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sabato 27 luglio 2019

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (398)

Giuseppe Leuzzi


Un giovane su due al Sud, Abruzzo compreso, non lavora, il 52 per cento. In Emilia Romagna i giovani senza lavoro, tra i 17 e i 24 anni, sono il 18 per cento, in Lombardia il 20, in Toscana il 23. Anche la demografia langue: meno 220 mila residenti in quattro anni.
La ricchezza pro capite prodotta annualmente è diminuita del 10 per cento negli ultimi dieci anni. È il Chek-up Mezzogiono di luglio 2919, realizzato dalla Confindustria e da Srm (Studi e Ricerche sul Mezzogiorno di Intesa San Paolo). I disoccupati totali sono un milione e mezzo, per un tasso di disoccupazione attorno al 20 per cento. Con un tasso di attività ridottissimo, il 54 per cento della popolazione in età lavorativa – come se tute le donne, più o meno, si tenessero fuori del mercato del lavoro. E un tasso di occupazione (gli occupati in rapporto alla popolazione) di appena il 43 per cento - gli occupati sono sotto i sei milioni, su una popolazione di 14 milioni.

Scrive ad Augias, “la Repubblica”, un signore da Roma per dire che in Calabria non c’è alcuna politica di repressione della malavita quotidiana. Facendone una terra di nessuno, con uno spopolamento vistoso della sua parte migliore. Augias concorda, ricordando che la stessa cosa gli aveva spiegato il sindaco di Reggio Calabria Italo Falcomatà. Che è morto vent’anni fa. L’immobilismo c’è, dello Stato – e dei media, se se ne parla solo nelle lettere al giornale.

Gian Antonio Stella ridicolizza mercoledì sul “Corriere della sera” Giuseppe Alessi, il primo presidente della Regione Sicilia, ex presidente del Cln siciliano, che distingueva, dice, tra mafia buona e cattiva. E criticava il giudice Caselli.
Alessi è stato un politico rispettato, perché onesto, e lineare – vecchio Popolare nel 1919-1927, e poi fuori dagli intrighi Dc, di fanfaniani contro andreottiani etc. Rifondatore ardito e solitario della Dc nel 2002. È morto di 103 anni nel 2009, e quindi al tempo di Caselli Procuratore a Palermo era sulla novantina. Era contro Caselli per il “tutto mafia” e il processo a Andreotti.
Tra (vecchia) mafia buona e mafia cattiva distingueva anche Sciascia.

La Corte Suprema olandese assolve l’Olanda, il contingente olandese dei Caschi Blu dell’Onu, sotto accusa per avere espulso dalle sue caserme a Srebrenica in Bosnia venticinque anni fa, nella guerra con i serbi, 350 civili bosniaci che vi si erano rifugiati inseguiti dalle milizie serbe. L’espulsione esponeva i bosniaci alla morte, ma l’Olanda non ne ha colpa – ce l’ha, ma “al 10 per cento”. Non è inventata, è vera: l’Olanda è colpevole al 10 per cento. La migliore carità comincia da se stessi. E non è da ridere: si accumula così.

La povertà della ricchezza
Nicola Manfroce è un compositore di Palmi, morto di appena 22 anni nel 1813, ma già stella della scuola napoletana, allora dominante nell’opera, benché con soli due melodrammi all’attivo. Palmi gli ha intestato una strada ma non lo ricorda.
Lo riesuma questa estate Martina Franca, a Taranto, per il suo Festival della Valle d’Itria, con una superba ripresa della sua seconda opera, “Ecuba”, andata in scena al San Carlo di Napoli con grandissimo successo il 12 dicembre 1812, poco prima della sua morte. Con la regia e i costumi di Pier Luigi Pizzi, l’orchestra del Petruzzelli, il coro del teatro Municipale di Piacenza. Una ripresa che ha attirato critica e pubblico.
Palmi si direbbe città musicale, oltre che di scrittori (Repaci, Zappone, Salerno...), con due autori di fama nazionale, Cilea e Manfroce. Ha anche una montagna strepitosa, il Sant’Elia, e un mare di ogni qualità, di sabbia e di scoglio, di spiagge profonde e di calette, d’acqua trasparente, fino a quindici e venti metri di profondità, con parchi di delfini al largo, lo Stretto e Stromboli all’orizzonte. Messa in mano agli olandesi, per dire, o anche soltanto ai romagnoli, sarebbe una miniera.
Usava anche essere una sottoprefettura, quindi ha Procura, Tribunale, Asl, e con essi un ceto medio intellettuale nutrito. Che però non conta nulla.
È un grosso centro addormentato, neanche i suoi avvocati sono più buoni, che vivacchia di abusi di ogni tipo. Quelli edilizi interminabili, come la bellezza da demolire.

L’arancino di Camilleri
Si celebra con Camilleri l’arancino, lo street food  del ferry.boat a Villa San Giovanni, l’insegna della Sicilia. Dei cui ingredienti principali, il riempitivo e il riso, quest’ultimo è milanese, riso allo zafferano. Zafferano, certo, che viene – veniva - dalla Sicilia.
Quando si girava per la Sicilia felix, deserta per mafia, nei tardi anni 1960 e nei 1970, il menù dei rari ristoranti era pasta alla bolognese, con parmigiano grattugiato, e cotoletta alla milanese. Non palermitana – ce n’è una palermitana. 

“Robinson” e “La Lettura” escono il sabato. Il supplemento di “la Repubblica”, quotidiano romano, è tutto su Camilleri, preparato ovviamente da tempo (oltre alle tante, estese, informatissime articolesse nel corpo del giornale), 14 saggi di firme del giornale. Quello del “Corriere della sera”, pure vuoto di idee, e pur sapendo che Camilleri vende, e che è in fin di vita, niente.
Incapacità redazionale (di direzione, di produzione)? Camilleri è pur sempre un siciliano a Roma.

Anche “Micromega”, il trimestrale del gruppo “la Repubblica”, è pronto, con ben due numeri speciali: tutto quello che Camilleri vi ha scritto negli anni. Mondadori, che ha tanti diritti di Camilleri, con marchio Mondadori o Rizzoli, e dispone in qualche modo anche de “il Giornale” e “Panorama”, anch’essa non ci pensa. Contro il Sud si sacrifica anche il business? Questa potrebbe essere una novità palatable – quasi come l’arancino.

