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lunedì 26 settembre 2022

Ombre - 634

Meloni non fa tremare le Borse, che guadagnano – malgrado la continua caduta dei listini asiatici, “governati” dalla Cina, che moltiplica i problemi, l’edilizia, il credito, e ora la politica. Piazza Affari cresce, il debito (spread) non preoccupa.

Il post-Draghi parte bene. Ha vinto l’unico partito che era fuori del governo Draghi, questo è un fatto. E ha vinto nelle regioni più produttive dell’Italia.  

Nelle felicitazioni d’uso delle capitali al voto di ieri si distingue Bruxelles. Per una nota anonima, e fredda: “Speriamo in collaborazione costruttiva”. Come se Bruxelles fosse avulsa da Roma, o Roma non fosse Bruxelles. Ma forse non è solo questione di percezione: Bruxelles è questa, remota, anche poco intelligente, o furba. E ostile, non si sa perché.

Incide forse nell’albagia (insolenza?) di Bruxelles l’avversione di von der Leyen, come di tutta la Democrazia Cristiana europea, per lo slittamento a destra del suo elettorato, in Ungheria, in Polonia, ora in Italia, e presto forse in Spagna. In Germania invece il crollo Dc è andato a favore dei socialisti. Il futuro europeo è bipolare? 

Ma, poi, lo schieramento oggi è sempre quello che si ripete dal 1994: il centrodestra è sempre al 44 per cento. Prima attorno a Berlusconi, poi attorno a Salvini, ora con Meloni. In un certo senso, è disperato.

Meno 9 per cento, dunque, al voto, rispetto a quattro anni fa, quattro milioni e mezzo di elettori in più non hanno pensato a votare. Un popolo. Ma soprattutto al Sud. In Calabria appena il 50,80 per cento. In Sardegna il 53,17. In Campania il 53,27. In Puglia il 56,56.

In Sicilia ha votato il 57,35 per cento. Il centro-destra ha evitato l’en plein berlusconiano di due clamorose elezioni, essendosi affermati due 5 Stelle, e due di Cateno De Luca, il sindaco di Messina. 

5 Stelle primi in tutto il Sud: Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia – secondi in Sardegna e Abruzzo, dietro Meloni (in Sardegna per mezzo punto, poco più, dietro Fdi, 21,94 per cento contro 22,58, in Abruzzo 18,7 contro 27,2).

E se non ci fosse stato l’effetto reddito di cittadinanza al Sud, che ha portato al successo dei grillini Sicilia 1 e Sicilia 2, e a Napoli città, a che percentuali di astensione sarebbe arrivato il Sud? Ma questo non è materia di riflessione: nei comenti il Sud è sparito.

Al Sud il Pd è terzo, dietro Meloni, e dietro 5 Stelle. Cioè a poco.

Singolare la campagna del Pd al Sud, dove nessuno sa che cosa volesse e chi fosse – a parte l’asettico Letta, che ha fatto la campagna elettorale della non-campagna. De Luca a Napoli sapeva solo invettivare Meloni come “sora Cecioni”. A Bari il giudice Emiliano minacciava – minaccia? – di far “sputare sangue” a chi non avesse votato Pd. Non una grande politica.

Singolare corrispondenza fra i sondaggi e il voto. I sondaggi hanno perfezionato la tecnica di rilevazione e di interpretazione? Gli intervistati sanno o vogliono esprimersi con chiarezza? Ma nessuno sapeva dell’astensione, così massiccia. Non un “voto” di protesta quindi, quella si annuncia, ma di confusione: nessun partito in effetti ha detto qualcosa di preciso su cosa intende fare.

Nei salotti dei commenti al voto ieri sera e oggi, anche quelli di destra, c’è ignoranza di che cosa sia e cosa voglia il partito di Giorgia Meloni. Tutti sono versati sul Pd, qualcuno sui 5 Stelle, e basta. Non è ignoranza naturalmente, è disinformazione. Uno squilibrio perfino caricaturale dell’informazione, che sa ragionare solo nei termini del Pd – che non si sa quali siano. O forse sempre di “la Repubblica”, benché il giornale non convinca i suoi lettori: non c’è altro giornalismo in Italia.

C’è molta perplessità maschile, e anche femminile, di fronte a Giorgia Meloni. Degli stessi che hanno espresso ammirazione per la spregiudicatezza della prima ministra finlandese, in teoria in guerra con la Russia, nientemeno, ma occupata in balli, alcol e fumo, da mandare bellamente in onda. Un po’ per provincialismo, ma un po’ per l’albagia di chi fa opinione in Italia, che deve sempre essere un sopracciò – migliori anche del papa, vedi Scalfari.

E la premier inglese, ignorante ma tanto apprezzata, una sconosciuta e nemmeno capo di partito, designata da quattro signori in ombra?

La singolare conclusione di tanta saggezza è che Meloni ha vinto da sola, tipo vamp, senza partito. Mentre ha vinto ovunque, senza borsa delle elemosine, e nell’uninominale. Che richiede una peculiare conoscenza del voto locale. Così semplice.

 


L’amica geniale di Simone de Beauvoir

Il romanzo di una amicizia amorosa. infantile, poi adolescenziale, poi giovanile, fino alla morte dell’amica, a 22 anni. Un racconto più che un romanzo, una storia vera che de Beauvoir ha romanzato per minimi particolari, i nomi, i gruppi familiari. Del suo attaccamento con Élisabeth Lecoin, “Zaza”, coetanea e compagna di scuola: conversazioni, lettere, feste, sorelle, madri, padri, musi lunghi, tutto caratterizzato, senza artifici.

Un racconto rinfrescante. Piano e vivace, minimale e tuttavia sorprendente, per la sua semplicità. Scritto da Simone de Beauvoir all’indomani del suo primo successo, “I mandarini”, 1954, subito dopo il premio Goncourt. Che poi ha deciso di non pubblicare, ma lasciandolo come in bozze. Della vita “straordinaria” e la morte di Zaza scriverà ancora quattro anni dopo, nelle “Memoria di una ragazza perbene”, ma non è lo stesso racconto in prima persona, meravigliato, meravigliante, della bambina, poi della ragazza, poi della giovane Simone.

Beauvoir si rivela pian piano grande narratrice, polimorfa, polivalente, un globo di cristalli luminosi riflettenti, piuttosto che la musa arcigna di filosofie pratiche dell’immagine prevalente. La presentazione de Sylvie Le Bon de Beauvoir, la sua compagna poi figlia adottiva ed esecutrice testamentaria, vuole farne una una storia di diritti lgbtq allora conculcati, un secolo fa, ma fra le tante emozioni che Zaza suscita il sesso manca. È un po’ la matrice o il canovaccio de “L’amica geniale”, come se Elena Ferrante l’avesse riprodotto tal quale, cambiando solo la scena e l’ambiente sociale, popolare invece che borghese, cattolico, inserito.

Simone de Beauvoir, Le inseparabili, Ponte alle Grazie, pp. 208 € 15

domenica 25 settembre 2022

Ombre - 633

“Il dollaro forte spinge l’inflazione”. Se ne accorge infine “Il Sole 24 Ore”, nel colonnino di un rubrichista, Minenna: l’aumento anticipato ed elevato del tasso di sconto in America, per prevenire l’inflazione, concorre a causarla e gonfiarla in Europa. A quando una riflessione sull’evidenza che gli interessi di Europa e Stati Unti sono diversi e divisi? Anche prima della crisi ucraina. Dove solo l’Europa paga le sanzioni, mentre gli Stati Uniti se ne avvantaggiano, col rincaro degli idrocarburi, di cui sono esportatori, e il congelamento degli enormi asset russi in titoli e depositi americani.

“Finanza creativa, bolla distruttiva”: il colpo di verità è doppio del “Sole 24 Ore” questa domenica, ma confinato al supplemento cultura. Una riflessione dell’economista emerito Onado, che ha visto ora “La gande scommessa”, il vecchio film molto wallstreetiano contro la Wall Street della crisi bancaria. Degli alligatori sulla pelle del mondo, al coperto del mercato – il mercato è libertà…

La cosa era recentemente attualizzata dalle due serie italiane “I diavoli”, molto efficaci, sui nuovi pescecani “shortatori”, specie contro il debito italiano – passate invece sotto silenzio.

Si vota contemporaneamente in Brasile. E Wall Street si dichiara pronta a brindare alla vittoria della sinistra, di Lula. Mentre guarda con apprensione all’Italia, dove si prospetta una vittoria della destra. Un tempo il capitale era di destra, al tempo di Marx e anche dopo, ora è di sinistra.

È una fake news la “notizia” che il presidente cinese Xi è stato arrestato. Una goliardata, diffusa da cinesi espatriati, che non hanno altro modo per farsi intendere. Però in armonia col regime: si dimentica che Xi è il presidente della Cina in quanto è il controllore del partito Comunista. E i partiti comunisti regolarmente si “purgano”: l’abbattimento del capo è la prassi in questi regimi.

Lo stesso Xi non è emerso sfidando il presidente Hu Jintao – come questi si era affermato facendo fuori il suo pigmalione Jiang Zemin. Del resto, il sorridente Xi è un dittatore a tutti gli effetti: esercita la censura e la sorveglianza di massa, gestisce arresti e condanne, si è fatto presidente a vita, usa la mano forte contro Hong Kong, i cristiani (processa un cardinale di 97 anni), gli islamici e chi capita.

