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sabato 26 luglio 2014

Torna il monopolismo, benedetto

Nella banca no, i disastri sono ancora recenti, ma nella tv, nella telefonia, nella comunicazione (Facebook, Google, Windows), è l’ora del monopolio. Le acquisizioni si succedono, e gli accorpamenti. All’insegna, come sempre, dell’innovazione e delle sinergie, i due pilastri classici del monopolismo. Ma senza nessuno dei bilanciamenti – i “paletti” - che il mercato e gli Stati sempre hanno posto allo strapotere di un singolo soggetto. Anzi, in un generale entusiasmo.
È la riprova che l’informazione è malata, a partire dalla sua radice, l’informazione economica – dimmi come mangi e ti dirò ch sei. Fatta dalle banche d’affari, che sono poi le artefici e beneficiarie del neo monopolismo, o “grande è bello”. Un mercato che inneggia al monopolismo è per natura sospetto. Tanto più quando il monopolio, come ora, s’impone nell’informazione. E invece non c’è scandalo, solo entusiasmo.
Più bizzarra è la disattenzione della politica, dei pubblici poteri. Che dovrebbero temere più dei singoli il monopolio dell’informazione e invece se ne congratulano, lo benedicono. Nel nome dell’efficienza, dell’occupazione (del suo aumento o della sua riduzione?), della conconcorrenza internazionale, tutta roba risaputa senza senso.

Come far fallire una buona Opera

Come da prassi, ha imputato l’imputabile alla passata gestione. Ma ora si trova a dover chiedere il fallimento, prigioniero del profondo rosso che ha messo nel conto. Di un teatro d’opera, l’Opera di Roma, che nei precedenti tre anni aveva prodotto stagioni memorabili, le migliori di tutta la produzione italiana, orchestra, coro e direzione artistica tutti di ottimo livello. Coi riconoscimenti di Milano, e di piazze esigenti all’estero, in Germania e in Giappone.
Non un genio, si direbbe questo amministratore, e invece è l’unico che non si contesta. Carlo Fuortes, manager a Roma di tutta la cultura che sia gestibile, per conto del partito Democratico, non ammette l’errore e anzi attribuisce il fallimento ai dipendenti fannulloni, e soprattutto alla Cgil. Non è l’unica stranezza di questa crisi.
Il sindaco Marino, che ha voluto l’Opera per lo spoil system, per motivi politici, e all’Opera ci ha messo Fuortes, è un fan del fallimento: “È la soluzione migliore”, dice. Da non credere ma lo dice.
La terza stranezza, non minore, è l’accanimento della stampa romana che conta, il “Messaggero” e le cronache romane del “Corriere della sera” e di “Repubblica”, contro l’Opera e a favore della gestione fallimentare. Se è  solo per conformismo politico, allora questo è grave. Ed è il conformismo dei giornalisti o dei padroni dei giornali?

Le due vite di Dorian Gray

“Il dattiloscritto originale non censurato” è il sottotitolo. La prima redazione del “Dorian Gray”, diversa da quelle conosciute: il racconto come Wilde l’aveva scritto, “prima che le pressioni commerciali, sociali e legali portassero alle  numerose modifiche, tra cui l’eliminazione dei contenuti omosessuali più espliciti”, avverte in nota il curatore Nicholas Frankel.
È la redazione dattiloscritta, con tremila correzioni a mano dell’ultimo minuto, inviata nel 1890 al periodico americano “Lippincott’s”, che l’opera aveva commissionato, che però qua e là moderatamente la censurò, per complessive 500 parole. Quella che sempre si ripubblica, opera dello stesso Wilde per l’edizione in volume un anno più tardi a Londra, è censurata sostanzialmente, a seguito delle stroncature e delle minacce giudiziarie che avevano seguito la pubblicazione americana. Questa si segnala per rendere manifesto l’omoerotismo, seppure velatamente, molto, per tre o quattro accenni che Wilde poi eliminò. Di più si segnala perché non fa di Dorian Gray, l’esteta edonista, il protodecadente, una vittima del suo disprezzo del mondo, acuendone la mostruosità, come lo stesso Wilde farà nella riscrittura. Abbrutendolo e invecchiandolo, non bonariamente e quasi con cattiveria - “avrebbe ucciso quella mostruosa vita dell’anima, e senza i suoi orridi ammonimenti avrebbe ritrovato la pace”. In entrambe le versioni Dorian è una figura tragica, ma nella seconda è come condannato.
Frankel mette in mostra il debito con Walter Pater, i cui “Studi sulla storia del Rinascimento” furono lettura giovanile di Wilde, e anche “Mario l’Epicureo”. Un debito che l’atteggiamento poi  avversativo di Wilde rafforza, che criticò Pater per essere tropo timidamente edonista, e anzi rifiutare l’edonismo che pure predicava, evasivo – “è mai stato vivo?”. Nell’edizione purgata del “Dorian Gray” anche Wilde fa una critica dell’estetismo – poi decadentismo. Ma la scrittura resta volutamente estetizzante – perfettina, preziosa: gemme, paramenti, autorità, maiuscole (Genio, Bellezza, Notturno….). Senza mai uno strappo, un ghigno. “La correttezza dovrebbe sempre essere subordinata all’effetto artistico e alla cadenza musicale”, spiega lui stesso nella corrispondenza: “Qualsiasi peculiarità sintattica in «Dorian Gray» è intenzionale e introdotta per chiarire il valore artistico »
Harold Bloom diceva Oscar Wilde ai giorni nostri “una superstar” del genere Warhol, Capote, una meteora. Uno dei suoi tanti movimenti di malumore dello studioso, molto snob. In realtà è uno scrittore, il personaggio lo sbiadisce. Oscar Wilde morì di 46 anni. Ne aveva 41 quando fu condannato e arrestato per sodomia e si fece due anni di lavori forzati. Solo da dieci era entrato nella scena letteraria londinese. Beniamino delle upper class, benché irlandese. La sua vita è il suo capolavoro, si suole dire, ma come scrittore fui meglio.
Oscar Wilde, Il ritratto di Dorian Gray, Meridiani paperback, pp. 221 € 12

venerdì 25 luglio 2014

Non sono inglese, sono scozzeseee

Lo dice Alexander Fleming, lo scopritore della penicillina, in una famosa cena a Indro Montanelli, dopo essersi negato a qualunque evidenza. Montanelli sbotta: “Ma non è lei, Alexander Fleming, l’inglese che ha scoperto al penicillina?”. “Non sono inglese, sono scozzese!”. La distinzione non era frequente, ora sì.
Dunque Sean Connery, pur non frequentando la Scozia, ce l’ha tatuata e la vuole separata. A.K.Rowling no – Londra è il paradiso di Harry Potter, lo vendono in mille pezzi, dagli occhialetti ai vecchi trucchi di magia riconfezionati.Certo, la Regina sarà dimezzata, se il referendum andrà a buon fine. Un peccato, dopo che era scesa sull’Olimpiade in elicottero. Ma per Helen Mirren non sarebbe la consacrazione?
Ci sono sempre i pro e i contro, anche nei referendum. Ma, fatte le somme, che Inghilterra avremmo? E se anche Shakespeare, fra i trecento e tanti altri non-Shakespeare che potrebbe essere (ce n’è pure uno di Bagnara, in Calabria), si dichiarasse scozzese?
Certo, la Scozia non esisterebbe senza Walter Scott, che la “inventò” nei famosi saggi della “Invenzione della tradizione”. Scott era scozzese, non solo di nome, ma ben londinese. Come la madre di Harry Potter, e molti anglo-indiani, Rushdie, il Dio delle piccole cose, eccetera. Ma poi i migliori inglesi, filosofi, scienziati (Jams Clark  Maxwell tra i tanti, oltre Fleming e Watt), economisti, medici, amministratori imperiali, e qualche generale, sono scozzesi. Dovremo dire che gli in glesi sono in realtà scozzesi?
Prendiamo la filosofia. La lista è imponente: Kant, Ferguson, Adam Smith, Hume, Carlyle, Francis Hutcheson - che però era irlandese. Anche degli scrittori: Conan Doyle per esempio, accanto a W.Scott, Stevenson, James Barrie. Kant, bisnonno Cant, con tutto il teutonismo con cui si esprime, è scozzese, negatore della natura, contrattualista, per quel suo patto etico con se stessi e la società, lo scozzese do ut des.

