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sabato 26 maggio 2012

Colette, il genio della vita in boccio

Lieta celebrazione, riuscita in ogni parola (più leggibile della monografia maggiore di dieci anni fa, “Colette. Vita di una donna”, che completava la trilogia kristeviana di donne eccezionali, dopo Hannah Arendt e Melanie Klein), di una scrittrice nella quale la psicanalista del genio si identifica. Benché alle femministe minacciasse “l’harem e la frusta”. Per la libertà del corpo e della mente, e le sue rivolte da santa prostituta - ma più per l’“impudenza nell’enunciare” (© Hegel, a proposito del “Nipote di Rameau”) che per trasgressioni o eccessi (“più birichina che perversa”, © Apollinaire): “uno dei geni femminili del XX secolo”. Per “la forza, la magia e la polifonia della scrittura”, scrittrice “golosa della lingua madre”. Esperta d’aromi, cucine sapide, sapori di erbe e frutti, ognuno nel suo proprio territorio (“antiglobal”), oltre che di gatti e mariti, e della Francia sotterranea, nelle pieghe delle campagne remote. Specialista di “un solo tempo, quello dello sbocciare”, che è però il tempo lungo della vita – “la morte”, dirà nel 1954, alla prima de “Il grano in erba” poco prima di morire, “non è altro che una banale disfatta”. Tanto più apprezzabile nel secolo, il Novecento, “della guerra e della follia”.
Julia Kristeva, Colette un genio femminile, ObarraO, pp.62 € 6

Fisco, appalti, abusi

L’abuso è la regola, soprattutto in materia di tassazione, puntigliosa, eccessiva, e spesa, incontrollata, corrotta. Istituzionale e quasi costituzionale, sebbene della costituzione materiale o prassi, in urto con la costituzione formale. Senza controlli, ne formali né sostanziali. Alcuni casi spiccioli.

Si faccia un’analisi del Colesterolo Hdl. Privatamente costa € 8,50. Si faccia col Ssn, costa € 7,75. Ma lo Stato vuole un tassa di 10 euro (questa la dobbiamo a Tremonti), e la Regione Lazio di 4 (la dobbiamo a Marrazzo): 14 euro di tasse per un’analisi che ne costa 8.

Sui circa 250 decreti promulgati negli ultimi dodici mesi, 96 sono di aggravio delle procedure fiscali. Al coperto della semplificazione, di cui anche questo governo mena vanto.

Sabelli Fioretti scopre oggi che l’Agenzia delle Entrate (lui la chiama Equitalia ma è l’Agenzia delle Entrate, Equitalia è solo il gabelliere) non c’entra con la lotta all’evasione fiscale. La mamma, o la nonna, che affittava a 500 euro, pagandoci le tasse, deve continuare a pagarle anche dopo che ha deciso di non affittare. Perché non l’ha comunicato al fisco. E pagarci sopra gli interessi, la multa, e l’aggio di Equitalia.

Sulla benzina, la lettura del sito Finanza Utile è perlomeno esilarante:
http://www.finanzautile.org/benzina-nuovi-record-ecco-lelenco-delle-vergognose-accise-sui-carburanti.htm
Paghiamo tasse di settant’anni fa. Soprattutto paghiamo la guerra del Libano, che in teoria non abbiamo fatto (quella di Spadolini, 1983, non quella di D’Alema, 1998). Il terremoto più caro è quello del Friuli.
Queste le cosiddette accise – imposte nominalmente di fabbricazione, ma nel caso italiano imposte teoricamente di scopo, in aggiunta alla vera e propria imposta di fabbricazione:
Guerra in Abissinia del 1935 1,90 lire
Suez , 1956 14 lire
Vajont, 1963 10 lire
Alluvione di Firenze, 1966 10 lire
Terremoto del Belice, 1968 10 lire
Terremoto del Friuli, 1976 99 lire
Terremoto in Irpinia, 1980 75 lire
Missione in Libano, 1983 205 lire
Missione in Bosnia, 1996 22 lire
Contratto autoferrotranvieri, 2004 0,020 euro
Beni culturali, 2011 0,0073 euro
Immigrati dalla Libia, 2011 0,040 euro
Alluvione Liguria e Toscana, 2011 0,0089 euro
Salva Italia dicembre 2011 0,112 euro sul diesel
0,082 euro sulla benzina
Imposta di fabbricazione propriamente detta 0,725 euro
Per un totale di circa 0,750 euro.
Sul quale va sommata l’Iva, al 21 per cento: l’Iva si paga, oltre che sul prodotto industriale, anche sulle accise, la famosa tassa sulla tassa.

venerdì 25 maggio 2012

Secondi pensieri - (101)

zeulig

Anima – Psiche, l’anima, Rohde figurò nella sua celebre opera filologica nella farfalla. Ossessionando l’amico Nietzsche, il quale finì per trovarle entrambe al bordello, Psiche e la farfalla, la volta che vi s’avventurò a Lipsia – prima quindi della prescrizione criminale dei medici a Torino. L’anima sant’Agostino inventò per la storia, per farne l’anima del mondo, o Hegel – nulla di personale.
È l’autentica dimora del tempo, dice sant’Agostino, e in questo ha una sua autonomia. Perché si darebbe altrimenti un’anima senza una fede?

Sostiene Foucault che “il genealogista ha bisogno della storia per esorcizzare la chimera delle origini, un po’ come il buon filosofo ha bisogno del medico per esorcizzare l’ombra dell’anima”

L’atleta è invaso dalla grazia, la sua anima è la Forza - lo Spirito Santo quando prende forma.

I carabinieri, direbbe Hegel, sono l’anima del mondo, la memoria elefantiaca della burocrazia.

Debito – È condizione metafisica – incolpevole – di colpa. Elettra Stimilli ne ha fatto l’anamnesi in “Il debito del vivente. Ascesi e capitalismo”, ognuno lo registra con il governo “tecnico”. Apparentemente asettico, cioè non di parte e senza pregiudizi. Ma anch’esso di una cultura, quella della colpa – originale, perenne.

Informale - Non si fanno più partiti e sindacati ma reti, non si aspetta un programma ma lo si elabora, non c’è più organizzazione (gerarchia) ma movimento. È morfologicamente la situazione rivoluzionaria, degli atomi liberi di ricomporsi, ma in un quadro di controllo sociale totale. Anche dell’informale.

Morte - La morte è poco filosofica: sempre si è nati, e si è vivi. A prova del contrario il filosofo Antistene più volte tentò il suicidio, ma lo fallì. Il senso della fine è delle storie, nei romanzi, la politica, l’impresa, che sono un surrogato e non un quadro della realtà, e vanno a un fine, il premio, il primato.

“Lo scopo della vita è la morte” e “il non essere esisteva prima dell’essere” sono di Freud, di chi altri sennò, la cultura del lutto. Che Heidegger avalla: “La storicità autentica è l’essere-per-la-morte”. Ma filosoficamente l’essere, la vita, esiste prima dell’esserci, qui e ora, e continua dopo la morte. Il dottor Freud dice bene: “Ogni essere muore necessariamente per cause interne”. La realtà entra in noi, che la realizziamo, molto prima di essere. Come presagio, desiderio, rovina.

