinese, “l’America deve lavorare ad attirare la Russia in un Occidente allargato e simultaneamente perseguire una visione geopolitica di lungo termine che includa cooperazione tra Stati Uniti, Cina e Russia”. Ma i presidenti non lo ascoltavano più, Trump, Biden.

Zbigniew Brzezinski. La grande scacchiera

venerdì 18 novembre 2022

Se il terrorismo non c'è stato

“Esterno notte”, lo sceneggiato di Bellocchio sul rapimento e l’assassinio di Moro, ben drammatizzato e molto pubblicizzato, dal festival di Venezia in poi per due mesi, ha raccolto la metà degli spettatori medi di Rai 1 in prima serata: 3,3 milioni lunedì, con i primi due episodi, con una quota (share) infima rispetto si 24-25 milioni di spettatori alla tv in quelle ore, 2,7 milioni nelle puntate successive – alla pari col trito “Grande Fratello”.

Non sono piaciuti il personaggio, l’argomento (terrorismo), i comprimari che tengono la scena nei sei episodi, Cossiga, Paolo VI, i mediatori, Faranda e Morucci, Andreotti e la Dc, la moglie di Moro? La spiegazione è a monte: il rifiuto, poiché di rifiuto si tratta, non è della presentazione o narrazione dello sceneggiato, è la scelta di non sintonizzarsi sulla proposta. Se non da parte di un pubblico limitato – lo share normalmente della terza rete Rai.

Non piace la storia, non dice niente la vicenda narrata, per un terzo buono degli spettatori adulti del tutto nuova? Il terrorismo non fa spettacolo - diversamente dalla banda della Magliana, o dalle Gomorra? Non piace rivangare il passato recente, politico, minaccioso, il rischio corso, di un terrorismo rozzo e vuoto che ha fatto centinaia di morti e migliaia di feriti, a nessun fine? È l’Italia della “brava gente”, che non s’è mai fatto colpa del fascismo, delle guerre inflitte a chi capitava a tiro, figurarsi del terrorismo – se non fruire dei benefici di legge? 

No, non piace la memoria: del fascismo come del terrorismo, che pure è vicenda recente e non divisiva – sinistra e destra unite nelle bombe come nella P 38. Nel pubblico in generale, ma più forse nell’opinione pubblica, nei media. In contemporanea con l’evocazione della strage di via Fani e l’assassinio di Moro da tutte la parti si legge che chi non si è ribellato non è mai stato giovane, saggezza variamente attribuita a Allende o Cioran.

Com'era brutta l'infanzia, in Normandia

È il racconto dei primi anni della scrittrice in Normandia, in un paese di campagna tra Le Havre e Rouen, nella campagna sulla riva destra della Senna detta “il paese di Caux”. Del padre che cucina e cura la bambina, della madre che fa il commercio e tiene i conti, della loro attività di droghieri-merciai-baristi, della scuola religiosa, del paese, della prima formazione della scrittrice, autodidatta, per limiti sociali e anche di formazione, in un orizzonte limitato. Con un curioso effetto boomerang, non voluto o all’opposto del senso del racconto: dell’ininfluenza dell’ambiente, familiare e sociale, nella crescita, nella formazione - non in senso deterministico, e anzi, più spesso, incidente come molla al cambiamento.

Nel romanzo, del 1997, Ernaux, autrice ormai affermata dopo il successo de “Gli anni”, prova anche a definire il suo metodo di scrittura: “Essere etnologa di me stessa”. Evitando, sembrerebbe, l’invenzione, seppure come gioco di memoria: “Naturalmente niente racconto, che produrrebbe una realtà invece di cercarla. Non accontentarmi neanche di fissare e trascrivere le immagini del ricordo ma trattarle come documenti che si spiegheranno sottoponendoli ad approcci differenti”.