Gli antenati di Arbasino

Persone e personaggi del secondo Novecento. Con qualche divagazione oltre Chiasso. I personaggi ci sono tutti, quelli che ci si aspetta dal social scientist Arbasino testimone del tempo, dalla A di Agnelli (l’Avvocato) alla Z di Federico Zeri. Ma, sembrano, sullo svogliato: istantanee, di mezza pagina, una pagina. Arbasino è come se fosse stufo di presenziare ovunque.
Eccezione fa per Pasolini - con Verdi e Visconti, e con Praz. Forse per uan identificazione ambita impossibile, tra due mondi separati, e due posizioni false - Arbasino faceva il giovane giornalista trentenne, togliendosi qualche anno, Pasolini il maturo autore quarantenne, invecchiandosi. Fino alla constatazione - interrogativa affermativa - ultima: “La letteratura come vita uccide ancora”. Che accula PPP (“come solo lui si scriveva”) a Oscar Wilde, alla letteratura come arte. Senza malizia? Arbasino usa prenderci amabilmente in giro.
Alcune presenze però sono ingombranti, se non di peso: Dossi, Tessa, Puccini, DAn­nun­zio, “e la mia concittadina vogherese Carolina Invernizio”. Che non ci sono per caso: un’autobiografia in petto? Tutt’e cinque sono rintracciabili nell’autore.
Alberto Arbasino, Ritratti italiani, Adelphi, pp. 552 € 28

il mondo com'è (182)

astolfo

Collegati – Sta per scollegati. Dalla vita quotidiana, dagli affetti, dai legami familiari, sociali e di amicizia. Il collegamento istantaneo e costante isola più che collegare. Isola dal circostante. Sul quale, quando avviene, riversa umori di incerta origine e natura, eventi e circostanze. Modifica i pesi e l’intensità dei rapporti.

Guerra – Non è mai pulita, come ultimamente si pretende. Con la pubblicità della guerra “chirurgica”, prima tedesca poi israeliana, delle bombe “intelligenti”, delle morti mirate, del danno minimo. La guerra è eccesso, spreco, morte indiscriminata. La guerra moderna, malgrado ogni pretese o apparenza tecnologica, più della classica: che si fa a distanza, con gli aerei e l’artiglieria (missili), senza più i corpo a corpo. Si dice: per non esporre la truppa. Ma il bombardamento è sempre cieco e indiscriminato. L’artiglieria s’intende perfezionata dai missili nel senso che puntamento è migliorato, e ora si può arrivare sull’obiettivo senza “aggiustamento” né “forcelle”, il tiro ora lungo ora corto di approssimazione all’obiettivo. Ma non “vede” l’obiettivo – per esempio, in più casi, ha  puntato l’aereo sbagliato, un pallino come un altro nella lettura e il calcolo radar.

Irak – L’unico scorcio di turismo sessuale, in tanti viaggi nell’ex Terzo mondo, è stato a Bagdad. Il tassista a Bagdad, che pure non era nel turismo sessuale, aveva una vergine: “Fuori città. Un luogo rispettabile. Di dodici anni, il primo fiore”.
Il mezzano nella belletristica araba è chiamato a Bagdad “il Prefetto”, e questo è tutto: pure il sesso è triste in quei posti. Si dice che il fascino dell’islam sui popoli maschili è da spiegare in parte col posto che il Profeta fa ai piaceri dei sensi. Ma in quei posti c’è solo tristezza, le “Mille e una notte” sono l’Oriente dell’Occidente.
Bagdad è peraltro l’unico posto in cui la mollezza islamica non c’è, niente occhi al khol né barbe all’henné. Saranno assiri travestiti? L’Oriente è una fuga modesta, tra banditi di passo e tiranni crudeli, senza torri né ziggurat.

Islam – Resiste e anzi si vuole risorto, in parallelo con l’invettiva, il fantasma di un califfato benevolo e tollerante. È un mito soprattutto ebraico, specie del Nord Africa e di Spagna, ma anche cristiano. E non, per una volta, in chiave antiromana: è un mito che gli islamologi volentieri coltivano. Mentre non ci fu un califfato tollerante. Non  più che il sacro romano impero. Dalla biblioteca di Alessandria alle jihad (che le guerre di espansione o le guerre civili vuole di annientamento, per motivi “religiosi”) ogni volta che i califfi, fino all’impero ottomano, ne hanno avuto bisogno non si sono posti limiti alla violenza. La differenza con l’odierno fondamentalismo c’è ma è di natura politica: il califfato era una creazione politica, quindi ordinata e ragionevole, seppure sulla base de rapporti di forza, mentre il fondamentalismo che l’Occidente sta imponendo sul mondo islamico è solo ideologico. Fato di furori, di violenza senza limiti, anche soltanto distruttiva.

Italia-India – Fu un parallelo di moda a metà Ottocento, con cospicue ripetuti accostamenti da parte di Cattaneo, in particolare, e di Marx, in qualità di pubblicisti, collaboratori di giornali e riviste.  Marx, non conoscendo l’India né l’Italia, ne scrisse profusamente sulla “New York Herald Tribune”: “L’Indostan è un’Italia di dimensioni asiatiche, con l’Himalaya per Alpi, le pianure del Bengala per quelle di Lombardia, il Deccan per Appennini, Ceylon al posto della Sicilia”. Con la stessa varietà di prodotti del suolo, la stessa divisione politica, lo stesso passato di terra di conquista.
L’analogia dominante è fisica di protrusione. Analogamente Cattaneo, con l’uso della stessa fonte di Marx – o è Marx la sua fonte? o viceversa? intrigante problema storico - ma con più convinzione: “La penisola indostanica rammenta l’Italia. Anch’essa ha le sue Alpi: anch’essa protende fra due mari una catena di Appennini; l’indole fluviale del Gange simiglia a quella del Po; il Bramaputra raffigura l’Adige; la Nerbudda l’Arno; l’Indo gira intorno alli Imalai come il Rodano alle Alpi; l’altipiano del Seichi e di Casmira potrebbe compararsi a quello dell’Elvezia”. E così via: “Quello dei Rageputi al Piemonte, le campagna d’Agra e di Benares alla Lombardia, la laguna veneta al Bengala, i monti dei Maratti alla Liguria e all’Etruria, le lande del Coromandel al tavoliere dell’Apulia, il Malabar alle riviere della Calabria, e l’isola di Ceilan, se non giacesse verso levante, alla Sicilia”. È per Cattaneo un segno di genio quando, “cercando le Indie dove le Indie non sono, s’incontra il Nuovo Mondo”.

Marx poi complicò la somiglianza aggiungendovi l’Irlanda e il lingam: “Dal punto di vista sociale l’Indostan non è l’Italia, ma l’Irlanda dell’Est”. Una “strana combinazione”, tra “un mondo di voluttà e un mondo d’inimicizia”.
Qusta strana combinazione trovava anticipata nelle tradizioni indù: “È una religione di esuberanza sensuale, e insieme una religione di ascetismo flagellante; una religione del lingam e del juggernaut; la religione del monaco e della baiadera”. Juggernaut essendo l’anglicizzazione di jagannath, il dio Visnù sotto il cui carro i fedeli esaltati dalla flagellazione si buttano.

L’Italia indiana è esercizio anglosassone. È l’esotismo, si può dire, cognito, di casa, della propria tradizione. Isherwood ne ha scritto, che è grande viaggiatore pur non conoscendo l’Italia - c’è venuto tardi, già accasato a Don Bachardy, e a Venezia pianse: “I bengalesi non sono affatto nordici, ma molto vitali, brillanti e volubili, e se piangono non è per molto; somi-gliano molto agli italiani”. E Forster a proposito del signor Fielding, suo alias in “Passaggio in India”, di una sua fissa: “Guardare un indiano come se fosse italiano non è errore consueto e neanche fatale, forse, Fielding tentava spesso delle analogie tra questa e l’altra penisola, più squisitamente popolata, che si protende nelle classiche acque del Mediterraneo”. O forse aveva ragione Loti, cui l’India piaceva ma senza  inglesi.

Anche Voltaire era patito dell’India, con Diderot e Herder. L’illuminismo cioè, ma senza l’Italia. Un loro contemporaneo ascrisse all’India Mosé, “benché rinnegato”. Friedrich Schlegel quindi sancì: “Tutto, assolutamente tutto, è di origine indostana”.

Scissionismo – Grillo con le scomuniche, Berlusconi – che lo ha favorito, forse, a danno di altri con i soldi – con la cancellazione e la rifondazione del partito, il Pd col carisma di Renzi vincitore alle elezioni, il fantasma della defezione sempre ingombra la politica di ricatti e tradimenti. Dopo che lo si pensava sconfitto con l’uninominale maggioritario. L’India lo combatte con una legge anti-defezione.
È una piaga comune alle democrazie indotte, impostate su modelli e sotto influenza dall’estero. L’India vi indulge al punto che una legge antidefezione è stata promulgata, tutti i grandi partiti d’accordo, specialmente il partito del Congresso, che è, è stato, il partito dominante. Contro le miniscissioni, di cui si assume come vero il ricatto ai partiti e ai governi, piuttosto che l’autonomia politica dell’eletto, o il vincolo-mandato di rappresentanza con gli elettori. Il mandato stesso essendo piuttosto dell’eletto col partito che lo ha candidato e sostenuto.

