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sabato 28 luglio 2018

L'innovazione è monopolista

Fallisce a Palermo Mosaicoon. Non per mancanza di idee (prodotto), ma per non aver accettato o propiziato il proprio riacquisto dentro un più grande established operatore dell’innovazione. Quando ha cercato capitale per crescere in proprio, è stata segata.
Non si finisce di celebrare l’innovazione come il mercato dei cento fiori. Ma è un mercato monopolista, tipicamente. Da una parte e dall’altra, bisogna dire, dei creativi e dei monopoli.
Si sviluppa un asset creativo, che abbia bisogno di poco o punto investimento. Si crea un bisogno, uno che duri almeno qualche mese. E si vende. Il caso di Mosaicoon è un’eccezione, e probabilmente un errore del management.
L’innovazione è costituzionalmente monopolistica. Diffusiva, ma poi subito convergente, come una branca, o una foglia, del big business. Non c’è mai stato nell’industria tanto accentramento monopolitistico quanto in quest’era digitale, tipicamente innovativa, con soli tre operatori, e forse già due – Amazon e Google, senza Facebook?

Cronache dell'altro mondo - il cazzone americano

Il comandante dei Pasdaran iraniani twitta il twittaroTrump: “Puoi iniziare una guerra, ma saremo noi a finirla. Chiedi ai tuoi predecessori. Smettila di minacciare, siamo pronti a fronteggiarvi.  Siete andati in Afghanistan con decine di carri armati e mezzi blindati. Cosa avete ottenuto? Adesso implorate i talebani”. Ineccepibile.
Quando si farà la storia dell’imperalismo americano, ci saranno sorprese. E perché questa storia non si fa, è talmente avventurosa? Prima c’era la guerra fredda, la minaccia sovietica all’Europa, ma ora?
Gli Stati Uniti si sono imposti come liberatori fino alla guerra di Corea, 1950-53, e poi all’occupazione anglo-francese di Suez, 1956. Poi, a partire da Cuba e Castro, un serie di disavventure
 e sconfitte.  Cuba, Vietnam, Iran (da Mossadeq in poi), Iraq, Afghanistan, Libia, Siria, quante guerre perdute. Con la lunga stagione dei generali in Sud America, il “cortile di casa”, in Brasile, Argentina e Cile.
E anche dove hanno vinto, quante incognite. Per esempio cavalcando il mondo retrivo della penisola arabica contro l’Europa, dalla guerra del petrolio del 1973 alla Libia. O sfidando la Russia, in Ucraina e in tutta la fascia europea orientale, senza avere un obiettivo e un iter – o anche qui contro l’Europa, per mettere i bastoni fra le ruote alla Fortress Europa e all’integrazione politica? 


Putin a Helsinki ha regalato a Trump il pallone ricordo del mondiale. La “Washington post” e altri primari media americani hanno subito sospettato, e anzi scoperto, che il Pallone contiene un chip, per intercettare il presidente americano… Se ci si sono applicati, vuol dire che sanno che la cosa tira, creduta.
Ora, c’era una famosa dizione “cazzone americano”, alla fine della guerra, al Sud e non solo, un po’ vendicativa ma non solo, da sconfitti invidiosi, per dire l’americano bonaccione, che era facile truffare. Ma fino a questo punto, l’americano crede tutto? 
Tutti i media americani non fanno che elaborare arcana e misteri del Russiagate. Che però non interessa al pubblico, i sondaggi lo dicono a ogni rilevazione. Allora, questo Russiagate è una questione politica contro Trump. Bene. Ma va avanti da due anni questo Russiagate, e la popolarità di Trump non ne soffre, anzi è in aumento. E allora?
Il Russiagate vedrebbe il sistema elettorale e il voto presidenziale 2016 inficiati dai servizi segreti russi. Un fatto gravissimo, un attacco fantascientifico alla democrazia. Ma da oltre un anno che c’è una inchiesta giudiziaria e niente, solo pettegolezzi.
Per non dire della inefficienza dei servizi segreti americani, che non hanno prevenuto né subodorato nulla: Fbi, Cia, Nsa e gli spionaggi militari. Che anzi sono accusatori, non accusati.
Oltre alle tre sigle più note, un’altra dozzina di servizi segreti operano negli Usa, militari e non. È possibile, è democratico?

L'opinione ignota

L’incredibìle Trump ha sondaggi in America sempre solidi, e anzi in miglioramento, benché abbia contro tutta l’informazione, che gli dà torto su ogni iniziativa: migranti,mussulmani, tasse, Russia, Corea, Ue, Cina, etc. E dunque? Tutti informati negli Usa, ma a nessun fine? L’informazione è irrilevante? O è sbagliata?
La popolarità dei regimi autoritari, o presentati-risentiti come tali dalla “opinione pubblica”, dovrebbe portare a interrogarsi sulla stessa Op, e sui fascismi. Non farlo pregiudica la difesa della democrazia. Oltre che la natura e la qualità degli studi storici.
Non basta dire populismo, senza spiegarne i connotati. O fascismo, come era l’uso cent’anni fa. Si sono fatti studi egregi, negli ani 1950, prima della grande bonaccia antifascista, sulle “cause” del fascismo: le origini e il successo dei fascismi, anche senza violenza. Di cui però si è perduto il seme: nulla si fa di analogo ora che il populismo dilaga.

Bevendo sotto il vulcano

Un caso riuscito di narrativa barocca. a metà Novecento. Sul nulla, le ultime dodici ore di un ubriacone, il giorno dei Morti del 1938, inglese come Lowry, trapiantato in Messico, come Lowry. Che è anche l’ultimo giorno di vita, sappiamo dal primo capitolo, introduttivo.  Ma questo non cambia, non c’è tragedia, si muore come si vive, ripetitivi, noiosi, lamentosi.
Un esercizio di bravura. Che si legge con simpatia, ma stiracchiato. Alla “Ulisse”, ma senza i problemi che animano l’odissea cittadina di Bloom, la ventina di racconti assemblati da Joyce.
Il Messico è “il paradiso terrestre”. Tutti sono belli-e-buoni col morituro, detto il Console. È stato abbandonato anche dalla moglie amata e amante, Yvonne, sconfitta dal suo alcolismo inguaribile. Ma morirà in sua compagnia, lei è tornata per un ultimo contatto. Accudito da amici fedeli. Il dottore locale, pediatra e psicologo. Il regista-produttore di film francese Laruelle che, artigliere, è stato in guerra al comando del capo-batteria Guillaume Apollinaire, e ora progetta una nuova versione di Faust, rileggendo quello di Marlowe.
Il protagonista è detto il Console perché è o è stato console più o meno onorario dell’Inghilterra a Cuernavaca. Qui ribattezzata con l’antico nome nahuatl. La città sotto il vulcano – in realtà due, I vulcani sono due. Ma ora non più, in un Messico ora filotedesco, anzi filonazista.
Si parte con una citazione impegnativa, dall’ Antigone” di Sofocle: “I prodigi sono molti, nessuno è più portentoso dell’uomo”. Un racconto d’autore per autori. Un libro per questo di culto, già tradotto nel 1961 da Giorgio Monicelli, qui rifatto da Marco Rossari. Ma forse di culto - più che per scrittori, come prova di bravura -  per gli alcolisti e i loro prossimi. “Una Divina Commedia ubriaca” lo disse Lowry scrivendo all’editore per dissiparne i dubbi, e ubriaca è certo. Da mal di testa più che inebriante.
Malcolm Lowry, Sotto il vulcano, Feltrinelli, p.426 € 18


