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sabato 22 maggio 2010

E.T.A.Hoffmann a Vigata

Anche Montalbano alla E.T.A.Hoffmann. Nel risvolto S.S.Nigro cita Hannibal Lecter, Brancati, Landolfi, Bellmer e Cindy Sherman, ma con ancora più ragione si può aggiungere E.T.A.Hoffmann. Camilleri al solito con Montalbano si diverte, qui mima perfino “Don Matteo”, il burocratese, ma il commissario mette sulle tracce di “Maruzza Musumeci”, “Il casellante”, “Il sonaglio”, i racconti della naturale innaturalezza, qui del demoniaco angelico, che sono probabilmente i suoi più solidi (anche dei romanzi storici, che Camilleri più pregia, è questa probabilmente la chiave di lettura più efficace).
Camilleri ci arriva per caso, se è vero che “Maruzza” e “Il casellante” sono aneddoti che un fattore gli ha raccontato da ragazzo. Qui è visibilmente millenniano, ripete la ricetta Larsson dello stupratore che è torturatore, mutilatore e feticista – Camilleri adatta da qualche tempo Montalbano all’attualità. Ma l’effetto è distintamente, ben più felicemente, hoffmanniano.
Andrea Camilleri, La caccia al tesoro, Sellerio, pp. 273, € 14

Ombre - 50

La legge sulle intercettazioni, che vaga per le Camere da tre anni, sarà impugnata da Sky “in tutte le sedi europee”. Che non vuol dire niente, l’Europa è una sola. Ma ottiene grandi titoli. Il pescecane M urdoch baluardo della libertà di stampa era da vedere. Contro una legge che non c’è: è sempre stato intimidatorio.

L’inchiesta sul G8 si collega a Why Not, dice “Repubblica” giovedì. E a nient’altro?

La Garzantina di Filosofia fa questo esempio di “sillogismo in Barbara”, ottenuto mediante la riduzione “per impossibile”:
Tutti i ladri temono la prigione
Alcuni uomini politici non temono la prigione
Dunque, alcuni uomini politici non sono ladri.

Usa “la cricca” anche in Germania nell’ennesimo Kultukampf – “la cricca dei vecchi depravati di Roma”, i cardinali, il papa. Non sarà questa “cricca” anch’essa una parola d’ordine internazionale”, un complotto? Come quello dei Quattrocento?

Giorgio De Rienzo ricorda Sanguineti, suo maggiore all’università di Torino, con l’aneddoto del professor Getto, onesto barone cattolico, che tenta di mandare in cattedra il poeta, o Giacomo Debenedetti, un comunista insomma, ma viene bocciato dai membri comunisti della commissione, che gli nominano il suo candidato “naturale”, il cattolico Bàrberi Squarotti.
Ma non oggi, in epoca berlusconiana, una cinquantina d’anni fa.

“L’inchiesta sul G 8 arriva allo Ior”, è la prima di “Repubblica” lunedì. In poche righe. Come, il Vaticano che fomenta la corruzione in poche righe?

Sabato Di Pietro è andato a Firenze. A deporre spontaneamente, fa dire, nell’inchiesta sulla Scuola dei Marescialli. Ci va accompagnato da un gazebo del suo partito, come sfondo alle riprese in tv. E con stuolo di giornalisti. Che dimenticano di dire che invece è stato convocato. Perché l’appalto lo ha dato lui quando era ministro. Cioè lui lo ha ridato, estromettendo l’impresa che lo aveva vinto. Che poi ha fatto causa al governo e ha vinto, anche in appello.
Tutto questo non si dice perché l’impresa estromessa d’arbitrio da Di Pietro era quella di Fusi, l’amico di Verdini? O per paura di Di Pietro? E perché?

Sentono tutti, i Procuratori di Firenze, sentiranno tutti i ministri dopo Di Pietro. Uno alla volta, per consentire ai giornali di fare le pagine. Tutti ma non i responsabili dell’appalto su cui indagano, la Scuola dei marescialli e la lottizzazione di Castello. Forse perché i responsabili sono fiorentini e non fanno notizia? Perché vanno protetti?