Nel mezzo di una tempesta social in Iran di donne che protestano per la violenza usata a una ragazza fermata perché non portava bene il velo, si produce venerdì una manifestazione di donne coperte di nero. Una manifestazione organizzata dal regime, si dice. Probabile. Ma i venerdì della “rivoluzione khomeinista” nel 1978 erano al 90 per cento di donne coperte di nero. E nel 1980, al “processo” al Majlis (Parlamento) ai cinquanta ostaggi presi all’ambasciata americana, il pubblico era di donne ammantate di nero. Ciò che vogliono le donne nell’islam resta oscuro, anche in un mondo di immensa cultura come l’Iran.

Il curioso di Berlusconi a “Porta a porta”, del “governo di gente perbene” di Putin a Kiev, non è l’enormità della cosa, ma il ghigno furbo di Berlusconi mentre la dice – “l’ho detta grossa abbastanza?” Non nuova, è anzi la sua cifra, del politico “Grande Comunicatore”. Possibile che la politica sia catturare l’attenzione? Con la violenza no, non più, non usa in regime elettorale, spaventerebbe, ma con quella verbale sì, e eccessiva?

Originale vigilia elettorale senza giudici in campo: nessuna denuncia, nessun arresto, nessuno scandalo. Si sono astenuti anche sui soldi di Putin. La riforma Cartabia li ha rinsaviti? O è la prospettiva della destra vincente, di tutti i sondaggi, che li fa sperare per il meglio, da vere eccellenze con l’ermellino, l’unico ordinamento dello Stato non defascistizzato, dopo settant’anni?

La sintesi del voto – da come il voto si prospetta – la fa Guccini: “Ma sì, proviamo anche questa. Ecco, gli italiani, dopo aver provato Berlusconi, Renzi, Grillo, Salvini, vogliono provare Meoni”. Ma Guccini li vuole “innamoramenti di pancia, che sfioriscono presto”. E invece no, sono tentativi di ancoraggio, dopo che i giudici hanno distrutto gli assetti politici.

C’è una distinta visione dell’Italia al voto tra i media italiani e quelli stranieri. I media italiani, anche quelli di sinistra, non evocano il fascismo, il ritorno del fascismo - ha già avuto governi di destra, ed è sopravvissuta. Quelli stranieri, soprattutto inglesi e americani – ma ci ha provato anche “Le Monde” – non dicono altro: “Il ritorno del fascismo in Italia”.

È strano come nei media angloamericani non si riesca – non si voglia: corrispondenti scontenti o mediocri, Roma è una sede secondaria? – a mettere a fuoco l’Italia. Vanno va per frasi da decenni ritrite: mafia, Mussolini, il negozio sotto casa, la convivialità – che si possa stare a tavola due e tre ore. O è l’Italia che non si colloca bene nella globalizzazione, che è come gli anglosassoni l’hanno fatta, vuole uniformità Altrimenti, tra mafia e fascismo, non se ne esce: l’Italia resta strana, a voler essere buoni.

Però è vero che solo Tim Parks, cioè un inglese, benché venetizzato, e con l’ausilio della moglie Rita Baldassarre, a rifare la strada che fece Garibaldi in fuga con Anita dalla Repubblica Romana. Sentiero per sentiero, tappa per tapa, vedere come e dove il futuro Eroe dei Due Mondi dovette inguattarsi. Repubblica Romana, e che cos’è?

Nel successo planetario della giornata di esequie londinese della regina Elisabetta, 4 miliardi di persone sono date ai televisori nel mondo, l’auditel per la Gran Bretagna dà 28 milioni di spettatori. Che viene menzionato come un grande numero, ma su una popolazione di 68 milioni fa il 40 per cento, poco più. Molto meno di Sanremo, più o meno il pubblico di un Montalbano nuovo – quando se ne facevano.  

L’invenzione dell’Oriente, condannata dall’Inquisizione

L’opera postuma, meno scientifica ma più duratura, del cultore e inventore dell’orientalismo - dello studio della cultura, storia e filosofia dell’Oriente, che ora si vuole espellere come colonialista (nel Cinquecento? Oxford l’ha cancellato, ma l’università L’Orientale di Napoli non se ne vergogna). “Chiave delle cose nascoste nella costituzione del mondo per mezzo della quale sia nelle nozioni divine che in quelle umane lo spirito umano squarcerà il velo della verità eterna” è il sommario-sottotitolo degli editori – l’opera fu pubblicata postuma, nel 1646 (Postel è autore cinquecentesco, 1510-1581). Un concentrato dell’eclettismo di Postel, e della sua deriva esoterica una volta espulso dall’ordine dei gesuiti nel quale si era distinto.

Postel sopravvive così per la sua ricerca ermetica e iniziatica. Influenzata dall’ebraismo, “Zohar”, “Sfer Yetzirah”, di cui era stato il primo traduttore in latino. Dalla filosofia dell’occulto, nel filone più ampio dell’irrazionale. Ma era stato un grande umanista, l’“inventore” di quell’Oriente che ora si vorrebbe proscrivere come colonialista, il suo primo mediatore culturale, per la conoscenza dell’arabo e dell’ebraico. Ragazzo prodigio, maestro di scuola a tredici anni, professore di ebraico e di arabo a trenta al Collège de France. Processato da Ignazio di Loyola personalmente a un certo unto per la sua adesione alle discipline esoteriche studiate, ed espulso dall’ordine dei gesuiti – processato quindi dall’Inquisizione, non condannato ma con i libri confinati all’Indice.  

Guillaume Postel, La chiave di tutte le cose, Sebastiani, pp. 128 € 9

Gnosi, pp. 104 € 14


sabato 24 settembre 2022

Ecobusiness

Le “terre rare” non sono rare. Anzi, ce ne sono in abbondanza – come gli idrocarburi. Ma sono specialmente inquinanti, all’estrazione e alla raffinazione.

Sono in particolare il litio, il cobalto e la grafite (il gallio, il Germania, eccetera, sono diciassette), di cui la domanda dovrebbe quintuplicare nei piani della Unione Europea entro il 2030, e aumentare di sessanta volte (il litio) e di quindici (cobalto e grafite) entro il 2050.

L’Europa ha evitato gli inconvenienti della ricerca e produzione di terre rare ricorrendo alle importazioni, dal Congo, la Turchia, l’Australia, e soprattutto dalla Cina. Sono materiali necessari per l’auto elettrica, per la produzione delle batterie. E per le pale eoliche e i pannelli fotovoltaici.

Attualmente l’Europa produce solo l’1 per cento delle batterie elettriche per le auto di nuova generazione, per il 65 per cento le importa dalla Cina. Con una dipendenza cioè nemmeno comparabile con quella, oggi sotto forte critica, dalla Russia per il gas naturale.

Woody Allen vs. Usa

“Sono molte le prove che attestano la verità della teoria secondo cui gli Stati Uniti si stanno rincretinendo”. L’ateo più celebre non si risparmia, da vecchio ebreo che ce l’ha con Dio, e con la patria. Ma non risparmia nemmeno gli ebrei, gli armeni, le donne, i poveri e i ricchi egualmente, e ogni scorta di scorrettezza. Praticamente ride e irride a tutto ciò che è americano, nel millennio. Ci sono pure, in tema di attualità, il duca e la duchessa di Windsor – gli zii che le celebrazioni in morte della regina Elisabetta hanno trascurato - visti in un interno.

Woody Allen ha già scontato col libro precedente, “A proposito di niente”, la censura. La censura totale: niente pubblicazione! Delle virtuose della Repubblica - compresa Cate Blanchett, diventata un’icona con lui in “Blue Jasmin” e poi tra le sue linciatrici, cui fa interpretare una “Cialtrona di Parma”. E si diverte. Nei testi ultimi. Altri riprende senza più, limitandosi a citare la rivista nei “ringraziamenti” editoriali, dal “New Yorker”, prima che il settimanale lo facesse furbescamente un pedofilo incestuoso, e lo proscrivesse.

La lettura è lieve, e sorridente - il fascione luttuoso della proscrizione è incombente. È scorretto vecchio stampo, con le barzellette etniche, compresi i jivaros che rinsecchiscono le teste dei nemici, e ne fanno ciondoli. E scorretto contemporaneo, con un fondo polemica. I nani, parola proibita, invece dei topi. La star che perde i follower perché discrimina gli animali a letto ritratta e se la fa con tutti, anche col merlo parlante – “dopo tutto, ci manca solo che qualche ornitologo mi dia della bacchettona”. La donna di ogni virtù - per molti particolari Diane Keaton, amica di sempre di Woody Allen - non può fare a meno delle orge.

I primi aneddoti sono semplici, tradizionali – la moglie inetta, il marito sciocco, il medico prverso. Il trasloco, faticoso, oneroso, con fallimento economico, per il capriccio della moglie. L’altra che il brownie al cioccolato fa diventare “un perfetto cubo di granito”.  Il biglietto della lotteria dimenticato dal chirurgo nella pancia del paziente.

Si ride poco. Soprattutto si apprezza l’ira poco compressa contro il conformismo Usa, oggi in veste democratica, di correttezza politica. Due racconti sono autobiografici. Il matrimonio da studente – presunto studente, in realtà bighellone – con una ragazza studiosa di filosofia. E “Crescere a Manhattan”, un’ode a Manhattan dietro l’innamoramento idillico con una ragazza dei quartieri alti, intelligente oltre che bella e ricca, sensibile, comprensiva, ma con vedute tutte sue, intrattabili, sul sesso. Con la solita spruzzatina di filosofia, e di Dio – di sarcasmi.

La traduzione di Roberto Pezzotta non solo ne rende godibili i riferimenti locali e i modi di dire anche in itaiano, ma dà a Allen scrittore perfino più ritmo. Con pochi refusi.

