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sabato 5 settembre 2015

La nostra emigrazione e la loro

Si capisce meglio la marea dell’immigrazione confrontandola con l’emigrazione di massa, italiana e europea, di fine Ottocento verso le Americhe, Australia compresa, e del Sud Europa verso la Germania e il Benelux nel dopoguerra. Analogo è lo sfruttamento del lavoro: per paga e orario, e per le condizioni psicosociali - l’alloggio in baracche, campagne abbandonate, hangar aziendali, oppure otto-dieci per stanza, e la solitudine-estraneità. Ma l’emigrazione era allora in cerca di lavoro e non via da guerre civili, tribali, religiose, e persecuzioni. E i flussi erano regolati: si partiva per le Americhe con il visto e il biglietto prenotato, e verso il Nord Europa protetti da accordi tra governi, per un minimo di tutela sindacale, su paga e contributi, per l’assistenza medica, e per la scuola dei figli. Col diritto al ricongiungimento familiare.
Sfruttamento
Oggi lo sfruttamento, seppure uguale, è anche diverso: si fa quasi a buon diritto, all’insegna della globalizzazione, dove il mercato del lavoro più povero fa il salario – è il senso anche della riforma tedesca del salario del 2005. Ma c’è di più: c’è un traffico di esseri umani, con un tariffario esoso e regolamenti feroci.
Le emigrazioni europee erano verso mondi culturalmente affini. Lo erano perfino politicamente, seppure solo in superficie. Oggi invece avvengono tra culture diverse, e anche antagoniste. C’è uno scontro di civiltà? Non necessariamente, nessuno lo ha dichiarato. Ma il mercato degli esseri umani è opera di culture, tutte riconducibili all’islam, che non lo hanno mai ripudiato. Mentre le civiltà cristiane di cui si è fatto spreco ieri al Lussemburgo, da parte di un’Europa che si è distinta per il rifiuto delle radici cristiane, pur proibendo da un paio di secoli lo schiavismo non fanno nulla per regolarlo nella sua forma attuale: vogliono una massa di lavoro inetta e indifesa.
Culture antagoniste
All’interno dell’Europa è uno scontro fra fascismo e democrazia? Il “fascista” Orban, che ha bloccato a Budapest gli emigranti in partenza per la Germania, lo ha fatto perché le (quasi) socialdemocratiche Austria e Germania avevano chiuso le frontiere. Dopo aver dichiarato che avrebbero accettato tutti i profughi dalla Siria, anche non perseguitati politici. In primo piano per una selezione rigorosa degli arrivi, anche di perseguitati politici, c’è la Polonia, il paese europeo che per primo e più largamente fruì del diritto d’asilo, subito dopo l’inizio del pontificato di Giovanni Paolo II, 1978. Il no dell’Est arriva a quasi sessant’anni esatti dalle emigrazioni in massa obbligate dalla Polonia e l’Ungheria dopo le rivolte democratiche di Poznan e Budapest.
Malvivenza

Non c’era allora il malaffare, oggi in primo piano. Per primo nel commercio del lavoro, specialmente intenso per quello illegale: il commercio ambulante, la prostituzione, lo spaccio. Poi nelle attività direttamente illegali: furti, grassazioni, frodi. Le cosche si erano costituite, negli Usa, in Canada e in Australia, autonomamente e – malgrado l’epopea del “Padrino” - come gruppi criminali, poco o punto organizzati, anche per la concorrenza delle altre cosche, irlandesi, ebraiche, di slavi vari. Ora le mafie sono preponderanti, in Nord Africa e Medio Oriente, Turchia compresa. Consolidate da oltre un quarantennio di indifferenza o collusione - da quando la prostituzione e la droga furono liberamente organizzate dalla Nigeria e il West Africa verso l’Italia – paese non solo remoto ma anche allogeno.

L'odio di Africo

Il titolo è un programma. E poco c’è d’altro. Stajano ha visto male Africo a fine anni Settanta, quando pubblicò il best-seller per la prima volta, e non si raccapezza oggi. Allora scambiò un traffichino, don Stilo, un prete democristiano, per un capo mafia. Per fare un favore ai giovani comunisti del paese, come candido ricorda oggi – lo ricorda con orgoglio. E se non parla di mafia non sa parlare d’altro.La postfazione che aggiorna il suo reportage insiste: fa di tutto mafia, anzi ‘ndrangheta per la precisione. E insiste poco elegante nella sua polemica con don Stilo, senza mai riconoscere di averlo infangato – Stajano è molto lombardo, in gara per supponenza con la zia Camilla Cederna.  Non si chiede nemmeno come sono finiti i “comunisti” che lo appoggiarono nel 1979.Per Africo un calvario senza fine. Cominciò Zanotti Bianco, l’unico onesto forse dei tanti benevolenti, descrivendo gli africoti spersi per la padania con una paglia in bocca per lenire la fame. Dalla lettura di Zanotti Bianco è germogliata questa “Africo” di Stajano. Che il sequel “Anime nere” della Rai ha fatto evolvere verso le teste mozzate – e più ne minaccia ora con un sequel dallo stesso titolo. Pare che agli africoti ciò piaccia (film = soldi). Ma quanto odio!  
Corrado Stajano, Africo. Una cronaca italiana di governanti e governati, di mafia, di potere e di lotta, il Saggiatore, pp. 190 € 20

venerdì 4 settembre 2015

Ombre - 282

Il papa che, vestito da papa, va al Babuino a comprarsi gli occhiali, richiama irresistibile il papa di Nanni Moretti. È l’arte che inventa la realtà. Ma non era ubbia da decadenti – fumatori di hashish, fornicatori, pedicatori, garofani verdi?

Però, il papa ha fatto al Babuino un miracolo. Ha trovato comodo il parcheggio, proprio davanti all’ottico.

“Il problema è portare pace e tranquillità in Siria e in Libia”: è sereno il premier inglese Cameron sul problema immigrati. Dopo averci portato la guerra, in Siria e in Libia. Diceva Tocqueville che la forza dell’Inghilterra era la sua nobiltà, in grado di capire e aggiornarsi. Forse troppo, se fa la cinica alla Le Carrè, piena di buoni propositi falsi.

Si comprano da qualche anno molti più calciatori stranieri, e più cari, che italiani. Che è anche logico, il mondo è molto più vasto dell’Italia. Ma anche i contratti di compravendita si fanno in terra straniera, meglio a Montecarlo e alle Bahamas. Ogni anno le squadre si rinnovano così per la metà – non si rinforzano, si rinnovano: non c’è altra spiegazione.

I profughi marchiati sul braccio, nella civile repubblica Ceca. Non si può dire che l’Italia non sia in Europa. Che brutta fine, però.

Il papa chiede l’amnistia per il giubileo. La risposta del silenzio è insolitamente fragorosa tanto è compatta. Il paese del buon cuore è diventato di legno, secco.