L’interesse privato è, paradossalmente, il solo reato odioso che non viene contestato a Berlusconi, l’affarista diventato politico – insieme, fino a un anno fa, col libertinaggio: i due reati più “popolari” in Italia, tutti siamo approfittatori e “scannatori”. La corruzione sì, dei giudici, delle guardie di finanza, dei concorrenti perfino, ma non gli si addebita ancora nessun furto, e nessun traffico d’influenze. Questo è miracoloso, si capisce che Berlusconi si voglia santo.
Ma forse non andrebbe detto, si rischia di passare per jettatori? Questo sito aveva già sollevato il problema di Berlusconi senza una amante, e subito gli è stata trovata, la famosa “minorenne” di cui più non ci liberiamo.

Dopo la economista Fornero che non sa nulla di banca, e il bello guaglione Beltratti, la suora, “suor Giuliana banchiera per caso”. Bazoli si può dire allora sublime, se non santo subito, pure lui: si è nominato il presidente, per conto del socio torinese, la Fondazione San Paolo, e ora si nomina la vice-presidente. Vice dell’inutile Benessia, il suo cavallo, per modo di dire, di Troia.

“Il Foglio” dice Hans Küng “un conformista”, sulla traccia del sito cattolico americano First Things. Ma è vero: sentirlo dommatico alla radio o nei talk show dà i brividi, un teologo perentorio e accomodante.

David Clegg la mattina tratta con Cameron. Il pomeriggio e la sera con i laburisti. La mattina dopo
fa il governo con Cameron. Accettando qualche posto e rinunciando a ogni programma. Ma l’onesto “Guardian”, di cui è il pupillo, non lo critica. E quindi nemmeno i giornali italiani, ancora ammirati del liberale che doveva stravincere le elezioni e invece ha condotto il partito, per la prima volta dai tempi di Owen, alla sconfitta.

venerdì 21 maggio 2010

L’11 settembre non c’è mai stato

E se Berlusconi si fosse inventata la lista dei Quattrocento? E i massaggi brasiliani? C’è una serie di siti, qualche libro e perfino un film che documentano come l’11 settembre non c’è mai stato. Se l’è inventato George W. Bush. Oppure lo ha organizzato lo stesso Bush. Un complotto non si può mai escludere. Anche sullo scandalo del G 8 le coincidenze cominciano a essere troppe. La ricostruzione che segue si dà in offerta gratis, senza copyright, e in uso libero ai cronisti giudiziari per i giorni di magra. W sempre la libertà di stampa!
La corruzione negli appalti è, si sa, l’unico punto forte di Berlusconi, dato che è ricchissimo e non ha più imprese edilizie, che quindi su queste terreno ha teso una serie di trappole. Si parte dal ripescaggio di Feltri al “Giornale”, da cui se n’era andato non senza polemiche, imbattibile negli scandali. C’è il bisogno di creare scandalo con le intercettazioni per far passare il bavaglio alla stampa. La voglia di liberarsi di Bertolaso, che cominciava a dare ombra al Capo con la spazzatura di Napoli, la ricostruzione in Abruzzo e il rilancio della Maddalena. La necessità di stringere la briglia su ministri e coordinatori, dopo gli eccessi di indipendenza di Fini.
Intanto i ghost-writer del Capo vanno diffondendo, anche su organi del partito Democratico, la vulgata che i giudici e gli ufficiali inquirenti che si vendono i dossier sono più corrotti dei corruttori. Con la tesi peregrina che la vera questione morale in questo Paese è la questione morale stessa. Al fondo, c’è sempre il bisogno di un diversivo. Berlusconi si fa gli affari suoi, com’è noto, al governo creando diversivi: l’editto bulgaro, Saccà, le veline, le puttane a palazzo Grazioli, povero duca, i viados di Sircana e Marrazzo, il sindaco di Bologna, Trani, il divorzio dalla propria signora, i matrimoni dei ministri, le ministre incinte, e ora l’impresa Anemone, nome di copertura dei monsignori del Vaticano, e Why Not, la loggia sanmarinese creata da Prodi, con l’ausilio di Mastella.
Tutto questo ampiamente documenta che lo scandalo non c’è, è stato creato da Berlusconi. La conseguenza di questa verità non è, come sembra, che la corruzione non c’è. La corruzione c’è, ma non è quella che si dice: la corruzione è solo e comunque di Berlusconi.