venerdì 27 luglio 2018

Il campionato senza Berlusconi – Berlusconi 24

Si gioca a Roma come a Mosca. In Russia un campionato senza l’Italia, che la Mediaset di Berlusconi aveva fatto di tutto per aggiudicarsi, a caro prezzo. E in Italia un governo di destra, con i voti di Berlusconi, senza Berlusconi.
Mediaset ha rimediato, pare, anche senza l’Italia. Anche se non è detto che non avrebbe venduto di più, più spazi, più cari, con l’Italia in gara. Berlusconi si sbraccia, ma come un nuotatore poco sicuro. Ha vaticinato Di Maio perento, poi Salvini, ora ci tenta col governo nel suo insieme. Che è un ibrido difficilmente immaginabile se non ci fosse, ma c’è proprio per i voti di Berlusconi. A partire dallo stesso Salvini, senatore in Calabria, un posto che lui non sa nemmeno dov’è, ma punto di forza del centro-destra, di Forza Italia cioè e delll’ex An.
Ma il calcio è più ancora rivelatore. Mediaset ha dovuto accantonare i sogni di gloria Premium (tv a pagamento) dopo essersi svenata per tre anni con la Champions League. Per i tre anni avendo avuto da vendere solo la Juventus, che a Berlusconi non va giù, e al duo staff sportivo nemmeno – lui viaggia solo con auto rigorosamente tedesche, e non ha avuto una aprola da dire, l’unico italiano, in morte di Marchionne. Tre anni di niente per il Milan, trafficato da Berlusconi per mani subdole cinesi. Che ora si riprende, riscattato da un fondo americano, soprattutto per le nuove tipologie di mercato e i nuovi equilibri finanziari introdotti dalla Juventus.
Si può dirne di più. C’è una tecnica calcistica che mira, più che al dribbling e alla velocità – alla tecnica e alla sorpresa - all’occupazione degli spazi. Berlusconi al Milan era tutto per l’attacco – l’attacco è la miglioor difesa eccetera: due centavanti, tre centravanti… Di fatto lui è l’occupatore degli interstizi. Da quando faceva la tv privata in assenza di una legge che la regolasse – o la impedisse. Berlusconi politico si conferma sempre più l’occupatore degli spazi.
Non gli è stato difficile: Berlusconi è il prodotto, o eroe, involontario, della sinistra (ex) compromissoria, che pensava di avere vinto tutti i campionati e le coppe. E anche ora Berlusconi ha vinto. Ma con i voti suoi si sono fatti un governo senza di lui.
Volendo razionalizzare, si potrebbe dire che chi la fa l’aspetti. O che le resurrezioni non sono eterne, a un certo punto smettono. Ma non c’è altra spiegazione: la sua forza è – era – la sua debolezza.

Zemania e il doping atletico

Gli allenamenti di Zeman erano duri, molti suoi calciatori non hano durato, campioni per una-due stagioni. All’Olimpico a Roma e allo stadio dei Marmi faceva salire i gradoni di corsa, altri 70 cm. E i calciatori in allenamento faceva gareggiare in “ripetute” di un chilometro, dieci per ogni seduta . corse cronomerate. Zeman è anche famoso per avere denunciato Del Piero e Vialli come dopati, chimicamente. Non era vero. Ma il suo non era doping atletico? Spremere i calciatori per prestazioni super da un’ora, per poi accasciarsi sul lettino ortopedico? Gli allenamenti di Zeman non erano segreti, è vero. Ma non si discutevano. E tuttora non se ne parla – Zeman è l’allenatore forse più popolare e comunque intoccabile d’Italia, per essere antijuventino, e per non aveva mai vinto nulla. Dei suoi metodi impropri si è sempre saputo ma non si dice. Ora Di Francesco onesto lo dice con chiarezza a Zincone su “Sette”: “Per quattro giorni consecutivi ci toccavano dieci ripetute da un chilometro. Diciamo che poi ho pagato per questi sforzi. Mi sono appena operato a entrambe le gambe”. 
Totti, un altro che avrebbe potuto vincere moltissimo e non ha vinto (quasi) niente, nei suoi anni di carriera post Zeman poteva solo camminare, poco.

Amori freddi pre-gaddiani

Un breviario, un “manualetto” a lungo progettato e infine rapidamente redatto, l’ultimo della gioventù scapigliata prima di fare carriera a Roma con Crispi, nel 1887. L’unico che dà luce, anche, alle donne, da parte di un misogino dichiarato. Scritto, secondo Dante Isella, avendo in mente Mimì Maraini, o forse la madre di lei, Adelaide Pandiani. Opera “singolare e unica”, stilistica, tipografica, di genere. Ma con sprazzi di puro gaddismo –il radicamento dell’Ingegnere qui appare indubitabile. Insieme con molte note da tema di composizione.
Il primo amore è delle immagini. La Madonna al capo del letto, “una giovanetta quattordicenne, bionda e ricciuta, vestita da paggio”, e altre. Con professioni del tipo: “Ancor prima che il nostro amore prenda un nome, amiamo”. Il secondo amore è per i mobili di casa. Insieme con i libri. E con “la voce della Terra… la grande progenitrice degli dei e degli uomini. Poi vengono, in classe, i poeti latini dell’amore,Tibullo, Catulllo, Properzio, Ovidio. E poi le “donne” dei romanzi, inglesi e francesi – Lucia Mondella? “La tosa , sicuramente, possedeva un cuor non dipinto, ma tramandava anche – almeno, al sospettoso mio olfato – il caratteristico odore di cotonina e stallatico delle villane lombarde” (questa non sarebbe piaciuta a Gadda).
Notazioni casuali. Senza rilievo, se non autobiografico. Il testo è qui guarnito della fitta corrispondenza, 39 lettere nel 1887, in sei mesi, per la pubblicazione della brochure.
Carlo Dossi, Amori, Otto/Novecento, remainders, pp. 127 € 6 

giovedì 26 luglio 2018

Problemi di base ingenui - 435

spock


Più ingenuo-a o più corrotto-a?

Più ingenui, più corrotti?

Chi non capisce si assolve?

Ma è l’ingenuità un’attenuante o un’aggravante?

L’anticamera della virtù o della corruzione?

O non sarà la madre di tutti i vizi?