Il racconto gioca in realtà con la memoria, che evoca nel fulminante incipit: “Mio padre voleva uccidere mia madre una domenica di giugno, all’inizio del pomeriggio”. Anche se la confida ai reperti: cartoline illustrate, fotografie, copertine di “Confidenze” e riviste femminili, i luoghi, che rivisita, il quotidiano “Paris Normandie”, il messale portatile o libro di preghiere che ogni buona donna, le ragazze comprese, dovevano avere la domenica in chiesa. Anche la scuola in collegio dalle suore, che frequenta da esterna, un privilegio, il capitolo più “etnologico”, riprende e spiega da un punto di vista preciso, del rifiuto – in nota, l’unica del racconto, spiega come si fa il segno della croce, come si faceva in un mondo o in un tempo dimenticati. E non sa, apparentemente, che è quella che era – non è una scrittrice parigina, per esempio, i suoi fatti privati, per esempio, le sue malattie, le sue parentele, racconta al modo campagnolo.

Resta un manuale della vita in provincia a metà Novecento – in Nomandia come, per dire, in Calabria. Che Ernaux vuole negativa, di “inafferrabile pesantezza, impressione di chiusura”, tale che ne appesantisce tuttora i sogni: “Le parole che io ritrovo sono opache, pietre impossibili da spostare”. L’aneddoto del padre casalingo e servizievole d’improvviso minaccioso serve a fissare un anno, un’età, 12 anni, e il mondo attorno. “A giugno del 1952”, il giorno dell’incipit, a dodici anni, “non ero mai uscita dal territorio che si nomina in modo vago ma compreso da tutti, là da noi, il paese di Caux”. Ma Rouen, dove pure la futura scrittrice si è recata qualche volta con la madre per gli acquisti, non è, non era, una sonnolenta cittadina di provincia - è uno dei luoghi che hanno formato Ruskin, il grande esteta inglese delle cattedrali (e di Venezia) (“per tutta la mia vita, il mio pensiero ha gravitato attorno a tre centri, Rouen, Ginevra e Pisa…. Rouen, Ginevra e Pisa hanno formato la mia vita”, etc.). Una Normandia controcorrente, contro le cartoline illustrate che se ne fanno dopo Proust?

Annie Ernaux, La vergogna, L’Orma, pp. 128 € 15


giovedì 17 novembre 2022

Problemi di base - 723

spock

“Il pessimismo non è che realismo con un nome diverso”, Woody Allen?

 

“Se il nulla esiste, cosa si intende con la parola nulla”, Philip K. Dick?

 

“Anche la vita di un contabile può essere drammatica”, A.C.Doyle?

 

“Alcuni vogliono, ma i più sono soltanto voluti”, Nietzsche?

 

“Chi controlla il passato controlla il futuro”, Orwell?

“Chi controlla il presente controlla il passato”, Orwell?

spock@antiit.eu 

Alle origini del mito Marlowe

Il primo romanzo di Chandler, l’inizio della sua seconda vita, o terza, o quarta: dopo il militare, mezzo britannico e mezzo americano nell’esercito canadese, il matrimonio con Cissy, il grande amore, ma di 18 anni più grande, e l’alcol. Tornato sobrio ripartì con la scrittura, d’invenzione invece che giornalistica, e alla vigilia della guerra debuttò infine riconosciuto con questo che è il primo caso di Philip Marlowe – la prima invenzione di un detective presto famoso dopo Sherlock Holmes (i detective precedenti di Chandler, nei racconti sparsi in rivista, si chiamavano Carmady, Mallory e Delmas).
Un racconto oggi scolastico: Chandler esordiva dopo un periodo difficile, di inoperosità, crisi coniugale, alcol. Scrive cose del tipo: “Indossava un vestito marrone ben stirato e c’era una perla nera sulla sua cravatta. Aveva le lunghe dita nervose di un uomo dal cervello rapido. Si mostrava pronto per una lotta”. Oppure: si può diventare “stranieri”, nascondendosi in un’altra città, ai margini, con nomi falsi, ignoti ai più, ma prima o poi si finisce per ritornare in sé “nel sistema fiscale”. Ma Marlowe, alla sua prima apparizione, fa centro, e diventa subito un mito – soprattutto al cinema, impersonato da una lunga serie di star, Dick Powell, Humphrey Bogart, Robert Montgomery, Elliott Gould, Robert Mitchum, Steve Martin, e specchiato dal Jack Nicholson di Polanski, “Chinatown”, fino al “Grande Lebowski” dei fratelli Coen, che gli dedicano un cameo.
Raymond Chandler, Il grande sonno Adelphi, pp. 261 € 19

