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sabato 3 agosto 2019

Secondi pensieri - 391

zeulig


Anti-filosofia – È la filosofia, se la filosofia è essere-per-la-morte, imparare che non siamo nulla.

Cristianesimo – Perché dura – la domanda che forse si pone papa Francesco? Machiavelli lo spiegava già cinque secoli fa nei “Discorsi sopra la prima Deca di Tito Livio” – in un passo già famoso: “Quanto alle sètte, si vede ancora queste rinnovazioni essere necessarie per lo esemplo della nostra religione; la quale se non fosse stata ritirata verso il suo principio da santo Francesco e da santo Domenico sarebbe al tutto spenta;  perché questi, con la povertà e con lo esemplo della vita di Cristo, la ridussero nella mente degli uomini, che già vi era spenta”.
Le religioni si rinnovano con le sette?

Eternità-Infinito - L’eterno, l’effimero? Nell’universo tutto lo è, l’eternità dell’effimero. Nello spazio, nel tempo.

Giustizia – La giustizia è opinabile, la forza non lo è? È il fondamento della riflessione di Pascal su “Giustizia e forza”: “È giusto che ciò che è giusto sia seguito; ed è necessario che il più forte sia seguito. La giustizia senza la forza è impotente; la forza senza giustizia è tirannica… E così, non riuscendo a rendere forte il giusto, si è fatto giusto il forte”. Il pessimismo di Pascal deriva, secondo Auerbach, “Sulla teoria politica di Pascal” (in “La corte e la città”), dall’influenza dei teorici della ragione di Stato, e quindi da Machiavelli, che quella riflessione aveva avviato, anche se rifiutato da Pascal. 

Indizio – Il linguista Nicola Gardini lo fa risalire, nella sua rivendicazione del latino (“Le 10 parole latine che raccontano il nostro mondo”) al signum. E quindi, per primo, a Cicerone del “De Inventione”, I, 47, ripreso e allargato dal  ciceroniano sant’Agostino, “De doctrina christiana”, II, 1,1. Anche Virgilio abbonda di “segni” –ma più di manifestazioni e indicazioni divine, casuali, che di cause o verità nascoste. E Celso, il primo dei medici, cui si deve il “congetturale”.
Celso ammonisce anche contro i rischi della congettura: la medicina è scienza congetturale, e se fornisce i rimedi può anche sbagliare. Ma allo stesso modo si era già espresso Cicerone, sempre nel “De Inventione”, spiegandone la possible applicazione pratica: il”segno” deve essere anzitutto vero, e poi rivelarsi pertinente  al caso in discussione, nonché denunciare la stranezza (unicità) del caso che denuncia.

Masochismo – È sadico, inevitabilmente. Non c’è l’individuo isolato, a compartimenti stagni – l’“ognuno è un’isola” di Hesse è vero in questo senso, l’isola è nel mare, è in un arcipelago, etc.: il masochismo infetta ogni (necessaria) relazione.

Medea – È omerico per “pensieri”, “piani”. Arcaico prima che mitologico? Sarebbe allora la risolutezza tagliente del pensiero.
Il pensare ne viene rimodulato, come “atto” mentale selettivo: si pensa per inclusioni che sono anche esclusioni. Tagliente come un moto di collera.  

Matrimonio . Lo salva il disamore. È il paradosso che lo scrittore Soldati svolge nel racconto “Germaine” (ora ne “La messa dei villeggianti”). Facendo dire a un suo personaggio: “Il guaio è che ci ostina a prendere come punto di partenza per il matrimonio l’amore. Non si riflette mai abbastanza che la più profonda necessità umana, dopo il mangiare, il bere e il dormire, non è quella di amare ma quella di non annoiarsi”, Mentre nel matrimonio a un dato momento – la routine - subentrerebbe la noia.

Psicoanalisi – Elabora gli stati patologici per comprendere e definire la struttura dell’uomo sano – che è indefinibile. Una conoscenza di Sisifo. Ma con effetti pratici (terapeutici). Positivi?

Nell’“Incontro con Freud” Lou Andreas-Salomé dice i russi e la Russia terreno specialmente  fertile alla psicoanalisi perché “un popolo che espone spontaneamente la sua vita interiore”. Il “tipo d’uomo” di cui Salomé, russa di nascita ma non di cultura, ha “avuto la rivelazione in Russia”, nei due viaggi che vi fece con Rilke, ha rimozioni superficiali. Per la storia che sarebbe un popolo “nuovo”, senza le stratificazioni dei popoli antichi, eccetera: un popolo “nuovissimo”, ora che il primitivo non esiste più, poniamo una tribù dell’Amazzonia ancora isolata, non rimuove, non ha subconscio – magari quelll che si fa una cintura con i teschi dei nemici uccisi, opportunamente rimpiccioliti?

Freud ha scoperto l’irrazionale per via di ragione, con un  metodo d’indagine fondato sulla ragione. Ma razionalmente o irrazionalmente, per mimetismo, ipotesi, campi semantici?

Semiotica – È materia già di Cicerone, “De Inventione”, e poi, in esteso, del ciceroniano sant’Agostino, “De doctrina christiana”. Ma si fa ascendere a Saussure, al più a Locke. Per antilatinismo – antipapismo?

Storia – È l’interminato, l’indefinito, l’intramontabile, anche quando è ben morta. È l’eternità. È il fluire, ondivago, del tempo, fra eventi.

Universo – Il Motore Immoto si può ben immaginare divino: regolato, infinito, vivente e quindi morituro, ma non cattivo. Il male esiste solo sulla terra: è ipotesi pratica – “Sei tu quell’una, tu quell’una, o Terra!\ Sola, del santo monte, ove s’uccida,\ dove sia l’odio, dove sia la guerra”, può lamentare Pascoli, cresciuto nel male. Ma non irrealistica: “La Terra, sola rea, sola infelice”.