Come il burro al coltello, l’aria al vento, la benzina al fuoco?

spock@antiit.eu

Il libraio felice

In Florida, in un’isola non grande, c’è ancora un libraio, con libreria, aperta. Un libraio di successo. Su tutto. Lavoratore metodico dalle sei di mattina alle nove di sera ogni giorno. E uomo dai molteplici piaceri e interessi. Mantiene viva e attiva la comunità locale di scrittori, contro follie e alcol. Si scopa le autrici giovani in tour promozionale. Si arricchisce commerciando libri. Tanto prime edizioni che bestseller da banco. Un vincente, senza danni collaterali per nessuno: sa vendere e divertire. Anche quando si gioca l’Fbi, sui manoscritti di Francis Scott Fitzgerald rubati alla biblioteca di Princeton dove sono in deposito.
Un favolello a lieto fine, anche se la morale non è esaltante – il crimine paga. Del tempo dell’abbondanza, quando i soldi bastano per tutto. Un divertimento di Grisham, e del lettore. La location anche è particolare, una “Camino Island” - che è il titolo originale del libro – quasi mediterranea, un’America umanizzata.
Il “caso” in realtà non c’è: sia Princeton che l’Fbi tengono nascosto il furto, la polizia federale contentandosi di mandare dentro gli esecutori materiali, l’università e l’assicurazione di recuperare i manoscritti con lo sconto, dividendosi la spesa. I manoscritti rubati torneranno al loro posto, dopo una una serie di jeux de dupes, previo riscatto multimilionario, che però non pesa a nessuno. E tutti avranno beneficiato della sporca storia. Morale: i libri sono buoni, sempre.
John Grisham, Il caso Fitzgerald, I Miti, pp. 381 7,90

mercoledì 25 luglio 2018

Secondi pensieri - 354

zeulig


Diritti - La bilancia dei diritti è sottile nei rapporti interni alla tribù, dove la cimice è uguale all’elefante, per il dovere dell’uguaglianza. Del singolo di fronte al gruppo e alla stessa comunità. Dello stesso criminale di fronte alle sue vittime.
Qualcosa va rivista nella dottrina dei diritti. Che pure era stata ampiamente “assestata”, da Kant e Constant, e dalla pubblicistica liberale. Il tutto diritti è una sovversione, ma contro chi, contro che? Sembra un autogoal, non fortuito evidentemente trattandosi di riflessione,  senza vantaggio per nessuno. Per non dire che una società di tutti diritti è impraticabile. “I diritti sono sacrosanti e vanno tutelati. Se però continuiamo a vivere di soli diritti , di diritti moriremo. Bisogna riscoprire il senso e la dignità dell’impegno, il valore del contributo che ognuno può dare al processo di costruzione dell’oggi e soprattutto del domani”: si può dirlo con Marchionne, un manager non digiuno di filosofia. O col dimenticato Mazzini. 

Essere – È dei romanzi. Della memoria (rimpianto, sogno, nostalgia, rifiuto) e della fantasia? Immateriale ma non inesistente, e anzi più insistente, duro, coriaceo, in trasformabile - ,a nion implasmabile.
Umberto Eco ne tratta a proposito della visibilità (in una delle conferenze degli anni 2000 e 2010 alla Milamesiana, “L’invisibile”, ora in “Sulle spalle dei giganti”): tante realtà, che ci seguitano e anche ci perseguitano, sono invisibili. Raffigurabili, ma immateriali, non conformati fisicamente. Non con una forma propria, e nemmeno con un esser-ci proprio: creazioni. Creazione forse non precisa (perfetta) é conclusa, ma estesa e non scalfibile: “I personaggi della narrativa non solo sono inventati, e quindi secondo il buonsenso inesistenti (e ciò che non esiste non può essere visto), ma sono invisibili anche in quanto espressi non attraverso immagini ma attraverso parole, e spesso neppure descritti con dovizia di particolari fisici. Eppure questi personaggi esistono in qualche modo al di fuori dei romanzi”, in “infinite immagini di ogni genere”.
Per esempio Anna Karenina. O Dumas de “I garibaldini”, quando, visitando lo Chateau d’If, in rotta verso Quarto e la Sicilia, dove aveva rinchiuso per quattordici anni Edmond Dantès, prima di farlo conte di Montecristo, e dove lo aveva fatto visitare dall’abate Faria: “È un privilegio dei romanzieri creare personaggi che uccidono quelli degli storici. La ragione è che gli storici evocano solo meri fantasmi mentre i romanzieri creano persone in carne e ossa”.

La prima ontologia è del concetto stesso, della parola, di essere. Materiale, tangibile? Verbale, mentale? Della materialità del pensiero?

Felicità – “Se credeste di aver trovato la felicità, non sentireste il bisogno di dividerne la ricetta con tutti?” “No.” “Io sì. Non potrei credere che sono felice se non vedessi altri uomini vivere nella mia stessa maniera. Così ho la prova della mia felicità”. Baudelaire fa svolgere questo argomento a un belga, a Bruxelles, come prova della stupidità dei belgi. Ma il suo argomento è migliore? “Tali erano i discorsi di un Belga che, senza nessun incitamento da parte mia mi si è appiccicato quattro ore per raccontarmi che era ricchissimo”, etc. , “e tutto questo perché, sperando di sbarazzarmene, gli avevo detto che per me non c’era felicità se non nella solitudine”.
Un tema apparentemente da insolubilia, antinomico – vero per un verso, e per il suo opposto. Ma è, come Dio, un problema (pensiero) che distingue l’uomo nell’animalità – in quel 2 per cento, o 0,2 per cento?, che differenzia l’uomo dall’orango.

Iliade – Il poema della forza, per il famoso titolo di Simone Weil. Ma più, quantitativamente e nell’atmosfera, è il poema della necessità, del destino. Della guerra, ferrea necessità cui nessuno può sottrarsi, né per meriti né per forza o astuzia.
Dal punto di vista del progresso, delle età della storia, è il culmine dell’età del bronzo. Figurativamente, di una bronzea necessità cui gli uomini sottostanno. Di passioni senza senso, meno che mai di razionalità o interesse benthamita, utilitarista
Poema della giustizia lo dice Citati, leggendolo interlinearmente. Ma della forza circa della giustizia, e inappellabile.

Redenzione - La Didaché è semplice, la Dottrina dei Dodici Apostoli: due sono le vie, della vita e della morte, e la differenza è grande. La via della vita è netta: anzitutto amerai Dio che ti ha creato, poi il prossimo tuo come te stesso.
Sapienza èignorare il male. La Praefatio dell’ufficio funebre, anche nel nuovo Messale Romano, è “vita mutatur non tollitur”. Non si muore, la redenzione è il segreto del cristiano, la redenzione in vita, Giobbe bestemmia quando dice: “Un uomo che muore è finito”. S i rinasce, Senza inganno, la redenzione è in vita.

Sogni – Freud li analizza scomponendoli. Li ricolloca nel passato, immenso deposito memoriale da cui vengono, insorgenze occasionali ma non fortuite. Pieni di sensi, nelle pieghe e nell’insieme. Che Freud scompone e ricompone, con distinzioni, dislocazioni, classificazioni. La lettura tradizionale, o non freudiana, è della occasionalità. Ma più del vaticinio, per quanto oscuro: il sogno non sommuove-rimuove il passato, anticipa il futuro, oscuramente, minacciosamente – il. Futuro è una minaccia per la ragione, in ragione della sua stessa oscurità.