Woody Allen, Zero gravity, La nave di Teseo, pp.190 €19

venerdì 23 settembre 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (504)

Giuseppe Leuzzi

La biografia di Carlo Levi, l’unica, di Gigliola De Donati e Sergio D’Amaro, lo nomina “Un torinese del Sud”, per le “cronache” da Eboli, i viaggi in Sicilia e Calabria (“Le parole sono pietre”), e il “Telero” che dipinse su richiesta di Mario Soldati per il centenario dell’unità, ora a Palazzo Lanfranchi di Matera, nel quale ha rappresentato la “questione meridionale”.

“Cristo s’è fermato a Eboli”, scritto dieci anni dopo il confine in Lucania e a fascismo già morto, è in realtà un racconto, e anzi un romanzo. È un documento di denuncia indirettamente, c’è molta, bizzarra, empatia fra lo scrittore e i suoi personaggi. Bizzarra per essere Levi torinese ed ebreo, molto distante dal Sud profondo e dalle piaghe cristiane.

 Sarà probabilmente la nota distintiva di questa campagna elettorale – se il voto andrà nel senso dei sondaggi: una battaglia per il voto al Sud considerato da tutti, indistintamente, come “voto di scambio”. Per un do ut des, anche senza la concorrenza esterna delle mafie. Come se il Sud fosse ancora come lo voleva Achille Laro a Napoli settant’anni fa: medicante. Nessun’altra proposta o progetto, solo un po’ di soldi, un po’ di più dei concorrenti.

Singolare anche l’assenza, da quarant’anni ormai, dalla Seconda Repubblica di tipo ambrosiano, di leader politici di qualche consistenza provenienti dal Sud. Non dalla Puglia, dalla Sicilia, dalla Sardegna, dalla Campania, perfino dalla Basilicata, che ne erano state fertili in precedenza – Mattarella non fa testo, il presidente è “sradicato”. Nei quarant’anni di leghismo il Sud ha perso la parola.

 

La scoperta del Sud

La scoperta di essere del Sud - di essere diverso, inferiore, antipatico - è stata tarda, diciamo del 1980. Prima Milano era “tutti noi”, per un’identificazione totale: una meta, un faro. La scalfariana “capitale morale”, di cui sapevamo tutto, anche la programmazione del cinema Pasquirolo.

Personalmente, è stata forse di un anno prima, del 1979. Comunque, nitidamente, nel rifiuto di Giorgio Bocca di dialogare. In precedenza si era vissuti nel fastidio di sentirsi dire, a Londra e a Parigi, “lei non sembra italiano”. Si viveva, si viaggiava, facilmente, senza “bagaglio”. Poi subenterrà il “lei non sembra medidionale”, e non ci sarà più nulla da fare.

Il rifiuto si produsse nella redazione milanese. Malgrado la sollecitudine di Silvia Giacomoni, persona colta, di formazione cosmopolita, allora compagna o moglie di Bocca. Benché lui stesso si fosse distinto come ospite entusiasta di Giacomo Mancini, politico e grande notabile calabrese. Malgrado la notoria provenienza dall’Eni, dal settore estero dell’Eni, dove si parlava inglese e si girava il mondo, per analizzare le politiche locali - il mondo di sotto, il Terzo mondo.

La provenienza dall’Eni fu letta dapprima come causa dello sgarbo, il gruppo petrolifero si faceva in quei terribili anni 1970 della disinformazione (all’insegna della controinformazione….) il covo di ogni turpitudine. Ma allora anche Bocca veniva dall’Eni, dal “Giorno”. E sapeva che non era niente vero. Anche perché al “Giorno” era stato libero come non lo sarà più: l’Eni lo aveva lasciato libero di scrivere tutto quel che voleva e non gli ha mai chiesto un favore – come non lo sarà dopo, benché forse non lo abbia saputo, quando dovette appoggiare Ventriglia, De Mita, il Banco di Roma, e anche Andreotti. Di questo si può dare anche testimonianza personale, avendo dovuto respingere le lamentele contro i suoi servizi in due casi, la Russia di Breznev, e la Spagna di Franco che non moriva - del resto c’era poco da proteggere, contrariamente a quello che si pensa e si scrive: giusto dire quattro parole all’addetto culturale o stampa dell’ambasciata delegato alla protesta, che le sapeva estemporanee e d’occasione ma le scriveva compunto e chiudeva la pratica.

Il petrolio non c’entrava. Era l’humus leghista: Bocca era stato in Calabria e non gli era piaciuto niente, come poi tutto il Sud, quando Scalfari lo delegherà. Perché era sceso prevenuto. E Milano - di cui eravamo invaghiti - con lui, più non sopportava i meridionali. Sentiva suoni cupi, puzza d’aglio, e mani tese. Bossi non era emerso - si fingeva ancora studente universitario, a quarant’anni, benché marito e padre, e organizzava finte lauree. Ma l’humus era diffuso e fertile.

 

La formazione del Sud

Si prenda l’Italia dopo l’unità: è più o meno omogenea, quanto a produzione (pil) pro capite, nelle statistiche storiche della Svimez. Le statistiche allora non erano affinate, ma sono attendibili. Le tavole Svimez trovano conferma indiretta nei calcoli più attendibili, che lo storico dell’economia della Iulm Emanuele Felice sintetizza così: “All’Unità d’Italia il Pil del Mezzogiorno era circa l’80-90 per cento della media italiana; ovvero [...] fra il 75 e l’80 per cento di quello del Centro-Nord”.

È vent’anni dopo, con gli effetti delle prime leggi unitarie, che il divario si manifesta, nel 1880. E in poco tempo comincia la corsa all’indietro: a fine decade, 1890, il pil delle regioni meridionali è già cinque punti sotto quello del Centro-Nord. Poi è una valanga, negli “anni di Giolitti”, che molti storici vogliono i più proficui per l’Italia: trent’anni dopo, nel 1920, il divario era cresciuto al 75 per cento.

Nel 1940, dopo i vent’anni del fascismo, era al 57 per cento. E nell’immediato dopoguerra, fra oscillazioni anche ampie tra un anno e l’altro, scenderà al 52 per cento, anche meno, del 1960.

In tutta la storia unitaria il pil pro capite del Mezzogiorno è cresciuto sempre meno di quello del Centro-Nord. Con l’eccezione del quindicennio 1960-1974, che corrisponde politicamente al primo centro sinistra, Dc-Psi (una coalizione che aveva anche in posizione eminente politici di provenienza meridionale, Moro, Colombo, De Martino, Mancini), e finisce con la prima crisi energetica, le domeniche a piedi eccetera: risalì rapidamente al 61 per cento, e a questo livello si mantenne per tre-quattro anni – e ancora nel 1985. Successivamente il rapporto ha sempre ondeggiato sull’asse 57-59 per cento (più impressionante è il divario fra l’aera più ricca dell’Italia, il Nord-Ovest, 16 milioni di persone, 34 mila euro di pil pro capite nel 2020, e il Sud, isole comprese, 21 milioni di persone, 14 mila euro).

L'Italia del dopoguerra, la Repubblica, che ha posto il Meridione in agenda, anzi al centro dei piani di sviluppo, almeno inizialmente, si può dire che ha fatto bene al Sud, ma solo per un periodo breve, il quindicennio 1960-1974.

La lettura più comune di questo divario è che il Centro-Nord era già prima dell’unità - e ha consolidato poi l’apertura - sull’onda dello sviluppo europeo, come tecniche di produzione e penetrazione dei mercati, mentre il Sud se ne è tenuto fuori. Ma nel primo secolo della storia unitaria, dal 1860 fino alla fine della seconda guerra mondiale, il pil pro capite in termini reali ristagna per tutta l’Italia. Il Sud avvia la sua marcia del gambero all’interno di un’economia che non si espande come produttività e come distribuzione del reddito. È dal baratro del 1945 che l’Italia produttiva fa il Grande Balzo, costante e molto elevato, fino al 2010. Con il Sud che, come si è detto, ha trovato anch’esso una marcia in più, ma solo per un breve periodo – per un breve governo.

 

Sicilia

Si vuole, curiosamente, sempre speciale: diversa, imprevedibile, “traggediatrice”, perversa, eccetera. Per il bene e per il male, cioè. Anche nelle piccole cose. Ora si discute, discutono i siciliani, lo scrive Merlo su “la Repubblica”, se l’isola non ha “buttaniato” il capo dei 5 Stelle Conte, che nella campagna elettorale nell’isola è stato letteralmente osannato. Cioè non l’ha “sputtanato”, preso in giro, messo alla berlina.

Il voto, si sa, è imprevedibile. Ma è solo in Sicilia che Berlusconi fece l’en plein di tutti i seggi al voto: 61 eletti su 61 collegi. In due elezioni successive. Anche questo è unico. E anche imprevedibile, contro tutte le leggi della probabilità.  

“Il Consorzio Dop Sicilia”, per i vini, “nato nel 2012, ha una rappresentatività della filiera del 94 per cento”, spiega Laurent Bernard de la Gatinais, un signore bretone che persiede Assovini Sicilia: “Esiste un’altra regione in Italia con una coesione e dei numeri simili? Siamo un case history. La Sicilia è un case history”. Questa è certo una singolarità, la Sicilia dei vini, e il signore bretone che la presiede. Ma non se ne può dire (pensare) male, e quindi non “esiste”, come si dice a Roma.

Un siciliano su sette riceve il reddito di cittadinanza. Com’è possibile? Al diritto non c’è limite, all’applicazione delle leggi: l’ingegno non manca.

Il partito Democratico in Sicilia ha pensato di fare causa ai 5 Stelle per “violazione dell’applicazione della legge elettorale”. Cioè per avere deciso di andare alle elezioni da soli invece che col Pd. La fantasia al potere?