zeulig@antiit.eu

Belli prima di Belli


“Di questi signori si è adesso perduta la razza”, dei ciclopi, in avvio alla “Vita di Polifemo”,  “come p.e. de’ lillipuziani, de’ pigmei, de’ cinocefali, de’ centauri, de’ lapiti, e via discorrendo: delle cui genealogie se ci rimane alcuna notizia dobbiamo ringraziarne I poeti.. Solamente delal stirpe dei satiri conserviamo qualche rampollo”. Belli p.e.
Una scelta di lettere scherzose e di racconti umoristici. Cinque dei racconti che Belli scrisse per “Lo Spigolatore”, la rivista letteraria di Roma degli anni 1830. A partire dal 1834, quando la direzione fu assunta da Giacomo Ferretti, intimo e duraturo amico di Belli, traduttore, librettista di Verdi, Rossini, Donizetti. Sono un racconto lungo, “Vita di Polifemo”, interrotto al quinto capitolo, quando Ferretti lasciò “Lo Spigolatore”, “Storia cefalica”, “Un fenomeno vivente”, “Il ciarlatano”, “Ricetta per mascherata”.  Una sorta di “Belli prima di Belli”, del poeta romanesco. In realtà sono coevi alla febbrile fabbrica dei sonetti, ma le sole sue cose pubblicate – I sonetti si conoscevano ma non si pubblicavano.
Sono prose ilari, ma già velate dal disincanto. Dell’illusorietà dei Lumi, dopo Napoleone e l’occupazione, dell’erudizione, della stessa scienza e del diritto, del tempo, dello spazio. Molto umorismo Belli fa sulle prose di umorismo professo, pedantesco, che gli veniva di leggere. Già nella “Vita di Polifemo” ride, dice, come ridevano gli dei di Omero, per non piangere. E molto poetava, in italiano perché si pubblicasse, da “giornalista”, contro i puristi. Nell’introduzione si legge un sonetto spassosissimo contro il “barocco stile” e la pronuncia alla ferrarese che certo purismo voleva allora più consona all’italiano, con le doppie invertite: “Le dolci notte onde con tanto affeto\ turbi il sillenzio di tranquila note…”.
Belli è autore di un’opera enaurme. Di versi italiani che sono tre volte i duemila e passa sonetti in romanesco per cui è celebre. Di uno “Zibaldone” in dieci grossi tomi, necessariamente per lo più inediti. Di diari di viaggio, di recensioni e saggi critici, e di una corrispondenza alluvionale. Era un personaggio a Roma. Gogol, che lo incontrò nel salotto dei principi russi Wolkonsky, ne parlerà con ammirazione a Sainte-Beuve.
E si può dire letterato nato. Fondò nel 1813, a 22 anni, benché orfano e di pochi mezzi, l’Accademia Tiberina, col principe di Metternich – proprio lui, giovane e bello, e naturalmente antinapoleonico - e il camaldolese Mauro Cappellari, che sarà papa Gregorio XVI. Sposando nel 1816 Maria Conti, ricca vedova del conte Pichi, di tredici anni sua maggiore, avrà tutto l’agio di dedicarsi unicamente alla scrittura, con qualche impiego erratico, giusto per la gente.
Il facilone apparente dei sonetti romaneschi era anche di una cultura énaurme. Curioso e aggiornato di tutte le novità d’Italia, per esempio di cosa scriveva Porta a Milano, su cui si documentava con frequenti viaggi. Risalendo alle sue letture attraverso lo “Zibaldone”, si sanno ricchissime, aggiornate, perfino alla moda, in particolare di giornali e riviste, italiane, europee (il “Courier français”, il “Journal des Débats”, la “Edinburgh Review” liberale di Stendhal, il “Blackwood’s Magazine” sempre di Edimburgo, conservatore, che però pubblicava Shelley, Coleridge, Wordsworth), e del “New York Herald”. Appassionato fin dagli esordi della lingua, di una lingua letteraria viva, che nella Roma di allora era introvabile.
Questa scelta è di prose “umoristiche”, giusto il titolo, ma non della mano sinistra. E anzi robuste, la capacità dei sonetti di sceneggiare il quotidiano è anche qui. Con l’introduzione di Pietro Gibellini, belliano massimo, recente curatore dei “Sonetti” in edizione critica, e la contestualizzazione e una cronologia del curatore della scelta, Eduardo Ripari – con larghi riferimenti  al “Belli e la sua epoca” di Edoardo Ianni, mezzo secolo fa.   
Giuseppe Gioachino Belli, Prose umoristiche, Bur, pp. 459 € 12,50

venerdì 2 agosto 2019

Letture - 388

letterautore


Fake news – È sempre più sinonimo di “social”. Carlo Ginzburg ne trova l’anticipazione nel “Principe” di Machiavelli, al cap. XVIII: “El vulgo ne va preso con quello che pare e con lo evento della cosa, e nel mondo non è se non vulgo”.

Flaiano – Curiosa “La solitudine del satiro”, e la frequentazione che la stessa raccolta documenta dei caffè alla moda, Rosati eccetera, con Moravia, Carlo Levi, Antonioni, De Sica, Pasolini, Arbasino, dei festival di Venezia, con feste, e delle presentazioni di libri. Nonché con Fellini, che non andava ai caffè ma col quale Flaiano collaborò molto, per  cose importanti.
L’isolamento era politico, cosa che allora contava. Flaiano non era comunista e non era democristiano, e probabilmente non era in sintonia con lo stesso Pannunzio, col quale faceva “Il Mondo” – una posizione che sullo stesso giornale così spiegava nel 1956, sotto il titolo “Lettera al Direttore”: “Io dunque, limitandomi ad un culto privato della Libertà, non sono inserito nei miei tempi”. Si era soli all’epoca se non si era di un gruppo politico, influente. Flaiano come Fellini non ne faceva parte, e li prendeva in giro, ma Fellini era estroverso.

Natalia Ginzburg – “Al tempo di Natalia Ginzburg la letteratura italiana era prevalentemente un club maschile, Perciò lei voleva scrivere come un uomo”. Così Joan Acocella “ripropone” Natalia Ginzburg sul “New Yorker”.

Ironia – L’italiano ne è incapace. Di praticarla sì, di capirla no? Se letta. Maria Corti lo sanciva, seppure interrogativamente, a conclusione della lunga introduzione alle opere di Flaiano in edizione Bompiani, al volume “Scritti postumi”, a proposito dell’isolamento perdurante dello scrittore a quindici anni dalla morte: “Che la ragione derivi sempre, come negli anni Cinquanta, da qualcosa che è essenziale e tipico della mentalità italiana, l’allarmante incapacità di cogliere e assimilare ironia e satira nei propri riguardi”. In una con la scarsezza, in Italia, di “memorialisti ironico-satirici”. Che non si direbbe: non c’è probabilmente lingua più ironica e satirica dell’italiano, di un’ironia e satira di più largo uso nella parlata quotidiana o popolare. Anche la tradizione letteraria, di ironia e satira, non è male. Fino a Manzoni, nel pieno del serioso Ottocento, con quei “Promessi sposi” che Pirandello pone a pilastro, col “Don Chisciotte”, dell’umorismo. E poi nel Novecento, tra Svevo, Gadda, Savinio, lo stesso Sciascia, non ché in un autore di grande popolarità quale Camilleri. Ma, è vero, non c’è attenzione, o capacità o interesse di lettura, nella critica. A parte  Walter Pedullà, e Beniamino Placido a suo tempo, chi altro?

