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sabato 13 ottobre 2012

Il Secondo Novecento, poesia per filologi

Poesia per filologi? La poesia del secondo Novecento porta il crisma di Contini, ed è inevitabile che i filologi vi si esercitino – qui Stefano Del Bianco (filologo e poeta) per un centinaio di pagine. Ma è un crisma di anemia. Applicato, onesto, per ogni altro aspetto ammirevole, Zanzotto ne è il paradigma: di un impegno esangue – fuorviato? Lo dice anche (“Esperimento”, “Vocativo”), in qualche modo lo sa, “esile fisima”.
Un’“epoché  fenomenologica” (Del Bianco) dello stile – degli stili. Sotto la quale niente si afferra. Il lettore è solo stanco, non ci sono miraggi, non interstizi segreti, in questo volumone che il poeta amabile documenta nella sua interezza (in aggiunta al “Meridiano” reca le due ultime raccolte, “Sovrimpressioni” e “Conglomerati”).
Andrea Zanzotto, Tutte le poesie, Oscar, pp. CX, 1.200 € 18

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (147)

Giuseppe Leuzzi

“Il paese dove le ragazze sono belle: un buon paese”, assicura Michaux in “Passaggi”. C’è quindi da sperare – le donne al Sud sono belle, a Napoli, in Sicilia, nel Salento, in Calabria, in gran numero. Saranno le spose e le madri.
Sono il frutto di una civiltà, spiega il poeta: “Nel riso della ragazza è iscritta la civiltà nella quale è nata”. Mentre “le civiltà che fanno bei vecchi sono le più spirituali”. Ma l’uno non esclude l’altro, perché dovrebbe?

A mano a mano che si scende, nel globo, la terra gira a velocità maggiore – all’equatore va al doppio delle zone temperate. È per questo che al Sud al settentrionale gira la testa?

Apollinaire d’Aspremont
Flouch, Flugi, Flugy, Pflug/ Pflugk /Fluog, il nome è vago, come i titoli di nobiltà (naturalmente derivati da Carlo Magno) ma l’appellativo è illustre, von Aspermont o d’Aspremont. Aspermont venendo spiegato nell’araldica come latino per montagna erta.
La particella nobiliare, coniugata con l’Aspromonte, fu aggiunta nel Seicento: Nicolas Flugi, Landman della Bassa Engadina, si fece chiamare Flugi von Aspermont. Dopo aver dato due vescovi a Coira nella prima metà del secolo. La famiglia si arricchì successivamente col commercio dei vini in Francia, disperdendosi tra la Francia, la Russia, l’Olanda, l’Argentina, l’Australia, gli Usa. I discendenti diretti di Nicolas svilupparono invece l’industria del turismo: suo nipote Corradino è considerato il fondatore delle fortune turistiche di St.Moritz.
Ma con Corradino un’altra storia comincia, che porta ad Apollinaire. Negli anni della Restaurazione, Corradino diventa ministro delle Finanze a Napoli di Ferdinando IV, e di Francesco I, francesizzando il toponimo nobiliare in d’Aspremont. Un generale svizzero mercenario” Flugy, inviato a Gerace nel 1848 per controllare i liberali dopo l'abolizione il 15 maggio della Costituzione da parte di re Ferdinando, fu cattivissimo: fece schiodare le bare dei cinque martiri d Gerace, giustiziati il 2 settembre 1847, e buttare i corpi in una fossa comune. Un figlio di Corradino, Francesco Costantino Camillo Flugi d’Aspremont, dovrebbe essere stato il padre ignoto del poeta Apollinaire.
Il concepimento e la nascita di Apollinaire avvennero a Roma, dove il capitano si era trasferito dopo l’annessione di Napoli al Piemonte. Nel 1879, a 44 anni, incontrò Angelica Kostrowitzki, di ventuno, che lo ammaliò e di cui divenne  il compagno, si direbbe oggi, per alcuni anni, tra case da gioco e feste. Non tanto però da riconoscere i due figli che ne ebbe, Guglielmo, il poeta, nel 1880, e Alberto nel 1882. La famiglia Flugi non consentì. Il fratello di Francesco, Niccolò Flugi d’Aspremont, generale dei Benedettini col nome di don Romaric o Romarico, lo convinse nel 1884 a lasciare Roma con Angelica e una grossa dote. I soldi erano naturalmente pochi, la coppia ritornò, e finì che Francesco lasciò Angelica. La quale fu convinta da don Romaric-Romarico a trasferirsi, nel 1887, con i due ragazzi nel principato di Monaco, di cui l’abate benedettino era vescovo nullius. Fu così che Apollinaire potrà dire di essere figlio del “vescovo di Monaco”.
L’ultimo Flugi d’Aspremont è censito in Vaticano negli anni 1930, sacerdote, autore di un libro di preghiere e di un saggio su “Le stanze di Raffaello”. Don Romaric era stato attivo denunciatore nel 1874 di furti di documenti e oggetti preziosi nel convento di Subiaco, di cui incolpava il Rettore. Facilitando così l’occupazione italiana del convento e la dispersione dei suoi beni.

Calabria
La Lombardia colonizzata dai calabresi, sia pure mafiosi? Questo può crederlo la Procura di Milano. Può farlo credere, per non fare altro.
Altrimenti: cosa potrebbero avere i lombardi da invidiare ai calabresi?

Ci sono voluti tre anni per sbobinare le intercettazioni dei malviventi calabresi in Lombardia. Parlavano così difficile?
I malviventi non andrebbero fermati subito, anche se calabresi?

Sculli, che non si riesce mai a condannare, anzi nemmeno a sospettare, è sempre, da quando gioca, sotto accusa sui giornali sportivi - Sculli è un calciatore. Reo di tutto: scommesse, partite vendute, combines con gli arbitri, droga, spaccio. Ultimamente di combines coi tifosi, avendo trattato con la “curva” del Genoa in lite col club. Alla fine della lite Sculli non s’è spogliato, i suoi compagni sì, in obbedienza ai diktat degli ultrà, ma il solo colpevole è lui. A meno che la sua colpa non sia nelle origini: Sculli è calabrese.
Non si può essere calabrese e centravanti?

A Lamezia il giudice Danise ha trovato il tempo, dopo 150 anni, di decretare che il museo Lombroso di Torino dovrà consegnare uno dei teschi delle sue teche a Motta Santa Lucia, un comune del catanzarese. È il teschio di Giuseppe Villella, che da Motta finì in carcere, per furto e incendio, e vi morì nel 1872. Lombroso ne eseguì l’autopsia, per trovare nel suo cranio, come in tanti altri, la morfologia del “delinquente nato”.
Il giudice Danise ha stabilito, su ricorso del sindaco di Motta, un avvocato, che il teschio di Villelli dovrà essere inumato a Motta, con spese di giudizio e tumulazione a carico del Museo Lombroso.  Poi si dice che non c’è giustizia al Sud. 

Troppi processi di mafia in Calabria finiscono (alcuni addirittura cominciano) col mettere in libertà buon numero degli accusati. O i giudici sono collusi, che non sembra possibile. O gli avvocati sono abili. O le indagini sono capricciose. La mafia, questo è sicuro, è sempre lì.

La “Gazzetta del Sud” è un giornale di Messina che è anche il primo giornale della Calabria. Privilegia le cronache locali, amministrative, politiche, sportive, culturali, sociali, ma si vuole “completo”, con politica interna ed estera. La grande cronaca nazionale limita però ai delitti.  Anche remoti, o inosservati nella grande stampa nazionale. Ogni giorno ne propone molti, con foto grandi, interviste, esperti. A chi li propone?