mercoledì 16 novembre 2022

I sette livelli di sicurezza

Ci incontriamo spesso con la signora D., vicina di casa, con la quale si vede condividiamo gli orari. Io un po’ più in ritardo di lei, poiché mi capita di averla davanti alla posta, dal giornalaio, dal tabaccaio, dove entrambi facciamo le ricariche, dal fruttivendolo e dal macellaio, che condividiamo, e al bar. E ogni volta, anche più volte nella stessa mattinata, lei entra in crisi al momento di pagare: apre la borsa, e dentro la borsa cerca in sette scomparti. Cioè non è detto, è da supporre: fa sette ricerche, girandosi di qua e di là, sollevando la borsa, abbassandola, piegandosi per andare a fondo, aprendo e chiudendo, s’intuisce, degli scomparti o dei borsellini, e al settimo tentativo trova, la moneta se si tratta di spiccioli, oppure i biglietti di banca con cui deve pagare.

Non propriamente in crisi, anche questo non si può dire, non si sa. Alla fine, quando ha terminato la settemplice operazione, si rigira con l’espressione di sempre, tranquilla, e un cenno d’intesa.

Pirandello incontra divertito i suoi personaggi

Un capolavoro di semplicità. Per un Pirandello umanizzato, e la famosa funzione catartica del teatro vissuta. “Rappresentata” naturalmente, sempre messa in scena è, ma “dal vivo”, senza birignao: lo spettatore ne esce divertito e sollevato.

Pirandello, tornato occasionalmente al paese natale, fa la conoscenza dei due impresari di pompe funebri, dovendo seppellire la sua vecchia balia, appena deceduta, alla quale lo legano molte memorie. Un’impresa non facile. Pirandello è Toni Servillo, un po’ sconcertato. Gli impresari sono Ficarra e Picone. La questione della sepoltura è il lato comico del film, ma misurato.

Nelle pieghe della difficile sepoltura i due impresari coltivano un lato ludico, il teatro, provando e riprovando con i paesani una commedia. Altro lato comico, sempre misurato. Cui Pirandello assiste talvolta, divertito.

Assisterà anche alla rappresentazione. Che finisce a putiferio, qualche spettatore sentendosi ridicolizzato in scena. Pirandello ne è turbato.   

Andò, regista di ricerca, di film e documentari “d’arte”, qui sceglie la cifra semplice, “realista”: l’ambientazione agreste di Avati, Olmi, ma al naturale (spontaneo), senza ghirigori o artifici. E umanizza Pirandello, proprio mentre partorisce ed elabora quella che è ritenuta la più cerebrale delle sue commedie, la ribellione dei personaggi. La “cifra” della naturalezza questa volta della mano di Andò si vede alla scena finale, per contrasto con la contestazione cerimoniale, borghese, urbana, del pubblico del Valle qualche tempo dopo ai “Sei personaggi” al debutto.

Inconsciamente, forse, è un rinvio di Pirandello, il più cosmopolita degli scrittori del Novecento, al paese. Anche per il dramma “cerebrale” dei “Sei personaggi” come per i tanti suoi racconti e romanzi d’ambiente. “Prendeva fatti successi da noi e li metteva sulla carta che erano una stampa e una figura con le storie nostre, macari un poco trasformate dalla sua fantasia”, argomenta un personaggio di Camilleri. Del più cosmopolita degli autori del Novecento, che si può leggere anche in chiave “italiana” e cosmopolita, senza conoscere la Sicilia. Ma, se è come il notabile di Camilleri discetta, la “sicilitudine” è ingrediente gustoso ancora per i molti.

Roberto Andò. La stranezza

martedì 15 novembre 2022

Problemi di base bancari bis - 722

spock

Perché il commerciante deve pagare una commissione alle banche per ogni vendita che effettua?

 

Perché il consumatore deve pagare questa commissione, che il commerciante gli gira?

 

Si chiamano criptovalute per dire che sono false?

 

Si vuole il futuro senza cartamoneta, dopo che si è abbandonato l’oro, l’argento e il bronzo, per poter imbrogliare meglio?