“La prima  mossa di Dall’Orto: Rai 4 in vetrina sul satellite”. Da non credere. Clarine, corni, tamburi, la lieta novella si divulga.
Rai 4 ora è gratis. Va sul satellite in vetrina per quelli che la tv la pagano.

Ma forse Dall’Orto non ha colpa. È che ora dispensa collaborazioni e consulenze, migliaia, diecine di migliaia.

Vincenzo e Loredana Spinelli, coniugi, parenti dei Casamonica, sono condannati a due anni e mezzo di prigione per delitto di parentela. Non altro. Non è possibile ma è avvenuto a Roma. Con giudizio per una volta eccezionalmente immediato.

Una troupe della Rai ha ripreso i coniugi Spinelli di nascosto. Vincenzo se n’è accorto, ha preteso le registrazioni, le ha cancellate, e ha restituito gli apparecchi di registrazione. Senza averli danneggiati. Circostanze non negate dalla Rai. Poi dice che non si fa la lotta alla mafia.

Dopo alcune pagine sulla Grecia che trucca i conti della  crescita, il “Corriere della sera” deve registrare un dato europeo che la certifica. Lo fa cambiando cavallo, da Federico Fubini a Giuliana Ferraino. Che però confina a poche righe, in una collocazione angusta – un caso unico di “breve” firmata.

Giovani Legnini, che Renzi un anno fa mise a capo del Csm (vice-presidente) chiede la riforma della giustizia e critica il corporativismo dei giudici, arroccati sui vecchi privilegi. Subito Firenze apre un inchiesta contro Renzi. A carico di ignoti, ma si indaga – si fa sapere che si indaga - come e perché il generale dell Finanza Adinolfi ha favorito Renzi nei suoi anni di comando a Firenze, 2011-2014. Non se, ma come e quando.

Come il comandante cittadino della Finanza può aver favorito il sindaco? Per complicità massonica? Per voto di scambio? Per corruzione? Tutte le ipotesi sono aperte. Poi dice che la giustizia è politica.

Firenze indaga Renzi senza indagarlo, giusto il poco che consentirà di pubblicare telefonate e pizzini infamanti, nel silenzio di Mattarella. Un altro presidente che ha paura del Csm, dopo Scalfaro e Napolitano? È il presidente della Repubblica, in teoria, il capo dei giudici italiani.

L’incommensurabilità di quanto patito dalle minoranze perseguitate sotto le più disparate latitudini, a partire dal ricorrente iniziale boicottaggio dei negozi del gruppo eletto a capro espiatorio, porta a sottovalutare, per pudica decenza di nemmeno lontana paragonabilità, il riproporsi (pur in miniatura) di taluni di quei meccanismi generatori: come il progressivo slittamento del linguaggio e il graduale smottamento delle condotte nell’agire politico”.
Il progressivo slittamento del linguaggio è di un editorialista del “Corriere della sera”.


Il linguaggio slittato è il corsivo del giorno del “Corriere della sera” una settimana fa. Tutto pur di non criticare Salvini. A opera di Luigi Ferrarella, pure buon democrat, del vecchio spe (servizio permanente effettivo).

L'Italia dei furbi

“L’Italia va avanti perché ci sono i fessi: i fessi lavorano, pagano, crepano”. I furbi se ne approfittano: “Non fanno nulla, spendono e se la godono”. Furia di gran successo semplicista, molto italiana.Non è il solo aforisma feroce – aforisma non come verità concentrata ma come battuta felice, che scalerà i secoli - di un nazionalista presto disincantato, alla vigilia del fascismo, da cui fuggirà in America. In questa operetta (qui arricchita da un saggio biografico), pubblicata nelle sue edizioni de La Voce nel 1921, è ancora tempo di sarcasmi, contro tutto ciò che è “italiano”: il compromesso, l’imbroglio, l’indulgenza, per primi verso se stessi. Sul principio che “i cittadini italiani si dividono in due categorie, i furbi e i fessi”.
Prezzolini manterrà fino alla fine una sorta di orgoglio protestante, che è il seme del disprezzo dell’Italia: quando tornò in Italia alla pensione, dopo una vita da professore negli Usa, scelse la Svizzera italiana. Molto “italiano” tutto questo, direbbe un Prezzolini contemporaneo - la pretesa di non essere riconosciuto sotto la mascheratura.Giuseppe Prezzolini, Codice della vita italiana, Robin, pp.96 € 10

 

giovedì 3 settembre 2015

Problemi di base - 242

spock

Che cosa pensa Dio quando non pensa?

E quando dorme – o Dio non dorme?

E sogna?

Non gli darà fastidio che il papa sia infallibile?

E perché ha creato i teologi?

Come sarà stato il suo sogno del mondo?

Si sognano cose belle e cose orride: mai nel mezzo?

Sogna il ghiro quando dorme?