Unisex – Introdotto da Levi’s sul finire del 1969 per presunti risparmi di taglio e di stoffa, e come moda. È rimasto, afflittivo per la metà dell’umanità, specie in viaggio e al lavoro sedentario. Di fatto punitivo nei confronti del maschio. Forse anche non per caso. Mentre la rivoluzione femminile si era fatta appena tre-quattro anni prima col no bras  e la minigonna, quella maschile si fece con la costrizione (castrazione?). La ditta di abbigliamento sportivo Columbia prevede il cavallo sfalsato, con asta destra più lunga, per il pantalone femminile - per stare comodi bisogna comprare femminile?

Enrica Parrucchietti e Gianluca Marletta ne fanno un complotto: “Unisex, la creazione dell’uomo senza identità”, Arianna Editrice. Ricostruiscono e collegano una serie di eventi, pare, per dirlo l’esito dei “poteri forti”, le lobbies mondiali, nel quadro della creazione dell’“individuo manipolabile”. Non può essere vero, ma è senz’altro peggio: è una tortura, lieve ma ininterrotta, dell’uomo.
Un complotto, semmai, dell’antimaschilismo.  Che è sempre forte anche tra i maschi. Si fa grande caso di uno scrittore norvegese che ha pubblicato alcune migliaia di pagine – dice la pubblicità - sulle pappe da lui preparate e i pannolini da lui cambiati. Cose che tutti fanno. Ma è bene dirlo un’eccezione perché così lo leggeranno le donne  - i lettori, come si sa, sono lettrici.

Sarà all’origine della decadenza del giornalismo, lavoro sedentario per eccellenza: telefono, rete, redazione, impaginazione?

Karl Owe Knausgaard, lo scrittore dei pannolini, è eccezionale però anche in questo, assicura Barbara Stefanelli: è “bello, norvegese, classe 1968, anno fatale, alto, capelli lunghi biondi e brizzolati insieme”. Nostalgia del principe azzurro?

astolfo@antiit.eu

giovedì 24 luglio 2014

Se la difesa dell'Italia si fa a Washington

Dunque, sappiamo dal “Times of India”, via rosebud (www.rinabrundu.com), che l’Italia l’altra settimana ha chiesto la collaborazione Usa per risolvere il caso dei marò detenuti in India, ormai da quasi tre anni, senza condanne e senza imputazioni. Il caso in effetti non è semplice, ma con gli Usa viene inquadrato nella giusta posizione, come un evento della lotta alla pirateria. Alla quale l’Italia partecipa per un impegno internazionale su impulso Onu-Usa.
Il caso è questo. Semplice, ma non abbastanza per la diplomazia europea. Il Consiglio Europeo, la Commissione europea, la baronessa Ashton, responsabile della politica estera europea, non hanno fatto e nemmeno detto nulla.
Con la collaborazione americana, il caso si risolverà. L’Italia ha una ventina di costose missioni militari in giro per l’Africa e l’Asia, in accordo con gli Usa. E dunque, ancora una volta l’Italia trova ascolto a Washington ma non a Bruxelles. Dove al contrario ora il suo candidato al posto della Ashton, sia Mogherini sia D’Alema, viene contestato dai paesi ex Urss che vorrebbero la Ue in guerra con la Russia. Che è incredibile, ma è quello che sta succedendo.
È la conferma che non c’è una politica estera e di difesa europea. Non è interesse delle forze egemoni in Europa, dapprima Londra e Parigi, ora Berlino. Mentre è interesse dell’Europa, se vuole un futuro, e quindi dell’Italia.
Giocarla sul piano delle buone intenzioni, come fino ad ora è stato fatto, non porta a nulla: l’Europa non ha cambiato le vecchie regole del gioco e ad esse bisogna attenersi. Costruire un potere negoziale. L’Italia purtroppo ha rinunciato a suo tempo al potenziale maggiore, l’allargamento a Est. Ma ha ancora un ventaglio di fronti aperti: l’immigrazione, il bilancio, i rapporti con la Russia, con l’America Latina, con l’Africa, dove l’Italia ha credito da spendere, il tema purtroppo accantonato delle regole finanziarie (sapendo che Angela Merkel ha stabilito un asse con la City londinese), la politica energetica (dove però dovrebbe cominciare col rendere competitivo il mercato interno).

Vero o falso – 15

Il governo socialista francese espelle i rom. Vero

Ne ha espulsi più del precedente governo conservatore. Vero

Il premier finlandese Katainen si è dimesso per fare il commissario all’Economia a Bruxelles. Vero

La parte più importante dei bilanci delle società sportive sono le tasse, pagate allo Stato. Vero

Lo Juventus Stadium ha perso 17 anni di pratiche, dal 1994 al 2011. Vero

La nuova autostrada privata Brescia-Milano ha preso cinque anni per la costruzione e quattordici di pratiche e autorizzazioni. Vero

Il grosso degli alfaniani ha votato per l’arresto di Galan. Vero.

Cantore si fa un po’ di Expo a Milano, per la visibilità, per poi tornare e vincere le regionali in Campania in primavera. Più vero che falso

Si dà, anche a Bolzano, l’aggravante mafiosa per evitare la prescrizione. Vero

Berlusconi vuole morire dem

Democrat no, ma democristiano sì. O viceversa? Insomma, quella cosa lì. I suoi figli hanno già fatto una conversione a u, troppo cara l’opposizione. Lui non può, ma ne è affascinato. Da Renzi, dalla loquela, dalla gioventù, e più dalla strafottenza. Di uomo solo al comando. Di una truppa che recalcitra ma mendica  Che non si sa, perché la scienza politica non l’ha studiata, ma è l’essenza del democristianesimo: una grande truppa dietro uno o due leader.
Adesso non può. Anche se la tentazione gli viene forte di mandare tutti i suoi cialtroni a quel paese. Ma specialmente dopo l’assoluzione per Ruby non sta nella pelle. Già si vede immortalato come padre nobile della nazione. Dai nuovi cacciatori dei suoi voti che, invece di augurarsene la morte, come già Fini e Casini, e probabilmente Alfano, se lo appropriano col semplice riconoscimento.
Già, essere riconosciuto come uomo politico tra i tanti, come un leader rispettabile seppure in bassa fortuna, è per lui un premio. In questo mostrando di essere più uno della truppa, come lo era stato nei suoi primi trent’anni di attività, devoto di Forlani, Mastella e Andreotti insieme. Più a suo agio che nella veste del leader che si è costretto a impersonare con la “discesa in campo”. 

L’amore anima e corpo

C’è l’amore dell’anima, che spesso esclude il corpo. E l’amore corporale, anche a meno di un rapporto spirituale. Ci può essere l’uno e l’altro, Lou argomenta – che all’amore ha dedicato le riflessioni di una vita (qui più vive perché successive ai quattro anni di passione con Rilke). Ma sono altra cosa che l’amore, che il corpo, nelle infinite forme delle sue risposte, unisce all’anima.
Lou Andreas Salomé, Riflessioni sull’amore, Mimesis, pp. 48 € 4,90

mercoledì 23 luglio 2014

Europa sovietica

I baci tra i ventisette
Le foto di gruppo
Le direttive
I commissari
I consigli, comitati, gruppi,….
I burosauri
Il parlamento inutile
Le facce intercambiabili
L’unanimismo
I satelliti
A Berlino invece che a Mosca

Secondi pensieri - 182

zeulig

Dio – Essenzialmente è scrittore. È legato alla scrittura. Il Dio unico – esclusivo e geloso – di Mosè è uno che si rivela nella scrittura. “Dio è l’autore delle Sacre Scritture”, dice il nuovo Catechismo. La contemporaneità non ha bisogno di temerlo, che fa a meno della scrittura e dell’autore.

Morirà con la scrittura – sta morendo ora, che la scrittura si rarefa - oppure la scrittura diventerà immortale?

È smemorato, seconda la gallina filosofa di Malerba (“Le galline pensierose”), perché ha dimenticato proprio le galline, tra i tantissimi animali con cui ha riempito l’Arca, quello più utile. Questo può spiegare perché a volte non c’è – non c’era ad Auschwitz, etc.
Oppure è un soccorritore. Sta lì a impedire che l’uomo di distrugga, tanto è stupodi per la pretesa di essere intelligente. “Se continueremo a commettere ingiustizie, Dio ci lascerà senza la musica”, il cardinale Ravasi fa dire a Cassiodoro.

Dio è musica non è male. Anche dissonante.

Feticismo – Una digitazione errata su google dà 276 pagine di fétichisme, la traduzione francese.
È l’unica locuzione che oggi distingue le vere religioni dalle posticce, anche se non si legapiù al concetto antropologico di primitivo.  

S.Agostino, “Locutiones in Pentateucum, 2, 138 usa, come sinonimo di simulacra, l’espressione facticii dei.