Teatro – “L’esaltazione della morte è un teatro politico”. Chi lo diceva, nessuno? L’esaltazione è teatro – e viceversa, è vero anche del teatro intimista. Il teatro protegge, la rappresentazione. La distanzi azione. È un rimedio terapeutico naturale – spontaneo.

Transitiva – Una “proprietà” spontanea (naturale), benché-ma di nessuna consistenza logica. O alla Sherlock Holmes, artificiosa - naturale per essere sottile, ingegnosa.
A Bruxelles, dove si era infognato negli ultimi due anni di vita, benché disprezzasse tutto dei belgi, Baudelaire ne fa involontaria esposizione burlesca (“mi sono servito dell’ironia”) – tutto è possibile: “A tutti quelli che mi domandavano perché restassi così a lungo in Belgio (non amano che gli stranieri restino troppo a lungo) io rispondevo confidenzialmente che ero un informatore della polizia. E mi hanno creduto! Ad altri che mi ero esiliato dalla Francia perché là avevo commesso crimini”, etc. etc., “E mi hanno creduto! Esasperato, ho dichiarato che ero non solo assassino ma pederasta. Questa rivelazione ha portato a un risultato del tutto inatteso. I musicisti belgi ne hanno concluso che Richard Wagner è pederasta”.  Baudelaire fu uno dei primissimi apostoli di Wagner – e purtroppo dello spirito wagneriano.
L’induzione è un procedimento rischioso, arrischiato, e pericoloso. In nota, i curatori di Baudelaire, “La capitale delle Scimmie”, un volume che assembla tardivamente le sue annotazione contro Bruxelles e il Belgio, i curatori lo dicono: “Baudelaire, oltre allo scritto su Wagner, doveva aver lodato Wagner in pubblico, e gli ascoltatori ne avevano ricavato l’impressione riportata nella nota”.

zeulig@antiit.eu

Dorian Gray in serie A

Vita e avventure di Cristiano Rinaldo, il “colpo del secolo”. Da ragazzo in Portogallo, debuttante a 17 anni, il Manchester United, il Real Madrid, cinque palloni d’oro, una mezza dozzina di Champions League. Uno che da solo ha fatto in dieci anni più gol di tutti gli attaccanti messi inseme della Juventus, la sua nuova squadra. Bello e atletico. Il calciatore che ha vinto più di tutti, più di Messi. E ora vuole guadagnare quanto Messi – quasi (ma al netto del fisco in italia guadagnerà di più”). Con i retroscena del suo passaggio a sensazione dal Real Madrid alla Juventus - che aveva sconfitto quasi da solo nell’ultima Champions.
Uno antipatico – non era simpatico a molti madridisti, che pure con lui hanno (quasi) sempre vinto -  ma non senza ragioni. Che dovrebbe riconciliare ora gli italiani con lo sport, col calcio – col calcio  sui giornali, in tv,  allo stadio. Quando gioca lui e anche no. Uno, insomma, importante.
Un volume bello, generoso per il prezzo. Di molte foto e di superlativi. Ma inquietante. Da Vecchia Gloria, che viene a farsi il canto del cigno mettendo a frutto il capitale accumulato. Ma di più da Dorian Gray, o dell’eterna giovinezza. Nel sorriso che è un ghigno, nella cura minuziosa segreta del corpo, un po’ anche nei ragionamenti.
AA. VV., Ronaldo – Il Re è bianconero, La Gazzetta dello Sport, pp. 143, ill. €4,99

martedì 24 luglio 2018

Ombre - 425

Diceva Bertinotti: “Il passaggio di Marchionne ha portato il deserto a Mirafiori”. Ma un deserto fiorito, non come quello arido che Bertinotti ha portato alla sinistra.

Di Maio va in tv a “potenziare il reato di legittima difesa”. Potenziare un reato? Un ministro? La legittima difesa un reato? Parole libere in tv, si sono sempre dette. Ma questo è (quasi) capo del governo.

Grillo dunque ha solo settant’anni. Che da dieci ha conquistato l’Italia col sogghigno e la domina. In effetti ha qualcosa di Zeus, nel viso barbuto irsuto se non nella voce,.  Siamo in un mondo omerico, iliadico?


“La Repubblica” vuole fare le pulci a Casaleggio che critica il Parlamento, con titolo e sommari aggressivi. Ma Sebastiano Messina non trova precedenti che non vadano nella stessa direzione, col governo Craxi nel 1984, con i tanti tranelli a Prodi, con le interminabili mediazioni di Berlusconi.

Quest’anno l’Italia ha passato due dei tre mesi estivi indenne agli incendi. Sì, qualcosa alle pinete romane, ma poco e bene identificato. Non i soliti incendi in Sardegna, in Sicilia. Non c’è “l’incendio”, il fuoco va appiccato.

A Seravezza, nella pieve romanica  di San Martino ad Azzano, “la chiesa di Michelangelo”, si espone in una collettiva di scultura un mezzo busto con due uomini in età che si baciano con trasporto. Proteste. Ma chi è qui la minoranza da proteggere?

Candida Morvillo fa sul ”Corriere della sera” lo storione di Maria Callas che lascia il marito e provvido agente Meneghini per Onassis, che non la sposerà – sposerà Jacqueline Kennedy, più glamour. È difficile vedere il fascino di Onassis che non era bello, né colto né spiritoso. Era solo ricco. E solo per questo due done simbolo spasimavano per lui: Callas e Jaqueline Bouvier Kennedy.  Eea solo cinquan t’anni fa: il femminismo avrà liberato le donne dalle donne, più che dagli uomini.

Cazzullo ricorda ai lettori che gliene scrivono che il “fenomeno Ronaldo”, di antipatia otre che di goal e palloni d’oro, indisponeva molti madridisti. Che pure gli dovevano molte vittorie. E ne cita uno, il più illustre, lo scrittore Javier Marias, che su “Vanity Fair” lo ha detto “tropo presuntuoso”  e “puerile”. E anche poco intelligente. Tanto da diventare l’emblema del calcio business – uno che da solo riscatta tutto il calcio business italiano? Dire uno poco intelligente non è molto intelligente.  

“Tensioni nel governo: i rapporti tra il ministro dell’Economia Giovanni Tria e il vice premier Luigi Di Maio sarebbero ai minimi storici” – “è la prima pagina del “Corriere della sera”. Ma i due non si conoscono da nemmeno un mese? E “sarebbero” che notizia è?

Tante promesse di riduzione del carico fiscale, ogni giorno, ma il primo provvedimento grillino-leghista è di aumento, per le imprese e le famiglie: più contributi per badanti e colf, meno contratti a tempo, niente sgravi per posti di lavoro a tempo indeterminato.

“Se mi venisse chiesto nelle sedi opportune di lasciare, ne trarrei subito le conseguenze”. Parla ellittico Tito Boeri, presidente dell’Inps, dicmenticando di essere stato messo lì da un politico amico, e non per concorso pubblico. È la supponenza del governo dei tecnici, di scalfariana memoria, una bugia e anche un trucco.

