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venerdì 18 settembre 2009

Kaputt è l'Europa

Malaparte è autore di primizie. Molte insuperate, bisogna dire, anche a distanza, che ormai è lunga. “Kaputt” fu il primo best-seller mondiale del dopoguerra, un “romanzo” molto italiano, sull’orrore molto italiano della guerra, scritto da un “maledetto italiano”. Un “romanzo storico” lo vorrà Malaparte nei suoi diari parigini qualche anno dopo. Il romanzo dell’Europa sconfitta. Della guerra dell’Europa alla Russia, che la Russia, scrive Malaparte nel 1942, vincerà. In un mistilinguismo alla “Guerra e pace”, impensabile nella gloriosa marcia odierna delle lettere italiane. Con tutto Arbasino, buona parte di Primo Levi, mezzo Fellini, mezzo Visconti. Tolstojani anche i racconti di cani e cavalli: Malaparte è il primo, e per ora unico, scrittore che anima gli animali.
Malaparte, scrisse Répaci, ama girovagare per “porti amari”. Di “Kaputt” sempre si ricorda la definizione dello stesso autore, di “libro orribilmente allegro e crudele”, che si avvia con l’aneddoto raccapricciante dei cavalli imprigionati dal ghiaccio nel lago Ladoga - un ossimoro che ne definisce l’ambiguità suo marchio di fabbrica, ricercata fin dalle prime prove da ragazzo, la “Rivolta dei santi maledetti”, volontario nella guerra e la morte. Ma è anche un libro segreto, che sfugge, nel capitolo iniziale “Storia di un manoscritto”, alle SS di mezza Europa, “Živago” al confronto fu un’edizione di stato. È sempre deludente cercare di parodiare un certo genere di emozioni negative (disgusto, violenza): il lettore ha bisogno di essere dalla parte dell’autore. E questo Malaparte lo evita. Ed è effettivamente un romanzo resistenziale, per i tempi, essendo stato scritto nella prima metà del 1944 (ma forse già nell’estate del 1943: poi Malaparte passò attraverso varie prigioni, alleate e antifasciste, anche se solo per poche ore: molto tempo dovette spendere a difendersi), e per i temi, comprese le crudeltà sugli animali. Entro cornici labili: pranzi seduti, notti lunghe tra amici, cocktail parties – con ufficiali tedeschi, tra nobili moldavi – e incontri al caffé. Ma di forte felicità narrativa, mezzo rondista mezzo hemingwayana, e in definitiva sua propria, malapartiana.
L’invenzione è più spesso di scuola che vista o vissuta, di lettura, letteraria. L’aneddoto più famoso, della mandria di cavalli congelati nel Ladoga, un lettore curioso aveva già letto in “Inshallah” di Maud von Rosen, baronessa, bellissima virago svedese-americana, pubblicato nel 1935, in quel caso la carovana era di cammelli, seppellita da una bufera di neve sui monti Elburz in Persia – Malaparte che sapeva il tedesco era in grado di leggere lo svedese, e comunque “Inshallah” era stato tradotto in inglese. Ma l’effetto in lui è sempre di una sorprendente verità storica, dietro le ambiguità esibite, a partire anche qui dal suo primo reportage, “La rivolta dei santi maledetti”, seppure contemporanea ai fatti, e più a distanza di tempo.
Malaparte si fa forte anche qui del racconto hoffmanniano come sogno, da lui introdotto in Italia nei viaggi un decennio prima. Degli a parte geniali, il “cielo proustiano di papier gros bleu”, il colore dei pacchi di pasta da due e cinque chili, la pasta dei poveri, “La provincia è la vera patria parigina di Proust”, il famoso Hitler è donna, di cui si gloriava di essere lo scopritore, l’“Io ti amo e tu dormi”. E delle figure romanzesche nella loro ordinarietà, qui innumerevoli: Axel Munthe, il re Gustavo V di Svezia che in guerra ricama, Mannerheim, Edda Mussolini, un fantasma che domina Roma e l’Italia, Galeazzo Ciano “il levantino”, Himmler, Hans Frank, il Re hitleriano di Polonia, che “suona Chopin come Paderewski”, con la fantastica corte dei governatori hitleriani della Polonia occupata nella sua reggia al Wawel di Cracovia, Ante Pavelic, patriota sincero e crudele, che parla italiano “con lieve accento toscano”, Max Schmeling, il campione dei massimi paracadutista a Creta, e il “coté Guermantes” che più volte ritorna, Harold Nicolson, Oswald Mosley, i diplomatici italiani Alfieri, Anfuso, Cicconardi, Umberto di Savoia, Maria José, Isabelle Colonna, la Maria Angiolillo del regime, il conte Gawronskij, i fratelli Antonescu, i soggiorni al Forte dei Marmi con Suni e Clara Agnelli ragazze. E quel personaggio più che malapartiano, ignoto in Italia, che fu Agustìn de Foxà, conte, ricco, diplomatico, scrittore, falangista non franchista. In tutto copia di Malaparte, nella scrittura e nel fisico, che solo se ne distinguerà per morire alcuni mesi dopo lo scrittore toscano. Con una sensibilità speciale per i cibi in tavola, i sapori e i colori, e per le tavolate, un gargantuismo inedito (una delle poche cose non imitate di Malaparte) che sottolinea l’imbelvimento generale. E una continua, costante interrogazione dell’umanità tedesca che la guerra rivela: la paura del debole, il silenzio, del viso, dello sguardo, “l’elemento morboso, femminile”, e quelli che “stanno dalla parte dei salmoni ma obbediscono ai generali”.
Un “romanzo” vecchio di sessanta e più anni che si rilegge con interesse è un segnale che la storia della letteratura del Novecento è da rifare, quando il Muro sarà crollato anche in Italia. Adelphi lo riedita con le molle, selettivamente dice, benché con succose note filologiche, per “Kaputt” di Giorgio Pinotti. E non lo sostiene, non se ne parla. L’ultima cosa che si è detta di Malaparte è di Raffaele La Capria, un paio d’anni fa, che sul “Corriere della sera” gli ha rimproverato la teatralità: “Le cose che racconta Malaparte sono inverosimili perché sembrano false, ed è il modo come sono raccontate a falsificale”. Che è vero, ma nel senso più complesso del vero\falso. La Capria dice che l’inverosimile di Kafka, Rabelais, Cervantes non sembra falso. Ma perché è falso. I racconti di “Kaputt” sono malapartiani, sgangheratamente crudi. Ma per essere veri – inverosimili ma veri. A partire dalla cornice delle cornici: in manoscritti strappati, da affidare ad amici di diversa origine e destinazione, per sfuggire alle SS, e poi assemblati. Che sembra anch’essa una “storia” malapartiana, inventata, e invece è vera. La Capria si confessa ancora stizzito, in quanto napoletano. Ma, in tema di realismo, pochi direbbero che Malaparte non è realistico – anche su Napoli, prima e più di molti scrittori napoletani, anzi ne ha rinnovato il genere: Napoli è quella di Malaparte.
Malaparte è Malaparte, ufficiale di collegamento a Napoli con gli inglesi e gli americani, che si fa all’inizio del 1944 una biografia marxista, e di studioso dell’Urss. Esibendo stili di vita e di scrittura di destra, allora e per lungo tempo ancora. Un fascista che Mussolini ha mandato in carcere tre o quattro volte. Un politicamente corretto sempre scorretto. Detto questo, è scrittore vero anche se inverosimile, e di fantasia stimolante, sa raccontare – non gli si vuol bene, ma perché lui si voleva antipatico: per la sindrome D’Annunzio, il grande rimosso, la tessitura non tanto segreta del Novecento. Si è inventato molte cose della sua vita, ma delle cose che racconta è come se non se le fosse inventate.
“Kaputt” è il romanzo della guerra, cioè della morte. E della morte degli ebrei, l’Olocausto è raccontato già nel 1943: il pogrom (“nell’Europa orientale i pogrom sono sempre preparati ed eseguiti con la connivenza delle autorità ufficiali”), il ghetto di Varsavia, il treno piombato, le ragazze prostituite. È un libro per questo feroce, per i cavalli congelati, e per il cannibalismo, i “mostri” di Napoli nelle caverne, “’o sangue” di san Gennaro, archetipo di tanta narrativa, e una prima serie di animali in tavola. ”Kaputt” è, come poi “La pelle”, e come il libro d’esordio di Malaparte, “La rivolta dei santi maledetti”, il racconto della guerra. Che non può essere fatto come nei film inglesi e americani, che sono di propaganda, la guerra è la stalla dell’uomo, piena di letame, scannamenti, squartamenti. È perciò un racconto dell’orrore, un genere non italiano. Di cui Malaparte si vuole esploratore, congruo – non si può fare sempre della guerra una retorica.
Curzio Malaparte, Kaputt, Adelphi, pp.476, 22, € 18,70