“La Repubblica-Palermo” si scandalizza: boom di domande nell’isola a Ferragosto per il “sostegno psicologico” – previsto dal decreto governativo di “ristori” del 25 luglio: 13 mila domande in due settimane. Ma non è ben inferiore al boom nazionale, 207 mila domande? In rapporto alla popolazione è lo 0,260 per mille contro lo 0,345.

Carlo Dionisotti ha, nella famosa sua “Geografia e storia della letteratura italiana”. La “Storia troiana”, in latino, di Guido delle Colonne (Guido Giudice), siciliano, che dice “fondamentale nella letteratura italiana del Duecento, e in Italia e in Europa per oltre due secoli”. Ma non c’è una via Guido Giudice a Palermo, nemmeno a Catania. C’è Guido delle Colonne, a Palermo, Messina, Gela e Roccalumera. Ma niente di più.

Oltre duemila operatori della formazione quest’anno non hanno ricevuto lo stipendio dalla Regione, e quando l’assessore si è impegnato a sbloccare gli stipendi, “le pratiche da completare per avviare i pagamenti sono rimaste bloccate perché il funzionario è partito per le ferie”. Non c’è rispetto per le regole più che in Sicilia – e nei siciliani dell’alta burocrazia nazionale, segretari, direttori generali, giudici. Delle regole del non fare.

leuzzi@antiit.eu

Musica vera in tv

Con i successi d’annata, dei buoni vecchi tempi, e un po’ di Brasile per finire, in duo, nel mezzo tanto jazz, tanta classica, e qualche verità semplice – ieri, in poche e precise parole, il concetto di empatia: il contatto che si stabiliva in antico tra attori e pubblico alle tragedie greche. Il tutto in venti-venticinque minuti. Niente in confronto alle serate interminabili dedicate dalle tv alle canzoni, che però lascia il segno, è musica vera.

Ogni sera sorprese, sempre rinnovate, in questo mini-show – minimo anche lo studio – ora al secondo anno. Ieri sera Sollima e Brunello in duo, violoncellisti scatenati, in due pezzi di grande difficoltà tecnica, e le improvvisazioni e i contrasti dei cantastorie toscani, che il pianista ha tirato fuori dal cilindro della sua vita fiorentina. Bravo anche negli stornelli: Bollani è un performer strepitoso, forte della maestria pianistica, talmente versatile da sembrare connaturata – non ha cinquant’anni ma ha cinquanta album, da solista (una quindicina con Enrico Rava).

Stefano Bollani-Valentina Cenni, Via dei matti numero zero, Rai 3, RaiPlay

giovedì 22 settembre 2022

L’euro in apnea

L’euro a un dollaro, dopo avere navigato fino a poche settimane fa a 1,15, non è senza conseguenze. Buona parte dei rincari di luce, gas e benzina è l’effetto di questa perdita di valore dell’euro - il 15 per cento non è poco. Le quotazioni stratosferiche ammannite ogni giorno di gas e derivati petroliferi vengono da vari mercati speculativi, con poca attinenza alle forniture e ai consumi, ma il rincaro in termini di svalutazione sul dollaro, moneta di pagamento del commercio delle fonti di energia, è fattuale.

La svalutazione dell’euro non è casuale e non è momentanea. Nasce dalla diversa risposta anti-inflazione delle autorità monetarie americana ed europea, la Federal Reserve e la Bce. Quella americana è stata rapida ed aggressiva. Il rialzo dello 0,75 per cento degli interessi primari deciso ieri è il quinto dall’inizio del 2022. Il terzo consecutivo da 0,75 punti. Dopo uno 0,25 a marzo, e uno 0,50 a maggio. Il costo del denaro è o ora tra fra 3 e 3,25 per cento. Una calamita per tutti i capitali, che smobilitano le posizioni in euro per posizionarle in dollari.

Non se ne parla, ed è una delle tante stranezze dell’informazione italiana, ma l’euro in caduta libera sul dollaro è un problema. voluto Si dice che favorisca le esportazioni. Ma il commercio è complesso, e quella monetaria è una componente fra tante. Mentre sulle quotazioni degli idrocarburi, e sui movimenti di capitali, ha effetto immediato. E si vede dalla bilancia dei pagamenti, aggravata dal costo delle importazioni in dollari.

La debolezza della moneta europea è cioè il segno di una sfasatura, se non di interessi concorrenziale, nello schieramento atlantico. La Federal Reserve che combatte l’inflazione con i tassi elevati la aggrava con la sue decisioni in Europa. 

La mano invisibile sul voto

Una mano invisibile sul voto? Naturalmente non si può sapere. E poi non ci sono stati gli arresti eccellenti di altre vigilie elettorali, e anche i soldi di Putin sono evaporati – una infelice interferenza della Cia. Ma le intromissioni, i tentativi di intromissione, seppure deboli, una dichiarazione, una telefonata, non sono mancate. E naturalmente i giornali-panzer tedeschi, che tutto sanno dell’Italia meglio degli italiani (e hanno naturalmente la schiena dritta, dicono le cose come stanno eccetera eccetera).

Potrebbe essere l’elezione del vorrei ma non posso, di tutti gli attori esterni, non solo americani, che hanno interagito in altre votazioni. Anche perché dire Meloni fascista, sarebbe questo il fattore dirimente, a capo di un partito che a Gerusalemme ha solennemente qualche decennio fa ripudiato Mussolini e le sue leggi, non fa eco. Né lo ha avuto l’annuncio un mese fa, sul “Financial Times”, della posizione ribassista contro il debito italiano di un gruppo di investitori americani che avrebbero mobilizzato per la cosa 38 miliardi - per “cosa” intendendo la vittoria del centro-destra domenica. La speculazione, com’è noto, non si annuncia.

Il “dolce colpo di Stato” del 2011

Tremonti non demorde, l’ex ministro del Tesoro di Berlusconi, già consulente di Craxi, candidato al Senato con Meloni e al ritorno al governo, in ogni spiraglio della sua campagna elettorale infila il telegramma di precisazione che inviò a “Report” (Rai 3) il 2 febbraio. Alla trasmissione che aveva evocato la crisi del debito del 2011, dando, come è d’obbligo nei media, la colpa al governo e i meriti a Draghi, presidente entrante della Bce:

Nelle ‘Considerazioni finali’ dette il 31 maggio 2011 dal Governatore Draghi era scritto: «In Italia il disavanzo pubblico (...) è inferiore a quello medio dell’area euro ... Appropriati sono l’obiettivo di pareggio di bilancio nel 2014... Grazie ad una prudente gestione della spesa durante la crisi, lo sforzo che ci è richiesto, è minore che in altri Paesi avanzati». A Bruxelles e sulla stampa internazionale l’apprezzamento fu vasto. Da Francoforte si titolava: «Merkel: la manovra italiana va bene». Si spiega altrimenti ciò che è venuto dopo, con la ‘Lettera Trichet-Draghi’ del 5 agosto, quello che autorevolmente (Habermas) fu definito come «un dolce colpo di Stato» ... per la verità non proprio dolce!”

Jürgen Habermas è rispettato sociologo e politologo tedesco – wikipedia lo pone “tra i principali esponenti della Scuola di Francoforte”.

Cronache dell’altro mondo - portoricane (223)

L’uragano “Fiona” domenica sul Portorico ha stimolato una serie di critiche al governo federale americano, e riacceso le polemiche indipendentiste. Anche fa personalità e comunità insediate in America, sul continente, grazie al legame speciale del Portorico con gli Stati Uniti.

Un precedente uragano cinque anni fa, più devastante, “Marìa”, non sarebbe stato affrontato adeguatamente dal governo federale: le distruzioni sarebbero ancora visibili, e nessun piano di salvaguardia è stato approntato.

A quattro giorni dall’uragano, il milione e mezzo di portoricani rimasti senza acqua e senza elettricità continuano a non averle. L’arcipelago lamenta anche la disattenzione post-evento degli Stati Uniti: nessun intervento specifico è stato realizzato. Nemmeno la distribuzione degli aiuti – suministros – decisi a Washington dopo l’uragano del 2017. E ogni decisione del governo locale verrebbe bloccata dalla junta, il Fiscal Control Board federale.

Portorico ha uno statuto ibrido. Non è uno Stato americano. E non è una colonia. È un commonwealth, una comunità, una “repubblica”. Hanno denominazione di commonwealth negli Stati Uniti, denominazione storica anteriore all’indipendenza, quattro stati: Kentucky, Massachusetts, Virginia, Pennsylvania. Il consiglio comunale di Washington, D.C., propone di chiamarsi Douglass Commonwealth, se la capitale verrà eletta a stato, come richiesto dal referendum del 2016 (per mantenere le iniziali, D .C.). Due territori sono stati organizzati come entità autonome, e uno di questi è, dal 1952, Portorico – l’altro sono le isole Marianne del Nord, 1978.  

Giallo grigio a Genova

Che accade se il partner tinder di un’ora di sesso con l’ispettrice Petra muore subito dopo assassinato? In una Genova fuori ordinanza, campagnola (in realtà la campagna laziale), con un paio di vedute da cartolina del porto vecchio come l’ha voluto Renzo Piano, e in grigio, come senza colore. Niente in rapporto a Barcellona, la scena della Petra originale, della giallista Alicia Gimenez-Bartlett.

Le vicende di Petra Delicado hanno anche il vizio di fare colpevole il personaggio più vivo e simpatico. Eppure, con tutti questi handicap, la narrazione trascina. Petra non è simpatica – nemmeno al genere femminile, si suppone, che pure con lei dovrebbe identificarsi, tanto è scostante. Ma la sceneggiatura e la regia sanno prendere col ritmo, e anche con lampi di simpatia – scorci, battute, battute senza risposta.