Potere - “È strano che la tesi del potere cattivo abbia cominciato a diffondersi a partire dal XIX secolo”, insinua Carl Schmitt nel “Dialogo sul potere”, 1954. con la morte di Dio. O non dal Settecento? Da Rousseau, a torto legato al’attivismo (efficientismo delle leggi, degli apparati) dell’illuminismo, di Montesquieu, Voltaire, Diderot, D’Alembert, Kant. Dal momento in cui, si corregge C.Schmitt, si è voluta l’umanizzazione del potere”: “Il detto «Dio è morto» e l’altro «Il potere è in sé cattivo» nascono nel medesimo tempo e dalla medesima situazione. E in fondo significano la stessa cosa”.

Raccontare – È utile, filosoficamente: forma il reale dall’irreale.

Storia – Alcuni storici la dicono un gioco. Di abilità per far combaciare gi interstizi, Ginzburg. Pirenne ha coperto che di testimoni non ce n’è due che diano identica versione dei fatti.

La storia è alla fine poesia. Perché no? È contemplazione del mondo, trovò Burckhardt, una serie di belle composizioni pittoriche. La storia è arte, dice Huizinga - e l’arte è storia in Gadamer. Musicale e plastica per Novalis. Tra divinazione e retorica per Arnaldo Momigliano. È “i balconi del cielo\dai quali gli anni trascorsi guardano\in abiti vetusti” di Baudelaire. La storia è un libro che siamo forzati a scrivere e leggere senza posa, e in cui siamo scritti, aggiunge Carlyle.
Già Quintiliano lo sa: la storia è vicina ai poeti e in certo modo è poesia senza versi. È poesia senza metro, dirà Pontano. Come a suo tempo Omero: gli dei mandano le sventure agli uomini affinché le generazioni future abbiano di che cantare. Non c’erano infatti storici in Grecia, nota Cristoforo Landino, quando Omero narrava eroi e battaglie attorno a Troia. La storia è letteratura. Nel Medio Evo era ancora fabula, attesta Chabod, da cui trarre voluptas e iucunditas. È il “romanzo che è stato” dei fratelli Goncourt – e il romanzo storia che avrebbe potuto essere: lo storico è un romanziere del passato, i romanzieri sono gli storici del presente, lo sostiene pure Samuel Johnson, e Duhamel. Con Vattimo: la storia è storie. Va per sue intime armonie, nell’insostanziabile arte del racconto.
Borges la vede allora dall’altro lato: “Forse la storia universale è la storia di alcune metafore, forse è la storia delle diverse intonazioni di alcune metafore”, e “oratoria”, e “una delle tre forme della narrazione”- e naturalmente una biblioteca, la solita storia di babele. Ma aggiunge: se non si legge la poesia con gli occhi della storia, ben poca sopravvive. La storia è confusione per Pasolini. Favola convenzionale per Fontenelle – accettata dirà Stendhal, che ne fu il romanziere. Sarà il grande aneddoto di Procopio, e di Novalis. Ma l’aneddoto di Procopio è cosa non vista, segreta. Sì, la storia è sempre sorprendente – sicuro, s-s-s. È ionica, dorica, romana, tartara, vichinga, ebraica, errante, classica, e modernista. Quella della Cabala è una casa con molte, moltissime, stanze, ognuna delle quali ha una chiave, ma non è quella giusta. È voglia d’immortalità. Lo dice subito Erodoto: il mio scopo è preservare dalla decadenza quanto gli uomini hanno fatto. E Omero, pure la poesia è voglia d’immortalità. Lo è ancora per Benjamin entusiasta: la storia è uno dei fiori che girano la corolla verso il sole. Benché, secondo Aristotele, la poesia narri il generale e la storia il particolare. Né si può confondere, spiega Weber: chi come infante entra nella ruota della storia finisce stritolato.
Ma per narrare, che è come scrivere, bisogna stare fermi. Mentre per la storia bisogna muoversi. Il passato è più arduo da scoprire dell’avvenire: a questo porta una sola traccia, al passato le tracce sono numerose e nessuna esclusiva, se non per l’albagia dello storico. Senza sua colpa, lui solo sa quello che sa. Ciò che si scrive, che è stato scritto da sempre, sempre si riscriverà. La storia è tecnica, cioè progresso, diceva Sterne, ma scrivere non è che un sinonimo di chiacchierare. Il libro è illusione che si perpetua. E la storia?

La storia non dà scampo all’uomo, la cui unica certezza è la morte, e in questo modo l’eternità si realizza nel tempo. Sarà “impenetrabile, e sommerge la ragione e ogni conoscenza”, come voleva Herder, ma è in realtà l’epifania del sacro: anche la storia profana, delittuosa, è sacra - poiché tutto è sacro, quello che l’uomo pensa.

Tempo - Il punto di partenza è Gioacchino da Fiore, la teologia trinitaria della storia. Secondo la quale il Figlio è succeduto al Padre e ora si attende lo Spirito Santo. Bisogna attendere, la verità fu all’inizio e poi non più.
Per fortuna? Se tutto fosse chiaro non ci sarebbe storia, né filosofia, neppure i sogni ci sarebbero, come nel paradiso terrestre, dove non si sapeva che fare.

Uguaglianza – Resta quella di Hobbes, “De Cive”, I, 23: del più debole che può nuocere al più potente. E della morte: chiunque può uccidere chiunque. Sempre in chiave di violenza.

zeulig@antiit.eu

Fango a Milano, la svendita del San Raffaele

Gotti Tedeschi viene cacciato dal Vaticano senza dubbi né cautele per un motivo preciso: la smobilitazione del San Raffaele a Milano a favore dell’uomo di paglia di Bazoli, Giuseppe Rotelli, l’azionista del “Corriere della sera”. Con l’aggravante di una campagna di stampa denigratoria per facilitare la svendita, continuata con le fughe di documenti. C’è anche il dubbio in Vaticano che sia stato lo stesso finanziere lombardo, col supporto del cardinale Nicora suo alleato, uno dei due “cardinali di Bazoli”- l’altro è il cardinale Re - ad alimentare la recente campagna di discredito sulle gerarchie vaticane, con indiscrezioni e documenti filtrati a fini tendenziosi.
Il finanziere ha buona stampa e fa passare l’allontanamento come un insabbiamento della sua politica della trasparenza, per portare la banca vaticana, lo Ior, nella white list degli operatori affidabili, in regola col fisco. Ma in Vaticano il passaggio dello Ior nella white listè dato per acquisito, seppure non ancora ufficiale.

Fango a Roma, la svendita dell’Acea

Il Pd ha raddoppiato il numero degli emendamenti in consiglio comunale, ora a 166 mila, contro la seconda privatizzazione dell’Acea. Sostenuto in questa impegno totale per l’ostruzionismo dall’editore Caltagirone. Che si porta acquirente dell’Acea. Dopo avere imposto al Comune, con diffide legali e reiterate interviste e interventi pubblici, l’obbligo di vendere. E aver indebolito il sindaco coi suoi media con una campagna colpevolizzante, dalla nevicata all’aumento del tram, o al non aumento.
Una vicenda assurda ma con un forte profumo di corruzione – che a Roma fa fede. Caltagirone fa campagna pro e contro per poter pagare meno. Il Pd romano impegna risorse enormi, finanziate nella migliore delle ipotesi dai soldi pubblici, a protezione dell’acqua pubblica in cui non crede – il Pd ha sostenuto il referendum per la ripubblicizzazione, ma crede che l’acqua sia meglio gestita industrialmente, e nei comuni amministrati l’aveva privatizzata.
La privatizzazione dell’Acea su cui è in corso la “guerra” riguarda la vendita di un 21 per cento dell’azienda da parte del Comune. Che passerebbe dal 51 al 30 per cento. Ma mantenendo il controllo – il potere di veto – nella gestione.

giovedì 24 maggio 2012

Il gabbiano al ristorante

Un gabbiano viene il primo pomeriggio alle tre a mangiare al “Cortile”, il ristorante sotto casa. Quando gli ultimi clienti se ne sono andati. Si posa sul tetto dell’automobile parcheggiata dove la siepe di bosso del “Cortile” ha un varco, che il cuoco egiziano usa per portargli i resti del pesce, e aspetta, roteando la testa a periscopio. D’inverno. D’estate viene alle dieci di mattina, all’apertura.
Oggi lì si trova la nostra macchina, e quando saliamo per andare via il gabbiano salta sul tetto della macchina davanti. Dopodiché si appresta ad attendere, roteando la testa. Sa tutto, ma non sa che oggi è giorno di chiusura per il “Cortile”.