Chatwin faceva ancora grande caso del “feticcio”. Ma pure Bettini , nel recente “Elogio del politeismo”, 109. In latino è factitius, fabbricato, “in contrapposizione a ciò che è «naturale», annota il filologo. Nelle lingue romanze la parola subì vari adattamenti, tra cui il portoghese feitiço – “passato a indicare ciò che è «artificiale», nel senso di ciò che è stato realizzato tramite la magia”. Feitiço, ossia “artefatto magico, stregonesco”, fu poi usato nel ‘500 in Portogallo per designare i manufatti del Benin, nel golfo di Guinea. Qualcosa che aveva manteneva il carattere originario di soprannaturale, ma caricato di tinte stregonesche. Feiticeiro è in portoghese lo stregone – in analogia con l’italiano “fattucchiera”. Consacrato, nella traduzione francese fétiche, assortita di fétichisme e fétichiste, dal presidente des Brosses a metà Settecento per designare le religioni primitive, nell’ambito del concetto di primitivo che si veniva sviluppando, come quelle che adoravano cose e animali. Una degradazione, argomenta Bettini, come tante altre, della religione “diversa” dalla nostra. Come tale Hegel la recepirà: una religione per  poveri negri. Comte la alleggerirà soltanto, facendone una tappa attraverso cui tutti i popoli passano – alcuni prima, altri dopo.

È Des Brosses, che si può dirne il primo studioso, 1760, “Culte ds Dieux Fétiches, ou Parallèle d l’ancienne Religion de l’Egypte avec la Religion actuelle de Nigritie”, 1760, che lo elabora in senso religioso, per “il culto, forse non  meno antico del culto degli astri, di taluni oggetti materiali chiamati feticci dai negri africani”: “Chiamerò questo culto feticismo. Anche se nel suo contesto originario esso riguarda le credenze dei negri, intendo usarlo per ogni nazione i cui oggetti sacri siano animali o cose inanimate dotate di qualche virtù divina”. Che esemplifica in statue, pietre, alberi, bastoni, conchiglie, una vacca, una coda di leone, il mare stesso.
Freud lo sublimerà nel rimosso: “Il feticcio è un surrogato del fallo della madre da cui il bambino non vuole staccarsi”. Uno dei tanti surrogati – sempre del fallo della madre: “Questi surrogati possono essere utilmente paragonati ai feticci in cui il selvaggio incarna il suo dio”-

Somatismo – È la relazione più nomale, scontata, dell’anima col corpo, delle pulsioni emotive e anche intellettuali con la fisologia. Anche le “virtù morali” o naturali non si possono pensare disgiunte dal corpo.

Stupidità – La più pericolosa è quella intelligente: dei condottieri, i conquistatori,
SuicidioMontesquieu lo spiega in termini moderni, dopo aver fatto nello “Spirito delle leggi” il confronto tra i romani, che “non si toglievano la vita senza un motivo”, e gli inglesi, che invece si uccidono “senza una ragione, si uccidono perfino in piena felicità”. È per il benessere, cui consegue “un difetto di filtrazione dei succhi nervosi: l’organismo, le cui forze motrici divengono inattive, è stanco di sé”. Spiega Montesquieu: “L’anima non sente il dolore, ma una certa difficoltà di esistere. Il dolore è un male locale che ci porta al desiderio di vederlo cessare: il peso della vita è un male che non ha sede particolare e ci porta al desiderio di veder finire la vita”. Bisogna avere l’anima.

Un capitolo non a parte nella storia dei suicidi è l’Uticense, l’incorruttibile che annodò una serie abnorme di coincidenze, paradigma della storia, se essa è da intendersi una serie di reti neuronali. Catone il giovane, figlio e nipote di catoni, che morì a Utica, nei pressi di quella Cartagine che suo nonno Catone il Censore aveva voluto distrutta. Morì in difesa della repubblica dai tiranni e i concussori. Dopo aver combattuto Spartaco, la rivolta dei seimila schiavi crocefissi lungo la via Appia dal concussore Crasso. E aver voluto e ottenuto, contro il cesarista Cesare, la pena di morte per Catilina e i suoi rivoluzionari. Finì sconfitto dai soldati di Cesare, che era stato giovane amante di sua sorella Servilia, la madre di Marco Giunio Bruto, il futuro cesaricida. Un’altra Servilia, figlia d’un fratello di Catone, sposata a Lucullo, aveva scandalizzato il pur libertino marito al punto da farsene ripudiare. La sua propria moglie Marzia l’Uticense incorruttibile aveva invece prestato incinta al ricco amico Quinto Ortensio, che voleva un figlio, riprendendosela dotata alla morte di quest’ultimo. Morì facendo harakiri, dopo aver letto il Fedone con gli amici. Ricucito, riaprì la ferita, si strappò le viscere e le spezzettò perché i chirurghi non potessero ricomporle: non ne poteva più di se stesso. Sua figlia Porzia, che Ortensio aveva chiesto in prima istanza a Catone come moglie a tempo, lascerà il marito Bibulo per il cugino Bruto, il cesaricida, e si ucciderà ingoiando carboni accesi, i parenti avendole sottratto ogni altro mezzo. È inutile indignarsi di fronte al cinico. La virtù può far male.

Tolleranza – È molto equivocata. Più di tutti da  Bettini, “Elogio del politeismo”,  129: “Nasce solo nell’ambito della cultura cristiana a partire dal V secolo”. Ma  poi lui stesso spiega che l’intolleranza non nasce con le religioni monoteiste. Anzi, le persecuzioni anticristiane non sono eccezionali come sembrano. Sono in linea con le persecuzioni che, per vari motivi, si erano applicate e si applicavano ai culti di Iside, Serapide e Bellone, e contro i Bacchanalia. Contro culti che si presume possano incitare ai disordini politici – “congiure, sedizioni, associazioni illecite” (Mecenate ad Augusto). La cosa si è riprodotta, per esempio, nel Sette-Ottocento in Giappone, dove i cristiani furono sospettati di tramare contro il culto dell’imperatore.
Più risolutivo il dibattito tra Ambrogio, vescovo di Milano e poi santo, e il prefetto di Roma Simmaco sul diritto di esporre la statua della Vittoria in Senato, nella ricostruzione che Massimo Cacciari ne ha fatto nel 2006, “La maschera della tolleranza”. “Non si può giungere in un solo modo al mistero di Dio”, dice cristianamente Simmaco. A cui il santo vescovo obietta con l’intolleranza.
Ma è il concetto in sé che è equivoco, evocando l’idea di un potere maggiore che ne accetta, limitatamente, uno min ore. Meglio della tolleranza è il riconoscimento, come è giunta da ultima a fare la chiesa di Roma, che è in qualche modo anche un’adozione, dei riti esterni e infine delle verità. Non si può fare altrimenti differenza “tra un altare e un altro” - Cacciari - o “tra chi crede in Dio e chi si interroga sul Dio ignoto”.

Vomito – È tema vergine alla riflessione, la revulsione intestinale. Una forme il più delle volte dell’incontrollabile somatizzazione. Non essendo una funzione corporale, come digerire, defecare. Ovvero sì, ma a forte componente nervosa. Del corpo che non si governa per leggi proprie (dipendenze, affinità, rifiuti), ma è soggetto a impulsi incontrollabili e non motivati, se non per un movimento dell’animo, irriflesso.

