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sabato 8 febbraio 2014

Secondi pensieri -

zeulig

Aforisma – Nell’uso di Nietzsche, la sua parte migliore, non è conoscitivo, né filosofico. Nemmeno, a ben guardare, consolatorio, e anzi potenzialmente disperante – per lo stesso Nietzsche lo fu. Specie se in forma apodittica, come battuta a effetto e non sintesi di incertezze e intuizioni non chiarificabili. La contemporaneità lo predilige, ma a nessun effetto, se non la consolazione-passatempo: l’elucubrazione incessante, l’ermeneutica. Oppure, naturalmente, come teatro: una rappresentazione e non un ragionamento.

Comico – “È la costante negazione della natura”, dice Hebbel . Ma anche: “La comicità autentica è vera, cioè fondata sulla natura, eppure non riusciamo a figurarci in natura leggi, presupposti, che la suscitino e la rendano possibile”. O non perché la comicità è artificiosissima? Una delle più affinate-raffinate (anche quando è plebea) espressioni umane. Da cui si evince che il linguaggio non è la cosa – ne è la prova del nove: il fenomeno non è la cosa.

Dio – Non viene dal passato ma dal futuro. Malgrado i tanti testi teistici e sacri. È una prospettiva,  non una storia - l’angelo di Benjamin, se guardasse a Dio, guarderebbe avanti.

In ebraico, Elohim, è plurale, gli dei.

Resta da provare, dopo tre o quattro millenni di tentativi. Ma potrebbe essere questa la sua prova: l’inadeguatezza della ricerca (dei mezzi di ricerca) rispetto all’esigenza.
La ricerca da qualche decennio è finita. Ma il mondo non è per questo migliore.

È la saggezza, conclude Kant, “La fine di tutte le cose”: una “garanzia contro la stoltezza”. Va creduto, continua Kant, a difesa dall’assurdo, “per quanto gravata da dubbi possa essere la nostra fede”: “Bisogna credere praticamente a un apporto della saggezza divina nel corso della natura, a meno di non voler rinunciare del tutto al proprio scopo finale”.

Heidegger - In realtà non è andato lontano, dal seminario da dove era partito: “Esse est Deus”. Ma per arrivarci, diceva Maestro Eckhart, “prego Dio che mi liberi da Dio”. A ventitré anni era ancora buon cristiano, beneficiario di una borsa cattolica per addottorarsi. Con Husserl, e la più giovane Edith Stein, anch’essa ebrea come la fatale Arendt, ma futura monaca. Dopodiché non lo fecero titolare di Filosofia Cristiana e se la prese. Continuerà ad andare a Messkirch a messa, nel banco del coro che era suo da ragazzo, lontano dal pettegolezzo universitario, e a segnarsi inginocchiandosi nelle chiese di campagna. Ma quando nel 1917 sposò Elfride, studentessa di economia, che era disponibile a farsi cattolica, benché figlia di colonnello sassone, Martin dispose di non educare i figli al catechismo. Ha abiurato con Franz Camille Overbeck, il teologo amico di Nietzsche, e la sua distruzione della teologia. Ha quindi rimesso in circolo il vecchio camp e la morbida rêverie da adolescente. E non finisce bene: con la dissacrazione della storia, che il cristianesimo inocula su scala mondiale, la filosofia regredisce - sant’Agostino fa eccezione perché pagano di formazione, fu manicheo e forse ariano, tutta Milano lo era.

Lo stesso rifiuto del mondo si potrebbe dire molto cattolico, nel terribile ventesimo secolo. Il merito che Hannah Arendt attribuisce ai cattolici, di avere riorientato la filosofia verso la politica, il mondo com’è, è vero solo di alcuni, Maritain, Mounier, Del Noce, Schmitt. Altri, Gilson, Voegelin, Guardini, Pieper, da ultimo papa Ratzinger, hanno rifiutato il mondo, che appariva e appare loro sotto specie diabolica, della mistica laica, quella che entusiasta ha voluto la bomba atomica, e i sopravvissuti vorrebbe selezionare – Hitler senza Hitler. Heidegger sta, indeciso, nel mezzo. Ma queste sono argomentazioni volgari, storicizzate. Heidegger ripropone il già pensato come non è stato mai pensato, chiaro perfino: l’uomo ha cessato di capirsi nella metafisica, l’uomo occidentale, lui vuole ridargli il senso dell’Essere.

Abbandonando il dogmatismo, e le deformazioni subite al contatto con la filosofia greca, che si esprimono nella Scolastica, medievale e novecentesca, il Filosofo del nulla riporta in nuce il cristianesimo. Quella che sarà la versione contemporanea del cattolicesimo romano, essenziale, compassionevole, senza orpelli, riscoprendo attraverso Lutero sant’Agostino e l’escatologia terrena delle lettere paoline. La grazia opera nel fondo dell’anima, non nelle sue antenne sensibili. Se l’essere è il nulla, si dice, finisce la metafisica. O non ricomincia? Meister Eckhart, che vi giunse per primo, era metafisico ultra.

Metafisica - La metafisica, cioè Dio, è legata al Tempo, due peculiari concezioni occidentali. Sarà il contributo più decisivo – rapido, fertile, giusto - di Heidegger, dei suoi 100 e più volumi. “L’Essere è svelato a partire dal Tempo: il Tempo rinvia allo svelamento, cioè alla verità dell’Essere”. E “la metafisica in tutte le sue forme e in tutte le tappe della sua storia è sempre la stessa fatalità, e forse anche la fatalità necessaria dell’Occidente e la condizione del suo dominio esteso a tutta la terra”.
Oggi che l’Oriente è con noi, l’Occidente è un po’ meno Occidente, e la cesura non è più netta. Ma è vero che Einstein ha abolito lo Spazio: “Lo spazio non è niente in sé, non c’è spazio assoluto. Non esiste che con i corpi e le energie che racchiude”. E dunque anche il Tempo: “Il Tempo non ha senso, il tempo è temporale”. E dunque la metafisica rinasce irresistibile.
Un giorno magari scopriremo che Einstein ha torto, la relatività generale è sempre indimostrata, e comunque in queste cose - la metafisica, Dio - “ogni reputazione è un nonsenso. La lotta tra i pensatori è la «lotta amorosa», lotta che è quella della cosa stessa”.

Nietzsche – Si potrebbe ben dire platonico. Platone redivivo, per la curiosità onnivora e sempre viva, e per l’indeterminatezza alla fine dei tanti viaggi, nell’amore, l’amicizia, l’essere, il linguaggio. Un compagno di viaggio piacevole e anzi stimolante, cui si è grati perché è brillante, suadente, prodigo. Ma alla fine inconcludente. Che potrebbe essere una ontologia dell’analogia: dell’irriducibiltià del mondo, dell’essere. Che si può parafrasare senza racchiuderlo, rinchiuderlo.