La scoperta della Destra

Una miniera, ancora inesplorata benché aperta da quasi mezzo secolo: le sorprese sono innumerevoli per il conformismo postsovietico. Che Andrea Cavalletti riedita arricchita da tre inediti e un’intervista. E più del Novecento, dal “Rembrandt educatore” di Langbehn, l’ideologia della Germania di fine Ottocento eletta di cui fu aedo Thomas Mann (“Considerazioni di un impolitico”, “spettacoloso romanzo”, “Nobiltà dello spirito”), a Claudio Mutti e “Gheddafi templare di Allah”. Passando per Evola naturalmente (con molte tirate d’orecchi al traduttore disinvolto e approssimato) e Spengler, e De Madariaga, Eliade, Frobenius, Rilke, Stefan George, D’Annunzio, o la brutalità del gesto inutile, Pirandello, o il feroce nullismo, del testamento incluso, Marcuse. Con radici in Jean Paul e Bachofen – di cui Evola e Eva Cantarella hanno proposto spezzoni, delle “circa seimila fitte pagine in lingua tedesca, mai tradotte in alcuna altra lingua, se non per brevi frammenti””.e l’avvertenza che . Col culto anarchico della morte. E le spengleriane “idee senza parole”, tipiche del nazismo, scovate nella Resistenza e nelle Brigate Rosse.
Come uno studioso socialista vede la destra, senza paraocchi, nel 1979 ancora si poteva.
Furio Jesi, Cultura di destra, Nottetempo, pp. 297 € 17,50

Il potere è cattivo senza Dio

Il potere nasce dal bisogno di protezione – l’obbedienza, che il potere vuole, si dà in cambio di protezione. Si capisce subito con Schmitt il rifiuto cronico, da alcuni decenni ormai, di una politica che non risolve nulla, quando non è ladra. “Don Capisco” dialoga con se stesso alla radio, e il fatto è già di per sé straordinario, nel 1954 si faceva filosofia alla radio, seppure tedesca. Con arguzia e nitore. Con un’illazione insidiosa: “È strano che la tesi del potere cattivo abbia cominciato a diffondersi a partire dal XIX secolo”. Con la morte di Dio: “Il detto «Dio è morto» e l’altro «Il potere è in sé cattivo» nascono nel medesimo tempo e dalla medesima situazione. E in fondo significano la stessa cosa”.
La prima conversazione era stata tradotta dal Melangolo e dalla rivista “Behemot”, la seconda, su “terra e mare”, da Angelo Bolaffi nella raccolta omonima del 1986. Qui si aggiunge il “Prologo” dello stesso Schmitt all’edizione spagnola: il proposito è di riportare “l’attenzione da un ingannevole mondo à la Potemkin alla realtà dell’uomo e della sua terra”. Giovanni Gurisatti spiega nella postfazione e nelle note gli aspetti personali delle due trasmissioni, sull’infatuazione nazista del “giurista cattolico”, che aggiungono pregnanza ai brevi testi.
Carl Schmitt, Dialogo sul potere, Adelphi, pp. 124 € 7

Letture - 96

letterautore

Campanella – Barocco lo dice dice Carl Schmitt, “Il Leviatano”, p. 57. Confuso? Ma era e resta incisivo, nella fisica e nella metafisica – e nell’arte di cautelarsi.

Candido – Ci sono 18 differenti edizioni, se non traduzioni, del racconto di Voltaire in libreria. Comprese le cinque maggiori collane di tascabili. Qualcuna con edizione multipla, commentata e no, e “per ragazzi”. È una ricerca di candore? È un lavacro, anche se ora più stizzoso che “candido”? È l’epoca che si sollazza di se stessa? È l’eroismo dei codardi?
Altri “Candido” oggi si scrivono, in gran numero. A opera, prevalentemente, degli antipolitici, quelli della scorciatoia.

Conan Doyle – Fu medico e poi scrittore, molto è stato scritto sulla pratica diagnostica sulla formazione sherlockholmesiana. Corrado Tumiati, psichiatra e poi scrittore, posteriore di Doyle di una generazione, ne dà autonomamente testimonianza: “Alla medicina debbo molto. Le debbo lo spirito d’osservazione spregiudicato, il non fidarmi delle prime impressioni, il rispetto della verità e il riconoscimento dell’importanza del male, sia fisico che mentale, nella vita degli uomini” (cit. In “Zaino di Sanità”, Gaspari editore, p. 31).

Diario - “A giudicare dai libri di guerra”, notò a fine ‘41 l’antropologo Tom Harrisson sulla rivista “Horizon”, “la Gran Bretagna combatte per proteggere il mondo da Auden e Picasso, dagli ebrei e da ogni forma di collettivismo”. Harrisson sapeva, avendo creato nel 1937 Mass Observation, memoria collettiva di lettere, diari, testimonianze vocali.
Mass Observation aveva inizialmente finalità di controinformazione (“che cosa veramente pensa il popolo”) e fu soppiantata nel dopoguerra dai nuovi centri di ricerca demoscopica, a uso commerciale o politico. È rinata trent’anni fa, all’università del Sussex, più propriamente come memoria collettiva. Antesignana della raccolta organizzata da Saverio Tutino a Pieve Santo Stefano. La raccolta di memorie e testimonianze è parte della microstoria, una metodologia di ricerca storiografica che ebbe una certa voga negli anni 1970. E in essa della testimonianza a preferenza del documento. Ma esemplifica soprattutto una partecipazione retrattile, se non chiusa in se stessi, alla vita comune – alla società, alla storia. Degli umili e indifesi ma non slo, anche protagonisti, veri o sedicenti, vi ricorrono. Per un rinnovato “disprezzo del mondo” medievale. Per essere respinti dal conformismo, dalla censura.

Intellettuale - Si dice che la Rivoluzione l’hanno fatta in Francia gli illuministi, mentre si sa che la fecero l’inflazione, la carestia, e il re imbelle. O che la rivoluzione d’Ottobre è di Lenin, che fino a pochi mesi prima era socialdemocratico, mentre l’hanno fatta i marinai teste calde, Trockij, e lo zar imbelle: un colpo di mano, di cui la città si accorse dopo qualche giorno, contro un Palazzo d’Inverno difeso da poche donne. Ora va di moda insolentire gli intellettuali, che in proprio sciamano a darsi identità e manuali. “Letterati della p-litica”, Max Weber li bolla sprezzante.