Maria Sole Tognazzi, Petra 2, Sky Cinema

mercoledì 21 settembre 2022

Ecobusiness

Le città, che occupano solo il 2 per cento della superficie terrestre, ospitano il 55-60 per cento della popolazione mondiale, consumano il 7 per cento dell’energia prodotta nel mondo, e producono il 60 per cento delle emissioni di C2. Come arrivano fra otto anni a emissioni zero?

Molte iniziative si avviano per ridurre l’inquinamento da traspo0rto merci su quattro ruote, dirottandolo sulla ferrovia e sulla ripresa del cabotaggio. Ma niente si fa ridurre la circolazione stradale individuale. Senza confronti la maggiore responsabile dell’effetto serra.

Si rimettono in esercizio le centrali elettriche a carbone, venendo a mancare il gas e l’olio combustibile per la guerra russa all’Ucraina. Le fonti di energia non fossili non hanno elasticità – e probabilmente sono sovrastimate, lavorano al limite.  

Si prolunga per lo stesso motivo l’attività di centrali nucleari già destinate alla dismissione, in Germania e in Francia, e si accresce la potenza di centrali attive in Slovenia, Slovacchia e altrove. Benché anch’esse rigide, dai tempi lunghi, le centrali nucleari sono più elastiche delle fonti di energia non fossili.

Cronache dell’altro mondo - anarcoidi (222)

Non c’è un servizio sanitario nazionale (federale) negli Stati Uniti perché l’opinione pubblica non vi è favorevole, non nella maggioranza. La sanità è competenza statale, dei singoli Stati dell’Unione. E l’opinione è diffusa che l’assicurazione personale garantisca cure migliori.

Al fondo, è un’anima anarchica che muove gli Stati Uniti, di sospetto verso lo Stato. E più nella parte dell’opinione pubblica orientata in senso conservatore, di destra con terminologia europea.

Il rifiuto dello Stato si estende, come è noto, ai documenti (carta d’identità, patente…). L’unico documento nazionale è la tessera della Social Security, necessaria per lavorare (anche per aprire il conto in banca), e quindi per l’obbligo di pagare le tasse. È nata per controllare l’immigrazione, anche prima di quella “illegale” – dalla frontiera Sud – degli ultimi trent’anni.

Edgar Hoover, il direttore e anima nera dell’Fbi per quasi mezzo secolo, nato a Washington da genitori benestanti, eredi di un console onorario svizzero, non fu iscritto alla nascita in nessun registro, benché fosse obbligatorio per legge nel territorio di Washington, Dc – registrerà la nascita solo nel 1938, quando aveva 43 anni.

Sotto il cerone della celebrità

O del peso dello stardom, della celebrità. Sophia Loren, che la Rai celebra per il compleanno con due ore abbondanti di testimonianze – il documentario fa soprattutto affidamento sulle sue interviste, niente spezzoni dei suoi tantissimi film, molti di culto – è sempre semplice e diretta. E anzi diminutiva. Ma nell’eloquio. Che maneggia con sicurezza e sveltezza (in tre lingue!), da persona vera, non la “maggiorata” muta come veniva venduta ai suoi tempi. Con battute anche fulminanti, soprattutto in inglese e in francese, cioè con interlocutori svelti come lei e non paludati o impacciati. Per es. sul rapporto con Mastroianni, partners in una dozzina abbondante di film, di rilievo. O con De Sica. Parla come tutti dell’infanzia durante la guerra, della madre che le ha dato “la forza” – Sophia ha cominciato a fare cinema a 14 anni. Spiuga convincente l’arcano del suo matrimonio con Carlo Ponti – cristallina anche nella rappresentazione della sbandata per Cary Grant, e della decisione di tornare con Ponti. Ma si guarda con apprensione, e quasi con repulsione. Talmente è supertruccata e supervestita, quasi una maschera. Così doveva essere la celebrità ancora mezzo secolo fa, e lo stesso personaggio ha dovuto continuare a interpretare anche dopo – dopo Mary Quant e la libertà, nel tratto, il trucco, l’abito.

È il racconto, alla fine, di una vita difficile, non mostrandosi i grandi successi, a parte poche immagini degli Academy Awards a Hollywood. Ma più per vedere una persona così gaia e naturale sepolta sotto il cerone.    

Marco Spagnoli, Sophia!, Rai 1, RaiPlay

martedì 20 settembre 2022

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (503)

Giuseppe Leuzzi

Maria Chiara Bellantoni, avvocato milanese nata a Reggio Calabria, come da curriculum vitae, lamenta in una lettera al giornale che il luogo di nascita è un handicap nella valutazione chi si fa di lei sul lavoro. Lo ritiene ingiusto, e lo è. Ma è vero che la “narrazione” fa premio. E la parola Calabria suscita sospetto. Non bisogna prendere sottogamba il “tutto mafia”; servirà alle carriere di prefetti, carabinieri e giudici, ma quanti danni.

“Il vero esilio non è di essere sradicato dal proprio paese: è di viverci e di non trovarci più niente di ciò che lo faceva amare”, Edgar Quinet. Per esempio il garbo, la conoscenza reciproca – l’invidia sociale (abbigliamento, postura, automobile, consumi) fa aggio su tutto. Quinet, storico delle “Rivoluzioni d’Italia” e delle religioni, in polemica con i gesuiti e l’ultramontanismo (il papato), fu esiliato da Napoleone III per avere criticato la spedizione del 1849 contro la Repubblica Romana.

L’“ode all’ulivo”, nella piccola preziosa silloge di Giuliana Mancuso “Poesie sugli alberi”, è di poetessa inglese, Charlotte Smith (1749-1806). Il ficodindia è cantato da un poeta tedesco, Rückert il poeta dei bambini morti, dei “Kindertotenlieder” di Mahler: ne scrisse 428. Il Sud non ama la (sua) natura.

Si dà per scontato, i sondaggisti danno per scontato, che Grillo rimonterà al Sud con la propaganda che Conte ha fatto del reddito di cittadinanza. Forse in Sicilia, dove il rdc è diffusissimo – e dove i consigliori di Conte furbi hanno circoscritto al campagna del Sud. Altrove è questo che ha alienato il Sud ai grillini. Per tre motivi. Il dispetto tra chi l’ha avuto e chi no; il dispetto tra chi non lavorando “guadagna” di più di chi lavora, a ore, a giornata, e si passa il tempo vagabondando, in macchina; l’improvvisa mancanza di manodopera giornaliera e stagionale. L’effetto Conte è possibile in Sicilia, dove il rdc è diffusissimo.

Braibanti al Sud

Nel “Signore delle formiche”, il film sul processo nel 1964 all’icona dei diritti gay Aldo Braibanti, Amelio fa pronunciare l’unico panegirico contro l’omosessualità – “mi fa schifo”, etc. – a un giornalista “compagno” appena arrivato dalla Calabria. Che introduce con la classica “zannella”: “Sei di Cosenza?” “No, di Catanzaro” (Amelio è di Catanzaro, lì vicino). E lo mostra nuovamente, dopo il processo, sempre più schifato, anche se con accento non propriamente catanzarese. Ma non dice mai che il giovane Sanfratello e Braibanti furono processati e condannati (il giovane con gli elettroshock e il manicomio) da una famiglia emiliana, di Piacenza. Con avvocati piacentini e romani. E psichiatri compiacenti in tutta l’Emilia.

Il fatto, è evidente, poteva succedere anche in Calabria. Ma non è successo. Amelio, che fa filmoni con la rappresentazione-revisione della realtà italiana, avrebbe fatto bene a denotarlo. Perché ci sono differenze anche in questo, nella percezione dell’omosessualità. Ha voluto allargare il pubblico al Sud, coinvolgendolo con due battute? Ma allora che storia è? Anche perché la percezione dell’omosessualità non era, di fatto, così gretta come ora si tende a dire.

Braibanti era stato giovane studente a Firenze, al liceo e dopo. Attivo negli anni 1940 contro il fascismo, con Giustizia e Libertà dapprima – fu per questo in carcere, insieme con Ugo La Malfa – e poi, dopo l’armistizio, nella Resistenza attiva con il Pci. Insieme con Teresa Mattei (Assemblea Costituente, già coinvolta nell’assassinio di Giovanni Gentile) si era distinto nella Resistenza ai tedeschi, per un tratto prigioniero anche della famigerata banda repubblichina Carità, che distrusse tutti i suoi elaborati, scritti, partiture.

A Firenze, c’è anche da dire, la pratica gay non era fuorilegge: se non negli anni di guerra, subito dopo non c’era l’abominio: c’erano anche locali notturni per gay. Il Braibanti degli anni 1960, quando si stabilì a Roma, fu ben introdotto e ebbe liberi rapporti in tutti gli ambienti artistici, musicali, teatrali. Poi il processo, “celebrato” a Roma, dalla Procura romana, su azione della famiglia piacentina.    

Il bidet del Risorgimento

Lo storico Andrea Merlotti, direttore degli studi alla reggia di Venaria, fa sul “Sole 24 Ore” di Domenica 18 la storia della classificazione del bidet nell’Ottocento come “strano istrumento a forma di chitarra”. Una classificazione riportata nel 1990, spiega, nel catalogo di una mostra alla Reggia di Caserta, che ne era provvista, senza paternità. Che successivamente, “col progressivo affermarsi di scritti di storia sempre più critici verso il Risorgimento”, viene imputata ai Savoia, a un loro notaio incaricato dell’inventario dei beni della reggia che avevano acquisito con l’unità. E quindi utilizzata “come manifestazione della presunta ignoranza e della rozzezza dei Savoia e dei «piemontesi» rispetto alla cultura e alla raffinatezza dei Borbone e dei «napoletani»”.