La sindrome Mourinho e l’opinione debole

Santoro si dimette, non si dimette, ma ha sempre un colpevole, e il colpevole sono gli altri. Sempre autoreferenziale, direbbe un sociologo. Come Mourinho, altro signore dal superego che sa come bastonare e asservire l’opinione pubblica. L’allenatore dell’Inter, che disprezza l’Inter, Milano, l’Italia, e se ne vanta, osannato, e il Santoro osannato che è un mercante della comunicazione, sono i baluardi dell’informazione debole. Ma non soli. Sono la cuspide di un “sistema dell’informazione” che punta sempre ad asservire (aggredire, soffocare, coartare) i suoi fruitori.
Nessun dubbio per i sei milioni di ascoltatori di Santoro che le sue vittime non siano colpevoli, di tutto: non c’è respiro per l’ascoltatore, non c’è termine di paragone. Lo stesso per l’allenatore portoghese, se non per la cura che lui mette nelle sue uscite, sicuramente più studiate di Santoro. Al quale invece basta l’indignazione, ha una robusta base, costituita da vent’anni di invettive. Quasi tutte false, ma questo non incide: la sua credibilità è nell’eccesso - di cui la Rai è garanzia (quando andò sulle reti di Berlusconi gli credevano in pochi), ma questo è un altro discorso.
Il pensiero debole è stato fertile, di pensiero. L’informazione debole no, non è informazione. E tuttavia mai l’opinione è stata più forte di ora che è debole. Non creduta, non più seguita (i lettori di giornali si sono dimezzati rispetto a dieci anni fa), ma definitiva e imponente. Quella dei Mourihnho e dei Santoro, che si applaude come un tempo i gladiatori. Non si porta però, è evidente, a casa, o al lavoro, o a passeggio, con sé, nelle coscienze. Debole è anche chi crede a Santoro, fuori dalla storia. Senza fatti, senza fondamenta, senza argomenti.

Il romanzo dell’opinione pubblica, brutale

È il libro della lotta sorda di un Isaac, il “borghese” Boxtel, alias Jacob, contro la bontà e la bellezza, impersonate da Cornelius van Baerle, medico, creatore del tulipano nero - che ancora resta da creare. Con poche avventure dumasiane. Ma con una vena distintamente repubblicana e virtuosa: la storia di von Baerle s’intreccia con quella dei suoi padrini, i fratelli De Witt, gli ultimi repubblicani d’Olanda, vittime della furia cieca della plebe e degli intrighi dello stathouder e futuro re Guglielmo III d’Orange. Nella stessa prigione in cui fu tenuto Grozio dopo la decapitazione del grande repubblicano che lo proteggeva, Barneveldt – che aveva offerto la corona d’Olanda a Elisabetta d’Inghilterra, e fu giustiziato per una disputa tra protestanti.
Protagonista di questo racconto del 1850 è “l’opinione pubblica”. Con corredo di pentiti e apparati giudiziari. Non c’è malvagità che “l’opinione pubblica” non commetta in questo racconto classificato atipico di Dumas, deluso dal Quarantotto e timoroso del ritorno bonapartista. Ma più che alla storia dell’Olanda e dei Lumi (“l’Olanda è il paese delle feste”), il racconto può forse servire alla storia della “differenza ebraica”, ancorché non detta, non ancora antisemitismo.
Alexandre Dumas, Il tulipano nero