Leopardi – Leopardi romanziere mancato è nota tesi di Calvino, su suggerimento di Giulio Bollati, di Leopardi cultore. In un testo del 1953, “Mancata fortuna del romanzo italiano”, scritto per la Rai che non lo mandò mai in onda, Calvino include Leopardi tra i “romanzieri” italiani, seppure mancato. Pubblicando poi il testo, aggiunse in nota un “taglio” che aveva in un primo tempo effettuato “per non anticipare il tema di un saggio che Bollati aveva in mente di scrivere”, in cui si chiede retoricamente chi avrebbe potuto-dovuto essere il padre del romanzo italiano, Alfieri, Foscolo, Porta, Belli, Rossini, Verdi, e si risponde: “Forse nessuno di questi. Per me il padre ideale del nostro romanzo sarebbe stato uno che parrebbe più lontano di ogni altro dalle risorse di quel genere: Giacomo Leopardi. In Leopardi erano vive infatti le grandi componenti del romanzo moderno, quelle che mancavano a Manzoni: la tensione avventurosa, l’assidua ricerca sociologica introspettiva, il bisogno di dare nomi e volti di personaggi ai sentimenti e ai pensieri suoi e del secolo. E poi la lingua: la via ch’egli indicò fu quella dei massimi effetti coi minimi mezzi, che è sempre stato il gran segreto della prosa narrativa”. Per “avventure” Calvino ricorda l’islandese solitario tra le foreste dell’Africa, la notte tra i cadaveri nello studio di Federico Ruysch, quella sulla tolda di Colombo. “Ma è soprattutto di Leopardi il racchiudere  nel giro d’un luogo noto, d’un paese, d’un ambiente, il senso del mondo”.
Salvo poi, nei tanti occasionali ritorni su Leopardi, metterne in rliievo la curiosità e la mentalità scientifiche, di un “Leopardi copernicano”, che si attiene alla verità della cosa, alla prova.

#metoo – Per fare Montalbano, spiega il regista Sironi in “Camilleri sono”, la raccolta di testimonianze e saggi in onore dello scrittore che “Micromega” aveva pubblicato un anno fa e riedita in morte, erano rimasti in lizza tre attori. Ma uno dei tre non fece il provino: “Uno dei tre, che come fisico assomigliava un po’ al commissario Ingravallo (a Pietro Germi in “Un maledetto imbroglio”, il film tratto dal “Pasticciaccio” di Gadda, nel quale Camilleri identificava allora il suo Montalbano, n.d.r.), non venne perché la moglie la sera prima gli aveva dato un pugno in un occhio e il giorno dopo aveva l’occhio nero”. Chi era non importa – Sironi non lo dice: “Si dice che fosse Giancarlo Giannini, ma non era lui” – ma avrebbe fatto un’altra vita.

Nievo – È il beniamino di Calvino, che più volte lo ricorda con grandi elogi. Quello più entusiasta lo fa parlando di Manzoni: “Pesò pure su chi romanziere era davvero,  come il Nievo, che s’imbrogliò nelle panie moraleggianti e linguistiche manzoniane; lui che conosceva cos’era avventura, e storia familiare, e grandezza e decadenza sociale, e vita umana e presenza della donna nella vita dell’uomo, e paesaggio natale, e trasfigurazione della memoria in continua presenza reale: il generoso, il giovane il fluviale Nievo” – nello scritto del 1953 rimasto inedito (ora in “Mondo scritto e mondo non scritto”), “Mancata fortuna del romanzo italiano”.

Pistacchi – È la proteina vegetale che fa così brillanti i persiani e i siciliani? Si direbbe, a credere alla “leggenda” di cui in Francis R. Burton, “L’Oriente islamico”, p. 183, secondo la quale “prima dei giorni del faraone (quello di Mosè), gli Egiziani si nutrivano di pistacchi, un alimento che li rendeva vivaci e arguti”. Il Faraone cattivo li passò ai fagioli, e in effetti gli egiziani hanno perso in vivacità e arguzia.  

Romanzo – È storico e non può essere geografico per Calvino, ostile al localismo e principalmente a Verga, - al “regionalismo descrittivo, una piaga che ancor oggi funesta la nostra narrativa”. Era di questo avviso nel 1953, prima che, con le fiabe, si avvicinasse ai luoghi e ai gerghi. Ma mantenne sempre la pregiudiziale, contro il linguaggio “orale”, mimetico – secondo Camilleri, “Camilleri sono”, 19, “l’oralità detestava anche perché lui non sapeva parlare”.
Calvino sapeva anche perché i luoghi vanno esclusi: “Il vero romanzo vive nella dimensione della storia, non della geografia: è avventura umana nel tempo, e i luoghi – i luoghi il più possibile precisi e amati – gli sono necessari come concrete immagini del tempo; ma porli come contenuto del romanzo, questi luoghi, e gli usi locali, e il «vero volto» di questa o quella città o popolazione, è un controsenso” – Macondo per esempio, o la contea immaginaria del Sud di Faulkner, e la stessa Vigàta perché no?

Altra singolare veduta d Calvino in materia è che il romanzo è ottocentesco - “Sorte del romanzo”, 1957 (ib.). Poi ci sono Thomas Mann, “ma sporgendosi da un’estrema ringhiera dell’Ottocento”, il racconto “Il vecchio” di Faulkner, e Brecht - “ma un Brecht della narrativa non c’è, purtroppo”. Niente altro.

Sherlock Holmes – È già in Cicerone, al lemma “signum”, segno, in “De Inventione”, I, 47, e nel ciceroniano sant’Agostino, “De doctrina christiana”, II, 1,1. Conan Doyle conosceva Cicerone e sant’Agostino? Probabilmente sì, a sua insaputa – aveva studi classici, era medico. Conosceva  anche Virgilio, che ha “segni”, e Celso, il primo dei medici – cui si deve il “congetturale”? Nicola Gardini, “Le 10 parole latine”, ne fa ampia disamina, seppure non negando la paternità o adozione del signum a Sherlock Holmes – non lo menziona.

Traduzione – “Tradurre è il sistema più assoluto di lettura”, Italo Calvino, “Sul tradurre”. Dei particolari, parola per parola, espressione per espressione?