L’intellettuale è solo. Nel Manoscritto trovato a Saragozza, libro pieno di donne ardite, si dava centocinquant’anni fa la scansione temporale dell’OPERA dell’uomo, perfetta, compiuta, in ore lavorate, giorni, settimane, mesi, anni e abitudini. A conclusione dell’OPERA c’era l’isolamento. L’insoddisfazione di tutto, e di sé. Ai tempi del Cid Corneille non era che “un buon uomo”, nota Stendhal, per l’aiutante di campo di Luigi XIV Philippe de Courcillon, marchese di Dangeau, che era invece membro dell’Accademia, autore di un Journal e di Mémoires che il duca di Saint-Simon prenderà con larghezza in prestito. La verità può essere modesta. O è che non inventa più nulla, l’intellettuale è decaduto. E non da anni o da decenni, ma da subito. “Non ci lasciano spostare un sasso”, lo constatava già Machiavelli. L’intellettuale-massa è solo.

Non è adatto a governare, dice Gertrude Stein nell’intervista a “The New York Times Magazine” del 6 maggio 1934 per un motivo preciso: “Gli intellettuali hanno un’obliquità mentale. Con questo intendo che sono deviati, dalle loro intelligenze, dalle idee, dalle teorie, rispetto agli istinti che dovrebbero guidare il governo praticamente. I migliori governanti sono quelli che rispondono all’istinto, e nelle democrazie questo è più necessario che ovunque altrove”.

Stein – Un altro “indubbio scrittore progressista” va aggiunto alla lista degli scrittori fascisti del Novecento, dopo Pound, Céline, Hamsun, Yeats e un po’ Eliot: Gertrude Stein. Si sapeva dell’inno a Hitler, ma era del 1934 e veniva etichettato come un errore. Ora uno studio esce negli Usa approfondito, Barbara Will, “Unlinkely Collaboration: Gertude Stein, Bernard Fäy and the Vichy dilemma”, di cui dà contro per esteso la “New York Review of Books”, che ne fa una collaborazionista, quasi.
Sua la rivitalizzazione della lingua letteraria, che ne fa la Grande Madre del secolo e americano, ben più attiva di Joyce, e anche di quello inglese. In aggiunta al suo gusto sicuro di collezionista intenditrice d’arte, che allevò e protesse Picasso, come si vede anche nel film di Woody Allen, “Midnight in Paris”. Segni di radicata apertura mentale, non di pregiudizi, non reazionari. Ma da una parte “arrivò a vedere la Cristianità come la salvezza della Francia”, annota Barbara Will, e questo imputa a un vecchio vizio, “il classico odio-di-sé ebraico”. Già da giovane, nota Will sulla testimonianza di Alice Toklas, Gertrude aveva sviluppo un “entusiasmo folle” per Otto Weininger. “L’unico ebreo decente” per Dietrich Eckart, nota Will. Che di Eckart fa “il mentore di Hitler”, e di Weininger, filosofo apprezzato da Wittgenstein, anticonformista, convertito al protestantesimo e infine suicida, a 23 anni, un antisemita sessuofobo. Di più, Stein fu decisamente hitleriana. Non prematura né incostante, dice Will, poiché fu amica stretta fino all’ultimo di Bernard Fäy, noto antisemita e agente nazista. E fu protetta dai funzionari di Vichy durante l’Occupazione. Non pentita dopo.
Nell’intervista col “New York Times Magazine” del 6 maggio 1934, G. Stein esordisce con un “Hitler dovrebbe avere il Nobel per la pace”. Poi spiega: “Perché sta rimuovendo tutto gli elementi di contrasto e opposizione dalla Germania. Cacciando gli Ebrei e gli elementi democratici e della Sinistra, elimina tutto ciò che porta all’attivismo. Questo significa pace”. Miss Stein, nota ripetutamente l’intervistatore, non è una che parla a vanvera, che dica la prima cosa che le viene in mente col primo cha capita. Non correlandolo a Hitler ma con insistenza diceva poi: “L’elemento sassone è sempre destinato a essere dominato. I tedeschi non hanno nessuna capacità di organizzazione. Posso solo obbedire. E l’obbedienza non è organizzazione. L’organizzazione viene da una comunione di volontà o da una comunità d’azione”. Senza essere razzista: “Non approvo le leggi che restringono oggi l’immigrazione in America. Lo stimolo di nuovo sangue ci è necessario”.

letterautore@antiit.eu

mercoledì 23 maggio 2012

Federatore cercasi in Europa

Ogni unione presuppone un unificatore, una forza di propulsione. È stato il caso dell’Italia, o della Germania. È sempre stato così nella storia, ed è il paradosso dell’Europa oggi: che il federatore recalcitra.
Jacques Le Goff prende a esempio l’Italia (in un’intervista con Dino Messina sul “Corriere della sera” di oggi) di come potrebbe essere l’Europa: unita dalla cultura. Che è “il suo punto di forza” nell’era globale, argomenta. In nessun’altra area del mondo “è così forte il legame culturale tra le nazioni”, dice: “ Solo in Europa le diversità nazionali si sono affermate, anche a costo di guerre durate sino alla metà del XX secolo, in un processo di unità culturale”.
Le guerre come fattore di unificazione, che Le Goff prospetta, sembrano un paradosso al quadrato. Ma rinviano alla forza unificante. Il caso italiano come esempio di unità nella diversità che lo storico presceglie su altre esperienze è anch’esso calzante. L’Italia è stata l’unica vera rivoluzione, senza residui, in Europa, questo sito ha argomentato (http://www.antiit.com/2011/03/litalia-unita-consolazione-delleuropa.html). Ma sempre col federatore esterno. Che oggi invece, in Europa, recalcitra – la Germania. Il problema dell’Europa è questo: che non si può fare l’unità se chi ne è il leader deputato non vuole.

Il mondo com'è - 95

astolfo

Destra-sinistra – L’ultima entrata è Marine Le Pen, leader del Fronte Nazionale francese, gemellato in Italia con La Destra di Storace. “Il Fronte Nazionale ha una vocazione di sinistra”, titola “Le Nouvel Observateur”, settimanale di sinistra. Soprattutto sulle questioni della “identità” nazionale. Dopo che Marine Le Pen ha raccolto alle elezioni presidenziali il voto operaio e piccolo borghese, delle periferie e dei centri di campagna in abbandono. Giovanili in gran parte e attivi.

Dipendenza – L’addiction sarà il marchio di questa epoca di liberazione. Una ricerca sulla dipendenza dell’Inserm, l’Istituto nazionale francese della sanità e della ricerca medica, ha prodotto questi dati, secondo criteri conservativi (su una popolazione analoga a quella italiana, 61 milioni di residenti):
Alcol. Due milioni di dipendenti, 35 mila decessi l’anno.
Droghe. Almeno 230 mila consumatori abituali. Trecento decessi annui per overdose.
Internet e smarthphone. Un 6 per cento si classifica ciberdipendente. Il 22 per cento è “nomofobo” – non può staccare per più di una giornata.
Scommesse. Seicentomila “giocatori eccessivi” ( più di 1.500 euro l’anno puntati su lotto, scommesse, gratta e vinci). Duecentomila giocatori compulsivi online.
Tranquillanti. Poco più di 130 milioni di confezioni consumate nel 2010. Il 35 per cento dei consumatori ne sono dipendenti.
Fumo. Fuma il 30 per cento della popolazione tra i 18 e i 75 anni. Con 73 mila morti l’anno.
Sesso. La dipendenza è stimata fra il 3 e il 6 per cento. Per l’86 per cento uomini.