 

Perché la moneta deve essere sempre il diavolo – c’è nella Bibbia?

 

La finanza è creativa, di malaffare?

spock@antiit.eu

La vera storia dell’Italia negli anni 1970

Un film-romanzo storico. Il primo in mezzo secolo ormai. Non solo del tema a soggetto - il rapimento, il processo, la condanna, e l’assassinio di Moro, dopo l’eccidio di via Fani - ma di un mondo, un’epoca. Non detta ma rappresentata, plasticamente in immagini: apodittica. Di anni terribili: bastano i rapidi accenni alle violenze alla Sapienza, di mestieranti del bau-bau, brutti e cattivi, dei cortei con le spranghe di ferro e le devastazioni, delle “masse” Cgil immemori degli eventi. Senza le smancerie di rito per il Pci, e per Moro santino del Pci. Questo per la verità: un atto di coraggio di Bellocchio, che comunque già da un paio di film vuole narrare la “vera storia”.

Ma più conta, pesa, prende, la resa tecnica o estetica. L’atmosfera carceraria, notturna, grigia, poco promettente, che Bellocchio ha impresso ai vari episodi: le direzioni Dc, i ministeri, le nooti, di Moro, di Cossiga, le incomprensioni familiari, le insonnie, la lezione alla Sapienza, i colloqui con lo “specialista” americano di rapimenti. Accentuata dalle nevrosi di Cossiga e del papa Paolo VI, che hanno la scena nella prima puntata.

Con la solitudine, anche, del potere, della politica, nella mediocrità generale. E dell’uomo potente negli affetti, in casa, con i figli, con la moglie. Con aneddoti anche sorprendenti o non noti, ma armonizzati in un quadro di eccezionale forza. Basta la giornata di Moro, che apre ai comunisti, parlandone alla direzione Dc, con gli americani via Cossiga, col papa dopo la messa, nei giardini vaticani, accompagnato e protetto dal maresciallo Leonardi, e la sera a casa si fa l’uovo al tegamino, si apparecchia, cena su un tavolinetto, ancora col cappotto, e per addormentarsi cerca un contatto umano, mettendo il nipotino nel letto.  

Marco Bellocchio, Effetto notte, Rai 1

lunedì 14 novembre 2022

Letture - 503

letterautore

Camilleri – “Autore di oltre 100 libri” (wikipedia), ha aspettato dieci anni, malgrado il patrocinio di letterati e editori importanti, Niccolò Gallo, Troisi, Scaglia, la pubblicazione del suo primo romanzo, “La forza delle cose”, di cui infine si incarico un editore a pagamento, Lalli, nel 1978 – quado ne aveva 53. E ancora altri sei per accedere a Sellerio, tramite Sciascia.

Chef – Sono le nuove star, i nuovi eroi del decennio. “la Repubblica” ne incorona venti con una pagina ciascuno, illustrata, nel settimanale “I piaceri del gusto”. E quattordici con mezza pagina. Trentaquattro.

Conan Doyle – Il suo primo racconto di successo, pubblicato da una rivista importante, “The Cornhil”, il periodico letterario più rispettato all’epoca a Londra, ma anonimo, come era l’uso, “Habakuk Jephson’s Statement”, fu attribuito a Stevenson. Il che, se non lo “lanciò”, come sperava, avendo deciso di lasciare la professione medica per la scrittura, lo rese felice: Stevenson e Poe erano i suoi grandi scrittori.

Duce – È parola ricorrente nell’italiano di Fine Secolo, per leader. Ricorre anche nel caso di Mussolini, allora ventenne, espulso da Ginevra in quanto indesiderato, socialista. Il giornale romano “La Tribuna” registrò il 18 aprile 1904 la notizia che il cantone di Ginevra aveva espulso “il socialista italiano Mussolini, romagnolo, che era da qualche tempo il grande duce della locale sezione socialista italiana”.

Hemingway -Il segreto della sua scrittura Chandler dice in “Addio, mia amata”: ripetere quello che dice l’interlocutore, finché “c’è da pensare che qualcosa sotto ci dev’essere”. “Hemingway” è il nome usato da un personaggio di “Addio, mia amata” perché parla come Hemingway dialoga nei suoi racconti.