Opinione –“Mi piacerebbe assai leggere il libro italiano, di cui conosco appena il titolo, e che vale da solo molti libri.”Della opinione regina del mondo”.Lo sottoscriverei senza conoscerlo”. L’opera è sconosciuta. Ma gli effetti dell’ “opinione”, cioè del’immaginazione, sono indubitabili, e “fanno” la realtà. È ben vero peraltro, lo stesso Pascal dice altrove, che “l’impero fondato sull’opinione e l’immaginazione regna talvolta, e questo impero è dolce e volontario; quello della forza regna sempre. Così, l’opinion è come la regina del mondo, ma la forza ne è il tiranno”. O Voltaire: “L’opinione è a tal p’unto la regina del mondo che quando la ragione vuole combatterla, la ragione è condannata a morte”.


Tempo – Surrettiziamente inteso come “mutamento”,  nota Kant dell’ “Apocalisse” . Là dove, nel saggio “La fine di tutte le cose”, argomenta  “la fine del tempo” doversi intendere “la fine del mutamento”.

zeulig@antiit.eu

Mussolini spegne J. Roth

Quattro brevi articoli, svogliati, da Milano nell’autunno del 1928. Una rarità nella scrittura di J.Roth, ma una di cui il lettore, sia pure affezionato, farebbe a meno: di rara sciatteria.
Joseph Roth, La quarta Italia, Castelvecchi, pp. 56 € 8

venerdì 7 febbraio 2014

Il mondo com'è (162)

astolfo

Artificiale – Gli automi furono molto in voga nel ‘700. Von Kempelen studiò e modellò una macchina parlante, il primo sintetizzatore dei suoni. E un automa che giocava a scacchi. Molti gli automi femmine, naturalmente – di cui fu anche scritto un romanzo, “Les…”. La vita artificiale ritorna periodicamente. È una delle rime “invenzioni” della classicità. Per usi religiosi - le divinità, i misteri – o ludici – giocattoli. Ma anche meccanici: la Macchina di Anticitera, isola famosa per i suoi automi al tempo di Pindaro, “Olimpiche” (“Le figure animate stanno ritte\ adornando ogni pubblica via”), che calcolava le roe, i giorni, i mesi, il sorgere del sole, le fasi lunari, i movimenti dei cinque pianeti allora noti, gli equinozi, e le date dei giochi olimpici.
Dedalo diede voce alle sue state iniettandovi l’argento vivo. Efesto creò automi per le due fornaci: Pandora, e anche Talo, un uomo artificiale in bronzo. Nel mito, naturalmente.

Boatos – Sono entrati nel gergo con senso spregiativo negli anni della controinformazione, con la parallela disinformazione, e quindi quaranta-cinquant’ani fa, per dire le voci artatamente false o falsificate. Costituiscono ora il nucleo dell’informazione stessa, e quindi dell’opinione pubblica: indiscrezioni, anticipazioni, intercettazioni, magari “ambientali”. La notizia è oggi un boato, una voce cioè senza fonte, cioè senza autori o intermediari.

La fucina ne è diventata Bruxelles, l’Unione  Europea: ogni “notizia” vi è possibile. Per esempio, la corruzione che in Italia assorbe 60 miliardi, ogni anno. Una cifra che può essere eccessiva, oppure in difetto. Ma non è dato saperlo perché non è argomentata e non ha fonte. Cioè, è argomentata, ma superficialmente: si stima – “qualcuno” ha stimato in passato – la corruzione media nei apesi a rischio al 4 per cento del pil, il pil italiano è di 1.500 miliardi, la corruzione ne prende 60, il 4 per cento.
Ma l’Unione Europea ne è la matrice in absentia: per non esserci. Cioè, c’è ma non è governata, non sa, non parla. Le voci occupano l’opinione pubblica quando la funzione di governo è carente o assente. .  

Destra-sinistra – Caso preclaro, anche perché rimosso, è Rolf Hochhuth, il drammaturgo tedesco della Memoria e della Colpa revisionista ante litteram, estimatore  e amico di David Irving. Con “Il Vicario” spostava nel 1963 la Colpa del genocidio degli ebrei in Germania su Pio XII, il papa, e la chiesa cattolica. Due anni dopo recidivava con la Colpa degli inglesi, di Churchill in particolare. Celebrato e imposto in Italia dal Pci, nell’ambito della guerra fredda, dai laici e da molti sionisti nell’ambito dell’anticlericalismo. Distingueva perfino, nei bombardamenti Alleati, la colpa della Gran Bretagna, vituperata, da quella americana, che invece non c’era – nella guerra fredda la Germania era “amerikana”.

Impeachment –Da impicciare? Impiccare?
Il Webster lo deriva dal latino “pedica”, le ciocie – derivazione puritana: se l’etimologia è giusta allora è con “pedicare”, buggerare.
Più plausibile la derivazione italiana. La parola scritta data dagli anni 1560. Allora molti italiani e “italianati” erano a Londra. Oltre ai Florio, che saranno due due fra i più probabili dei trecento e passa alter ego di Shakespeare.

Marx – Ritorna come la matrioska, si ritrova come il prezzemolo. Il filosofo teatrante Franco Ricordi lo ritrova in “Amleto” (come averlo trascurato?): “Economia, Orazio, economia”, risponde Amleto sconsolato a Orazio che si scandalizza per il matrimonio della Regina madre col cognato, e il matrimonio dice “”l’arrosto del banchetto funebre , servito freddo al pranzo di nozze”. Mentre si moltiplicano in Germania gli studi sulla sua formazione, che ne collegano alcuni concetti chiave, per esempio il feticismo della merce, alle sue letture giovanili, di autori poi trascurati, il filosofo Jacobi, lo scrittore satirico Jean Paul. Quest’ultimo coniava il “feticismo” della merce, cui intitola un capitoletto del suo libello contro il soggettivismo di Fichte, “Clavis fichtiana seu leibgeberiana”, con l’esempio di un “feudatario”-demiurgo cui questa interpellazione andava rivolta: “Come deus majorum gentium, tu sei il padre del tuo bisnonno e dell’intero albero genealogico, e anche l classe produttrice è un tuo prodotto”. he questi
La “legge” marxista del dominio della cosa – il denaro – era l’evoluzione naturale dello scientismo positivista, della religione laica, e lo è diventata col crollo del Muro. Cioè, contro i mattoni del Diamat, il “materialismo dialettico” sovietico.

Patrimonio – Che valore ha il patrimonio culturale dell’Italia nella valutazione del patrimonio nazionale, o dell’affidabilità economica dell’Italia? Secondo Salvatore Settis, la pretesa della Corte dei Conti, se effettivamente è stata avanzata in tribunale contro le agenzie americane di rating finanziario, non  ha valore giuridico. In effetti non ha nemmeno valore contabile. Lo ha nel privato: un prestito personale e anche un fido la banca lega anche alla qualità del debitore - cultura, condizione professionale, moralità, l’immaterialità dei beni (se la casa è bella, se è ben mobiliata, ha quadrerie, etc.). Nella contabilità nazionale, invece, il patrimonio culturale, anche se quantificabile in termini di monumenti, valori artistici, etc., non ha rilievo. Non è la sola incongruenza del pil, ma il criterio contabile è uguale per tutti. Una catalogazione di tutti i beni artistici, del resto, fu avviata una trentina d’anni fa dall’allora ministro del Lavoro Gianni De Michelis, ma giusto a fini archivistici, senza rilievo patrimoniale – e per dare lavoro ai giovani laureati disoccupati (il disoccupato che non trovava lavoro era allora “la trentenne laureata meridionale”, Aris Accornero).
Il pil però opera anche al contrario: non valuta l’inconsistenza culturale, storica, sociale. Per cui si può arrivare all’assurdo di emirati e sceiccati di nessuna consistenza sociale e politica che possono godere nell’economia e la finanza internazionali di valutazioni migliori che non paesi solidi come l’Italia, se hanno qualche pozzo di petrolio.