Razzismo – Se ne fa colpa a Gobineau che invece, alla sommatoria, era contro. Prima si diceva che le donne nobili a Venezia fossero una razza a parte. Lo disse il Baffo, che ne apprezzava scurrile le grazie, e Kant la bevve, la registra nella “Antropologia”. E che le duegne di Tahiti fossero più grandi degli uomini. Questa sarebbe piaciuta al cavaliere di Brantôme, aedo delle donne abbondanti. Ma fra Nord e Sud, anche fra Est e Ovest, la cultura a lungo è stata fa-miliare, una partenogenesi da contatto e contiguità. Gli Eraclidi finivano in convento, nella storie di Taide la cortigiana, là dove Alessandro Magno aveva dormito – favolelli medievali, ma di un genere che non scandalizzava. Né il nero faceva paura né il semita.
L’umanità su basi zoologiche, come “l’Osservatore Romano” la bollò nei coraggiosi anni Trenta, fu tema del Settecento, che volle farne una scienza: i neri non lavorano, sposereste una nera, i neri puzzano, i neri non hanno anima (Montesquieu, “Lo spirito delle leggi”: “Non si può pensare che Dio, che è un essere molto saggio, abbia messo un’anima, soprattutto un’anima buona, in un essere tutto nero”), per non dire degli ebrei, impossibile rifare Voltaire, tutte queste domande le mise a punto il secolo dei Lumi, compreso Kant, malgrado la nota prudenza - Kant non sognava, e non sudava, ci stava bene attento, così pure a sputare e, pare, a eiaculare, per non sprecare energie.
La scienza veniva fornita dall’università Georgia Augusta, nel 1734 fondata da Giorgio II, Elettore di Hannover e Re d’Inghilterra, per fare la classifica delle razze. Primi i sassoni, i popoli del re. Contro di essa si batterà a vuoto il conte Gobineau, “geologo morale” di una “geografia umana profondamente varia”. Anticipatore del darwinismo, che è misgenetista e non esclusivo, selettivo ma non gerarchico - è descrittivo. Prendendo infine atto che “l’etnologia ha bisogno di sfogarsi prima di divenire seria”. Il conte, democratico e anzi progressista, ambiva alla storia del particolare, “in quei giorni d’infantile passione per l’uguaglianza” - mai appassionata abbastanza e purtroppo sempre infantile, anche presso i detrattori.

Guerra giusta – La Libia è venuta dopo la Serbia, e sullo sfondo ci sono quasi dieci anni di Afghanistan. Due paesi confinanti (allora la Serbia era unita al Montenegro), con i quali l’Italia non aveva nessun contrasto, e anzi relazioni specialmente amichevoli, e ai quali ha fatto guerra. E uno remoto, conosciuto più che altro nei racconti di Kipling. Tre guerre che si vogliono giuste, per liberare i due paesi confinanti dai loro governanti, e l’Afghanistan dalla sua religione. Ma pur sempre guerre, questo termine non è stato camuffato nella generale mimetizzazione. D’Alema, che inventò nel 1999 la famosa furbata della “difesa attiva”, per sottrarre il Kossovo alla Serbia e darlo a un mafioso, non obietterebbe. E della guerra più disonorevole, i bombardamenti aerei. Necessariamente contro la popolazione – che le bombe siano “intelligenti”, cioè tralascino i civili, ormai l’hanno tolto dalla propaganda.

Entrambe le guerre guerreggiate, in Libia e Serbia, hanno a promotori e patrocinatori due personalità eminenti del Pci. Quella alla Serbia Massimo D’Alema, quella alla Libia Giorgio Napolitano. E in entrambi i casi il Nemico era un personaggio che il Pci aveva specialmente apprezzato e sostenuto, Milosevic e Gheddafi.

C.Schmitt l’aveva già detto nel “Leviatano”, p. 84 – sapeva dell’ipocrisia in agguato? “La guerra di stati non è né giusta né ingiusta. È un affare di Stato, e in quanto tale non le occorre essere giusta”. La “buona causa” è “un concetto discriminatorio di guerra (che) trasforma la guerra di Stati in una guerra civile internazionale”. Cioè una guerra di tutti contri tutti. Una guerra “totale”.
“Si è detto”, aggiunge Schmitt, p. 87, “che possono ben esistere guerre giuste, ma non eserciti giusti”. Non senza ragione sembra implicare il filosofo del diritto: “Quando in chiusura del «Principe» Machiavelli afferma essere giusta la guerra, se è necessaria per l’Italia, e umane («pietose») le armi, se in esse riposa l’ultima speranza, tutto ciò suona ancora umanissimo a paragone della completa oggettività delle grandi macchine il cui perfezionamento si è realizzato in modo esclusivamente tecnico”. Macchine belliche statuali.

Stato – “Ogni Stato è una dittatura”. Gramsci lo dice (“Capo”, in “Ordine Nuovo” dell’1 marzo 1924) in lode di Lenin ma è vero: non si disobbedisce allo Stato – la Bestia, leviatano o behemot che sia. Che però, se ha una componente stabile, istituzionale, ne ha anche una variabile, politica. Che lo modula e l’attenua – lo flessibilizza. Nei regimi costituzionali in senso democratico.
Non è azzardato vedere nell’assolutezza dell’enunciato di Gramsci la radice della debolezza del governo politico in Italia nella storia della Repubblica. Una delle radici, un’altra, più insidiosa, è la diffidenza confessionale verso l’autonomia del politico. La diffidenza, l’esproprio, l’uso privato della funzione di governo. Che finisce per operare come una reazione inversa, o una nemesi: contro lo Stato l’anarchismo diventa compiaciuta (privilegiata) forma di resistenza, ma con l’effetto di “liberare” lo Stato molosso, assolutista, libero ora dal condizionamento della politica. Contro cui i custodi del patto, la giustizia, l’opinione, si battono senza esito – ammesso che si battano e non facciamo ammuìna, da spalla del mattatore.

“Lo Stato è la società civile”, dice il giudice Falcone nella famosa trasmissione tv del 26 settembre 1991 in memoria di Libero Grassi, a “reti unificate”, tra il Maurizio Costanzo Show di Mediaset e “Samarcanda” (Michele Santoro) della Rai. Pochi mesi prima della strage. Falcone lo dice civilmente, all’avvocato Alfredo Galasso, esponente della Rete di Leoluca Orlando, che lo insulta: “Lo Stato è della società civile nella Costituzione”.
È un dialogo che Santoro ha tagliato riproponendo lo show in “Servizio Pubblico” due mesi fa. Privilegiando invece l’attacco dell’allora giovane Dc, futuro presidente della Sicilia, Totò Cuffaro. Ora condannato per mafia ma allora credibile - creduto - accusatore, invitato come tale.