Sudismi-sadismi
I 110 e lode alla maturità al Sud indignano come ogni anno il “Corriere della sera”. Ma quest’anno niente Stella Grande Firma, il compitino è affidato a firma ignota. Se ne stanno stancando?

Cazzullo va in albergo a Positano - s’immagina al San Pietro, l’albergo della vecchia clientela britannica, gestito da portieri di grande tradizione, svizzeri e\o napoletani, come usava - e s’indigna. Lo hanno interpellato in inglese. Non solo, alla sua protesta di essere italianissimo, si è sentito dire: “Sorry?”
Anche in Salento, il paradiso terrestre, perfino ordinato e pulito, Cazzullo non ha trovato un bar dove gli hanno servito un “vino” bianco da una tanica di plastica?
Non è che uno non va al Sud e va, poniamo, a Jesolo, c’è il mare anche a Jesolo. È che uno va al Sud per dirsene scontento. Il motivo non c’entra.
Comunque Cazzullo ha ancora strada da fare – i “sorry” di Positano sono un passo piccolo. La strada è sempre quella indicata da Montanelli, l’Inarrivabile, col decalogo in albergo a Crotone su come farla dentro la tazza.

S’indigna anche Francesco Merlo su “la Repubblica”, a proposito del ribaltone alla dirigenza del Maggio Musicale Fiorentino: “A Firenze, che dell’opera  è il fonte battesimale, come Napoli lo è della pizza margherita”. Firenze e non Napoli fonte battesimale dell’opera?  

Il romanzo di Camilleri
"«Tutto tranne i suoi romanzi»", ricorda lo stesso Merlo in morte di Camilleri: “Una volta, più di ventanni fa, scrissi che di Camilleri mi piaceva tutto, l’età, il successo, la voce roca, i pensieri, le sigarette e il whisky, la risata, il suo essere di sinistra come un ragazzino...: «tutto tranne i suoi romanzi». Quella monelleria giornalistica, che apparve sulla prima pagina del Corriere della Sera dove allora lavoravo, si chiama stroncatura, ed è la «cattiveria divertente», ha scritto Pietro Citati che la pratica alternandosi con Arbasino, «uno disegna la propria forma contro gli altri»”. Merlo che “disegna la propria forma contro Camilleri” non è male – Merlo chi?
La stroncatura fu seguita da una falsa lettera, continua il giornalista di “la Repubblica”, e da una vera lettera seguita da un’amicizia. Fra siciliani ci s’intende, spiega. Non ci sono inimicizie in Sicilia. Cioè ce ne sono, ma non durano, niente dura.
I romanzi sono la cosa a cui Camilleri più teneva.

La questione meridionale è inutile
Negli “Scritti sulla emigrazione e sopra altri argomenti vari” raccolti nel 1909, Pasquale Villari includeva questa lettera al direttore del “Corriere della sera” sui “fatti di Grammichele”, pubblicata il 4 settembre 1905, che intitolava “Ancora sulla questione meridionale”:
“Onorevole signor Direttore,
Il suo gentile invito a dir qualche cosa sui fatti di Grammichele, dopo lungo giro, mi è pervenuto assai tardi qui nella Svizzera. Non le nascondo che, sulla questione meridionale, io sono divenuto alquanto sfiduciato e scettico. Ne scrissi fin dal 1860 nella Perseveranza, continuai colle Lettere meridionali nell’Opinione, con molti articoli nella Rassegna settimanale, con un gran numero di opuscoli e discorsi. A che valse? A nulla addirittura. Questo sarà stato, è vero, conseguenza del poco valore dei miei scritti. Ma sulla stessa questione c’è una serie assai grande di opuscoli, discorsi, volumi, non pochi dei quali, dopo lungo studio e serie indagini, dettati da uomini autorevolissimi. Basta ricordare i nomi di Franchetti, Sonnino, Turiello, Colaianni, Rudinì, Fortunato e moltissimi altri. Ma, quello che è più, sulla stessa questione, che è in sostanza una questione agraria, v’è stata la grande inchiesta parlamentare, che raccolse un vasto e prezioso materiale. A che cosa ha giovato tutto ciò? Altrove una grande inchiesta serve ad apparecchiare una grande riforma. Quale è la riforma agraria da noi fatta dopo l’inchiesta? Se qualche proposta fu presentata, non ebbe neppur l’onore d’una seria discussione in Parlamento…”
I fatti cui il giornale e la lettera si riferiscono è l’eccidio operato dalle forze dell’ordine, il 16 agosto 1905, di contadini e piccoli coltivatori (tredici morirono sul colpo) che protestavano a Grammichele, in provincia di Catania, contro le condizioni usurarie dei padroni e piccoli prestatori che anticipavano le spese della coltivazione.

leuzzi@antiit.eu

La violenza fredda del Gruppo 63

Ritorna raddoppiata (ritorna postuma, curata da Andrea Cortellessa) rispetto a quella originaria, Einaudi 1976, venti sezioni invece di dieci, ma non meno confusa – la prima “Violenza illustrata” dava solo l’impressione di essere stata montata male alla rilegatura. Alle violenze di allora, sgomberi, scontri, scioperi, manifestazioni, rapine in banca, rapine brechtiane dei fondatori di banca, si aggiungono quelle contemporanee: profughi abbandonati in mezzo al mare, ostaggi, sgomberi di migranti o rom, scontri al G 8, gas chimici in Siria, attentati in India, lo strazio di Gheddafi morto. Che però non vanno oltre la cronaca.
Il progetto era di una scrittura grafica: che parlava per immagini, sia pure di parole. Con le tecniche allora in uso, negli anni 1960, del cut-up e del collage. Un linguaggio innovativo. L’unica sperimentazione, probabilmente, del Gruppo 63, l’ultima avanguardia italiana, di cui Balestrini era stato animatore. Che però non produsse testi, non sperimentali – Eco si esercitò con diletto addirittura nel feuilleton, Arbasino s’incollò al jet-set intellettuale.
Nanni Balestrini, La nuova violenza illustrata, Bollati Boringhieri, pp. 280 € 18

venerdì 26 luglio 2019

Ombre - 472

Stefano Binda, il compagno di classe di Lidia Macchi, la giovane massacrata trent’anni fa in un bosco a Cittiglio, Varese, è stato condannato all’ergastolo per avere scritto una poesia in memoria della compagna morta. Ora, in appello, è assolto – anche dall’“accusa” di avere scritto la poesia. I giudici, quando fanno i processi, a che pensano?