Merlotti ne rintraccia l’origine nel semiserio “Dizionario moderno” di Alfredo Panzini, alla sua ottava edizione, nel 1942, attribuita a un ufficiale giudiziario ignoto: “Oggetto di ferro a forma di chitarra per uso sconosciuto: da un inventario di ufficiale giudiziario” – allora l’oggetto in ferro era in grande spolvero nella conversazione maschile per l’uso che se ne faceva nelle case chiuse.

Merlotti è storico sabaudo (“più di cento” pubblicazioni di storia sabauda, recita nel cv). Ma si astiene e non lo dice. Si astiene dal rilevare che il revisionismo meridionalistico elimina una forte pietra d’inciampo: l’unità d’Italia fu una rivoluzione. Una grande rivoluzione, in tutta Europa e anche fuori, specie nelle Americhe, del Sud e più del Nord. Di eco duratura. A premio sull’unificazione contemporanea della Germania. E senza controindicazioni. Garibaldi e il garibaldinismo furono a lungo di consolazione in tutti gli ambienti europei, anche conservatori – e sullo sfondo pure Mazzini, per la Repubblica Romana.

Sudismi\sadismi

Volendo far sorridere su una marachella patria - gli “omissis da Guinnes dei Primati” con cui a Bolzano Vicentino si sanziona un abuso edilizio – il veneto antimeridionalista del “Corriere della sera”, Stella, racconta della Regione Calabria, degli omissis con cui la Regione nel 2013 deliberava il pagamento del vitalizio a un suo ex consigliere. “Un vitalizio sette volte più alto del reddito pro capite calabrese”, a un consigliere condannato per mafia. Senza dire che era condannato in appello, e che l’anno dopo, alla conferma in Cassazione, la pensione fu sospesa. Ma, soprattutto, omissis della Regione Calabria, dieci anni fa? Nessun altro precedente, per ridere oppure no? L’antimeridionalismo come malattia.

Napoli

Folla di politici per la traslazione del sangue di San Gennaro dalla cripta all’altare Maggiore, per l’atteso miracolo: Di Maio, 5 Stelle, Franceschini, Pd, ministro della Cultura, il renziano Rosato, l’ex berlusconiana Mariarosa Rossi. E il miracolo c’è stato.

Esce oggi negli Stati Uniti un voluminoso libro su Napoli, “The Serpent Coiled in Naples”, che avvinghia Napoli. Autore Marius Kociejowski, “libraio antiquario” a Londra, “poeta, saggista, scrittore di viaggi”. Un “travelogue”, così l’editore, un libro di vagabondaggi, “una meditazione sulla mortalità e molto altro”. Di una città che “negli anni recenti è diventata, per il meglio e per il peggio, la nuova ‘destinazione’ in Italia”. Ma il “serpente” sa di morte, sempre secondo l’editore: il Vesuvio, la camorra, i Campi Flegrei (“che geologicamente costituiscono la seconda area più a rischio del pianeta”).

Il travelogue di Kociejowski, che da bambino chiese ai genitori, mamma inglese padre polacco, di essere chiamato Mario dopo che lo portarono a un concerto di Beniamino Gigli, si vuole importante. Esce accompagnato da recensioni entusiaste dell’“Economist” e dello “Spectator” in Inghilterra, e del “New York Times” e del “New Yorker”. Anche Marius-Mario risolverebbe l’inafferrabilità della città col concetto di porosità, che Walter Benjamin introdusse.

Poros il Rocci dà per mezza colonna come passaggio, cammino, via, anche mare (“il mare Jonio” registra in Pindaro). E da ultimo, con una sola citazione, dà “I lapidei” di Teofrasto, per roccia non compatta. Categoria nella quale la Treccani comprende anche la lava. Quindi non nel senso commune (ma anche di tanti interventi di letterati e architetti) della porosità come adattamento, malleabilità.

Leggendo Pirsig, “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, parte manutenzione della moto, un catorcio, e parte massimi sistemi, affetti, conoscenza, etc., si è inconsciamente rinviati a Sohn-Rethel, alla sua codifica dell’arte napoletana della manutenzione in “Filosofia del rotto”. Che però nessun narratore, napoletano e non, a parte rapidamente Walter Benijamni, ha sviluppato. Come se la “manutenzione”, sbrogliarsela, non fosse napoletana. 

Tre giorni di “sculture di luce”, le luminarie delle feste religiose nei quartieri e nei paesi del Sud, per Marinella Senatore a Parigi, al Palais de Tokyo, dopo il Beaubourg di cinque anni fa. Per il ventesimo anniversario del rifacimento del Palais stesso, una costruzione Novecento del 1937, come più grande centro espositivo europeo di arte contemporanea.

“Clochard ammazzato a Napoli. È stato il «battesimo» di un killer?” “Un motociclista spara con la pistola contro gli avventori di un bar vicino piazza del Plebiscito a Napoli”, in pieno centro, caffé affollato, dalle foto. È una città in cui la vita non conta niente, e per questo ha sviluppato il culto dei morti?

Si dice Napoli s’intende Campania – Napoli è metropoli, è il paese, come Parigi è la Francia, Londra l’Inghilterra, Madrid la Spagna. E dunque è tutta napoletana la terza vita erotica di Berlusconi: con Noemi Letizia, di Casoria, Francesca Pascale, e ora Marta Fascina, di Portici.

Ha la più alta concentrazione di assegni come reddito di cittadinanza, 440 mila. Su 600 mila nella intera regione Campania. Per una popolazione metropolitana di tre milioni: uno su sei-sette. Una enormità.

Si celebra a Forno (Massa Carrara) ogni anno con un premio per le scuole, “Pace, libertà, democrazia”, il maresciallo Ciro Siciliano di Portici. Maresciallo dei Carabinieri, fu fucilato il 13 giugno 1944 da militi della Xma Mas con l’accusa di non avere difeso il presidio dai partigiani. Il maresciallo è medaglia d’oro della Resistenza, ma Portici non lo sa. Napoli non ha memorie di resistenza – ma non ha fatto le “quattro giornate”, a fine settembre 1943, cacciando i tedeschi da sola?

Non cessano le celebrazioni di Maradona, di Saviano dopo Sorrentino, e altre si minacciano. Non c’è altro a Napoli da qualche anno, si direbbe di Maradona che ha avuto da ultimo il grande merito di morire per riempire il grande vuoto di Napoli. Curioso, ma è così. Una città che pure dal calcio ha altre soddisfazioni, anche ultimamente.

leuzzi@antiit.eu

Alberi, il verde della vita

Il Leopardi iperpessimista di “Imitazione” (“Povera foglia frale…”). Il ficodindia celebrato da poeta tedesco, Rückert – il poeta dei bambini morti, dei “Kindertotenlieder” di Mahler: ne scrisse 428. Ma nel complesso una scelta festosa. Carducci (“L’albero a cui tendevi\ la pargoletta mano…”), molto Pascoli ovviamente – e molta Ada Negri. Con traduzioni anche ispirate: Hensel, Housman.  

Una scelta come una proposta? In chiave non tanto o non solo da ambientalismo marciante: di più come tema filosofico, sul tempo della vita. E per questo con l’esclusione del D’Annunzio del “Pineto”? Di Prévert, di Éluard, di Valéry, anzi dei francesi? Ma si sa, le antologie, e più queste minime, sono un invito, alla lettura.

Con un’ampia presenza femminile: Antonia Pozzi, la stessa Negri, Lowell (Amy, non Robert). Mentre Whitman, la quercia solitaria che lo scruta lo fa “pensare all’amore virile”.  

Con traduzioni dal tedesco e dall’inglese della curatrice – da Lorca di Mario Socrate, da Machado di Matteo Lefèvre.

Giuliana Mancuso (a cura di), Poesie sugli alberi, Garzanti, pp. 94 € 5

lunedì 19 settembre 2022

Ombre - 632

Si auspica, e si depreca, l’intervento dello Stato. Che si limita alle aziende in crisi: Alitalia (“costata 14 miliardi al contribuente”, de Bortoli), Mps (costata 14 miliardi, ai risparmiatori). Non dello Stato investitore accorto: Eni, Enel, le banche (cresciute privatamente sul nocciolo pubblico, Intesa su Cariplo e Commerciale, Unicredit sul Credito Italiano). Si vuole lo Stato miserando per dire che privato è meglio. E lo è? In Tim, per esempio, l’ex Sip-Stet pubblica di ogni virtù?

Si vede Roma-Atalanta, la partita di calcio, e si finisce per dare ragione a Mourinho: l’arbitro che ci sta a fare, tra cinture (atalantine) di karate e colpi bassi – l’arbitro si chiama Chiffi: una sigla per chi se ne frega? Una partita del “fallo sistematico”, programmato e anche annunciato, senza che l’arbitro se ne accorga. O l’hanno mandato per espellere l’antipatico allenatore della Roma, per impedirgli di stare in campo con la prossima milanese?

Muore Luciano Vassallo, personaggio da leggenda. Che si dichiarava “figlio di madre eritrea nubile e padre soldato italiano ignoto” - “figlio di Satana” per la madre, che aveva tentato cinque aborti. Cresciuto tuttavia amabile e affabile, calciatore e allenatore di talento, dell’Etiopia, di cui l’Eritrea postbellica faceva parte, vittoriosa in coppa d’Africa, la sua unica coppa, protetto da Hailé Selassié, per questo poi perseguitato da Menghistù, quindi meccanico a Ostia. E in archivio per ricordarlo solo “L’Équipe”, il giornale sportivo francese.

