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sabato 13 maggio 2023

Quando Pisani (il capo della Polizia) era camorrista

Si ricorda poco del nuovo capo della Polizia, Pisani. Che pure ha passato dei brutti momenti – catturava i boss camorristi e questo dava fastidio. Questo sito se ne è occupato a più riprese. Il post “Chi tocca i camorristi muore”, 8 dicembre 2011, merita una scorsa:

“La cattura del superricercato Zagaria è coordinata da Vittorio Pisani ma non si dice. Non si deve dire. Perché Pisani l’anno scorso, appena catturò l’altro superricercato Iovine, fu dimesso da capo della Mobile a Napoli e allontanato dalla città, su iniziativa della Procura di Lepore, dalla giudice Maria Vittoria Foschini. Che l’accusarono di avere troppi contatti coi camorristi. Infatti, come si sa, i capi della camorra si catturano con lo Spirito Santo.
“Se (Pisani) è estraneo, come dice, alle accuse, lo proverà davanti a un giudice terzo”, dice Lepore , dopo averlo allontanato, cioè condannato. Le prove contro Pisani sono le accuse di un camorrista “mezzo” pentito, uno dei Lo Russo. Lepore soave è corroborante: testimonia che nulla è impossibile nella vita, nessuna ambizione.
“Un romanziere supporrebbe che i giudici hanno allontanato in fretta Pisani perché non catturasse anche il compare di Iovine, Zagaria. I due avevano organizzato e capitanavano la camorra di “Gomorra”. Della quale i Lo Russo un po’ sono affiliati e un po’ concorrenti. Ma Lepore su questo non ci lascia sperare molto - purtroppo? E la giudice Foschini appartiene alla nobiltà napoletana. Magari lo hanno fatto a questo scopo ma non lo sanno.
“C’è da dire che non era la prima volta, un anno e mezzo fa, che i giudici avvertivano Pisani, era la terza. Ma Pisani imperterrito ha continuato ad arrestare i camorristi. Un po’ se l’è cercata - chi l’ha detto che lo Stato è uno?”

 

Ombre - 667

Gustavo Zagrebelsky, giudice costituzionale di Scalfaro, il presidente beghino, invita alla disobbedienza civile sul riconoscimento dei figli delle coppie omogenitoriali. Da un estremo all’altro, o che (non) si fa per un like. I social non sono nati con la rete.   
 
“Elly e l’armocromia: l’attenzione al guardaroba non è un vezzo borghese”, Lilli Gruber, “7”. È aristocratico?
 
È curioso come Fratelli d’Italia e Lega, che governano insieme, reduci da una decisa vittoria elettorale con liste concordate, e con la prospettiva di un solido governo di legislatura, vadano volutamente alle amministrative in concorrenza in molte città, Massa, Siena, etc., cioè alla sconfitta sicura. La passione politica – di partito, dei capipartito – prevale sul governo, sul potere. Il problema della governabilità in Italia non è di leggi elettorali – presidenzialismo? premierato?
 
“la Repubblica” fa una pagina sul dildo e l’onanismo femminile, e a fronte ci piazza una pagina con il cardinale di Bologna Zuppi. Che naturalmente parla dell’amore di Cristo. Una pernacchia, cattiva. Il cardinale è amico del papa Francesco, ma non è un fesso – è il presidente eletto dei vescovi italiani. Forse crede troppo.
 
Si merita una pagina e Conchita Sannino su “la Repubblica” l’operaio di Castellammare di Stabia che ha fato indossare la giacca della sua tuta di lavoro a Elly Schlein, l’ha presa in braccio, “come ha fatto benigni con Berlinguer”, e di fronte a un’équipe fotografica di passaggio, si è con lei immortalato tra le risate. Che malinconia. Schlein, se ha deciso d’investire in immagine, non potrebbe modernizzarsi?
 
Nella pagina a fronte dello stesso giornale l’onesto Augias recensisce la riedizione di Bobbio, “Destra e sinistra”. Non potendo fare a meno di rilevare che tanti anni sono passati – per il saggio di Bobbio. E che “il tema dell’uguaglianza è oggi più complicato di quanto fosse in epoche lontane”. Anche molto lontane – “il fascismo provò a innestare su una politica reazionaria alcuni istituti sociali”.
 
Von der Leyen va a Kiev e altrove e parla inglese.  Perché Bruxelles parla inglese, se l’Inghilterra l’ha rifiutata e la disprezza?
 
Si sbaglia o è saggia politica acculare la destra al governo alla reazione, e anzi al fascismo? Da posizioni fasciste, per esempio in molti media. Dichiararsi di sinistra non esime, libertà e uguaglianza vigono anche per la sinistra dichiarata – arroccata, presuntuosa. Uno pensa a Berlinguer, il santino degli ultimi comunisti, e gli viene la pelle d’oca.
 
Dividendi corposi sul 2022, ma con sorprese. Unicredit paga poco meno di un euro, e in cassa arriva  più o meno tutto, 73-74 centesimi, pagata la ritenuta d’acconto. Stellantis paga ben 1,4 euro, ma in cassa arrivano solo 82 centesimi. Stellatis ha spostato al sede in Olanda perché il fisco è più generoso. Per chi?
 
La Fiat emigra in Stellantis, che emigra in Olanda, e la finanziaria di famiglia Exor, padrona di Fiat, anch’essa di diritto olandese, si paga il dividendo intero, o poco meno. Il comune cassettista paga invece la ritenuta d’acconto e anche la doppia tassazione, a intermediario non residente. E questo è il mercato – o lo Stato del mercato (in Sicilia si direbbe cornuto e bastonato).
 
Dunque un miliardo e mezzo di persone si sono collegati per vedere il nuovo re inglese. Una cerimonia da niente, i bambini della famiglia reale si annoiavano. Annotata, almeno per l’Italia, da dozzine si commentatori sulle maggiori reti tv. Non c'è proprio niente di interesse al mondo?
 
La principessa Meghan, la nuora americana del re, in contemporanea si postava in abbigliamento da trekking, suggerendo il sudaticcio ma non troppo, con indosso i gioielli di Diana, la defunta suocera. In che mondo siamo caduti. Poi dice che gli anarchici non hanno ragione.
 
Murgia, molto malata, spera solo di morire dopo la caduta del governo Meloni, per potersela godere. Meloni può così augurarle di vivere molto. Eleganti scambi di cortesie – femminili anche, checché ne pensi Murgia. Ma lei vuole la fine di Meloni, o le fa propaganda?
 
