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sabato 8 giugno 2013

Ladri di bambini, il neorealismo vuole i preti

Gli squallori di Simenon non sono niente al confronto. E non solo perché Banville, “Benjamin Black”, scrive tre volte più lungo – ma si legge con la stessa avidità, senza saltare (per un gran numero di lettori, evidentemente, se si riedita in economica). Qui a metà col giallo alla Chandler, di ambienti ricchi e riservati, ma la cadenza  è sempre quella dei vinti - il tavolo anatomico di Simenon. Banville è anche scrittore di altre ambizioni, specialista del non detto (le famiglie, gli amori, le attese deluse), con una vena ansiogena, dell’indistinto, come cifra della vita. Un narratore “all’italiana”, neorealista, grigio dall’inizio alla fine. Seppure con qualche artificio in più, sparizioni, agnizioni, e traffici inimmaginabili, a fin di bene, oltre che con assassini al di sopra di ogni sospetto, e ladri di bambini.
Il metafisico di Simenon Banville lega come il neorealismo a una realtà precisa, qui tra Dublino e Boston. Tra irlandesi, cattolici: sarà il neo realismo una cifra cattolica?  È solo in ambito cattolico che il povero si mescola al ricco. Anche l’anticlericalismo è cattolico, virulento – qui si parla male delle monache, figurarsi.
John Banville, Dove è sempre notte, Guanda, pp. 367 € 9,50

Letture - 140

letterautore

Balletto – Quello moderno, col tutù e le punte, a partire dalla “Silfide”, 1832, fu divisato contro le femmine? L’invenzione delle punte è atroce. Lo stesso effetto di lievità si poteva ottenere, e si ottiene nel balletto moderno, senza questa tortura.
Ogni numero “finisce” per lui, per l’applauso all’étoile  maschio, mentre è interlocutorio per lei. Eccetto che nel “Cigno”, malgrado le tante coreografie punitive, perché Čajkovskij amava le donne

Editoria – Irène Némirovsky è più edita in Italia che in Francia. Da sei o sette case editrici, Adelphi, Newton Compton, Editori Riuniti, Passigli, Giuntina, Elliot, Castelvecchi. Perché i diritti sono scaduti – Irène è morta a Auschwitz nel 1942. In Francia un autore fuori diritti è già qualcuno che merita un interesse retrospettivo, critico, selettivo. Da noi fa un pascolo aperto: l’editoria si vuole un’impresa senza rischio

Fiabe – Nella scelta delle “Fiabe” dei fratelli Grimm operata da Calvino per gli Struzzi, un centinaio su circa duecento, non c’è “Il pifferaio magico”. Che  è una delle più deliziose, ha ispirato numerosi scrittori e musicisti, e si fa rappresentare. Calvino dichiara anche la sua predilezione per “La Luna”. “se dovessimo dichiarare quale è per noi la storia più bella del libro, e la più completa di tutte le anime che lo compongono… Mito cosmogonico pagano, novella paesana, iconografia medievale dell’al di là cristiano, comicità dell’assurdo, sono concentrati in un paio di pagine dove la «voce» popolare e la sofisticazione letteraria fanno una cosa sola”. Scelta preziosa, naturalmente. Ma bisogna diffidare delle indicazioni d’autore, anche simpatico come Calvino? “La Luna” è divertente più che altro perché è inconcludente – nessuna morale, né mito, né “parità”.

Masse - In letteratura non vengono bene. Gor’kij se ne tenne lontano, Tolstòj, che ne fa l’anamnesi non preconcetta in “Guerra e pace”, pure. Vengono bene invece al cinema, che ne fa grande uso: nei film di guerra, di rivoluzione, e anche in quelli americani di mafia – i mafiosi si muovono entro le masse.

Mobilitazione – È in disuso, ma entusiasma ancora Dario Fo. Oggi come un tempo, con la rivoluzione culturale in Cina e poi, nel 1974 o 1975, nella Cina stessa. “Sull’intelligenza collettiva mi trovate completamente entusiasta”, dice a Casaleggio e Grillo, “Il Grillo canta sempre al tramonto”, p. 68. In Cina fo aveva trovato “una grande spinta al dissenso, alla libera discussione” proprio nelle masse: “Tutto quello che succede in Cina non è mai una storia di vertici, coinvolge sempre le masse”. E portava a esempio una fabbrica di Pechino, dove c’erano “due studenti per ogni operaio”. La mobilitazione eccitava Fo anche da ragazzo, volontario a Salò: è il modo d’essere rivoluzionario – sovversivo cioè, senza più.

Montalbano – Fa il record serale di ascolti anche in seconda e terza replica. Rovescia però la regola – se non è un paradosso - del romanzo al cinema. Che riesce male perché il cinema “assottiglia”, opera per sottrazione e non sa o vuole rendere situazioni o personaggi complessi – non la “Ricerca” ma neanche “Bovary”, “Anna Karenina”, o il “Grande Gatsby” ora sullo schermo. Il Montalbano scritto dice invece meno che al cinema. Specie nelle caratterizzazioni, trite, Catarella, Fazio, Augello. E nell’ambientazione, che sulla pagina manca, è solo di eventi. Il vero Montalbano è di Sironi e Zingaretti.

Perché c’è il rovescio della medaglia: il cinema che “incrementa” il romanzo. Magari trasformandolo, ma immortalizzandolo. Per il taglio dell’immagine, il colore, la velocità del montaggio, per mille artifizi. Si ricorda un brutto giallo francese perché Simone Signoret e il regista Clouzot gli hanno (ri)dato vita con “I diabolici”. Il Poirot di Suchet “incrementa” di molto quello di Agatha Christie, che è un modesto risolutore di indovinelli (che egli stesso si crea), quasi un commesso viaggiatore. 

Moravia – Presentando la riedizione del “Disprezzo” di Godard, in qualche modo nel montaggio originale cinquant’anni fa (il produttore Ponti, esterrefatto, lo aveva fatto rimontare come una storia tradizionale, dopo aver investito in un cast costosissimo, Brigitte Bardot, Michel Piccoli, Jack Palance)), Emanuele Trevi cita lo steso Godard che sui “Cahiers du Cinéma”, così si difendeva dall’accusa di avere usato come soggetto un romanzo di Moravia: “Il romanzo di Moravia è un volgare e grazioso romanzo da stazione, pieno di sentimenti classici e fuori moda, nonostante la modernità delle situazioni”. Lo aveva usato, aggiungeva, perché solo dai “romanzi ferroviari” si può tratte un film.
Questo è vero, se i film sui grandi romanzi sono falliti o non si sono alla fine fatti. Ma su Moravia il silenzio è pesante. Specie da parte di chi ne beneficiò – Moravia amava essere un potente delle lettere.

Produttività – Quel letteraria s’incrementa con l’età? Camilleri, 88 anni,  è a un libro ogni due settimane, Canfora, 71, a uno al mese.