Viaggiare – Flaiano, sedentario (ma ogni anno faceva un viaggio in Canada, con Andrea Andermann: era per la stabilità), si domanda in “Una e una notte”: “Perché altrove la vita dovrebbe essere differente? Signore, l’universo è così povero di fantasia”. E nel “Diario degli errori”. “La noia e la malinconia aspettano dovunque si vada per divertimento, per cambiare. Solo il luogo dove viviamo non ci fa pensare alla morte, al fallimento, alla vecchiaia. Turismo, triste invenzione.. Non c’è salute fuori dalla propria grotta. Stare fermi”.

letterautore@antiit.eu

Cronache dell’altro mondo (38)

Trump fa e dice molte cose, è un presidente attivista, molte contestabili, ma della sua politica solo si discute se non sia assoggettabile a impeachment, se è destituibile. Questo solo si vorrebbe. Con rimproveri a Nancy Pelosi, la presidente democratica della Camera dei Rappresentati, che esita, perché teme un boomerang. Di due anni e mezzo di governo di Trump non c’è altra cronaca politica. I media sono unicamente interessati allo scandalismo, al “casino”, sotto l’ombrello della verità dell’informazione – due anni e mezzo di articoli giornalieri sull’impeachment.
Si pubblica, perché resa pubblica dai National Archives, una telefonata dell’ottobre 1971 di un futuro presidente molto rispettato, Reagan, perché rifece ricca l’America dopo il Viertnam, in cui l’allora governatore della California s’indignava col presidente Nixon dei diplomatici non allineati all’Onu: “E vedere quei, quelle scimmie di quei paesi africani, dannazione, che sono ancora a disagio quando mettono le scarpe…”.
O.J.Simpson non  solo si gode la libertà, dopo l’assassinio della bionda moglie, ma è opinionista di molte tv. Nelle quali argomenta: se avessi ucciso mia moglie, avrei fatto così.
Si fa uno scandalo della pratica diffusa dei ricchi di superare i test d’ammissione dei figli alle grandi università con donazioni e con la corruzione. La corruzione si fa soprattutto per i posti riservati per meriti sportivi, producendo ai responsabili compiacenti o pagati delle varie discipline profili atletici falsificati, con immagini montate in studio o ritoccate al photoshop.
A Chicago si è scoperto che molte famiglie ricche davano i figli in affido a famiglie povere al momento dell’iscrizione, per farli rientrare nelle quote riservate. Ovunque era diffusa la pratica di iscrivere i figli ai test di ammissione per disabili, anche solo per dislessia o altra “disabilità invisibile” (deficit di attenzione, iperattività), che hanno più tempo e prove  semplificate.

Sicilia magica

Si riedita lo speciale di un anno fa, nel quale Paolo Flores d’Arcais raccolse le testimonianze di scrittori e critici, nonché degli autori dei film, sul creatore di Montalbano. Precedute da un lungo memoir di Camilleri, “Camilleri sono”, pieno di umori e di aneddoti. Sul modo di lavoro. Su Tiresia a Siracusa. Su T.S.Eliot amatissimo. Su Elvira Sellerio, che era intelligentissima, “voi non immaginate quanto”. La morte del padre. La costruzione del “vigatese”. La fame, “quella vera”, dei compagni alle elementari. Le dieci lauree ad honorem. L’oralità rivendicata, del “contastorie” – “l’oralità che Calvino detestava, anche perché lui non sapeva parlare”. E una pagina violenta contro Strehler, “sopravvalutato” e praticamente incapace – mentre Sironi ricorda di avere visto Camilleri per la prima volta a Milano, nel 1966 o 1967, quando “Andrea venne a intervistare Strehler (di cu Sironi era uno degli aiuti, n.d.r.) un paio di volte” per radio Rai, in “conversazioni di altissimo livello culturale” (ma poi Strehler boicottò Camilleri a teatro).
Un Camilleri di grandi entusiasmi e di grandi pessimismi. Fino a concordare - dopo aver superato con Montalbano lo share del 40 per cento in tv, da anni del consenso” - con Mussolini: “Governare gli italiani non è difficile, è inutile”. Una società “incivile”. Un popolo di “razzisti”: “Che cos’è un italiano? Prima di tutto un razzista, e poi un fascista, con una visione limitata del domani”.
Una raccolta alla quale partecipano, con distese interviste, infine gli artefici della fortuna di Montalbano presso il grande pubblico: Carlo Degli Esposti, il produttore dei film, che per primo intuì il potenziale scenico dei racconti, il regista Alberto Sironi, Luca Zingaretti, lo scenografo Luciano Ricceri, il cosceneggiatore Francesco Bruno. E con le testimonianze dei traduttori del “vigatese” - che smentiscono Calvino, la sua tesi che il localismo è illeggibile. Salvatore Silvano Nigro tratteggia il “vigatese”, lingua inventata che “si impone per la sua verità fantastica” – “Vigàta è un oggetto reale del linguaggio”.
Sironi, che con Ricceri ha creato “il paesaggio di Montalbano” – ha dato corpo all’invenzione di Vigàta, col mare di sabbia, che in Sicilia è una rarità, e con le piazze, i vicoli, i palazzi di Ragusa Ibla e di Modica – dà anche la lettura critica più fine del personaggio Montalbano e delle storie che Camilleri gli cuce addosso. Camilleri richiama col suo personaggio “un odore di antico all’interno dela storia contemporanea”. Nelle storie di Montalbano “spicca piuttosto la capacità, e insieme l’esigenza, di far convivere la luce con l’ombra, il chiaro con lo scuro. Lo «scuro» è nei delitti che raccontano e che sono per la maggior parte delitti di famiglia, perché questa è la storia del nostro paese, nel quale la famiglia contiene tutto il bene e tutto il male della cultura mediterranea e cattolica. Camilleri ha l’occhio molto lungo in questo, e in questa oscurità ci mette il bene del vivere che caratterizza la Sicilia, un bene del campare quotidiano”. I film, in effetti, hanno ricreato una magia della Sicilia.
Camilleri sono, “Micromega”, pp.227 € 15


giovedì 1 agosto 2019

Recessione (81)

L’economia è ferma, dopo un ripresa minima.
La crescita a tasso zero significa, nella metodologia Istat, che tende a stabilizzare i flussi, che l’economia è in regresso.

Sono ferme anche Germania e Francia, i partner maggiori dell’economia italiana, con riflessi quindi negativi sulle prospettive.

L’Europa è l’unica grande area economica che non è uscita dal gorgo creato dalla crisi del 2007: le politiche di stabilizzazione hanno prevalso su quelle della ripresa, con al sola eccezione del quantitative easing deciso da Draghi in solitario alla Bce. In termini pratici l’Europa ha adottato una politica suicida, di bassi salari e consumi compressi – di stabilità nella disugaglianza.

L’occupazione aumenta, ma per la moltiplicazione del part-time. A retribuzioni dimezzate.
È un’occupazione a effetto reddito zero (inferiore alla sopravvivenza), che quindi produce stagnazione, consumi ridotti.