Protesta il Pd contro il governo per lo spoil system, perché cambia i manager pubblici. Ma se li cambia, se ne cambia troppi, non è perché erano tutti Pd?
 
Non si può parteggiare per Trump, ma vederlo condannato per aver fatto pagare una prostituta e per le fantasie di una signorina ottantenne molto intraprendente ai suoi anni, fa impressione. In  quello che si autoelegge il tempio della libertà .
Trump, oltretutto, figura un ingenuo di fronte alle querelanti e ai loro giudici.

Feynman, la Fisica spiritosa

Lightman, un fisico anche lui, ricorda Richard Feynman, il Nobel per la Fisica 1965, a 47 anni, pioniere del computer quantistico, coniatore della nanotecnologia, concetto e pratica, scrittore brillante e vivace, per “il suo stile”, o modo d’essere: “cocciuto, irriverente, grezzo, incolto, orgoglioso, scherzoso, intensamente curioso, e molto originale in praticamente ogni cosa che facesse”. Incolto no, e nemmeno grezzo: i suoi libri, che si continuano a vendere, lo dicono il contrario. Anche ottimo scrittore: i suoi libri “da banco”, briosi, perfino umoristici, e precisi, hanno rianimato gli studi di Fisica, in America e fuori.
Un saggio del 17 dicembre 1992, per i cinque anni della morte di Feynman nel 1988, settantenne, sulla vita, il lavoro scientifico e matematico, e il “personaggio”. L’inizio della mitizzazione di “un genio matematico la cui propensione per comportamenti eccentrici hanno prodotto centinaia di «storie di Feynman», che i fisici si passavano di bocca in bocca”.
Alan Lightman, The One and Only, “The New York Review of books”, free online

venerdì 12 maggio 2023

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (525)

Giuseppe Leuzzi

Grandi Eventi in contemporanea l’incoronazione del re britannico e lo scudetto del Napoli. Non cattivi né offensivi. L’uno si può dire aristocratico, l’altro popolare. Entrambi in qualche modo genuini, non artefatti, pubblicitari: richiamano sentimenti autentici, non offrono niente da guadagnare. Ma entrambi malinconici. Perché passatisti? No, niente che li colleghi. Nella vittoria del Napoli c’entra anche la bella squadra, il bel calcio. Perché non c’è altro entusiasmo. Ma nel caso dell’Inghilterra è per un declino, nel caso di Napoli per un’incapacità o impossibilità.
 
Il giuridicismo (burocratismo) del “codice appalti” che il governo Meloni prova ad allentare, è particolarmente letale nel Meridione – è soprattutto al Sud che i cantieri non finiscono mai. Non in tutto il Sud, in alcune sue regioni – le stesse che forniscono la burocrazia di Stato, leguleia: Sicilia, Campania e Calabria. Non in Abruzzo, o in Sardegna, in Puglia, in Basilicata, che in effetti è un Sud  che prospera.
 
Il Sud vittoriniano
Roberto Roversi ha, nella prefazione a Ignazio Buttitta, “La paglia bruciata”, “una Sicilia vittoriniana”:  “La terra dell’emigrato che ritorna per un momento, luogo di transito, di educazioni composite e capovolte; centro di memorie, di qualche struggimento di cuore; e, nonostante tutto, di rapidissime fughe (in avanti)”.
Molti in effetti vivono altrove, a Milano o a Roma – e pensano “altrove”, anche se parlano più spesso del Sud. Lo stesso Sciascia ci ha provato, a Roma in vari momenti. Il più siciliano di tutti, Camilleri, è stato romano per quattro quinti della sua vita, se non cinque sesti. La Capria pure, che molti identificano con Napoli.
Il Sud nelle lettere e nelle arti si preferisce emigrate. Con ritorno certo, ma momentaneo. Anche questo contribuisce all’immobilità apparente del Sud, alla fissità, immemoriale.  
 
L’unità ha fatto male al Sud
È una verità nota, che si dice non dirimente. E invece significa, molto: le cifre hanno una loro verità, inoppugnabile. Nel 1861 il reddito pro capite era nel Sud all’incirca uguale a quello delle regioni settentrionali – la media nazionale non registrava grossi scostamenti, se non in un paio di province del Nord, alpine, ma allora al ribasso.
Ancora trent’anni dopo, nel 1891, il livello di reddito pro capite era in Lombardia uguale a quello della Campania, a un indice 111 contro il 110 di Napoli, rispetto alla media nazionale fatta 100. Il Veneto era a quota 79, la Sicilia a quota 81.
Oggi la Lombardia è a un livello 124 rispetto alla media nazionale, la Campania al 64. Il Veneto è a quota 112, la Sicilia a quota 60 - meno della metà della Lombardia.
 
Tedeschi e albanesi pari non sono
Racconta Al Bano a Cazzullo sul “Corriere della sera” che deve il nome alla prigionia del padre in Albania – “me lo hanno staccato quando entrai nel clan di Celentano, all’americana”. Il padre era militare in guerra in Albania. “Gli albanesi gli aprivano le loro case, lo facevano dormire nella paglia, lo sfamavano con il granturco”. In licenza, “fece la fuitina, e fui concepito io” – “un amore immenso”. Tornato in Albania, “era analfabeta, imparò a scrivere per scrivere a lei”. E quando seppe dell’attesa scrisse: “Gli albanesi mi hanno salvato e se avremo una femminuccia la chiamerai Alba, se un maschietto Albano”.
Poi, dopo l’8 settembre, il padre finì prigioniero di guerra tedesco nel capo di Wletzar - la città dei “Dolori del giovane Werther”. “Partì che era un omone”, dice Al Bano, “ritornò che pesava 42 chili”. E una volta, quando Al Bano era già adulto, gli spiegò: 
“A me i tedeschi mi hanno pestato a sangue, con il calcio dei fucili, per due scorze di patate che avevo raccolto”.

I “caratteri nazionali”, primo libro a fondamento della “Storia d’Italia Einaudi” in dieci tomi, sono una categoria storiografica discutibile. Discutibili anche come categoria sociologica. Perlomeno nella forma sempliciotta del “modi di pensare”. Personalmente l’esperienza se ne è maturata grata, ma inconsistente, e al fondo non simpatica. “Lei non sembra italiano” per la prima volta a quindici anni in Costa Azzurra, in campeggio, dai genitori di qualche bella ragazza. O ai vent’anni a Parigi dalla famiglia di un conte di una cui figlia era fidanzato quasi in casa, oltre che dai tassisti. E a Londra, sempre e ovunque, e in Germania. Intervallato da “lei non sembra meridionale”, a Firenze, e poi a Milano, anche in epoca pre-Lega. Ma evidentemente ci sono delle connotazioni tribali persistenti. Di attitudini, linguaggi, sentimenti. 
 