Sherlock Holmes – La “New York Review of Books” in aperture del numero del 9 maggio, e Michele Marsonet su rinabrundu.conm, s’interrogano sulle nuove interpretazioni al cinema. Da shelorkholmesiani sempre in ansia su come l’idolo viene estratto dalla pagina. Marsonet pensoso anche sul rapporto tra l’attore e il personaggio, Maigret vuole solo come Gino Cervi. Ma la cosa è opinabile: Gabin non è migliore, d’accordo, ma Bruno Cremer sì, la serie francese è ineguagliabile – tra l’altro molto simenoniana (in nessun punto Simenon usa i toni forti di Cervi). C’è un modo di essere dell’interprete che più si confà al personaggio, all’aura del personaggio, il Montalbano di Zingaretti da noi, e per tutti il Poirot di David Suchet, così particolarissimo e tuttavia così “aderente” – a che, è da vedere.
Cos’è l’aderenza? Per spiegarla si prenda 007, per anni succube di Sean Connery. Ma da qualche anno, dopo vari tentativi falliti, “liberato” da Daniel Craig. Senza meriti speciali, bisogna dire: è la regia di San Mendes che sa fare il miracolo. Specialmente difficile peraltro per James Bond perché il retroterra scritturale è povero: i romanzi di Ian Fleming semplicemente non si possono leggere. Un caso, questo della regia subliminale e non importuna, specialmente forte nel “Montalbano” in tv, a opera di Alberto Sironi. Di cui non si parla ma è quello che ha forgiato la “Sicilia di lusso” dei film, anche dove è povera, praticamente senza punti di contatto con i romanzi di Camilleri. Senza nessuna parentela tra Craig e Connery, non fisica né di appeal – l’uno è caldo l’altro è freddo - ma la spavalderia incosciente sì.

Marsonet si chiede come mai il suo Sherlock Holmes – e quello dei veri sherlockholmesiani, opina -  sia Basil Rathbone. E ne inferisce una saggia norma: “Credo non vi siano metodi “scientifici” in grado di stabilire chi ha ragione e chi torto. Per quanto filosofi come Quine e soprattutto Davidson insistano sulla dimensione intersoggettiva della comunicazione, la mente di ciascun individuo resta in certa misura impermeabile alle influenze esterne. Nella mia, nessuno riuscirà mai a introdurre l’idea che Sherlock Holmes possa avere un aspetto fisico diverso”. In realtà non è l’aspetto fisico a decidere, ma il modo di porgersi. Zingaretti non è siciliano, ma il suo Montalbano non saprebbe essere altro - non c’è altro siciliano per chi legge, che necessariamente dev’essere siciliano.

D’altra sostanza il secondo problema che Marsonet pone, il potere evocativo reale dei miti (storie): sento Pegaso e vedo un cavallo alato, si dice - come: sento Sherlock Holmes e vedo Rathbone.  Né l’uno né l’altro trovano posto nel mondo “reale”, ma abbiamo il diritto di negarne l’esistenza? “Cos’è, allora, il mondo “reale”? Solo la serie di oggetti fisici che sperimentiamo nella vita quotidiana, oppure anche i cosiddetti caratteri fittizi che popolano film e romanzi? La mia opinione – contestabile finché si vuole – è che Sir Basil Rathbone (deceduto nel 1967) sia stato parte in passato del mondo. Ma ne fa parte, sia pure a titolo diverso, anche lo Sherlock Holmes che ha il suo volto”, rendendolo per ciò immortale.
letterautore@antiit.eu

La troppa bellezza è piatta

L’idea è semplice: una passeggiata per Roma, che sempre è bella e bellissima, di rovine, piazze, palazzi, fontane, scorci, terrazze, sulle cupole e sul fiume, i platani, i pini, i tagli urbanistici, fantasiosi e rigorosi, la sorpresa è costante,  negli itinerari usati si rinnova. Ma l’occhio di Sorrentino, è naturale, è filmico. In questo viaggio attraverso Roma si condensa su due dei tanti grandi film sulla città, “La dolce vita” e “La terrazza”, Fellini e Scola, la città barocca – fastosa e funerea – e quella che oggi si chiama la società civile. Anche se l’impianto rinvia agli affreschi di Robert Altmann, delle società che si autorappresentano – senza le malinconie del regista americano.
Di Scola c’è perfino, di passaggio, Fanny Ardant. Di Fellini sono molti personaggi-caratteristi, a un sola dimensione, Verdone, Ferilli le maschere più note, e il viaggio condotto da un virgilio, qui un Toni Servillo gigione invece dello smarrito Mastroianni. Un film, si direbbe, postmoderno, su altri film. Anche la fotografia è artificiosa, d’immagini pop, schiacciate, piatte, senza prospettiva (profondità): aggressive ma vuote. Come la musica, dall’effetto costantemente disco.
Ma non è solo un omaggio, a Fellini, Scola e Roma, è anche un altro film. Che sconcerta: gli spettatori entrano ciarlieri, come a una festa, e prendono le prime battute ridendo, poi tacciono e forse si abbattono, ma senza andarsene, per le quasi due e ore e mezza di proiezione, senza intervallo. Forse perché si entra sapendo quello che il film poi non è. Un magnifico scemenzario, si direbbe, e forse, a questo punto della storia, di demenza: un lussuoso manicomio aperto di folli presuntuosi - Sorrentino non è ipocrita come Fellini, e non si nasconde.
È un film di relitti. Derelitti. Nel senso, se si vuole, del Marx di Althusser, o dei giovanili “Manoscritti filosofici”, dello svuotamento o insignificanza del reale – o del Marx di Lukáks, della reificazione. E in quello comune di chi va alla deriva, senza più un’idea, un progetto, una voglia. Al centro del benessere per il quale tutti hanno sempre lavorato, seppure in un settore specifico: sono scrittori, artisti e gente di spettacolo. Belle case, possibilmente con veduta, Roma ne è piena, bei vestiti, festa continua, e il botulino in forma di farsesco pantomimo della Nuova Realtà.
Non c’è il Pd, che molti democrat s’illudono di vedere. L’ultima falce e martello è dipinta sul pube di una performer la cui arte è correre a schiacciarsi contro un muro, ma è un simbolismo irridente. “Vabbè, è un film sul Pd”, il critico del “Venerdì”, Diego Bianchi che è andato a vederlo con gli amici non trova di meglio che la battuta di uno di loro. Non è il solo. Ma Sorrentino non è un reduce né un nostalgico – il Pd, se è qualcosa, è nostalgia elitistica. Se non - naturalmente come Fellini – in quanto critico e nemico della “politica della cultura”. Questo c’è, l’irrisione della società “civile” e della “cultura” dei suoi giornali radical-chic, superba, asfittica, mortuaria: negli ambienti, gli argomenti, i modi di porgere, la frigidità. Ed è il limite del film, quello che lascia insoddisfatti: lo sdegno. In questo quadro tutto superfici tutto è detto, ma molto, purtroppo, radical-chic. Senza crederci e senza conseguenze, non è un atto d’accusa. E senza i chiaroscuri altmanniani – anche Fellini li aveva, seppure di malinconia più detta, meno soffusa.
Medusa ne ha voluto fare una grande storia. Ha fiducia nel grande cinema malgrado la crisi, e questo è meritorio – anche se va a finire che l’unico che cerca di creare ancora qualcosa è Berlusconi… Ha molti materiali di sostegno, tra essi la stessa sceneggiatura, di Sorrentino e Contarello, in elegante e accessibile pubblicazione di Skira. Ma il film di Sorrentino, come l’altra grande produzione di Medusa, “Baaria” di Tornatore, dà l’impressione di essere stato montato “male”, per ottenerne un sorta di kolossal. Utilizzando tutte le belle immagini girate. Un rimontaggio potrebbe avvantaggiarle – grande cinema fece Tornatore con un rimontaggio.
Paolo Sorrentino, La grande bellezza
Paolo Sorrentino-Umberto Contarello, La grande bellezza, Skira, pp. 224 ril. € 15

venerdì 7 giugno 2013

Fisco, appalti, abusi – 30

Per “valorizzare” le “Dimore” del Demanio, cioè per ristrutturare le rovine storiche che il Demanio dà in concessione a privati, ci vogliono 74 autorizzazioni. Cioè quante bustarelle? Cosa proteggono 74 autorizzazioni?