zeulig@antiit.eu

L’Europa non può funzionare per egemonie e compromessi

Si deve a Streeck, sociologo di Colonia della vecchia scuola di Francoforte, la scoperta che  in quest’epoca di superliberalizzazione gli Stati si sono superindebitati, a beneficio del mercato. Non di poco: Streeck può calcolarlo nel più grosso trasferimento di ricchezza della storia, dai poveri ai ricchi. È la chiave del suo recente “Tempo guadagnato”. Ma forse c’è dell’altro, che lo stesso Streeck aveva anticipato nel 2011 in questo saggio che non si traduce.
Il “capitalismo democratico” è un’illusione, questo il punto di partenza. Sembra vetero marxismo, ma Streeck è realista. Si dice che non è un’illusione perché ha funzionato, seppure per un breve periodo, ne decenni successivi alla guerra – i “trenta gloriosi” anni successivi al 1945. Ma quella fu un’eccezione, il capitalismo democratico piuttosto si rappresenta nelle crisi a successione che alimenta. È il “governo attraverso la crisi”, che più volte è capitato di segnalare come il dato costante della situazione italiana. Che Streeck riscontra in Europa, la virtuosa Germania compresa. E ora l’Unione europea. Il pattern è semplice: markets vs. voters, se necessario – quasi sempre.
Una ricerca e un’analisi dei fondamenti della crisi che faranno testo. Più veri oggi che tre anni fa. Treeck muove da una critica all’analisi post-shock petrolifero, metà anni 1970, di tipo keynesiano, che con le regolazioni la politica potesse tenere sotto controllo le crisi. Al più, si pensava, si poteva avere una crisi di legittimazione, una sostituzione di orientamenti politici. All’epoca si era al culmine della regolazione del welfare, del successo della “politica delle riforme”, Questo sarà il nocciolo di “Tempo guadagnato”, il libro successivo a questo saggio che ne è anche un rielaborazione.
Poi alle riforme del welfare succedettero le controriforme liberali. Dando alla parola riforma il significato opposto: di allentamento dei vincoli negoziali e di deregolamentazione de mercati. Di quello del lavoro come di quelli dei beni e servizi, e dei capitali. I quali tornano a essere i padroni in incondizionati del vapore, impadronendosi pure delle imprese pubbliche, industriali e di servizi, banche comprese, alle quali impongono l’unico criterio del profitto, ribattezzato shareholder value. Un criterio a cui la politica e ogni società vengono aggiogate.
Streeck è pessimista. L’Unione europea non può funzionare spiega, così come non ha funzionato l’unità d’Italia, per egemonie e compromessi. E l’integrazione, già difficile in Italia, in Belgio, in Spagna, nell’Europa orientale, non può presumersi a livello continentale. Ma più di tutto è spaventato: il “metodo Ackermann”, o fate come dico io o andate in malora, applicato alla politica è spaventoso. Ackermann è – era all’epoca - il presidente della Deutsche Bank famoso per voler massimizzato in ogni circostanza il profitto immediato, della sua banca, senza occuparsi dei danni ambientali.
La conclusone proposta non è in linea col rigore della ricerca e dell’analisi. Steeck propone di smantellare la “cupola” bruxellese, per “difendere e recuperare per quanto possibile” un po’ di giustizia sociale. E tuttavia, come non essere d’accordo: la democrazia si riduce ad assicurare la propria solvibilità nei confronti dei creditori, impegnando nel debito anche le generazioni future..
L’ultima obiezione di Streeck non è però dismissibile, neanche al più accesso federalista: l’unità marginalizza le culture minoritarie. Già oggi questo è vero. Non si sono abbastanza denunciati i potersi omologanti, corrosivi, dell’imperialismo. Che non è tanto un fatto militare ma di modelli e identificazioni. La crisi dell’Italia è nel riconosciuto, accettata, vantata superiorità del modello tedesco - senza proporsi di sapere cosa esso sia.
Wolfgang Streeck, The crisis of democratic capitalism, “New Left Review” n. 71 sett.-ott. 2011

martedì 22 luglio 2014

Letture - 178

letterautore

Berlino – Mario Fortunato ne fa una voce, una serie di voci (“Le voci d Berlino”), alcune anche di frequentatori celebri, Isherwood, Auden, Erika e Klaus Mann, Benjamin naturalmente e Döblin. Altre ne avrebbe potuto aggiungere, Bachmann, Böll, lo stesso Grass. Ed è vero, come luogo letterario è vuota: la città risuona cav, ferrigna. La massima celebrità, quella incoronata da Bob Fosse con “Cabaret”, aveva come realtà una coppia di inglesi, Isherwood e Auden, in cerca a Berlino di maschi da smanettare, in appositi locali, con borchie e cuoio, meglio perché proletari. Mentre arrivava Hitler.
Capitale delle opposte libertà nel lungo dopoguerra, il topos non è stato riempito di nessun palpito resistenziale, sacrificale, ma solo di architetti americani e di spie. Come una scena muta per i gangster della politica.
Capitale della Germania, e prima ancora della Prussia, Berlino è in realtà una città di ugonotti. Federico Guglielmo rimpolpò con cinquemila ugonotti di Francia, dono dell’improvvido Luigi XIV, attivi e fervorosi, i diecimila berlinesi. La Prussia tutta, devastata dalla peste del 1709 e dalla guerra dei Sette Anni, fu ripopolata da Federico Guglielmo coi protestanti di Salisburgo, in aggiunta a quelli di Parigi, e trentamila svizzeri.

Califfato – È uno dei grandi miti filologici. Bagdad riunì molti letterati e filosofi, ma per il prestigio, come illustrazione del potere, e senza creare nulla – i maggiori geni venivano da fuori. Era un impero come un altro. Una costruzione militare e politica, come tutti gli imperi, che si celebrava con le arti. Gli orientalisti lo sanno, anche quelli che se ne dicono nostalgici: è un’utopia in forma di nostalgia.
Specialmente forte fu il mito nei Sei-Settecento, secoli di scienza e ragione. L’opera se ne fece un repertorio immenso. E la letteratura d’evasione, i primi romanzi. Semiramide da sola è protagonista di un centinaio di opere. Il solo Metastasio ha un catalogo interminabile di medìorientalismi: “Adriano in Siria”, “Alessandro nelle Indie”, “Achille in Sciro”, “Demetrio”, “Zenobia”, “Ciro”, “Artaserse”, “Didone” e “Catone in Utica”. Coi tanti Antigono, Armide, Zaire, Zaide, Zelmire e Giuditte trionfanti. Händel gli fa cocorrenza: “Almira”, “Radamisto”, “Giulio Cesare in Egitto”, “Alessandro”, “Siroe”, “Jephtha”, “Serse”, “Tolomeo”, “Esther”, “Berenice”. Anche Mozart ne fu contagiato, e Rossini.
Seriali i romanzi: “Artameno il gran Circasso”, 8.500 pagine, dieci volumi, “Almahide la schiava regina” otto, “Ibrahim il gran Bassa” quattro.

Digressione – Il romanzo in nota è attribuito a Gadda – ma è più verosimilmente di Arbasino. Le storie - qualsiasi storia - essendo scontate, l’unico interesse della lettura, e quindi della scrittura, starebbe negli “a parte”, le digressioni, il prima e il dopo, il sotto e il sopra, e l’a lato. Questo soprattutto: la digressione è una reazione a catena senza esito. Che in realtà non può prescindere dai dialoghi e le altre tecniche narrative, pena l’illeggibilità.  

Giallo – Sta per libri economici, di larga circolazione, più che per romanzo thriller. I romanzi decadenti francesi, storie di avventure amorose perlopiù, si sono pubblicati per un cinquantennio, fino a tutti gli anni 1930, cotto copertina in brossura gialla. Quelli di Marcel Prévost, romanzi di costume (“Les démi-vierges”, “Les vierges fortes”, “Les don Juanes”), o gli incontinenti Paul Bourget, Pierre Benoît, Henti Duvernois,  “Gerard d’Houville”, che era Marie de Régnier, nata de Hérédia, ninfetta e poi ninfa, nel tempo libero, dell’amico di famiglia Pierre Louÿs – i moschettieri del “giallo” ai quali verrà commissionato “Il romanzo dei quattro”. Una piccola serie nella collana popolarissima di Fayard “Le livre de demain”, che annoverava autori quali Myriam Harry, Pierre MacOrlan, Binet-Valmer, e Gide (“La porta stretta”), Duhamel, Colette, Maeterlinck.
È un romanzo con la copertina gialla, “Le secret de Raoul” di Catulle Sarazin, che Lord Wotton regala a Dorian Gray nel racconto di Oscar Wilde. 

Libreria – In tutta la Versilia, da Viareggio a Forte dei Marmi, la spiaggia più costosa d’Italia, non c‘è una libreria. Non  più. Ce n’è stata una Internazionale anche famosa, la libreria Franceschi a Forte dei Marmi, fino a vent’anni fa. Cui è succeduto Giorgio Giannelli, lo storico della città, con la sua famiglia e molta buona volontà, ma non ce l’ha fatta e tre anni fa ha chiuso. Ce n’era una anche fascinosa, oltre che internazionale, a Viareggio, rètro e  insieme à la page. Ma aveva chiuso già prima della crisi. C’è rimasta solo la Mondadori, come superfetazione del Bagno Margherita, brand di prestigio, che h affiancato la libreria al bar.  

Scrivere – Di può dire “defamiliarizzare”, in tutte le sue espressioni,.dalla più banale alla poesia e la tragedia. E alle tecniche di scrittura, per il cinema, per il teatro, per i generi del romanzo: della vita, del mondo, cogliere un momento, che è sempre nuovo.
La parola suona esotica, dovendosi riportare a un secolo fa, a Mosca - Slovskij, “L’arte come procedimento”, 1917 (nella raccolta “I formalisti russi”). Ma è l’effetto di straniamento che già impiegava il romanzo ottocentesco, e sarà del teatro di Brecht. Ed è concetto semplice: La familiarità lascia nell’indifferenza, mentre scrivere, sia pure una lettera, un appunto, un messaggino, crea un impulso, una vicenda. Più di tutto si vede nella comunicazione online, dove prima di tutto (progettare, creare, simpatizzare, spiegare), si vuole fare sensazione.

Suspense – Resta, fatti tutti gli esperimenti, la “tecnica” per eccellenza del romanzo, della narrazione.