giovedì 20 maggio 2010

La vera Italia a Cleveland, Ohio

Il romanzo più “italiano” in circolazione non trova un editore italiano. Il miglior debutto letterario americano del millennio, anche. Sulla traccia di John Fante più che del citatissimo Faulkner, nella scrittura e nella tematica, il muro del cozzo di civiltà, malgrado l’applicazione, la costanza, la volontà, per le persistenze che non si cancellano, e forse è un bene.
È il tema che fa la scrittura, minuta, limitata, benché arricchita da rarities, hapax e idioletti - "il lavoro del romanziere è al 95 per cento scegliere la parola giusta", lo scrittore flaubertianamente dichiara. Scibona racconta in modo rapsodico, cinque o sei personaggi di “nessuna storia” (storia dei vinti, degli esclusi, dei marginali, dei paria, dei niente) stagliando icastici. Dalla fine della guerra di Corea nel 1953 a ritroso al 1915, attorno a un giorno che è la festa dell’Assunta, così familiare e remoto. Sei personaggi di solitudine estrema, nell’immenso paese "che non c'è" di cui sono orgogliosi, la storia fantasticandone e la geografia.
È un romanzo delle radici. I nomi scorrono anch’essi familiari e remoti, Mimmo, Ciccio, Rocco, Luigina, Bastianazzo, nel remoto Elephant Park, Cleveland, Ohio, Usa, sul lago Erie. Con la casuistica gesuita del liceo, bizzarramente essa pure familiare: Dio non può esistere e tuttavia esiste, è libero e non è libero, eccetera. Si gioca a scopa. E i negri fanno paura. Ma gli stessi italiani sono witish people, mezzi bianchi. Con il mondo femminile originario e vero, non quello suppostamente succube e incapace nella vulgata meridionalistica: mogli italiane che lasciano i mariti italiani, non si occupano dei figli, e surrogano gli uomini nel lavoro, anche in remote campagne, magari con più intelligenza, ma li compatiscono, nel tran-tran degli aborti clandestini. E col rifiuto delle radici che caratterizza l’emigrante, pur legato agli usi e alla lingua originaria, e anzi al dialetto. Ma con la nota accuratezza filologica dei letterati americani italiani già sperimentata nella serie del “Padrino” (sfuggono solo un Filipo e un Sienna, se non sono errori di stampa) i personaggi si riconoscono tra di loro stessi alla parlata, palermitana o siracusana. L’unico wasp è umbratile, non cresciuto, con i romanzi per ragazzi di Joseph Altscheler, “The forest runner” eccetera.
È un romanzo di formazione anche. Anche per l’aspetto italiano. L’autore si propone in biografia come il figlio cresciuto nella bambagia, che a venti o trenta anni non sa cosa fare: vorrebbe essere Dante ma non scrive, è stato in Italia un anno con la fondazione Fullbright non facendo nulla, che è molto italiano e un-americano. La rappresentazione è psicologicamente forte della vera natura delle radici, dell’identità “originaria”, che si estrinseca nella figura paterna, il legame padre-figlio sempre incombente, a tutte le età. Senza il familismo amorale del Kulturkampf nordista, il sociologismo di maniera. Non c’è neanche la mamma, altra invenzione nordista del Mediterraneo, seppure omologata da Corrado Alvaro. Il legame carnale è pedagogico più che di sangue, e si trasforma in un dover essere, la sostanza della cosa.
Salvatore Scibona, The End, Riverhead Books, pp.325, $ 16