“Arrestato l’imprenditore dei migranti”. Uno che ha creato e coordinava una serie di coop, che si occupavano principalmente di accoglienza ai migranti, nella Valdelsa in Toscana. Arrestato per evasione fiscale: “Evasi tre milioni di euro”, in contributi e tasse. Un business non da poco.  

Si fa un processo dal 2006, in Tribunale, con tre giudici, per alcuni reati relativi a un locale di Lap Dance e Antona in provincia di Massa. Il Tribunale di Massa ogni tre-quattro mesi fa una seduta sui reati. Che non sono lubrichi, come si sarebbe tentati di pensare, ma edificatori o urbanistici.

“la Repubblica” si schiera contro l’inchiesta per abusi sui minori nel circondario di Bibbiano a Reggio Emilia, e mette in campo i suoi calibri massimi, Michele Serra, etc. Serra critica i processi mediatici: “Come può uno scoglio (lo scoglio del diritto) arginare il mare dell’odio politico e della credulità che lo alimenta?” La roba di cui il suo giornale è specialista, inflessibile.

Nello stesso giornale si dà conto, in una dozzina di righe, dell’assoluzione di Calogero Mannino, per lo Stato-mafia. Metà della dozzina spiega peraltro che in qualche modo Mannino è da considerare sempre e comunque complice.
 
Si fa un processo da alcuni anni a Milano all’Eni per tangenti pagate in Nigeria – come se fossero una novità, o un reato. Testimone un “pentito”. Uno che l’Eni ha licenziato. Che peraltro dice tutto e il contrario di tutto, a udienze alterne. Ma fa scandalo e quindi va bene.
Qui però, è vero, solo il “Corriere della sera” se ne occupa. Per non occuparsi di altro – si sa che Milano è città molto pulita e per bene.

“Giovani, niente figli” – indagine Eurispes: “Per il 70 per cento non è importante essere genitori, la carriera conta di più”. Ma un animale domestico, un cane, non richiede più tempo, anche più denaro, di un figlio – compresa l’assicurazione?
In realtà la risposta è diversificata: i maschi sono, due su tre, per la famiglia, le femmine con la stessa proporzione per il lavoro fuori.

“Un Renzo Arbore d’annata sosteneva che la televisione lo ingrassava. Luciana Littizzetto accusava il piccolo schermo d’invecchiarla. Ma la burla più inaspettata è venuta da Papa Bergoglio, che interrogato se gli piacesse vedersi in televisione rispose che no: “«La tv mi fa brutto»”. Inarrivabile burla di Accattoli su “La lettura”, non se ne perde una del papa argentino.

Si scava nei cimiteri in Vaticano alla ricerca di Emanuela Orlando trovandoci, sorpresa, delle ossa. Anche di ragazzi. Il papa Francesco è in crisi di astinenza da media - non trova altro per fare notizia in estate che scavare tombe?

Francesca Chaouqui, la “Lucrezia Borgia” del papa Francesco, chiama e Parolin risponde, il cardinale segretario di Stato Vaticano.
Il cardinale segue partecipe le indagini nei cimiteri vaticani, il primo collaboratore del papa Francesco. Un po’ deluso che finora non siano state trovare le ossa di Emanuela Orlandi. Ma ha fiducia – ispirato da Chaouqui?

Elogi unanimi per Francesco Saverio Borrelli, che capitanò “Mani Pulite”. La più violenta caccia alle streghe della storia della Repubblica. Un liberale, intona il coro: è una parola d’ordine?

Figlio di giudice, padre di giudice, è uno dei tanti complimenti che si fanno in memoria di Borrelli. In un mondo liberale, negli Stati Uniti per esempio, in Gran Bretagna, non si farebbe – comunque non si vanterebbe.

La figlia di Borrelli si cautela: “Soffriva per i suicidi in carcere”, dichiara al “Corriere della sera”: “Papa soffriva per i suicidi”. Per gli altri no. Ma “il suo più grande dolore” è stata “la mancata riconferma alla presidenza del Conservatorio”.

“La Repubblica” non vuole essere da meno – i ruoli si sono rovesciati: prima il “Corriere della sera” rifaceva “la Repubblica” di Scalfari, ora è al contrario – e il giorno dopo fa parlare la vedova. Con la quale si complimenta per la “commozione nazionale”.
La vedova è più veritiera: “Temeva di essere dimenticato”.

Non una parola di critica a Borrelli nei media. Giusto sul “Sole 24 Ore”, sul supplemento culturale “Domenica”. Che il “vampirismo di ritorno” estende “ai tanti innocenti risucchiati nel frullatore di Mani Pulite (1992) non tutti sopravvissuti al furor di popolo”. Ma a firma anonima, Mephisto Waltz, lo “stroncatore” ideato da Tamburini.

“Risale la Lega, ora al 36 per cento”, con Salvini appaiato al buon Conte nell’indice di popolarità, nel sondaggio di Pagnoncelli per il “Corriere della sera” sabato. In contemporanea con la “Moscopoli” di “la Repubblica”, per la quale invece la Lega è finita.
È stata la leva del perdurante successo elettorale di Berlusconi, altrimenti incomprensibile, questa opposizione a tutto campo, e più attraverso pentiti, spie, intercettazioni, indiscrezioni. Perché non è giornalismo d’inchiesta, e nemmeno d’assalto, ma solo di maniera, rituale?

Ritorna a palazzo Pitti tra i clamori, come operazione europea e scambio di civiltà, tra vertici di ministri,  un quadro di fiori di un artista anonimo olandese del Seicento rubato nel 1944 da un soldato tedesco.  Uno di quei reperti, migliaia, che le gallerie fiorentine tengono solitamente nei depositi. Perché l’Europa dovrebbe vivere di mezze bugie, di falsa retorica? Perché non ha altro da mostrare.

Il vice-ministro Garavaglia assolto, dopo cinque anni, non fa un titolo di “la Repubblica”. Dopo che ne ha evidenziato per giorni la colpevolezza – l’imputato è innocente fino a prova contraria e alla codanna, però…  Però si capisce che i lettori si perdano per strada.