Avviene d’altra parte che “Il Messaggero”, offerto da un paio di anni “a panino” con la “Gazzetta”, spesso non venga ritirato, se il giornalaio non lo ha infilato dentro il quotidiano locale. Benché abbia cronache succulente. Da lettori della “Gazzetta” che sono juventini o milan-interisti, “il Messaggero” essendo tutto per le squadre di Roma? O perché il giornale è un’abitudine. In chi lo compra e in chi lo fa.
Molti che pure leggono e si tengono informati non comprano in Calabria il giornale.

Sul “Corriere della sera” l’addetto Stella denuncia in prima pagina venerdì 5 il misfatto calabrese del giorno: il “sottosegretario alla presidenza della Regione” (sì, cè un sottosegretario, è una carica inventata dall’ultimo governo di sinistra della Calabria) Albero Sarra, infartato, prende la pensione d’invalidità e lo stipendio della funzione. Un’invalidità da 7.500 euro, mensili.
Sarra protesta. L’invalidità è di fine giugno, lui ha rinunciato a percepirla alla prima riunione del Consiglio regionale dopo la pausa estiva. La pensione è alta perché la legge la parifica al massimo della pensione di consigliere regionale con tre legislature, e Sarra è stato a lungo consigliere regionale. La precisazione aspetta una settimana. Esce il giorno in cui la Lombardia si vuole sommersa dalla 'ndrangheta. Nelle lettere. Sommersa a sua volta dal profluviale Stella.

Il profluvio di Stella si fa forte di un Barbieri, presidente della Fish, la federazione delle associazioni di handicap. Il quale non conosce Sarra e non sa che cosa ha fatto e fa, ma dice che non ha fatto nulla a favore dei portatori di handicap. 

L’onorevole Laratta, del Pd, fa di più. Convoca una conferenza stampa per chiedere l’allontanamento di Sarra. Il motivo? “Come fa un invalido al 100 per cento a occuparsi di politica?”

Lo Stato-mafia
Finché si è trattato di Berlusconi, Spatuzza ha marciato. Ma di fronte allo Stato-mafia no: “Non so niente”. Cioè, neanche di Berlusconi sa, ne ha sentito dire. E questo è tutto, tutta la mafia a Palermo. Il resto è Stato.
Spatuzza dopo Ciancimino jr., uno che teneva il plastico in casa, si ritira. Il pentimento è una strategia difensiva: ottenuti i benefici, basta.
La “trattativa” magari c’è, ma tra chi e chi? La mafia si sa. Ma lo Stato? I servizi segreti? I mafiosi non sono scemi.
Gli storici della mafia, Lupo, Marino, dovrebbero rimettere mano alle carte.

Ma una verità c’è: la Procura di Firenze, finiana, nega il complotto, quella di Palermo, democratica e democratica ribelle, lo vuole, quella di Caltanissetta, berlusconiana-casiniana, nicchia.

leuzzi@antiit.eu

Oltre Batman, la pagliuzza e la trave


È sordido il panorama, sotto gli stracci che volano, della politica decentrata, o del regionalismo. In almeno tre aspetti: 1) I gruppi consiliari regionali si sono aumentate le allocazioni in un decennio di 70 milioni di euro, ma la spesa locale è cresciuta di 70 miliardi (quella nazionale di 700): le spese pazze degli “onorevoli” regionali sono un millesimo della spesa pubblica aggiuntiva locale (un decimillesino di quella nazionale) – della quale si possono ritenere i sensali, ma solo delle briciole, gli “affari” passano sopra le loro teste; 2) Le allocazioni consiliari sono aumentate in tutte le regioni, votate da tutti  i gruppi politici: alcuni gruppi possono averle spese in modi meno volgari di Batman (ma non possiamo saperlo: questo è il problema n. 4, in fondo), ma tutti sono responsabili del lassismo; 3) Impresentabili sono stati e sono ovunque, in qualsiasi gruppo politico si siano annidati, finiani, berlusconiani, dipietristi, gli ex missini: senza una sola idea politica, amministratori nepotisti e avidi, destabilizzatori costanti nell’apparato repressivo (procure, caserme) che a vario titolo ispirano. Da ultimo, con questa offensiva di autunno, all’ombra del governo tecnico, cioè incolore (Cancellieri, Di Paola), delle istituzioni democratiche.
La solita offensiva preelettorale, di giudici e giornali compiacenti, non riesce questa volta a celare la vastità della corruzione politica. La compiacenza dei giornali, e la connivenza coi poteri insindacabili, cioè occulti, dell’apparato repressivo, è semmai un dato della corruzione generale, o un quarto aspetto. 

venerdì 12 ottobre 2012

Cane fedele al Forte dei Marmi

“Rocky è bello, oltre che amorevole, lo vede? Bellissimo. È un pastore tedesco, l’ho preso cucciolo al canile municipale, ma è razza di robusti pedigree, in Germania il cane pastore ha il von, è un nobile. Rocky fa onore alla razza e al pedigree: è affezionato, gentile, docile, leale, paziente, tutto come dicono i trattati di cinologia. L’ho chiamato così non perché lo volessi cattivo. Per sport. Per strafottenza, anche, un po’. Anch’io sono un cane solitario, per via del nome. Sono Mohammed Fual, e anche se sono nato e cresciuto a Carrara, e purtroppo sono più candido di tanti altri, nei capelli e nella barba, mi chiamano il Siriano.
Rocky ha avuto una brutta storia: non poteva sfuggire alle invidie, infatti è stato rubato. Sequestrato, come una persona. No, senza richiesta di riscatto, che potevo pagare Io? E poi un cane così è un capitale. Sarà stato sequestrato su ordinazione. Mentre facevamo il bagno, a Marina di Carrara. Ero in acqua, e degli zingari, pare, se lo sono portato via. È stato segnalato in molti posti, anche così lontano come Salerno. Ma un giorno è riapparso, sfinito, le zampe sanguinanti. L’hanno ritrovato a Pisa, e me lo hanno segnalato. Poteva avere ben fatto i sei o settecento chilometri che ci sono fino a Salerno, come no. Sorretto dall’intelligenza, ce l’ha sovrumana, oltre che dal fiuto e dall’amore.
A Salerno c’era stato, poiché l’affidatario (o il compratore?) gli aveva messo al collo una targhetta col suo nome – poi ha detto che degli zingari glielo avevano lasciato (dopo averlo rubato?). Ma aveva anche un tatuaggio, col mio nome, ce lo siamo fatto assieme, e chi l’ha trovato a Pisa ha capito e mi ha cercato. La vita abbiamo ripreso normale, non l’ho più lasciato nemmeno per un minuto. Quando devo uscire per i lavoretti, lo porto con me sul vespino. Col casco e con un giacchetto che gli eviti il freddo.
“Ora torniamo a piedi perché i vigili al Forte dei Marmi hanno fatto la multa e sequestrato il vespino. Salata sì, centosessanta euro. Non c’è stato niente da fare, sono stati inflessibili. La multa pare che la pagheranno i miei concittadini di Carrara. Ma hanno sequestrato il vespino: può trasportare solo il guidatore. Rocky aveva il suo casco, ma non c’è stato nulla da fare. Ce la facciamo a piedi tutt’e due”.