Fa scandalo “Huffingron post” sulla querela di Salvini contro Saviano scritta su carta intestata del Viminale.  Invece di far capire se è la querela è fondata o pretestuosa. O di chiedersi se non è una querela politica, del ministro, del governo. Ci sono le fake news, e poi?

Succede l’iradiddio nell’immigrazione dalla Libia. Che i vescovi si limitano a censurare in questo modo: “Basta toni aggressivi”. Per dire: ce l’abbiamo con Salvini. Invece di andare a vedere, o magari a dirci, loro che sanno, i vescovi sanno tutto, come e perché tanti africani vengono caricati come bestie e buttati al mare da altri africani? Dirlo è razzismo?

Fa il paio la Cei, la conferenza dei vescovi, col Fico-pensiero: “Le vite vanno sempre salvate”. Di rara incisività. È la chiesa di Bergoglio, basta un titolo di giornale?


Ponzio Pilato si lava la memoria


Si riedita in continuazione il “racconto perfetto” di Sciascia, “uno dei più perfetti che il genere annoveri”. Anche se non si vede perché. Se non è la “sicilitudine” che Sciascia coltivava: Ponzio Pilato è in pensione in Sicilia, dove, dice, “possiedo delle terre, e coltivo e vendo il mio grano”. O la laicità. Che però non confligge con la confessionalità, se il racconto ora riprendono le Dehoniane, alla bolognese Libreria del Santo..
Il procuratore è Ponzio Pilato, quello che si lavava le mani. Anche se erroneamente: quello era prefetto, un funzionario pubblico, e non procuratore, uno libero di arricchirsi. Un errore indotto, dice Sciascia, da Flavio Giuseppe, cui France si rifà.
Un altro cui France si rifà, spiegava Sciascia, che il racconto a suo tempo ha esumato e anche tradotto, è Tacito. Lo storico non trascura i cristiani, li ricorda nella persecuzione di Nerone, ma non li apprezza e anzi li disprezza. Come Anatole France, che pure molto scrisse di religione: nel lungo fantasy “Gli angeli ribelli” (dove Satana prende il posto di Dio, e Dio all’inferno si riscopre umano) Dio fa dire “bugiardo” dagli angeli ribelli, e un po’ ignorante.
Gesù è “il Nazareno”, “vale a dire il santo”, spiega France: “Non pare si conoscesse un paese di Nazareth nel primo secolo dell’era cristiana”. Ponzio Pilato è vecchio, pensionato in Sicilia, astioso con gli ebrei, avendo speso la sua vita attiva a Gersualemme senza migliorare la posizione. Di Gesù il Nazareno non si ricorda. 
Un racconto laico, ma non irridente: sfiora la bestemmia e l’antisemitismo ma entro limiti. Il Pilato di France è soprattutto uno che si lamenta sempre. Un perseguitato. Quando era in attività dagli ebrei, presso i quali a Gerusalemme si è insabbiato, con tutta la carriera, per una vita. E anche alla fine, in pensione, lamenta di sentire sul collo gli emissari di Vitellio, il governatore di Siracusa, senza motivo specifico.
Anatole France, Il procuratore di Giudea, Edb, pp. 56 € 7


lunedì 23 luglio 2018

Il mondo com'è (348)

astolfo


Cooperazione – L’Italia se n’è dotata nel 1983. Col governo Colombo, di centro-sinistra. Che patrocinò una proposta  dei Radicali di Pannella, istituendo un fondo di un migliaio di miliardi (di lire) l’anno per aiuti allo sviluppo. Era qualche anno dopo la Decade dello Sviluppo decretata dall’Onu, in sostanza degli aiuti internazionali allo sviluppo.
L’Italia vi si avviò dopo questo prima legge con costanza. Dapprima con gli obiettori di coscienza al servizio militare obbligatorio, volontari nei paesi in via di sviluppo. Poi con il terzo settore, della organizzazioni non  profit del lavoro e dell’impresa. La prima legge di regolamentazione delle ong è del 1987.
Oggi le spese per la cooperazione allo sviluppo ammontano a circa dodici miliardi, di cui cinque per i migranti. Non se ne fa più un rilevamento specifico, né contabile né  statistico, molte spese rientrando in capitoli complessi, di varia destinazione, soprattutto quelle dei Comuni e altri enti territoriali. Il loro ammontare è presunto, ma con buona base probabilistica.
Complessivamente, le organizzazioni umanitarie che operano fuori dell’Italia sono poco meno di un migliaio. Impegnate in poco più di duemila progetti in cento paesi, in Africa prevalentemente e Sud America. Su fondi italiani, con copertura ora più spesso europea. Sono organizzazioni non profit, ma con impianto economicistico. Occupano stabilmente 20 mila persone, più 81 mila su base volontaria (consulenza, part time, occasionale.), e a titolo gratuito-remunerato (fondo spese, gettoni, consulenze). In forte crescita ultimamente; dal 2014 ha incrementato del 31 per cento gli occupati.
I criteri di gestione, e anche i rapporti fra le società di cooperazione, sono improntati alla contabilità  economicistica. Le ong sanitarie, per esempio Emergency o Croce Rossa, pagano per poter fornire assistenza ai migranti sulle navi delle Ong di pronto soccorso, rifacendosi di questo costo con i rimborsi per ogni migrante assistito a titolo dela cooperazione. Le ong di pronto soccorso a loro volta si avvalgono di un rimborso pro capite per ogni migrante imbarcato, e delle royalties che impongono a ogni altra attività di servizio sulle loro imbarcazioni (Emergency o Croce Rossa).
La cooperazione internazionale, ai migranti o ai paesi poveri, è una parte del più ampio terzo settore. Molto più ampio, coprendo in outsourcing tutte le attività sociali pubbliche, dall’assistenza ai poveri (alimentazione, abitazione, abbigliamento, medicinali, cure mediche), ai minorati, ai tossicomani,  all’Aids, alla terza età.

Germania – C’è stato a lungo dominante – c’è tuttora sotto traccia – un’ideologia della “libertà tedesca”. Come qualcosa di superiore naturalmente – la Germania è sempre in gara. Ma non è forte il senso della libertà nelle tribù e le selve, basti ricordare che la guerra di liberazione fu per la Germania condotta dall’Austria, contro anche l’inerte Prussia: fallita nel 1809 a Wagram, riprese vittoriosa nel 1813- dopo che Napoleone, come poi Hitler, era stato sderenato dalla Russia (nel ‘42 l’Austria non c’era più).

Hitler - Nulla di terribile in Hitler, a parte la ragionevolezza.  Un unicum  certo. Ma non sono i tedeschi tedeschi? Lo sono, e hanno tutto il diritto di esserlo. Solo che un clone di Hitler non figurerebbe nemmeno in  birreria, era astemio.

Matteotti – Ha il più gran numero di vie, piazze, scuole intestate al suo nome, secondo l’archivio di Pagine Bianche. Il secondo intestatario più ricorrente è Garibaldi.