Scongiuro - È diventato il segno della croce. Se ne mandano molti segnali in tv, e a ogni partita di calcio, che ora si fanno ogni giorno. I calciatori e gli allenatori entrano in campo segnandosi, d’ordinario tre volte - anche i sostituti all’ultimo minuto: che Dio me la mandi buona. E chi esce: mè andata bene. I sudamericani alzano poi le braccia e lo sguardo al cielo, per maggior fervore.

Twitter – Riapre la stagione gnomica, delle moralità, oggi naturalmente di massa. Dei massimari, degli aforismi, degli epigrammi si può dire che furono un anticipazione del twitterismo. Non del genere sentenzioso. Delle riflessioni e illuminazioni che da qualche tempo è uso condensare in aforismi. Solo il veicolo naturalmente è nuovo.
Ma lo è realmente, a parte l’elettronica? Anche i moralisti avevano i loro followers, che ne moltiplicavano gli echi. Anche all’istante. Cultori, seguaci, indefettibili, entusiasti.
Di veramente nuovo c’è la volgarità, impunita, anzi celebrata.

astolfo@antiit.eu

L’Io filosofico è da ridere

“Oggi ognuno deve munirsi di filosofia, per difendersi dalla filosofia”. L’Io? “Poiché qui siamo al di là del pensabile – ed abbiamo ormai abbandonato la categoria delle categorie, il genere più alto, l’essere – io vorrei negare anche questo a tale egoità assoluta, nella misura in cui essa è il fondamento dei fondamenti. Cosicché, alla fine, non rimanga neppure il nulla - ciò sarebbe ancora troppo, e troppo determinato, perché il nulla esclude il tutto – ma rimanga infinitamente meno di nulla e più di tutto: in breve, l’infondatezza dell’infondatezza”. Il vizioso circolo virtuoso. O un caleidoscopio, una pirotecnia, anche qui come in tutto Jean Paul. Un divertimento, che è impossibile (inutile) compendiare. Ma alcune cose vanno dette.
Un libello satirico, a uso quindi del lettore comune, sulla questione dell’idealismo incipiente - e di Dio - a fine Settecento: c’è di che sognare – il mondo va ‘n’arreri, avrebbe detto il coevo Tempio, poeta siciliano in Sicilia. All’origine dell’irrisolta questione dell’io e del mondo, dell’essere e del nulla, da due secoli ormai e più. Una sfida per la curatrice, Eleonora de Conciliis - che la vertiginosa postfazione di Hartmut Retzlaff, uno dei direttori del Goethe di Roma, rischia di vanificare. Ma de Conciliis si diverte, e il risultato è un gioiellino.
Contro Fichte ,”l’annientatore “, sotto le vesti del tutto-Io, di creatore della “ideale finitezza dell’infinito: “Egli (pensato come assoluto) ha creato cielo e terra ed ogni cosa, compreso Fichte in qualità di osservatore di tale creazione, e dunque con quello è svanito anche questi”. L’iniziatore in effetti della lunghissima curva depressiva della filosofia, sempre più incarognita alla ricerca del nulla. Questo è un problema in sé, ma anche a scriverne: “In quanto Leibgeber io sono finito, mentre come creatore di Leibgeber sono infinito”. Jean Paul torna all’“acetifico satirico” della prima giovinezza. Con la consueta versatilità linguistica. Sulla traccia del ciceroniano “non c’è nulla di strano che un filosofo non abbia sostenuto”. Ma senza filistea sufficienza, entrando con acuti fendenti nel mezzo della cosa. 
In questa vecchia polemica contro il nascente idealismo, Ferraris e i suoi hanno una miniera intonsa. C’è anche Darwin, il medico e naturalista Erasmus, nonno del “Darwin”.- con una non banale notazione del linguaggio vuoto con parole piene: “Se uno ha avuto a lungo in bocca una pipa piena, nel buio non si accorge immediatamente di aver smesso di fumare”, nella parafrasi jeanpauliana. E non solo Fichte, c’è già, in nuce, Heidegger. La “Chiave” fichte-leibgeberiana parte domandandosi anch’essa, con Pilato a Praga – ma la location non importa – “che cos’è la verità”. Con lo scongiuro (un segno di croce?): “Il cielo – che sono io – mi consenta di divenire comprensibile”. Per un improbo: “Non-Io e Io, oggetto e soggetto, sono i gemelli simultanei della Aseità”. C’è anche Dio-madre, con tutto l’occorrente: “La ragione esige un Essere incondizionato, una realtà infinita che pone se stessa, il cui prodotto è ogni realtà finita”. Questo Essere “i parroci di campagna chiamano Dio dei Padri”, e qui sbagliano: “In quanto incondizionata, la ragione può cercare la verità assoluta – sua figlia – soltanto in, e presso la madre, cioè in se stessa, nel puro Io assolutamente causante. Se si pone questa bambina fuori di se stessa, la si rende madre di sua madre”.
Retzlaff ci trova tutto il primo Marx, gran lettore di Jean Paul: l’alienazione e il feticismo della merce, “i termini cardine della critica delle merce nel primo volume del «Capitale»”, molti studi sono stati fatti in argomento. E poi dopo: “L’uso metaforico delle Charaktermasken (termine che origina nella Commedia dell’Arte), come parametro di una sociologia dei ruoli ante litteram, e il termine Fetichismus per descrivere l’autoriduzione delle società evolute a un primitivismo percettivo, risultano decisive per la sociologia del tardo Marx”. Ci trova anche Foucault, i capitoli centrali de “Le parole e le cose”, a proposito della “fine del pensiero classico”, quando il pensiero, nel passaggio dal valore d’uso al valore di scambio, dalla cosa in sé rappresentabile alla rappresentazione della cosa, ”non è più congruente con il sapere pragmatico e con la sopravvivenza del mondo reale”. Nonché un’anticipazione dell’inconscio, il “risvolto” della ragione. E le varie “miserie” su cui Marx si è esercitato? E Nietzsche? Ben prima dello Übermensch Jean Paul aveva coniato l’Überchristentum, come quello per il quale “al posto di un Dio, il cuore possiede un Cristo, anzi persino una Maria”. Quanto a Fichte, il suo tutto Io è progenitore, non fortuito, della “ideoplastia” di Bozzano – il pensiero creatore del parapsicologo genovese, a cui tutto è riconducibile, anche la materia.
De Conciliis rileva, a sostegno dello spessore filosofico delle apparenti stravaganze jeanpauliane, l’intimo legame dello scrittore col filosofo F.H.Jacobi, cui il libello è dedicato: “Un primo, anziano doppio di Jean Paul”, come lui polemista agguerrito, nemico dei sistemi logici, contemporaneista acuto, dopo che i due avevano condiviso nell’infanzia e la prima giovinezza l’ossessione dell’aldilà e il soprannaturale. Il Leibgeber che spinge Fichte, e l’Io di Fichte, al ridicolo è naturalmente Jean Paul – alla lettera è l’incorporatore, quello che dà vita, il plasmatore. Il libello è successivo alla polemica – il secondo dei tanti Streit accademici teutonici, dopo quello delle Facoltà, che coinvolse Kant - sull’ateismo di Fichte, nel 1798-99, che portò all’allontanamento del filosofo dalla cattedra a Jena. Ma non è ingeneroso. Né superficiale – anche se indigeribile alla filosofia laureata: Jean Paul amava Fichte, e Fichte rispettava lo scrittore, comprese le ambizioni filosofiche della “Clavis”. E anche questo è un altro miracolo: non c’è più la filosofia di una volta?
Jean Paul, Clavis fichtiana seu leibgeberiana, Cronopio, pp. Pp. 131 € 12,50