Al Sud non lavora la metà della popolazione: il tasso di attività è il più basso dell’Unione Europea, il 54 per cento della popolazione in età lavorativa.
Il tasso di occupazione (gli occupati rispetto alla popolazione) supera di poco il 40 per cento: gli occupati sono sotto i sei milioni, su una popolazione di quattordici milioni.,

Un giovane su due in età lavorativa (17-24 anni) al Sud, Abruzzi compresi, il 52 per cento, non lavora.

Dal Duemila emigrare dal Sud due milioni di persone - al netto dei rientri, pochi.

La colpa di essere traditi

l Sole scende a Napoli, in giallo. A una Napoli molto napoletana, con Mergellina, buona cucina, la Madonna di Piedigrotta, il Presepe, Marechiaro, San Martino, e Capri all'orizzonte. Benché di un napoletano nato a Milano – benedetto nella culla il giorno di Natale dal cardinale Montini, che due anni dopo sarebbe diventato papa. O forse per questo: un racconto di nostalgia viva, vivente. Di una Napoli laboriosa, quale è sempre stata, e diretta. L’ispettore si chiama Scapece, come la ricetta, ed è “fiero di essere figlio di questa città”. Ma di napoletano verace, a parte il cibo, c’è solo, a metà libro, l’aneddoto del fantasma che maledì Kennedy a Napoli, quattro mesi prima di Dallas.
In questo “ritorno” compiaciuto Imperatore ambienta un assunto massimalista: che l’uomo è brutto e cattivo, e la moglie può tradirlo senza colpa – la moglie insoddisfatta fa meglio a mettere le corna che a buttarsi dalla finestra. Una lettura rivoltata del “Diavolo di Mergellina”, il dipinto commissionato nel ‘500 da Diomede Carafa, vescovo di Ariano Irpino, vescovo di Ariano Irpino (poi cardinal a Roma, di fiducia del rigido zio papa Paolo IV), contro la fattura d’amore che gli aveva scaricato Vittoria d’Avalos, “una splendida nobildonna napoletana”, un diavolo in sembianza femminile. Un omaggio – rovesciato? – a Santa Maria del Parto, la chiesa di Mergellina.
Pino Imperatore, Aglio, olio e assassino, Il Sole 24 Ore, pp. 365 € 1,99

mercoledì 31 luglio 2019

Il populismo viene dai media

ÙNon c’è fascismo. Non ci sono squadristi, non ci sono manganelli né olii di ricino, non ci sono i Savoia. È inutile gridare al lupo se non c’è. Ma è utile – era utile, quando si faceva, un’era glaciale fa – la ricerca storica delle cause del fascismo, remote e prossime. Che sono praticamente una: la sinistra provò a fare un  passo che non sapeva e non voleva sostenere, e Mussolini ne approfittò.
Oggi del brigadiere assassinato a Roma da due drogati americani, e anche ieri, anche avant’ieri, giorno dei funerali, si legge soprattutto che è stata colpa sua: era in borghese, non aveva la pistola – e che ne avrebbe fatto no, se la prima coltellata è stata mortale? Ma non c’è solo questo – i borghesi, si capisce, si possono assassinare.
L’assassino confesso è stato ammanettato, bendato, fotografato, e postato sui social. E questo è un delitto. Un altro. Dopo la pistola mancante.
È caduta l’imbastitura della prima ora. Quando qualcuno – non i Carabinieri, ma non importa (è un giornalista, ma non importa) – disse che gli assassini erano nordafricani e non americani. Verrà buono per i romanzi che se ne scriveranno, un capitolo sul razzismo ci vuole.
Perché non c’è un brigadiere morto, assassinato con molte coltellate. C’è uno scandalo. C’è lo scandalo. Non altro interessa ai media italiani, la lugubre Rai in testa, che fa quello che “la Repubblica” e “Corriere della sera” impongono di fare: scandalismo. Si fa finta che sia controinformazione, che ebbe un tempo funzione nobilissima, e invece è solo scandalismo. Per vendere un copia in più si suppone, ma molti pensieri spostando a destra.
La sinistra che spinge a destra.
Non c’è il fascismo, e non ci sarà da indagare sulle cause di una cosa che non c’è. Ma qesta Rai 1 che si professa di sinistra, con “la Repubblica” e “Corriere della sera”, non fanno che spostare i pensieri a destra. Lo scandalismo è, è stato nella storia dell’opinione pubblica, in America, in Germania, montatura di destra, ma in Italia è di sinistra. Ed è il motore potente della destra, prima berlusconiana ora salviniana: di chi non ne può più.
L’italiano medio nella città media affronta problemi che dovrebbero portarlo a sinistra: lavoro scarso, licenziamenti, paghe insufficienti, sanità insufficiente, scuola insufficiente. E invce no: per il 60 per cento buono è arroccato sempre più a destra. Con molti scivoli e spintoni da sinistra.
A tutti danno fastidio i ragazzi africani portati da negrieri a chiedere l’elemosina ai bar, le tabaccherie, le farmacie, i supermercati, alcuni col cellulare. A tutti danno fastidio le soperchierie di Macron, a Ventimiglia, in Libia, nella difesa, nella cantieristica, nello spazio, l’ometto che invece delizia i media compagni. Tutti sono commossi e indignati per i tanti africani che muoiono in mare, abbandonati dai trafficanti, ma l’Africa proprio non interessa: interessa solo l’accoglienza, piccolo-grande business.  
Invece che del fascismo, poniamo che si voglia fare una storia delle cause del populismo: eccole qui.

Problemi di base americanisti - 499

spock


Perché il vice-brigadiere Cerciello Rega non si sarebbe suicidato?

Con un coltello americano, perché no?

Non era uno che faceva il volontario di notte?

E perché credere ai Carabinieri, invece che alle giornaliste americane a Roma?

Perché i Carabinieri ce l’hanno con i giovani americani, e li torturano con le manette?

I giovani americani si ubriacano e si drogano, e allora – cazzi loro?


Vi ricordate Amanda Knox, vergine e martire benché in coppia con Sollecito, che l’avvocatessa Bongiorno, ministro della Repubblica Italiana, specialista dei sicuri innocenti come Andreotti, ha posto sugli altari pro gratia, senza il miracolo?