Matrinonio- È stato all’origine monogamico, di più, tribale e quasi familiare. Ci fu un tempo, che Frazer ha esplorato in quattro volumi, in cui l’uomo sposava solo donne della sua tribù. Per non dire dei faraoni, che sposavano le sorelle. Una volta il coniugio era necessariamente incesto, ancora Zeus genera Persefone con la madre Rea, e con la figlia Persefone genera Dioniso.
L’origine del matrimonio, è evidente, è conservativa: del patrimonio, i figli, le energie vitali.
Tribù - Pensare alla chiesa, una qualsiasi chiesa, che vuole uno sterminio, ne gode, o sta a guardare, è da folli. Ma non per la tribù, che tutto vince, e apodittico fa l’impensabile – è per questo che si lascia trascinare e poi si subordina: il libero spirito delle tribù è sempre violento, poiché è limitato. Ciò vale per il germanesimo, un’ubriacatura che va dal 1848 (Wagner, lo stesso Marx) al 1945, ma anche epr l’ebraismo dello Stato etnico. Per il Dio della Bibbia, volendo andare a fondo della cosa, l’unico “Dio degli eserciti” fra i tanti “buoni”, nota Simone Weil sconsolata.
L’identità torna nella vertigine di assoluto: quando la Chiesa, l’Europa e la storia sono letti in chiave di antisemitismo, la semplificazione è ben tedesca. È filologia a due dimensioni. Comune è pure il noi e loro, il resto del mondo cioè, l’eccezionalità di stirpe e destino. E il misticismo senza Dio, in musica, filosofia, teologia, cose nobili ma senza Redenzione. A è anche vero, benché oltraggioso: la Germania di fine Ottocento, la nazione misterica e mistica, della comunità di sangue e l’annientamento dell’Europa, va in parallelo con la rinascita ebraica. Wittgenstein si scopre ebreo, e perciò antisemita.

Tradizione – Nonché tradirsi (essere tradita) fa presto a sparire. Nei periodi di cambiamenti “tecnologici”, come oggi, anche all’interno della sessa generazione – c’è poca o pochissima memoria oggi.
La storia di Thomas Mann “è sempre più vecchia dei suoi anni”. Ma secondo Lévi-Strauss gli eventi storici si dissolvono in una serie di processi fisici, la storia non ha un contenuto. Questo sembra azzardato – Lévi-Strauss non è solo un processo fisico – ma forse è vero. Non ci sono tribù passate alla democrazia, neppure in Europa, gli zingari come i germanici, le tribù sono incorreggibili. Né ci sono vergini fuori che in Occidente, la verginità è concetto a territorio limitato. E si fa presto a sparire. Una volta gli asiatici sbarcavano in Europa a Napoli, da qui la popolarità delle romanze napoletane in Cina e Giappone. Ma ora Napoli non esiste più. Tutto il mondo va a Firenze a vedere il Davide, ma potrebbe un giorno decidere che Santa Sofia a Istanbul è meglio, la moschea, o una guglia gotica a Gotheim. O una partita di baseball. È successo, succederà. Roma è già semisparita: la romanità, prima che a Mussolini, si dovette al culto assiduo dei sassoni, e dell’Ottantanove, ma la Rivoluzione è finita, gli inglesi impoveriti, i tedeschi distratti. La romanità, benché tarda, di Lois Riegl e Franz Wickhoff è sparita con la memoria dei viennesi. E potrebbe essere negata da un qualche movimento per il retaggio degli unni. L’età di mezzo, Comuni e Rinascimento, e lo stesso Umanesimo devono molto a svizzeri, francesi e americani. Ma gli svizzeri più non se ne occupano la Francia e l’America hanno altri orizzonti.

Università – Ha incrementato o indebolito gli studi? Non nel senso della diffusione, ma dello sviluppo, dell’invenzione,, delle penetrazione delle conoscenze. Si critica oggi l’università di massa, ma i limiti che se ne vituperano, di un esamificio a scapito della ricerca e della formazione, già all’origine si denunciavano, in canzoni popolari, di ampia audience, del tipo  raccolto nei “Carmina burana”, e presso autori stimati. “Florebat olim studium,\ nunc vertitur in tedium” è l’incipit del canto 6 dei “Carmina”, che rispecchia la dura critica espressa da Filippo il Cancelliere, a cavaliere del Duecento, sull’università di Parigi dove lavorava, la futura Sorbona:  “Una volta, quando ogni maestro insegnava per suo conto e non si conosceva neppure il nome dell’università, le lezioni e le discussioni erano frequenti e c’era zelo per lo studio. Ora invece vi siete uniti per formare un’università, e le lezioni sono diventate rare, tutto si fa in fretta e l’insegnamento si riduce a ben poco,; il tempo sottratto alle lezioni lo si consuma in riunioni e discussioni. E in queste assemblee, mentre gli anziani deliberano e legiferano, i giovani pensano solo ad architettare abominevoli complotti e preparare spedizioni notturne”  (cit. da Jacques Verger, “Le università del Medioevo”, 63-64). 

astolfo@antiit.eu

L'autarchia del giudice costituzionale

Il decreto-legge “per la dignità del lavoro e delle imprese” è un ritorno all’autarchia: “Ci riporta indietro di ottant’anni, all’autarchia”. Non è Renzi polemico ma Sabino Cassese. Uno studioso, forse prevenuto col governo essendo di passato socialista – apre con questo proclama una serie di articoli di “L’Economia-Corriere della sera” contro il governo. Ma giudice emerito della Corte Costituzionale, e dunque un giurista navigato, che dice quello che vuole dire, le parole non gli sfuggono.
Cassese dice un’assurdità, ognuno lo vede – non c’è Mussolini, non c’è la guerra all’Etiopia, non ci sono le sanzioni. Tanto più nel merito: l’Italia torna all’autarchia perché il governo sancisce le imprese che, avendo beneficiato di aiuti pubblici, delocalizzano all’estero. Una misura che c’è già, non contestata dall’autorità europea per la Concorrenza (il governo gialloverde si fa bello con la minaccia di renderla attuabile). Ma non solo questo, il giudice emerito dice anche due cose.
Una è la cecità della sinistra. Della sinistra ufficiale – l’ultraottantenne Cassese opera da qualche tempo come consulente di grandi interessi privati, ma è editorialista in quota Pd. Arroccata su un “mercato” che ogni liberale invece critica, prevalendo in esso abusi e prepotenze. Il mercato quale è non è “il” mercato, dell’eguaglianza delle opportunità e della migliore allocazione delle risorse. Solo certa sinistra europea, e più quella italiana, continua a propagandarlo senza criterio.
L’altra è la concezione del diritto come ideologico o del più forte. Per cui si può fare un investimento con i soldi pubblici e poi spiantare tutto e portarselo, così ben dotato, dove il lavoro e il fisco convengono di più. L’autarchia del più forte, si direbbe con gioco di parole sull’anatema del professor Cassese. Della forza del diritto. Con uno spruzzo di ideologia imprestata, e stantia. 
C’è libertà d’investimento, ci deve essere, ma non di truffa. Possibile che a un giurista questo sfugga? A una giurisprudenza malata, e a un preconcetto politico, per quanto suicida, evidentemente sì.