La storia del signor Fual è sospetta. Ci fu un caso celebre nelle cronache degli anni 1950, di un cane che aveva attraversato a nuoto lo Stretto di Messina per tornare in Calabria dal padrone, che l’aveva abbandonato in Sicilia, col cuore affranto, perché non poteva pagare la tassa comunale. E l’aveva inventata lo scrittore palmese Domenico Zappone. Ma c’è anche la storia vera, di casa, del cane Fido von Qualcosa, un pastore tedesco abbandonato in campagna dai tedeschi nella ritirata, è vero che i pastori di razza hanno in Germania il casato, la particella nobiliare. Fido non parlava, ma rispondeva: assentiva agli ordini, e talvolta diceva no. In vecchiaia, quando fu lasciato a morire in città, nei pressi del canile municipale, dopo due giorni era tornato da solo a casa, in campagna, a 80 km., attraversando una serie di valli strette a ridosso della montagna, un faticoso saliscendi. Arrivò sanguinante e zoppicante ma contento – un po’ inselvaggito.

Le parole come scintille

Non il solito rabdomante, pieno di sorprese. L’icasticità diluendo spesso nei tristi tropi delle poetiche – nel caso del surrealismo. O in Woody Allen - “quando le auto penseranno, le Rolls-Royce saranno più angosciate dei taxi”. Il frammento è pratica giansenista, il più va rifiutato. Ma ce n’è abbastanza per una grata lettura. Sulla diversa velocità di rotazione della terra, il volo in caduta, il vuoto del mare, il vocabolario come un petardo, che fa scintille, i visi delle ragazze, e come mai si è bambini invano. Di moralità sorprendenti proprio per non essere sorprendenti, anzi piane, sottintese.
Anche la musica del silenzio, dissertazione variamente disseminata, è meno ridicola di come si presenta. L’ultima insorgenza, “Un certo fenomeno chiamato musica”, si vorrebbe ripetere a memoria, nel senso e nella “musica” – la migliore filosofia, più desueta, più vera, è poesia?
Henri Michaux, Passaggi, Adelphi, pp. 194 € 14

Problemi di base - 119


spock

L’uomo si ribella a Dio, ma per fare che?

Com’era il mondo, la rappresentazione del mondo, prima del cinema, le ombre sul telo bianco?

O il gioco delle ombre è stato adattato alle rappresentazioni in essere, dal tempo di Omero?

Dove risiede l’anima se non nella materia (corpo, carta, online, pittura, pietra, natura)?

E perché non muore con la materia?

O la materia è anch’essa immortale?

Con la bomba, l’eugenetica e la microfisica del potere, l’uomo studioso si arma, ma per quale guerra? Contro chi?

Perché il poeta dev’essere vecchio, e il romanziere giovane?

spock@antiit.eu


giovedì 11 ottobre 2012

Fisco, abusi, appalti – 14

Lo stato della ricerca scientifica è tale che un ricercatore con anzianità (scatti), che gestisca un suo piano di ricerca con fondi europei, deve pagare borse di dottorato a giovani indiani o armeni di vent’anni o poco più superiori alla sua retribuzione. Perché le medie europee così vogliono.

A quasi due anni dalla liberalizzazione dell’energia, il consumatore ha immancabilmente subito aggravi di costi, qualsiasi operatore abbia scelto, sia per la luce che per il gas – Acea, Enel, Sorgenia, Eni. A titolo diverso: emissioni contenute, calorie accresciute, potenza, etc. Con gli incumbent, Enel, Eni, contenti per questo di liberarsi dei contratti di maggior tutela.

Le segnalazioni degli aggravi all’Autorità per l’Energia lasciano il tempo che trovano: l’operatore ha sempre ragione. Qual è l’utilità di una costosa Autorità?

Nei contratti liberi dell’energia è d’obbligo comunicare i dati catastali e la destinazione d’uso degli edifici. Circa la metà degli edifici privati sono in Italia seconde case. Inevitabilmente, tutti gli operatori fatturano a calcolo per tutto l’anno la lettura dei mesi di maggiore consumo, luglio-agosto per il mare, gennaio-febbraio per la montagna. Anche di questo le segnalazioni all’Autorità per l’Energia finiscono nel vuoto.

Si tagliano ulivi secolari nella piana di Gioia Tauro per lucrare sul legname, richiesto per alcune lavorazioni (parquet, etc.) e quindi pregiato. E contemporaneamente sull’integrazione europea alla produzione dell’olio. Che viene corrisposta ogni anno in base all’ettaraggio e al numero di piante per ettaro. Senza produzione di olio e senza alcuna spesa di produzione.
La ceppaia riproducendo i polloni è come se la pianta fosse sempre viva, anche se per venti-trent’anni non produrrà olive.

In alcun i casi, più limitati, si sradicano le ceppaie. Cosa che è proibita per legge - ma non sono previsti controlli. Le ceppaie sono ambite nelle ville in Toscana, nel Veneto e in Lombardia: avere un olivo secolare in giardino si paga anche 15-20 mila euro.
Neanche in questi casi si rinuncia all’integrazione europea del prezzo dell’olio. Le rilevazioni aerofotogrammetriche che documentano l’alberatura si fanno ogni otto-dieci anni.

Alvaro, lupo solitario in Calabria

Un lupo solitario. Alvaro pone un problema biografico, a tutti quelli che più da vicino lo hanno seguito, De Fiores, Zappone, Salerno, Delfino: la lontananza, e quasi la freddezza, con le origini. E più con la famiglia, con  esclusione del fratello sacerdote, che ne ha coltivato poi la memoria per quasi un cinquantennio fino alla morte. Tutto quello cioè che, direttamente o indirettamente, sostanzia invece la sua opera di narratore. Che fa dire alla sua studiosa, nel saggio accurato, illuminante, che introduce questa raccolta: “Alla Calabria lo scrittore dedica tre monografie, diversi articoli e liriche, numerose novelle delle nove raccolte, brani degli otto romanzi, capitoli di due su tre degli itinerari italiani e dei quattro libri di memorie, e alla regione natale si ispirano in parte le sue opere teatrali”. E più ancora l’ispirazione, la cifra della sua scrittura: “Impressa di un originale realismo magico, l’opera di Corrado Alvaro  si distingue da quella dei suoi contemporanei per il suo carattere fortemente autobiografico e per la ricorrenza dei suoi temi e delle sue immagini”.
Il problema autobiografico si risolve forse nel grumo di rifiuto conseguente al suo allontanamento dalla famigli ai dieci anni, per seguire gli studi in posti remoti e ostili – che si rifrange in particolare nel non-rapporto con la madre. Il padre invece avrà un riconoscimento, con questa raccolta che Alvaro pubblico alla sua morte nel 1942, che fece precedere da un commosso ricordo, “Memoria e vita”, e che volle di poesie perché il padre lo avrebbe voluto poeta, “per tutto ciò che è disinteressato nel mondo”.
È una raccolta piena di riferimenti familiari. Quella originaria - che Marie-Christine Faitrop-Porta in questa edizione raddoppia collazionando i componimenti sparsi e alcune varianti de “Il viaggio” -  comprende le “Poesie in grigioverde”, l’unica raccolta che Alvaro pubblicò, subito dopo la prima grande guerra, e una serie di componimenti fino al 1941. Una poesia di memorie felici.
Corrado Alvaro, Il viaggio

mercoledì 10 ottobre 2012

Renzi, povero (candidato) deputato


Renzi serve a riempire i giornali col partito Democratico, che altrimenti non ha nulla da dire. Tra qualche settimana sarà tornato al suo ruolo ordinario, di sindaco candidato deputato, è inutile occuparsene più di tanto. Ma, per cercare titoli, ha attaccato la Fiat, pure lui, e Marchionne ha scelto di rispondergli che Firenze è “piccola e povera”. È così?
È così. Firenze è ancora un gran nome. Ma il comitato d’affari che la amministra  da un quarantennio, all’ombra dell’ex Pci e ora di Renzi, l’ha rimpicciolita e impoverita. La città è imbruttita, molto. La popolazione si è quasi dimezzata. L’economia, già prospera di grandi nomi dell’industria e della finanza, è ridotta al piccolo commercio. Non ricco, di jeanserie e pizzerie a poco prezzo, per turisti di un giorno. Aveva la moda e gli accessori, l’arredamento, la lingerie, la pelletteria, la paglia, la porcellana, il vino, l’olio, e non ha più nulla. Poiché il nome è di fascino, le case di moda vi esibiscono showing room. Ma perché l’affitto costa poco, nessuno vi compra nulla. 