Ulisse prostatico - prostetico

Una notte e una mattina convulse, in corsa dalla mamma che in ospedale a Londra vomita sangue, da un convegno olandese sul massaggio rettale, cui il linguista incongruo ha volto partecipare, per l’onorario. In piena crisi prostatica, con minzioni dolorose intermittenti (in un certo punto sono già undici, in altri nove) in situazione impossibili, in aereo, in taxi, all’ospedale, forse effetto del massaggio che ha voluto sperimentare. Col matrimonio in crisi e una relazione, a sessant’anni, con una trentenne. Con una sorella, l’unica che si occupa della madre, che deve correre ad accudire un figlia down in età. E l’amico più caro mandato all’ospedale dal primogenito improvvisamente violento, un ragazzo che si vuole gay, a cui i genitori hanno adattato il piano superiore della casa per renderlo indipendente – ma na violenza non senza ragione: il figlio ha letto le mail del padre, può succedere se la password è penetrabile, le mail alle amanti, e quelle all’amico in cui dice la moglie, da entrambi desiderata, “non la mia donna”, il mio tipo di donna, quella che ha sposato dopo una convivenza di trenta anni, la madre dei suoi figli. Insomma, tutte le famiglie, e tutte le mamme, di questo mondo.
Si va di corsa, ma ponderati. O sarà come si dice, che le disgrazie non vengono mai sole. Oppure: la morte è il momento delle memorie familiari. Ma non un disgraziere, quali abbondano nell’editoria: un esercizio d’autore, di bravura. Non un riesame, o un bilancio, ma una sorta di odissea joyciana. Compressa anch’essa nelle ventiquattro ore – sarà l’inglese che si presta alla compressione? Qui grazie anche al telefonino e a internet, messaggi, email, navigatori, roaming.
Un poema alla mamma, epico. E alla famiglia. Due temi controcorrente, due hapax anche nella storia della letteratura, ma più convincenti che bizzarri. Un poema veloce, ma sottile. Sul matrimonio, e la rottura del matrimonio, per l’urgenza del corpo, che si trasforma in “amore” – la parola corre pochissimo, la prima volta dallo strizzacervelli, a Madrid, che è una spagnola, ha una certa età, e fuma durante la seduta.
In sottofondo il sorriso sottile che è il trademark di Parks, attorno alla stimolazione anale – detta anche orgasmo prostatico. Un leitmotiv che però dà alla narrazione, magistrale per ritmo e inventiva, e che vorrebbe essere di vita vissuta, un tratto da trucco prostetico.

Tim Parks, In extremis, Bompiani, pp. 384 €18

giovedì 25 luglio 2019

L’Europa è com’era

Francia e Germania attuano una politica di “respingimenti” e blocchi dell’immigrazione dall’Italia, paese di prima accoglienza, con intrighi e azioni violente. “Trucchi e forzature, così Berlino aggira gli accordi” è solo l’ultimo titolo di “la Repubblica”, uno di una lunga serie (il giornale ex di Scalfari, pur documentando le forzature francesi e tedesche, ne dà la colpa all’Italia, ma questo non è il punto). Tutto sempre violento e subdolo: “Finte ricerche per allungare i termini del possibile respingimento e scambi di persona” fra i tanti trucchi, documenta ancora “la Repubblica”: “L’obiettivo è rimandarne quanti più è possibile”.
Non è tutto, all’informazione manca il dato più importante: si rimandano gli indesiderati. Quasi tutti africani: i giovani cioè senza formazione e senza mestiere. La Germania si sceglie gli immigrati. Non per un dovere di solidarietà, ma per l’efficienza delle sue fabbriche e dei suoi campi.
La Francia fa anche peggio e con pù sfrontatezza – anch’essa col plauso di “la Repubblica” e giornali analoghi, ma anche qui il punto non è questo. Macron, che attua una politica di respingimenti brutale, a Ventimiglia e in tutta la Francia, convoca i paesi europei a Parigi, a un suo vertice, per discutere la questione. Non per ridiscutere il trattato di Dublino in materia, che è da rifare. Per dirsi il patron del campo: uno che respinge e accoglie chi vuole.
Lo stesso con la Russia. Macron e Merkel impongono in Europa le sanzioni che gli Usa decretano per motivi interni (per giustificare un incremento abnorme delle spese militari), ma poi corrono a Mosca per capitalizzare questa leadership con i migliori affari, i più ricchi e convenienti.
Nessuno ricorda che la Francia di Macron ha sospeso Schengen – la libera circolazione tra paesi europei – per bloccare i migranti. E che la sospensione è ora illegale, avendo superato i due anni concessi dai trattati di Schengen.
È la Germania
L’Ue ha cambiato indubbiamente molto. Ma non il dato basico: è la Germania. E la Francia con essa. Si procede come agli inizi delle politiche comunitarie, con la Pac, la politica agricola comunitaria: il latte della Baviera per tutti, e le granaglie e le carni francesi, gonfiate dagli estrogeni.
Il Novecento è passato ma non del tutto. Non il suo problema e il suo spirito. Sono finiti gli eserciti europei, e quindi le guerre, ma non le politiche. Solo, ora sono sdentate. Non hanno artigli. Ma ugualmente distruttive – pro bono meo.
La Gran Bretagna sempre alone, come al solito. Tanto più che l’isolamento ora non le costa. La City ha prosciugato Berlino finché c’etra da prosciugare. Da tempo ha chiuso il “Financial Times” tedesco, e ora lascia la Borsa - Milano no, non lascia: a Milano si guadagna facile. La Gran Bretagna è del resto sempre l’unica Europa che la Germania ama e teme. Oscillando. Ora lingua comune, affari comuni, ora no.
Intatta resta l’ostilità tedesca contro gli slavi. La Turchia nella Ue sì, vediamo, la Russia a nessuna condizione, nemmeno pensarci.
Sono gli stessi i Balcani. Molto in lite tra di loro. Molto filotedeschi. Molto anti – mai tranquilli. Quelli in maggioranza. Anche in Polonia.
La Germania è un’altra, non quella di Bonn con cui siano cresciuti in questo dopoguerra, fino alla riunificazione. Finché regge la Cdu-Csu, regge in qualche modo Bonn. La Csu soprattutto, animata dai cattolici, puri e duri. La Cdu molto evangelica, molto opportunista – basta vedere come ributta gli immigrati, della cui accoglienza si fa vanto, sulle coste italiane, greche e spagnole, con le navi salvataggio.
All’interno della Ue cosa funziona? Un po’ d’interesse materiale, distribuito in misura mitridatica, q.b. per creare qualche convenienza e dissuadere dal rifiuto. Ma è una forma di assuefazione, tossica: chi ha immaginato e coltivato l’idea di un’Europa europea non fa che constatarlo. Le asimmetrie sono la regola. La Ue non è una federazione, non lo vuole, ma nemmeno una confederazione. È una piramide, quelli di sotto reggono quelli di sopra.  
Che quelli di sotto fossero prima alla fame, e ora abbiano almeno da mangiare non cambia: manca l’eguaglianza delle opportunità. Manca un diritto comune, e inviolabile.  Ognuno di fatto è per sé. Con agganci bilaterali. La solita diplomazia dei pesi e contrappesi.
Questo al tempo della globalizzazione, del mercato mondiale, oggi economico ma anche politico e militare, significa un ridimensionamento. Drastico. Ma finché non colpisce la Germania – con la Francia – non si cambia.