Quando c'era la Cortina di ferro - 9

Con l’archivio generoso di “Repubblica” raccontiamo alcuni aspetti del ricchissimo 1989, venti anni fa, che i giornali, vuoti, non raccontano (unica eccezione domenica il supplemento culturale del “Sole 24 Ore”, che ha dedicato agli avvenimenti due pagine): il comunismo sovietico che finisce nel disonore.

5 novembre
IL PRIMO GIORNO DI FUGA AUTORIZZATA
BONN – “L’esodo non può essere la soluzione della questione tedesca. Noi vogliamo che i cittadini dell’Est possano vivere nella loro patria d’origine”. Nel corso di un intervento al congresso federale della Croce Rossa, il cancelliere Helmut Kohl ha riaffermato la volontà di Bonn di contribuire al miglioramento delle condizioni economiche nei paesi dell' Est. È stato questo il primo commento del governo tedesco-federale alla decisione del nuovo leader della Rdt Egon Krenz di aprire le frontiere e dare via libera ai profughi. Il fatto che i tedeschi dell' Est possano liberamente passare all’Ovest attraverso la Cecoslovacchia significa, come hanno affermato alcuni commentatori a Bonn, che praticamente, è come se non ci fosse più il Muro.

10 novembre
CHE ANNO QUELLO CHE SIAMO VIVENDO..., di Sandro Viola
A quali formidabili avvenimenti abbiamo infatti assistito negli ultimi mesi! In una trentina di settimane, una breccia dopo l’altra, gli assetti dell’Europa uscita dalla Seconda guerra mondiale sono in gran parte crollati. Già adesso l’Europa somiglia pochissimo, quasi niente, a quel che era stata in questo quarantennio: e presto sarà un’altra (altri equilibri politici, altre relazioni economiche, altri legami culturali), anche se per ora nessuno può dire esattamente come sarà. La terminologia che avevamo usato per decenni, l’ottica con cui guardavamo alla spaccatura del Continente sono già finiti nella soffitta della storia. Espressioni come cortina di ferro, paesi satellite, comunità socialista, Europa comunista e persino impero sovietico, hanno perso tutto o quasi il loro significato.
(fine)