giovedì 6 febbraio 2014

L’anema e core della barbarie

Ottanta secondi per uno scippo sono tanti. C’è tempo per richiamare l’attenzione, intromettersi, chiamare il 113, aiutare la vittima. Non a Napoli, dove nessuno si occupa della donna aggredita, nella videoripresa in rete, giusto un mendicante, per giunta “extracomunitario”. Mentre qualcuno rimette volenteroso in sella lo scippatore, caduto con la moto. 
Napoli è oltre ogni bontà. Nell’estate del 2008 ci fu - rilevata solo oltralpe – la Napoli che si faceva il bagno indifferente accanto al cadavere di due ragazze annegate. Un episodio eccezionale anche allora, che però è la realtà quotidiana, seppure meno stridente. Quante videate non abbiamo visto in questi anni di sparatorie e altre violenze a Napoli senza che nessuno si curi della vittima?
Napoli si vuole sempre nobilissima e anema e core – gli stereotipi di cui è vittima, che un’intellettualità vacua le ha cucito addosso. Mentre è a tutti gli effetti la vera città metropolitana italiana, senza cuore. Quando l’Italia dopo la guerra scopriva l’America, scoprì che a New York la gente andava di corsa, senza curarsi del morto sul marciapiedi. Napoli è la New York italiana. L’unica differenza è che New York è cambiata, si è umanizzata, Napoli no

Se l’aforisma non morde

Non si ride molto nella letteratura tedesca. Ovvero sì, ma sul genere satirico. Cattivello, puntuto: genere tedesco si può dire quello gnomico, aforistico, epigrammatico, di Lichtenberg, Jean Paul, Nietzsche, gli stessi Goethe e Schiller - l’uno con le corpose “Massime e riflessioni”, entrambi con gli “Xenien”, stroncature in distico, poco meno di un migliaio - e fino a Kafka. Il pensiero corto - cioè lungo: “Brevità di discorso produce vastità di pensiero”, Jean Paul.
Hebbel è celebrato aforista. Che dice l’umorismo l’“unica nascita assoluta della vita”. Ma non fa per lui. Uomo  peraltro non simpatico, e anzi per certi aspetti spregevole – il denaro, le donne. Non comunque in questa scelta, benché curata dall’ottimo Brendel – che va meglio per Schubert, anche per Chopin, il poco che ne ha eseguito. Gode ancora di buona fama per il dramma “Giuditta” - benché abbia qui un paio di moralità antisemite - ma questo non lo assolve.
Friedrich Hebbel, Giudizio universale con pause, Adelphi, pp.166 € 12

mercoledì 5 febbraio 2014

Letture - 161

letterautore

Capitalismo – C’è ora un Madoff per tutto, il “Madoff dei Parioli”, etc., per ogni uomo di denaro che promette guadagni folli, salvo ritrovarsi senza il capitale. Non il ladro che scappa  ma un “mago della finanza”: qualcuno, più spesso una persona spiritata, che pensa di avere il segreto della ricchezza, lo vuole, ne è certo. Nell’alveo della ricchezza (denaro) come magia. Non assurdo come sembra, e anzi istituzionale, nella sociologia più avveduta del fenomeno.
Il Madoff di Conrad, il protagonista occulto del romanzo “Chance”, è uno che chiama Thrift tutte le sue finanziarie. Il thrift, il senso della vita risparmioso, intento col denaro a produrre altro denaro invece che a spenderlo, è il motore del “capitalismo protestante” di Max Weber, l’accumulazione costante. Altre sociologie della ricchezza, da Mandeville a Sombart, mettono al centro dell’accumulazione la spesa, e anzi il lusso, il dispendio. Ma non convincono, sembrano paradossali. La teoria di Max Weber è la più accreditata - nelle contrade latine, cattoliche, anche a motivo dell’anticlericalismo che consente.
È peraltro per il senso dell’accumulo che lo scandalo si crea. Il protagonista di Conrad è convinto, spera, sa che se si aspetta ancora lui saprà rifarsi e ripagare tutti. E in effetti in tutti gli scandali, è sempre incerto il momento in cui la speculazione va arrestata: non c’è un limite fra lecito e illecito. Il diritto commerciale e fallimentare ne prevede alcuni, ma è sempre l’autorità che trova o impone d’imperio un limite, magari su denuncia o imposizione di una parte avversa – così con Calvi, Gardini, Tanzi, etc. La finanza si vuole ed è creativa.

Classici – Tocqueville li ridimensiona elogiandoli (“La Democrzaia in America”, II, cap. 15) – o ne dà la giusta dimensione: “Se gli scrittori (antichi) hanno qualche volta mancato di fecondità nei soggetti, di arditezza, di movimento, di generalizzazione nel pensiero, hanno però sempre espresso un’arte e una cura ammirevole dei particolari”. Minuziosi, non profondi.
O non sarà questa la classicità, il fondo della sua capacità di rivivere? Una dimensione “giusta”, non nel senso della storia come freccia, che non  c’era nella classicità. Quello di Tocqueville è infatti un giudizio ottocentesco, della storia in corsa.

Dialetto – È “l’amico di casa” che ora ci manca, diceva Heidegger, che per questo s’impegnò in un breve scritto sul poeta popolare vernacolare Hebel: “Erriamo oggi in una casa del mondo alla quale manca «l’amico di casa»”.
Ma è di riappropriazione che si parla. Heidegger ebbe forte, specie dopo gli errori con Hitler, la componente locale familiare, sveva, alemanna, per il senso della vita e dello stesso filosofare: il radicamento, la lentezza. Hebel, poeta della Foresta Nera, trascorse metà almeno della sua vita lontano. La sua poesia è della  nostalgia e della riscoperta, la lingua del paese – meglio, il linguaggio – è rivissuta, e riapprezzata, in controluce. Rivive come ritorno.
Heidegger “usa” Hebel a suo modo, quasi che il dialetto fosse la chiave per “portare alla parola”. Con ciò intendendo l’origine del linguaggio: “«Portare alla parola» significa: innalzare la cosa non parlata e non detta nella parola e far apparire delle cose nascoste fino ad allora tramite il dire”. Ma sa che il segreto del dialetto è di essere stato assunto nella lingua: “Hebel è riuscito a inserire la lingua del dialetto alemanno nella lingua standard e scritta. In questo modo il poeta fa risuonare la lingua scritta come pura eco del dialetto”. Pura forse no, e neanche eco, ma familiare sì.