La truffa Bekaert e la libertà d’investimento

C’è truffa nel caso della Bekaert, che viene in Italia ad appropriarsi del know-how Pirelli per il “cordino d’acciaio” da pneumatici, con le forniture in esclusiva a lungo termine alla stessa Pirelli e ai suoi clienti tradizionali, e poi se ne va col bottino? Sì, per un motivo semplice.
L’investimento è stato fatto in Italia con fondi italiani. Della stessa Pirelli e pubblici (per la ricerca). Perché l’Italia deve pagare i profitti di Bekaert e privarsi di qualsiasi beneficio del suo investimento?
C’è libertà d’investimento, e l’Italia deve garantirla, ai soggetti nazionali e a quelli esteri. È impegnata giuridicamente su questo fronte, in ambito nazionale e Europe, e le conviene anche – conviene operare in un mercato libero. Ma come in ogni Stato di diritto deve contrastare il malaffare, e anche sanzionarlo.        

La Bovary Novecetno di Simone de Beauvoir

Un exemplum, una storia emblematica. Di donna appagata (un marito bravo, due figlie, un lavoro vero, un amante con cui ha la forza di rompere) e insoddisfatta, che “l’idea di una disgrazia scialba e quotidiana” ossessiona.  
L’idea è buona. E anche il racconto, meno saggistico di altri - e meno flaubertiano di tanto Novecento franvese. Non sulla condizione femminile, un po’ più umano: la Bovary in questione ha anche amore e rispetto per il padre, sfortunato, si occupa delle figlie, rompe con l’amante, vuole salvare la madre, capriccio fatto persona. Con l’occhio alla Sagan, erano gli anni dei best-seller da amori infelici. Un racconto anche curiosamente remoto, dopo soli cinquant’anni: non ci sono più amori infelici, non ci sono innamoramenti. 
Un racconto anzi con molto ritmo, dialogato con gusto. Che un curioso rimpianto fa emergere: se fosse stata meno “impegnata” – se non avesse sprecato tanto del suo tempo - quante cose non ci avrebbe raccontato Simone de Beauvoir . In aggiunta alle tante, certo, che ha lasciato, è parte del Novecento  che meglio si rilegge, con più sostanza.   
Simone de Beauvoir, Le belle immagini, Einaudi, pp. 145 €8,50

domenica 22 luglio 2018

Letture - 352

letterautore


Babou – Hippolyte, è il dimenticato autore dei “Fiori del male”, del titolo. Amico di Baudelaire,  critico letterario e poligrafo di varia ispirazione di cui si è tentato il recupero un paio di anni fa, con la ripresa di uno o due racconti, resta noto per lo spirito critico satirico, e per l’amicizia con Baudelaire. Abitudinario dei caffè, a uno di questi, il caffè Lemblin, suggerì a Baudelaire ai prim i del 1855 il titolo della raccolta di poesie che l’amico aveva in animo.

Bellezza – “La bruttezza non può capire la bellezza”, Baudelaire, “La capitale delle Scimmie”, 16.

Blue-jeans – È parola “inglese” ma usata originariamente in francese, contrazione per blue de Gênes, blu di Genova, il porto di esportazione. È denim, pronuncia francese di parole francesi, de Nîmes, in inglese, in quanto tessuto lavorato originariamente a Nîmes, alla maniera di Nîmes. Dapprima, in concorrenza con Chieri, di fustagno, poi di cotone misto con lino, tinto di colore blu con il guado o gualdo, la isathis tinctoria.
Questo blu, usato in tintoria nelle aree dei Catari, da Albi-Tolosa-Nîmes, Carcassonne, e il Piemonte occidentale, in particolare di Chieri, ne fece per alcuni secoli la ricchezza. Tanto da dare origine al “paese di Cuccagna”, da cocagne, il nome francese del panetto di tintura blu pastello derivato dalla isathis. Un colorante usato in pittura, oltre che nell’abbigliamento.

Céline – Disseccato dall’ironia. Che è la sua cifra espressiva, fin dalle lettere dal Congo, da non-scrittore, ed è sapida nel “Viaggio” e in filigrana in tutta l’opera narrativa, compresa la terrificante trilogia della guerra, degli sfollamenti, dei tradimenti, delle vendette. E a cui non rinuncia nemmeno nella disgrazia, quando è incarcerato e perseguito in giudizio per collaborazionismo – “L’agité du bocal”, e altri scritti. Ma finisce per diventare amara, rivoltarsi contro lo stesso autore, disseccarlo.  
La chiave la fornisce Weinrich, “Metafora e menzogna”, secondo il quale l’ironico-ironista ha bisogno, perché l’ironia funzioni, che l’interlocutore ne abbia il sospetto, se non la cognizione. E per aiutarlo elabora “segnali di ironia”. Tra essi, in un colloquio, la strizzata d’occhio, un’inflessione della voce, una grattattina in gola. Per iscritto le parole virgolettate, il corsivo, e la sua propria cifra stilistica, i puntini di sospensione. Sartre, l’agité du bocal, era impermeabile all’ironia.
L’ironia può ben essere come la vuole Sciascia (“Il Gattopardo”, in “Pirandello e la Sicilia”): “L’ironia si può dire nasca dalla coscienza, non improvvisa ma stabilmente acquisita, della nostra superiorità. L’ironia appartiene all’uomo classico”. Che echeggia Th.Mann, dell’ironia quale suprema forma di espressione - nel saggio “Fratello Hitler”, per esempio: “Quell’ironia nella quale ho individuato da tempo l’elemento originario di ogni arte e di ogni creazione spirituale”. Ma può  essere faticosa: è la narrazione il cui oggetto è la narrazione. Merito del Céline narratore è di tenere sulla corda dell’ironia senza stancare. Ma resta che l’ironia “pura”, senza altro, dissecca – per esempio Voltaire. Sa di artefatto, è – sembra – da falsari., È la voce di naso, con la erre moscia.


Nelle peggiori polemiche antisemite non evidenzia il dato fisico che pure era corrente. Neanche contro Sartre nel dopoguerra, quando era alle corde. Mentre U. Eco non manca di sottolinearlo, nell’unico accenno che ha a Sartre, “L’essere e il nulla” - in “Dire il falso, mentire, falsificare“, ora in “Sulle spalle dei giganti”:  “La pagina è forse un poco maschilista”, a proposito del fascino che una donna subisce\esercita, “ma se si pensa all’aspetto fisico di Sartre è piuttosto patetica”.

Destino – Inesauribile nel romanzo lo vuole Eco, “Sulle spalle de giganti”, 211, persuasivamente: “Entrare in un mondo possibile romanzesco vuol dire accettare che le cose siano andate, e per sempre, in un certo modo, al di là dei nostri desideri”, provando “il brivido del destino”.

Frenologia – Desueta, come una fantasia ottocentesca. Ma già nel suo pieno fulgore, 1926, Amalia Guglieminetti diceva in un’intervista “interessanti” i “cimeli frenologici-umoristici”. La frenologia va con l’umorismo.