Viaggio - Il progetto del primo Chatwin, il famoso libro-saggio sul nomadismo che mai scriverà, lo stesso Chatwin sintetizza nell’autobio “Ho sempre desiderato andare in Patagonia” (ora in “Anatomia dell’irrequietezza”) così: “L’uomo, umanizzandosi, ha acquisito con le gambe dritte e il passo aitante un istinto migratorio, l’impulso a varcare lunghe distanze nel corso delle stagioni”. Un impulso diventato “inseparabile dal  sistema nervoso centrale”. Che quando è costretto a vita sedentaria si sfoga “nella violenza, nell’avidità, nella ricerca di prestigio o nella smania del nuovo”.
La dromomania sarebbe dunque una panacea, a vizi e violenze? Gli appassionati lo dicono sempre della loro passione – gli appassionati devono giustificarsi, la passione è subdola. Ma Chatwin lo dice con qualche ragione in più: “Si spiega che, nell’intento di ristabilire l’armonia dello stato primigenio, tutti i grandi maestri – Budda, Lao-tse, san Francesco – abbiano messo al centro del loro messaggio il pellegrinaggio perpetuo, e raccomandato ai loro discepoli, letteralmente, di seguire la via”. Si spiega anche che “società mobili come gli zingari siano egualitarie, libere dalle cose e restie al cambiamento”. Ma forse con qualche dubbio: la mobilità va con la conservazione, il rifiuto del cambiamento? 

letterautore@antiit.eu

La filosofia nel pollaio

Un piccolo capolavoro di umorismo esistenziale, la chiave propria di Malerba sotto la vena surreale, che Jean Talon e Cavazzoni ripescano. Portando i 131 apologhi della raccolta iniziale, Einaudi 1980, pubblicati da Calvino, a 155, on aggiunte trovate tra le carte dello scrittore: allegorie di vita quotidiana, nel pollaio e nell’aia, semplificati al modo zen, e franchi. Con prodigiosi aggiornamenti. C’è la gallina che soffre di gelosia, e quella di Waterloo, che al modo del celebrato Fabrizio Del Dongo, fu a Waterloo e non se ne accorse. Con la gallina filosofa esistenziale - “«Per diventare filosofa», diceva, «non importa pensare a qualcosa, basta pensare anche a niente»”.Ma c’è già la gallina del Nord, quella bio o ecocompatibile, e quella della realtà virtuale – questa già a una prima riedizione vent’anni fa.
Una è perfino di attualità: “Una gallina che si sentiva molto europea volle essere tradotta  in tedesco”. Con una sola cattiva, forse, della vecchia, non pacifica, casa Einaudi: “Una gallina di nome Natalia aveva deciso di scrivere un romanzo”, e siccome ne era incapace “scrisse invece i suoi ricordi di infanzia ed ebbe molto successo tra le oche”.
Luigi Malerba, Le galline pensierose, Quodlibet, pp. 87 € 12

lunedì 21 luglio 2014

Ombre - 229

Germania-Italia 3-1, l’agognata vittoria è infine arrivata. L’Italia pagherà nel 2015 tre volte gli interessi sul debito rispetto alla Germania, che ha un debito anche maggiore: 82 miliardi contro 27.

Aldo Grasso, professore, comunicatore, columnist del “Corriere della sera”, torinista, si prende la rivincita irridendo Conte: è uno che ha lo “stress tricologico”. La battuta non fa ridere, non la fa più nemmeno Crozza, e non si capisce l’ironia – Conte è uno che ha vinto da solo tre scudetti. O il professore concorre, come tutto il giornale, a segnalarsi ai nuovi padroni, la famiglia Agnelli?

Domenica notte c’è il temporale. Le analisi delle acque di mare si fanno martedì mattina, on esiti terrificanti: livelli di escherichia coli e enterococchi moltiplicati. Il divieto di balneazione viene decretato giovedì. E notificato in spiaggia venerdì sera.
Questo nella regione meglio amministrata d’Italia, la Toscana. Nella spiaggia più cara, e anche affollata di bambini, la Versilia.

Viene comunicato il divieto di balneazione quando le acque invece sono pulite. Il bagno resta proibito nei due-tre giorni in cui l’acqua si è depurata. Il divieto viene ufficialmente levato domenica sera, quando invece un nuovo temporale è in arrivo, con scarichi proibiti dei fossi e fiumi a mare.  

L’Arpat Toscana, cui si devono le analisi del mare della Versilia, ha bellissimi uffici in ognuno de capoluoghi di provincia. Palazzi storici in genere. Ammodernati, con computer e tutto. Vuoti.
A Massa, a Livorno, risparmiano anche sugli uscieri.
L’Arpat occupa un mezzo migliaio di tecnici: chimici, biologi, ingegneri, architetti. Nel loro tempo libero.

Monti ha imposto il conto in banca anche agli incapienti, e il pagamento via bancomat. Mentre a New York si moltiplicano le famiglie che chiudono il conto: 825 mila, un quinto della popolazione.

Un Rubygate c’è senz’altro. “Il Fatto” lo denunciò il 26 ottobre 2010. Tre mesi prima che la Procura di Milano avviasse l’inchiesta. Ufficialmente.

Il Manchester United, che non vince niente da molti anni e non fa un bel calcio, ha uno sponsor da un miliardo, sei volte quello della Juventus, e fattura due volte il Real Madrid, tre volte la Juventus. Vince il calcio o la lingua? Con i media, che della lingua sono i veicoli.

Alessandra Braci, giornalista fiorentina, sette anni fa documentò la prostituzione minorile alle Cascine. Fu convocata in Questura e in Procura, e minacciata d’imputazione per procurato allarme, infondato. Più  delitti sono rimasti inspiegati, alle Cascine e dintorni, da allora. Oggi un quindicenne, come quelli che Braci aveva intervistati sette anni fa, risulta aver ucciso il suo anziano cliente, per pochi euro – la prostituzione a Firenze è soprattutto omosessuale.

Sette anni fa erano anche disponibili a Firenze intercettazioni inviate da Roma, effettuate due anni prima, in cui i prosseneti dei ragazzini ne parlavano apertamente: “Si è avvicinato uno, s’è pigliato i guaglioni, e  ha dato cento euro”. Millantato credito? Sembra inverosimile.

Roma on the move era il messaggio di alcuni manifesti per l’Estate Romana. Che vengono letti Roma “un te move’”. In un anno, poco più, il sindaco delle primarie ha esaurito ogni credito.

Si continua a scommettere in Italia soprattutto sul campionato inglese, e su questo o quel calciatore inglese. Dopo gli inglesi, si scommette su Messi o Neymar. Poco o niente sulle partite in Germania o sui calciatori tedeschi. Si vendono meno.


ll calcio è popolare, il calcio è europeo, il calcio è inglese, è latino, è brasiliano. Ma il maggior numero di spettatori l’ha avuto al Mondiale Usa, 36 milioni.

L’India origlia corrotta e violenta - sembra l’Italia

Quanti possono volere la morte di un affarista crudele, figlio e erede di un ministro dell’Interno primatista della corruzione e della violenza? Swarup (“Il milionario”) ne sceglie sei. Tutti egualmente innocenti e assassini, qualcuno altrettanto corrotto: le motivazioni in un delitto non contano, come invece vorrebbero le polizie, e comunque “i più interessanti sono sempre gli imputati”, l’autore fa dire a Kafka.
Chi ha ucciso un potente corrotto e feroce è ininteressante  I sei sono stati scelti per comporre un quadro dell’India dell’attualità, dalle Andamane a Bollywood, Gandhi compreso e l’aruspicina, di violenze inumane, senza giustizia. Di un paese la cui civiltà è crogiolare nell’inciviltà. Con la superiorità della tradizione grande e per questo incorreggibile.
La suspense è nell’accavallarsi delle turpitudini, tutte possibili, e per questo travolgenti. Molto pop, quasi trash, tra Altman e Tarantino, e indelebile. Si pensa con un sorriso, cancellati i nomi, di leggere una storia di casa: affarismo, veline, caste, clientele, terroristi, santoni, imbroglioni, molti, ladri pure, farmaci miracolosi, killer, clientele, giudici a tariffa, e lo scandalismo, di vendetta, di ricatto. Non così trucida, ma poco meno. Di italiano, propriamente, c’è solo un mezzano, di principe arabo del petrolio.Una particina. Ma sinistra aleggia la somiglianza, quasi un calco. Il sorriso nasce dai paralleli professorali tra Italia e India cui indulgevano Cattaneo e Marx, pur sapendo poco dell’Italia e niente dell’India. “L’Indostan è un’Italia di dimensioni asiatiche”, più volte Marx informò i suoi lettori sulla “New York Herald Tribune”, con profusione di analogie geografiche, tettoniche, agricole, storiche, politiche. Identicamente Cattaneo, che scese nei particolari: “La penisola indostanica rammenta l’Italia. Anch’essa ha le sue Alpi: anch’essa protende fra due mari una catena di Appennini; l’indole fluviale del Gange simiglia a quella del Po; il Bramaputra raffigura l’Adige; la Nerbudda l’Arno; l’Indo gira intorno alli Imalai come il Rodano alle Alpi; l’altipiano del Seichi e di Casmira potrebbe compararsi a quello dell’Elvezia”. E così via: “Quello dei Rageputi al Piemonte, le campagna d’Agra e di Benares alla Lombardia, la laguna veneta al Bengala, i monti dei Maratti alla Liguria e all’Etruria, le lande del Coromandel al tavoliere dell’Apulia, il Malabar alle riviere della Calabria, e l’isola di Ceilan, se non giacesse verso levante, alla Sicilia”.
Un’ultima corrispondenza avrebbe fatto sussultare Cattaneo, se non Marx: le intercettazioni – “l’India è il paradiso delle persone che origliano”, stigmatizza il giustiziere, che è un intercettatore.
Già sentito anche l’epilogo, che è una nota politica, di sociologia politica – Swarup è di formazione e professione diplomatico: l’India non funziona perché la classe media si nega. Swarup, come Tocqueville, ne ha grande considerazione: “È stata lei e generarle le grandi rivoluzioni del mondo, in Francia, in Cina e Russia , in Messico, Algeria, Vietnam. Ma non in India”. Salvo che per le deprecazioni della mancata Riforma, sembra la geremiade italiana. Comprese le rivoluzioni che non ci sono state, più o meno in nessuno dei paesi citati - mentre mancano all’appello Usa e Gran Bretagna, i soli paesi della classe media.
Vikas Swarup, I sei sospetti, la Repubblica-l’Espresso, pp. 524 € 7,90