Napoli
Ha tenuto l’Italia in sospeso per un mese e oltre, Pasqua compresa e tutti i “ponti”, Roma senza prefetto, i media trepidanti, sfidando ogni scongiuro, per festeggiare lo scudetto. O meglio, la smorfia l’ha pure messa in campo, giocando sulla Lazio, se perde, e sul Napoli, se vince. Ma un mondo ha confermato che solo si occupa di festeggiare: malgrado quello che si dice, da Troisi a Salemme, non sono gli altri che “fanno” i napoletani, Napoli non ha complessi – non gliene frega nulla di nessuno.
 
Negli stessi giorni Genova mandava in serie A una sua squadra e in B l’altra. Senza drammi - il calcio è pur sempre uno sport, si vince e si perde. E si dotava di un “avamporto” da 1miliardo e 300 milioni, che ne fa il più grande scalo del Mediterraneo – cioè si raddoppia il porto.
 
Ma si è smentita sullo scudetto: nessun rispetto per gli scongiuri, è festa subito, una, due, tre volte. La Lazio si perde a Milano, e niente, il Napoli non vince una facile partita. La Lazio perde a Roma, il Napoli fatica a Udine, ma non importa, è fatta. Anche a fronte dello scongiuro vince la voglia di festa. Anche il vecchio cliché, ma non è un cliché, del napoletano lesto di mano, è fare la festa, agli altri.
 
Per quanto, trecento al Pronto Soccorso la notte della festa sono un po’ troppi. Napoli vuole imitare Rio, ma le conviene – Rio è un inferno?
 
Un napoletano trapiantato a Palermo, Ciro Di Vuolo, scrive mezza pagina su “la Repubblica-Palermo” per celebrare un incontro casuale con Maradona, la moglie Claudia e il cagnolino. All’allora bambino Ciro, Maradona dà una pacca: “Con un po’ di insofferenza mi diede la pacca sulla spalla salutandomi”. Delusione. Poi l’illuminazione: “Quando  Enrico (l’amico. n.d.r.) mi disse «ti ha toccato» capii che mi aveva fatto un regalo. La maglietta che indossavo toccata da Diego ovviamente non è stata più indossata né lavata”. A volte Napoli è simpatica malgrado i napoletani.
 
Manifesti a Udine, Bergamo, Varese, Torino hanno messo in guardia da festeggiamenti per il campionato vinto dal Napoli. Sono cose da “ultra” – lo stesso avviso è comparso a Salerno – e probabilmente di pochi. Ma quello di Bergamo è dettagliato: “Ricordiamo ai ristoratori, baristi, pizzaioli che per festeggiamenti e pagliacciate varie arriveranno adeguate risposte” – “anche a distanza di tempo”.
 
Un capolavoro invece il trionfo del Napoli calcio è di management. Di una proprietà oculata, intelligente, con investimenti giudiziosi – non i miliardi sprecati da una Juventus, e i debiti. Cedendo anche giocatori importanti, e sempre rimpiazzandoli al meglio. Dura con le bande ultras, i Gennaro ‘a carogna, gli assassini di Roma et al., la varia coltura che non ha nulla di pittoresco, giusto violenza.
 
Il torinese Soldati celebrava il primo scudetto del Napoli nel 1987 ricordando la sua personale scoperta della città: “Cominciai a identificare spontaneamente l’Italia tutta con Napoli nel lontano inverno del 1931. Ero a New York. A lungo, e invano, avevo cercato di restare in America”. Respinta la pratica per la cittadinanza, era stato espulso: “Fui imbarcato su una nave mercantile come working passenger, passeggero lavorante”. Tristezza, avvilimento, disperazione, da deportato. Ma già alla scaletta cambio d’umore, ascoltando una canzone. Che “un marinaio cantava, nell’aria gelida della prima mattina”. Era “Solo per te , Lucia” – scritta da Bixio per il primo film sonoro italiano, “La canzone dell’amore”. Quella canzone, “napoletana e italiana, quella mattina mi rivelò, una volta per sempre, che Napoli è il cuore dell’Italia”.
 
Anche La Capria celebrava sul “Corriere della sera”, come Soldati, lo scudetto 1987. Commosso anche lui. Ma poi perplesso, “dopo che il dì di festa è passato”. Per “l’immagine di Napoli” che vi veniva collegata, “vecchia, convenzionale, folcloristica, che ricorda i tempi di Lauro”. Un’immagine che “sta bene a tutti: ai giornali, alla televisione, e all’Italia, perché ribadisce un pregiudizio radicato e una serie di luoghi comuni collaudati”.
 
Volendo complimentarsi nel 1771 con l’abate Galiani per un trattatello che le aveva inviato sulla condizione femminile, Abbozzo di un dialogo sulle donne”, Madame d’Èpinay scrive all’abate, a Napoli: “È ben evidente che non ha l’aria di essere stato scritto a Napoli, ma a Parigi”. Le parti erano già date nel Settecento. 


“Intelligenza, spiritosità, superficialità e serietà insieme, generosità, curiosità culturale, naturale disposizione alla causerie”, è ciò che fa il buon napoletano secondo Antonio Altamura - laureato honoris causa della Sorbona, autore del Dizionario Dialettale Napoletano (nome improprio perché per lui il napoletano è una “lingua”), nonché di una Grammatica Napoletana e di un Vocabolario Italiano-Napoletano – nella premessa alla sua raccolta di “Frizzi e sorrisi dell’abate Galiani”. E questi i difetti: “Pigrizia, superstizione, maldicenza, instabilità di carattere, scetticismo”. Cioè?  Il troppo piccolo è troppo grande – è il problema (oggi la chiave del successo) del provincialismo.

leuzzi@antiit.eu

C’erano tre milioni di russi in Italia, comunisti

Una triplice crisi, politica, familiare, registica, “faccio un film ogni cinque anni”, e Moretti ritorna se stesso, dopo aver tentato il “dramma borghese” (?). Un po’panciuto, ma col vecchio lampo - proprio quello degli inizi, woodyalleniano: lo sguardo fisso, ironico, tagliente, con le battute da compagno ripetente un po’ fissato che “tagliano la testa al toro” (?), sentenzioso, minaccioso. Situazioni, monologhi e battute a ripetizione. Leggere e insieme acute. 