spock@antiit.eu

Il lager è dei buoni sentimenti

 “Una delle tendenze della nostra epoca è di usare la sofferenza dei bambini”. Con pietà naturalmente, con un eccesso anzi di bontà. Ma con effetti sconcertanti: “In questa pietà popolare si guadagna  in sensibilità e si perde in visione. Se sentivano meno, altre epoche vedevano di più, anche se vedevano con l’occhio cieco, profetico, insensibile dell’accettazione, vale a dire della fede. Ora in assenza di questa fede siamo mossi dalla tenerezza. Una tenerezza che da tempo, staccata dalla persona di Cristo, è avvolta nella teoria. Quando la tenerezza  è separata dalla sorgente della tenerezza, la sua logica conseguenza è il terrore. Finisce nei campi di lavoro forzato e nei fumi delle camere a gas”. Bum! Sconcerto. Orrore anche. Ma la scrittrice “cattolica” per antonomasia è abrasiva e non recede: non è mossa dal cinismo ma dalla fede .
Il suo è peraltro lo stesso addebito che dello sterminio la Scuola di Francoforte faceva in contemporanea, con altre parole, all’illuminismo, alla ragione risolutrice – la buona morte, la morte degli incapienti, la morte degli inutili, le tabelle costi\benefici dei dottor Mengele. A un mondo, cioè, che altri scrittori potrebbero dire della scristianizzazione. Flannery O’Connor non lo dice, ma lo rappresenta, lo racconta – qui sono raccolti i suoi (pochi) scritti teorici, lei è soprattutto narratrice di storie, narratrice del Sud degli Usa, come Faulkner, McCullers, Caldwell, Tennessee Williams.  
La riflessione più radicale, irritante ma persistente, è questa. Nell’introduzione che scrisse a “Il mistero di Mary Ann”. La brutta storia della bambina brutta e ammalata, che doveva morire nei sei mesi e invece per dodici anni donò tanta felicità, che le suore che la accudirono raccontano maldestre, è profetica. Come abbiamo visto. Ma non senza motivo. “La morte è il tema di tanta letteratura moderna. C’è “Morte a Venezia”, “Morte di un commesso viaggiatore”, “Morte nel pomeriggio”, “Morte di un uomo”. Quella di Mary Ann fu  la morte di una bambina. Più semplice di ognuna di queste, ma infinitamente più rivelatrice”. Peggio infatti si fa con i bambini, una forma di sfruttamento. Nobile: “Ivan Karamazov non può credere finché ci sia un solo bambino che soffre; l’eroe di Camus non può accettare la divinità di Cristio per via del massacro degli innocenti”. Ma “in questa pietà popolare si guadagna in sensibilità e si perde in visione”. Che per Flannery O’Connor è potere profetico, capacità di rappresentare, di narrare. Non senza un connotato etico: si fa il bene non curando il bene stesso.
Il bene “pochi l’hanno fissato abbastanza a lungo da accettare il fatto che anche il suo aspetto è grottesco”. Si preferisce santificarlo, e questo è un male: “Le forme del male di solito ricevono espressione adeguata. Le forme del bene devono accontentarsi di un cliché o di una lisciatina”, Della devitalizzazione. Per questo motivo: “Viviamo in un’epoca che non crede, che è però spirituale in modo netto e disordinato. Esiste un tipo di uomo moderno che riconosce lo spirito dentro di sé ma non riconosce un essere al di fuori di sé che possa adorare come Creatore e Signore; di conseguenza è diventato lui stesso la sua questione ultima”.
La scrittrice americana morta giovane nel 1964 è tutto l’opposto della donna di sacrestia, benché essa stessa sempre ammalata, di una forma degenerativa incurabile. E anzi procede a ogni passo con acume, con l’accetta. Anche qui dove è tenuta ad argomentare su temi poco suggestivi: “Lo scrittore regionale”, “Narratore e credente”, “Gli scrittori cattolici”. È diventato lui stesso il suo problema in particolare lo scrittore, che finisce per rimescolare temi a programma, non cose e fatti reali, vissuti. Il narratore deve “dar corpo, creare un mondo dotato di peso e di spessore”. Narrare non è “dire” cose ma farle “vedere” al lettore, “mostrarle”. Del suo stesso lavoro, a chi gli obietta che i suoi personaggi parlano più spesso con Dio (veggenti, profeti di strada, creatori di chiese) che con le persone, e che per questo difficilmente otterranno l’attenzione dei lettori, risponde semplice: “Sto cercando di rendere il nuovo romanzo più umano, meno farsesco”.
Il problema del male, soprattutto, è argomentato in modo sorprendente, quasi indisponente, un po’ in tutti i testi. Flannery O’Connoir è passata alla storia, e si è voluta, scrittrice “cattolica”. Ma della religione fa la base per una lettura sorprendente del mondo: troppa bontà, senza Dio, porta al male. Non si pone il problema della “giustificazione di Dio”, il male è umano, e insidiosamente buono – saggio, risolutivo.
Compongono il volume cinque brevi testi omessi nelle precedenti raccolte italiane, di e\o e di minimum fax, alcune lettere non tradotte da Einaudi, e un saggio delle recensioni raccolte nel volume “The presence of Grace. Una scrittrice tradotta insomma di malavoglia. Più per essere scomoda – indipendente, anticonformista – che per dichiararsi cattolica? Sempre sul filo dell’imprevedibilità, anche se i temi assegnati (sono saggi in forma di interventi a convegni) non sono appetitosi, Con una traduzione “ricostruttiva” di Elena Buia Rutt, autrice dell’unica monografia sula scrittrice in italiano. E con una dettagliata introduzione di Antonio Spadaro, che vanta una lunga frequentazione dei luoghi della scrittrice – e la sente soprattutto in Nick Cave, e in alcune partiture di Springsteen, gli U 2, i R.E.M., Tom Waits.
Flannery O’Connor, Il volto incompiuto, Bur, pp. 173 € 9,50

mercoledì 2 settembre 2015

Letture - 226

letterautore

Comico –Flannery O’Connor lo lega alla “serietà” e alla “salvezza” – in “Narratore e credente”, nella raccolta “Il volto incompiuto”: un legame che può non essere vero nei fondamenti ma sì negli elementi induttivi. “O si è seri riguardo alla salvezza oppure no”, argomenta la scrittrice: “Ed è bene capire che la massima dose di serietà ammette la massima dose di comicità. Solo se siamo certi della nostra fede possiamo vedere il lato comico dell’universo. Una ragione per cui gran parte della letteratura contemporanea è priva di umorismo è perché molti di quegli scrittori sono relativisti e devono continuamente giustificare le azioni dei loro personaggi in una scala di valori provvisori”..
Ne consegue, però, che Voltaire non era relativista, e questo è possibile. Ma anche uomo di fede? Potrebbe essere.

Frammento – La sola lettura possibile oggi era così celebrata da Baudelaire “narratore”, “Lo spleen di Parigi”, scrivendone a Arsène Houssaye: “Mio caro amico, vi mando un’operetta di cui si potrebbe dire, senza ingiustizia, che non ha coda né testa, poiché tutto, al contrario, vi è insieme testa e coda, alternativamente e reciprocamente”. Una “combinazione” che offre a tutti “ammirevoli comodità, allo scrittore e anche al lettore: “Possiamo tagliare dove vogliamo, io la mia immaginazione, voi il manoscritto, il lettore la sua lettura”.  Baudelaire era per il levare - conclude infatti così la lettera: “Togliete una vertebra, e i due pezzi di questa tortuosa f antasia si ricompatteranno senza fatica”.

Letture intelligenti – Esistono, non sono un’invenzione di Scalfari all’“Espresso”. Giulia Villoresi riporta sul “Venerdì” una serie di studi scientifici importanti, che stabiliscono con solido apparato di ricerca l’effetto positivo della lettura sui comportamenti mentali. E più della lettura dei romanzi, opere cioè d’invenzione. Uno studio di Loris Vezzali, dell’università di Modena, documenterebbe che i ragazzi che hanno letto Harry Potter crescono con meno pregiudizi – la saga pullula di emarginati e variamente disastrati.
Più ancora influiscono, in positivo, i romanzi “buoni”: classici, creativi. Questo è l’esito di una ricerca pubblicata su “Science”, la Bibbia della scienza, da due ricercatori americani che si sono basati sulle intuizioni di Roland Barthes, “Il piacere del testo”, che distingue tra libro d’intrattenimento, o di piacere, per passare il tempo, e quello di godimento, che invece richiede uno sforzo al lettore, una forma di creazione del testo, fino alla sovversione, quando è il caso, del proprio personale sistema di equilibri.

Mogli – Francesca Serra ha sul “Venerdì” un ritratto di “Chichita” Calvino che ogni calvinologo dovrebbe conservare a futura memoria: la “vedova nera più temuta del mondo editoriale”, al secolo Esther Judith Singer, di nonni russi ebrei espatriati in Argentina, ma non importa, non ha radici, parla “una irresistibile lingua mescidiata tra spagnolo, italiano, francese e inglese”, “sbuffa fumo e ironia da ogni poro”, e scherzando ma non del tutto avoca a sé la digressione, in inglese: “Digression is my second nature”. E dunque ci dovremo rassegnare anche al “Calvino era la moglie”? Anche Citati “Chichita” lascia perplesso nel suo libro di ricordi di Roccamare.
Il genere l’autore è la moglie ha già imprtanti precedenti: Brecht, Orwell, T.S.Eliot, Scott Fitzgerald, perfino Bontempelli.