La ricostruzione dell’imponente Palazzo Imperiale di Berlino, tre piani alti più un abbaino e una cupola, per 180 m. di lato, 41 mila mq., più una cupola altra trenta metri, con soffitti alti cinque metri e più, e materiali tutti di pregio, costa 552 milioni. In Italia un progetto del genere non si potrebbe fare, costerebbe almeno il doppio.
Di appena 120 milioni il costo, sempre a Berlino, della ricostruzione della reggia rococò di Potsdam, molto meno danneggiata in guerra del Palazzo Imperiale ma piena di stucchi e statue. In Italia il costo partirebbe dal triplo.

Il business del solare ha, solo in Italia, ogni anno, contributi per 6,5 miliardi. Da sette anni. Di che evitare il terribile governo Monti e la recessione.
Questi 6,5 miliardi sono stati pagati, e si pagano, in bolletta.

Il prezzo del petrolio greggio è sceso da febbraio di un quinto. Il prezzo industriale della benzina di un decimo.

È Roma che ha la più alta concentrazione di automobili, 955 per mille abitanti, e una popolazione più che doppia, ma è Milano che il record delle multe stradali. Ne ha elevate per 471 milioni nel 2012, contro i 281 di Roma. Milano ha più scuole e servizi sociali da fornire con le multe? O servono partite di giro per “fare” i bilanci (non sono un terzo le multe effettivamente incassate)?

Ladri di voti – e di politica?

L’attacco è a effetto, il maggioritario del Pd schiacciando sulla legge-truffa, che il Pci combatté invece con asprezza, insieme col Psi, nel 1953, qualificandosi come grande forza costituzionale, perno e difesa della Costituzione. Centrodestra e centrosinistra si sono equivalsi alle elezioni di fine febbraio, ma la legge elettorale ha dato a uno dei due schieramenti, grazie allo scarto minimo dello 0,3 per cento dei voti, 340 deputati contro 124. È “il più grande scandalo mai verificatosi nella storia politica italiana”, s’inalbera il filologo classico Canfora. Con la solita documentazione a supporto: “Più scandaloso perfino del risultato ottenuto dal “listone” mussoliniano (e associati) grazie alla legge Acerbo, nelle elezioni politiche dell’aprile 1924”.
Canfora si perde sempre più nella polemica e si diverte. Anche la “la precipitosa dissoluzione sia del Pci che della Dc” nel compromesso storico e “il cambio della cultura al vertice del partito erede del Pci, il Pds” connette tagliente a “l’apparizione di una vera destra anti-antifascista (“Forza Italia” e sue varie isomorfosi)”. Col passaggio alla competizione elettorale come a “un tavolo da gioco”. O “dalla difesa del suffragio universale al principio-base delle corse dei cavalli”.
Ma il “porcellum” è burro per la lama del polemista. E l’argomento si spegne subito. Nel discorso di Togliatti alla Camera contro la legge truffa. E in un’argomentazione più irritata che vera. Argomenta alla fine che il proporzionale è “il male minore e, in parte, persino un rimedio”: “Costringe i partiti ad essere veramente tali, cioè a guadagnarsi davvero, e quotidianamente, il consenso”, anzi “li costringe a ridiventare veicolo di educazione politica di massa”. Ma dopo aver rivelato che il proporzionale è all’opera in Venezuela e in Iran, non altrove, senza grandi effetti democratici, si direbbe. È il filologo un nostalgico beffardo, della democrazia? Né smette di denunciare la falsa sinistra in Italia, di maniera quando non è turpe, per interessi personali, familiari, tribali, grandi e piccoli, proteggendosi con lo scudo dell’antiberlusconismo.
Il filologo tourné scienziato politico avrebbe potuto (dovuto) allargare il fuoco. Al fatto che il maggioritario di per sé non garantisce la governabilità, in assenza di una politica forte, di un progetto meglio che di una leadership, oggi merce contraffattibile. Il fatto più evidente del quasi quarto di secolo ultimo della Repubblica: dei governi Prodi, frastagliatissimi, dei governi Berlusconi 2004, 2001 e 2008, supermaggioritari a nessun effetto, tra i più divisi e meno efficienti, e in questa legislatura del Pd, che ha già sprecato quindici mesi in litigi, e non ha finito.
Canfora evoca il “compromesso” come il cibo del governo democratico - vittima anche lui della parola, se non del progetto berlingueriano: “Nelle società complesse la ricerca del compromesso è l’unica alternativa al conflitto, ed è perciò necessaria”. Meglio avrebbe fatto a evocare il governo Craxi, l’ultimo stabile e efficace (contro l’inflazione al 20 per cento e contro la mafia, avveduto in politica internazionale). E chiedersi perché Craxi volesse comunque la Grande Riforma. Si limita invece a blaterare contro “il famigerato concetto della «governabilità»”. La “mentalità elitistico-giacobina” che denuncia è più caratteristica degli studiosi – degli studiosi che si compiacciono della polemica, quasi sempre non divertente, e sono la parte non minore del problema. Canfora si fa un bersaglio del maggioritario come la sinistra del berlusconismo.
L’attrattiva del polemismo può peraltro essere oscena, e Canfora non se ne guarda. A p.80 irride, lui che meglio di molti ha studiato la Germania di Weimar, al “rischio Weimar” – irride tra parentesi: “(Ma nel quindicennio della Repubblica di Weimar non era stato certo quello della frantumazione in piccoli partiti il principale problema, al contrario la nascita di grossi partiti eversivi!)”. Mentre dei quindici anni di Weimar Hitler ne impiegò ben dodici per emergere, e fu votato soprattutto per disperazone, per l’incapacità di troppi governi, e per l’inaffidabilità del partito Comunista, il più forte d’Europa, ma indefettibilmente filorusso, staliniano. Il Kpd, come tutti i partiti Comunisti, anche il Pcd’I dopo Gramsci, era “intrattabile”, fuori della sinistra e ad essa antagonista: come può Canfora trascurare questa nota dei partiti Comunisti, anche prima del Cominform?. La stessa sequenza che nella repubblica di Weimar, in tempi accelerati, si era avuta in Italia tra il 1919, suffragio universale proporzionale, e la “marcia su Roma – nel mezzo il partito Comunista.
Più caratteristico ancora è questo: lo stalinismo dell’antistalinista. Caratteristica è l’incapacità di vedere perché il partito Comunista fu messo fuorilegge nella Germania Federale, e fuori Parlamento dal salamandering di De Gaulle.
Il centro delle argomentazioni è l’inammissibilità del referendum popolare in materia elettorale: l’art. 75 della Costituzione non lo esclude per un colpo di mano di Meuccio Ruini. Ammesso che sia vero (non lo è), questo è un ragionamento elitistico (dossettiano, o è dispettoso, e di arido intellettualismo o di facile giornalismo). La Costituzione fu soggetta a referendum?
Ci sono delle ragioni nello sveltimento del processo legislativo. Di questo si tratta, non del palio del Saracino. Col facile effetto dei continui rimandi alla legge Acerbo-Mussolini, e al partito-azienda. Mentre il maggioritario della “legge-truffa” era opera di un fascista nientemeno, benché rettore della università di Napoli, del “già robusto fascista” Alfonso Tesauro.
Prolifico come Camilleri, siamo quasi a un libro a settimana, forse in ragione dell’età, e come lui il più letto, forse anche il più leggibile, il filologo è qui meno avventuroso del solito. L’argomento è ineccepibile, benché preso per un terzo dalla “lezione costituzionale di Palmiro Togliatti”, di cui Canfora è l’ultimo paladino, un po’ sperduto nella giungla: un uomo, un voto, e per tale deve contare. Ma con limiti. Perché il rigetto della “legge-truffa”, che Canfora celebra come l’atto massimo di resistenza nella vita ormai lunga della Repubblica, ne ha segnato la condanna. Non della Repubblica, che anzi è ben sfruttata dagli interessi costituiti, ma della funzione pubblica. Della politica, della funzione politica. Che è l’unica arma della democrazia, e l’unico significato del voto, più che il rispetto integrale del decimale.
E poi bisognerebbe svegliarsi. L’“educazione politica delle masse”  non è l’illusione che la nostalgia nutre, del tempo in cui i socialisti prima e poi i comunisti “educavano” le masse? E l’obbligo del compromesso, che democrazia è? Il compromesso, quando è diventato “naturale”, onnicomprensivo, è stato l’inizio della fine della democrazia in Parlamento, col sottogoverno e i poteri costituiti. 