Il caso D’Alema è De Benedetti

Come un personaggio di Dumas, D’Alema gode della “più perfetta impopolarità”. Ma non da ora, da subito, e questo è dirimente per stabilire se ridargli l’onore, nell’annientamento cui è sottoposto da Carlo De Benedetti. Ridargliela storicamente, poiché non si resiste al potere dissolutorio dell’accusatore, nessuno finora si è mai opposto incolume. I personaggio in questione, nel suo libro con Guzzanti, è De Benedetti, non D’Alema, che è finito da tempo.
D’Alema è stato bloccato subito, non appena, succeduto a Occhetto nel 1994, adottò il progetto della governabilità, di dare più capacità di decisione al governo, pur nel quadro della Repubblica parlamentare – la teoria del paese normale. La barricata fu eretta erigendo Berlusconi, il cui apporto era necessario alla riforma, a Nemico Incondizionato. La riforma non è più stata possibile, e con essa è finito pure D’Alema, che si è intestardito invece di cedere a De Benedetti, al partito dell’antipolitica.
De Benedetti ha creato un Dalemone insieme col Nemico B. e ha bloccato qualsiasi governo, dell’economia, delle infrastrutture, della giustizia, degli enti locali, della corruzione, della spazzatura. Forse senza tornaconto, per pura malvagità: sempre attento a scegliersi interlocutori della sua specie, quali il suo ultimo doppio, Guzzanti padre.
Il destino di D’Alema non conta. È, meno drammatico, quello ormai noto di Craxi. Di cui certo condivide i difetti, ma non è per essi che è stato abbattuto. Entrambi i personaggi sono stati rigettati preliminarmente per la pretesa che la politica governi, per la loro pretesa all’autonomia della politica. Questo è anatema per De Benedetti, o il suo uomo di punta Scalfari, inventori e portabandiera dell’antipolitica: il governo dei tecnici, il “popolo diverso” berlusconiano, la società civile, il Nemico Berlusconi.

L’antiplebiscitarismo dell’antipolitica

Scopre la sinistra tramite Carlo De Benedetti quello che Berlusconi ha scoperto vent’anni fa e applicato per quindici - ed ha fatto e fa la differenza alle elezioni: che si vota per un leader. Il fenomeno viene dall’America, e questo basta. Ma si applica anche in Francia, in Germania, in Inghilterra e altrove in democrazia: si vota per un leader, sia pure dentro un partito.
Lo sa benissimo naturalmente De Benedetti. Il quale però è uno che ha distrutto tutto ciò che ha toccato. In attesa di liquidare “Repubblica”, un giornale che marciava verso il milione di copie, e che adesso lotta per stare sopra le 400 mila, e di cui ha tentato la vendita a Murdoch. Uno dalla saggezza quindi perlomeno dubbia. Che si applica ora a difendere il parlamentarismo puro e duro. Da quarant’anni di polemiche anti-partiti (la partitocrazia). Con Guzzanti padre, che riunisce tutte le qualità camaleontesche dei figli. Senza proporre rimedi al plebiscitarismo in sede di formazione dell’opinione e del voto. Ma condannandolo a basta. In virtù di un parlamentarismo fatto di due Camere in copia, tempi di discussioni infiniti, in infinite commissioni, con varie lettura in aula. Senza ridere.
Il fatto è noto. La deriva plebiscitaria questo sito sintetizzava così il 23 aprile 2009:
"L'Italia... ha già scelto, ripetutamente, attraverso una serie ormai lunga di referendum: ha scelto di essere governata. È stata la decisione della Lombardia, con la quale essa ha sovvertito e preso in pugno l'Italia... Con la Lega dapprima,... e poi con Berlusconi, il lombardo più riuscito. Con il contributo di capi politici non disprezzabili, Mario Segni, Pannella, Ochetto, Di Pietro, Nanni Moretti...
"Tutte le leggi elettorali sono state rifatte per portare alla elezione diretta del capo, sia esso il sindaco, il presidente della provincia, e il cosiddetto governatore regionale. Alla elezione, senza la mediazione dei partiti, di uno che poi decide in autonomia il suo programma, e si sceglie gli assessori, sempre senza obblighi verso i partiti, e nemmeno filo diretto con loro. Tutti i sistemi elettorali sono stati improntati alla scelta del capo, di uno in grado di decidere senza condizionamenti, perché investito dal voto plebiscitario.
"Dal voto popolare, a voler essere precisi. Anche perché questo aggettivo ha pur semrpe una valenza positiva. La gente, i common people, l’uomo comune, in Italia squalificato dalla scienza politica togliattiana e da Guglielmo Giannini, è entità rispettabili in America, dove il regime plebiscitario ha trionfato da almeno un trentennio, da Reagan, sui partiti. Il New Deal ne ha creato la figura, Frank Capra l’ha celebrato nei film, il filosofo John Dewey gli dà dignità. Mentre lo sdegno contro l’uomo comune, oggi berlusconiano, ieri democristiano, politicamente detto il Centro, è, quando è sincero, il residuo del notabilato politico più che degli ex partiti di massa, lo stesso che si proclama società civile, una cosa quindi poco onorevole".
Porta al plebiscitarismo in primo luogo la funzione complessa del governo nelle democrazie contemporanee. In forma di partitocrazia, oppure di partito del Capo. Ma porta a esso senza paletti e senza rimedi la difesa del parlamentarismo da parte dei plebiscitari dell’antipolitica. Che Parlamento è senza politica? L’antipolitica non vuole il governo, e quindi non vuole il Parlamento.