E Meredith Kercher, perché non si sarebbe uccisa anche lei, a coltellate – non era americana ed era pure mezza nera?

spock@antiit.eu

Fellini quaresimalista

Fra i tanti libri postumi, l’unico composto dallo stesso Flaiano. Quindi con una consistenza – Flaiano scrisse un solo romanzo, e innumerevoli tratti brevi, di cui qui raccoglie una selezione. Oltre ai tanti lavori di sceneggiatura per il cinema, e alcuni tentativi non riusciti per il teatro. Libro di bon mots, ma anche di racconti significativi: di persone, personaggi, situazioni.
Con molti inviti al proseguimento, di stimolo al lettore a farsi il proprio racconto. Il film sul 1911 che Cardarelli aveva in mente: cinquantenario dell’unità, si inaugura il Vittoriano, si apre il ponte Vittorio Emanuele, si congiungono il Pincio e Villa Borghese, si fa la guerra… Il comunismo di Sartre, “come il cane dell’ortolano, che detesta i cavoli ma pretende che nessuno li tocchi”. Il Fellini “quaresimalista”, che Flaiano frequentava quotidianamente. L’informazione, già allora, alterata, a fini di scandalo: “Da vari casi accaduti sappiamo ormai che morire è imprudente”, bisogna  giustificarsi. E molta Roma – Roma non può ssere una città di grandi vizi, “per il suo carattere profondamente familiare anche nella corruzione”.
Con l’indolenza del flâneur, il perdigiorno osservatore, che tanti pensieri ha e tanti progetti nutre ma rinvia – “Non si inventa niente all’aperto. E copiarsi, che mal di testa!”. E i cento motivi per cui uno come Flaiano si scopre non italiano – “potrei essere un inglese”, “sono forse indiano?” etc.”. Ma cronachista insolito, tagliente. Durante il fascismo gli studenti universitari manifestarono una volta, ma solo per chiedere il “diritto” allo studio. E già allora, cinquant’anni fa, i santi si volevano esibizionisti – “dovremo accontentarci di morire in odore di santità”. Amaro spesso: la “cronaca” della mancata presenza dei registi italiani, totale, al premio alla carriera a Chaplin vecchio a Venezia è cattivissima.
Satiro è il satirico: la satira non ha buona fama in Italia nel mondo delle lettere, e il letterato satirico è isolato.

Ennio Flaiano, La solitudine del satiro, Adelphi, pp. 380 € 18

martedì 30 luglio 2019

Vacanza


Nel posto dove ha sempre passato le vacanze, dalla prima infanzia con i suoi, lei non vuole presentarlo come marito.
Non se ne vergogna, è bell’uomo e socievole, è un fatto di possesso. Del luogo.

Calvino Chesterston

“Volevo essere un Chesterston comunista”, p. 32 – “Chesterston voleva essere il Voltaire cattolico, e io…”. E ci riesce. Dispersivo, come il modello. E altrettanto caratterizzato, con un sospetto di volagerie - un Voltaire comunista è più impossibile di uno papista. Infine ripetitivo.
O questa è la sorte delle compilazioni postume, di scritti variamente dispersi, che il giornalismo nel Novecento moltiplicava, come oggi i social: la ripetitività. In una con la disinvoltura. Che è parte della “leggerezza” con la quale Calvino s’immortalerà, ma a volte è superficiale. Anche perché, benché lieve, Calvino va come un bulldozer: non si sottrae ad alcuna sollecitazione. La crisi del romanzo, perché no – nel mezzo della fioritura. La letteratura industriale. “Letteratura a sedere”. “Letteratura e potere”. “I modelli cosmologici”.
Sveglia è sempre l’intelligenza di Calvino, e stimolante. Ma dispersiva. Il romanzo sarebbe ottocentesco? Singolare è questa “Sorte del romanzo”, 1957. Poi ci sono Thomas Mann, “ma sporgendosi da un’estrema ringhiera dell’Ottocento”. Il racconto “Il vecchio” di Falulkner. E Brecht - “ma un Brecht della narrativa non c’è, purtroppo”.
Bizzarro è il made in Italy dello scritto del titolo.Tanto più che è una conferenza, una James Lecture alla New York University, nel 1983, in inglese. Sull’Italia e sulla lingua italiana. “L’Italia è un paese dove accadono molte storie misteriose”. L’italiano “è stato colpito da una specie di peste. L’italiano sta diventando una lingua sempre più astratta, artificiale, ambigua”. In un certo ambito politico probabilmente? Dovendosi affermare la bonaccia compromissoria: come eternare due nullità – alla sommatoria il partito Democratico: le “due culture”di De Mita e Berlinguer, la comunista e la confessionale, le altre, il liberalismo eccetera, venivano derubricate a sottoculture.
Una deriva curiosa alla seconda potenza, Calvino nel 1983 essendosi tirato fuori dalla melma politica. Ma l’imprinting forse è ineliminabile. Trent’anni prima, nella disamina della “Mancata fortuna del romanzo italiano”, ritagliava accuratamente fuori Malaparte, Soldati, Cassola, Brancati, nonché Alvaro, Silone, Domenico Rea. E Pirandello, se non per liquidarlo.
Insomma, una serie di sorprese: tanto è da riconsiderare. Calvino è onesto, e non si nasconde. Questi scritti targano molto la storia della cultura, il secondo Novecento italiano – molto povera, si capisce il deserto attuale.  
Italo Calvino, Mondo scritto e mondo non scritto, Oscar, pp. 325 € 14

lunedì 29 luglio 2019

Problemi di base machiavellici - 498

spock

Chi non sa schermire radviluppa (?) chi sa di scherma”, Machiavelli?

Non consigliar persona né pigliar consiglio da persona”, id?

Li huomini s’infastidiscono del bene et del male si dolgono”, id.?

L’amaro turba el gusto, el dolce lo stucha”, id.?

“La fortuna è amica de’ giovani”, id?

“Come la fortuna si stracha, così si ruina l’huomo, la famiglia, la ciptà”, id?


“Ogniuno ha la fortuna sua fondata in sul modo del procedere suo”, id?