Luciano Canfora, La trappola. Il vero volto del maggioritario, Sellerio,. Pp. 101 € 10

Secondi pensieri - 143

zeulig

Giustizia –  È mediatica e spettacolare, scenografica anche (colori, processioni, sorpresa, segreto). Intesa a produrre scandalo, cioè meraviglia, più che il riconoscimento del diritto.
Si dice e si vuole politica, ma allora si ribassa a produrre investimenti pubblicitari grazie alle audiences (lettori, spettatori) degli scandali che essa promuove.

È castale. Il giudice figlio di giudice, nipote di giudice. Gli ermellini, le eccellenze, le retribuzioni a livello dei parlamentari senza il sospetto di abusi. Montesquieu, cui si deve l’onnipotenza della  magistratura nella teoria dei tre poteri, non la voleva legibus soluta, ha anzi più rfacconti ridicoli e sprezzanti degli arbitrii della noblesse de robe, l’occupazione degli uffici pubblici, ereditaria.
Il palazzo della Cassazione a Roma, imponente di suo, con le vittorie alate ai quattro frontoni, è stato accresciuto con la chiusure di due strade a uso garage, e della grande piazza Cavour come giardino dello stesso: esprime un senso di potenza ineguagliato a Roma, in confronto allo stesso Quirinale, nonché a palazzo Chigi e a Montecitorio.
Si può dire la sola casta italiana a tutti gli effetti. E la sola che va esente dalle critiche, nei giornali e nell’editoria. Non per caso: governa l’opinione, col morso stretto dell’arbitrio.

Sono i giudici i soli sacerdoti residui. I preti sudano, si sporcano, faticano. Mantengono i poveri, sempre molti, aiutano le famiglie in difficoltà, con difficoltà, i ragazzi all’oratorio e al doposcuola, il sabato anche la mattina, puliscono e ordinano, accudiscono gli immigrati, sono i soli che lo fanno, i drogati, i senzatetto, raccolgono e distribuiscono cibo e vestiario. Per indossare i paramenti a amministrare  sacramenti devono farsi prima la doccia, e sempre sono affannati. I giudici lavorano un giorno la settimana, sono amabili conversatori, intrattengono amicizie, hanno portieri e uscieri, segretari, cancellieri, molti hanno l’autista e la scorta, guadagnano quanto un parlamentare, e non ne sono giudicati. Il modo come gestiscono nutrite e variate polizie giudiziarie  è ottocentesco, da commedia ottocentesca.

“L’attivismo giudiziario è un abuso di potere e distrugge la pretese dei magistrati di essere il legittimo arbitro finale del significato della legge”. Antonin Scalia (intervista a Paolo Valentino, sul “Corriere della sera” del 27 maggio) è un giudice conservatore, ma è da 26 anni giudice della Corte Suprema americana cui nessun torto viene addebitato.

Guerra dei filosofi – Ripete in tutto, da una parte e dall’altra, il modello che si propone di demolire, il populismo. Di cui non tenta nemmeno una definizione, se non quella del berlusconismo. Nella specie, sembra di capire, della mediatizzazione, o videocrazia. Cioè del reale tv, fatto di telegenia e ragionamento corto, semplificato. Entrambi i fronti i propongono di vincere così, con la frase breve e l’appeal. Curiosamente avulsi dalla storia (realtà), cui invece il loro comune nemico è evidentemente sensibile, poiché ne sa più di loro.

Internet - È un mondo che la scienza della comunicazione non ha penetrato. La comunicazione è un’arte, che oggi si professa complessa e costosa scienza. Il che è più realistico: è un’arte che s’impone, prevarica la realtà che dovrebbe interpretare, la modella, la fa – la scienza sempre più fa il suo oggetto, l’elemento che dovrebbe decifrare. Il modello naturale, o classico, dell’osservazione scientifica ha lasciato il campo all’interpretazione, all’ipotesi che afferma. Lo stesso la invasiva scienza della comunicazione, che dovrebbe sapere come meglio vendere con la pubblicità, tende come la Rete ad allargarsi piuttosto che a sistematizzare. Si possono per questo dire entrambe realtà allo stato nascente. La scienza è sempre in difficoltà sull’evento che deve studiare. 

È il dilagare della sindrome mcluhaniana dell’Occidente de “il mezzo è il messaggio”. Che non è una verità ma una dipendenza. Come di chi fosse arrivato al burrone, e invece di ritrarsi o di saltarlo, vi sprofondasse, anche con piacere e senso di dominio. È causa ed effetto di un modo d’essere. Che privilegia la tecnica in assenza di “dio”, di una fede che non sia solo il progresso tecnico, la tecnica. Comparatisticamente ciò è evidente al confronto con la ricezione di Internet negli altri mondi. In Asia è solo uno strumento, come è proprio della tecnica, duttile, aggressivo, o in Israele, tra gli arabi, in Africa.

Paternità – Non più attiva nella connotazione sociale (patriarcale), se non per il nome, - residuale. Non necessaria alla procreazione. E per questo forse on demand, non come condizione fisiologica e antropologica, ma come qualcosa di personale. E come si ceca una rarità più che come rimpianto. Ma è tutta la funzione genitrice che è residuale, in attesa, forse prima di una generazione, di essere del tutto soppiantata dalla clonazione – l’eterologa è del tutto analoga alla clonazione, eccetto che per le tecniche. La funzione pedagogica è da tempo obliterata.

Realismo – È marxista? Ferraris non ci ha (ancora?) pensato, ma è al marxismo che si richiama. Al primo marxismo, quello dei “Manoscritti”. Nella “Tesi n. 1 su Ludwig Feuerbach” si ritrova un’informazione capitale data da Marx: la mancanza più grande del materialismo finora è stata la dimenticanza sistematica dell’attività pratica. Non si deve interpretare questo come una nuova filosofia della prassi. Marx non fa intervenire una nuova nozione filosofica. Allude a “una realtà che possiede questa particolarità di essere allo stesso tempo presupposta da ogni discorso filosofico tradizionale, e di non essere per natura esclusa in alcuno”. E. “Quest'irruzione della pratica nella tradizione filosofica […] costituisce in principio una critica radicale della forma di esistenza classica della filosofia”. Oppure, l’irruzione della pratica è la denuncia di questa pretesa della filosofia di abbracciare il Tutto, di non avere qualcosa “di fuori”. Questo “di fuori” che la filosofia vuol dare l’illusione di sottomettere alla verità è la prassi. La prassi non produce la Verità, ma le verità.

La cosa non va col trend. Però, siccome c’è ancora una nicchia di combattenti perduti nella giungla, una rinascenza marxista non sarebbe da buttare.

zeulig@antiit.eu

giovedì 6 giugno 2013

Problemi di base - 144

spock

Ma che ha fatto Renzi, che sembra il messia?