lunedì 17 maggio 2010

Quant'è nuovo il vecchio Zeno

È il romanzo della vita vicaria: Zeno sta con Guido come se stesse con Ada, la surroga. Del profondismo: la psicanalisi, la “coscienza”. Della bugia: della verità-bugia, donde la vis comica. Dell’economia: il lavoro, la Borsa, e perfino la contabilità. Dell’amore coniugale. È il vero romanzo borghese.
Ben prima degli “Indifferenti”, che si è con insistenza voluto il testo classico dell’epoca, della borghesia, della psicologia, della storia della letteratura. Anche se il vero Freud, serioso e vacuo, sta forse in Moravia. Moravia, che ha preso il nome della madre di Svevo, Allegra Moravia, ha sctitto di Zeno?
Italo Svevo, La coscienza di Zeno

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (58)

Giuseppe Leuzzi

Dai tempi dei romani nessun Sud ha occupato il Nord. Non in Europa né in Asia o in America - eccetto l’islam, e questo è un problema.

A un anno data si vede chiaro: Berlusconi è stato ferito a morte da due ragazze del Sud. Non dalla moglie, pure molto “donna lombarda”, e piena di avvocati e consigliori. Che sente la colpa di non aver saputo seguire il marito a Roma, incapace di spiaccicare parola nelle visite di Stato e coi politici, figurarsi fare gli onori di casa nei vertici. Berlusconi non potrà essere presidente della Repubblica, e ha difficoltà a fare il presidente del consiglio. Impedito, l’uomo più potente d’Italia e forse d’Europa, da due signorine del Sud, una di Napoli e una di Bari, nemmeno di grande virtù. Però: la donna settentrionale è libera, quella meridionale è asservita.

“L’Alta Velocità fino al Ponte sullo Stretto”. Non è vero, non c’è un progetto e nemmeno un disegno, ma il ministro può dirlo, il “Corriere della sera” non gliene chiede ragione, e in Calabria e Sicilia l’annuncio viene celebrato.

Una precisazione preoccupata e urgente apre la rubrica delle lettere del “Times Literary Supplement” del 30 aprile. Viene da un professore di Cambridge, John Casey, del Caius College: “Signori, nella recensione di Amartya Sen, “The Idea of Justice” (23 aprile), John Tasioulas dice che una nota nel libro rivela che il famoso aneddoto di Piero Sraffa che si spazzola il mento con le punta delle dita, in “un familiare gesto napoletano di scetticismo”, e che chiede a Wittgenstein: «Qual è la forma logica di questo?» può essere apocrifo. Circa quarant’anni fa, quando ero Junior Fellow, i Fellows del Trinity College vennero al Caius a pranzo e cena, come fanno ogni anno in occasione della vacanza del loro personale. Sraffa era tra essi. A cena feci in modo di sedermi accanto a lui con l’intenzione di chiedergli dell’aneddoto. Lui confermò che era vero. Credo di avergli anche domandato come un napoletano farebbe il gesto, sembra giusto impararlo, e lui lo fece. Ma disgraziatamente non riesco a ricordarmi come si fa”.
Grattarsi il mento. Abbiamo perso pure il primato della gesticolazione.