astolfo@antiit.eu

Il racconto unico degli eroi decimati del ’15-‘18

“Il silenzio dei sardi è, sulle prime, un po’ indisponente”. Marcia allegro lo scrittore-psichiatra, medico di guerra fra le trincee del Carso. Il repertorio è sempre deamicisiano, “L’attendente sardo”, “Il caporale poeta”, muratore calabrese, “Il disertore”, ma lo spirito è diverso, niente inviti alle lacrime. E niente indulgenze. Con la guerra e coi suoi capi. Senza tacere anzi le vergogne, unico testimone nell’enorme letteratura sulla grande guerra della decimazione della Brigata Catanzaro, ordinata da Cadorna e eseguita dai carabinieri. Il gusto dell’inedito si rafforza all’occasionale lettura tra le annuali rituali celebrazioni della battaglia del Piave, “il 24 maggio”.
Le decimazioni che tanto orrore ancora suscitano nell’occupazione tedesca dell’Italia, furono sperimentate nel 1917 dai carabinieri. Contro la Brigata Catanzaro che sul Carso s’era rivoltata dopo dieci campagne di fila in prima linea: presero una trentina di fanti a caso e li fucilarono. Fu, è, un fatto topico della Grande Guerra, del quale però non si parla. Ne accenna commosso D’Annunzio nei “Taccuini”, giusto lui contro il quale, nell’adiacente suo “campo di aviazione”, i rivoltosi avevano tentato di dirigersi, e basta. Questo libro è un’eccezione: la testimonianza di Tumiati fa aggio sulla sua pur altissima capacità fabulatoria.
“Solo da poco”, dice l’editore, la vicenda è stata ricostruita. Nel 2007, da due giovani storici locali, Irene Guerrini e Marco Pluviano. In realtà, la sintesi che lo stesso editore fa della ricerca in premessa al volume chiarisce poco. Sui motivi della rivolta, e sul suo svolgimento. Solo l’esito è chiaro, non potendosi sottacere la relazione di Cadorna: “La rivolta è stata sanguinosamente repressa con la fucilazione di 28 militari e con la denunzia di altri 123 al Tribunale di guerra”. La Brigata Catanzaro, benché fosse ovunque nel Carso, è praticamente cancellata dalle storie militari.
Un altro saggio su questo fatto per la verità c’è, seppure anch’esso locale e eccezionale: su “Calabria Sconosciuta” n. 131 di fine 2011. Dove si spiegano anche i fatti. La Brigata Catanzaro aveva protestato a fine maggio 1917, dopo la decima grande offensiva. Era una protesta vocale e la cosa venne taciuta dai comandanti. La notte del 15 luglio, all’ordine di partenza in prima linea per l’ennesima campagna dell’Isonzo, i due reggimenti della Brigata, il 141mo e il 142mo, si ribellarono, con urla e tiri di mitragliatrice. Tre militari morirono, tra essi un ufficiale e un sottufficiale, e una ventina furono feriti. Dopo circa sei ora la rivolta si spense, verso le quattro del mattino. Si preparava l’XIma battaglia carsica dell’Isonzo, detta di Bainsizza (la XIIma sarà detta di Caporetto). La Brigata aveva ininterrottamente, per due anni, partecipato alle dieci precedenti. A Castelnuovo, Bosco Cappuccio, Oslavia, sul monte Mosciagh, durissimo, sul Cengio, sul San Michele, a Nad Logen, a Nova Vas, sul Nad Bregom e a Hudi Log. Non per punizione, anzi con grandi elogi e medaglie al merito. Ogni campagna implicava tre-quattro settimane di prima linea. Dopo Caporetto la Brigata Catanzaro combatté sul Pria Forà, in Val d'Astico e in Val d'Astico e in Val Posina. Sempre con impegno, e anche con successo: un mese dopo la rivolta la Brigata Catanzaro veniva nuovamente elogiata.
Nella terza battaglia, dal 18 settembre al 4 novembre 1915, la Brigata aveva perduto più della metà degli effettivi, 4.348 uomini (feriti 2.579, gli altri morti). Nel 1916 aveva subito perdite in varie battaglie, e in due era stata di nuovo annientata. In quella per Gorizia, nella seconda parte dell’attacco, nel mese d’agosto, aveva perso 3.496 uomini (2.484 feriti). Nelle tre battaglie successive era restata in linea dal 16 settembre al 7 novembre, perdendo i due terzi degli effettivi: 3.434 uomini (2.749 feriti). Secondo una remota pubblicazione dell’Ussme, l’Ufficio storico della stato maggiore dell’esercito, “Brigate di fanteria” (1928), vol. 6, p. 63, la Brigata Catanzaro ebbe nei primi due anni e mezzo della guerra (le perdite del 1918 sono dette irrisorie), 162 ufficiali morti e 281 feriti gravemente, 4.540 soldati morti, 12.500 feriti. Ma questo è il rovescio della medaglia, dei cafoni immolati.
Tumiati, che si trovò nel pieno della sedizione e della decimazione, ne fa nel racconto “Errori” una rappresentazione amareggiata. I fucilandi vengono scelti a caso, senza colpe specifiche. A lui, che ardisce difendere i portaferiti, avendoli visti al lavoro tutta la notte, viene opposto uno scaricabarile. Fino al generale, che lo tratta da intruso: “La notizia disturba, evidentemente, i giudici si guardano l’un l’altro seccati”. Il “giudizio” è veloce. Questo lo ha già scritto Hemingway in “Addio alle armi” , il romanzo della guerra, anche lui in difesa dei portaferiti. Lo ha scritto anche in dettaglio, ma senza averlo vissuto. Tumiati è testimone oculare: del “giudizio” sommario si conferma subito mentre si allontana, sentendo urlare dall’interno della baracca: “I trenta condannati avevano compreso d’un tratto la loro sorte e, dopo un attimo di stupore incredulo, avevano gridato. Che altro potevano fare?”. Forse per la fretta non ci sono agli atti i nomi di chi ha preso le decisioni e su quali criteri: “In un’ora il campo fu levato”, continua il racconto, “e i battaglioni, incolonnati, musica in testa, ritornavano in linea. Tararilla, tararà. Tararilla, tararà”. Il racconto angosciato degli eventi Tumiati fa precedere da uno ilare su un caporale calabrese in forza alla Brigata, giovane muratore biondo con “l’estro vivo del cantastorie”, che scriveva e gli portava da leggere per svagarsi poemi che ancora lo commuovono. Esca alla testimonianza: “La Brigata Catanzaro fu certamente una delle più gloriose e delle più provate nella grande guerra. Il suo proverbiale eroismo la condannò a due anni ininterrotti di guerra carsica. Stremata, mutilata, consunta, risorgeva dal sangue e dalla morte con energie nuove”.
Si leggono questi brevi racconti di morte, stupidità, insolenza, umana simpatia, con sorpresa. Per essere più o meno inediti forse, proibiti dal fascismo nel 1935, pubblicati semiclandestini nel 1947, in appendice ad altro più famoso titolo, “Tetti rossi” (ora li riprendono i figli dello scrittore, Lucia e Andrea Tumiati). Per la remotezza del loro mondo, gli eventi, le esperienze. Per l’attraente impaginazione di questa edizione. Con tante foto d’epoca a mezza pagina, una presentazione dei fatti storici a opera dello stesso editore Gaspari, un itinerario storico dei luoghi e uno escursionistico, i due saggi biografici di Arnaldo Cherubini e Carlo Cordiè del vecchio volume di ricordi redatto dai figli nel 1985 per il centenario della nascita, “Corrado Tumiati, medico e scrittore”, e un’invogliante bibliografia di Tumiati. Ma più per essere sopravvissuti, incongrui, al rifiuto.
La lettura è doppiamente confortante per essere proposta da Udine, dove l’italiano non veneto e non settentrionale si trova da troppo tempo ormai fuori posto. Che stiamo qui a celebrare il Carso, che è una giogaia di ortiche, se non è anche ostile (straniera), e ha ingoiato milioni di giovani inocenti, dopo averli dilaniati in mesi e anni di trincea, è oggi portato a chiedersi stupito il visitatore, sorpreso dall’indifferenza – quando c’è benevolenza. Una reazione non balorda, se non la sola possibile. Per “liberare” mezza Slovenia, e una Trieste che stava meglio come stava e non se ne dà pace. Come conquistare o difendere la luna, che sconfigge ogni retorica del bello.
Corrado Tumiati, Zaino di sanità, Gaspari, pp. 173 ill. € 18