mercoledì 16 settembre 2009

Berlusconi si squaglia

Visto da Vespa, per la cera, il gonfiore, il soliloquio, l’ira incontrollata, Berlusconi ha dato di sé l’immagine dell’uomo oppresso dall’odio, l’ingratitudine, l’indifferenza. Che sono il paesaggio morale dell’Italia oggi. Ma anche dell’Italia sua, che lo adora e lo vota. Dei suoi beneficati, Buttiglione, Casini, Fini, che addirittura ha invocato per lui la prigione a Palermo, e della sua famiglia. Ed era forse, per la prima volta, un’immagine sincera e non voluta, non il solito arrangiamento teatrale.
Il teatrante è padrone dei tempi, Berlusconi ha tradito il suo trionfo all’Aquila con un’esibizione di pena. Il giorno in cui anche Tremonti, l’uomo con il quale si sono più volte salvati, ha inteso rubargli la scena e dargli una pugnalata. Spostandosi sul “Corriere” dalemiano a proporre la grande coalizione, nientemeno, sul solido terreno dell’ennesimo scudo fiscale per i grandi borghesi. La materia per l’ira non manca. Ben più consistente, aspra, velenosa che non gli scolastici arroccamenti dell’opposizione sulla libertà di stampa e d’immigrazione.
Qualcosa di nuovo insomma c’è, e più di una zeppa, nel ciclo berlusconiano. Nessun dubbio che tra Berlusconi da una parte, e Fini, Casini e Tremonti dell’altro non c’è partita, i tre “non esistono” politicamente – divisi peraltro tra di loro dal solito odio. Anche in chiave elettorale: le regionali sono solidamente bipartitiche, chi non si schiera perde in partenza. Contro le legittime aspirazione di Fini, Tremonti e ogni altro a smarcarsi dalla tutela del capo, Berlusconi può opporre la loro inconsistenza politica, a parte il profilo di bravi ex ragazzi: i governi dei tecnici, di destra-sinistra, dei bravi, della società civile, di cui farfugliano sono solo scemenze. E tuttavia faglie si sono aperte che non sono ricomponibili.

Olocausto fondamentalista?

Della “Questione morale”, di cui in un anno Goldhagen ha fatto nel 2003 una nuova edizione, il titolo intiero è: “Una questione morale. Il ruolo della chiesa cattolica nell’Olocausto e il suo mancato dovere di ravvedimento”. Forte, come si vede. Da polemista che sa vendere la sua copia in più. Se non che Goldhagen è storico a Harvard, e pretende di aver fatto opera di storia. Per le colpe di Pio XII, ché di questo si tratta - le prove essendo tratte preferibilmente da una Susan Zuccotti, una che il papa l’ha demolito: “Le sue prove hanno letteralmente distrutto la reputazione del pontefice”.
Nella nuova edizione della “Questione morale” Goldhagen fa una pomposa introduzione, piena di se stesso, ignaro del dibattito sulla Colpa. Hannah Arendt liquidando come una che tolse sistematicamente ai carnefici la patente di antisemitismo. E non sono i Vangeli, e altri libri del Nuovo Testamento, antisemiti? Per chiedersi, alla fine del nuovo capitolo: “Quando si tratta dell’Olocausto, l’indagine sulla Chiesa e i suoi rappresentanti incontra un muro di prudenza. Come mai?” Già, come mai l’Olocausto si affida a libri come questo, pieni di chiacchiere e livore, che fa così largo uso dei peggiori (più scaltri) stilemi e artifici dell’antisemitismo?
Il precedente “I volenterosi carnefici di Hitler”, del 1997, s’era fatto notare per altre due studiate esagerazioni. La più ovvia è che tutti i tedeschi erano e sono antisemiti, anche Niemöller e Karl Barth – che però è svizzero. Anche, e più di Hitler, i congiurati di Stauffenberg. Questo perché il conte era cattolico. In generale, e così per i due teologi, Goldhagen, che tutto lascia presumere un non credente, alza gli steccati su basi religiose, da fondamentalista ebraico. La forzatura più insidiosa è, d’acchito, al primo capitolo, la certezza che gli ebrei non c’entrano con l’antisemitismo, che “l’antisemitismo senza gli Ebrei era la regola nel Medio Evo e nell’Europa moderna”, permanente, anche se più o meno manifesto.
Il rischio che i due fortunati libri comportano è più generale: dell’unicità dell’Olocausto, che ha solo il significato di esclusività. E non può essere, l’Olocausto non dev’essere la ricostituzione di un ghetto, sia pure di Giusti. L’allegro oltranzismo di Goldhagen è esemplare di come l’Olocausto non si debba isolare, non nella storia, dalle politiche generali di sterminio di Hitler, dal Novecento, dalle guerre e le rivoluzioni del secolo così tanto, troppo, lungo.
Daniel Goldhagen, Una questione morale, la chiesa cattolica e l’Olocausto
I volenterosi carnefici di Hitler

Ombre - 28

Dunque, Berlusconi aveva inventato pure Moana, Moana in tv. Che ora Murdoch gli copia, su Sky. Con grandi soldi al solito, dell’abbonamento a 500 euro, più pubblicità.
Speriamo che non ci costringano a scegliere: fra i due monopolisti non potremmo non stare con Berlusconi, più intelligente, meno prodigo, non dei soldi altrui.

Franceschini vuole abolire l’Auditel, per dare “qualità alla televisione". Non sa nemmeno cos’è l’Auditel.

A destra i voti, a sinistra l’aristocrazia dello spirito – è l’ultima frontiera. Sotto i colpi della odiosa Lega, del common sense di Bossi e del ridicule, la sinistra si erige un monumento culturale. Sarà buono per le residue professoresse della scuola affondata.

“Repubblica” riferisce di un’inchiesta del “Guardian” sulla Lybian Connection tra Berlusconi e Gheddafi: petrolio, tv, banche e Milan, sono tanti gli affari tra i due, promette il giornale. Che meglio del “Guardian” avrebbe potuto fare l’inchiesta, il posto dove si sa più e meglio della Libia è l’Italia.
È leggendo “Repubblica”, infatti, che si sanno gli interessi veri della Libia in Italia: con Profumo, un banchiere democratico (in realtà è con Geronzi, ma il beneficiario è Profumo) e, si auspica, con Bernabé, altro manager democratico, per “salvare” Telecom Italia – che una coraggiosa “razza padrona” democratica ha depredato. Ma, certo, “Repubblica” , non avrebbe potuto beneficiare del dossier dei servizi inglesi, come il “Guardian”.