L’America vittima del sospetto

“Trump non è stato discolpato dagli atti che potrebbe aver commesso”. La solita sentenza alla Ponzio Pilato, quella del giudice speciale americano Mueller sul Russiagate. Condita dall’allusione  - la doppia negazione “non può non” - che è la cifra della giustizia politica, cioè di parte.
Ma Mueller non è nemmeno un accusatore di Trump. È solo un pavido, che per venti o trenta volte nella sua audizione parlamentare risponde con un monosillabo, e rimanda al Rapporto scritto – la sentenza – a fine indagine. È stato convocato alla Camera dei Rappresentanti a maggioranza anti-Trump, in due Commissioni diverse, sei ore di fila di testimonianza, a settantacinque anni, con centinaia di questionanti, interrogatorio che non si fa con nessun testimone, sarebbe tortura, e non ha saputo protestare. Sapeva dell’uso politico che della sua testimonianza si voleva fare, di programma, e non si è sottratto.   
Un incapace? Può darsi. Ma Mueller non è un funzionario alla periferia dell’impero, che soprattutto non vuole essere disturbato. È stato a lungo il capo dell’Fbi, una polizia onnipotente. Ha accettato la nomina  se non la ha cercata, a Procuatore Speciale. E ha indagato sul Russiagate per due anni e mezzo, con poteri speciali, e tutte le polizie giudiziarie americane a disposizione. Ma il potere dell’opinione è in America dominante. E la sola giustizia mediatica è - si ritiene - quella del sospetto.

L’Occidente vinto a costo zero, col sospetto

Voleva lo Special Prosecutor Mueller fare un servizio ai russi, a Putin? Perché di Trump si può avere opinione pessima, ma è pur sempre il presidente americano, e se indegno va cacciato, non lasciato al Sinedrio.
Certamente no, Mueller non è una spia di Putin. Ma è un servo del consenso. Il solito giudice che alle streghe di Salem dava ragione agli accusatori, anche se non credeva alla stregoneria.
Gli Usa sono vittime dei loro media, che non vivono se non di scandali, e l’Occidente con loro. Il Russiagate è tutto qui ed è semplice: prendere gli americani, e l’Occidente , al loro laccio, la credulità.
Se c’è la Russia dietro i Russiagate, tanto di cappello: vince una guerra a costo zero – senza un perdita e con pochi tweet. Spingere l’America a un Tribunale Speciale, roba da fascismi, è già un successo. Che il Tribunale Speciale sia contestato perché non ha condanato, è un successo doppio.

I Russiagate a favore della Russia

I Russiagate si montano nell’ex Occidente, negli Usa, in Italia, a Londra (Farage), in favore della Russia? L’effetto è quello. Si solleva lo scandalo, non se ne viene a capo, si lasciano i casi insoluti, con beneficiario unico Putin, o comunque il suo paese.
I Russiagate sono montati a opera di servizi segreti. Quello di Farage a opera dell’MI 5 britannico. Quello americano a opera addirittura di una ex spia (non ci sono”ex” spie) inglese. Quello italiano a opera sicuramente di un servizio segreto, anche se non identificato – che però, peggio, si sa che passa attraverso un’autorità giudiziaria, nell’infida Procura milanese. Questi servizi potrebbero ben essere russi, o manovrati da Mosca, il terreno della intelligence è scivoloso. Oppure agire autonomamente, per motivi loro di politica interna, o magari solo di carriera di questo o quel promotore. Ma i benefici sono a favore di Mosca.

Ma la Russia è europea

Non si viene e capo della Russia tenendola ai margini, dell’Europa e del mondo. Fuori dal G 8 e fuori dall’Europa.
Si è giunti a considerare la Turchia ex ottomana, per un millennio nemica dell’Europa, come europea. La Russia che invece è cristiana e sempre si è voluta europea no. Se non nella visione – residualmente liberale, di qualche suo vecchio consigliere – di Berlusconi al G 8 di Pratica di mare, a maggio del 2002, dove perfino la Nato si apriva alla Russia, e l’Europa.
La Russia europea non va bene alla Germania, altererebbe gli equilibri tutti a suo favore, e quindi la cosa non progredì. Poi Putin si prese la Crimea, e la strategia tedesca di mettere la Russia al bando, ma tenendola aperta come mercato, ha avuto il sopravvento.
Putin si è preso la Crimea dopo il colpo di stato pacifico contro il governo Yanukovich nel febbraio del 2014. Promosso dalla Polonia, patrocinato da Obama, pagato dalla Germania. Seppure facendo affidamento su politici e gruppi corrotti e corruttori.
Contro la riannessione della Crimea la reazione è stata sempre tedesca, blanda: qualche protesta, un po’ di sanzioni, e business as usual – la Germania ha, con la francia, anche il beneficio di essere indenne dai Russiagate, benché abbiano forze sovraniste e putiniane anch’esse forti

Puccini l’americano

Puccini scoprì l’America tardi. A New York nel 1907 per presenziare alla prima americana della “Manon”. Nel 1010 per accompagnare il debutto mondiale de “La fanciulla del West”, diretta da Toscanini al Metropolitan, con gran successo alla prima, il 10 dicembre. Una terza volta è in realtà non un viaggio di Puccini, ma di tre sue nuove opere, “Gianni Schicchi”, “Il Tabarro” e “Suor Angelica”, riunite in trittico, per il debutto mondiale a New York, il 14 dicembre 1918, sempre al Metropolitan – una sorta di celebrazione della vittoria alleata.
Una mostra acritica, una delle celebrazioni dei 200 anni della istituzione del Consolato Americano a Firenze, sui contatti che Puccini ha avuto con gli Stati Uniti. Ma che indirettamente in rilievo i legami dell’ultimo sound pucciniano con la musica americana, quale il jazz veniva modellando anche in ambito “serio”.
Fondazione Festival Pucciniano, America Forever, Foyer Gran Teatro all’aperto Giacomo Puccini, Torre del Lago

mercoledì 24 luglio 2019

Recessione (80)


Il tasso ufficiale di disoccupazione decresce. Ma i senza lavoro aumentano: i cassintegrati, prossimi alla disoccupazione, sono a metà 2019 più del dopio rispetto a un anno prima: da giugno 2018 a giugno 2019 la cassa integrazione ordinaria è aumentata di quasi la metà, quella straordinaria, preludio al licenziamento, del 100 per cento.