Fiamminghi – La pittura fiamminga fu spregiata in Germania fino a tutto l’Ottocento. Per la tedesca Empfindung, la sensibilità, era un’arte troppo realistica – “un realismo troppo crudo corrispondente, in letteratura, allo stile basso o sermo humili” (Eleonora de Conciliis). Inadatta, come tecnica e finalità, alla raffinatezza che si vuole dall’arte.

Luoghi comuni -. Kafka, nel saggio a lui dedicato da Deleuze e Guattari, che ne f anno il campione della “letteratura minore” (“Non c’è i grande, e di rivoluzionario, che il minore. Odiare tuta la letteratura da maestro”), ne sarebbe la talpa, nel racconto omonimo e non solo, e la spia. Conscio – oppure no? per caso – che rifiutare, evitare, sottovalutare gli stereotipi è la via maestra per finirvi dentro. Che la scrittura “che dice” ne fa, al contrario , un punto di partenza.
Che vuole essere un paradosso, e lo è.

Storia – “Oltre 500.000 libri di storia in lingua inglese per tutti coloro che amano conoscere e ricostruire le vicende storiche e politiche dall'antichità ai giorni nostri” – li promette la libreria online Ibs. E nelle altre lingue? Un milione, due milioni di libri di storia avvolgono la terra? Oggi, e ieri?. 

Tedesco – Si pensa egemonico, anche linguisticamente, anche nelle menti più considerate, anche per errori grossolani. Kant, trovandosi in presenza di nomi similari in farsì e in dialetto, derivati dallo zoroastrismo, ne conclude senza più che “l’attuale persiano contiene una gran quantità di parole provenienti dalla lingua tedesca”.

letterautore@antiit.eu

Il bacio sparito

“Il bacio in bocca è insieme un atto fisico e metafisico”. Una delle poche forme di “libertà dell’essere nell’amore”. Per questo associato, “nell’epoca teologica”, a un “bacio di Dio”. Con condimento di Heidegger – e Agamben: se la morte di Heidegger è “lo scrigno del nulla”, il bacio non sarà “uno scrigno dell’essere? Oggi, nell’epoca “economica” che Amleto presagiva, degradato e quasi abolito.
Che credito dare al teatrante filosofo, allievo di Gadamer e Severino? Tale Ricordi si professa. Domenica Verdone ha cercato di spiegare a Fazio la tecnica del bacio. Senza successo, benché la sparring partner fosse Paola Cortellesi. C’è dunque un tecnica del bacio, Hollywood ne aveva dato le misure col codice Hays, con più precisione che Alfonso de’ Liguori a uso dei confessori. E c’è, ora, anche la filosofia?
Sul fatto, Ricordi ha ragione: Fazio non c’è riuscito. Si può obiettare: chi darebbe un bacio a Fazio? Ma è più di un fatto personale, è un segno dei tempi: non c’è più il bacio a teatro, per la prima volta nella storia, dopo che Brecht, il più importante drammaturgo del secondo Novecento, lo ha abolito. L’epicedio lo ha celebrato Tornatore, “Nuovo Cinema Paradiso”, col collage finale dei baci rubati. A meno di non ridurlo a pratica feticista – ma allora minore, rispetto a quanto il web esibisce: il bacio in bocca mal si acconcia al sesso.
Un’altra cosa certa della riflessione è la scorribanda nel grande teatro dove il bacio ricorre: gli effetti sono spesso sorprendenti. A partire da Shakespeare – nella tragedia greca il bacio era inibito, come la morte in diretta. E dalle  sue preziose rime baciate: come la rima baciata è il fondamento della poesia in tutte le lingue, il bacio è “in fondamento ancestrale del nostro linguaggio”, e “la rappresentazione teatrale, pertanto esistenziale, della vita”. Insomma, “il bacio è la vita”. Officiante Leopardi – sì, quello di Recanati (Consalvo”, “Amore e morte”, “Il pensiero dominante”). Con Kleist e Foscolo. Se non che già Amleto presagiva brutti tempi con l’“economia”. E questo è avvenuto: se non l’apparizione, la sparizione del bacio in effetti è epocale.
Sicuramente avvincente è peraltro la parte teatrale. Di Brecht – e dello stesso Heidegger, insensibile all’amore: la desertificazione che Brecht ha operato, non solo dell’amore, di ogni sentimento, compreso quello del denaro o del potere, nella retorica della necessità, fuori e contro la libertà, in cui ha avvinto il mondo, con sapienza, per mezzo secolo buono. Attraverso il teatro, che “implica un accadere «qui e ora»”, e “appartiene alla nostra condizione umana di dramatis personae”. Una  filosofia del teatro urgerebbe di più.
Franco Ricordi, Filosofia del bacio, Mimesis, pp. 99 € 5,90

martedì 4 febbraio 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (196)

Giuseppe Leuzzi

Fotoritratto lusinghiero a colori su tutti i giornali, e rete mobilitata, per le ministre europee della Difesa riunite a Monaco di Baviera. Tutte del Nord: Norvegia, Svezia, Olanda , Germania. Una novità, una conquista, le donne al comando delle forze armate.
Le prime ministre della Difesa si erano avute in Francia, Michèle Alliot-Marie nel 2007, e in Spagna nel 2008, Carme Chacòn Piqueras, Donne anche belle, Chacòn pure giovane e in attesa. Ma la novità viene sempre dal Nord. La libertà e tutto – le latine si sa che sono sottomesse.

Il viaggio in Italia, e più al Sud (più “pittoresco”), è stato a lungo un genere letterario. In Calabria, per es., si veniva per tre cose: ignoranza, sporcizia, povertà. Ma com’era il resto d’Europa nel 1820, nel 1840, nel 1860. Londra, i più affezionati londinesi, Virginia Woolf in “Flush” per esempio, ne fanno una cloaca, di malfattori. È dopo il 1860 che inizia la “differenza”. Dopo l’unità d’Italia.

La Lega letteraria
Ronconi rifà “La Celestina” a Milano rifacendosi a Gadda. Che ne ha accennato in breve in un articolo. E non a Corrado Alvaro, che della “Celestina” fu il traduttore, e un lettore tanto più perspicace. Gadda si limita a osservare che la “Celestina”, essendo lunga 21 o 22 atti, andava accorciata. Alvaro si può leggerlo nella recensione di Cordelli:
Gadda avrebbe dovuto essere il traduttore di “La Figlia di Celestina”, di Salas de Barbadillo, per la collana “Corona” di Bompiani, di classici popolari. Ma era traduttore indolente e “La figlia di Celestina” fu poi pubblicata dalla Bur.
Dunque, un milanese indolente e un calabrese colto: come la mettiamo? Si capisce la scelta di Ronconi, per il Piccolo di Milano: c’è il leghismo anche in letteratura.