E così, nell’anno 2009, ai vescovi che sta per ordinare, il papa ha dovuto ricordare tre obblighi che il più folle degli uomini riconoscerebbe automaticamente: la fede, la bontà, la prudenza. Sentendosi obbligato a specificare: “Qui bisogna subito eliminare un malinteso. La prudenza è una cosa diversa dall'astuzia. Prudenza, secondo la tradizione filosofica greca, è la prima delle virtù cardinali; indica il primato della verità, che mediante la “prudenza” diventa criterio del nostro agire. La prudenza esige la ragione umile, disciplinata e vigilante, che non si lascia abbagliare da pregiudizi; non giudica secondo desideri e passioni, ma cerca la verità - anche la verità scomoda. Prudenza significa mettersi alla ricerca della verità ed agire in modo ad essa conforme. Il servo prudente è innanzitutto un uomo di verità e un uomo dalla ragione sincera”.
Che bisogno c’è di scomodare la tradizione filosofica greca? È che i cinque vescovi devono essere italiani.

Venezia coerente non premia i film di Berlusconi. Nemmeno “Baarìa” – giusto un contentino a Placido, che alla mostra è ritornato alla macchia, facendo finta che la trentenne Jasmine Trinca sia una debuttante. Saranno contenti sia Tornatore sia lo stesso Placido, e già in paradiso.
Ma combattere Berlusconi con applausi entusiasti a Chávez (a Chávez…), con premi a un film contro la guerra e contro gli arabi, e a un film calligrafico di una sofisticata signora parigina, in cui soprattutto non si parla di ayatollah né di islam, con le escort, con le veline, anche con le “minorenni”, e contro il buon cinema, seppure italiano, che resistenza è questa?

“Repubblica” apre e impegna alcune pagine sulle virtù di Zapatero. Non ultima la prudenza, che gli ha consigliato di non interloquire alla Maddalena con lo sguaiato Berlusconi. Dando forse un orgasmo alle isteriche sue lettrici. Ma obbligando Zapatero, che forse non ne aveva voglia, a telefonare a Berlusconi e abbracciarlo moralmente. “Repubblica” non lavorerà per il “re di Prussia”?

Comunione e Liberazione si è onorata a Rimini quest’anno dei Murdoch, del figlio e del manager del padre Mockridge. Dopo avere a lungo corteggiato Berlusconi, direttamente e sotto le specie di Gianni Letta, Confalonieri, Dell’Utri eccetera. Sempre di destra si tratta, e non c’è incoerenza – anche se Murdoch-Sky si smarca ora a sinistra, in chiave anti-Berlusconi. Ma perché Cl ha bisogno sempre dell’ombrello di un monopolista?

Fini dice che bene fanno i giudici di Palermo a indagare sulle stragi del 1992-93. I giudici di Palermo rispondono che non hanno nulla da indagare. Impudenza di Fini? Ingratitudine – i giudici di Palermo dovrebbe “indagare” per ricondurre la mafia a Berlusconi?
Fini è l’ennesimo “salvato” di Berlusconi che gli si rivolta contro con ferocia, come già Montanelli, Travaglio e altri fascisti. È dunque un caso palese d’incapacità in Berlusconi: scegliersi gli amici.