Si va in allegria al voto senza spiegare le contorsioni della legge elettorale. Inimmaginabili se non fosse legge: vuole specialisti per applicarla – per apporre le x in cabina elettorale. E sarà il motivo principale della disaffezione alle urne: questo “rosatellum” è come uno sberleffo all’elettore al voto.

“Elezioni. Draghi ha detto: ci sono pupazzi prezzolati da Mosca”, come scrive “la Repubblica”? Oppure, come ha detto: “Non ci sono italiani fra i percettori dei finanziamenti russi”? E magari mettere di spalla Salvini, a cui far dire: “Abbiamo sostenuto le sanzioni ma gli operai non paghino per tutti”. Cui prodest, dato che informazione non è?

Sempre il giornale che fu di Scalfari annuncia che la Francia ha comunicato la prossima interruzione delle forniture elettriche. Il governo francese e il monopolista pubblico Edf dicono che non hanno interrotto nulla e non hanno scritto a nessuno. Ma di questo non si dà notizia. Bisogna che la luce rincari ancora, il prezzo triplicato non basta?

È metà settembre, Sky, amazon, Netflix e quant’altri programmano produzioni italiane in serie, in abbonamenti anche non costosi. La Rai, con l’abbonamento obbligatorio per legge, continua a riproporre vecchie produzioni.

Gli speciali del Tg 1 e del Tg 5 sul funerale della regina Elisabetta - particolarmente lusinghiero il Tg 5 con una clip di cento sfaccettature armoniose e accattivanti della sovrana - hanno preso la metà del pubblico alla tv nel pomeriggio di mercoledì; il 23 per cent il Tg 1 e il 20 per cento il Tg 5.

Rincuora vedere il Maccabi Haifa, che tutto insieme non fa il costo e l’ingaggio di uno solo dei campioni del Psg, giocare un tempo veloce e tecnico al posto dei francesi – col Supermessi che esulta come il Maradona della manita de Dios per un gol …fortuito (un tempo si poteva scrivere più facile, e più chiaro): i soldi non sono tutto.

“In campo europeo la tentazione di affermare il primato del diritto nazionale su quello Ue non è solo di Polonia, Romania e Ungheria”, spiega Giuliano Amato lasciando la Corte Costituzionale. Per non dire che è soprattutto di Francia e Germania – e satelliti: Olanda, Austria, Belgio? Cioè dell’Europa. L’europeismo italiano non ha credibilità perché non tiene conto della realtà europea – non ce l’ha tra gli scettici ma, di più, tra gli europeisti convinti.

Un Decreto Aiuti nel quale si infila l’abolizione del tetto dei 240 mila euro annui – l’appannaggio del presidente della Repubblica - per una serie di personaggi dello Stato, almeno un migliaio, era commedia ancora da vedere. La sceneggiata tra governo e Camere sulla paternità del regalino quella no, è nota: il direttore generale del Tesoro, uno dei beneficiari, invia un parere alla Camera – un parere in cui il costo dell’aumento è ridotto a pochi milioni, un’inezia.

Sembra impossibile che le Camere cospirino a levare il limite dei 240 mila euro annui per direttori generali di ministero e vice direttori, generali, eccellenze giudiziarie. Tutti i partiti. Anche l’“onesto bankitalia” Franco, il ministro del Tesoro personale di Draghi. Di nascosto. Col trucco – con vari trucchi. Nel mezzo di una recessione, con inflazione. Una settimana o due prima delle elezioni. Ma questa è l’Italia.

Direttori, generali, eccellenze (eminenze?) vogliono 300 mila, 400, anche mezzo milione, l’anno, per non lavorare. Sembra Ionesco, o Ubu, una farsa grottesca. E invece no: è commedia all’italiana.

Chi ha preso i soldi dalla Russia? Non lo sapremo. Sapremo che c’è chi ha preso i soldi, ma non chi – sottinteso è che è o Grillo o Salvini, o tutt’e due, ma non lo sapremo mai. L’allusione – il sottinteso – è tecnica spionistica. Che però è nella fattispecie americana, opera di servizi di nazione amica: perché gli Stati Uniti vogliono intromettersi nelle elezioni italiane?

Una giornata di squalifica a Milik, espulso per essersi tolta la maglia per un gol poi annullato, all’allenatore Allegri e al calciatore Cuadrado per proteste, e multe all’allenatore e al club, le condanne del giudice sportivo dopo l’assurdo arbitraggio di Juventus-Salernitana, a danno del club multato. Niente penalità per i quattro o cinque arbitri dell’assurda commedia, anzi, benché accertati incompetenti, è il loro referto a fare legge. È l’incredibile strafottenza della funzione giudiziaria in Italia.

La vicenda della partita di calcio Juventus-Salernitana è anche dell’incredibile vigliaccheria tutta italiana di fronte agli sbirri. Si ride perché si tratta di football, non muore nessuno, ma l’Italia è un cadavere che ride.

Le rose salvano

La coltivazione tradizionale delle rose messa a rischio dalle tecnologie, e salvata da un incrocio infine riuscito. Di una coltivatrice solitaria, aiutata da un branco di affidatari di un programma di reinserimento sociale, gente con problemi.

Una storia perfino troppo semplice, di tre o quattro visi dall’espressione quasi immota, e vedute di roseti naturalmente, in ogni stagione, che però fa un’ora e mezza di ottime immagini. Sarà il segreto del “cinema francese”, la mano lieve, senza bisogno di storie truci o bombardamenti d’immagini.

In filigrana il rapporto materno della coltivatrice, single in età, con i suoi aiutanti problematici. La natura, la campagna, la coltivazione come funzione materna.   

Pierre Pinaud, La signora delle rose, Sky Cinema

domenica 18 settembre 2022

Problemi di base estetici - 716

spock


“Tutto cambia, tranne l’avanguardia”, Paul Valéry?

 

Il cinema è allegro, la tv piagnona?


Il bello è meraviglioso, il meraviglioso è bello?


“L’universo è fluido e mutevole; il linguaggio, rigido”, Borges?

 

“Sono la stessa cosa i sogni ed i ricordi”, Borges?

 “La poesia è la biografia al suo meglio”, Emanuele Trevi?

“Il poeta non è imitatore se non di se stesso”, Leopardi?

“Tutto si è perfezionato da Omero in poi, ma non la poesia”, Leopardi?

spock@antiit.eu


Era ieri, l’omosessualità proibita

Amelio prosegue in quello che è ormai il suo filone più persuavivo e accattivante, la narrazione-revisione della storia recente. Il terrorismo, Panisperna, la pena di morte (il fascismo), l’immigrazione, il rapporto padri-figli, le solitudini, la disabilità, la delocalizzazione, Craxi. Qui, da gay infine dichiarato, l’omosessualità proibita, anzi condannata, in tribunale, col “caso Braibanti”, al crinale di un’epoca, il 1968: un intellettuale e artista, musicolo, teatrante, poeta, fu processato per “plagio”,

Un film Amelio fa del genere “legale”, pur senza le apparenze: concentra l’uomo, Aldo Braibanti, un artista multidisciplinare che ha avuto una lunga vita, prima e dopo il processo, e ha avviato o attraversato esperienze molteplici, sul processo che gli fu intentato per plagio nel 1964. Un reato introdotto dal codice Rocco nel 1930, su pressione di Mussolini, contro la libertà di espressione. Su azione della famiglia di un ventitreenne, che Braibanti avrebbe circuito subdolo. Una storia sordida, vissuta dall’opinione in Italia con curiosità, ma più con smarrimento. Avendo provato gli attori del processo, la famiglia del giovane, padre in testa, qui rappresentata invece dalla madre e dal fratello maggiore, a ridurlo allo stato vegetativo con gli elettroshock e poi col ricovero forzato in manicomio. A Piacenza dove abitavano. Piuttosto che saperlo, benché adulto e in tutta intelligenza, in rapporto intimo con Braibanti.

Peggio andò col dibattimento e le condanne. Che l’iniziativa familiare avesse trovato il supporto della Pubblica Accusa, e poi dei giudici: del Tribunale (14 luglio 1968, decisione della giuria), con la condanna a nove anni, della corte d’Appello (28 novembre 1969), presidente La Bua, con riduzione della pena a quattro anni, confermati il 21 ottobre 1971 in Cassazione (presidente P. Rosso, estensore Mazza, pubblico ministero Vincenzo Mauceri). La cosa sarà risolta nel 1973, dal secondo governo Andreotti, ministro della Giustizia il vecchio Gonella, col condono della pena residua, due anni, per meriti acquisiti da Braibanti nella Resistenza.

Su questi eventi, la famiglia, il processo, la distruzione del giovane, e una sorta di atonia, quasi atarassia filosofica più che caratteriale, di Braibanti nel processo, si concentra Amelio. Con una rappresentazione forte, come suole, del suo tema: un racconto che lascia traccia. È così la rappresentazione di un mondo parafascista. Della famiglia e più ancora della giustizia - come questa al fondo probabilmente ancora si ritiene, con gli ermellini, le eccellenze, e i tentativi reiterati di svicolare dal blocco delle retribuzioni massime ai 240 mila euro (l’appannaggio del presidente della Repubblica).

Con qualche errore. Amelio fa colpa all’“Unità”, il giornale del Pci, cui Braibanti era iscritto, di non averlo difeso, per paura dello scandalo. Con un direttore, allora Maurizio Ferrara, che tiene al decoro e ai buoni rapporti con i sovietici, e si cura poco dell’affare. Mentre è noto l’articolo durissimo con cui Ferarra bollò la decisione del Tribunale romano.