Shlomo Venezia, che documenta la Soluzione Finale

Testimonianza incredibilmente onesta: semplice e veritiera. Di Salonicco e i suoi sessantamila ebrei, della povertà, del fascismo, dell’Italia provvida e stupida. Della vita “normale” durante la guerra e sotto l’occupazione tedesca in Grecia. Dei lager, nei quali Shlomo perdette la madre e le due sorelle adolescenti, mentre sopravviveva lavorando ai forni crematori – lo stesso destino dell’illustratore, David Olère.
È storicamente testimonianza indiretta ma inoppugnabile – nelle cose - di due fatti introvabili per gli storici, la Soluzione Finale, e l’antisemitismo comune fra i tedeschi, non solo dei nazisti o delle SS. Fino al 1942 non ci sono deportazioni. Mentre ci sono angherie, anche violente, dei soldati tedeschi.
Redatto e pubblicato in Franca, come intervista con Béatrice Prasquier, il memoriale si avvale in questa edizione di due saggi degli storici Marcello Pezzetti e Umberto Gentiloni Silveri, sul “sistema” della Shoah, e sulla guerra, l’Italia e la Grecia.
I Sonderkomando, i commando speciali, addetti alla eliminazione delle masse passate nelle camere a gas, atterrivano Primo Levi. Non se li spiegava. “Questo è un argomento veramente ustionante”, ripeteva da ultimo, nell’“Intervista”, 1983: “Io rimango atterrito davanti a questa faccenda”. Non che non avesse indagato: “Ci sono alcuni casi di gente che ha preferito farsi uccidere piuttosto che entrare nei Sonderkommando. Alcuni non l’hanno fatto”. Listinto di sopravvivenza può essere evidentemente più forte dell’orrore.
Shlomo Venezia, Sonderkomando Auschwitz, Bur, pp. 237 € 9,50

Più tasse più tasse – con Monti senza Marx


Esaurita la spending review col ridicolo “spegnete la luce”, l’idrovora fiscale è di nuovo in moto. Tobin tax per ogni acquisto di azioni - il risparmio? solo liquido in banca, non remunerato, e con custodia a pagamento. Iva più alta. Oltre i 15 mila euro, cioè per tutti i redditi da lavoro, abbattimento delle detrazioni: una stangata da due miliardi. A fronte di una riduzione cosmetica dell’Irpef, poche decine di euro, giusto per accrescere il costo del commercialista. Nel 2013. Forse. E un miliardo in meno alla sanità che significa un miliardo in più di ticket e tasse.
Le tasse attirano solo più tasse. Si sapeva, è avvenuto, avverrà di nuovo tra sei-otto mesi. Monti e Grilli hanno smesso la maschera dell’esorcista e preso quella del lutto. Ma sono sempre lì, incapaci. Anche se “troppo” incapaci: la loro economia si vuole ragionieristica, ma qualsiasi ragioniere sa che la vacca si munge se ha latte. Tanto più che l’ordine dei conti si basa su regolamenti europei che ognuno stira a suo piacimento. 

Ma Cancellieri non sarà contigua, dei banchieri

Contiguità. Può darsi che il Comune di Reggio Calabria sia infetto dalla mafia, e può darsi di no – il sindaco si era segnalato finora come avvocato delle organizzazioni antimafia. Ma non potremo saperlo proprio per questo, perché la ministra Cancellieri ha inaugurato un altro reato fantasma, la contiguità.
Come dire che? Abitare nelle vicinanze di un mafioso? Incrociarlo per strada? Parlarne con gli amici? Chiunque abita in una zona di mafia ora è imputabile. Questo si penserebbe sia tutto il contrario della lotta alla mafia, questa confusione di tutti con tutti. Non ci sono più gli onesti e i malviventi, tutti sono malviventi, all’occhio del maresciallo dei carabinieri, nelle carte delle sue insindacabili Note di servizio. Tutti cioè sono innocenti, non c’è bisogno di avvocati cari per argomentarlo.
La stessa ministra-prefetto, quando ci sarà un governo che ci renderà giustizia di Monti, sarà giudicata contigua alle banche. Mentre, come tutti i mediocri, è solo un debole, che ha interinato un reato che le “forze dell’ordine” insistentemente le proponevano: disporre di questo e quello a piacere. Quindi, se non più per “concorso in associazione esterna”, reato sempre più indigesto anche ai giudici col pelo sullo stomaco, inventandosene un altro, la contiguità.
È nel concetto labile di legalità che la mafia ha prosperato e prospera – ciò che nelle zone di mafia si lamenta ormai da più di un secolo come “mancanza di giustizia”. Questo lo sanno tutti, lo ammettono anche gli storici di mafia “in linea”. Ma un trentennio a questa parte c’è di più: è mescolando la mafia con l’antimafia che la mafia prospera, relativamente indisturbata – gli arresti dei latitanti di lungo corso sembrano anzi farle bene, si ringiovanisce, si rinnova. La mafia prospera sulla buona fede, si vorrebbe dire, dell’apparato repressivo. Se non che l’apparato repressivo non è stupido, sa cosa fa e perché. Invece di prendere il mafioso subito, e non dopo venti o trent'anni.

Il mondo com'è (113)

astolfo

Colonialismo - La miseria delle colonie andrebbe detta – l’imperialismo è già meglio, anche se di poco. Il colonialismo è sempre straccione: torme di spocchiosi disadattati, i migliori erano solo poveri, spinti in Africa con la offa del letto gratis e della superiorità. Conquistatrici e quindi elette, nobilitate, eroicizzate. Per il potere degli sciocchi, i ranocchi che si proclamano re. Con corteo di apologeti, etnografi, antropologi, destini manifesti e missioni, di civiltà fondate sul sangue bianco, i pantaloni alla caviglia e i fucili.

Un progetto insano prima che malsano, in netta perdita per la dignità, nonché per le casse degli Stati, che il danno subirono ingente. La Libia di Mussolini ne è epitome ingloriosa, che tra le nequizie di Graziani e le grandezzate di Balbo non cercò il petrolio. Si dice che non l’ha trovato e invece non l’ha cercato, Desio aveva ragione: ai suoi geologi era incomodo già solo parlare coi miseri fellah, che l’olio bruciavano. Farsi un impero nel deserto, c’è da perdere la fede, nella civiltà e la missione.
L’Italia nell’Ogaden è storia non si sa se più comica o truce. Fino a quel ministro degli Esteri che la Somalia disse contigua alla Libia. Ci vollero cinquant’anni per dare un senso alla Somalia, inventandosi le banane. Mentre la Francia i socialisti sgraditi e i normanni pallidi ingolfava nei miasmi del tropico, a produrre noccioline e legno tek, o vino nel Maghreb per gli arabi astemi. L’economia delle noccioline e le banane, par di sognare, ma consente di sentirsi farmer in Africa, signorotti. Perfino Karen Blixen ci ha creduto, tra sporcizia, solitudine, debiti, e con lo scolo, se non fu sifilide.