Un cabaret filmato. La “vecchia” ricetta “Caro diario” ma non più a episodi, con una storia, un filo conduttore: “Siamo stati comunisti”. Si inizia con il grande tavolo degli sceneggiatori e collaboratori, uno dei quali chiede: “Ma ci sono stati comunisti in Italia?” E all’assicurazione che sì, che nel 1956 c’erano tre milioni di iscritti, si meraviglia: “C’erano tre milioni di russi in Italia….”.
In filigrana un sasso grosso nel pantano della dimenticanza. Si trascura – non è corretto? non conviene? c’è una censura? – che abbiamo avuto per molti decenni, e di rilievo condizionante per la Repubblica, un partito sovietico. Il “sol dell’avvenire” è quello che non si è alzato nel 1956, alla prima manifestazione arrogante dell’imperialismo sovietico, in Ungheria. Prima o poi se ne dovrà pure parlare, ci sarà ancora qualche storico in Italia, e Moretti ha cominciato. Nella scena finale già famosa, primo annuncio del nuovo film in lavorazione, con la sfilata ai Fori sull’elefante, sullo sfondo del Colosseo, produce un caleidoscopio di facce - amici, parenti, teatranti, Bonaiuto, Carpentieri, Rohrwacher… - di cui alcune in maschera, da Togliatti, Iotti, Pajetta, come a dire: nel 1956 c’erano, sono loro che vollero il partito sovietico.  
Ma la politica non avvelena il resto, che è molto. Molte le scene da cult. Il Grande Autore - al cellulare con i sommi, Scorsese, Piano. Il pater familias che nessuno si fila – lasciato solo col gelato della Gourmandise monteverdina, a via Cavallotti. Il padre distratto - o la scoperta della figlia. Lo psicologo. Il compagno moralista. Lo zoccolo - il sabot. Netflix e i tempi della narrazione, i minuti, i secondi.  

Curiosamente, il pubblico non ride. E sembra apprezzare, dall’applauso finale che pare sia di prammatica (?), il film come un “amarcord”. Mentre invece è una critica – una “critica feroce”, come si dice siano le critiche. Morettiana, col ghigno frontale, dell’occhio fisso, finto tonto - da trickster, la dimenticata maschera Giufà. 
Nanni Moretti, Il sol dell’avvenire

giovedì 11 maggio 2023

L’Europa abbaia a Pechino

Che farsene della Cina? Posta in Europa, la domanda è di una Lilliput che signorialmente guarda al mondo gigantesco di Brobdingnag.  O come il cane che abbaia alla luna. Tanto più che l’Europa se la pone perché gli Stati Uniti le impongono di porsela. Non impongono, la consigliano, la suggeriscono, la gestiscono, con interventi quotidiani, diretti e indiretti, di centri studi, esperti, specialisti, giornali e giornalisti fidati. Su nessuna base convincente: perché fare la guerra alla Cina? Boh. Ma l’Europa diligente vi si appresta. Anche se, peggio ancora, al modo europeo: se la pone in Germania per fregare la Francia, e viceversa - e ora stanno col fiato sospeso, dicono, fingono, contro l’Italia: cosa farà Meloni, che aspetta a denunciare le intese con Pechino?
Questioni serie, come la sfida di Biden alla Cina su Taiwan, e pericolosissime, vengono viste in Europa come un gioco di Risiko. Per superficialità, di un’opinione pubblica forse infetta e comunque incapace, più che sciocco bellicismo. Ma l’esito è un modo europeo di fare politica estera ancora ottocentesco, di interessi nazionali vissuti in ottica di primato, della Francia contro l’Italia, o contro la Germania, eccetera.
In Germania gli azionisti pongono all’assemblea Volkswagen il problema etico di produre automobili in Cina, avvantaggiandosi dello “sfruttamento etnico” degli Uiguri nello Xinchiang (la geografia non collima ma l’accusa è questa). Gli azionisti essendo pochi, pochissimi, quattro o cinque, con poche azioni. Un gruppo di pressione che ha acquistato qualche azione per poter intervenire in assemblea. Per conto di chi?
Volkswagen non se ne dà colpa (ha le spalle larghe, sa di che si tratta), e continua a fare della Cina il suo maggiore hub produttivo – unicamente impensierita dal calo delle vendite a causa del covid, del lungo lockdown cinese. Del resto il cancelliere Scholz, nonché non denunciare gli accordi (che ora l’Italia dovrebbe denunciare) con la Cina, vi si è recato in pompa sei mesi fa, con corteo di imprenditori e banchieri. E l’effetto, uno degli effetti, si vede oggi, con l’entrata della cinese Cosco nella proprietà del porto di Amburgo.
L’Europa risponde singolarmente alle pressioni americane. E al suo modo, tentando di fare le scarpe al vicino europeo, o metterlo in difficoltà. Il presidente francese Macron, e poi il premier spagnolo Sanchez, si sono subito organizzati, dopo la sortita di Scholz, e hanno arrangiato proficue trasferte a Pechino. Macron si è vantato di portare indietro intese e veri e propri accodi industriali in ben 51 punti.