Natura – Neruda si lascia nudo davanti all’oceano: “Davanti alla furia del mare\ tutti i sogni sono inutili”. O Cioran quando scoprì il cielo: “”Ho appreso questa mattina che c’erano miliardi di galassie, ho rinunciato a fare la mia toilette”. C’è una riserva – detta dall’ignoranza? non importa – anche tra i letterato nei suoi confronti - i letterati che l’hanno animata e glorificata col romanticismo, ma ne sanno poco o nulla.

Poesia – Un saggio di Joyce Carol Oates sull’ultima “New Yoerk Review iof Books”, sul perché poetiamo, da dove viene l’ispirazione, qual è la radice o la causa della metafora (“Inspiration and Obsession in Life and in Literature), non dà la risposta. Ma evoca e assembla concezioni incredibilmente eterogenee del poetare. In aggiunta a quella di Pope, versificatore facile e caustico, sempre brillante, figlio di versificatori, che però esclude “una propensione genetica per la scansione e la rima”. Per Platone la poesia doveva farsi sotto il controllo dello Stato, al servizio del Bene, e mai “imitativa”, di un qualsiasi oggetto o evento reale. “No ideas but in things”, la poesia delle cose, è invece la sintesi che William Carlos Williams può aver fatto del Novecento più creativo. Un grido che sarebbe stato anatema all’essenzialista Platone. Come la stessa emozione, o peggio la “passione”. Per il Socrate di Platone (“Ione”), la poesia è possessione, ispirazione divina: “Di fatto, tutti i buoni poeti che fanno poemi epici non usano alcuna arte, sono ispirati e posseduti quando emettono tutti quei bei poemi, e così anche i buoni poeti lirici…. Appena montano in armonia e ritmo, diventano agitati e posseduti… Il poeta è una cosa aerea, una cosa alata e sacra; non può fare poesia finché non diventa ispirato e va fuori dei suoi sensi, e nessuna mente residua in lui… Non con l’arte, quindi, fanno la poesia… ma per concessione divina… Le belle poesie non sono umane, non fatte dal’uomo, ma divine e fatte da Dio: e i poeti non sono altro che gli interpreti degli dei”. Il poeta ribelle andava bandito dallo Stato – ironia della storia, nota Oates, fu il Socrate di Platone a essere bandito dallo Stato.
O si può pretendere, nota ancora Oates, con i Beatles: “First thought, best thought”, la prima è la migliore. Oppure con l’“Adam’s Curse” di Yeats, la maledizione di Adamo – “un verso ci prenderà ore, forse”. La questione è irrisolta: ci sono gli ispirati e ci sono i creatori, applicati. La buona poesia starà nel mezzo?

Saint Pol-Roux – Un poeta prima osannato e poi dimeticato – “l’archetipo del “poeta dimenticato”” secondo le biografie francesi. Che invece potrebbe figurare precursore a pieno titolo della contemporaneità, l’età dell’Acquario. Teorico dell’opera d’arte totale, il sogno dei simbolisti mediato da Wagner, ha cominciato col teatro e l’opera. Poi subito s’interessò al cinema. Mallarmeano, teorizzò  nel 1895, con apposito “manifesto”, l’“ideorealismo”, o “magnificismo”, una fusione neoplatonica tra il mondo delle idee e quello reale, nel quadro di una visione trascendente (“occulta”) della vita. Per questo sarà riconosciuto precursore dai surrealisti, in un banchetto organizzato in suo onore nel 1925, quando già era ultrasessantenne (era nato nel 1861) – dopo un omaggio di André Breton, “Hommage à Saint-Pol-Roux, il 9 maggio 1925 sulle “Nouvelles Littéraires”. Ma, se c’è predestinazione, era la vittima predestinata dell’occupante tedesco – la sola tra i letterati. Il 23 giugno 1940 un soldato tedesco entrò nella sua residenza a Brest, una castello abbandonato restaurato nel nome del figlio Ceciliano morto nel 1914 a Verdun, uccise la governante e ferì gravemente la figlia del poeta, che si salvò per caso, per l’intervento del cane che allontanò l’assassino. Il poeta ne uscì comunque ferito, e fu ospedalizzato. All’uscita dall’ospedale trovo il castello saccheggiato e spoglio, compresi i suoi manoscritti, quelli che non erano strappati e dispersi, o bruciati, a opera dei soldati occupanti ma non solo, e ne morì di crepacuore – d’infarto – il 14 ottobre. La distruzione del castello fu completata dagli Alleati nell’agosto 1944.

Viaggiare - Il racconto di viaggio oggi, con miliardi di turisti in giro per il mondo, che si raccontano in diretta allo smartphone, e si documentano con miriadi di immagini, può essere che cosa? Un racconto tra le righe, non del viaggio in sé, ma degli aspetti minimi che si trascurano, delle sensazioni personali, delle esperienze uniche se ancora ce ne sono, magari non memorabili, se non perché uniche – entrare in mare da soli, in qualsiasi mare. Un viaggio laterale. Personale più che documentario. Il viaggio è più che mai d’autore.

letterautore@antiit.eu 

L’Italia vinse a Caporetto

“Se volessi esprimermi paradossalmente, direi che Caporetto è stata una vittoria, e Vittorio Veneto una sconfitta per l’Italia”. Ma poi insiste: questo è vero anche fuori dal paradosso. Nella sventura e l’espiazione ci si purifica, mentre la vittoria esime dalla buona coscienza, promuove la menzogna, fa risorgere i cattivi istinti. Non una cronaca dal vero, un saggio. Anzi due saggi, due riflessioni pubblicate separatamente, per la sue casa editrice “La Voce, “Caporetto” nel 1919, “Vittorio Veneto” nel 1920. Una blague, uno scherzo.L’unica rievocazione seria della guerra resta quella di un altro volontario, giovanissimo, il futuro Curzio Malaparte, che, atteggiato quanto si voglia, ne diede la vera scena in “La rivolta dei santi maledetti”. L’unico testo sulla grande guerra che le celebrazioni hanno tralasciato.
Giuseppe Prezzolini, Dopo Caporetto-Vittorio Veneto, Storia e Letteratura, pp.144 € 12

martedì 1 settembre 2015

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (256)

Giuseppe Leuzzi

Si mobilitano le tv, il governo, gli studiosi, con molti lamenti e deprecazioni, e poi per l’alluvione  di Rossano – la “bomba d’acqua” – si stanziano 3,9 milioni. Cioè, con i ritardi topici della P,A,, niente, Il Sud serve solo ad essere agitato contro se stesso.