Manzoni – Risuscita col centenario: Giulio Vigini conta nella sua rubrica “Il numero” 500 edizioni in commercio delle opere, testi integrali e antologie, manzoniane o in parte manzoniane, e 618 di saggi concernenti il personaggio e le opere.  E ancora mancano sei mesi ai centocinquant’anni della morte, il 23 maggio 2023. Ma anche in tempi normali era seguitissimo: a inizio 2022 erano 368 le edizioni delle opere e 368 i saggi critici in circolazione.

Pirandello – “Pirandello scriveva come scriveva perché aveva la moglie pazza”, Camilleri fa argomentare all’avvocato del circolo paesano dei notabili ne “Il corso delle cose”. E all’obiezione che scriveva anche prima della pazzia della moglie, insiste: “Prendeva fatti successi da noi e li metteva sulla carte” – storia “macari un poco trasformate dalla sua fantasia”, che era poca.

Plagio – A lungo desueto, se non per le cause milionarie (miliardarie) sui diritti d’autore di questo o quell’accordo di canzone di successo, ritorna in ambito di creatività artistica in Iran. In un processo insidioso a carico del regista Asghar Farhadi, due Oscar, già sotto pressione da parte del regime politico per la libertà di espressione. Una sua ex allieva, Azadeh Masihzadeh, gli ha fatto causa perché, a suo dire, il suo ultimo film, “Un eroe”, ricalca il documentario-fine corso da lei girato nel 2014, per una scuola dove Farhadi insegnava. E ha ottenuto molta attenzione dal “New Yorker”, che ha messo in rete il suo reportage anche in farsì.

Analoga lamentela ha sollevato un altro allievo di Farhadi, che però non gli ha fatto causa.

Farhadi è famoso per la caratterizzazione spesso duplice delle persone ordinarie, miti e violente, buone e cattive, che arrivano anche ad atti di violenza o inganno con un senso morale “ragionevole”. “Un eroe” è il racconto di un uomo che trova un ricco portafogli e si intestardisce a renderlo a chi l’ha perso, finendo per darlo a una donna che si finge la titolare ma forse non lo è. In tutto il suo documentario di fine corso, afferma Masihzadeh, eccetto che per la location, da lei situata nella sua città, Shiraz. Un documentario, afferma, anche molto visto, in vari festival – compresa la Festa del cinema di Roma. Un soggetto che Farhadi dice di avere sceneggiato in contemporanea, basandosi il plot su un’idea che lui aveva portato come esempio al workshop.

Puškin - In revival in America per essere il pronipote di un africano. Si ripubblica, specie i racconti ma anche le poesie, sotto il titolo del racconto che lui stesso tracciò del bisnonno, “L’africano di Pietro il Grande” – un racconto lungo, con molti dettagli, ma rimasto incompiuto.

Sally Rooney – “Sally Rooney, il portavoce del mistero dei giovani”: il supplemento culturale di un quotidiano dedica due pagine alla scrittrice irlandese (“il” portavoce, alla Meloni, e non “la” portavoce?). Con un florilegio di citazioni. Tipo: “Stiamo sempre facendo qualcosa, non ti pare? È la vita in sostanza”, “Marianne pensa, e non per la rima volta, che la crudeltà non ferisce soltanto la vittima, ma anche chi la perpetra”, “So bene che questa non è la vita che immaginavi per me. Non è nemmeno la vita che avevo immaginato per me stessa”. Il culmine, e titolone, è: “Il XX secolo è una lunga domanda cui abbiamo dato una risposta sbagliata”. Un mistero senza mistero? O è Liala?

Stevenson – È il “doppio” in persona: “Dai suoi primi giorni in Scozia fino all’ultimo capitolo della sua vita inscenato a Samoa, è lecito pensare che c’erano almeno due Stevenson: il rispettabile e il bohémien, l’uomo di successo e il delinquente, l’uomo di lettere e l’hippie prototipico”, Karl Miller, “The two Stevensons”, “The New York Review of Books”, 29 maggio 1975.