Si conosce per imparare, o bisogna imparare per conoscere?

Se la verità è individuale, perché i filosofi, individualisti accaniti, ce la nascondono?

Se la verità è individuale, la bugia è collettiva? Nazionale, tribale, di partito, dei romanisti, degli interisti?

Si fa filosofia ai talk show, proprio come nelle accademie greche? Si capisce che la Germania non invoglia pagare i buffi.

Grillo è detto l’“ex comico”, per ridere?

È più populista la Rai o Berlusconi?

Pregare Dio, o pregare Dio di esistere?

Ma perché Dio si fa pregare tanto, cosa nasconde?

spock@antiit.eu

La terza guerra tedesca

“Chi equipara l’Europa all’euro, ha già abbandonato l’Europa”. È uno. Due: “In tempi di pace possono abbattersi su interi paesi e continenti rischi che si concretizzano come catastrofi e sottraggono a innumerevoli persone le basi di esistenza. Senza bisogno di schierare carri armati, elicotteri militari e bombardieri, solo con la potenza del rischio una conquista come l’Unione Europea e le sue istituzioni può essere portata sull’orlo del crollo”. Beck, sociologo emerito, capisce e spiega bene – a condizione di sostituire “abbandonato” con un più veritiero”preso”, “conquistato”. C’è voluto molto meno dei carri armati ad Angela Merkel, con l’ausilio di Sarkozy, prima che si rivelasse un cretino politico, per vincere questa guerra – poiché di una guerra si tratta, ancorché tra amici e anzi sodali. La “Germania europea” in un’“Europa tedesca”, su cui anche qui si celia, non è un paradosso, è un disegno imperiale, niente di meno, solo un po’ più aggraziato - ammodernato: la persuasione è più abile dei cannoni.
Beck, sociologo tedesco ora alla London School of Economics, è critico della Germania merkeliana, ma fino a un certo punto. Carl-Schmittiano alle origini, fondandosi sullo stato d’emergenza come rivelatore dell’Autorità, del potere, lo risolve non in senso leaderistico, elitistico, ma dell’assunzione generalizzata della responsabilità, di “più” democrazia. Ed è più ottimista che pessimista. La sua “società del rischio”, il paradigma nel quale inquadra la nuova modernità, e in essa specialmente l’Europa a cavaliere del Duemila, vede la solidarietà prevalere sullo scontro. Per egoismo – “l’attesa delle catastrofi globali… è una delle grandi forme di mobilitazione”. E anche, se non altro, in forma di comunicazione o rappresentazione: di preoccupazione condivisa, se non univoca.
L’indagine di Beck è specialmente preziosa dove individua i momenti di frattura. Il Bundestag che in buona coscienza “decide sul destino della Grecia”, per poi contestare l’unione bancaria in quanto cessione di sovranità. O il vezzo molto tedesco di giuristizzare il politico, a nessun fine se non lasciare libero il manovratore - le tipiche discussioni sul niente mentre il Titanic impatta. La frattura (il fronte) è tra paesi euro e paesi Ue non euro. Poi c’è un fronte interno all’euro, fra “il potere dell’euro-nazionalismo tedesco” e gli altri, Italia e Spagna in primo luogo – i paesi dove l’opinione qualificata è più euro entusiasta, nota Beck. Una forma di feudalesimo – “nel feudalesimo solo i nobili avevano diritto di voto. Stiamo assistendo a una riedizione in breve di simili privilegi?”
Fallisce con l’euro l’Europa tedesca
L’Europa di questi anni è un’anticipazione di fatto dell’Europa a due velocità, un’idea tedesca, su cui la Germania insiste da trent’anni ormai, anche se più volte accantonata come non viabile. Tra l’altro, contraria ai due presupposti, anch’essi tedeschi, dell’euro: tedesco è il sistema monetario dell’euro, tedesca, modellata sulla Bundesbank, la Bce. Il fallimento della Ue di Maastricht è il fallimento dell’Europa tedesca.
È l’eterogenesi dei fini della storia, o legge storica delle conseguenze non volute? No, è l’effetto di una politica deliberata. Merkel non viene presa sul serio, e non si capisce perché. Anche Beck, che per essa conia il Merckiavellismo, ne fa una rappresentazione diminutiva. Nel suo caso un altro esito bizzarramente contraddittorio (sarà la contraddizione il modo d’essere tedesco?): Beck rimprovera alla Merkel un atteggiamento politico vago, di chi tira il colpo e nasconde la mano, e poi la tratta alla stessa maniera, una provincialotta lì per caso. No: Angela Merkel è quella che ha imposto la recessione all’Europa, Germania esclusa con i suoi satelliti, e all’Italia la peggiore della sua storia. Non per caso, non per errore: la recessione è stata letteralmente imposta da Merkel a Napolitano e Monti, e da Monti all’Italia.
Il saggio si propone come un manifesto per l’Europa. L’ennesimo, la Germania ne è prolifica. Habermas ne ha fatto un altro paio, lo stesso Beck ne aveva già fatto uno con Cohn Bendit. Altri nomi di minore risonanza vi si producono ogni poche settimane. Per rispondere a una domanda che non si pongono: perché l’“Europa tedesca” suscita diffidenza, dopo mezzo secolo di mea culpa. Beck se la pone ma non dà la risposta. La risposta è nella rilettura dell’ultimo Reich, il Terzo. Che si lascia, a questo punto della storia solo per comodità, schiacciato sull’ultimo Hitler, dell’abominio e della guerra perduta. Mentre fino al 1942 fu una serie di successi, economici, politici, sportivi, sì, militari. E perfino numinoso. Popolare, popolarissimo, anche fuori della Germania, tutti invidiavano i tedeschi, Stalin compreso, anche gli inglesi fino all’alleanza di Hitler con Stalin.
Ulrich Beck, Europa tedesca, Laterza, pp. XVI + 90 € 12

mercoledì 5 giugno 2013

La filosofia rinnovata da Grillo

Grillo è un demagogo, Platone non l’avrebbe confuso. Roberta De Monticelli invece sì. Ne analizza la “condivisione dell’informazione”, il democratico “lo Stato siamo noi”, e la “speranza comica”, non convinta ma a malincuore. La fenomenologia del grillismo è semplice, e spudorata. Ma la filosofa essendo blogger, e caratterista dei talk show tv, si esercita a menarla – detta alla Grillo.
Peccato. La sua ambizione di rifare il Principio Speranza, di cui questo è il terzo volet, dopo “La questione morale” e “La questione civile”, era promettente. È anche una che sembra averne i titoli: ha lavorato con Jeanne Hersch, conosce Simone Weil (“le collettività non pensano”) e Hannah Arendt, legge Chiaromonte e Milosz. Ma scantona volentieri. Nella videocrazia, il “cinismo italiano”, l’omertà, la libertà di stampa che in Macedonia c’è e in Italia no, la “società consortile” (se non è consortile Ginevra, omertosa, dove ha lavorato quindici anni…), la “società di briganti”, e altre facezie non divertenti, col fastidioso supporto di Leopardi che invece non era affatto provinciale. Il tipo deprecatorio. Da blogger alla Grillo. Alla fabbrica della “perdita di senso” che non evita di citare. Col vezzo di vedere le pagliuzze e non la trave – dov’è la società di briganti nel suo San Raffaele, “sfilato” dalla “società civile” che poi si è stretta attorno al “Corriere della sera”, due volte fallito rispetto al San Raffaele? Molto milanese (ipocrita?). Se la verità è individuale, filosofica, che Dio e Simone Weil ce ne guardino.
A un certo punto si chiede “come se la cavino la maggioranza dei filosofi con le stragi“. Perché, qualche filosofo se l’è cavata? A parte deprecare. Ma non la giustizia a Milano che tutto imbrogliò.
Roberta De Monticelli, Sull’idea di rinnovamento, Cortina, pp. 101 € 9

Il mondo com'è (138)

astolfo

Cristianità – È contrastata ovunque con ferocia, da quasi mezzo secolo, e più dopo l’attacco al Libano nel 1973. Tutte le zone miste o di confine sono state ripulite, nella ex Jugoslavia, in Iraq, in Nigeria, e in Egitto le premesse non sono buone. Peggio è andata per le isole sparse di cristianità, chiese per lo più, e qualche parrocchia, all’interno dell’islam, il Pakistan, la stessa India.