Da Faulkner a O’Connor, la letteratura del Sud degli Stati Uniti (Caldwell, McCullers, Tennessee Williams) si connota per la violenza “gratuita” (improvvisa), per il bizzarro, per il grottesco. Dunque, è una questione di paralleli: il Sud degli Usa parte dalla Georgia, che non è molto più a Sud di Napoli.

Con una differenza, però: il biblismo degli Usa, anche al Sud, anzi specialmente al Sud. La Bibbia è la radice del realismo della letteratura del Sud, secondo Flannery O’Connor: “Il genio ebraico nel rendere concreto l’assoluto ha condizionato il modo di vedere  le cose della gente del Sud,. È questa una delle ragioni per cui il Sud è terra di racconti.


Quando la scrittrice tenne una conferenza all’università di Notre Dame, nell’Indiana, la sala era strapiena - “sono dovuti andare a prendere altre sedie”: “È saltato fuori che ero l’oggetto di tanta curiosità per essere una scrittrice della «degenerazione del Sud»”. Anche negli Stati Uniti il Sud è quello che ha perso la guerra. 

Si processa a Gioia Tauro Alfonso Annunziata, titolare del centro commerciale omonimo, posto sotto sequestro, per associazione a delinquere di stampo mafioso, con le locali cosche dei Piromalli. Trent’anni fa il primo centro Annunziata fini bruciato subito dopo l’apertura. L’incendio era doloso ma non ci furono colpevoli. Poi Annunziata ricostruì su un terreno di Pìromalli, secondo gli inquirenti, affidando i lavori edilizi a imprese dei Piromalli, e oggi il colpevole è lui. L’unico.

Il pentito è spesso un vendicativo - per esempio i 28 pentiti contro Giacomo Mancini vent’anni fa, poi dissolti in dibattimento. Che fa come dice un personaggio molto squalificato di Simenon, “Il grande male”, 169: “«Perché, quando l’avete accusata»”, gli chiede il giudice di una sua chiamata di correo, “«avete preteso che eravate suo complice?» Gerard sorrise, molto a suo agio: «Sennò non sarei stato creduto! Avevo sempre tempo, dopo, di ritrattare le mie dichiarazioni»”.

Sudismi\sadismi.
Col direttore napoletano, il “Corriere della sera” non perde giorno per sprezzare il Sud. O, in mancanza, il Mediterraneo: la Grecia, Malta, la Turchia, perfino Costantinopoli. È l’odio-di-sé, o il tributo da pagare a Milano? Milano si servirebbe meglio, in linea d massima, con informazioni vere. Ma è evidente che preferisce sentirsi superiore, anche se di niente.

“Il sogno dei Casamonica: controllare Gioia Tauro”, il porto. Questa il “Corriere della sera” se l’è fatta sfuggire, ma le “Cronache del Garantista- Calabria” no. Garantista di che?
I Casamonica naturalmente volevano il porto insieme alle cosche dei Piromalli-Mulé (Gioia Tauro) e Alvaro (Piana). Mancano i De Stefano, del gotha della ‘ndrangheta, il cui capoclan Paolo si è laureato in carcere e ora esce coi benefici del caso.
In Calabria ci sono solo due opere pubbliche importanti: il porto di Gioia Tauro e la Salerno-Reggio Calabria. Entrambe odiate e calunniate. A opera degli stessi calabresi.

La mafia dell’antimafia
Quanti mafiosi hanno consentito di non perseguire e neppure indagare i due megaprocessi contro Contrada, condanna poi annullata dalla Corte europea, e contro Andreotti? Contro Andreotti l’atto di accusa era di 120 mila pagine, ed è finito nel nulla. Sono storie che, come tutto in questo millennio senza memoria, sembrano remotissime, e invece sono di ieri, degli anni di Caselli Procuratore Capo a Palermo e poi di Grasso. General manager della Procura sempre lo stesso giudice dei due processi, Lo Forte. Un giudice già famoso perché il suo capo Rocco Chinnici, quello che salta in aria nel film “La mafia uccide solo d’estate”, lo considerava un intrigante, un maneggione democristiano. Lo Forte che ora è Procuratore Capo a Messina, e vuole diventarlo a Palermo.

In Calabria è questa estate sotto processo l’antimafia. La fondazione “Calabria etica” per avere distratto i fondi a finanziare la campagna elettorale del suo presidente. E quella del Museo della ‘ndrangheta per avere sottratto i fondi in dotazione, quasi un milione di euro – se non altro, del Museo non si è fatto nulla. Lo stesso giudice “tutto è mafia” Gratteri attacca ora l’antimafia professionale: le litanie alle scuole, le letture imposte e guidate, le innumerevoli giornate della legalità..

La riserva di potere
Renzi parla ma taglia i fondi, gli investimenti pubblici..
L’Anas sollecita si allinea, dichiarando chiuso il cantiere della Salerno-Reggio Calabria, anche se mancano una cinquantina di km. al completamento. ..
 L’Anas ha nell’autostrada Salerno-Reggio un enorme serbatoio di affari. L’unico anche, ora che le autostrade sono state privatizzate Serbatoio di appalti, ristrutturazioni, rifacimenti.
Il Sud è contento perché l’autostrada non può essere dichiarata autostrada, non avendo, seppure per poche decine di km., la corsia di emergenza..

Omertà
Correlata dalla sociologia di caserma al Sud, a un preteso sostegno delle popolazioni alla criminalità, contro la legge, è pratica costante, invece, della corruzione, e cioè, più o meno, dei gruppi al potere. Non un sentimento di popolo, di massa, etnico, ma uno degli artifici sistematici del potere. È generale, per dire, a Roma, nel sistema ora denominato Mafia Capitale, o degli appalti pubblici: che si dividono, tutti indistintamente, per fedeltà politiche e in proporzione (“manuale Cencelli”) alla loro rappresentatività, alla loro forza politica. Ai democratici quindi la fetta maggiore, ai berlusconiani o ai leghisti una minore, e così via. O la pederastia in Inghilterra – come già nella chiesa di Roma. Tutti sanno, compresi i Carabinieri, nessuno parla.