Sudismi/sadismi - Eugenetica e sviluppo
Totò Settis s’è risentito, da calabrese, di un paio d’insolenze sul Sud. Una recente, una di cinquant’anni fa. E ne fa su “Repubblica” giovedì una brillantissima stroncatura. Di cui però, cessato il divertimento, ciò che resta è la sua tardiva scoperta: non lo sapeva? La grande notizia sarà che “Repubblica” ha scoperto, sia pure per l’uzzolo di Settis, la squalifica artefatta del Sud.
È difficile parlare del Sud perché quasi tutti i critici hanno ragione. Ma la “questione meridionale” è oggi essenzialmente la sua critica: il Sud non ha più critici benevolenti, e spesso li ha anche sprovveduti, non attira più da tempo le migliori intelligenze. Il professor Richard Lynn, dell’università dell’Ulster, specialista d’intelligenza, è l’uno e l’altro, sprovveduto e malevolente. Ma è anche peggio: il bersaglio della satira di Settis è infatti anche veritiero. Il suo saggio di un anno fa su “Intelligence”, sui quozienti d’intelligenza come motori dello sviluppo, cioè dell’intelligenza stessa, una tautologia che già definisce l’autore, è certamente razzista, anzi dichiaratamente, ma è pure vero. Intanto Lynn è “uno dei nostri”, dei belli-e-buoni della Repubblica: la sua è la nostra cultura, l’eugenetica. E poi è vero che l’intelligenza conta.
Settis, che da lungo tempo non dimora al Sud, può non saperlo, ma tutti al Sud lo sanno e se lo dicono, che il problema è “la testa”. La rassegnazione politica, l’inerzia burocratica, il guadagno immediato - quando non la corruzione, un esercizio in cui il Sud non è secondo. O l’incostanza, l’ignavia, l’abusivismo, sotto le specie insidiose del bisogno, che hanno soppiantato le vecchie doti, l’applicazione, la fatica, il rispetto. Malaticcio immaginario, a semplice beneficio di medici e farmacisti, spiega con dovizia la stessa “Repubblica” lo stesso giorno. Il Sud espelle intelligenza, come Settis sa. Che, questo è il punto, quasi mai può tornare, in nessun caso il ritorno è bene accetto, e anzi non è consentito: dalla sua intelligenza il Sud si difende, come dalla probità e dalla legge. In qualsiasi assessorato, in qualsiasi centro di studi o d’iniziativa, in qualsiasi commercio, e perfino nelle pratiche quotidiane, sono più arcigni al Comune e alla Provincia.

Letto in originale, il saggio del professor Lynn, “In Italy, north–south differences in IQ predict differences in income, education, infant mortality, stature, and literacy”, è ancora più spassoso che nell’articolo di Settis. I quozienti d’intelligenza li lega alla statura: i più alti sono più intelligenti. E viceversa: chi è più intelligente è più alto. L’intelligenza va anche con i meridiani, come la ricchezza, dice il professore: non solo chi è più alto, ma chi sta più in alto è più intelligente e più ricco. Ovunque, dice il brillante irlandese. E in Germania, dove è più ricca la Baviera? O in Cina, dove la ricchezza si fa tutta a Sud, da Shangai a Hong Kong? All’Italia poi dà un IQ 102, nella media dell’Europa ricca. Ma a tutte le regioni assegna un IQ inferiore, con l’eccezione del Friuli-Venezia cui dà 103: due regioni hanno 101, tre 100, una 97, le altre attorno al 90.
Di che indignarsi, insomma, ma con le molle. È un tipo di scientismo analogo a quello di Lombroso, che misurava l’intelligenza dai crani, e dal catalogo fisiognomico del mago Della Porta. Anche se corredato da una bibliografia lunga un centinaio di titoli. Richard Lynn, benché razzista dichiarato, è infatti rispettato: si dice “the Flynn Effect” il miglioramento secolare degli IQ.
Il saggio sull’Italia è l’applicazione di una teoria che Lynn porta avanti dal 2002 col professor Tatu Vanhanen, dell’università di Helsinki. Hanno pubblicato insieme due libri, “Intelligence and the Wealth and Poverty of Nations” (2002) e “Intelligence and Global Inequality”, che sono stati ampiamente discussi nella comunità scientifica. Per la cattivante prosodia smithiana, ma soprattutto nel quadro dell’eugenetica, là dove essa rimane forte, negli Usa, in Svezia, in Germania e in Gran Bretagna. Già un secolo fa, prima e dopo la Grande Guerra, gli italiani, e i latini in genere, non erano immigrati graditi negli Stati Uniti perché avevano IQ bassi: la loro immigrazione fu bloccata per legge, e molti dei maschi che erano entrati furono autorevolmente consigliati di sterilizzarsi.