TikTok – “Raddoppio di views, esplode Bok Tok: in sei mesi le visualizzazioni del canale di TikTok dedicato ai libri sono passate in Italia da 562 milioni e 1,3 miliardi”. Ma la vendita dei libri le statistiche dicono: il social sostituisce il libro, basta avere qualche argomento per dire la propria -anche in tema di libri, cioè di lavori lenti, lunghi e faticosi.  

letterautore@antiit.eu

Il senso della lingua di Camilleri

Una “ripresa” importante, anche per non addict di Camilleri. Il titolo è alta filosofia – Merleau-Ponty, “Senso e non senso”: “…. Il corso delle cose è sinuoso…”. Lo svolgimento è di Camilleri apprendista, di se stesso. E non è granché, va detto sbito.

Il primo romanzo, che lui data aprile 1967-dicembre 1968, vent’anni o più prima di Montalbano. Passato per diversi grandi autori e editori, Dante Troisi, Niccolò Gallo, Nino Palumbo, Franco Scaglia, Sergio Amidei, a nessun effetto. Finché non se ne fece uno sceneggiato Rai in tre puntate, “La mano sugli occhi”, regista Pino Passalacqua, e l’editore a pagamento Lalli consentì a pubblicarlo a condizione di figurare come editore nei titoli di coda. E siamo a settembre 1978. Pubblicato senza nessuna eco.

Il romanzo è stato recuperato dopo “Il birraio di Preston”, che fu un successo. Ma non siamo ancora a Montalbano. C’è un maresciallo dei Carabinieri, Corbo, ma non ne è la copia. Altri ingredienti già ci sono. L’incubo. Il circolo dei notabili – l’avvocato, il dottore, l’ingegnere, il ragioniere, i discettatori, a tempo perso. C’è una prima geografia di luoghi per qualche verso riconoscibili. Ma non c’è la squadra dei soliti noti, Mimì, Fazio, Catarella, Adelina, il dottor Pasquano, che fa correre la narrazione. E non c’è neanche il gusto semplice, e ardito, del plot: molte divagazioni non si seguono, oltre che rallentare la lettura.

Quello che è importante del libro è la nota finale. In cui Camilleri spiega la formazione del suo linguaggio. Come una sua lingua interna, pensata sintatticamente in italiano ma parlata con i ritmi e i suoni suoi personali, della lingua in cui era nato e cresciuto, storpiata semmai dalla lontananza e dalla discontinua frequenza.

Un primo romanzo dedicato all’amato e rispettato padre.

Andrea Camilleri, Il corso delle cose, “la Repubblica”, pp. 143 € 8,90

domenica 13 novembre 2022

Le ong nella tratta dei migranti

“A bordo di queste navi non ci sono naufraghi ma migranti: le persone sono salite a bordo in acque intenazionali trasbordando da altre unità navali di collegamento, e la nave che li ha presi in carico è attrezzata ed equipaggiata per ospitarli e provvedere a tute le loro esigenze di accoglienza”. Il ministro dell’Interno, e anche la presidente Meloni, spiegano così il traffico di migranti. Ma allora le ong non sono parte del traffico stesso? Non sono perseguibili penalmente?

C’è molto di bizzarro nella posizione italiana, di destra o di sinistra non importa, sul traffico di migranti dall’Africa. Ma anche dalla Turchia, che, altra bizzarria, sempre si dimentica: sulla costa jonica calabrese sbarcano giornalmente centinaia di migranti proveniente dalla Turchia, che pure l’Europa paga, un miliardo l’anno, perché vigili contro il traffico di clandestini. Perché non perseguire penalmente le ong, se sono parte del traffico? Perché nessuna Procura apre un’indagine? Perché il governo non le denuncia? Perché mancano le prove? Non c’è una foto dei trasbordi? Non c’è una testimonianza? Sentiamo tanti sos accorati, registrati dalle forze italiane di pattugliamento, aeree e navali, non c’è nessun segnale di intesa fra le ong e i trafficanti?

In mancanza di una denuncia, lo Stato italiano, di destra come già di sinistra, è di fatto colluso. Doppiamente. Dicendo no a questa o quella nave ong, una tra le dozzine, fa solo il gioco del traffico di migranti: aumenta il sostengo delle anime candide, e i loro contributi, alle casse delle ong.