spock@antiit.eu


La resurrezione di Roma

Titolo profetico? No, ma se non altro incoraggiante – mai disperare.
Titolo vecchio, di una delle poche opere di Chesterston che non si ristampano. Perché sa un po’ di sacrestia. O perché parla bene, non ne parla male, del fascismo e di Mussolini – è un libro del 19 Ma nelle due materie si recupera di molto peggio. Senza l’interesse che comunque Chesterston sa suscitare.
Opera tarda e anche minore, riscoperta in anni recenti - in Italia è invece stata tradotta molto tempo fa, nel 1950, ma quasi in incognito, e presto irreperibile. Un reportage di viaggio dello scrittore inglese, pieno di apprezzamenti, nella capitale italiana. Dove scendeva allo Hassler Villa Medici. Di tanti viaggi: “È insensato andare a Roma se non si possiede la convinzione di tornare a Roma”, è sua citazione famosa – forse perché non si sa che cosa significhi. Il più importante fu nel 1929 per la beatificazione dei Martiri Inglesi- l’anno dopo pubblicò il libro. Nell’occasione ebbe due incontri importanti, come Mussolini e con Pio XI, incontri in cui fece scena muta, racconta, perché Mussolini parlava solo lui e il papa lo intimidiva.
Anche Roma lo intimidiva, ma ne scrive per 360 pagine. Avrebbe potuto scriverne un libro, scrive, anche solo guardando dalla sua finestra in albergo. “Roma”, conclude con altro detto famoso, “è troppo piccola per la sua grandezza, e troppo grande per la sua piccolezza”.
La trattazione è eccezionalmente prolissa. Ma i paradossi non mancano. Roma è la città delle fontane, che corrono dal basso in alto: simbolo delle cose segrete, che zampillano dal basso verso l’alto. Roma è piena di tombe, che però sono piene di vita. I monumenti e le immagini mortuarie “non si trascinano il sapore della mortalità ma piuttosto dell’immortalità”. E non è un posto dove torniamo al passato, ma dove il passato torna al presente.
Molte pagine della “Resurrezione di Roma” sono sulla santità, la teologia, e i nemici della chiesa. Chesterston è stato e resta scrittore influente nella chiesa di Roma: “I ultimi due Papi”, ha scritto una diecina d’anni fa “L’Osservatore Romano”, “hanno molto apprezzato gli scritti di Chesterton, si può dire che egli sia stato uno scrittore «ratzingeriano» per la sua difesa della ragione, ma anche tomista come Giovanni Paolo II”. La “resurrezione”, nella prospettiva ascensionale adottata per Roma, vide nella basilica di San Clemente, che anch’essa si trasforma crescendo in altezza: dal Mitreo al soprastante horreum, magazzino-granaio, sul quale una basilica paleocristiana è stata edificata, e sopra di essa quella attuale del secolo XII. La chiesa prospettando come moto ascensionale, dalla terra al cielo. Anche per la continuità dei culti, da Mitra a Cristo. Per il bisogno inesausto di più luce.
Quanto al fascismo, Chesterston critica, anche con durezza, la dittatura. Col solito schema logico “browniano”, del rovesciamento: “Risponde all’appetito di autorità senza dare chiaramente l’autorità per l’appetito”. L’elogio è del resto anch’esso a doppio senso. Il fascismo può aver messo ordine nello Stato, ma non può durare se non mette ordine nella mente. E “può zittire i ribelli nella pratica, ma invita alla ribellione in principio”.
La chiesa è romana. Anche “le vesti del sacerdote all’altare sono essenzialmente le vesti di un uomo dell’antica Roma e persino della Roma pagana”.  Contro il “goticismo” protestante, “non credo che il papato ebbe torto quando, una volta deciso di andare incontro alla natura umana nel campo delle cerimonie, fissò un cerimoniale splendido. Non vedo quale vantaggio sarebbe derivato da un cerimoniale meschino o indeterminato o di infimo grado o logoro”.
Molto è sull’iconofilia della chiesa, a cominciare dai primi papi che vollero le statue, anche loro, dei predecessori: “Sono in una città affollata di chiese e ogni chiesa è affollata di statue. Le vie sono sbarrate da fontane circondate da tritoni e sormontate da santi. Ma è specialmente nelle grandi chiese disegnate come templi classici che troviamo quell’esuberanza del realismo classico ricco di tutto fuorché di classica serenità”.

Sa che questa esibizione di bellezza urta molti: “Per certuni, e specie per coloro che amano il nordico misticismo del gotico, questi marmi tumultuosi e multiformi hanno qualcosa di opprimente e perfino di ripulsivo e quasi insopportabile”. Ma non si ascia intimidire dalle apparenze: è una “splendida volgarità”, contro “la malsana purità e quella raffinatezza ultraterrena tanto più blasfeme del virile materialismo di san Tommaso che Cristo onorò in una prova”». Grazie alla «”eggerezza latina… è perfettamente cattolico” considerare Maria come la seconda Eva ma anche la seconda Venere: “Essa comprende tutta l’umana tragedia della caduta e della infruttuosa ricerca pagana della felicità”. 
“La Resurrezione di Roma” Chesterston dedicava a Charles Scott Moncrieff, “che combatté per l’Inghilterra e sperò così tanto per l’Italia\ e morì come un soldato romano\ a Roma”. Traduttore di riferimento di Proust in inglese, “Alla ricerca del tempo perduto” avendo traslato con lo shakespeariano “Remembrance of Things Past”, titolo canonico nella traduzione inglese fino a recente. Protagonista di note disavventure omosessuali, Moncrieff era morto a Roma da poche settimane di cancro all’Ospedale del Calvario, la clinica delle suore dell’ordine del Calvario.
G.K.Chesteston, The Resurrection of Rome, free online 

domenica 28 luglio 2019

L’Italia non è più quella, dei borghi


Manca più di un quarto all’incasso ipotizzato di Imu-Tasi, la patrimoniale sulla casa – il 26,9 per cento. Al Nord manca un quinto, il 21 per cento. In Campania e Calabria due quinti – il 38,6 e il 43,2 per cento rispettivamente. È finita o va a finire l’Italia dei mille borghi, della popolazione diffusa, radicata. L’idea, o l’ideale, dell’Italia unica tra le nazioni, che ogni borgo nutre il genio.
Emigrazione e tasse spopolano l’Italia. Le tasse sulla casa hanno fatto emergere, e radicalizzato, in meno di un decennio un’altra Italia. Per un abbandono già diffuso, effetto dell’emigrazione, senza più ritorno.
Il calcolo dell’entrata potenziale della patrimoniale fa riferimento al patrimonio immobiliare. Ma in quasi tutti i paesi della Calabria le abitazioni abbandonate sono più numerose di quelle abitate. Abbandonate. Cioè non disabitate ma utilizzate, anche se per pochi giorni l’anno, o ogni pochi anni. Immobili di cui nessuno si ritiene più padrone. 

Il controllo del Terzo settore


Si inalberano l’“Avvenire” e i vescovi italiani per le denunce che sempre più fioccano sul Terzo settore. Ora per l’affido, l’affidamento dei minori, ragazzi per lo più tra i10 e i 17 anni. Per i quali una migliaio di case famiglia sono state allestite, la maggior parte da parrocchie e organizzazioni religiose (250 solo quelle che fanno capo a don Benzi). Per una spesa di 50 euro al giorno per ragazzo ospitato – meno se il minore va in una famiglia, 15 euro al giorno. Per un esborso complessivo, da parte dei Comuni e\o delle famiglie d’origine, di 12 milioni di euro, al mese.
Non una spesa eccessiva, si sottintende. Per la cura di quasi 50 mila minori. Ma se ci sono abusi, magari di case famiglie e affidi non della diocesi, perché non denunciarli?
L’“Avvenire” s’indigna in realtà nell’ambito della campagna contro Salvini, cui i vescovi l’hanno giurata. Ma sanno loro stessi, l’“Avvenire” e i vescovi, che l’accoglienza, dei minori come degli immigrati, e tutto il terzo settore in genere, è marcio. Il lodevole principio della sussidiarietà, per cui lo Stato delega funzioni che sa fare male, magari a un costo minore, resta terreno d’improvvisazione e piccoli affari. Un controllo – un albo, un’Autorità di controllo – è solo necessario. Per il bene dello stesso terzo settore delle diocesi, di gran lunga il più importante, e probabilmente il meglio organizzato, di questo enorme mercato – è terzo settore tutta l’assistenza che il settore pubblico, Stato e Comuni,  delega a esterni, per motivi di economia e di efficienza, un campo sterminato.
La chiesa come sempre va protetta da se sessa.