Giganti – “Il conte di Montecristo (potenza dei nomi) è anche un Cristo, dovutamente diabolico, che cala nella tomba dello Chateau d’If,  vittima  sacrificale dell’umana malvagità, e ne risale a giudicare i vivi e i morti, nel fulgore del tesoro riscoperto dopo secoli, senza mai dimenticare di essere figlio dell’uomo” – U. Eco, “Sulle spalle dei giganti”, 308. Come dire: Eco gigante sulle spalle del Cristo.

Iliade Citati, “La mente colorata”, 297, lo vuole poema della giustizia: “L’«Iliade» apre la letteratura occidentale sotto il segno della più assoluta giustizia. Vincitori e vinti sono ugualmente prossimi al nostro cuore: tutti figure della necessità”. Ma subito dopo aver detto la stessa “Iliade” il poema della guerra: “La guerra non ha limiti, né soste, né freni, né rivali” – lo stesso che la natura, ugualmente violenta. La giustizia è violenza incontenibile?

Imperfezione – Dal “Montecristo” di Dumas a “Casablanca”, il film, e allo stesso Amleto nella lettura di T.S.Eliot, come per la “cattiva musica” o canzonette, è il segreto del richiamo di queste opere – U.Eco, “Su alcune forme di imperfezione dell’arte” (ora in “Sulle spalle dei giganti”).

Proudhon – Il profeta del socialismo che Craxi aveva eletto in antitesi a Marx, finì bigotto, o comunque papalino. E per questo contrario all’unità d’Italia. Quando morì, a inizio 1865, fu questo il tratto che i necrologi evidenziarono di più.
Morì popolarissimo, ma per un vaudeville  aristofanesco che conobbe una lunga stagione in palcoscenico, intitolato “La proprietà è un furto”, il suo detto più famoso.
  
Superuomo – È il topos principale del feuilleton, secondo  Eco, “Sulle spalle dei giganti”, 308. Nietzsche amava i feuilletons?.

Università  - Si celebrava Pavia a preferenza di Parigi nel Duecento, tra i clerici vagantes, i giovani vagabondi in cerca d’istruzione. Per esempio nel canto più famoso dei “Carmina burana”,la silloge franco-tedesca di canti in latino e medio-alto tedesco composta a metà Duecento da frati tirolesi su testi di un secolo prima. Il canto 91, del gruppo “bacchici e giocosi”, celebra Pavia per le sue alte torri - Pavia era famosa nel Medio Evo per le sue alte torri. Il canto 91 fu composto, secondo i moderni curatori, da un Archipoeta di Colonia, nel periodo in cui questi soggiornò in città, al seguito di Rainaldo di Dassel, a marzo-giugno del 1162, o nell’autunno del 1163.

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Quando l'Italia aveva una patrona

I motivi d’interesse sono meglio dati nel risvolto - di Salvatore S. Nigro? Che si rifà all’elogio di Tommaseo, il primo curatore delle lettere della santa: “Donna di consolazione e di lacrime, fanciulla ed eroe, Clorinda ed Erminia del poema che sopra l’Italia compose Dio” – l’iperbole non guasta. E al compaesano Federico Tozzi, che la “piamente severa” Caterina dice, come al tempo usava, “unificatrice morale dell’Italia”, e “l’espressione più alta, a cui può tendere una nazione intera, per avere la coscienza di sé medesima”. Dimenticata, a torto - come un po’ tutta la storia.
Uno dei primi volumetti della collana “Italia”, ideata da Sciascia nel 1989 – trent’anni fa ancora si poteva. Cui si devono i primi ripescaggi, Giulio Camillo, Magalotti, Monti, Savarese, e questa Caterina. Impreziosita graficamente da Enzo Sellerio.
La santa che animò il secondo Trecento lo fece di persona in tutta Italia, e fino ad Avignone. Ma più lo fece scrivendo. Benché avesse “poca dimestichezza con la penna”, dice la curatrice Sara Cabibbo: la patrona d’Italia, che papa Paolo VI ha voluto “dottore della chiesa”, non sapeva scrivere. Ma non per ignoranza, spiega Cabibbo: al modo di Ildegarda di Bingen, e poi della santa Brigida svedese o di Teresa del Gesù, animatrici di una comunità di fedeli. In legame simbolico con san Paolo, da grande conoscitrice delle Scritture, che anche lui soleva dettare le sue lettere. Ma non è il solo motivo di interesse. Anzi, il vero interesse è per la scrittura, benché non di suo pugno: i concetti non sono molto originali, le presentazioni sì, irruenti, argomentate, sintetiche, sorprendenti.
Caterina Benincasa ebbe al fianco schiere di fedelissimi, nobili o letterati, che ne costituirono una sorta di segreteria al seguito, anche nei viaggi. Che la chiamavano “mamma”, e ai quali dettava missive, orazioni, discorsi “al dolce suo sposo”, anche tre contemporaneamente. Una sorta di Grande Famiglia itinerante, al seguito di una “mamma” febbrile. Con la missione di salvare il papato e la chiesa, riuscita col ritorno di Gregorio XI da Avignone a Roma. E, con meno fortuna, l’Italia dalle guerre, specie dall’invasione che i Turchi minacciavano risalendo l’Adriatico.   

“Io, serva e schiava” è solo una prima parte della diminutio, che recita “serva e schiava dei servi di Gesù Cristo”. La santa domina con l’iperbole. Insistita, eccessiva, e tuttavia accattivante. Non ha progetti né proposte e tanto meno intrighi da imporre o difendere, se non, in queste lettere, il ritorno del papa a Roma, e la crociata contro i Turchi, ma trascina. Il suo modo è il superlativo, di ogni tema piccolo o grande che affronta, la sua arma l’entusiasmo. Anche sui temi ordinari, della moralità corrente: “L’amore non si acquista se non con l’amore”, “il morto non può sotterrare il morto, colui che è morto a Grazia non ha né ardire né vigore di sotterrare il morto del difetto del prossimo suo”.     
Un personaggio fantastico, con il metro di oggi, se non fosse esistito. Figlia di un tintore, del quartiere artigiano di Siena, Fontebranda, e di una Lapa di Puccio di Piagente, che “quasi ogni anno partoriva un figlio o una figlia e che spesso concepì gemelli o gemelle (Raimondo di Capua, “Legenda maior” – il domenicano Raimondo fu uno dei corrispondenti), ventiquattresima di venticinque figli, sopravvissuta alla gemella per essere stata allattata dalla madre. Una predestinata, le agiografie sono univoche, ma una che si meritò la fama immediate, e poi la beatificazione..
Mantellata domenicana a diciassette anni, e per questo oggetto in morte di una “Legenda maior” e una “Minor”, più un “Supplementum”  dei domenicani a fini promozionali, ma personaggio storico di tutto rispetto, in vita ancora più che in morte. In questa scelta corrisponde con ogni sorta d’interlocutore, rispettosa ma senza remore, assennata e convincente: papi, regine (d’Ungheria, di Napoli), condottieri, cardinali, badesse. 
Caterina da Siena, Io, serva e schiava, Sellerio, remainders, pp. 174 € 2,58.