martedì 22 maggio 2012

Il nuovo Pdl con Casini

Dove va Casini col maggioritario secco alla francese (su due turni, senza apparentamenti), e col rifiuto del Grande Centro? Verso la Grande Destra. Che pensa, gli viene proposto, di dirigere lui dopo Berlusconi. È l’ipotesi che Alfano gli ha fatto balenare. E sulla quale naturalmente Berlusconi si riserva il nulla osta. Ma che Casini giustamente ritiene sia stata avanzata da Alfano su richiesta di Berlusconi.
Bocche cucite per il momento, ma l’idea è questa. La prudenza è imposta dalla composizione variegata del Pdl, tra gli ex socialisti e gli ex missini, che hanno difficoltà a digerire Casini. Ma la coalizione s’imporrebbe andando al voto con questa legge. Dando per scontato il rifiuto - e comunque il riflusso - della Lega. E se si arriva a una legge elettorale senza apparentamenti sarebbe preceduta da una qualche forma di unificazione tra Pdl e Udc, di voto se non organizzativa.

Bersani non ha vinto, Berlusconi non ha perso

Alla fine ognuno ha riportato a casa i suoi. A parte gli astenuti. E quelli di Grillo. Nella stessa proporzione di prima, se si contano i voti e non i sindaci.
Bersani ha messo in carniere 14 città. Per metà strappate al centro-destra. Ma dopo la festa d’immagine i conti sono più sobri: 1) In questa ampia rete solo due sono le vittorie, a Rieti e Lucca, significative per i candidati vincenti ma di poco peso elettorale. A Rieti peraltro ha vinto un vendoliano. Le altre sono situazioni particolari: ad Alessandria, Asti, Como e Monza ha pesato il momento della Lega (a Chiavari ha vinto il Pdl contro la Lega), all’Aquila il sindaco del terremoto Cialente ha tenuto grazie al voto Udc. 2) È illusorio valutare la percentuale dei voti Pd su quelli espressi, le astensioni, fino al 74 per cento, sono di voti non Pd. 3) A Genova e Brindisi il Pd ha perso voti, anche se ha determinato la vittoria del sindaco. A Genova ha un sindaco ostico se non ostile. Mentre ne ha uno dichiaratamente ostile nell’altra grande città, Palermo. Di più: col manovriero Orlando di nuovo in pista il Pd rischia di scomparire di nuovo dalla Sicilia.
Berlusconi conta danni limitati. Avendo dovuto correre da solo, dopo l’estromissione dal governo, scontava più della perdita di Palermo, Parma e Lucca per la cattiva amministrazione dei suoi sindaci, e delle città lombarde senza la Lega. Invece ha tenuto nelle altre città – compresa Agrigento. Con due piccoli ribaltoni a Cuneo e Frosinone. Berlusconi ritiene anzi Bersani indebolito dal consenso per i vendoliani - Doria a Genova, Petrangeli a Rieti, e Consales a Brindisi dopo Pisapia, oltre ai casi di Rapallo e altri minori: questo dovrebbe facilitargli la mobilitazione del voto alle politiche.

Ecco le coordinate del terremoto

Discrete doglianze del “Corriere della sera” per il blog a seguire dopo "Ombre". Che però non è inventato, né sbocco di malumore. Per i dieci lettori, sparsi, del sito valgano questi riferimenti:
http://www.corriere.it/editoriali/12_maggio_21/stella-fatalita-prevedibili_b53b52dc-a304-11e1-a356-c1214eb8d3f7.shtml
http://archiviostorico.corriere.it/2012/maggio/21/Nord_trema_100_volte_giorno_co_9_120521019.shtml
http://archiviostorico.corriere.it/2012/maggio/21/Vittoria_era_sotto_mattoni_mano_co_9_120521005.shtml
http://www.corriere.it/cronache/12_maggio_21/morte-turnisti-pasqualetto_45aeaf60-a307-11e1-a356-c1214eb8d3f7.shtml

lunedì 21 maggio 2012

Ombre - 131

Marta Herling, storica, contesta a Saviano un’imprecisione storica. Saviano si querela. È la nuova filologia. Ma antimafiosa o mafiosa?

A una giornalista del “Corriere della sera” è arrivato l’“accertamento” del fisco. Panico. Ne scrive indignata, avendo scoperto nell’occasione che lo Stato vuole tanti “documenda”. E sfotte la funzionaria che cerca di calmarla: “Tranquilla, sono solo controlli a campione”.
Ne scrive prolissa ma non si chiede come mai lo Stato voglia solo “documenda” che non gli bastano mai. Impiegandoci giornate di funzionari che lei paga. Invece di assemblare gli iperconsumi (barche, palazzi, supercar, suv, superbike, gioielli) di tanti nullatenenti. Il giornalista si vuole suscettibile.

Un grande gruppo cinese decide di fare la vacanza di lavoro per i suoi dirigenti e quadri a Milano. Sono tanti, 2.800, riempiono sette alberghi. Dario Di Vico si congratula, e si chiede sul “Corriere della sera” se sarebbe andato tutto liscio con la Lega, se la Lega non avesse avuto i problemi che ha. Avremmo avuto la guerra della Lega contro la Cina? Questa Milano è proprio temibile.

Quattro ladri-ricettatori inseguiti dalla polizia uccidono a un incrocio il guidatore di un’altra auto che aveva la precedenza. Il guidatore è perseguito e condannato per omicidio colposo, i due di dietro per omicidio volontario, il quarto uomo davanti non è perseguito. Leggere per credere:
http://www.corriere.it/cronache/12_maggio_19/stesso-incidente-sentenze-opposte-i-passeggeri-puniti-piu-del-pirata-luigi-ferrarella_3d8edd94-a174-11e1-8681-fb83092733eb.shtml

Il caso avviene a Milano. La differenza di trattamento è dovuto a due diverse giustizie: quella della Procura ordinaria e quella della Procura minorile – i due di dietro erano minori. La giustizia minorile è più severe di quella ordinaria, dunque, a Milano. Se non sono politici, Milano non si scomoda?

“Se la Germania è una democrazia lo deve anche alla nostra resistenza”, dice Glezos, il novantenne capo della Resistenza greca a Vittorio Zincone su “Sette”. Non è sbagliato, Ma soprattutto è più elegante della minaccia dei governanti tedeschi: “Finirete come la Grecia”.
È anche vero che la Germania non ha pagato nessun danno di guerra alla Grecia. Solo alla Grecia tra i tanti paesi occupati.

Il Tar del Lazio che annulla il divieto di vendere alcolici in cassetta dopo le 23 è più politico o cialtrone? Lo fa contro il sindaco Alemanno, cui si deve l’ordinanza, un berlusconiano. E quindi dovremmo dire il Tar del Lazio un avamposto della Resistenza. Ma stabilisce che “non c’è emergenza alcol”. E lascia il divieto dalle 24. Poi dice che lo sciopero fiscale non è giustificato.

Il pentito del calcio Carobbio accusa Conte, l’allenatore della Juventus, a cadenza, ogni volta che Conte deve affrontare un match importante. Un mese fa contro il Milan, questa settimana contro il Napoli. C’è un risultato cui Conte deve contribuire? E i giudici, che allenano ora Carobbio, sono anch’essi della combinazione?