Machiavelli casuista


“Nondimanco”, tuttavia, l’avversativo è ricorrente in Machiavelli: le cose dovrebbero stare così, e tuttavia… Da questa minima chiave linguistica Ginzburg risale a ricostruire la formazione casuistica di Machiavelli. L’eccezionalismo, si direbbe, “segnala un elemento che è al centro dell’opera di Machiavelli: la tensione tra norme ed eccezioni, ispirata alla casistica medievale”.
Un Machiavelli casuista? Ginzburg ricostruisce, con la consueta verve filologica, un persuasivo filo inerpretativo, radicando Machiavelli nella sua cultura, Aristotele e san Tommaso – seppure, per il tratto più caratteristico, l’ipocrisia consigliata ai tiranni, su un Tommaso spurio, il tomista Pietro d’Alvernia. Basandosi sulle letture probabili di Niccolò giovane in casa, tra i libri del padre Bernardo.
Bernardo, che tenne un “Libro di ricordi” con molte notizie su Niccolò, è personaggio del dialogo “De legibus et iudiciis” del cancelliere fiorentino Bartolomeo Scala, “redatto nel 1483 o giù di lì”, e “rimasto inedito”. Nel quale argomenta che chi detta le leggi è la ragione ben guidata, “simulacro della divinità”. Con un primo collegamento alla scolastica casistica. Nella sua biblioteca – di cui segnava ogni acquisizione nel “Libro di ricordi” figurano sicure fonti di casistica, le opere del giurista Giovanni D’Andrea.
Molto di Machiavelli Ginzburg rintraccia poi in Galileo. E in Pascal, malgrado il rifiuto: “Pascal, lontano sia da Machiavelli sia da Galileo, si era nutrito dei loro pensieri; non sarebbe diventato interamente se stesso senza di loro”. Il sottotitolo più corretto essendo, dice, “Pascal, Machiavelli”. Pascal conosceva il Machiavelli corretto, dei “Discorsi sulla prima deca di Tito  Livio”, oltre che del “Principe”, e ne usava la tecnica, di deduzioni e controdeduzioni – Machiavelli è molto presente in Francia, da subito, nelle lotte di religione a metà Cinquecento che ebbero al centro Caterina dei Medici, e dopo.
“Letture intricate”, giusto il titolo del quarto saggio della raccolta. Di Machiavelli radicato anche in Aristotele, seppure col filtro tomistico, o probabilmente via Pontano. E riverberato da Galileo, dallo stesso suo nemico Campanella, caratteristicamente pro Galilelo e anti Machiavelli, e da Pascal. Comprese le inevitabili ripese degli “antiquari” e di “alcuni sui lettori”. L’attivissimo Kaspar Schoppe soprattutto, luterano tourné cattolico, antiprotestante e antigesuita, polemista ferace.
C’entra anche Croce, che per primo ha rinviato Machiavelli alla casistica. Una traccia ripresa  da Singleton, il traduttore di Dante, “The Perspective of Art”, 1953, con “le pagine più profonde che siano mai state scritte sul pensiero di Machiavelli”. Il presupposto è che Machiavelli va letto fuori “dalla sua ricezione”: “machiavellismo e antimachiavellismo sono temi di ricerca importanti, ma Machiavelli va analizzato fuori dagli stereotipi, positivi o negativi, legati alla sua controversa fortuna”.
Il secondo saggio, “Diventare Machiavelli”, porta nuovba luce sulla “prima oscurissima fase dello sviluppo intellettuale di Machiavelli”. È un riesame dei “Ghiribizzi al Soderini”, “l’abbozzo di una lettera che forse Machiavelli non spedì”, datato 12 settembre 1506, a commento di “un breve messaggio di Giovan Battista Soderini”, nipote del gonfaloniere Pier Soderini, “redatto non a Firenze dopo il ritorno dei Medici ma, verosimilmente, a Perugia, subito dopo l’entrata di papa Giulio II in città”, non contrastato dal Baglioni, signore della città. Una lettera “cui Machiavelli aggiunse velocemente alcune notazioni in margine: con ogni probabilità appunti che intendeva rielaborare”.
L’inizio della nota a margine è il nucleo della futura riflessione di Machiavelli: “Donde nascha che le diverse operationi qualche volta equalmente giovino o equalmente nuochino”. Con un primo abbozzo di soluzione logica: “Donde io credo…. che si habbi nelle cose ad vedere el fine et non el mezo, ed  vedendosi con varij governi conseguire una madesima cosa et diversamente operando havere uno medesimo fine”. Un quesito, nota Ginzburg, che in francese ha questa risposta: “Par divers moyens on arrive à pareille fin”, ed è il titolo del primo dei “Saggi” di Montaigne.
Con un’analisi delle “parole machiavelliane”: virtù, fortuna, forza, giustizia. E un omaggio a Francesco Orlando, il professore di italianistica alla Normale che era stato allievo di Tomasi di Lampedusa, con un “Leggere tra le righe. Noterella su Il Gattopardo”. Orlando aveva ipotizzato Machiavelli come probabile radice del “messaggio” gattopardesco, “se vogliamo che tutto rimanga come è, bisogna che tutto cambi”. Ginzburg ne dà le coordinate, nei “Discorsi sopra la prima decadi Titolìo Livio”, I, XXV E mostra iI tanti passi in cui Lampedusa si rifà a Machiavelli.
Due saggi apparentemente avulsi completano la raccolta machiavelliana. Uno su “Le Provinciali”, l’opera antigesuitica che si attribuisce a Pascal, sull’ironia che la anima, fino al burlesco. E uno sull’“Euclides Catholicus”, un libello illuminista antigesuita e aatipapista, che accosta il “religiosissimo” Machiavelli ai gesuiti – “uno stereotipo ricorrente”. In filigrana, è l’influsso di Machiavelli in Francia. Anche attraverso Nicolas Perrault, fratello del Charles delle fiabe, un teologo esperto di casistica. In cui era versato anche Pascal.     
Carlo Ginzburg, Nondimanco. Machiavelli, Pascal, Adelphi, pp. 242 € 18