martedì 15 settembre 2009

L'Italia sovietica

La ricostruzione strepitosa dell’Aquila e dell’aquilano deve cedere alle beghe della Rai, di Floris contro Vespa, o viceversa, con spiegamento di tante preziose energie dell’onesto Zavoli, trincee per la libertà di stampa, e appelli al presidente della Repubblica. L’Italia sovietica non muore mai, dove si vota sempre e mai nulla cambia. Forse perché la Costituzione, come dice Padoa Schioppa, è stata a lungo sovietica, a metà, e non ha perso il vizio. Sovietica non è solo la parte economica: imperando il tutto è politica che è la non politica, e un sindacato di partito, caso unico al mondo, la politica si fa tracotante, con i casi Floris, e il popolo subisce l’aggressione quotidiana, ora per ora, minuto per minuto, della Rai, dei giornali, delle tricoteuses, dei procuratori. I megafoni sembra di sentire dei romanzi orwelliani, l’aria è lo stesso plumbea. Con la libertà dei centri commerciali, certo, i non luoghi, e le pizzerie compagne a sessanta euro, a testa. Ma con in più i vescovi e i presidenti delle Camere, che, non avendo fatto nulla per la ricostruzione dopo il terremoto, se ne prendono il merito.
Orwell, con non luogo
Si dice che l’Italia è vittima di Berlusconi. È vero, è doppiamente vero, perché quest’uomo vince le elezioni promettendo di liberarla, e invece la lascia dov’era, l’ultimo, l’unico, paese sovietico a vent’anni dalla caduta del Muro. È tutto qui il grigio che opprime l’Italia. Delle città toscane, Firenze in prima fila, che ripetono le città dell’Est, Lipsia, Dresda, prima del disgelo: mute, buie. Delle file alle Poste interminabili, che ora sono anche banche e centri d’immigrazione, con meno uffici e meno impiegati di quaranta e cinquant’anni fa. Dei treni da vomito, per la sporcizia e il tempo incalcolabile. Del biglietto del tram che non si trova, nessuno lo vende, e le macchinette sono otte, appena le cambiano, a caro prezzo, si rompono. Dei musei chiusi ad arbitrio degli uscieri. Per settimane e anche per mesi. A Brera come a Reggio Calabria da anni, che ha il numero più elevato di uscieri. Dei vigili esosi, dovendovi estorcere anche le multe di quella metà della popolazione che ne è esente, loro parenti e amici – e di Equitalia: sarebbe piaciuta a Breznev, vigile e fredda, sbirraglia che paghiamo due volte, con lo stipendio e con gli aggi. Degli eserciti di bidelli pagati per aprire le porte la mattina e chiuderle al pomeriggio. Nient’altro, hanno questo alto ruolo, e il sindacato lo fa remunerare bene e stabilmente. Per le pulizie i presidi pagano “imprese” esterne, se la scuola ha fondi. Che più spesso sono presidesse, dure contestatrici di ogni riforma che faccia lavorare la persone. Perché il lavoro è sacro e non va perseguito.
È patetico Brunetta che si accanisce contro i burocrati infingardi, perché trascura una cosa: l’obbligo per lo Stato di non lavorare. Sancito dalla Costituzione e dai Tar. Il sindacato fa causa per non far lavorare i dipendenti pubblici nei Comuni. E il Tar gli dà ragione. Niente è più doveroso dei lavori socialmente utili, che stipendiano un paio di centinaia di miglia di “giovani” per non lavorare.
Fare causa per non lavorare
Il lavoro è una rendita, senza obbligo di produzione. Non solo nel pubblico, anche nelle aziende protette del mercato: Telecom, Enel, banche. L’(ex) monopolista Telecom può fare impunemente, e anzi con l’elogio delle “Pravde”, quello che mai ha potuto fare quand’era statale: jugulare casalinghe e anziani con contratti truffa, e tutti con una rete arretrata di un’epoca, avendo abolito i telefoni pubblici per i pochi che non usano il telefonino - li tiene belli in vista, a grappoli, ma nessuno funziona.
Questo in un’Europa che ha perso finanche la memoria della storia, che era il segreto della sua intelligenza, della grandezza di un piccolo continente, minuscolo. L’Europa non ricorda Monaco né il patto Ribbentrop-Molotov. Né la guerra di Hitler e Stalin alla Polonia, e all’Europa. Non ricorda neppure il Muro. E non se ne libera. Ma non alle profondità dell’Italia. È l’Italia l’ultimo paese sovietico. Con un tocco di sacrestia. O meglio detto: è il primo paese sovietico ricco. Piagnone. Che sempre si vuole debole, piccolo, perseguitato, e come tale è riconosciuto dagli sbirri che esprime, siano carabinieri o giudici. Anche quando è spietato profittatore e freddo killer. E obbligatoriamente popolare.
Il paese degli ospedali governati dai portantini. Che costano il doppio di quanto dovrebbero – a Roma si vede, per il confronto con gli ospedali del Vaticano, che sono anche più grandi e meglio attrezzati. Della spazzatura non raccolta dagli spazzini. Con giudici che, a Napoli ma non solo, mandano sotto processo tutti quelli che raccolgono la spazzatura. Non quelli che impediscono la raccolta della spazzatura. Per motivi politici dicono, d’igiene e di protezione dell’ambiente. Degli operatori ecologici che al più passano in gruppo, quando passano, per passare il tempo celiando, senza mai raccogliere una foglia o una cartaccia. Figurarsi i vetri e i cessi dei treni, i gabinetti delle scuole e degli ospedali, le scale dei ministeri e degli assessorati. Se il sovietismo non è ormai un imprinting. Un paese di anarchici che ora s’acconcia a una dichiarazione delle tasse con 160 pagine di avvertenze, a corpo 6. E aspetta tranquillo mezzora e anche un’ora un mezzo pubblico – a Roma succede (Roma che però, va precisato, è l’unica grande città italiana bene amministrata, al confronto per esempio con Milano).
Immemore, senza tempo
Un paese non solo immemore ma anche senza tempo. I duecento giorni utili, tolti i week-end, le festività, le vacanze, riducendo a centocinquanta per una serie di adempimenti, il tempo non tempo dell’ananke sistemica. Quattro giornate di coda alle Poste, per pagare i conti o ritirare le raccomandate. Una settimana per gli adempimenti fiscali, non per gli adempimenti in sé ma per raccogliere una documentazione che mai è sufficiente. E per le cartelle pazze (imposte o multe non dovute, o già pagate, o contestate, e ripetute). Un tempo obbligato che Equitalia mediamente raddoppia, l’esattore del Tesoro, quintessenza della burocrazia strapotente e strafottente (fa pignoramenti per cento euro, magari non dovuti). Due giorni per avere le ricette del medico di base. Due giorni per riuscire a fare le analisi mediche di routine – in alcuni ospedali bisogna arrivare entro le 8 e aspettare fino alle 2. Un paio di giorni per cercare la tessera mensile dei mezzi pubblici, il biglietto dei mezzi, i francobolli per una lettera.
Ma più di tutto pesa il potere. Più dell’Urss di Breznev l’Italia è il paese delle auto blu: ce ne sono 607 mila. Anche se gli amministratori politici, ai Comuni, le Province, le Regioni e nello Stato, non sono più di 150 mila. Le auto blu sono 75 mila nel paese secondo in classifica, gli Stati Uniti d’America, che però sono grandi ventotto volte l’Italia, o ventinove, 64 mila in Francia, 55 mila in Gran Bretagna, e solo 53 mila in Germania, che è quasi due volte l’Italia. È il paese delle scorte, che non si negano a nessuno: almeno duemila, che con l’uso medio di tre uomini, su tre turni, costano diciottomila uomini ben portanti, onusti di straordinari e trasferte. E dello stipendio doppio ai parlamentari, dacché il provvido Violante ha disposto il rimborso spese a forfait, senza obbligo di ricevute. Con uffici gratis al centro di Roma. Con uscieri e telefoni.
Annientare il nemico
Si leggono i giornali come la “Pravda”, ineluttabili. Che nessuno leggeva ma non era mal fatta: c’erano molti articoli interessanti, sulla letteratura, la storia, il teatro, la medicina, la scienza, l’ambiente. Solo la politica era indigesta, era il panino di oggi, o pastone. Con la funzione precisa di renderla indigesta. E si ascolta la Rai, prevedibile come radio Tirana: dieci, quindici minuti di cos’hanno detto Fini, Casini, Veltroni, Franceschini, e talvolta anche D’Alema e Berlusconi, la parrocchia non è cinese com’era in Albania ma del centro, che sempre è grande. Con i politici recitati da giornalisti impassionate, androidi con voce chioccia. È come se i famosi cavalli di Stalin fossero veramente all’abbeveratoio a piazza san Pietro.
Un paese unico anche nel senso che ha i reality da realismo socialista. Squadrati, monotoni, monocordi. Ossessivi. Di pretta scula Vyshinski. Cupi. Senza mai uno scarto. Inespressivi, Fazio Santoro, Dandini, Tg 3, Linea Notte, implacabili. Se non per quel ghigno saputo che dice “io sono furbo”. E quando alla fine ridono, con Vauro, con Litizzetto, sgomentano: non c’è nulla da ridere. Ma loro parlano di Berlusconi e del papa, e ridono - di marca Vyshinski ma di naura peraltro italica.
Ci sarebbero poi i giudici, che si fanno pagare carissimo, e sono il doppio che in altri paesi europei, per non fare sentenze. Ma perfettamente in linea, con le intercettazioni, le indiscrezioni, i processi sommari, e – a parte la tortura fisica – ogni altro strumento del totalitarismo sovietico. Compreso l’annientamento del nemico e il controllo rigoroso dei giornali e della Rai: non si è non in linea impunemente. Solo in Italia si vede un giudice al processo rifiutare, con un sorriso saputo, testimoni e prove a discarico dell’imputato – il giudice si è già formato un giudizio, democratico naturalmente, è da quel lato che il giudice si assolutizza (si slega dalla legge) apriori. Una prassi che si dice a torto inquisitoriale, essendo solo fascista : l’Inquisizione si occupava di sentire bene le ragioni dell’imputato, a lungo, ripetutamente. Tutto per il bene della nazione e il progresso del popolo.
Ma questa è già politica, l’Italia non c’entra, fino a non molto tempo fa era un paese spensierato.