Dal 2012 al 2018 la cassa integrazione autorizzata era diminuita dell’80 per cento. Tra gennaio e giugno 2019 si è incrementata del 16 per cento. Con 139 mila lavoratori a zero ore.

Il numero di ore lavorate è sempre inferiore ai livelli di dodici anni fa: era di 11,5 miliardi di ore, è sceso a 10,4 miliardi nel 2013, è ora a 11 miliardi, 550 mila in meno che nel 2007.

L’aumento delle assunzioni a tempo indeterminato che l’Istat documenta è per orari di lavoro ridotti – con paghe corrispondentemente ridotte: i contratti part-time sono aumentati da 2,5 milioni nel 2007 a 3,6. Con un balzo del 46 per cento. Che porta la quantità del lavoro a orario e paga ridotte dal 17 al 20,5 per cento.

Su 2,8 milioni di donne assunte nel 2017, una su tre (il 36 per cento) ha una retribuzione mensile inferiore ai 780 euro.

Oltre la metà delle assunzioni femminili è a tempo parziale.


Einstein senza cuore

Niente che non si sappia, o da profano non si immagini, di Einstein, il genio della fisica, il burlone dell’aneddotica, l’inarrivabile simpatico SuperScienziato di quest’epoca della Scienza.  Barone, il chimico presidente uscente della Normale di Pisa, vuole essere preciso, al costo di risultare scontato. Se non per alcune notazioni biografiche che non può omettere e che danno di Einstein un’immagine pessima. Di una specie di loico senza alcuna sensibilità. Per un paio di episodi che il biografo scientifico non può non considerare.
Contro la moglie Mileva Maric, sua compagna di studi al Politecnico di Zurigo, ricercatrice brillante benché il Politecnico non avesse voluto laurearla perché donna (rimedia ora con una honoris causa alla memoria), con la quale aveva fatto tre figli, di cui la prima prima del matrimonio, promosse una dolorosa causa di divorzio, per sposare, come deciso in famiglia, la cugina Ilse. E nelle more della separazione le dettava cose di questo genere - che la moglie doveva scrivere: “Ti atterrai ai seguenti punti nei tuoi rapporti con me: 1) non ti aspetterai nessuna intimità e nemmeno mi rimprovererai in alcun modo; 2) smetterai di parlarmi se lo richiederò; 3)uscirai immediatamente dalla mia camera da letto o dallo studio se te lo richiederò”. E non è chela moglie lo importunasse entrando o uscendo dalle due camere: i tre punti seguivano all’imposizione alla moglie di garantirgli la lavatura e stiratura, i pasti, il riordino della camera e dello studio.
Milena non era benvoluta dalla famiglia di Einstein.Alla notizia del prossimo matrimonio, la madre Pauline, attesta lo stesso Einstein in una lettera, si disperò, e minacciò: “Stai rovinando il tuo futuro e distruggendo le tue possibilità”.
Vincenzo Barone, Albert Einstein. Il costruttore di universi, Laterza, pp. 185 € 14


martedì 23 luglio 2019

Appalti, fisco, abusi (155)

L’economia è sempre debole, stagnante o in crescita minima. Senza occupazione – non stabile, non a salari remunerativi, che consentano la sussistenza e producano risparmio.

La tassazione media, tra imposte dirette e indirette, è ufficialmente al 48 per cento del reddito. Di fatto, mettendoci dentro i ticket , e tariffe non di mercato, a fronte di servizi praticamente inesistenti, per il trasporto urbano, o ridotti, per la sanità, è superiore al 50 per cento. Record europeo e probabilmente mondiale. Senza che risolva minimamente, neanche lo intacchi, il problema per il quale s’incrementa, il debito pubblico.

Il lavoro è tassato fra il 70 e il 120 per cento. Una tassazione  - “cuneo fiscale” - abnorme, tutti ne convengono, ma non si rimedia. Non si pone nemmeno il problema.

Si risparmia a un costo, pagando un bollo sulla semplice apertura di un conto deposito. Un bollo che ogni governo aumenta, da quando è stato introdotto nel 2014.

Si risparmia a tassi reali negativi, in tutti i titoli di Stato, Bot compresi. Chi “comprasse titoli di Stato tedeschi a dieci anni” ha la certezza oggi “di avere incamerato una perdita di più del 3 per cento, al momento del rimborso” . Federico Fubini, “L’Economia”. Si distrugge il risparmio.

“In termini reali quell’investitore potrebbe contare fra dieci anni su una perdita di quasi un quarto del potere d’acquisto del capitale”, id. Lo stesso per i titoli pubblici più remunerativi: la perdita sarebbe del 15 per cento sui titoli portoghesi. “Neanche l’investimento sui titoli del debito greco”, il più remunerativo , garantisce “il mantenimento del potere d’acquisto”.