L’odio-di-sé-meridionale
I coniungi Raeli di Siracusa lasciano tutti i loro averi, un patrimonio immobiliare di 80 milioni, a un’università. All’università Tor Vergata. Per nessun altro motivo che perché è di Roma. Il patrimonio è costituito da alberghi nel centro di Roma, appartamenti e terreni in Sicilia e a Roma. I coniugi Raeli hanno anche istituito cento borse di studio l’anno, da cinquemila euro l’una, per i migliori laureati ogni anno, sempre a Tor Vergata. A Siracusa niente.

I libri di viaggio di Corrado Alvaro, in Turchia, in Russia, nelle Paludi Pontine, ancora leggibili, le corrispondenze da Parigi e Berlino, dove vede, annota, segnala tutto ciò che popolerà quegli anni, da Proust a Grosz, Piscator e Benjamin, fanno di Alvaro uno degli scrittori più colti del suo tempo, in grado di sapere cosa stava succedendo nel mondo. Remo Ceserani lo ritiene “molto più colto e informato di gran parte degli scrittori italiani dei suoi anni e consapevole degli esperimenti e problemi affrontati dalla contemporanea letteratura europea, compresa quella russa”. Ma si vuole nei racconti, in troppi racconti, diverso: un meridionale. Benché incongruo (insignificante), l’aggettivo è in lui ricorrente – nel racconto “Mezzogiorno” lo collega addirittura alla fame, giocando sul doppio significato del termine.
In almeno un’occasione, il saggio “Rich Literature and Poor Life”, scritto nel 1954 per la rivista di Kissinger “Confluence”, Alvaro fa una professione incantevole di orgoglio meridionale: “Sono calabrese, nato in un paese della più remota montagna della penisola italiana, l’Aspromonte…. Nella mia vita di scrittore ho dedicato gran parte del mio lavoro alla gente della mia terra, facendo mio il suo rancore contro la classe dirigente. Con tutta la sua miseria una regione come la nostra rimane vicina al cuore per le sue qualità umane, per la sua capacità di sofferenza e di sacrificio, per la forza delle sue emozioni, per la sua poesia della famiglia e la sua bellezza, che a volte richiama alla mente un monumento archeologico naturale, tragico, come la vita dei suoi abitanti (il testo è ritradotto in italiano dopo la morte dello scrittore, non ritrovandosi l’originale, in “Totalitarismo e cultura”, l’antologia di “Confluence” voluta da Adriano Olivetti per le Edizioni di Comunità nel 1957). Ma di questo monumento c’è poco nella sua opera.
Alvaro più di tutti, più forse di Verga, ha fissato (cristallizzato) il meridionale. Che qualche volta vive la natura, ma quasi sempre è triste, sfuggente, inaffidabile, collerico, violento. Per il quale ha inventato il “mammismo”, su una realtà molto immaginaria, adottando la Grande Madre mediterranea, cioè meridionale prima che italica, che è invenzione di mitografi molto settentrionali. Gianfranco Contini ha potuto così delineare un tema caratteristico, se non centrale, di Alvaro: “Che cos’è un uomo, un meridionale, di fronte alla donna”. Che, quando ha una qualche attrattiva, è instancabilmente nordica.
In “Nasce un villaggio”, uno degli abbozzi raccolti da Ceserani in “La signora dell’isola”, c’è tra i tanti meridionali di Alvaro anche un settentrionale: “Un tipo di settentrionale piccolo e gramo”. L’odio-di-sé-meridionale, così costante nella bibliografia di Alvaro, è temperato insomma da un residuo di orgoglio. Perché è al fondo un disadattamento, con se stessi e con il resto. Con il Nord: che nasce dalla delusione, dall’identificazione impossibile con il Nord, in quel quadro unitario che il Nord ha imposto senza crederci.

leuzzi@antiit.eu