Tiro sui servizi inglesi

“Sono stato a Mosca solo due volte”, è l’incipit del § 17 delle memorie di Le Carré, “Tiro al piccione”: “la prima nel 1987quando grazie a Mikhail Gorbaciov la vita dell’Unione Sovietica stava finendo, e tutti eccetto la Cia lo sapevano”. Lo scrittore famoso per la guerra fredda visita la Russia alla fine della corsa, e alla prima o seconda frase spregia la Cia.
Lo scrittore emerito dei romanzi di spionaggio non sopporta le agenzie di spionaggio. Più che altro, Le Carré fa in queste tarde memorie i conti con i suoi diavoli interiori. Con i servizi segreti, che pure ha scelto di servire, a 25 anni, probabilmente il candidato più giovane, assunto in quanto germanista – insegnava tedesco a Eton, fu assegnato a Vienna e a Bonn - prima di decidere che poteva sopravvivere senza servire, da scrittore. E con il padre. Con questi forse più che con l’MI 5 e l’MI 6 e della Cia, insolentiti anche nei romanzi. Anche se, ritiene e spiega al primo capitolo, lo spionaggio è il cuore e il beniamino della vita inglese: “In Gran Bretagna i nostri servizi segreti sono sempre, per il bene e per il male, il centro spirituale della nostra élite politica, sociale e industriale”. Ci sono anche molti giornalisti spie, americani e inglesi.
“Storie dalla mia vita” è il sottotitolo. Una scelta, insomma. Soprattutto di storie spiacevoli, seppure riprese con garbo, e più profusamente di storie legate ai romanzi. Come ne ha avuto l’idea, e come le ha indagate e approfondite. “Teatro del reale” ricorre nei titoli di vari capitoli, in Cambogia per “La Talpa” e “Il giardiniere tenace”, con Arafat e l’Olp per “La tamburina”, la Russia di Gorbaciov, con Sacharov, per “La casa Russia”, la Russia dei gangster e dei ladri (vori) per “La passione del suo tempo”, “Single&Single”, “Il nostro traditore tipo”. E così via.
I primi ricordi sono sui contorni, gli appigli, i personaggi reali, le motivazioni delle sue prime spy stories, quelle che hanno creato il marchio “Le Carré”, “La spia che venne dal freddo”, “Lo specchio delle spie”, “Una piccola città in Germania”. Con Smiley, il personaggio “rivelatore”ella miseria dello spionaggio. Sono i ricordi più sentiti, o meglio raccontati. Con gli anni passati a Bonn segretario d’ambasciata e poi a Berlino, sempre come spia, ma con compiti ridicoli e ridicolmente portati a termine.
Il riesame è sconsolato del duello anglo-russo. In casa, con i casi celebri delle spie inglesi doppiogiochiste. Compresa una coppia di virtuosi comunisti, che controllano i compagni contro la imminente invasione sovietica - Londra ha sempre bisogno di un nemico continentale: la Francia a lungo, poi la Germana, ora, da ottanta anni, la Russia. Ma prevalentemente in ambito germanico, Vienna, Berlino, anche Bonn. Complice il Bnd, il servizio tedesco di controspionaggio – sul servizio Le Carrè inserisce un pezzo di storia, spiegando come e con quali personaggi, tutti nazisti, si è costitutio e ha agito (ma questo, i tanti nazisti professi in auge nella Repubblica Federale  è un tema di molti capitoli, di molti ricordi). Compreso, per “La Tamburina”, l’incontro a lungo ricercato, in una prigioen israeliana ignota ai pià, “Villa Brigitte”, di una bionda, formosa e stupida Brigitte, terrorista tedesca della Banda Baader-Meinhof, di poca utilità per la creazione di Charlie, la “tamburina” indomita di tutte le rivoluzioni.
Molto meno, se non niente, Brigitte ha suggerito a Le Carré rispetto a quanto gli ha apportato per Charlie, la “tamburina”, la sorellastra, la sua propria sorella, Charlotte Cornwell – Le Carré è all’anagrafe David Cornwell. Poi sfortunata interprete del film che dal romanzo fu tratto. Sfortunata per il fallimento registico: “David, ho fottuto il tuo film”, gli confessa George Roy Hill, il regista di “Butch Cassidy”, da Le Carré fortemente voluto con la produzione. Più che alla sorella, solo qui ricordata, molti accenni sono al padre, inviso: un superficiale rovinafamiglie, specialista di truffe, specie a danno di amici. A Mosca è ricordato anche il fratello Rupert, che era già stato corrispondente, italianista, del “Financial Times” a Roma.
Ricordi, scritti quasi di malavoglia. Anche se di situazione e personaggi tutti per qualche motivo bizzarri e unici. Particolarmente acidi quelli iniziali, di materiali poi rifusi nelle prime stories”, dei servizi inglesi, specialmente inetti (ma la cosa riguarda l’MI 5, la intelligence interna, che Le Carré mostra tanto incapace quanto boriosa, mentre ha stima dell’MI 6, il servizio di controspionaggio, al quale è passato dopo un apprendistato all’MI5 – che è quello che gestisce ora in buna misura la nostra guerra in Ucraina, per l’informazione, e per la formazione e l’armamento della difesa ucraina).
Più scoraggiante che brillante. A parte pochi personaggi e ambienti. Un Cossiga ultravero, ciclotimico e democristiano (non interessato a persone non di potere, e quindi allo stesso scrittore che i suoi diplomatici gli avevano invitato), col corteggio quirinalizio di Sua Eccellenza il Presidente. Martin Ritt. Richard Burton. Alec Guiness. Bernard Pivot, il ritratto più disteso. I discussi Murdoch e Robert Maxwell. Altri che per qualche aspetto ricorda ancora con piacere, tra essi soprattutto la dimenticata Yvette Pierpaoli,  con Sacharov. E bizzarramente con Arafat, che è tutto l’opposto, o Le Carré lo ricorda come tale, di quanto si ritiene: appassionato, semplice, diretto, niente del capoterrorista. “Ho cercato di fare del mondo segreto che un tempo conoscevo un palcoscenico per i mondi più ampi in cui viviamo” è il modesto proposito.
Il capitolo finale è una lunga, drammatica, evocazione del padre filibustiere e della madre assente, si direbbe tragica per molti aspetti, ma riesce inossidabilmente inglese - understated? fatua. 
John Le Carré, Tiro al piccione, Mondadori, pp. 320, ril. € 20

mercoledì 10 maggio 2023

Guerre latine, poco serie

La guerra della Spagna, e della Francia, all’Italia è un film grottsco di Gianni Zanasi, “WAR – La guerra desiderata”, presentato qualche mese fa alla Festa del Cinema di Roma. Da ridere, ma con qualche verità. Un progetto del 2019 contro l’idea di guerra, e realizzato dopo il covid, tre anni dopo, nel clima della guerra europea, della guerra in Ucraina. Prendeva cioè l’idea di guerra nella sua maggiore implausibilità. Ma non è così, evidentemente. Non tra le nazioni latine.
Le “nazioni latine” sono tema riprovevole per i media e molta opinine pubblica nell’Europa che conta, che si chiami Nord Europa o Europa tedescofila. Ma è tema evidentemente di qualche fondamento.
La superficialità delle politiche in Francia e in Spagna nei confronti dell’Italia si giustificano con ragioni politiche: sinistre contro destre. Ma le critiche francesi vengono da un partito che non si sa cosa sia se non che non è di sinistra, quello del presidente Macron. No, è che i latini non hanno un concetto dell’opportunità – della convenienza: parlano come gli viene.
Dal punto di vista politico le critiche oggi da Parigi e da Madrid, teoricamente da sinistra contro Meloni, invece la rafforzano. Funzionano come palle alzate all’avversario nel tennis per uno smash, un pallonetto per una schiacciata. Mettono anche in imbarazzo le opposizioni in Italia: le critiche del Pd alle politiche del lavoro di Meloni devono essere sospese - come già sono state sospese quelle alle politichee della immigrazione. 