I banchieri delle indulgenze

I Medici di Germania. Ma con più capacità, o fortuna, politica: sono stati la forza, dietro gli Asburgo e Carlo V in particolare, degli assetti dell’Europa come si sono configurati nel Cinquceneto, contro la Francia di Francesco I, e contro la Riforma - almeno in un primo tempo. All’ombra del Sacro Romano Impero della Nazione tedesca, come si era venuto a chiamare, con denominazione quasi ufficiale, con Carlo IV del Lussembrgo, nel 1346 eletto re di Germania e nel 1354 incoronato a Roma imperatore. “Abili tessitori”, come sono qui definiti, “di fustagno e di destini”.
Comune con i Medici ebbero l’arte dela lana, o della tessitura. E il prestito. Secondi, dietro i Lombardi e i Toscani, ma più decisivi sul piano politico. Senza scrupoli, di nessun tipo. “I Fugger meritano di chiamarsi i re delle cortigiane”, poteva tuonare Ulrich vin Hutten, l’umanista che si schierò con Lutero comtro la curia romana, “essi comprano dal papa ciò che rivendono poi a più alto prezzo, non solo benefizi ma anche grazie permanenti”. Per Carlo V comprarono, letteralmente, lo attesta una sollecitazione scritta di Jakob Fugger indirizzata allo stesso sovrano, la corona imperiale, finanziandone la campagna elettorale – i donativi ai principi elettori. Ne finanzieranno anche la guerra contro la Lega francoitaliana di Cognac, il cui primo atto sarà la discesa di quattordicimila Lanzichenecchi, servi della gleba (Landsknecht), in buona parte luterani, a Roma con libertà di saccheggio per una settimana, dal 6 al 14maggio 1526 – era a capo della banca Anton Fugger, 33 anni, di cui sei passati a Roma, alla corte palale. Con Leone X Medici al soglio, furono i gabellieri delle indulgenze, che spinsero Lutero alla rottura. Già dal 1508, regnante a Roma l’antitedesco Giulio II, avevano ottento la privativa del conio delle monete papali d’argento, “che portavano come contrassegno una F incisa, sorgente da un anello, oppure il marchio di fabbrica dei Fugger, un bidente con un piccolo anello”.  Si diceva in Spagna nel primo Cinquecento: “Ricco come un Fugger”.
Un repertorio che è una miniera, della storia non detta. La fortuna durò poco. Filippo II, appena salito al trono, col padre ancora vivente, avviò con i Fugger quella che poi sarà la sua condotta di regnante: negare il rimborso dei prestiti che venivano a scadenza, proponendo fedecommessi remoti e altre alternative palliative, o intentando processi di scontata conclusione. La pratica era stata avviata dal coerede di Filippo II, Ferdinando I d’Austria: s’imbastivano processi contro mercanti di secondo piano, che, messi alla tortura, denunciavano connivenze o manovre dei Fugger. Lo stesso Filippo II passava di bancarotta in bancarotta.
Gli interessi dei Fugger saranno liquidati nel primo Seicento da Ambrogio Spinola e altri banchieri genovesi, i nuovi finanziatori della corona spagnola – che la Spagna poi non ripagherà…

Angelo Cerino (a cura di), I Fugger e la banca d’affari

lunedì 22 luglio 2019

Letture - 391

letterautore


Accattonaggio – Si è raddoppiato, o triplicato, nelle città e sulle spiagge: a quello professionale dei rom è stato aggiunto da qualche anno quello dei giovani africani. La presenza che forse determina la divisione sull’accoglienza, tra i favorevoli a tutti i costi e gli oppositori. Walter Benjamin, che l’aveva trovato con sorpresa a Mosca nel 1926, anche insistente sui tram, notava forse il giusto di questa presenza. “È assai raro vedere gente che dà qualcosa. L’accattonaggio ha perso il suo presupposto più importante, la cattiva coscienza sociale, che apre le borse molto più della compassione”. La cattiva coscienza era eliminata a Mosca dall’egualitarismo sovietico. E ora? 

Balzac - “Questo grande reazionario che è non di meno la pietra angolare di tutte le modernità letterarie e sociologiche”, Bertrand Leclair, “Petit éloge de la paternité”. La stessa conclusione già turbava Italo Calvino, quando lo incluse nella “sua” collezione dei Centopagine – quindici anni di lavoro, dal 1970 al 1985.    

Brexit – È un fatto di costipazione, che dà cattivo carattere? “I nativi dell’India, sia Indù che Musulmani”, spiegava a fine Ottocento Richard F. Burton, “s9no abituati ad andare di corpo due volte al giorno, mattina e sera. Questo potrebbe forse spiegare la loro mitezza e tolleranza, perché «’est la constipation qui rend l’homme rigoureux». Dall’ottobre 1831, anno dell’epidemia di colera in poi, gli Inglesi sono un popolo molto diverso dai propri avi, che erano sempre costipati”. Per l’influenza, suggerisce l’orientalista traduttore delle “Mille e una notte”, degli anglo-indiani – da intendersi inglesi dell’India (allora erano più numerosi degli anglo-indiani di oggi, termine che connota gli indiani emigrati in Inghilterra): “Gli Anglo-Indiani condividono questa opinione sul bari fajar, il nome storpiato dato alla liberazione del corpo di prima mattina”.

Camilleri – È quello che non si dice, i film di Montalbano? Le moltissime celebrazioni in morte, il “Robinson” con uno speciale di ben sedici articoli-saggio, non ricordano mai che Camilleri è diventato Camilleri con i film – i libri d Montalbano essendo impervi alla lettura per i non siculo-calabresi, e i siculo-calabersi leggono poco. Dovuti all’intraprendenza di Carlo Degli Esposti (il titolare della casa di produzione Palomar) che comprò i diritti e seppe venderli alla Rai – alla Rai 2, la rete ex socialista, che allora, in regime di centro-sinistra, era “in appalto” al centro-destra, ma di fatto era e restava il serbatoio innovativo o di prova dell’emittente pubblico. E naturalmente al regista Sironi, che ha dato ai film l’impronta, specie nelle prime serie, risparmiose ma non tanto, di bellezza e lusso, nelle ambientazioni, nelle recitazioni, nelle sceneggiature.

Cassola – “Camilleri non è Cassola, per fortuna”: stimolato da Gnoli su Camilleri, a dirne che pensa da ex Grippo ’63, l’avanguardia (abortita) degli anni 1960. Angelo Guglielmi, che nella lunga intervista mostra di non apprezzare molto Camilleri, se la cava con una battuta. Che però insinua il contrario di quanto dice: Cassola resta – come Bassani, altra vittima del Gruppo ’63 – Camilleri forse.

Democrazia – “Letteraria e linguistica” la trova Contini – “Il linguaggio di Pascoli” – in Manzoni: “Conferisce dignità di rappresentazione ad anime e situazioni in tutto neglette fin qui, e adotta un tono assolutamente inedito ed elementi linguistici assolutamente inediti a incarnare la presa di coscienza di questa nuova voce”. Così poi sarà il Verga “rusticano”. E Pascoli, “con la sua democrazia sotto l’uomo”.