Quando c'era la Cortina di ferro - 8

Con l’archivio generoso di “Repubblica” raccontiamo alcuni aspetti del ricchissimo 1989, venti anni fa, che i giornali, vuoti, non raccontano: il comunismo sovietico che finisce nel disonore.

8 ottobre
“LA PERESTROJKA CI CONSOLA”, di Domenico Del Rio
SEUL - Papa Wojtyla sorvola la Russia ed elogia la perestrojka. "È una consolazione", dice. Elogia la fede del popolo russo. "La luce viene dall’Oriente", esclama. Giovanni Paolo II sta andando a Seul, prima tappa di questo suo viaggio in Estremo Oriente. È la prima volta che un papa attraversa i cieli dell’Unione Sovietica, Gorbaciov gli ha dato il permesso di transito.

13 ottobre
BERLINO FINISCE L' EUROPA DI JALTA, di Bernardo Valli
ANCORA venerdì scorso migliaia di giovani in camicia azzurra sfilavano con le fiaccole sulla Unter den Linden. Erich Honecker era fiero di poter mostrare a Gorbaciov, accanto a lui sul palco, quella bella e fedele generazione tedesca figlia della rivoluzione. Chi stava tra la folla non aveva dubbi sul significato di quell’imponente spettacolo. Il vecchio padrone di casa voleva convincere il dubbioso (e detestato) ospite che non tutti fuggivano dalla Germania Orientale come da un lager, voleva dimostrare alle telecamere europee e in particolare a quelle tedesco-occidentali che molti giovani si identificavano ancora con lo Stato socialista, nonostante l’esodo verso Ovest. Davanti a quelle immagini trionfalistiche un osservatore appostato all’angolo della Friedrichstrasse poteva anche lasciarsi convincere. Ma per breve tempo. Infatti, poche ore dopo quella fiaccolata prussiana, Honecker veniva platealmente umiliato in quello stesso centro di Berlino Est, probabilmente dagli stessi ragazzi e ragazze che si erano appena tolti di dosso le camicie azzurre della Freie Deutsche Jugend, e che riversatisi all' improvviso sulla Alexanderplatz invocavano Gorby e libertà.

17 ottobre
“QUEL MURO È INUTILE”, di Ezio Mauro
MOSCA – “Io non so se vedrò la fine del muro di Berlino. Ma so che i fatti nuovi della Germania Orientale e dell' Ungheria, lo sconvolgimento di tutto l'’Est, e la stessa perestrojka hanno ormai tolto a quel muro ogni suo significato”. Willy Brandt è a Mosca, circondato dagli onori di un capo di Stato… Ma fuori da ogni protocollo, sono i ragazzi della perestrojka che alle quattro del pomeriggio lo circondano nell' aula magna dell’Università e strappano i foglietti dai loro quaderni per spedire le domande all’uomo dell’Internazionale Socialista, solitario e imponente sotto il busto bianco di Lenin, tra le bandiere rosse dei giganteschi mosaici ipersovietici. Oggi, per i ragazzi di Mosca, è uno di quei giorni in cui la politica diventa simbolo: il protagonista dell’Ostpolitik che torna a Mosca nel momento in cui la questione tedesca riesplode nel cuore dell' Europa, la perestrojka incoraggia la fuga di massa da Berlino Est e l’Occidente incomincia a chiedersi se Gorbaciov riuscirà a governare la crisi che ha innescato nella sua parte del mondo.
(continua)