I Popolari Ue verso Meloni

Si va sempre più a un’alleanza tra Popolari europei e Destra conservatrice alle prossime europee – come questo sito anticipava, da segnali inequivocabili
http://www.antiit.com/2023/02/il-grande-centro-si-aggrappa-meloni.html
I Popolari, che oggi governano la Ue in alleanza con i Socialisti, si sono fatti i conti, e puntano a restare al governo della Ue, in Parlamento e in Commissione, con la Destra conservatrice. Che Meloni rappresenta in proprio, come capo del governo di destra in Italia, e anche come presidente dei Conservatori europei. Il capogruppo dei Popolari al Parlamento europeo, Manfred Weber, da subito in contatto con Meloni, ieri lo ha detto in aula a Strasburgo.
Weber ha parlato dopo il cancelliere Scholz, che governa ora in Germania senza i Popolari (i cristiano-democratici e i cristiano-sociali, Cdu-Csu). Punta quindi a una rivincita politica in Germania partendo da Bruxelles. Ma perché dà per scontato che, con lo spostamento dell’Italia, il Ppe sarà in grado di governare con i Conservatori dopo il voto europeo fra un anno. Meloni ha molto spazio in Europa.

Più lavoro, meno qualificato

Continua la carenza di manodopera in Italia, come altrove in Europa e negli Stati Uniti. Soprattutto nei servizi alla persona e all’accoglienza – attività sanitarie e alberghiere. Mentre continua, negli Stati Uniiti e ora anche in Europa, la riduzione del personale del settore high-tech.
Amazon, che ha ridotto il personale di 18 mila unità a fine 2022, ha in corso altri tagli per 9 mila dipendenti.  Meta-Facebook procede cn 10mila tagli, in aggiunta ai 10 mila di fine 2022. Google ne anunicia 12 mila, Ericsson 8 mila. Twitter con Elon Musk alla prorpeità, quindi in sei mesi, si è ridotta da 8 mila a 1.500 dipendenti. Accenture ha avviato il licenziamento di 19 mila unità.
In Italia Sky sta riducendo il personale di 1.200 unità, Vodafone di 1000 unità.

La libertà come arma - o la corruzione del potere

È il 1947, il Senato degli Stati Uniti discute una legge contro i linciaggi ma non la approva. Alla cantante jazz Billie Holiday, che ha in repertorio “Strange Fruits”, una canzone che può essere interpretata contro i linciaggi, “Strange F ruits”, è intimato di non cantarla in pubblico. Lei lo fa, e l’Fbi la incastra per possesso e consumo di stupefacenti, e sospetto comunismo, con condanna a un anno di prigione. Dopo lo scandalo Billie eviterà di cantare “Strange Fruits”. Mentre si fa sapere che l’innamorato con con cui aveva preso la cocaina era dell’Fbi.
Un film dello squallore. Non un  legal thriller, mozzafiato. Ma nemmeno una denuncia. Della grande corruzione, per esempio, della politica americana. Della giustizia del West – prova a difenderti. Piccoli manager, piccoli mariti e innamorati, per lo più anche loro neri come Billie Holiday, che quindi si penserebbero automaticamente vittime ma colludono sempre con gli sbirri, a perseguitare gli innocenti, e nemmeno si possono dire venduti, non lo fanno per soldi. Un mondo senza dignità, nel nome della libertà. Sconcertante.
Lee Daniels,
Gli Stati Uniti contro Billie Holiday, Sky Cinema

martedì 9 maggio 2023

Problemi di base privatistici - 747

spock


Quando tutto sarà privato, saremo privati di tutto - tassista romano?

spock@antiit.eu


L’africano di Pietro il Grande

“Esperimento in prosa” è il sottotitolo. Il primo tentativo di romanzo di Puškin. E il primo di tante incompiute –  eccetto “La figlia del capitano” - e tuttavia per molti aspetti opere finite, un po’ come i nonfiniti di Michelangelo: racconti frammentari che pure tengono.
Il progetto era di un “Otello” russo all’epoca di Pietro il Grande, della modernizzazione (europeizzazione) della Russia. Ne rimane un ritratto dello zar, di vita semplice e di volontà irriducibile, che il rinnovamento volle radicale, anche violento,  e sempre e solo monocratico. Delineato attraverso le vicende di uno dei dei suoi più stretti confidenti, Ibrahim, un africano, ex schiavo nativo del Camerun, comprato bambino a Costantinopoli  dall’ambasciatore russo, l’uomo d’affari serbo Raguzinsky, che  gliene fece dono. La zar rimase colpito dal brio e l’intelligenza del ragazzo e lo fece consacrare suo figlioccio, curandone personalmente l’istruzione. In questo abbozzo di romanzo ha fatto un’esperienza di anni a Parigi, per acquisire gli usi di mondo e l’arte militare, ha combattuto per i francesi in Spagna, ha una relazione  intima con una contessa, e ritorna a Pietroburgo, a ventisette anni, per la delusione d’amore – la sua relazione non potendo andare oltre la clandestinità. Fuori Pietroburgo è atteso alla posta dallo zar Pietro, che ha saputo del suo ritorno. A corte si ritrova privilegiato tra i privilegiati. E lo zar in persona s’incarica d’imporlo come marito e genero in una famiglia di  Bojardi.
Il “negro di Pietro il Grande” è il bisnonno africano di Puškin per la parte materna, Abram Petrovic (come fosse figlio di Pietro, n.d.r.) Gannibal – nome che si è dato in memoria di Annibale. Che fu di fatto nelle grazie di Pietro il Grande, divenendone un generale – del Genio, si direbbe oggi, specialista di fortificazioni. A Parigi fu notato da Voltaire, “la tela scura dell’illuminismo russo” – procurerà a Diderot, cinquant’anni dopo, l’invito a Pietroburgo alla corte di Caterina II. È il romanzo di questa ascendenza che Puškin, di famiglia di antica nobiltà, molto anteriore a quella degli zar, e di forte snobismo, avrebbe voluto scrivere, l’eredità di Gannibal essendosi trasferita ai suoi tratti somatici, per più aspetti negroidi.
Un romanzo, un progetto di romanzo, a specchio. Dapprima il contrasto tra Parigi e la Russia: una vita ricca a Parigi, lustra di scandali amorosi e finanziari, e la vasta fabbrica fangosa che era la Russia. Con pochi usi di mondo, ma con un netto contrasto, voluto dallo zar, tra il russo, che i bojardi parlavano, l’antica nobiltà, e il francese che lo zar novellamente imponeva a corte. L’abbigliamento tradizionale dei boiardi, il caffettano, un camicione ampio, lungo fino ai piedi, e i nuovi abiti “alla francese”, da indossare nelle cerimonie dette “assemblee”, sorta di balli, a corte e fuori, che Pietro il Grande volle per immettere anche le donne nella società. Di due giovani mandati a Parigi, Korsakov al rientro è vanitoso e vantone, sa di essere diprezzato dai bojardi e li dispezza. Gannibal invece no, li rispetta, e quindi viene accettato e rispettato. Ed è il ruolo che Puškin voleva, di un’innovazione che non cancellasse la tradizione. E fa risolvere allo zar con l’oganizzazione del matrimonio del suo figlioccio africano in una grande famiglia tradizionale. Adolescente a disagio in collegio, dove veniva anche deriso per i tratti somatici, se ne fa una ragione: il bisnonno è anche se stesso.
Tra i tanti romanzi non finiti, di questo Puškin non era insoddisfatto. Ne pubblicò i due capitoli centrali. Una delle ipotesi sul nonfinito è che Puškin vi temeva se stesso, il suo possibile degrado a Otello, nella storia tumultuosa del matrimonio con la giovane, bella, e incostante moglie. Ma siamo nel 1828, è ancora presto per la gelosia che lo avrebbe portato alla morte, in duello, dieci anni dopo – il matrimonio con Natal’ja Gončarova sarà nel 1831. Quel che è certo è che Puškin visse sempre a pieno la sua condizione di mulatto (“octoron” in inglese, ottavino). Per la carnagione olivastra e i capelli crespi – al liceo era, in alternativa, “il francese” per i modi ricercati, e “la scimmia”. E per la gelosia – che legava all’Otello di Shakespeare, quasi fosse una condizione antropologica.
Si scherzava va molto a S an Pietroburgo sule origini africane di Puškin. Il romanzo potrebbe essere stato interrotto alla pubblicazione nell’agosto del 1830, sul periodico “L’ape del Nord”, di una lettera semiseria di Faddey Bulgarin, che diceva l’avo di Puškin comprato a Istanbul per una bottiglia di rum. Puškin reagì nervosamente. Ma era pur sempre il “nome allegro” che Blok sentirà ancora risuonare, uno che portava “con allegria e gentilezza il suo fardello” – al pettegolezzo di Bulgarin rispose con orgoglio nei versi “La mia genealogia”.
Alexander Puškin, Il negro di Pietro il Grande, ebook