Tutt’altra cosa, andando a ritroso, i posti di commercio che portoghesi, genovesi e veneziani aprirono all’Est, sull’Egeo o l’Oceano Indiano, che trattavano alla pari, seppure arricchendosi, con gli arabi e ogni altro asiatico, il negozio non ha mai fatto male a nessuno, il doux commerce illuminista. Tutt’altra cosa la conquista dell’America, mossa da un progetto e con vantaggio di tutti. Anche se perversi, avendo sortito la storia peggiore dell’umanità, di razzie e schiavitù.
L’imperialismo è un disegno, seppure in perdita. Il colonialismo è un disegno della peggiore stupi-dità europea, l’era dei primati. Che si esercitano nella violenza: gliele suoniamo, siamo superiori. E a chi suonarle più facile che ai ghezzi?
Il maresciallo d’Italia Graziani buttava i libici vivi dall’aeroplano. In Etiopia il maresciallo Badoglio spargeva dagli aerei bombe incendiarie, per lo spasso dei figli del Duce in gita, che degli africani in corsa ridevano: “Sembrano formiche”. L’Inghilterra si assoggettò l’India per tagliare le mani agli indiani, che non filassero le cotonate. E la Cina per costringerla a drogarsi. L’Italia e la Germania scoprivano l’Africa a fine Ottocento, quando il continente era già morto, soffocato. Con esploratori, geografi, misuratori di crani e mercanti d’arte, barbuti, boriosi e ignoranti, biblioteche di studi afroasiatici opportunamente andrebbero al macero, se non fossero già rose intonse dai vermi, mai tanta scienza fu vuota.

La Gran Bretagna ha guadagnato molto più dagli Usa dopo l’indipendenza. Così la Francia in Algeria. La Francia è stata una potenza mondiale fino alla Rivoluzione. Padrona di metà dell’America del Nord, di cui non capì l’importanza, se la vendette per niente. Poi immaginò di sottomettersi l’Europa, progetto insano, vivacchiò tra gli affarucci della monarchia orleanista, visse a teatro per venti anni con Napoleone III, e per quaranta col coltello tra i denti della Terza Repubblica, la Repubblica laica, cattiva perfino con l’Italia – alla sommatoria della storia francese nell’Ottocento l’unico segno più è la creazione dell’Italia attraverso i Savoia (tesi peraltro oggi contestata: la storiografia aggiornata vede la Francia conculcatrice della Repubblica Romana di Mazzini e Garibaldi, che sarebbe stata la vera rivoluzione italiana). Poi vennero i prestiti al khedivé e ai capi tribù balcanici. E solo col petrolio un po’ di senso pratico, con l’Anglo-Persian, l’Iraq Petroleum, la Shell, la Compagnie Française des Pétroles, e i robber barrons. E un fondamento alla teoria di Lenin, se tale bisogna considerare il suo libercolo, dell’imperialismo suprematista.

Italia – La storia della Repubblica è presto fatta: una costante guerra civile. Fredda, e calda.
La guerra fredda la Repubblica, unico caso nel vasto Occidente, l’ha avuta in casa. E ce l’ha ancora, per tramite delle retroguardie, sperdute ma dannosissime: giudici e redattori capo.

Si fa difetto alla storia dell’Italia di una mancata rivoluzione, la Riforma prima, l’Ottantanove dopo. Mentre ebbe entrambe, in altre forme – senza le guerre civili, o contadine, e senza la ghigliottina. Si fa il duplice addebito senza peraltro giustificativo, se non un’errata lettura di Max Weber, che ne lega la modernizzazione alla Riforma – e un persistente anticlericalismo. Il clericalismo in realtà si è saputo governare, aggiornandosi (modernizzandosi). Bologna non si governava male al tempo del papa. Né altre nazioni “latine” o “cattoliche” hanno i difetti dell’Italia: il burocraticismo e la corruzione. In Spagna e in Francia non c’è bisogno di tre anni e dieci regolamenti per applicare una legge. Né esiste la mazzetta di prammatica. Nella stessa Italia il Vaticano sa essere efficiente nei suoi residui possedimenti. Negli ospedali, per esempio, che costano alle Asl la metà degli ospedali italiani. Ha deciso un megagarage a Roma per il Giubileo e l’ha realizzato – l’Italia ha cercato di ostacolarlo, ma non c’è riuscita. Sempre a Roma i Musei Vaticani si sono rifatti la porta e gli ingressi, sbrecciando le Mura senza che l’Italia potesse opporsi, mentre Firenze ancora discute, dopo trent’anni, di Isozaki e l’ingresso agli Uffizi. I vizi e i ritardi dell’Italia – l’imbroglio e l’affarismo, la nessuna rilevanza della legalità - si possono addebitare all’avidità del laicismo della manomorta. Senza giustificativo, neanche in questo caso, ma con più verosimiglianza. I regni e i principati italiani non erano così attardati rispetto al cuore dell’Europa, soprattutto rispetto al conglomerato teutonico, come lo diventerà l’Italia unita. Quella laica e quella fascista, e tutto sommato anche quella repubblicana: la Dc è figlia della stessa Italia, e a parte la scelta dell’Occidente e dell’Europa non ha fatto molto.,

Mentalità - Non sarà un pregiudizio storiografico? Non etnografico, è bene distinguere. Il cambio di mentalità, ritenuto il processo più lento, a maggiore persistenza, rispetto alla demografia, alla salute, all’economia, è invece passibile, rispetto a queste, di accensioni fulminee. Per eventi perfino accidentali. La vittoria della Francia “tricolore e multicolore” al Mondiale di calcio nel 1998 ha disinnescato il sentimento montante del razzismo in Francia. Analogo effetto ebbe in Italia la vittoria del 1982 al Mondiale di Spagna: per qualche settimana le città furono più ordinate, e un’ondata di proficuo ottimismo si riverberò sugli anni successivi.

Non è fatta di grandi sentimenti, ma di piccoli. Più alla portata del singolo, della massa.
Si prenda il papa, invece del calcio. Il papa tedesco non suscita emozione in  Germania, nemmeno tra i cattolici. Mentre il papa polacco mobilitò la Polonia a tal punto che l’impero sovietico ne è stato destabilizzato. Sembra l’effetto di una diversa connotazione del  nazionalismo in Europa negli ultimi decenni, mentre invece è probabilmente il segno della profonda dereligiosità della Germania, pur pietista, in linea con la Riforma. La stessa Germania divenuta ora militante e “un sol uomo” contro la Grecia (e l’Italia), sospettando di dover mettere la mano al portafoglio. Senza che si possa dire razzista o sciovinista, la Germania ama la Grecia (e l’Italia). 

astolfo@antiit.eu






martedì 9 ottobre 2012

Ombre - 150

Lucrezia Reichlin spiega infine oggi sul “Corriere della sera” che il fondo salva Stati non salva niente. Cioè quello che tutti sanno, i mercati, Soros eccetera - tutti eccetto i grandi giornali. E spiega il senso d’irrealtà che soffonde l’attivissimo Monti: c’è solo un “negoziato tecnico e confuso”.