domenica 13 settembre 2009

Grandi viaggiatori, anche gli italiani

Occasione esemplare di come una letteratura di viaggio si potrebbe avere ben viva in Italia. Dov’è nata e poi sarebbe morta. Occasione che questo stesso libro manca: Luigi Testaferrata vi ha raccolto venticinque anni fa testi sparsi di Malaparte, evitando però il viaggio etrusco che Malaparte fece per il “Corriere della sera” nella primavera del 1936. Se non per i tre o quattro pezzi che gli consentivano il titolo. Che bastano tuttavia a marcare una cifra superiore. D.H.Lawrence, al confronto, nel quasi contemporaneo “Etruscan Places” è didascalico al più, e quasi sempre ininteressante. Se non in un paio di casi, il fauno, l’asfodelo.
Malaparte racconta convincente come siano loro, i misteriosi Rasenna, ad avere inventato l’inferno. Come sono gli Umbri autoctoni a fare tutto, mentre i molli Etruschi oziano e giocano. Con “pacchi imbottiti e trecce finte”. Scopre l’Apollo etrusco, “delicato e forte”, “dalle lunghe trecce di donna sparse sugli omeri atletici”, che diventerà Cristo. E inaugura il sogno nel racconto, all’Argentario, allora Argentaro, il sogno invece del reale. Una prosa rondista, quale sarà ancora di Malaparte dopo la guerra, nei romanzi della crudeltà, e tuttavia sempre vivace.
In aggiunta, c’è il Malaparte che inaugura D’Annunzio in Versilia, dove fa rivivere “Alcione” e, al Cinquale, l’ “Iliade”. E il fortunato modello “come me”: “Città come me” (Prato: altro viaggio memorabile), “Santo come me”,
Curzio Malaparte, Il dorato sole dell’inferno etrusco

Il mondo com'è - 22

astolfo

Gattopardismo – È inteso trucco dei gruppi dominanti. Così lo intendeva lo stesso Tomasi di Lampedusa: era il suo orizzonte politico, di Borboni e Piemontesi uguali. Mentre il popolo, a lui sconosciuto, è fino a prova contraria buono. Ma è un errore, è il popolo che più spesso non vuole cambiamenti, la massa.
Sessant’nni di voto libero lo documentano. La gente si lamenta ma è molto partigiana: sono semrpe gli altri che rubano, governano male, o ci privano della libertà – prima i comunisti, poi Craxi, e sempre i democristiani, ora Berlusconi. Quando c’è mai stata una rivolta popolare in Italia? Forse i Vespri Siciliani, ma chi ne sa nulla? Le rivolte sono effimere, e quasi sempre di comodo: non c’è idealità sufficiente nemmeno ad arrivare a un cambio di governo, uno vero. È fra i gruppi dirigenti che, al contrario, si trovano lampi d’illuminismo e d’idealità, ma nella democrazia i voti si contano.
Gli inglesi, reputati flemmatici e conservatori, riescono a cambiare perfino dentro la reazione: la Thatcher è stata un cambiamento radicale, a partire dalla sua persona. Noi conserviamo tutto. E tutti conservano, il potente partito Comunista come la Dc, e ora Berlusconi – i socialisti e i laici, che volevano cambiare e stavano cambiando, li hanno eliminati.

Giustizia – Il giorno del giudizio Dio “giudicherà secondo giustizia”, dice san Paolo. Si può giudicare secondo giustizia, o senza (contro).

Grecale – Come fa un vento di Levante a spirare sul Tirreno? Attraverso le montagne? Via mare seguendo le correnti? O i venti non si formano come gli antichi greci pensavano: per il capriccio di un genio tellurico, fosco, grumoso, tanto incandescente da essere freddo, e tagliente come il ferro acuminato? I venti soffiano improvvisi, per coagulazioni bizzarre, da un certo punto in una certa direzione. Costanti, però, nei millenni.

Intellettuale – Ha bisogno di stare fuori, ipercritico – o depresso cronico. E se ne fa un dovere e un privilegio. Non per l’utopismo irenico del Cinque-Seicento, quando l ruolo si configurò. È semplicemente voglia di stare fuori, una nevrosi igienistica: è sporco il politico, è sporco l’economico, è sporca l’editoria con tutti i letterati, è sporca l’università.
Non è superbia, è un residuo della decadenza: dopo l’estetismo c’è solo l’ingiuria, la misantropia, la follia. Gli intellettuali alla deriva individuano a stento, con dubbi ricorrenti, cioè odi, un sentiero proprio, fuori del corso delle cose, della storia, cui guardano con fastidio. Parlare di se stessi a se stessi (ai complici) è l’ultimo rimedio.
C’è gratificazione evidentemente in questa pratica. Che, da intellettuali, sarebbe abominevole: l’autocompiacimento nelle persone semplici è comprensibile, si muovono in un orizzonte breve, non in chi filosofa, poeta, storicizza. Ma si è intellettuali nel tempo, o non si è.

Négritude – Elaborata con lo scopo di servire la liberazione degli africani, d’irrobustirne la personalità storica, ha finito invece presto per limitare l’una e l’altra. è una petizione di principio e un folklore.

Occidente – Pur viaggiando a Occidente, Colombo ritiene che il paradiso terrestre, sua metà d’obbligo, sia a Oriente, al fondo dell’Oriente. Lo stesso viaggio è paradigmatico: arrivare all’Oriente per via di Occidente: l’Occidente è una scorciatoia, l’età dell’oro è in Oriente. Che non vuol dire nulla, ma è pensarsi ancillari, servili.

Usa - I tre tipi di pensiero giuridico di Carl Schmitt, ciascuno dei quali attribuisce a un popolo: il normativismo, il decisionismo, e l’ordinamento concreto (la prassi). Il pensiero giuridico dell’America è il primo, anche se Schmitt lo limita agli ebrei – “senza territorio, senza Stato, senza Chiesa, esistono soltanto nella «Legge»”. A differenza degli ebrei del tempo di Schmitt, l’America ha un territorio e uno Stato, ma non ha una chiesa, e non ha realmente una storia.