domenica 7 maggio 2023

Secondi pensieri - 514

zeulig


Corpo
– Pitagora lo vuole la tomba dell’anima. Ma senza non c’è anima.
Non solo il sesso, in quanto eros, attività spirituale, richiede un corpo, ma nessuna attività intellettuale, spirituale, è concepibile – concepita senza i sensi.
 
Heidegger
– Un passatista, poetico e filosofico. Tanto pù radicale quanto più è profondo. Un parallelo con Donoso Cortés, su tutte le questioni che il filosofo della conservazione ha percorso, la storia, la società, la politica, la nazionalità (il “popolo”), lo vedrebe ben più radicato, ben più radicalmente – Donoso Cortés può ancora essere un liberale.
È – può essere – il “filosofo della transizione”, intesa transizione  ecologica, al più verde o al più umano. Ma allora la transizione è una rete passatista - inevitabilmente del “quanto stavamo meglio quando stavamo  peggio”.

Natura - Mai tanto riverita quanto più la si trasgredisce – s’intende della natura buona, dell’equilibrio ambientale. La si trasgredisce e anzi si vuole annullarla, ci si prova, la tendenza  è quella, della ricerca, dello sviluppo scientifico. Nei suoi meccanismi più gelosi, “naturali”: maternità, procreazione, sesso, intelligenza, sensibilità. O portando all’eccesso la trasgressione ormai decennale e secolare, del “consumo” del territorio, dell’ambiente (acqua, aria, terra). Nei grandi progetti (infrastrutturali) come nei comportamenti minimi, quotidiani. La mobilità automobilistica  o individuale, anzitutto, la più grande distruttrice dell’ambiente – anche nella forma che ora vi vuole imporre al mercato, per obbligarlo a comprare, dell’auto elettrica. La moltiplicazione inverosimile delle plastiche,  per “valorizzare” (mettere a frutto, guadagnarci sopra) il petrolio. O, andando ai comportamenti minimi, lo sperpero pauroso di materiali, carta, plastiche, vetri, dell’industria degli imballaggi, che produce più scarti di quanta merce trasporta, in quantità, volumi e peso se non in valore.
 
Si sa della scienza che è una lettura della natura, ma anche, nelle applicazioni pratiche, nella sottospecie della tecnologia, la sua domatrice e trasformatrice.  
 
“Naturale” fu a lungo sinonimo di umano, nella filosofia, nel diritto. Come opposto a un ordinamento critico, intellettuale, su scala teologica, o di morale “superiore” – religiosa. In Giordano Bruno e in Bernardino Telesio, ma anche in sinceri credenti come Campanella - e probabilmente lo stesso Galileo, che scrisse molto ma evitò la filosofia.
Ma, seppure non dichiarata, senza appelli alla natura, la stessa via era stata un secolo prima di Erasmo e di Machiavelli. Di una naturalezza come laicità – quella che sarà chiamata laicità. Che separa il divino dall’mano, e insieme li raccorda, e la natura vede non come generante ma come ambiente.
 
In Bruno d’altra parte, l’ateologia finisce in una divinizzazione della natura che nulla ha di laico, e quindi di scientifico – è antimoderna, antiscientifica. Lo storico della filosofia Fulvio Papi ha potuto sostenere che “esistono incontrovertibilmente in Bruno aspetti irriducibili alla prospettiva della modernità”, a partire dal rifiuto del cristianesimo: “Bruno vedeva la divinità della natura, mentre noi la consideriamo essenzialmente come una risorsa”. Da esplorare e da migliorare (lo stesso in Frances Yates, che Bruno legge come un filosofo medievale, comunque legato a tradizioni o credenze vecchie).
 
Post – Tutto è post da qualche tempo – dall’età dell’Acquario, ormai un quarto di secolo, abbondante? Ma non è un “fatto” astrologico, non per divagazione. Seriosamente: postmoderno, postumano, posterità, postnaturale…. È un progresso, sia pure del mercato, dei liberi tutti, o un regresso? Come un ritorno al grembo materno – anche se è in corso pure la post-maternità.
 