Le oche dell’Eliseo e la caccia allo straniero

Lo schiamazzo delle oche dell’Eliseo contro la disumanità dell’Italia fa da singolare contrasto con la morte, all’aeroporto di Parigi, di un profugo iraniano che la Francia ha tenuto prigioniero nello stesso aeroporto per venti anni, perché sprovvisto di documenti. Una vicenda talmente grottesca, oltre che violenta, che Spielberg vent’anni fa ne aveva fatto un film di successo, “Terminal”.

Lo schiamazzo fa contrasto anche col ghetto di Calais, che è durato invece dieci anni, dove gli africani, afghani, iraniani e altri, decine di migliaia, a tatti anche centinaia, venivano tenuti a pane e acqua in quanto rei di non andarsene in Gran Bretagna. O con le fucilate sulle Alpi Marittime a nord di Ventimiglia contro gli africani trattati disumanamente dall’Italia che volevano e vogliono passare in Francia.  Di che far arrossire perfino il partito francese in Italia, che pure è robusto, onusto di medaglie e incarichi – non avevano capito, qualche intervistatrice e qualche sociologo ancora non capiscono, che la Francia non vuole immigrati.

Prima delle vaiasse di Macron, di che la Francia accusava Italia – la Francia sempre si vuole maestra di qualcosa? Di essere troppo buona con questi “migranti di merda”. Di non respingerli, di non rimandarli a casa, di non ingabbiarli. Senza stare a controllare se hanno diritto allo status di rifugiato o se non sono migranti “economici”.

Si dice la clarté francese, ma che significa migrante “economico”? Per fame? Per bisogno? Che ha speso poco per evitare il naufragio?

Ma qui non c’entra la clarté, non si ragiona. Qui è il deep state che in Francia, la Francia “repubblicana”, laica, fraterna, è sempre al comando, senza confronti, nemmeno in Inghilterra, che lo ha inventato e lo pratica, con i socialisti Mitterrand e Hollande, ultimamente, come col “gollista” Sarkozy - quello che venne utile per fare guerra all’Italia sui conti e con la Libia, e poi hanno deciso di condannare in Tribunale, ripetutamente, a pene incrementali, come fanno le mafie.

Si chiama in causa Tajani, cioè il ministero degli Esteri, per questa ennesima “crisi con la Francia”, ma è alla fratellanza che bisogna fare capo per fare luce. Anche ai legami del repubblicano Macron con la Comunità di sant’Egidio, e con il papa argentino.

Londra batte Napoli

Dennis MacShane, ministro per gli Affari europei dei governi Blair, nota Sergio Romano sul “Corriere della sera”, calcola che i parlamentari britannici con doppio passaporto, anche irlandese, che erano 47 nel 2016, prima della Brexit, sono diventati 227 nel 2021, e già 321 quest’anno. Col passaporto irlandese hanno in Europa le stesse facilitazioni di un cittadino europeo. Romano ne elenca alcune: libera circolazione, senza visto, protezione sanitaria, protezione pensionistica, protezione diplomatica, Erasmus per i familiari, apertura privilegiata di un conto corrente, contratto telefonico di favore, immediato e a sconto.

Lo stesso, si può aggiungere, delle università. Le università britanniche erano le maggiori percettrici dei fondi europei per la ricerca. Al modo americano, si erano attrezzate con appositi uffici di studio delle regolamentazioni, e presentavano dossier burocraticamente perfetti. Furbizia? Efficienza? La stessa “efficienza” dimostrano dopo la Brexit: associano ai progetti una università europea, nel nome della quale il progetto viene presentato, e rimangono tuttora i maggiori percettori di fondi europei per la ricerca. Londra si fa un baffo di Napoli.uest’ammnno.quest’anno uest’anno. ques

Cronache dell’altro mondo – trumpiane (231)

La valanga Repubblicana nel voto di medio termine non c’è stata a causa dei candidati MAGA, sponsorizzati dall’ex presidente Trump.

I suoi candidati al Senato hanno reso possibile la vittoria del candidato Democratico in stati chiave, dati per persi nei sondaggi e nelle opinioni: Arizona, Pennsylvania, Georgia e Nevada.