La sociologia di caserma ne fa un connotato etnico nel quadro della squalifica del Sud. Dove il crimine non  si persegue, se non per fatti eclatanti. Non si previene, e in nove casi su dieci lo si lascia impunito. Il cittadino, che ha urgenza di giustizia ma lo sa, deve solo abbozzare. La rassegnazione all’assenza di giustizia gli inquirenti chiamano poi omertà.

leuzzi@antiit.eu

Viaggi tristi dell’emigrato, uno che vive per addizioni

Viaggi di emigrazione, del genere dolorista. “Momenti di vita «vera»”, li chiama l’autore. Sorpreso egli stesso dalla “loro compattezza tematica”.L’emigrazione è molto meglio: non è – non è solo – ingiustizia e sfruttamento, è anche sfida, e spirito di avventura. La forma più diffusa e semplice di imprenditoria, dovendo usare il linguaggio dell’epoca, dell’umile lavoratore che mette in gioco se stesso – anche Abate ne ha un lampo, l’”appassionante intreccio delle identità”, ma all’ultima pagina.Poi c’è dell’altro. In “Vita da supplente” s’illustra in abbondanza come occupazione unica dei supplenti e incaricati in Valtellina e dintorni fossero quarant’anni fa le procedure per tornarsene a casa – quella dell’insegnante è un’emigrazione a tutti gli effetti forzata: la ministra Giannini non poteva non sapere. C’è la Schmuckmadonna che imbrillanta il Duomo di Colonia, così chiamata per i gioielli che la impreziosiscono, voto o ex voto. L’immigrato dall’Est sperduto nel suo paese di emigrati, il paese dello scrittore - non un secolo dopo, avrebbe potuto aggiungere, une genetrazione dopo. La festa in paese e la processione – ma con un dubbio: Abate non sarebbe stato col vescovo che le ha proibite? E c’è lo spaesamento: fra Nord e Sud, fra lingue diverse, straniero in Germania, meridionale o terrone in Italia, per i calabresi un albanese o “ghiegghiu”, come li indicano spregiativamente, per i suoi arbëreshë un “germanese”, uno che se n’è andato in Germania, o un trentino. Da qui il “vivere per addizione”: italiano e tedesco, calabrese e trentino, e un poco albanese. E perché no, chi lo impoediva? Per innesti si è sempre fatto con le piante, per incroci si fa normalmente con gli animali. Il leghismo, che evidenemente non abita nel Trentino, non si può e non si deve fare, ma quello è un innesto e un incrocio mal riuscito. 
Carmine Abate, Vivere per addizione e altri viaggi, Oscar, pp. 156 € 9,50

lunedì 31 agosto 2015

Secondi pensieri - 229

zeulig

Dio – Per i più è un dato dell’esperienza, non una creazione o un bisogno dello spirito. Un’origine oggi difficile da certificare, poiché esistono le chiese, ma non si può individuare altra origine del fatto religioso. Nasce da un’insufficienza, e dalla sua stessa cieca violenza – da una disponibilità indisponibile.

Eroismo – La sfida all’incerto si moltiplica e anzi si generalizza nel mondo dei diritti – è un abito mentale. Nel mondo della sicurezza garantita: mare senza onde, senza scogli, con venti calibrati, montagna senza burroni, fiumi piene, senza gorghi, guerre senza morti - “intelligenti”. È un bene di consumo, e magari se ne farà il regolamento, a Bruxelles o all’Aja.

Filosofia – Si fa dappertutto e sempre, forse anche nel sonno, non c’è luogo e tempo deputato. È la pratica più intima, e tuttavia non svergognata, anzi, più si espone e meglio è. Si fa per lampi e per ragionamenti. Si sintetizza al massimo e si estende interminabile. È anche la pratica più democratica, senza costo e alla portata di ognuno – filosofa lo scemo del villaggio. Se ne fa professione, ma allora senza strumenti (cognizioni, tecniche, tattiche) specifici, come può essere dell’idraulico o del medico.

Fossili - Molti minerali sono l’esito della decomposizione di organismi viventi, vegetali, animali. La natura si nutre di se stessa. Il 10 maggio 1945, subito dopo la capitolazione ma non importa, Jünger poteva così riflettere nel suo diario davanti a un fossile: “Un giorno sapremo che ci siamo già conosciuti”.

Alcuni fossili sono essenziali poi alla sopravvivenza. Il petrolio è il più diffuso tra questi, dopo un processo di milioni di anni, concentrato di tempo e di spazio, poiché assicura la visione notturna (elettricità) e la mobilità.

Ideale – È scomparso. È scomparsa la parola, in tutti i suoi significati: il proprio dell’idea, secondo la Treccani, il prodotto della fantasia, il modello dell’azione e della conoscenza, il modello, la continuità, l’interiorità, in contrapposizione a ciò che è particolare, esterno, contingente, quanto esiste solo nello spirito, in particolare il bello e il perfetto, oggetto delle più alte aspirazioni, il fine lodevole. .

Miracoli – Da tre anni c’è un settimanale che fa i miracoli – ultimamente le apparizioni della Madonna. Non li fa propriamente, li coltiva, li registra nei casi non infrequenti, ma è come se. Creando le figure dei miracolati, futuri intercessori, invitando a crearle con le testimonianze, conformando le testimonianze stesse. Da un certo punto di vista, profano e forse anche sacro, è come e la rivista facesse i miracoli: genera e alimenta la fede nei miracoli stessi, che è l’essenza del miracolo.

Osceno – Le radio e le tv, anche la Rai, ne sono piene, perfino il Parlamento, i grillini sono emersi col “vaffa”, ma non si scrive – le parti basse e i verbi correlati si indicano con la iniziale, seguita da puntini. Per uno snobismo – se non ne parlano i giornali il fatto non esiste? Per perbenismo? In realtà l’osceno non c’è più dacché c’è la rete, dove prolifera in immagini e in parole, fino all’indistinzione. Si  sostanzia della proibizione, nella licenza si dissolve.

Profezia – Una presa di distanza, non “una questione di predire il futuro”, la dice Flannery O’Connor in una delle profetiche lettere. O’Connor è narratrice, ma di più pedagogista della narrazione: “La profezia, che dipende dall’immaginazione e non dalla facoltà morale, non è questione di predire il futuro. Il profeta è un realista di distanze, ed è questo tipo di realismo che appare nei grandi romanzi. È il realismo che non esita a distorcere le apparenze per mostrare una verità nascosta”.

Scienza – È fonte di verità, non la verità. Impazza la controversia sui buchi neri, una certezza sempre meno certa. Non è il solo caso. Si sa anche che l’enfasi sull’acceleratore di particelle di Ginevra si dovrà sgonfiare – si alimenta per tenere su un investimento miliardario.

Sintomo – È vecchia la cognizione  - dei primi tempi della medicina – che se si scorrono i sintomi di un evento, per esempio un infarto, sembrerà di averli o di averli avuti. Non tutti ma buona parte sì. Questo è l’esito del diverso grado di penetrazione della diagnostica, che per alcuni eventi è approfondita per altri meno. Ma è da collegare all’istinto di sopravvivenza, che molte guardie innalza, anche se non le più necessarie.