In una sorta di movimento a tenaglia col concomitante laicismo occidentale, che ha largamente scristianizzato anche l’Europa.

Destra-Sinistra – Marco Travaglio che fa l’opinione per i lettori dell’“Unità”, “l’Espresso”, “Micromega”, e il pubblico di Santoro, non è un’anomalia. Tanti furono i giornalisti fascisti passati al Pci, Chilanti, De Mauro, Montanelli etc. Armando Plebe fece la strada all’inverso, dal Pci passando a teorizzare la reazione. Questo transgender è una tradizione antica: Maximilian Harden, della socialista Freie Volksbühne, il nemico di Karl Kraus, spinse alla dimissioni il principe Philipp von Eulenburg, il consigliere più fidato dell’ultimo kaiser, Guglielmo II, antimperialista: prima lo ricattò, poi l’accusò in vari processi di sodomia - Karl Kraus, da destra, inutilmente lo difese da Vienna.

Europa – È oggetto di una serie di “manifesti”, per salvarne la democrazia, per evitarne il tramonto, per la cultura, per l’economia, per l’euro. “Doing Europe”, a maggio del 2012, ha raccolto il più gran numero di firme: Habermas, Herta Müller, Senta Berrger, Delors, Richard von Weizsäcker, Imre Kertész tra gli altri. Habermas per conto suo ne ha pubblicato un altro nel 2011, “Un patto per l’Europa”, reiterato nello stesso anno col saggio “Un patto per o contro l’Europa”, propedeutico a un dibattito intitolato “L’Europa e la riscoperta dello Stato nazionale tedesco”. Quindi in un articolo celebre sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung il 4 novembre 2011. E il 3 agosto 2012, sullo stesso giornale, su richiesta del presidente del partito Socialdemocratico Sigmar Gabriel, un “Kurswechesel für Europa”, un’inversione di rotta, sottotitolo “Protesta contro le democrazie di facciata”, firmato con Peter Bofinger, economista a Würzurg, e Julian Nida-Rümelin, filosofo in cattedra a Monaco (il saggio è stato tradotto da “Repubblica” e dai maggiori giornali europei come “Un passo per salvare l’Europa” ma l’impianto è polemico). Ulrich Beck, già autore di un manifesto con Daniel Cohn-Bendit, “Siamo Europa! Manifesto per la rifondazione della Ue dal basso”, ha in “Europa tedesca” un articolato progetto che intitola “Un nuovo contratto per l’Europa”. I manifesti si redigono soprattutto in Gerrmania, che più di tutti sta operando per affossare l’Europa democratica.

Internet - È il monopolio per eccellenza, nazionale invece che aziendale o di gruppo. In nessun altro sistema industriale, meno che mai in uno dell’informazione, ritenuta bene pubblico (telegrafo, telefono, radio, stampa), si sono mai viste guerre dei monopoli, a danno degli utenti, quali quella tra Google e Windows, e tra Google e Apple. Senza regole. Ciò è possibile perché internet, che si propone a foro della democrazia realizzata, dell’uguaglianza, è monopolio Usa. In tutti i sensi: logistico, tecnico, legale, e ora anche finanziario.

Si scambia per leggerezza la sua permeabilità. Alle “categorie disagiate” come ai mestatori. Ci sono stati a febbraio del 2009 “diecine di migliaia” di appelli pervenuti, comunicava il Quirinale del presidente Napolitano, di gente che voleva morire “presto e bene”. Simile, anche se certo non uguale, o almeno non si sa, al fantomatico popolo dei fax che, dall’ufficio, quando Vincenzo Visco era alle Finanze, gli scriveva: “Aumentaci le tasse!”. Nemmeno su indicazione del Partito, per riflesso condizionato. Che veniva però con la liberalità, il libero uso delle attrezzature e del tempo di lavoro. In questo caso un esempio di spensieratezza.

Con che criteri sarà stato costruito il Page Rank? Il Page Rank è l’algoritmo segreto alla base di Google, in quanto consente non solo di far “uscire” tutti i nomi, le date, i titoli eccetera, digitati sul motore di ricerca, ma di costruire della pagine di risultato con una gerarchia quasi analoga a quella logica. Se non che uno digita “Fermo e Lucia” e per primi escono i tempi in classe di alcuni licei, poi la città di Fermo e alcune Lucie, e se uno ha pazienza, verso la trenta-quarantesima pagina, Francesco De Sanctis, nominato in qualche tesi di dottorato. O meglio se uno ha lucidità in grandi dosi, perché alla trentesima pagina è passato attraverso trecento Fermi e Lucie.

Islam – Mette le donne in primo piano nelle rivolte e le proteste, da Tunisi a Istanbul, che così vengono automaticamente caratterizzate in immagine come democratiche e modernizzanti. Mentre le agitazioni sono più spesso delle forze islamiche fondamentaliste-radicali, le sole organizzate nei paesi islamici. Il modello è l’Iran di Khomeini, la prima rivoluzione pacifica, che nelle manifestazioni di milioni di persone ogni venerdì aveva sempre avanguardie femminili. Era di donne il pubblico che si assiepava la mattina alle sette al Majlis, il Parlamento iraniano, e occupava le tribune del pubblico nei due mesi di processo sugli ostaggi americani nel tardo autunno del 1980. Che però non sapevano di che si trattava, solo riconoscevano l’ayatollah di riferimento.

Libano – Ha segnato l’inizio della fine della cristianizzazione? Simbolicamente sì. Ma anche nei fatti. Mussulmani ed ebrei se lo sono diviso tra le atrocità, e i cristiani non hanno difeso i cristiani, per la prima volta dopo molti secoli. Sono intervenuti a occupazione fatta, per salvare in realtà l’avvenuta trasformazione del Libano in stato confessionale islamico.