domenica 20 luglio 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (213)

Giuseppe Leuzzi

Il mare è inquinato ma Paolo Ermini ci tiene a spiegare sul “Corriere della sera-Firenze” che è errato dire la Versilia inquinata. È errato dire Versilia il litorale del Cinquale, del Poveromo, dei Ronchi al Nord, quello è Costa (o Riviera) Apuana, né Camaiore o Viareggio al Sud: Versilia è “Pietrasanta, che ne è da secoli il capoluogo, Forte dei Marmi, Seravezza e Stazzema”. Ma soprattutto Ermini ce l’ha con “l’osmosi verso Sud”. È la parola che è insopportabile.

Il divorziato permanente “è ora”, nella categorizzazione degli uomini che la scrittrice tedesca di Fine Ottocento Franziska zu Reventlow fa nei “Piccoli amori”, alla teoria razziale: “Ritiene che la colpa dei suoi matrimoni falliti sia da imputare alla cattiva razza delle sue compagne. E per questo vuole studiare più da vicino le donne di pura razza nordica”. Reventlow, poiché è di sé che parla, nata in Schleswig-Holstein, con un’antenata regina di Danimarca, non è di razza abbastanza “pura”.

Arrivati all’inchino a Scido, per san Biagio, è chiaro che c’è qualcosa sotto. Inchino a chi? A Scido, borgo minuscolo e sempre civilissimo, non ci sono mafiosi. E san Biagio non va in processione, il due o tre febbraio fa troppo freddo.

Il “Corriere della sera” si tira su con la Calabria
Siamo quasi a fine luglio e Gian Antonio Stella non ha esercitato l’invettiva contro i 100 in Calabria. Non li danno più?
È vero che è stato occupato con altre prime pagine contro la Calabria. Roba da inorgoglirsi. Se la Prima Firma del “Corriere della sera” fa l’opinione, e il giornale vende copie, parlando della Calabria, sia pure male, mentre ci sono un paio di guerre alle frontiere, si muore a dozzine nei barconi, e si rubano decine e centinaia di milioni, se non miliardi, verrebbe da pensare che la Calabria non è tanto male. Si veda come nascono queste prime pagine.
È la riunione redazionale meridiana di un giorno qualsiasi di metà luglio.
Il direttore De Bortoli sbuffa: - Ancora questa Expo, non se ne può più.
Stella: - Il consiglio regionale della Calabria non vuole sciogliersi.
Oppure: - La ministra Lanzetta, a “Tutta la città ne parla”, la valorosa trasmissione di Giorgio su Radio3, ha usato sette volte la parola “intelligibile”.
De Bortoli: - Cioè con due gg? 
Noi non ci siamo ma è così che nasce un giornale.
Stella – Magari con una g ma non sa dire altro.
De Bortoli: - E il Mosè, non riusciamo a liberarcene?
Stella: - Ci sarebbero le processioni mafiose.
De Bortoli: - Ma anche quelle… non ci sono immagini, solo della prima, sempre le stesse.
Stella: - Beh, c’è la Asl di Vibo Valentia.

Sicilia
Salvatore e Rita Borsellino, ricordando a Palermo la morte del fratello Paolo, si fanno fotografare con Massimo Ciancimino. Che s’è fatto tatuare sull’avambraccio sinistro, per esibirla nelle foto, la data dell’eccidio, e altri segni non decifrabili, ma evidentemente legati al sacrificio del giudice, su altre parti in vista del corpo. E non si sa che pensare. Parenti serpenti?

La manifestazione per Borsellino era del Pd siciliano. A cui Borsellino non appartiene – era uomo di destra. Ma non si  poteva cortocircuitare Ciancimino? La Sicilia è certamente fuori ordinanza, Gödel avrebbe avuto difficoltà a trovarle una dimensione, per quanto fosse abile a moltiplicarle.

Per comodità, nel romanzetto “Piccoli amori”, l’amante lascia l’amata, la narratrice, “a uno dei suoi numerosi e singolari amici stranieri che sta a Roma”, detto “il Siciliano”. Franziska zu Reventlow, la narratrice, dice che il soprannome deriva dal molto tempo che l’amante ha trascorso in Sicilia, il lignaggio e la nascita essendo incerti. Ma poi ne fa il siciliano per antonomasia: galante, bell’auto, autista, baciamani, fiori, assedi, debiti, progetti, una “furia”, che al terzo giorno è già stanco, e lo zio presto richiama a impalmare la cugina cui è stato fidanzato. I cliché sono stagionati.

Il “larario” di Heius a Messina, attesta Cicerone, la collezione domestica di immagini votive, aveva un Cupido di Prassitele, un Ercole di Mirone, e due Cnephorae, le “portatrici di cesto” (dell’abbondanza) nelle processioni greche. Messina ebbe anche una delle prime università italiane. Oggi Messina, dovendosene occupare perché Nibali vince il tour, e una professoressa di Chimica boccia gli studenti, sembra un nome esotico.

Di Nibali al Tour la “Gazzetta dello Sport” finalmente si accorge il giorno in cui, alla conferenza stampa, i suoi giornalisti e altri insistono per dirlo dopato. Premette che Nibali è il ciclista che fa più controlli antidoping, ma giusto per evitare le querele. I suoi giornalisti (che magari saranno siciliani) hanno difficoltà a celebrare lo scalatore: non fanno che rinfacciargli Armstrong.
Dopo le tappe alpine lo “scopriranno”, ma gufando.

“Dottrinarismo saraceno” fu infine la filosofia di Gentile per Gobetti, già gentiliano. Sul tema della scuola, proprio quello sul quale Gobetti aveva con più entusiasmo condiviso in un primo tempo l’approccio aristocratico (“formativo”) gentiliano: “Gentile ha imposto un abito lugubre, clericale, bigotto,un dottrinarismo saraceno”.
Gobetti era molto “noi e loro”, per la differenza, se non per il leghismo Benché critico della scarsa democrazia del Risorgimento, i torinesi voleva distinti dai lombardi, senza neppure considerare i meridionali, benché la filosofia e la filosofia politica fossero allora napoletane.

“Una tragedia in Sicilia” di Hebbel, che non si rappresenta, non in Italia, e nemmeno si traduce (”Ein Trauerspiel in Sizilien”, 1848) è a proposito di una “fuitina” d’amore, per una matrimonio poi obbligato contro il parere delle famiglie, finita male. La ragazza che scappa di casa arriva tropo presto all’appuntamento col promesso. Sul posto trova due  gendarmi, che la derubano dei gioielli e la uccidono. E quando arriva il promesso lo imbrattano del sangue della ragazza e lo portano dal podestà per farlo condannare. Forse non si rappresenta perché non sembra inventata.

Hebbel assicura che la storia gli fu raccontata a Napoli nel 1945 una sera al caffè da un commesso viaggiatore appena sbarcato da Palermo. Anche questo non sembra inverosimile.