Verità – “Tutto ciò che inventiamo è vero” è verità flaubertiana, letteraria. Però, l’invenzione della verità sarebbe opera meritoria, com’è nata la parola, e anche il concetto. È il parametro della filosofia, e quindi: c’è poco da annegare l’uomo nell’indistinto del creato.

zeulig@antiit.eu

La guerra contro “Živago”

È la storia della pubblicazione del “Dottor Živago”. Molto sul dettaglio, ed è il suo pregio, anche appassionante, poco sul contesto e la storia, ed è il suo limite: la vicenda fu politica, e non di poco conto. Non una censura, più o meno occhiuta e disdicevole come tutte le censure, ma il modo d’essere di una regime politico, il comunismo sovietico, tutto trucchi e disinformacija, e delle sue appendici europee, compreso, con tutti i distinguo che si vogliano, il Pci. Anche comunisti poi libertari, come Rossana Rossanda e altri del “Manifesto”. Dei quali diceva di più Carlo Feltrinelli in “Senior Service”. Feltrinelli invece viene fuori infine a figura piena. Uomo di partito, almeno a detta di Rossanda - che assicura Alicata-Togliatti di averlo torchiato per due ore e mezza. Curatore degli archivi socialisti e di Marx e Engels. Ma anche, con oculatezza, degli affari di famiglia (cellulosa, carta, vernici, scavatrici etc.).
Fu una brutta storia anche per venire dopo il disgelo e la destalinizzazione: una forma di pressione violenta su Pasternak e su Feltrinelli, per un libro – quel mondo “ideale” era fatto così, l’abbiamo scampata bella. Il Pci si portò poi accusatore. Ma non convinto, solo per opportunità, e dopo un molteplice impegno a favore di Mosca – era il Pci di Togliatti, su cui la valutazione storica rimane ancora vaga, ma che continuava, straccamente, le vecchie pratiche anche dopo la destalinizzazione.
È curiosamente un libro contro il Pci da dentro il Pci. Valerio Riva, l’editore reale del libro, c’è, ma come se fosse un impiegato. Non c’è l’effetto sull’Italia, e fuori d’Italia. 
Paolo Mancosu, Živago nella tempesta, Feltrinelli, pp. 496 € 29

“Živago” opera del Kgb non è male

Un’altra storia della pubblicazione di “Živago” ha Astolfo in “La morte è giovane”, romanzo in via di pubblicazione, a proposito di Vanni, un personaggio, onesto svizzero di Milano, che lascia il mondo con una deriva verso la reazione (“non si può stare con la tirannia” – lui diceva “con la stupidità” – “e pretendersi paladini della libertà”). Vanni, genio dell’editoria, socievole e solo, uno che si sorprendeva a dialogare con se stesso su irrisolvibili “problemi di base”, molto vicino a Feltrinelli all’epoca del romanzo, muore senza rimpianti se non uno:
Si può morire evidentemente per ragioni metafisiche. Vanni il suo telos limitò al whisky, doppio, liscio, il primo nella tarda mattinata, “allenta la voglia di cibo”, il secondo nel pomeriggio, “allenta la tensione”, la sera a volontà. Doveva sempre scrivere la storia dello “Živago”, della pubblicazione del romanzo. Non è andato oltre l’attacco: “Il 1956 è l’anno del Rapporto Krusciov, che fa scoprire ai comunisti, che non li sapevano, gli orrori di Stalin, mentre si preparano i “fatti d’Ungheria”, no-stro sedativo eufemismo. Per i comunisti che vanno a Mosca, Secchia, Robotti, Longo, Alicata, Spano, Rossanda, e per Suslov, Ponomariov, Serov, Breznev, è l’anno dello “Živago” trafugato. Questo è indice di sensibilità poetica, e può ascriversi a onore del comunismo sovietico.
“ - I comunisti non hanno capito che veicolo di propaganda era il romanzo. – Era sopraffatto dal rigurgito polemico, il fallimento indigerito: - Rossanda rimpiangerà di non aver fatto miglior uso della sua bellezza, quando scoprirà che la pubblicazione del romanzo fu opera del Kgb. – E qui si capisce il genio di Willi Münzenberg, che l’infamia rese eroica: di “Omaggio alla Catalogna”, che la fine dei compagni spiega in Spagna a opera degli stalinisti, non si vendettero in dieci anni le 1.500 copie della tiratura, benché alla fine del decennio Orwell fosse già autore acclamato della “Fattoria degli animali” - e la “Fattoria” s’era dovuta pubblicare alla macchia, T.S. Eliot aveva dubbi sulla “posizione politica” di Orwell, il poeta conservatore. Con Koestler Willi ci riuscì, di “Buio a mezzogiorno” comprò e distrusse la tiratura. “Živago” opera del Kgb non è male”. 

domenica 30 agosto 2015

Il mondo com'è (228)

astolfo

Argentina – Un caso di split personality, o di cosa che non corrisponde al nome: tutto ciò che è “argentini” non è argentino dell’Argentina. Non solo non c’è l’argento, ma il lieto vivere e la spensieratezza, che connota la lealtà. Dagli esoterismi di Eva “Evita” Peron, al trafugamento delle salme, ai riti poco chiari che sempre annebbiano il potere politico. La stessa dittatura militare vi fu abnorme. L’intrigo è di regola, nella finanza pubblica e negli affari, nel governo, nelle elezioni, nell’opinione.
Era i ricchi gentiluomini impomatati che a Parigi spendevano munifici le rendite del grano e della carne, ha ora solo Maradona che possa dirsi “argentino”, in qualche modo.

Bio -Tutto è bio. A partire dalla biologia, la biotecnologia e la bionica, ovviamente. Sono bio il latte, le colture, le masse, la diversità, i “topi” , l’etica. In una col prefisso eco-. Effetto della paura, della fine del mondo. È la hantise del secondo anno Mille, quello nella cui orbita ancora navighiamo a vista. Ma è anche uno scongiuro. O una guerra, forse, contro i mulini a vento.
L’effetto è angosciante, come se bio fosse esalare l’ultimo respiro. Quello di dei tanti world clock che segnano all’istante la “fine del mondo”, che si gonfia obesa senza misura. All’istante, cioè tale che quando si calcola ha già superato la soglia peggiore. Una riflessione minuta, ma precisa e per questo incontestabile. Del tipo: un’automobile a 60km. all’ora in campagna schiaccia sul parabrezza 164 insetti al km.

Energia - È il motore dello sviluppo, anche in senso proprio, della meccanica e della prima rivoluzione industriale. Un fattore evidente e sottovalutato. Pericolosamente dacché le fonti di energia, combustibili fossili e quindi a esaurimento, sodo diventate il consumo di massa per eccellenza, elettricità e automobili, senza freni. L’antropologo lo aveva però individuato, Lévi-Strauss, nel 1952, in “Razza e storia”: “La civiltà occidentale s’è interamente volta, da due o tre secoli,verso la messa a disposizione dell’uomo di mezzi meccanici sempre più potenti. Se si adotta questo criterio, si farà della quantità di energia disponibile per testa d’abitante l’espressione del più o meno alto grado di sviluppo delle società umane”.

InfamiaÈ passata da causa minoratrice della personalità, analoga alla turpitudo e alla ignominia, con incapacitazioni notevoli, a testimoniare, a votare, a rappresentare, figura centrale del diritto romano e del diritto canonico, a condizione eccellente e privilegiata del diritto penale. Come testimonianza, come pubblica fede, e perfino come prova, anche in assenza di riscontri. Si può anzi essere infamati con più ragione dagli infami, rei riconosciuti di delitti infami.Il diritto non è “diritto”? I fondamenti del diritto sono mutevoli, e anzi di opinione, labili.