La mafia è repubblicana
U.Eco sancisce, “Sugli specchi”, p. 80, una sorta di genealogia letteraria della mafia nel racconto di avventura. Citando i “Beati Paoli” di Felice Bisazza, 1840, che, a differenza di quelli di Natoli, campestri,  pre-borghesi, sono medievali. La mafia avrebbe i suoi quattro quarti cavallereschi, nobiliari, baronali. Si può anche dire di più. Era stato un giornalista di Licata, Vincenzo Linares, un quasi compaesano di Camilleri, a inventarsi quattro anni prima, nei due numeri di Natale di un periodico che editava a Palermo, “Il vapore”, i Beati Paoli medievali. Bisazza si era limitato a metterli in poesia. Ma, 1836 o 1840 poco importa, o Linares e Bisazza: erano quella un’epoche di regni e principati, malgrado la Rivoluzione. Con corti, investiture e alberi genealogici. La mafia invece è repubblicana. Proprio, della Repubblica: la mafia dei terreni, degli appalti, della droga e dell’usura (credito) è della Repubblica. Quella siciliana e quella camorrista a partire dal dopoguerra, quella ‘ndranghetista è recenziore, a partire dagli anni 1960, ed è andata praticamente impunita per mezzo secolo, benché diffusissima.

L’imprenditore è meridionale
“Napoli «esporta» la migliore classe imprenditoriale”, titola “Il Sole 24 Ore” domenica 26, sulla base della rilevazione periodica della Camera di Commercio di Milano. La Calabria e la Sicilia detengono il record dell’imprenditorialità esportata in rapporto a quella locale: circa il 50 per cento. Si va dal 41 per ceto di Catanzaro, via via, passando per Reggio, Caltanissetta, Enna, Vibo Valentia, al 50,1 esatto di Crotone, la provincia più deprivata – o più ferace - di imprenditori. Sarebbe anche ovvio: Napoli, il Sud, è posto d’emigrazione, e i migliori emigrano, chi ha voglia di fare in particolare. Ma non tutti i fatti vengono accertati-accettati – il Sud è indolente, fatalista, statalista (il “posto”), etc..
Delle prime quindici province di origine degli imprenditori censiti – il dato è del secondo trimestre del 12013 – sette sono meridionali, e poi c’è anche Roma: “La più generosa è Napoli che, con quasi 108 mila capitani d'impresa in trasferta, è seconda nel Paese alla sola Milano che ne conta appena 6mila in più (114mila). Roma è terza con poco più di 75mila, Torino quarta con 57mila. Seguono Bari e Palermo. Il risultato di Napoli, Bari e Palermo è eccezionale anche in rapporto alla popolazione di riferimento, al numero delle persone.
Tra le prime quindici rientrano anche Salerno, Foggia, Reggio Calabria e Catania. Foggia e Reggio anche in quota maggiore se gli imprenditori si rapportano alla popolazione di origine.
Tutto scontato, invece, il seguito della rilevazione. Che al Sud l’imprenditore è meridionale: poche opportunità, troppi vincoli al’ingresso, bassissimo gradimento. Il Nord invece si avvale molto delle energie e le intelligenze di altra provenienza.
L’indicatore di sviluppo regionale pro capite della Confindustria – che guarda a quindici diversi elementi, non solo al Pil – dà 77 al Sud,  fatta pari a 100 la media nazionale, contro un 112 al Centro-Nord: “Questa forbice, compresa tra la Lombardia con 120 e la Campania con 69, spiega la poca capienza del tessuto economico meridionale e giustifica quello che lo studio camerale definisce «livello di autoctonicità»: il rapporto tra il totale delle cariche detenute da esponenti locali e il totale delle cariche disponibili nelle singole province”. A Bari l’autoctonicità è del 91,4 per cento, a Milano del 48,6 (ancora minore a Monza e Prato, incubatori d’imprenditorialità “di massa”.


Il ritorno – o nostos
Il tema dell’infanzia Cesare Pavese coniuga sempre con le radici: “Dovunque ha vissuto un ragazzo, dovunque lui ha posato gli occhi, si è creato qualcosa che resiste nel tempo e tocca il cuore a chiunque abbia negli occhi un passato”“Feria d’agosto”, cap. IX. E lo ribadisce tal quale in “Fuoco grande”, scritto con Bianca Garufi negli stessi mesi in cui si pubblicava  “Feria d’agosto”, edito postumo nel 1959  – un racconto ambientato a Maratea: “Non esiste paesaggio vuoto: dovunque ha vissuto un ragazzo…”.
Belinda Cannone, “parisiciliana”, fa delle origini una sorta di marchio indelebile, - “Il sentimento d’impostura”, p. 99: si ha “l’impressione che, al fondo, gli uomini credano alla «naturalezza» della loro identità: importa poco ciò che hanno fatto di se stessi, si credono afferrati dalla propria «natura», segnati dalle proprie origini”.
Ma non è detto. “Io ora mi sento fuori”, dice Carla Cohn a Eliana Di Caro (“Sole 24 Ore” di domenica 26 gennaio), 87 anni, a Roma “da una vita”. Dopo aver ripudiato la Germania natale e familiare, che la imprigionò bambina e ne uccise i genitori, e dopo Israele, dove aveva cercato conforto uscita dal lager e non lo trovò, e tentativi non riusciti di radicamento a Parigi e negli Usa. “Alla fine ho scelto l’Italia perché mi era piaciuta, ero stata brevemente a Bologna dopo la liberazione”. Si è sposata, e ci vive da mezzo secolo, comodamente e rispettata, apprezzata autrice di memorie, sulla deportazione e dopo. Ma, “certo”, conclude, “oggi non ci verrei. C’è crisi, c’è una situazione confusa, mal organizzata, ma ora sono qua, non posso più emigrare, dove vado”. Il radicamento è anche in virtù della forza delle radici. Oppure si può dire il nomadismo una forma di radicamento, la mobilità.

leuzzi@antiit.eu

Una fantasia maschile, Medea

È maschile il complesso di Medea, la madre che uccide i figli? È maschile la fantasia della donna che la gelosia divora, e divora a sua volta il maschio divorandone i figli. “Complesso di Medea” Jacobs definisce l’impegno materno a distruggere il rapporto tra il padre e i figli come un’“uccisione” simbolica e plurima, dei figli col padre. Dopo una separazione (è il caso della moglie di Berlusconi) o un abbandono: è il caso ora di Woody Allen.
Da vent’anni Mia Farrow accusa Woody Allen, dopo la di fine di una lunga relazione, di pedofilia e incesto.  Dopo che il comico troncò la relazione con l’attrice, e sposò una figlia adottiva, figlia di lei, non di lui. Le accuse di stupro ha fatto reiterare ora da un’altra figlia adottiva, Dylan, figlia di entrambi, che all’epoca aveva sette anni. Con una testimonianza montata in video, che ha già portato a un processo, ed è stata dismessa perché evidentemente artefatta – la ragazza non ricordava le battute, la ripresa veniva interrotta perché Mia gliele suggerisse, e poi veniva ripresa.
Woody Allen viene riaccusato “ora”, cioè alla vigilia degli Oscar che avrebbero dovuto premiare il suo ultimo film, “Blue Jasmin”. Tutto calcolato. Normali intemperanze post-coniugali. Non fosse che i giornali ce ne impongono paginate. Con opinioni, divagazioni, ricostruzioni, esilarazioni, questo il curioso, maschili. L’argomento dovrebbe interessare le donne, e invece interessa solo gli uomini.
Sul fatto non ci sono dubbi. Mia Farrow è una “pazza”. In senso proprio. È una che si accredita moglie di Allen per dodici anni mentre non ha dormito una sola notte in casa di lui, né lui in quella di lei. Che il figlio Ronan, l’unico suo naturale, che ha gestito, fatto nascere e cresciuto come figlio di Woody Allen, poi ha accreditato figlio di Sinatra - che all’epoca era sposato.  È sempre stata “tempestosa”. E ora fa Medea. Però, può farlo – ormai sono vent’anni che si esercita, dal 1992 – perché è creduta: agli scrittori e giornalisti che ce la ripropongono “piace” perché è eccessiva.