Si celebrano i trent’anni della “scoperta” del Nero d’Avola. Il vino di pronta bevuta forse oggi più diffuso, più del Chianti. Si dice scoperta perché prima l’uva d’Avola veniva venduta alla tonnellata per tagliare i vini pallidi del Nord. E anche perché di una scoperta si tratta, le proprietà del Nero essendo state decifrate e canonizzate da un enologo piemontese, Giacosa.

All’epoca Giacosa lavorava per il duca di Salaparuta. Le vigne siciliane erano all’epoca, quando non rendevano, della famiglie siciliane. Ora, messi in valore, i vigneti appartengono quasi tutti a investitori veneti e lombardi.

L’addizionale pro Lombardia
Nel 1951, in autunno, il presidente Einaudi firmava l’addizionale pro Calabria. Una tassa che fu levata nel nome della Calabria, per prevenire le alluvioni, di cui la Calabria non beneficiò, se non per cifre irrisorie. Ma è vero che da allora le alluvioni rovinose, malgrado il regime irregolare, torrentizio delle fiumare, e gli abusi “naturali” in Calabria, sono praticamente scomparse.
Qualche mese prima, l’11 aprile, il presidente Einaudi aveva firmato un provvedimento di ben altro impegno per regolare le acque che dalla Brianza, Varese e Como scendono su Milano. Un bacino imbrifero di 1.200 kmq., attorno ai fiumi Lambro, Olona e Seveso, che tutti convergono su Milano, e in parte vi scorrono interrati. Una bomba ad altissimo potenziale in attesa di innesco.
Per prevenire la catastrofe, il governo De Gasperi promosse il provvedimento dell’11 aprile. Dettagliato, questo, e giustamente ambizioso. Prevedeva un canale di deflusso (“scolmatore”) a Nord-Ovest, uno a Nord-Est, e uno del Seveso. Tutto finanziato, senza bisogno di un’addizionale speciale pro Lombardia, Che però i soldi se li è spesi altrove.
Si sono così avuti tre o quattrocento allagamenti di Milano Nord. Quelli censiti sono di tutto rispetto: quello dell’8 luglio è stato il centonovesimo dal1976, il quattordicesimo negli ultimi 48 mesi, e il secondo in due settimane. Praticamente, ogni volta che piove – dell’ultima alluvione Legambiente dice: “Sono caduti 61 millimetri di poggia e quindi non è un nubifragio”. L’8 luglio l’acqua ha occupato da Niguarda fino alla stazione Garibaldi.

Il record è dell’ottobre 1976: il Seveso straripò il 3, il 13 e il 30 ottobre. Ma luglio non è ancora finito.

leuzzi@antiit.eu

È finlandese la truppa tedesca

Non ha fatto in tempo a essere nominato all’Economia che subito ha strigliato l’Italia. È Katainen, succeduto a Bruxelles allo spagnolo Almunia detto “il tedesco. Questo Katainen è il primo ministro finlandese che si è dimesso subito dopo il voto europeo di fine aprile per fare il commissario all’Economia a Bruxelles. Che non è un cosa che si possa “Fare”. Ma la procedura è questa.
Katainen è stato nominato da Angela Merkel. Se per telefono o attraverso il suo ambasciatore a Helsinki non  sappiamo, ma con certezza l’ordine è partito da Berlino. Il 26 o 27 aprile, confermato il successo del suo parito, la Dc  europea, la cancelliere ha detto a Katainen: “Dimettiti, mi servi come commissario all’Economia a Bruxelles”. Cioè, non lo sappiamo se gli ha detto così. Ma così ha fatto. Questa è la procedura fondamentale, la costituzione materiale dall’Unione Europea.

Non sono antipatici i finlandesi. “A me sembra tutto un trucco”, ha detto Katainen affabile delle proposte Renzi. Tra l’altro pretendono di essere stati loro a vincere tutte le battaglie degli svedesi, che invece facevano i signori. Ora le vincono per la Germania?

I giudici confidenti

I due maggiori processi a Berlusconi, celebrati attraverso i giornali, si sono conclusi con due assoluzioni. Senza se, senza ma e senza prescrizioni. Quello anticipato nel 1994 dal Procuratore Capo di Milano Borrelli al direttore del “Corriere della sera” Mieli. E quello anticipato il 26 ottobre 2011 (dalla Questura di Milano?) al “Fatto Quotidiano”. Milioni di pagine di deprecazione, invettive, lazzi, e niente. Berlusconi resta condannato per una questione marginale. Nella quale la sua azienda ha fatto molto meno intrallazzi che la Rcs Vdeo o la Rai. Ammesso che sia colpevole: le giudici che lo hanno condannato a Milano, e quello di Cassazione che si è appropriata la decisione finale, uno della famiglia Esposito, non sono persone affidabili.
C’era la volontà recondita di farne un martire? È da escludere. C’è solo l’incapacità di questa giustizia. Neghittosa, e per questo onorata. Per una sorta di snobismo: meno faccio, più sbaglio, e più sono importante. Che è incongruo, e sarebbe impossibile, se questi giudici non fossero i confidenti dei cronisti giudiziari. Che sono – erano – i meno considerati della professione giornalistica, gente da trivio, da angiporti e questure.

L’arte di destra e l’arte di sinistra

Franceschini e Renzi “privatizzano” i musei: mettere in valore è la parola giusta, e i musei “devono pagarsi”. Renzi vuole di più, perché ha combattuto lunghi anni con i sovrintendenti e non sa più che male pensarne: se ne liberebbe, e siccome non può, li nomina a tempo.
Sarà un bene? Potrebbe. Come al solito si parte dal livello zero di intelligenza e capacità cui la Pubblica Amministrazione ha ridotto se stessa, e viene voglia di dire che peggio non può andare. Ma ci sono due punti d’interrogazione.
Uno è che la privatizzazione delle Belle Arti si fa per decreto. Anche questo è un bene? Sì, non si può fare altrimenti in Italia, il Parlamento è talmente geloso che le leggi bisogna farle fuori.
L’altro è il silenzio del partito dell’intoccabilità. Della setta anzi più che di un partito, coesa, determinata. Una sorta di ordine monacale, di vestali del sacro patrimonio. Questa delle Belle Arti è una Pubblica Amministrazione intoccabile, almeno fino a ieri. Pretenziosa, ma anche riverita, dai massimi esperti in materia, e dai custodi della legalità. I quali ora invece, di fronte all’alluvione Renzi, tacciono. Disapprovano, oppure ora approvano, e perché?
Il perché può essere deludente. Il restauro sponsorizzato del Colosseo a Roma per anni non s’è potuto fare perché il sindaco era di destra. Poi è venuto Marino, coi voti della sinistra, e il restauro finalmente è partito senza contestazioni. Con lo stesso sponsor, Della Valle, e lo stesso progetto di prima. Se fosse questa la ragione del silenzio dei padri del patrimonio sarebbe però, benché deludente, l’arte ridotta a un tassello della piccola politica di potere, un nuovo tassello della scienza politica.

Le nozioni di destra e sinistra del riedito Bobbio dovrebbero nientemeno arricchirsi. Dopo la scopata di destra, condannabile, e quella di sinistra, che non importa se mercenaria è sempre trasgressiva, c’è ora l’arte di destra e l’arte di sinistra. Quella impossibile - “resistere, resistere, resistere!” diceva il Procuratore andreottiano Borrelli, come tutti gli andreottiani molto resistente. Il problema è quando c’è l’arte di sinistra, che bisogna tacere. Settis, Rodotà, Zagrebelsky e gli altri difensori dell’ordine democratico sicuramente stanno soffrendo, in silenzio. 

D.H.Lawrence razzista e classista

“«La porti lontano, al sole», disse il medico”. È l’attacco e il senso della novella più nota, “Sole”, dell’amore panico col sole a Taormina - si vuole il racconto ambientato a Spotorno, ma è sotto il vulcano. Il “panismo” semplificato, e anche  la mésalliance, il corpo incerto della signora che la virilità del contadino irrora – è la prova generale, più cruda, di “Lady Chatterley”, la cui prima  versione risale allo stesso anno, 1926
Cinque racconti brevi in cui D. H. Lawrence tenta di sdoganare il linguaggio crudo del sesso, diretto. E più da un punto di vista femminile. Ma curiosamente post-femminista, per non dire anti: è come se avesse già esplorato l’altra metà del cielo e si trincerasse a difesa. Del maschio, sebbene, o perché, ingrigito e incapace. Perplesso, ma anche ironicamente aggressivo.
“Sole” conferma anche, più di “Lady Chatterley”, il lato romanticamente classista e razzista dello scrittore. Che si sentiva libero in Italia, ma da puritano, sprezzante nel fondo del cuore. La sua topografia sentimentale è – in “Sole” più brutale - sempre la stessa: l’anima vaga in cerca di amore è femminile, alto borghese e anglosassone, il maschio è muto, bruto, working class e italiano.   
D.H. Lawrence, Biglietti, prego, Passigli remainders, pp. 125 € 3,75