Ci dicono che le tasse si riducono. Mentre sono state aumentate: l’Iva, l’Irpef (meno detrazioni) e i ticket e le tasse sanitarie. Che informazione è questa?
È propaganda? Ma tutti sanno che le tasse sono aumentate. E che la riduzione è simbolica. Tra un paio d’anni. Forse.

Sorridente, il Procuratore di Taranto Sebastio vuole chiudere “un paio” di altiforni a Taranto. Sprezzante: “L’italiano. Dico, è così difficile l’italiano?”, ironizza con Giuliano Foschini. Chiaramente, non sa quello che dice, anche se lo hanno laureato. Ma di che ride? E perché lo paghiamo?

“Spegnete le luci” è l’ultimo atto di Monti che riporta al 1974, il primo degli anni terribili della Repubblica. Anche allora c’era un “telefonate al governo” contro i negozianti-evasori, e altrettali amenità. I giornali però sapevano vedere il ridicolo, che ora esultano.

Mentre le cose si sanno, le dice il Fondo Monetario. Che 235 miliardi hanno abbandonato l’Italia, il 15 per cento del pil. Che la disoccupazione è salita dall’8,4 per cento al 10,6, di oltre due punti. E sta salendo di un altro punto. Che la recessione segnerà anche il 2013. E il debito aumenta.

Una macchina è preziosa perché ha “ben 650 posizioni del sedile”? Benché tedesca, anzi Volkswagen: che vuole dire? Questi giornalisti dell’auto si sa che si vendono, ma non potrebbero limitarsi?
Fa quasi tenerezza il “Messaggero” che denuncia ogni due giorni lo scandalo della Provincia di Roma che si compra una sede da 270, o 280, milioni. Anche se a opera del Pd, alleato politico del “Messaggero”-Udc. Fa tenerezza la solitudine del “Messaggero”. Senza che Giampaolino o Pignatone, i solerti pùProuratori della Repubblica, se ne diano per inteso. Si capisce che non leggono il “Messaggero”.

A Firenze una ragazza di 14 anni è contesa da padre, fiorentino, e madre, fiorentina emigrata a New York. Attraverso rapimenti e trafugamenti. E una diecina di sentenze, con mobilitazione di molti giudici e psicologi, periti, assistenti sociali, avvocati. Non c’è la possibilità di liberarsi dei genitori, anche se di questo genere. Ma i giudici, perché si prestano?

Non solo si vende a meno del modello precedente, ma la nuova Golf è un miracolo in tutto, per i giornali. Pesa cento chili in meno della precedente, e questo forse spiega il prezzo diminuito, è più abitabile, l’altra no lo era dunque?, e ha motori che praticamente vanno ad aria compressa. Giorgio Ursicino del “Messaggero” ne scrive “emozionato”.
Poi dice che i tedeschi non sono simpatici.

L’As Roma ordina alla squadra di vincere: “D’ora in avanti chi sbaglia paga”. Per esempio, chi non fa gol?
La città però non ride.

Zeman, l’allenatore della Roma, che ha fatto la campagna acquisti, dice dopo appena due mesi che molti acquisti non gli servono. Insensato, se non servisse alla speculazione in Borsa. Ma la Consob qui non ha da obiettare – è concentrata contro la Fiat, come rivela “il Messaggero”? Né gli azionisti di Unicredit alla loro banca, proprietaria dell’As Roma.

“Il Messaggero”, occupato al fervido montaggio del Nuovo Centro, gli attribuisce il 31 per cento di voto “potenziale”. All’interno del quale un 24 per cento sarebbe “interessato”. E il 7 per cento “elettore”. Quanti sono i voti di Casini, Fini e Rutelli messi assieme.

Non c’è amministrazione berlusconiana di Comuni, Province, Regioni che non vada sotto inchiesta in queste pre-elezioni. Può darsi che siano tutte colpevoli. Ma non da ora, la probabilità non lo ammette. Un complotto, allora? No, peggio: i giudici, anche di destra, marciano con chi vincerà.
Prima, che facevano?

La poesia (l’amore) vittima della famiglia

“Fratello, io farò lieve il mio respiro”, scrive Antonia all’amato A.M.C, Antonio Maria Cervi, insegnante di latino e greco, non un buon partito per i genitori. Il passo è lieve, di questa poetessa “nata”, le figure trasparenti, la scienza di “un candore\ infinito, vorace”, sul quale “mille urli rossastri\ si leveranno”. Per una voglia di vivere repressa, il mondo restando “fuori,\ nell’invadente sole”. La pienezza che finisce nell’ansia e si dissolve, da “bambina che bamboleggia sempre,\ come ha fatto finora”. In un mondo - la natura, le persone - amato anch’esso ma presto greve. “La vita sognata”, quella che fu e avrebbe voluto essere, domina gli ultimi rassegnati testi, col rimpianto di un bimbo non nato. Un’ingiustizia e un’offesa sofferte nella derelizione, per un eccesso di amore (quante “mamma” ricorrono) che spegne la rivolta.
Sono poesie d’amore che si trasforma in “vertigine”. Molto pieno sempre, di abbandoni coscienti, e insaziato. Che una sapienza innata ricama in parole e immagini lievi e terribili. Con andamento espressivo inverso man mano che la tela si svolge, ispirato all’inizio, nella pienezza dell’essere, poi dimesso, perfino elementare, nella piccola progettualità di una famiglia. È il diario di una pienezza di vita condannata alla morte, a 26 anni, nello schizzo che ne fa Simona Carlesi, curatrice della raccolta.
Antonia Pozzi morì suicida “nuda in un fosso gelato”, in guerra coi genitori dabbene per gli amori disapprovati. Non per indegnità, o violenza, o pericolo, per opportunità sociale: con un insegnante, con un figlio di operai. A Milano nel 1938. Un motivo minore, visto a distanza, che però ne monopolizza e fissa la cristallina capacità di dire della scrittura, oltre che la giovane vita. Tra presagi sempre più grevi – “non c’è vivo\ che la sua vita non senta\ avvelenata\ dall’odore della morte”. Lo sconforto di chi aveva tutto per passare trionfante nella vita, agi, bellezza, studi, sensibilità, e viene rigettata ai margini.
Antonia Pozzi, Guardami: sono nuda, Barbès, pp. 109 € 6