Postumano – È piuttosto un postnatura: è l’uomo che si fa la sua “natura”, artificiale.
Oppure è Giordano Bruno. Che la “sostanza dell’anima”, insomma l’intelligenza, vuole comune a tutti gli esseri, “animati” e non, all’uomo come alle piante – che però sono oggi già animate, quindi diciamo dall’uomo ai minerali (in attesa che si animizzino i minerali, come è giusto, nche loro rientrano nel darwinismo ambientale o fisico). La razionalità in radice non è prerogativa umana. Non essendoci “essenza specifica”, nella natura stessa dell’“anima”, per l’anima umana, per la razionalità. L’uomo crede in un dato specifico, o in un dio, che gli attribuisce il suo dominio sulla natura, dice Bruno. Ma questo con tutta evidenza non c’è.
Non c’è in effetti nessun istinto nell’uomo, dall’amore alla violenza, all’autodistruttivià, che non sia comune agli altri esseri, animati e non. Ma saperlo? L’uomo di Bruno ha sviluppato i suoi poteri in parte per caso in parte – forse anche essenzialmente – per un migliore uso che ha saputo fare delle sue capacità. In particolare con l’uso della mano. E questo è meno persuasivo di qualsiasi anima speciale, metafisica o divina, di qualsiasi destino.  
 
Tecnologia – È la scienza applicata – la mano di Bruno. Non più dispersiva, inappropriata, pericolosa, della ricerca scientifica, pura - solo più costosa. Condannata dal solito Heidegger passatista, ma è il cuore della scienza, è la ricerca applicata, la ricerca che dà risultati, che era ben indirizzata, se ha trovato quello che cercava.
È la civiltà –la storia.
 
Transizione – Si sbandiera come suo asse l’auto elettrica. Che invece è solo una “novità” in  catalogo. Un modo per vendere più auto, addirittura rinnovare tutto il parco auto mondiale – imponendone  il rinnovo,. Un affare senza precedenti, frutto di un’idea semplice – si trascura che l’ecologia è partita da Nixon, nel 1969, finanziata dai grandi gruppi industriali americani, e segnatamente da quelli della mobilità, la Esso e le altre compagnie petrolifere, le più inquinanti. L’inquinamento dell’aria, e quindi dell’acqua (siccità\alluvioni), è della circolazione automobilistica, non dell’allevamento, o dell’agricoltura.
È la mobilità la nemica dell’ambiente. Cioè il movimento, il cambiamento, anche il rapporto umano: ne sono facilitati. Il movimento\cambiamento è parte della psiche, è un bisogno personale ed è il motore della civiltà (tecnologia), ma il veicolo individuale, che ne sarebbe la massima espressione, è poi il “miglior” killer dell’ambiente, e quindi del futuro – della libertà (oltre che essere statisticamente il maggior killer in senso proprio, o uno dei maggiori).   

Un altro concetto trending, sessuale oltre che ambientale, e personale (psicologica). Come è sempre stato, ma ora si vuole mainstream, condizione normale e non più personale, occasionale, di un mondo (realtà) instabile.


zeulig@antiit.eu

Le guerre stellari - AI - che piegarono l’Urss

Le “guerre stellari” di Reagan venivano lanciate 40 anni fa. Una Strategic Defense Initiative, presto definita ironicamente dal senatore Ted Kennedy “le guerre stellari di Reagan”: un sistema di raggi laser, raggi cosmici, sensori satellitari, per prevenire un attacco nucleare con missili balistici (a lunga gittata). Un gruppo di scienziati, tra essi Carl Sagan e il Nobel per la Fisica Bethe, si disse preoccupato dagli sviluppi della strategia “stellare”: “Se affrontiamo questo rischioso passaggio, raggiungeremo la terra promessa dove le armi nucleari sono ‘impotenti e obsolete’? Ovviamente no. Avremmo una difesa di stupefacente complessità, sotto il controlo totale di un programma computerizzato le cui proporzioni sfidano ogni descrizione, e la cui efficienza resterà un mistero profondo fino al momento tragico in cui sarà chiamato a rispondere”. Una prima applicazione di intelligenza artificiale, piuttosto pericolosa.
Il cuore della Sdi finì per essere non il sistema di sensori e satelliti automatizzato ma lo schieramento degli “euromissili”. Una questione più vecchia di Reagan, aperta dal cancelliere tedesco Schmidt, col supporto del presidente francese Giscard d’Estaing, in un vertice a quattro nel gennaio 1979 alla Guadalupa, col primo ministro inglese Callaghan e il presidente americano Carter, di collegare la difesa antimissilistica americana con quella europea. L’Europa era minacciata dallo schieramento dei missili a lunga gitata russi Ss-20 nei paesi dell’Est. Gli Stati Uniti sarebbero sceci in guerra in caso di attacco a un paese europeo? L’Europa doveva dotarsi di missili americani analoghi ai sovietici SS-20: missili Cruise e Pershing.
Col passaggio dalla presidenza Carter alla presidenza Reagan, la proposta di Schmidt prese corpo. Ma il cancelliere a questo punto avanzò una “clasusola di non esclusività”:  la Germania avrebbe accettato gli euromissili sul suo territorio se altri paesi dell’Europa continentale li accettavano. Per altri intendendo l’Italia.
Ci furono perplessità all’epoca in Europa. E specialmente in Italia, alimentate dal Pci e dalla Dc. Cossiga, presidente del consiglio, era propenso a fare il primo passo. Ma l’estensione della guera fredda, avviata dal Breznev con l’installazone degli SS-20 in Europa orientale era temuta. Una prima breccia fu aperta dall’Olanda. Ma di più contò, subito dopo, la decisione italiana di accettare lo schieramento degli euromissili, presa da Craxi, presidente del consiglio, d’accordo con Cossiga, che nel 1985 succedeva al socialista Pertini al Quirinale. Il varco aperto da Craxi nella Nato europea fu decisivio, e subito dopo Mosca si arrese. Poi fu la “perestrojka” e il collasso dell’Urss, dell’impero russo comunista.
Una ricorrenza storica, nel senso che ha cambiato la storia, passata  sotto silenzio. Forse eprché potrebbe indurre a una similitudine con la strategia attuale – questa nom dichiarata – di rovesciare “Cuba 1962”, di portare i missili Nato sotto il Cremlino.
The Union of Progressive Scientists, Reagan’s Star Wars
, “New York Review of Books”, 26 aprile 1984, free online