Due candidati a governatore associati con Trump, Doug Mastriano in Pennsylvania e Tim Michels in Wisconsin, hanno fatto campagna sulla “frode elettorale” al voto presidenziale del 2020: hanno perso.

In Michigan e Nevada i candidati repubblicani a segretario di Stato, la carica che sovrintende alle elezioni, hanno fato campagna sulla “frode elettorale” nel 2020: hanno perso.

In Florida il governatore DeSantis, probabile rivale di Trump alle primarie per le presidenziali 2024, ha vinto con un vantaggio di 20 punti percentuali.

(“The Economist”, “The Trump Effect”)

A Crotone con passione

Un viaggiatore appassionato di Catanzaro. Ha viaggiato da Napoli sul battello per Messina via Paola: “È più di un anno che mi è venuta l’idea di Paola”. E di san Francesco, di cui ora si è perduta la memoria, come di tutti i santi, che a lungo fu grande taumaturgo? Che grazia cercava Gissing? Forse solo un po’ di compagnia, di promiscuità.

Un libro di viaggio, del suo “unico viaggio” (in realtà ne ha fatti altri, è morto sui Pirenei francesi, ma solo di questo ha scritto), da cultore della classicità, a volte bizzarro per i suoi entusiasmi. Ma Gissing era narratore apprezzato a Londra, oltre che fertile, e rispettato, dai contemporanei Fine Secolo e fino a Virginia Woolf. Era anche abile disegnatore, e questa edizione ne riproduce alcuni schizzi.

Fece il viaggio in realtà sulle tracce di Edward Lear cinquant’anni prima, altro scrittore-illustratore – più fortunato di lui negli incontri e le minute occorrenze, o più faceto. Molto racconta la sporcizia e la povertà, ma non ne viene respinto. Che fa la gente qui?” “C’è miseria”, è un dialogo che ha avuto “in un paesino tra Roma e Napoli”. A Cosenza nota una delle lapidi del costruendo teatro Garibaldi, tutta maiuscole: “20 settembre 1870\ Questa data politica\ dice finita la teocrazia\ negli ordinamenti civili\ Il dì che la dirà finita\ moralmente\ sarà la data umana”. Crotone trova “luogo di grande salubrità”: a Napoli s’è imbarcato per la Calabria dopo aver fatto testamento, ma Crotone lo commuove - il nome, la storia. Squillace, il paese di Cassiodoro e del suo Vivarium, il cenobio biblico con biblioteca, che ci ha conservato la cultura classica, è invece solo “il più brutto e repulsivo agglomerato di case che mai incontrassi”. A Taranto trova con sorpresa la cattedrale dedicata a un santo irlandese, san Cataldo. Ma non ci trova “il murice prezioso per la sua porpora, la porpora di Taranto, seconda per fama solo alla porpora di Tiro”.

Al canto intraudito, accompagnato da un organetto, riflette sull’Italia, la cui musica tutto fa perdonare: “Vi si ricorda di tutto quello che hanno sofferto e di tutto quello che sono riusciti a fare malgrado i torti ricevuti”, le invasioni, le distruzioni, le servitù. Ma, alla sommatoria, il classicista si fa quasi contemporaneo: “È un paese stanco e pieno di rimpianti, che guarda sempre indietro, verso le cose del passato, banale nella vita precedente e incapace di sperare sinceramente nel futuro”.

Gissing fu romanziere prolifico, molto amato in patria, innovatore e quasi contestatore contro il conservatorismo vittoriano. In questo suo unico libro di viaggio corona il sogno della Magna Grecia. Che, tra delusioni e incidenti vari, in qualche modo salva. È uno, nota di se stesso, che come i personaggi di “Erewhon” di Butler – palindromo per nowhere, in nessun posto – attraversa la vita guardando all’indietro. Tra i prediletti, oltre che di V. Woolf, si dice di Flaiano, oppure di Fellini – di chi ha tratto da questo “Mar Jonio” il “Paparazzo” della Dolce Vita.

George Gissing, Verso il mar Jonio, Exorma, pp. 336 euro 21.