La Resistenza che non si poteva dire

Riesumato nel 2001, su impulso dell’allora presidente Ciampi che volle “ricostituire” una memoria unificata della Resistenza, finalmente pacificata, è stato per mezzo secolo l’unica testimonianza dell’eccidio di Cefalonia. Dei 12 mila fanti, alpini, artiglieri, carabinieri, marinai, che i tedeschi fecero prigionieri dopo l’8 settembre, e poi trucidarono nelle forme più barbare. Prima – prima di Ciampi – non se ne poteva parlare.
Venturi, avendo abiurato al Pci nel 1958 (per questo rimosso, subito e per sempre, dall’olimpo letterario), scrisse per prima cosa questo romanzo della Resistenza militare. Rispetto alle ricostruzioni documentarie successive ha meno particolari agghiaccianti, ma il racconto della barbarie c’è tutto.
Marcello Venturi, Bandiera bianca a Cefalonia

lunedì 3 febbraio 2014

Ombre - 207

Sessanta miliardi è il prezzo della corruzione in Italia, stima l’Unione Europea. Sessanta l’anno. Di soldi pubblici, naturalmente.  Ma nessuna spending review ci mette mano: gli appalti sono sacri.

“Juve irresistibile” in prima, “Gol e spettacolo, travolta l’Inter”. Va bene Marchionne. Va bene FCA a Wall Street, a Londra e ovunque. Sono anche buone, le macchine Fiat. Dimenticata è la Volkswagen, e i favori maligni degli arbitri, il “Corriere della sera” non vede che Torino.  Da Torino sono arrivati gli unici soldi veri dell’aumento di capitale che tiene in vita l’azienda – l’aziende “Corriere della sera”, l’orgoglio di Milano.

Non risparmia Fazio i segni d’insofferenza alla presidente della Camera Boldrini. Che dice cose gravi: i grillini incitano alla sovversione, i grillini incitano allo stupro. Fazio la lascia parlare sola – si volta indietro, si sdraia inerte, non interloquisce, guarda altrove. E alla fine improvvisa (leggendo) una fantomatica privatizzazione della Banca d’Italia. Che Boldrini, sottinteso, avrebbe favorito - dall’estrema sinistra?
Fazio forse non sa quello che dice (legge). Ma alla Rai?

Sessismo, squadrismo, antiparlamentarismo, immigrati a mare, e libri bruciati: Grillo non ci risparmia nulla del fascismo. Ma i vestali dell’antifascismo, sempre in allarme, non glielo rinfacciano. Quando il fascismo  è vivo, i gatti ronfano.

“Il Sole 24 Ore” avvia la vendita in edicola di una serie intitolata “Roma e l’impero”. Il primo volume, cartonato, è offerto per niente, € 4,90. La cosa non è insolita, le enciclopedie in genere esalano l’ultimo re spiro in edicola. Ma questa seria non ha la prefazione (la “cura”) di U. Eco.

D’Alema, Polito, il senatore Corsini, tutti Pd ecx Pci, si spostano fino a  Castenedolo, non proprio alle porte di Roma, per festeggiare Fini che ha scritto un libro contro Berlusconi.  In un chiesa, com’è giusto. Per parlare male di Renzi. Ma Fini non è l’ultimo segretario del Msi, che Berlusconi portò alla democrazia? Dio li fa e loro s’accoppiano.

Dispiace per Polito, che è analista acuto. Senza senso del ridicolo?

La Guardia di Finanza denuncia Angiola Armellini come evasore fiscale. Con violenza, nei numeri e i nei capi d’accusa. Mentre l’imprenditrice non lo è:

L’accusa è mossa di venerdì, in modo da avere un wek-end di vilipendio sui media. Angiola Armellini è una novità, in genere al ludibrio venivano additati gente dello spettacolo e dello sport, Sofia Loren, Pavarotti, Tomba, Valentino ossi.
La Guardia di Finanza sa che l’evasione non si combatte con gli sghignazzi. Perché lo vuole far credere?

Tocqueville? Luciano Canfora lo riscopre rileggendo Saffo: gli scrittori antichi “se hanno qualche volta mancato di fecondità nei soggetti, di arditezza, di movimento, di generalizzazione nel pensiero, hanno però sempre espresso un’arte e una cura ammirevole dei particolari”. E lo promuove: “Bravi, questi vecchi liberali!”. Paterni, questi vecchi stalinisti. Coi morti. Dopo averli liquidati.

Schumann era Jean Paul, in musica

Schumann, che fu indotto a fare musica, diciottenne, dalla lettura dei “Flegeljahre” di Jean Paul, gli anni dell’incertezza, una parodia commossa dei vari “Anni” di Goethe, lo sente rivivere anche in Schubert: “Schubert è Jean Paul… espresso in musica”. E in Beethoven: “Quando sento la musica di Beethoven , è come se qualcuno stesse leggendo Jean Paul per me”. Di più l’avrebbe sentito in Mahler, che sul “Titano”, il romanzo di Jean Paul, compose la sua prima sinfonia, e più in generale alla poesia e alla favolistica si ispirò per le sue composizioni più elaborate e celebrate come la Sinfonia n.2.
Jean Paul è stato a lungo lo scrittore più amato in Germania. Schumann ne sarà ispirato tutta la vita, fino in manicomio. Dopo essersi a lui ispirato per questi “Papillons” per piano, una delle sue prime opere musicali, e successivamente, nota Sams, che cura questo ripescaggio,  per“molti altri capolavori pianistici nello stesso stile e genere, come «Carnaval» op. 9”. Per due intime connessioni: “Jean Paul si rispecchia in tutte le opere di Schumann, ma ogni volta in veste di due personaggi (come) Vult e Walt” in “Flegeljahre”, i due fratelli innamorati della stessa ragazza, Wina. L’introverso e l’estroverso, come gli schumanniani Florestano e Eusebio.  Comune era anche l’espressività di parole e musica congiunte, fra Jean Paul figlio di padre musicale, e Schumann figlio di padre letterato. Non la poesia musicata, dei lieder, cori, oratori, messe, ma la notazione musica connessa alla poesia – u proceso d’immedesimazione che Mahler condividerà con Schumann.
 “I «Papillons» sono di fatto intesi come trasposizione di questo ballo in maschera in musica”, la scena al cap. 63 dei “Flegeljahre”. Per meglio aderire al testo di Jean Paul, Schumann si fece in bella calligrafia dieci estratti del capitolo – che Sams qui riproduce.  E lavorò alla sua composizione con continui riferimenti al testo. In particolare all’ultimo estratto, sul “ballo en masque” come “il più alto simbolo di poesia allusiva” – il rimescolamento di aristocratici e rozzi, vecchio e nuovo, delle stagioni, delle religioni. Salvo evitare di dirlo, nota Sams, dopo le prime uscite imprudenti con i familiari, gli amici e i critici: la sua musica era e sarà “un complicato ibrido verbale musicale”, ma, come già “sapeva per amara esperienza personale, tutta la sua concezione di un’espressività musico-verbale sarebbe tata accolta con risentimento e poi rigettata”, e quindi “non lasciò traccia del debito verso Jean Paul nello spartito pubblicato”.
Sams, all’origine musicologo, commenta qui lo spartito lungamente per ognuno dei suoi dodici piccoli movimenti. Dopo aver dato, con piacevole filologia, molti lumi sulle criptografiche musicali di Schumann, che ne era appassionato, un po’ per gioco un po’ per follia. In particolare su “Sphinx”, successione di lettere e numeri musicali, “(rintracciabile anche in Jean Paul)”, e su “Larve”, latino e poi tedesco per maschera – di cui c’è molto uso in “Flegeljahre”: Sphinx è anche “il nome di un genere di falene”, Larve sta per larva-bruco-farfalla. Un terzo elemento di comunanza tra Jean Paul e Schumann andrebbe aggiunto, la passione verbale, preziosa, ironica scherzosa, oggi di direbbe decostruttiva.
Erik Battaglia, che edita questo studio di Sams in memoriam, un ritorno di fiamma a Schumann dopo una vita dedicata a Shakespeare (tre libri e cento saggi), menziona più di un riferimento successivo allo stretto rapporto del compositore con Jean Paul. In particolare il saggio di Eric Frederik Jensen, “Explicating Jean Paul-Robert Schumann’s Programme for «Papillons»”, e l’edizione Henle della partitura, a cura di Ernst Hettrich.
Eric Sams, Robert Schumann-Jean Paul: Papillons, analogon, pp. XIV +  28 (con partitura) € 12