Personalità – Ha perso terreno in politica, dopo una lunga stagione di pregio del carisma – con contorno di Max Weber eccetera. Mentre è forse solo quella, la politica è carisma personale, dopo la dissoluzione delle ideologie e dei partiti ideologici. Si cercava il credo politico di Margaret Thatcher, e tutto a esso veniva riferito. Non si cerca il credo politico di Angela Merkel, ma se ne indaga la personalità. La lunga storia della Dc è una storia di personalità, più spesso in lotta tra di loro. La storia locale dello sviluppo è legata più che altro alle personalità localmente rappresentative. Bari fece il balzo negli anni 1960, con Moro in auge, l’infrastruttura stradale, il porto, la fiera, le comunicazioni, il risanamento del centro sgtorico. Il Salento vent’anni dopo, auspice Massimo D’Alema – al cui seguito e sulla cui fiducia forti investimenti privati furono effettuati, soprattutto nella ricezione e l’industria del turismo, dalle terme alla cultura e ai restauri. Giacomo Mancini si lega a tutto quello che di buono è stato fatto dalla Repubblica in Calabria: l’autostrada, l’università, l’aeroporto di Lamezia, Gioia Tauro industriale (il centro siderurgico\ centrale Enel\ porto transshipment), l’unico baluardo contro la mafia, che si vendicò mandandolo sotto processo con 28 pentiti, tutti falsi. Un’esperienza, qjuelal di Mancini, da cui la “sua” provincia, l’enorme territorio del cosentino, col contiguo marchesato, ha fatto tesoro, assomigliandosi per molti aspetti alla Toscana: l’Alto Jonio, la zona più depressa e malsana, è ora la più fertile e bene amministrata - Trebisacce, Amendolara, Torre di Albidona, Rocca Imperiale, Castrovillari, Civita, Cerchiara.

Petrolio - La sicurezza degli approvvigionamenti è stata la linea guida di ogni strategia in materia, dopo la  seconda guerra mondiale, dell’Occidente Nato (l’Europa e gli Usa), e poi, dagli anni 1990, dell’Europa e della Cina. Una speciale Agenzia, l’Agenzia Internazionale per l’Energia, fu fondata quarant’anni fa a Parigi, per governare la stabilità, degli approvvigionamenti e delle quotazioni, e tuttora esiste, sempre grande ma inutile. Finita la guerra fredda, una strategia avversa e opposta ha, non discussa e non contestata, preso il posto della sicurezza. Col petrolio per molti anni a 100 dollari: un prezzo incredibile. Senza che la ricerca di nuove fonti di energia (l’idrogeno anzitutto), che tale prezzo avrebbe dovuto garantire, sia stata sviluppata.
Tutta la strategia degli approvvigionamento di petrolio è stata ridotta, a spese del consumo e del mercato, a rendere redditizia la messa in produzione degli inquinantissimi depositi nordamericani (Usa e Canada) di scisti bituminosi, e dell’Alaska, in terra e in mare a grande profondità. In Alaska la ricerca di giacimenti petroliferi è quella tradizionale, ma è anch’essa inquinante, all’inerno del circolo polare artico, e molto costosa per le condizioni ambientali.
Con la strategia degli approvvigionamenti si è perduta anche l’informazione e l’analisi, lasciate a personaggi ai personaggi più pittoreschi. Uno di essi spiegava la guerra all’Afghanistan opo l’11 settembre con il petrolio, che l’Afghnistan non ha, e non serve - nessun condotta è mai stata pensata per attraversare l’Afghanistan). A opera di una compagnia argentina…(il libro è ancora edito da Feltrinelli). Un altro spiegava che gli Usa volevano impadronirsi del Caspio – confondendolo col Kazakistan. La sicurezza dell’approvvigionamento è stata surrogata da un mercato speculativo.

Renzi – Cavour l’ha preceduto, fu presidente del consiglio del Regno di Sardegna a 32 anni – Renzi c’è arrivato di corsa, ma a 38 anni. Cavour però non si fece il suo re, né eliminò gli anziani. Anche se la pratica, secondo Propp,  era corrente nell’isola che denominava il Regno, collegata al “riso sardonico”.

Tintarella – È, sia pure sulle spiagge superaffollate di Feragosto, 2 persone x mq., il “rito naturale” più comune. Denudamento, voglia di brezza, sole, acqua, la più salsa e cristallina meglio di quella atrofizzate delle spiagge celebri, moto, nuoto, l’onda e i venti sfidare col surf, e molto esibizionismo: depilazioni totali, anche degli uomini, e tatuaggi dappertutto.

Via della Seta – Non è di Marco Polo, è di Ferdinand von Richtofen, geografo tedesco del secondo Ottocento. Le vie per e dalla Cina erano tante, per terra e per mare, e si qualificavano anche per ll titolo della merce di scambio ma non necessariamente. L’idea di Richtofen ìn era di denominare uno scambio prezioso.

astolfo@antiit.eu

L’umanità di Marx unita dal jeans

Marx è un nomignolo, “il dottor Marx”, un soprannome che in Riviera si dà a un dottore tedesco, dottore in filosofia, che nel Duemila vi si stabilisce, per la somiglianza col capo del marxismo. Un uomo molto colto e molto buono, molto omosessuale, appassionato di toreri, che con il busto di un torero sarà ucciso. Vassalli lo ricorda per la sua teoria dell’unificazione del genere umano, ricchi e  poveri, progrediti e retrogradi, maschi, femmine e multipli, attraverso i jeans – non originale, ma allora inedita. “La morte di Marx” è il testo di questa raccolta quello che più si avvicina a un racconto. Gli altri sono, come del resto la stessa “Morte di Marx”, apologhi metastorici, narrazioni che più si avvicinano alla storia. Una presenza che Vassalli ebbe vivissima, ingombrante, da quando abbandonò lo sperimentalismo per la metastoria appunto, da “La notte della cometa” in poi, e probabilmente, nell’intimo, anche prima. Sotto forma di cronache, non del tutto inventate: “La mia Golf mi chiedeva aiuto”, “Volevo essere l’eroe di un videogame”. Altri titoli, un “Dialogo sulla democrazia”, “Rocco del Grande Fratello”, sono una resa onirica del reale, ma non tanto trasfigurata.L’omologazione fu il suo più costante tormento. L’ultimo frammento, “Ciao modernità”, vede l’umanità in macchina, tante automobili quanti sono gli abitanti del pianeta, sette o otto miliardi, ognuno quindi corazzato. Triste come sempre: “Viviamo nell’epoca del mollusco corazzato e del mollusco feroce”.Sebastiano Vassalli, La morte di Marx e altri racconti, Il Sole 24 Ore, pp. 78 € 0,50