Privacy – È un’invasione di massa. È caso tipico-topico di inversione di senso: si invoca e si garantisce per ottenere via libera all’indiscrezione. Si vede sulla Rete: internet non l’ha scoperta, era stata imposta dagli Usa già da qualche anno, ma la dilata e se ne fa il giacimento maggiore, una rendita informatica invece che mineraria.
Nasce come offerta e non come domanda. Ed è strutturata legalmente. È espediente legale per poter entrare senza colpa nelle vite altrui. Le pagine bianche che non danno l’indirizzo corrispondente a un numero di telefono se non c’è un previo consenso dell’interessato (venticinque milioni di consensi?). Ma danno indirizzo e numero di telefono, selezionati sulla base del fatturato telefonico e del tipo di connessione a qualsiasi venditore in grado di pagare per essi. O la liberatoria del chirurgo. Sono gli effetti del dilagare degli avvocati a percentuale, dagli States nel mondo. Di una concezione formalistica del diritto, avvocatesca.
Più s’invoca e s’impone dove tutte le riserve sono violate, le abitudini quotidiane, i modi di dire, perfino i pensieri remoti, i vizi, gli amori, se in qualche modo, per caso, per sfioramento, sono impigliati nella tastiera. Diecine e centinaia di regolamenti sulla privacy, da sottoscrivere, vi svelano: sono in realtà l’autorizzazione a penetrare le visceri dell’utente, a prenderlo per stanchezza.

martedì 4 giugno 2013

Miracolo in Germania a 400 euro, al mese

Un vantaggio comparato enorme, soprattutto sull’Italia e in parte sulla Francia, grazie allo spread, e un quarto della forza lavoro a retribuzioni irrisorie. A lungo rimosse per un falso europeismo, le ragioni del miracolo tedesco in questi anni di crisi europea e di recessione grave per l’Italia sono infine manifeste. Parte la campagna elettorale per il voto di settembre, mentre il miracolo di Angela Merkel si sgonfia (quest’anno l’economia crescerà dello 0,3 per cento, e forse non crescerà) a causa della recessione indotta sul resto dell’Europa, e i coltelli si sono affilati nel pur massiccio nazionalismo tedesco.

L’esaurimento del vantaggio comparato è anche la ragione per cui la stessa cancelliera Merkel è ora favorevole a piani Ue di rilancio dell’economia, abbandonando la già irrinunciabile disciplina fiscale. Lo spread, alimentato per due anni a fini concorrenziali dai politici tedeschi, e dai banchieri centrali, con dichiarazioni minacciose, ha consentito alle aziende tedesche di finanziarsi a tassi reali negativi (nominali attorno all’1 per cento), mentre in Italia il tasso più favorevole era l’8 per cento, ma per la maggior parte delle aziende ha valso il credit crunch, cioè un credito restrittivo, col contagocce e carissimo.
Il mercato del lavoro è per un quarto abbondante precario: 7,5 milioni di minijob, a 400 euro, al mese; 3 milioni a termine; 1 milione di lavori saltuari occasionali. L’Agenda 2010 del governo rosso-verde di Schröder nel 2002-2003 fu in realtà la liberalizzazione più spinta del mercato del lavoro come rimedio alla disoccupazione e alla globalizzazione. Ottenuta dai sindacati aggredendo gli ammortizzatori sociali, la copertura sanitaria, e le pensioni.

La giustizia dei padrini

Si producono in serie a Milano sentenze decise a priori, con spreco quindi di soldi e tempo nei dibattimenti. Quelle incredibili del giudice D’Avossa e della giudice Guadagnino, quella a breve del terzetto annoiatissimo del processo Ruby, di cui non serve nemmeno fare il nome, sono le ultime di una serie ormai lunghissima. E ora quella, in esteso, del giudice con la barba, Oscar Magi, con l’inesausta Guadagnino. Di una giustizia concentrata contro Berlusconi, come già contro Craxi, mentre procede bendata su tutto il resto dell’impalcatura politica e affaristica. Anche quando il delitto è manifesto. Più che giudici, a Milano sono padrini, o meglio madrine.
I casi di connivenza manifesta sono moltissimi, e alcuni di grande dimensione. Non è mai stata processata, per delitti accertati dai revisori dei conti, con un ammanco di 1.300 miliardi di lire del 1996, la Rizzoli Corriere della sera. E dieci anni dopo i fratelli Moratti per un collocazione in Borsa truffaldina. Anche ora Milano si rifiuta di processare Tronchetti Provera per colpe manifeste nello spionaggio Telecom. Nel processo civile il sacco fu tenuto all’editrice del “Corriere della sera” dall’attuale presidente del tribunale Tarantola – l’uomo che in genere dava condanne più alte di quelle richieste dalla pubblica accusa, purché a carico di non democristiani. Il caso Sme è il primo e il più grave: nessuna indagine è stata fatta sulla vendita del colosso alimentare a De Benedetti, da parte dell’Iri di Prodi, a costo zero, e anzi con un prestito di favore dell’Iri allo stesso acquirente
Chiamare giustizia questa che si configura come una mafia è repellente. Cinquecento o seicento perquisizioni nell’azienda di Berlusconi, posto che la Guardia di Finanza non è fatta d’incapaci, si può solo in regime sbirresco, totalitario – senza occuparsi cioè di produrre uno straccio di delitto, solo a fini persecutori.
Contro il Pci
Tutto è falso a Milano. Si dice questa giustizia di sinistra, mentre è tutta il contrario, pervicace fascismo che si lascia dire, ammiccante, irridente, di sinistra. Per i sentimenti personali di molti dei suoi esponenti, con la barba e senza, specie le donne, notori anche se i cronisti di nera fanno finta di nulla. Del resto colpiscono sempre in una sola direzione. Colpiscono anche Berlusconi, è vero, ma da destra, e attenti-e a non fargli male. Si legga oggi la condanna di Berlusconi – che questa volta non c’entra nulla – per la telefonata su Unipol e si vedrà: è uno sghignazzo dalla prima all’ultima parola dell’ex Pci. Dell’affarismo dei suoi dirigenti, della stupidità dei suoi militanti. La giustizia politica è sempre stata fascista. È stata anche comunista, in Cina, a Cuba e nell’Urss, ma non nel nostro contesto: da noi è sempre stata opera  di prefetti, polizie e fascisti. 
Tutto è falso anche nei giornali. La cronaca nera è tutta falsata – basta leggerla anche una sola vota per capirlo – per andare in “prima”. Il “Corriere della sera” fa da anni una lotta sorda alla Fiat, giornaliera, insidiosa, sul mercato italiano e su ogni mercato estero, siano gli Usa, o il Brasile, o la Serbia, o la Polonia. Anche su non notizie. Riportando sempre il taglio interessato della Volkswagen. Ma la Fiat è quella che ha salvato l’aumento di capitale in corso, e quindi il giornale e l’azienda. Dunque non c’è da meravigliarsi, Milano è una città di misteri. Ma la giustizia vi è infetta in modo particolare. “Se la giustizia scompare, non ha più valore la vita degli uomini sulla terra”, diceva Kant, con largo seguito. Milano fa eccezione, oppure lavora, come crede, tutti buoni cristiani a Milano, fuori dalla prospettiva terrena, col paradiso assicurato.

Le culle dei preti

“Una culla per te”, molte cliniche religiose in Toscana hanno questo programma. Fatto di tecnologia, naturalmente. Con scritte in sei lingue, compresi l’arabo e l’ahmarà. E uno sportello che si apre su impulso, e resta aperto 40 secondi. Di diritto. In sei lingue si spiega: “Puoi riprend4re il tuo bambino entro sessanta giorni, prima che venga dato in adozione”. E di privacy: la garanzia è che non c’è videosorveglianza. Si può lasciare il bambino rifiutato in una cella dove subito verrà accudito invece che nel cassonetto.
Non è molto, è la vecchia ruota, di tanti monasteri, maschili e femminili. Aggiornata, i preti si aggiornano, e la riaprono con le garanzie tecnologizzate. Ma non è da ridere: la cultura laica non va oltre la campagna “la culla non è un cassonetto”: uno slogan, un piccolo appalto pubblicitario.

lunedì 3 giugno 2013

Meglio il muezzin della campana

Non ci sono più preti in Italia, uno dei leitmotiv di “La grande bellezza”, è vecchio di almeno dieci anni:
“Un giornalista della Rai è disperato perché la chiesa sotto casa gli suona la campana. Ha protestato con i Carabinieri, la Questura, la Procura della Repubblica, il governo, e ora si merita il “Corriere della sera”. Perché preferirebbe il muezzin alla campana.
“Può essere un caso di stupidità. Ma è probabilmente un indice della confusione cui porta la faziosità, la logica Amico\Nemico, o dell’esclusione. Se per l’anticlericale è preferibile il muezzin – che ti sveglia anche di notte. Il giornale ne riferisce con rispetto”.