Durezza - Imposta a una generazione di scrittori da Hemingway? È l’idea di Romain Gary nel reportage “I tesori del mar Rosso”: “La durezza è alla moda dopo Hemingway, e le lacrime, queste non si fanno più”. Di cui Hemingway e poi lo stesso Gary saranno vittime – all’età dell’impotenza, curiosamente ridotta a impotenza sessuale, per di più a causa dell’alcol. In Italia, si direbbe, Malaparte – che non beveva, e per questo non si suicidò? Ma Malaparte esordiva in contemporanea con Hemingway, e altrettanto giovane, “La rivolta dei santi maledetti” è contemporanea alla gestazione di “Addio alle armi”.

Einstein – Era la moglie, Mileva Marič – la prima moglie? È forse inevitabile che occorresse anche per la scienza il luogo comune ultimamente di tanta letteratura - T.S. Eliot è la moglie, etc… Ad ogni buon conto il Politecnico di Zurigo, dove entrambi studiavano, vuole dare un risarcimento a Mileva, conferendole alla memoria la laurea che le negò a fine Ottocento, come ricercatrice di prim’ordine di fisica matematica. Lui però, il marito padre della fisica odierna, era di tutt’altro parere, come la sua famiglia di origine: la trattava malissimo, benché avessero fatto insieme tre figli, e la divorziò con disonore.

Falsi – Sono il prodotto delle expertises. Quando Annalisa Cima confezionò il falso Montale nel 1996, “Diario Postumo”, falso per evidenti modalità di scrittura e chiavi di lettura, testuali e di contesto, ebbe avalli autorevoli, di Maria Corti, Bettarini, Zanzotto tra i tanti.
Impotenza – Deriva dalla “debolezza di cuore” secondo Richard F. Burton, l’orientalista. Che si manifesta con gli arti freddi, soprattutto i piedi: “Lo sapevano i Romani, che descrivevano come uno dei suoi sintomi i piedi freddi”. È per indurla, secondo Burton, che “san Francesco e i suoi fraticelli andavano scalzi”.

Islam – Ha ricordi tutti felici di Tunisi Claudia Cardinale con Battistini sul “Corriere della sera” . Forse dettati dall’età, ottant’anni. Ma un riscontro è preciso: “Sa che ancora alla Goulette”, l’avamporto di Tunisi, “fanno ancora le processioni con la Madonna, e partecipano anche gli islamici?”

Padri e figli – Bertrand Leclair ha l’idea, a proposito di paternità (“Petit éloge de la paternité”) di dire l’Ottocento letteratura dei padri “(l’immenso Hugo dispiegato su tutta la mappa dei generi letterari)”, e il Novecento, dopo la “Lettera al padre” di Kafka, dei figli. Si può dire anche dell’Italia, seppure senza la quinta rigida del secolo. L’Ottocentio domina Manzoni con Carducci. Con Leopardi in condizione d’inferiorità, “figlio” per eccellenza, un secolo prima di Kafka - anche se De Sanctis ne conosceva e apprezzava l’opera. Il Novecento è preceduto e aperto da D’Annunzio e Pascoli, due “figli” evidenti, per molteplici aspetti, storici, psicologici, d’ispirazione, e si popola di Svevo, Gadda, Savinio, Calvino, Pasolini, Soldati, Arbasino, tutti “figli” dichiarati o evidenti. Resta da decidere Pirandello, un padre racalcitrante, che sempre si sarebbe voluto figlio, anche in vecchiaia.
Un po’ come in Russia? Qui Tolstoj da una parte, ma in contemporanea con Gogol, un “figlio”, e poi, dall'altra, Dostoevskij. Seguito da Majakovskij, Blok, Esenin, Cvetaeva, tutti figli per ogni aspetto, Achmatova, Mandel’stam, e fino a Pasternak.
L’America è invece ambivalente. Non si saprebbe ascrivere ai padri Melville o Dickinson. O ai figli il primo Novecento: Faulkner, Steinbeck, Dos Passos. Mentre lo è sicuramente il Novecento di Hemingway, insieme al “figlio” dichiarato Scott Fitzgerald, e nel dopoguerra Kerouac, Ginsberg e l’affollamento beat, e le molte poetesse, Plath, Sexton, et al.
  
“L’istinto paterno non era che la continuazione dell’istinto amoroso”, Soldati usa l’imperfetto già nel 1957, a conclusione de “Il torrente”, uno dei racconti poi confluiti in “La messa dei villeggianti”: “Era l’amore stesso alla vita, il bisogno di seguitare a vivere, di correre, di scorrere: come il torrente”.


Pasolini – Il poeta e saggista, anche giornalista, del quotidiano, si direbbe una reincarnazione di Pascoli. Di cui ripete gli interessi, le situazioni , e perfino gli eventi di vita. Per filiazione diretta – le poesie friulane sono i suoi “Canti di Castelvecchio” e i “Nuovi poemetti”. E via Attilio Bertolucci, suo mentore a Roma, pascoliano forse incognito, ma fervido. Questo per la parte “seria” di Pasolini. Che di suo coltivava la provocazione, da personaggio, compiaciuto malgrado tutto. 

letterautore@antiit.eu

Il genio e l'avidità

Il genio è maledetto - il genio è assoluto, non tollera i ripensamenti. Tema importante, dove un po’ il genio di Faletti si perde, tra insonnie e immaginazioni. Che forse sono flashback – se non più inquietanti flashforward. Ma l’ansia creata dall’incertezza non fa buon giallo, che ogni cosa vuole che sia se stessa. Malgrado il fascino di Mykonos, dove buona parte della narrazione si ambienta, un esotico un po’ casereccio. 
Il filo è semplice: gli uomini, i maschi, non sono, come dovrebbero, “forti e sprezzanti e vincitori”, e “la vita è questo costante inseguirsi senza prendersi mai”, perché “nessuno ama o insegue mai la persona giusta”. Ma inafferrabile. A metà percorso per fortuna si riscatta, in virtù della avidità: la vendetta è  travolgente.
Faletti ha fatto di meglio, anche in questa serie di racconti che si pubblica postuma. Qui tenta l’horror - cI può stare, c’è a chi piace – ma un po’ di forza. Mentre Mykonos, che prende metà narrazione, era forse un altro racconto.
Giorgio Faletti, Una gomma e una matita, La Nazione-QN, pp. 247 € 4,90