 Anche Braibanti è un altro. Ha avuto una lunga e densa vita prima del processo. E poi dopo. Ma il metodo di Amelio è narrativamente centrato: si rappresenta un mondo con una persona in un momento partcolare – qui Lo Cascio fa l’exploit, quasi sempre in scena - , e un fatto specifico.

Gianni Amelio, Il signore delle formiche

sabato 17 settembre 2022

Nostalgia anni 1980, o l’Italia in 3D

Si celebrano gli anni 19080. Del cinema – la spettacolarizzazione della fantascienza, Spielberg, Ridley Scott, Carpenter. Del calcio – il Mundial. Di Reagan – sì, di Reagan. Perfino della moda, perfettina. A opera degli stessi che quegli anni che quegli ani combatterono forsennati. Contro gli yuppies. Contro Craxi e “Milano da bere”. Contro la politica anti-inflazione. Per un “cupio dissolvi” che da allora tiene l’Italia sotto il tallone, avviato giubilanti a fine decade col processo a Sofri.

Succede. Che qualcuno apprezzi una cosa che gli dispiaceva. Molti comunisti erano stati fascisti – intere regioni. Si può anche cambiare opinione, perché no, oltre che il gusto. Ma qui non c’è un esame comparato o critico. E questo per un motivo che fa senso: non c’è altro modello o disegno, programma, ideale, di vita diverso. Si propone la nostalgia degli anni 1980 solo per vendere, come scenografie di campagne pubblicitarie. Di un paese che si volesse di cartapesta – come un tempo erano le scenografie, oggi in 3D: un ologramma.

In foto si viene meglio

Il testo è bilanciato. Ma lo speciale è di “una vita in immagini”. E le immagini sono tutte in qualche modo lusinghiere.

È il destino della foto-ritratto, anche in circostanze o pose difficili, di riuscire comunque essere sempre adulatoria? Confortante, certo, per un mondo in lutto.

Erin Blakemore, Elisabetta II, “National Geographic” pp. 96 € 9,90

venerdì 16 settembre 2022

Letture - 499

letterautore


Marta Abba – “Figlia-musa-amante” definisce Annamaria Andreoli – introduzione a “L’attrice ideale. Marta Abba nella vita e nell’arte di Luigi Pirandello” - la venticinquenne attrice milanese molto determinata e carrierista, del sessantaduenne Pirandello, che per lei si svenerà, creando e finanziando a perdere un Teatro d’Arte a Roma. Amante, per la verità, molto platonica – Abba era frigida, perlomeno con Pirandello. La stessa Andreoli commenta che “Pirandello compensa la castità con i gesti plateali”. E riprende una lettera del figlio Stefano: “Gli sembra che se non dovesse aiutare la sig.na Abba a mettersi la pelliccia o non si precipitasse ad aprirle la porta quando entra ed esce da una stanza, ella dovrebbe morire di freddo o restar chiusa tutta la vita nella stanza medesima”.
 
Bamboccioni – Pirandello e D’Annunzio mantenevano i figli anche in età adulta. Pirandello con qualche sacrificio, che lamentava: aveva “ripudiato” la figlia Lietta, per le esose pretese dotali del marito, il diplomatico cileno Manuel Aguirre, ma manteneva i figli Stefano, scrittore, e Fausto, pittore. Di cui lamentava per lettera, il 19 marzo 1929: “Non possono pretendere che io, a sessantadue anni, seguiti a lavorare giorno per giorno per mantenerli come quand’erano bambini  e io avevo trent’anni; trent’anni, ora, li hanno loro”.
D’Annunzio ha mantenuto i quattro figli fin verso i quarant’anni, con assegni mensili – che definiva “mestruali” (aveva tre figli maschi, Mario, Gabriellino e Ugo Veniero, oltre all’ultimogenita Renata).
 
Codici – Gli scribi non lasciavano spazi tra un parola e l’altra, nota Philip K. Dick, “Valis”, 46, e “questo può portare a molte strane traduzioni”, dal momento che l’interprete-lettore può staccare le parole come meglio crede”. E porta l’esempio “God is no where” e “God is now here”.
 
Fascismo – Irretì, pur in breve tempo, molti ingegni: alla triade canonica di Céline, Pound, Hamsun, si possono aggiungere Pirandello e Bontempelli, lo stesso Malaparte, in Francia Drieu  e Brasillach, i rumeni Éliade, Ionesco, Cioran.
Pirandello fu fascista controvoglia? No, per scelta. Le dichiarazioni in tal senso vanno dal 1923, poco dopo la “marcia su Roma”, al 1935, proco prima della morte.
 
Gelosia – Antonietta Portulano, la moglie di Pirandello, col quale aveva avuto tre figli, già toccata dal fallimento dell’azienda paterna, e quindi dalla perdita della dote, aggravò la sua condizione psicologica deviando le ansie sul marito. Finirà in “casa di cura”, dopo una paralisi “isterica” alle gambe, effetto ed espressione  della gelosia furibonda nei confronti del marito, accomunando nelle accuse la figlia Lietta, per colpa d’incesto.
 
Improvvisazione – Puškin ne fa l’impoverimento e anzi l’opposto della poesia. Nel racconto “Le notti egiziane” ha il personaggio Charsky, un alter ego, ben dotato di beni materiali ma infelice: “La sua vita avrebbe potuto essere la più piacevole, ma aveva la disgrazia di scrivere e pubblicare poesia”. Una “disgrazia” che raggiunge il fondo quando un poeta italiano impoverito bussa alla sua porta. L’uomo vaga improvvisando versi in rima per un pubblico pagante, e chiede assistenza per un’esibizione in Russia. Il personaggio lare sia stato ispirato a Puškin dal suo amico polacco Adam Mickiewicz, poeta e attivista, ma Puškin lo vuole italiano, della tradizione tutta italiana di improvvisatori a tema, in rima. Charsky-Puškin organizza la performance, con la ulteriore sgradita sorpresa che è il pubblico a fissare il tema dell’improvvisazione. Peggio ancora quando l’amico italiano chiede un tema a Charsky-Puškin. Irritato, questi risponde: “Eccoti il tema… ‘Sta al poeta scegliere da se stesso il tema dei suoi canti, la folla non ha nessun diritto di costringere la sua ispirazione’”. E subito il tema viene svolto, in agili ottonari, in termini sorprendentemente elevati.
 
Italiano “finto” – Il linguista Antonelli ricorda su “La Lettura” del 4 settembre l’osservazione di Ugo Foscolo: “Dodici uomini di diverse province che conversassero fra di loro, ciascuno ostinandosi a parlare il dialetto suo proprio, si partirebbero senza saperti dire di che parlavano”. Di dodici province italiane. Di radici latine ma anche osche, etrusche, o semplicemente gallo-celte, e vocaboli greci e arabi.
Foscolo suggeriva, come veicolo, un “linguaggio mercantile e itinerario”. Che Antonelli dice “non molto diverso, in fondo, dal «parlar finto» di Manzoni” - prima evidentemente del bagno nel toscano: “Un italiano incerto e approssimativo”, sintetizza il linguista, “ibridato di vocaboli dialettali, che nei salotti dell’Ottocento prende il posto del milanese quando è presente un piemontese, o un veneziano, o un bolognese, o un napoletano, o un genovese»”. Manzoni era pessimista, si sa, ma si capiscono molte resistenze all’unità. Che è realtà recente, e anche modesta, in termini di durata. 
 
Occhio clinico – Era il distintivo della professione medica, ora svanito sotto il profluvio di esami, analisi, laste, e una selva di specialisti. Era quello del professor Joseph Bell, maestro di Arthur Conand Doyle quando studiava medicina a Edimburgo – sul professore modellato Sherlock Holmes.
 
Ut pictura poesis – Marino Freschi ricorda sul “Venerdì di Repubblica” a proposito dei disegni di cui Kafka si dilettava e che ora si vanno recuperando, una lunga serie – solo in area tedesca – di scrittori che ugualmente disegnavano, dipingevano, scolpivano: Goethe (“i suo disegni sono stati raccolti in un corpus di nove volumi”), Adalbert Stifter, E.T.A. Hoffmnn, Kubin, Hermann Hesse, Peter Weiss, Günter Grass, Peter Handke.
Grass, si può aggiungere, voleva essere scultore. Rifiutato alla smobilitazione dall’Accademia di Dortmund, la fece a Palermo.
 
Pinocchio – Sempre più di attualità in America. Due nuove traduzioni, di Geoffrey Brock per “The New York Review of Books”, e (in edizione critica) di John Hooper e Anna Kraczina per Penguin. Mentre esce le in sala il “Pinocchio” di Robert Zemeckis, un rifacimento con attori dal vivo del cartone animato di Walt Disney, 1940, con Tom Hanks (Geppetto) e Giuseppe Battiston (Mangiafuoco). E si annuncia per fine anno un rifacimento, sempre al cinema, di Guillermo del Toro.
“Pinocchio” è stato fatto al cinema negli Stati Uniti, d’animazione, con attori dal vivo, in tv, in serie, in commedie musicali, almeno una quindicina di volte, più che in Italia – con un “Pinocchio nello spazio”, e uno erotico. In Italia si ricordano i “Pinocchio” più recenti, di Comencini, con Nino Manfredi e Gina Lollobrigida, cinquant’anni fa, di Carmelo Bene a teatro e in tv, e di Benigni, Sironi (con Bob Hoskins Geppetto, Luciana Litizzetto Grillo parlante) e Garrone (con Benigni Geppetto e Gigi Proietti Mangiafuoco).
Quattro o cinque “Pinocchio”, due in cartoni animati, anche in Russia. Due cartoni in Giappone.

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