Ci sono negli Usa due Rome, contradittorie, che poi sono le due Atene di Tucidide. C’è la repubblica popolare, in realtà aristocratica, e c’è la repubblica imperiale, molto democratica, quella dell’“armiamoci e partite”, che fu sempre in crisi e durò cinque secoli. L’America le ha adottate tutt’e due, e niente ci salverà da questa.
La verità più semplice è indimostrabile, che l’America è una sorta di opera di fantascienza, un mondo possibile reale. Oppure, direbbe lo storico, una rivoluzione, la prima dopo la Repubblica romana, a opera dei belli-e-buoni della nazione – le avanguardie, le élites, le logge, ogni orientamento politico la può vedere in modo lievemente diverso – che ne disegnarono i contorni, il corpo e la fisiologia. Con materiali esistenti, non agisce l’uomo altrimenti, ma secondo un meccanismo suo proprio. Ma radicale, come la rivoluzione vuol essere, avendo cancellato gli indiani da una parte e la madrepatria dall’altra, la cultura autoctona (che invece, preservata comunque dagli spagnoli, condiziona il resto dell’America, non felicemente) e quella inglese.
Democratica, nel senso che periodicamente si sottopone a censura. Ma non più di un orologio, che deve muoversi secondo i congegni. E protettiva, come ogni rivoluzione vuole, se non di una ortodossia ideologica, proprio del dominio della legge. Con cui periodicamente sterilizza l’infima materia di cui è fatta l’America, quegli emigranti che hanno molta forza nel fisico e nella mente, ma il più turpe bagaglio delle loro provenienze, vecchio, rivendicativo, abborracciato.

astolfo@antiit.eu

Quando c'era la Cortina di ferro - 7

Con l’archivio generoso di “Repubblica” raccontiamo alcuni aspetti del ricchissimo 1989, venti anni fa, che i giornali, vuoti, non raccontano: il comunismo sovietico che finisce nel disonore
13 settembre


3 ottobre
UN FIUME UMANO DA TRE FRONTIERE
Negli ultimi giorni l' itinerario dei treni speciali passa direttamente dal confine tra le due Germanie. (Nelle settimane scorse) migliaia di profughi, partiti dalla Germania Est, hanno attraversato la Cecoslovacchia, l’Ungheria e oltrepassata la Cortina di ferro smantellata dal governo di Budapest hanno raggiunto l’Austria per terminare la loro fuga in Germania Ovest. Nuove direttrici di fuga (sono ora aperte) dopo le trattative di Genscher con le autorità di Berlino Est. Da sabato, le migliaia di profughi rifugiati nelle ambasciate di Bonn a Praga e Varsavia, sono riusciti a raggiungere in treno il territorio tedesco occidentale passando direttamente attraverso la frontiera tra le due Germanie.

4 ottobre
QUEL PEZZO D' EUROPA CHE CERCA L' OCCIDENTE, di Sandro Viola
BUDAPEST . Adesso o mai più. È un pensiero, un affanno del genere che ha impregnato e impregna la strabiliante evoluzione politica dell' Europa Centrale. Da una parte l’opposizione anticomunista; dall’altra quei comunisti che avevano deciso di salvare il salvabile d’un quarantennio di potere scendendo a patti con gli avversari, tutti hanno fatto lo stesso ragionamento. Muoversi adesso, cambiare il più in fretta possibile la forma di questi regimi. Prima che sia troppo tardi, prima che l’opportunità svanisca, prima cioè che Mikhail Gorbaciov esca di scena. Non fosse stato un pensiero del genere, l’incredibile accelerazione con cui Polonia e Ungheria hanno imboccato la strada del post-comunismo diverrebbe inspiegabile. Un anno fa, infatti, nulla o quasi era ancora successo. A Budapest c’era un fermento, a Varsavia una tensione profonda: ma i due regimi recalcitravano ancora, e come, dinanzi alla prospettiva di cedere il monopolio del potere. Adesso a Varsavia c' è un primo ministro cattolico, anticomunista sin nelle viscere, e Budapest si prepara ad avere sei o sette partiti anticomunisti in Parlamento.

GORBACIOV 'I CONFINI NON SI TOCCANO', di Ezio Mauro
“La fuga dall’Est preoccupa Mosca”
PARIGI - Vadim Zagladin, consigliere di Mikhail Gorbaciov per la politica estera, ha espresso a Parigi il suo sentimento di dolore per l’esodo massiccio dei rifugiati della Rdt anche se ha precisato di non trascurare la necessità di comprendere. Presiedendo una conferenza stampa di una delegazione sovietica in visita in Francia, Zagladin ha dichiarato di provare una certa paura davanti al rischio di una destabilizzazione dell'’Europa. Zagladin ha aggiunto che tutto il mondo sta cambiando , all’Est come a Ovest. Alle istanze di cambiamento ogni parte risponde alla sua maniera ma tutto il mondo cambia comunque. Ancora più chiaro un altro membro della delegazione, Nikolas Portugalov, specialista di questioni tedesche che ha espresso a sua volta preoccupazione per quanto accade in Rdt pur dicendosi convinto che si arriverà presto ad una soluzione di questa crisi. Presto o tardi ha detto Portugalov la perestrojka toccherà da una parte all’altra tutti i paesi dell’Europa dell’Est. E noi dobbiamo fare il possibile per evitare la destabilizzazione. Tenere le porte le finestre aperte per fare entrare il vento della Libertà è il solo modo di costruire la casa comune europea Compito della delegazione sovietica guidata da Zagladin è appunto quello di tenere conferenze ed incontri con la popolazione francese sul tema della perestrojka.
(continua)