“La Lettura”, il supplemento domenicale del “Corriere della sera” diretto da Antonio Troiano, classifica i saggi recensiti con tre criteri: stile, rigore e copertina, ognuno dei quali con cinque caselle. C’è chi quattro caselle per la copertina, in cui per i saggi c’è solo il titolo, e due per il rigore.

Il terremoto del “Corriere della sera”

In prima pagina gli italiani non “prevengono” i terremoti perché sono superstiziosi. In seconda “il Nord trema cento volte in un giorno”, trema “tutto il Nord Italia (da Milano a Bolzano)”. E i pompieri sono eroi – questo è lo schema 11 Settembre. Ce n’è uno “a terra, sporco di sangue, come morto”, i colleghi impietriti, che ha battuto il naso. Mentre Angela non è stata salvata via New York, da “un Pedrazzi, Pedrazzini” allertato per caso dalla madre digitando furiosamente i numeri di emergenza senza averne risposta. No: è stato un parente che a New York, saputo via internet del terremoto, ha chiamato la madre della bambina, e saputo dell’emergenza, ha chiamato i vigili del fuoco, che “prontamente accorsi”, eccetera. Tre fabbriche si sono accartocciate, uccidendo quattro operai, e la domanda è: “Come mai sotto i capannoni alle quattro del mattino”? Non manca la profezia Maya, allegramente evocata, purtroppo, da Carioti.
Le fabbriche che crollano, l’ospedale che crolla, il municipio, nell’Emilia al di sopra di ogni sospetto, fra le tante costruzioni del Due e Trecento? Quella è roba da L’Aquila in giù. Uno ha l’impressione di avere per le mani uno scemenzario e invece è il “Corriere della sera”. L’unico problema del giornale è che all’Aquila ci furono 308 morti e qui 7: dobbiamo prenderlo per un titolo di merito, o sennò come equiparare i cataclismi?
Si può pensare a un caso di cattivo giornalismo, non isolato. Ma il “Corriere della sera” è il giornale che ha più giornalisti, più selezionati, e più articolata e collaudata struttura redazionale. Si può pensare a un riflesso condizionato leghista. Ma il direttore de Bortoli è persona equilibrata. È Milano: supponenza e indigenza.

domenica 20 maggio 2012

Problemi di base - 101

spock

Abbiamo vissuto il 99 per cento del tempo della storia umana in tribù, sarà qui il successo di Facebook?

Se ognuno ha bisogno degli altri, perché gli altri non hanno bisogno di noi?

C’era il verum factum di Vico, c’è il verum fictum, la fiction: la verità dunque si fa, oppure s’inventa.

Nelle tribù della Mead, Mundugunor, Iatmul, Ciambuli, l’uomo è ornamentale: dipinge, scolpisce, recita, fa festa. Perché nella “Bibbia” deve lavorare?

Se ogni cosa ha un genere, non bisogna cominciare a fare distinzione anche nella “Bibbia”?

Se nel paradiso terrestre si sbadigliava, perché ci manca?

Dio già non c’era qualche secolo fa, perché continua a perseguitarci?

spock@antiit.eu

Il debito è solo europeo, cioè “tedesco”

L’indebitamento russo è l’8 per cento del pil, quello giapponese il 230 per cento, ma non c’è dubbio quale delle due economie sia la più forte e prospera. E di gran lunga: di fronte all’alternativa nessun investitore preferirebbe la Russia al Giappone.
Il debito è un concetto più che un fatto. È l’insostenibilità del debito stesso. È ovvio che se tutto il debito giapponese dovesse essere rimborsato alla scadenza il Giappone non esisterebbe più. Ma allora anche la Germania, che il debito contiene all’80 per cento del pil. L’economia si regge sulla fiducia. Con ancoraggi solidi, ma fra essi la fiducia stessa: non c’è ancoraggio, neanche l’oro di cui l’Italia abbonda, che sia solido se manca la fiducia.
E questo è il bene che manca all’Europa, la fiducia. Per un motivo preciso: perché l’uomo della strada tedesco non ci crede. Non crede ai greci – né agli italiani, o agli spagnoli, o ai portoghesi, quelli di tutti quei posti lì che se la spassano nell’eterna vacanza e a lui gliela fanno pagare. Sembra una scemenza, e lo è. Ma è anche il problema sociologico delle piccole borghesie, che non sanno quello che vogliono e spesso sbandano. Che la politica contemporanea, dei partiti, dei parlamenti, è nata per convogliare e portare a buon fine. A meno di cavalcare il populismo, adagiandovisi sopra. È quello che ha fatto e fa la cancelliera democristiana Merkel coi suoi due governi, coi socialdemocratici prima e ora coi liberali. È “il Michel” semplicione di G.Grass e della vecchia tradizione burlesca che fa la politica oggi in Germania.
“Salvare” la Grecia diciotto mesi fa sarebbe stato facile. Dodici mesi fa possibile. Ora è una ricostruzione, dopo la demolizione della stessa Grecia e molti danni inflitti da nove mesi ormai a una mezza dozzina di altri paesi, tra essi l’Italia. Senza nessuna ragione, se non la ricerca del consenso del “Michel”, che non sa cosa vuole. È assurdo, ma non c’è altra spiegazione. Il fiscalismo della Bundesbank è isolato nella cultura economica tedesca. Ma i politici, sia il governo federale sia l’opposizione, non sanno che cavalcare il benpensantismo spicciolo di chi vorrebbe “imparare ai greci a lavorare”.

Lo scippo dell’antimafia

A lato delle “celebrazioni” di Falcone e Borsellino vale rileggere quanto si poteva scrivere dodici anni fa, giorno per giorno:
“Exit Andreotti, si prosegue con Dell’Utri: lo scippo dell’antimafia non ha dunque esaurito le sue – misteriose – ragioni. Ché di scippo si tratta: continua paradigmatica la storia della Repubblica anche dopo l’uscita di scena della vecchia classe dirigente, collusa o corrotta. Anzi si approfondisce, come in una guerra di mafia: i vincenti sono i peggiori. Lasciando prosperare, in tanto frastuono, indisturbata la mafia (gli appalti, la droga, la finanza).
“Tutto l’apparato che era stato messo su faticosamente, da Craxi, dallo stesso Andreotti, per combattere la mafia, leggi speciali, Dia, corpi speciali, cervelli elettronici, banche dati, Superprocura e Procure speciali, è stato dirottato da ormai dieci anni su assurde guerre politiche: di Dc camuffati contro i Dc perdenti, Contrada, Andreotti, Mannino, nell’isola e fuori, e contro gli usurpatori Berlusconi, Dell’Utri, Forza Italia. La Repubblica avrà tolto al Sud la politica, e anche l’antimafia.
“Abbiamo ora centinaia di dossier a carico di Contrada e Berlusconi, centomila pagine su Andreotti, quante ne conta la Treccani, e la mafia circoscritta a Riina, un assassino come tanti. Questa è la verità, anche a voler assolvere le intenzioni. Ma i veri Dc alla Leoluca Orlando, signore delle prepotenze, che nella mafiosissima Palermo prendeva tre voti su quattro, e in alcune sezioni, sovvertendo le leggi della probabilità, anche quattro su quattro, sanno quello che fanno, oggi come ieri. Con la copertura al solito grillesca di Violante, Caselli e i resti del Pci, eterno comprimario. Per la carriera? Per nascondere le loro debolezze? Per debito verso la mafia? Questo lo sostenne Chinnici, e fu assassinato – non vendicato”.