lunedì 8 ottobre 2012

Letture - 113

letterautore

Glossa – Avviene di rileggere un libro, per esempio un romanzo, per esempio “La soluzione sette per cento” di N.Meyer su Sherlock Holmes in cura da Freud, e di trovare insignificanti le vecchie annotazioni. Come se l prima lettura fosse stata sbagliata. O sbagliata anche la lettura come la voleva Voltaire, “con la matita in mano”. È una perdita di tempo. O un vizio, a nessun effetto, non aiuta la memorizzazione – la lettura ha già lasciato le sue tracce, o non le ha lasciate.
È come per il genere diario, pratica d’attualità e di culto, e quasi un genere, il genere narrativo prevalente. Ma le stesse glosse d’autore, su cui indulge la filologia, sono irrilevanti. Se non per certificare gli umori del settore. A eccezione forse dei palinsesti, ma per effetto della rarità.
Imperialismo- Si può dire un fatto di naso. Gli inglesi, ora che sono come tutti, parlano come tutti, breve e anche simpatico, arguto. S’erano inventati quella lingua impossibile, di naso, per tenere tutti a distanza. Ora parlano col naso gli americani, che una volta parlavano simpatico. Usano quel ronron che è una posa, come se fossero nati stanchi, loro che corrono tutto il giorno, non una lingua. Lo stesso i latini, che dovevano parlare alla Gassman, da attore tragico. Un po’ come i fascisti, che l’italiano volevano scattante. O gli spagnoli del Secolo d’oro, di cui ride Manzoni.
Luoghi comuni – Costituivano una scienza, la topica. Di uso fino a ieri per i “paglietta” napoletani, gli avvocati all’arringa, e ancora oggi per i predicatori in chiesa. Una scienza dei luoghi comuni, una sorta di magazzino in cui riporre le figure retoriche di cui l’oratore ha bisogno per il suo discorso – per farsi capire e per farsi bello, per infiocchettare il suo dire. Oggi ritornano costanti nella polemica, il genere privilegiato: nato col giornalismo, esteso alla letteratura e anche agli studi umanistici, storici, sociologici, perfino filosofici. Come spia dell’inautentico – non veritiero, non vero – e al fondo stucchevole.
Questa scienza Aristotele definiva nell’omonima “Topica” come quella delle “idee generali, quelle che si possono utilizzare in tutti i discorsi, in tutti gli scritti”. Luoghi comuni come linguaggi comuni, all’accusatore e al difensore nel processo o nell’arena politica, a chi loda e a chi spregia, a chi vanta il passato e a chi promette il futuro. Una sorta di terreno comune all’argomentazione. O “base della comunicazione”. Ma l’evoluzione li ha ridotti a formule vuote, il più spesso. Anche a una riflessione approfondita, figurarsi a quella di prima impressione – o terreno di comprensione – che erano intesi a favorire.

I proverbi, desueti dopo Sciascia, sono tra i maggiori colpevoli del discredito, insieme con i wellerismi. Anche per essere ripetitivi ovunque: si vogliono – si volevano - saggezza popolare, quindi locale, mentre sono cosmopoliti, uguali ovunque, con le stesse parole e le cadenze oltre che col concetto. Per la comune derivazione, come genere e in gran parte, dalla sentenziosità latina. Hanno tuttavia – o riacquistano a fronte di una letteratura cosmopolita a miglior diritto, nei nomi, nelle ambientazioni, e poliglotta-tradotta – un forte impatto. Per un recupero del lessico, se non della saggezza.

Non in forma di cliché, che anzi accuratamente evitano, sono le scritture delle scuole di scrittura. Nell’architettura, nell’espressività. Che per questo resta fredda: scolastica, quindi di maniera.
Saper narrare è un’arte. Anche un mestiere, cioè: si giova di tecniche, supporti, logistiche. Che però nella buona narrazione si vedono, per chi voglia vederli, dopo. Nelle scritture delle scuole di scrittura invece si vedono mentre si legge, con impatto fastidioso. Tanto più per chi legge anche il francese e l’inglese, da cui molte forme e moduli sono mutuati.
Le scuole vanno perché gli editori le propongono. L’editoria più avvertita si basa sui vivai. Ma non sapendo costruirli o comunque valutarli, li prende già fatti dalle scuole di scrittura. Che garantiscono anche la pubblicità gratuita, in premi e recensioni. E questo è tutto. Il luogo comune diventa così la modernità.

Pastiche – La lettura di due classici del genere, su Sherlock Holmes, “La soluzione sette per cento”, di Nicholas Mayer, “SH contro Dracula”, di Loren D. Estleman, ne segna i limiti. Funziona il secondo, perché Estleman non mima Conan Doyle, ma s’immedesima in lui. Le prese di distanza del genere sono le stesse di Conan Doyle con le sue creature, Sherlock Holmes e Watson. Meyer, autore eclettico, e vivisettore della scrittura (è anche sceneggiatore, registra, dialoghista), ne mette invece in evidenza, come è proprio del pastiche, i procedimenti, gli stilemi riducendo a frasi fatte, e questo stanca. Più che per curiosità, il marchio di fabbrica shelockholmesiano, si va avanti per vedere “come va a finire”. Il pastiche regge alla rilettura come esercizio stilistico, critico ma benevolo, alla Proust – autore più di altri pasticciabile, per stilemi costanti nel suo romanzone.

Attorno allo Sherlock Holmes del “canone” si è sviluppato una sorta di “canone secondo”, dei falsi d’autore. Compilati, sullo schema del lascito ritrovato del dottor Watson, con gli stilemi originari, di cui esiste accurata filologia.

Il limite del pastiche, il genere più avventuroso per uno scrittore, calarsi in un altro autore, a effetto esornativo, è la distanza, sempre necessaria, dell’ironia. Anche il pastiche garbato, alla Proust, che vi si esercitava volentieri, stanca, perché non può rinunciare all’ironia. E l’ironia, nella narrazione, dissecca.

letterautore@antiit.eu

Il regista delle piccole cose

C’è una regia unica anche per gli eventi minimi? Lo “sceicco” del Bahrein – irridono i grandi giornali - si è recato in visita a Palermo, dal sindaco Leoluca Orlando. Al quale ha promesso investimenti per due miliardi, “in cambio di una moschea”. E qui Palermo che torna a rivestirsi di moschee, eccetera.
Orlando, che si vorrebbe poter dire”sceicco”, pure lui, è antipatico. Forse perché a maggio ha sbaragliato il candidato democratico. Ma anche lo “sceicco” lo è: lo si fa reo di molte mogli e di ogni porcheria. Tra l’altro di non riconoscere i diritti civili, mentre Bahrein è l’unico posto in quell’area dove sono (quasi) riconosciuti. Lo stesso Bahrein che era osannato non molto tempo perché partecipava alla “liberazione” della Libia.
Ora, il Bahrein non ha sceicchi ma un re. Ed è il solido stato patrimoniale di una famiglia, la famiglia regnante degli Al Khalifa. Hamad figlio di Isa Al Khalifa è il re, suo figlio Salman il principe ereditario, e Khalifa, figlio di Salman, il primo ministro. Quello che è volato a Palermo è un uomo d’affari, Zamil Al Zamil. Benché persona rispettabile - è neo presidente della Camera di commercio italo-araba, di cui sua moglie Issa è vice.
Del fatto si poteva anche non parlare. Ma perché lo stesso riflesso condizionato in tutti i grandi giornali? Gli stessi errori, le stesse ironie.

domenica 7 ottobre 2012

Secondi pensieri - 118

zeulig

Bellezza – Non c’è nel cristianesimo, nota Simone Weil con preoccupazione: “Si può dire che la bellezza del mondo è pressoché assente dalla tradizione cristiana, e ciò è strano. La causa di questo è difficile da capire. Si tratta di una lacuna terribile” (“Formes de l’amour implicite de Dieu”). La bellezza è del mondo, mentre alcune religiosità si vogliono non di questo mondo. Lo è malgrado il caso e la violenza che al mondo attentano costanti. Si potrebbe perciò identificarla con Dio. Ma allora bisognerebbe dire di queste religiosità che non sono divine.

Ermeneutica – È sempre alla seconda potenza: ermeneutica di ermeneutiche. Un esercizio allo specchio doppio, normalmente, interminabile. Si apprezza per il grado di sorpresa che introduce. Che può essere ingrediente costituivo della verità – la scoperta. Se non è tutta la verità, un esercizio di scoperta.