L’8 settembre fu colpa di Eisenhower

La storia segreta promessa è l’ennesima apologia della mafia. Il tutto mafia dev’essere una sindrome di Stoccolma, se infetta anche una giornalista esperta come Marianna Bartoccelli e uno scrittore, D’Ayala. A prima vista sembra difficile innamorarsi di personaggi come Luciano o Riina, ma evidentemente si può. E con che argomenti! Metà abbondante del libro è presa da prolissi referti della commissione parlamentare Antimafia, che ne attestano l’inutilità. Dalle testimonianze di Graziano Verzotto, il personaggio più squalificato. E da alcuni allucinanti interrogatori al processo Andreotti. In uno il pentito del processo, Siino, descrive l’ingresso della villa di Guarrasi nel 1977 come era nel 1998, dopo una radicale ristrutturazione - imbeccato?
La litania è nota. Lo sbarco in Sicilia? Opera di Lucky Luciano e Vito Genovese. I politici dell’isola, Restivo, Alessi, Milazzo, La Loggia, Gullotti, Nicolosi (mancano i Mattarella…)? Non esistono, o sono della mafia. L’avvocato Guarrasi forse, naturalmente non si sa, ma perché no. Mafioso dev’essere anche, un po’, non si sa, lo stesso La Cavera. Che pure ha dato agli autori il pezzo forte del libro, il diario che Guarrasi tenne nei tre mesi dell’armistizio che passò in Nord Africa col generale Castellano, dal 5 settembre al 22 novembre 1943. E fornisce loro un epilogo gustoso, da imprenditore e fiduciario della Confindustria siciliana, sull’impossibilità di fare industria in Sicilia, a opera degli stessi siciliani. Dev’essere come per il “tutto mafia”, che si penserebbe imposto alla Sicilia dal perfido Nord e invece no, è opera “squisitamente” siciliana. Una cassata indigesta.
Mancano invece i pezzi forti, se non per accenni. I tantissimi contenuti nell’intervista con Marcello Colitti, che spezia il libro nel suo punto più debole. I tanti che Macaluso premette, che inquadrano forse al meglio, seppure in breve, la storia della Sicilia ultra-democristiana. E si possono sintetizzare nel fatto che il Pci e la Cgil si tennero fuori del mondo contadino. Manca perfino la figura della moglie di Guarrasi, Simonetta Biuso. Bellissima figlia dell’avvocato Biuso, influente avvocato del Banco di Sicilia. Amante poi a lungo, in costanza di matrimonio con Guarrasi, del migliore amico di lui, Mimì La Cavera – soppiantata nel 1961 da Eleonora Rossi Drago. Tutrice infine delle fortune e perfino dello studio del compagno legittimo, dove offriva granite che chiamava acquette, e veicolava uno stuolo di agenti, agenti di Borsa, tributaristi, ingegneri, comparse. Un posto impossibile ai complotti, questo studio. Più semmai alle maldicenze, inclusi i tradimenti reciproci di letto tra i maturi coniugi, una sorta di teatro che recitavano ogni giorno immutato. Nell’ovvio senso del “cumannari è megghiu che futtiri” - di cui Bartoccelli e D’Ayala fanno grande uso senza spiegarlo: l’insegna dell’isola è motto di chiara origine muliebre, riguarda i conti della spesa.
Colitti, Macaluso, La Cavera meritano però la lettura, singolarmente espliciti nella memorialistica italica. Il diario di Guarrasi tra Tunisi e Algeri è un forte documento storico, per almeno tre aspetti. È testimonianza inequivocabile della difficoltà di uscire dalla guerra, nemici sconfitti, a fianco degli Alleati. Col sostegno americano, ma boicottati con costanza dal governo e dai capi militari inglesi, nonché dall’astio francese. Con un errore fatale per parte. Da parte alleata l’annuncio prematuro dell’armistizio l’8 settembre, che non consentì il riconcentramento delle forze italiane già avviato. Da parte italiana il rifiuto dello sbarco già concordato di una divisione paracadutisti a Roma. Quanti lutti si potevano evitare – si capisce anche che i tedeschi, in rotta, abbiano tenuto agevolmente sotto scacco un nemico soverchiante per ogni aspetto, non ci voleva molto genio. Il diario documenta anche il sabotaggio che dell’armistizio fece - non per altre ragioni, per ambizione - il generale Roatta, cui obbedivano i generali Carboni, che non difese Roma, e Zanussi, che tentò di accreditarsi a Lisbona, al primo contatto con gli Alleati, invece di Castellano, con l’unico risultato, scontato, di indebolire la missione italiana.
Marianna Bartoccelli-Francesco D’Ayala, L’avvocato dei misteri. Storia segreta di Vito Guarrasi, Castelvecchi, pp. 189 € 16,50

domenica 2 giugno 2013

Montalbano gesuita, e l’amore che non si dice

Il titolo purtroppo è rivelatore. Ma la vicenda resta sorprendente – seppure in un certo trend, dopo la scandalosa Christine Angot (Camilleri dice però che il romanzo è del 2004). S.S.Nigro evoca nel risvolto “il terrore gorgonico in una tragedia greca”. No, la Sicilia di Montalbano è sempre solare, anche se qui spesso diluvia. Ma ha, come al solito, mille pieghe, come in ogni altra società composita, sia pure non metropolitana, vecchia-nuova provincia.
Lo stesso Montalbano in qualche modo evolve, riconoscendosi infine come “noto gesuita”, il tipo che mente a tutti, anche a se stesso. Senza pentimenti – gesuita è del resto oggi un fatto positivo (effetto del riflusso? della crisi?). Come tale, Montalbano-Camilleri apre infine, per chiuderlo subito, lo spinoso capitolo della sua insocievolezza. E quindi il cultore non ne può fare a meno.
Andrea Camilleri, Un covo di vipere, Sellerio, pp. 263 € 14

Veltroni dotava l’orfana

Anche Veltroni aveva la sua ragazza indifesa da accudire, dieci anni fa:
“Walter Veltroni «salva» e premia, in qualità di sindaco di Roma, una crescita bambina del Torrino, bella giovane anzi, e nella foto abbiente, rimasta orfana, è vero. La foto è importante in questi salvataggi, anzi ne è l’unico senso, pubblicizzare il sindaco ogni giorno, gratis. Ma una volta si era orfani per essere poveri e disgraziati, ora si vuole il contrario.
“Walter si pavoneggia con la ragazza, in televisione e per i fotografi, incurante dell’aspetto un po’ losco della vicenda. Si vede che politicamente paga. Meglio delle adunate oceaniche?”

Biagi tutto d’un pezzo

Il giornalismo eroico di Enzo Biagi, dieci anni fa:
“Una figlia giovane di Enzo Biagi è morta l’altro giorno, ma il colonnino del padre sul “Corriere” è oggi o stesso di ogni lunedì: lo stesso modulino acidofilo, bersagli sempre Previti e Berlusconi, stesse battutine, nessuna emozione. La premorte di un figlio si pensa il peggior dolore, e invece, evidentemente, no. Stoicismo? Riserbo? Sembra stolidità.
“Anche dopo la morte della moglie il colonnino non cambiò, non s’interruppe neppure. È impossibile che un movimento del cuore, se c’è, non traspaia tra gli stilemi desolati”.