domenica 2 febbraio 2014

Renzi rosso

Non è stato votato da molti, ma è stato l’eletto del Quadrilatero, le regioni “rosse”. Un’elaborazione di “Lotta comunista”, sui dati delle primarie democratiche forniti dalla commissione elettorale del partito, conferma che la partecipazione alle primarie di dicembre è stata la più bassa della serie. E che Renzi è il candidato di nemmeno due milioni di votanti. Ma mostra anche che Renzi ha avuto soprattutto il voto delle regioni “rosse”.
Nel Quadrilatero, che rappresenta un terzo abbondante di tutti i partecipanti alle primarie, Renzi ha avuto quasi due quinti del voto, il 38,2. Come a dire che “tutti” gli elettori di Emilia e Toscana hanno votato per Renzi. E, in parallelo, che la “vecchia guardia” dei D’Alema-Bersani è stata rimossa, se non sradicata.
Nelle altre macro-regioni, Triangolo, Nord-Est (le Venezie), Centro-Sud e Isole, Renzi ha avuto percentualmente meno delle quote di partecipanti al voto. Solo il Quadrilatero peraltro si è mobilitato per le primarie: rappresenta il 17,3 per cento dell’elettorato nazionale ed esprime il 25, 9 per cento, un quarto, dei voti per il Pd, ma la sua incidenza sulle primarie è stata del 34,6 per cento - e sul voto per Renzi, appunto, del 38,2. Debole invece la partecipazione al Nord, Triangolo e Nord-Est. Debolissima al Centro-Sud e nelle isole, comprese dunque le grandi città, Roma, Napoli, Palermo, Bari. 

Due solitudini, a quattro mani

“Focu focu! focu meu! focu randi meu!” è intercalare calabrese di scongiuro e lamento. Ora desueto – anche se esplose l’altra estate a un bar da designer a Catanzaro, minimal e freddo, a opera della cassiera tacchi dodici e ombelico scoperto, che, chiamata al cellulare mentre proponeva con lo scontrino le cartoline di un’amica concorrente a miss (“Non c’è bisogno di spedirle, non ci vuole il francobollo, basta una firma, ci penso io a inoltrarle, eh sì, bisogna combattere”), si scusò, e a chi la chiamava oppose un allarmatissimo “Focu meu! Focu meu! Fora gabbu”, fuori malocchio, magari all’aspirante miss. “Fuoco grande” è titolo editoriale, di Calvino, che ritroverà il dattiloscritto nel lascito di Pavese e ne sarà affascinato.
Riedito dieci anni fa con notevole apparato da Mariarosa Masoero, 40 fittissime pagine per 60 di testo, il racconto è di un’incapacità di amare, esito delle violenze in famiglia. O di  solitudini parallele. Esplose in un “ritorno a casa”, a Maratea. Un racconto che – altro inciso, pertinente - può avere ispirato il più noto “Simultan” di Ingeborg Bachmann, il titolo originario della raccolta della scrittrice austriaca ora nota come “Tre sentieri per il lago”, che anch’esso si svolge a Maratea, insolita location, con copione quasi identico. Famoso subito, alla pubblicazione nel 1959, con copertina importante di Guttuso, per essere stato scritto da Pavese a quattro mani con Bianca Garufi, segretaria della Einaudi a Roma nel 1945, di cui naturalmente lo scrittore s’era infatuato - poi andata sposa a Felice Chilanti. Un capitolo lui, “Giovanni”, uno lei, “Silvia”, lo stesso plot visto da lui e visto da lei - un meccanismo che due anni prima Giono aveva inaugurato in “Les Âmes fortes”. Su un’idea di Bianca Garufi.
La scrittura fu appassionata per sei-sette settimane tra febbraio e aprile 1946. Contornata da una corrispondenza febbrile, puntuta, piena di cose. Compresi i “rolling stones” del proverbio inglese caro a Erasmo e agli psichiatri della schizofrenia, “pietra che rotola non raccoglie muschio”, in anticipo quindi su Jagger. La febbre era alta: già da prima, da subito, da settembre 1945, Bianca aveva monopolizzato i diari (“Il mestiere di vivere”) e le lettere di Pavese. Che a lei si ispirava per le poesie “La terra e la morte” (“poesie d’amore” - Calvino) e i “Dialoghi con Leucò”, pubblicati nel 1947. Quando uscirono i “Dialoghi”, Pavese li dedicò privatamente a Bianca. Ma intanto la fiamma si era spenta. Il racconto giacque non finito – cioè finito, è un racconto compiuto, ma non rispetto al progetto originario, di un romanzone borghese pieno di vicissitudini.
Pavese intitolava il racconto “Viaggio nel sangue”. E così è: la dose autobiografica è notevole. Nell’infatuazione prima: “Silvia era nata di terra e di sangue come penso alle volte che nascano i cavalli o i tronchi più belli dei boschi”. E poi nel disinganno. Come se Pavese avesse trovato nella co-autrice (che poi, dopo un’analisi con Ernst Bernhard, sarà stimata analista junghiana), la stessa incapacità di amare, anche se non  della stessa natura: una cosa che viene anch’essa dal “sangue”. È Silvia che glielo dice: “Hanno una loro sostanza le cose, a volte non si può scappare”.
Cesare Pavese-Bianca Garufi, Fuoco grande