Imperialismo - Il vezzo è dei germanici, gli scandinavi in particolare e gli americani, cioè i più ricchi di tutti. Che terrorizzano il mondo con le loro crisi periodiche, la droga, l’alcol, l’obesità, il buco nell’ozono, e gli ogm, o gli anti-ogm. Si salvano la coscienza con problemi che loro stessi creano, le mine antiuomo, il colesterolo, l’iperconsumo, l’eugenetica, e anche questi ributtano sul resto del mondo. Sempre i ricchi si sono lamentati, ma ora esagerano. È ruttare sul mondo la sazietà, non c’è povertà nichilista.
L’imperialismo vero resta dell’Occidente sull’Occidente, una guerricciola endemica interna, magari per scongiuri. Gli altri non sono abbastanza ricchi da stimolare l’avidità. Ecco perché l’antimperialismo è brutto. Se è qualcosa, dovrebbe essere la libertà. Non può dare più case, più strade, più ospedali, più scuole, perché è meno ricco dell’imperialismo. Può e dovrebbe dare onestà e rispetto degli altri, della legge.

Ci sono dei criteri: non ci può essere antimperialismo contro antimperialismo. Né socialismo contro socialismo: hanno ragione quelli che, scampati alle forche del comunismo, a Cuba o in Cina, restano comunisti, c’è un solo comunismo. È diverso per le vie nazionali, lo era, eurocomunista, latina, lusitana, africana, afroshirazi, animista, panaraba, confuciana … Basta la parola, direbbe la pubblicità, socialismo come un abito, un profumo. Il senso del Terzo mondo è un platonico terzo regno di Frege: un mondo di petizioni di principio, per salvare l’anima nostra, non gli africani - Frege, barba bianca, modi semplici, non era preso sul serio a Iena nel 1917 all’università. L’Occidente, volendogli dare una colpa, ha prevenuto la decolonizzazione catturando gli animi: li ha sintonizzati sul possesso, furberia, sopruso, avidità, prima che sull’alcol, la cocaina e l’aids, e li gestisce con la crisi. L’Occidente è furbo, per questo Ulisse è popolare. Ma nessun indio, nessun africano, nessun arabo, nessun asiatico ha bisogno di lezioni in questo campo.

Multiculturalismo - Gli Usa ne sanno di più, essendo un crogiolo. E sono già al “Mumbo Jumbo”, il romanzo fusion di Ishmael Reed, ogni vigilia elettorale lo conferma. Un altro mondo, in cui i vecchi democratici, da Socrate a Marx, figureranno comparse, se figureranno, disadattate. In un paese effettivamente democratico, non al modo dei filosofi.

La democrazia è numero, che non necessita filosofia né storia. Sono forme di oppressione, l’insegnamento lo è, la cultura che s’impara. Dio stregone è la sovversione massima, come non averci pensato: tutto s’imbordellisce. Nel nome della democrazia. Presto, perché l’America va di corsa. La sigaretta americana si fuma lenta, il virginia è pressato, o mai abbastanza secco, per esercitare forse la mandibola, o ingurgitare tutta la nicotina, quando fa la storia l’America invece va di corsa.
Erano ben americani i nerissimi Du Bois, Garvey, Scott Joplin, Wright, Baldwin, al tempo della segregazione. “Henri” Heine salutò nell’assimilazione “il biglietto d’ingresso nella cultura europea”. Senghor rifece la scoperta che la civiltà è meticciato. I goti e gli altri presero Roma per avidamente cristianizzarsi. I sassoni devono ai franchi di Carlo Magno, che li batterono per battezzarli, se sono quello che sono – Carlo è Magno per aver latinizzato i franchi.

L’identità, se interiorizzata, implode. Per un fatto fisico. Anche di fisica sociale, nella tribù di Colin Turnbull, nei clan endogamici. Il meticciato di Senghor, o multiculturalismo, è ovviamente più produttivo, poiché s’impara qualcosa. S’impara pure guardando indietro, alla storia e la tradizione. Anche perché non si è se non si è stati. Sir Richard Turnbull, uno degli ultimi governatori di Aden, trovò che l’impero aveva di britannico solo il fuck off, o vaffanculo, e il football. Non il cricket, che è invece propriamente imperiale, giocandosi su tre, quattro, cinque giorni, e questo porta al quesito: è il cricket più inglese o più orientale, corfiota, indiano? O non saranno gli inglesi indiani sbiaditi, infrolliti?

Realismo – Sherlock Holmes avrebbe campeggiato nel dibattito, il critico (interprete-filosofo) come detective, che fiuta (intuisce, deduce, analizza) gli indizi, sfuggenti e tuttavia presenti. Di fatti alla fine incontrovertibili. Seppure non serializzabili – la sorpresa fa parte della realtà, la novità.
Gli indizi Sherlock Holmes propone alla maniera della mula del Berni, la quale sollevava sassi per inciamparvi. Per una conferma cioè della capacità di giudizio. E tuttavia sassi veri, non di comodo.
La filosofia che Holmes paziente espone al dotto Watson è centrata sul piano ontologico: esistono delle cose indipendentemente dal pensiero? Sherlock Holmes si sforza di circoscriverle, ma da Sisifo cosciente. E sul piano epistemologico: esistono verità inconoscibili? La verità è una battaglia per (contro) la verità, è il diletto-tormento del detective. Il suo “paradigma indiziario” è assiomatico e non paradigmatico: è un lavoro in progress, che si definisce (smentisce, conferma, aggiorna) a ogni prova.

Verità – Si cerca. La ricerca è il suo fondamento, la scoperta i suoi contenuti. Che è sempre un esito di cui si sono disposti i presupposti, sia pure combinandoli a sorpresa – variamente, innovativamente, casualmente.

zeulig@antiit.eu

Čistka, con fatwa, per Ingroia

Sa di vecchia čistka, la liquidazione sommaria di un compagno nella sezione o nella cellula, il processo al giudice Ingroia al Consiglio nazionale di Magistratura Democratica, il sindacato ex Pci dei giudici. Non un processo, per la verità, la čistka era “una discussione franca e onesta”. Proprio come al Consiglio Nazionale di Magistratura Democratica, ha spiegato il presidente Marini.
Dopo i soliti voti di ortodossia, le accuse in forma d’illazione. “Davanti a un capo d’imputazione che appaia un magistrato come Francesco di Maggio e un boss mafioso come Leoluca Bagarella, io resto turbato”, dice fra sé e sé a voce alta il giudice Salvi. E non intende dire che, se Bagarella fosse stato un mafioso semplice, o di Maggio un generale dei carabinieri, lui non si sarebbe turbato. No, intende dire che Ingroia non ha interpretato bene la linea. “Credo che un processo che nasce ruminando le carte di altri processi e su un’ipotesi di accusa scivolosa….”, obietta al giudice Ingroia la pasionaria del sindacato, Elisabetta Cesqui. La quale non intende dire che Ingroia ha fatto qualcosa d’illegale, altrimenti dovrebbe denunciarlo – denunciarlo scopertamente, a termini di legge. No, qui non si tratta di leggi, si tratta di dare una mano a Napolitano che ha denunziato Ingroia. Le čistka a questo servivano, a tenere tutti in linea.
Lo spettatore non sa però se dolersene, o compiangere i “sopravvissuti” – tali i giapponesi dell’ultima guerra perduti nella giungla. A fronte del postmoderno Ingroia. Che un’inchiesta stracca, “ruminata” per anni a carico di Berlusconi e Dell’Utri, è riuscito a imporre alle prime pagine col solo nominare Napolitano.