Cerca nel blog

sabato 28 gennaio 2012

L’ottimo scrittore Svevo

L’“ultima sigaretta”, il funerale, la suocera e la cognata, l’uomo, il maschio, che si vuole incapace: tutti i temi di “Zeno” sono in queste prose occasionali, molto buttate lì.
Ciò che fa la “Coscienza di Zeno” non sono i temi, che tanto divertono i critici: non si ride per le situazioni. Le quali non sono indispensabili, si può raccontare tutto, e quelle di “Zeno” non sono specialmente ghiotte. È la scrittura, malgrado i tanti appunti mossi alla sua lingua, che dà corpo e sapore a Svevo.
Italo Svevo, Lettere per la fidanzata

Secondi pensieri - (89)

zeulig

Coppia – È nozione non determinata, e dunque da approfondire. Implica intuitivamente, confusamente, un rapporto egualitario ed esclusivo, una sorta di immedesimazione totale. Ancorata però ad ancora più fragili connotati d’epoca: l’uguaglianza come presupposto e non come obiettivo, quasi concorrenziale, o la sessualità di preferenza all’amicizia come fattore d’unione – una sessualità che però, per quanto spinta, non implica la confidenza, l’abbandono reciproco. E l’intimità intesa come asocialità – all’opposto cioè della famiglia borghese di cui è filiazione, che la famiglia asserviva alla socialità.
A metà Ottocento le famiglie misero le tendine alle finestre, un secolo dopo le hanno chiuse. Poi l’autoprotezione che la famiglia borghese esercitava verso l’esterno è passata nel rapporto di coppia all’uno verso l’altro, al chiuso. La coppia sono i giovani sposi di un racconto giovanile di Savinioche si rinchiudono in una stanza e fanno furiosamente l’amore, per uno, due, tre giorni, fino a che la stanza non comincia a puzzare e i due prendono a odiarsi.

La coppia è più che altro l’effetto della rendita urbana. Il peso schiacciante del metro quadro nell’economia ha ridotto gli spazi vitali. La coppia è un adattamento al bicamere. Ma anche il bicamere pesa: la più parte dei rapporti di coppia si rompe nei primi cinque anni, quando il mutuo è più oneroso e sconvolge gli stili di vita. È così che la coppia ha ceduto ai singoli, con la monocamera.

Corpo – “Noi non possiamo liberarci dal corpo”, stabilì san Gregorio Palamas, apostolo della vera fede, ortodossa. L’Oriente non ha nudi, l’Oriente dell’Occidente, ma ha il corpo. Se non fosse ritenuto blasfemo si potrebbe anzi dire il corpo l’esicasmo della materia, preghiera laica. A Oriente Dio non sta fuori dal mondo. E il corpo non si limita a subire passivo la divinizzazione, ma vi partecipa. “È esicasta”, aveva spiegato Giovanni Climaco, l’autore del “Κλίμαχ του Παραδείςου”, Scala del Paradiso, “chi cerca di catturare nel corpo l’incorporeo”. Il segreto è l’accettazione del corpo, che sarà classico ma è vivo in quanto è ortodosso. L’esilaramento è tutto qui. Nell’αυτεξυςια, direbbe Palamas: divinizzarsi, autonomizzarsi, pensare diverso, libero.
Il santo prefigura, volendo, l’“Io corporale” di Norman Brown – certo come lui misconoscendo, e come Marcuse, la centralità operaia, della classe, del corpo sociale. Esicasmo è la preghiera assidua, ritmata dal respiro, intesa ad assicurare l’εςιχια, la serenità d’animo. E il corpo è il canto vivente, l’armonia delle sfere. È Spinoza, l’unità del corpo e della conoscenza.
Contro il fondamentalismo ortodosso, Barlaam da Seminara pretese autonomia per il sapere “esterno”, esterno alla fede, sulla base dei Vangeli e di san Paolo. Ma agli esicasti rimproverava di voler mantenere l’intelletto nel corpo. Fu facile a Palamas obiettare che il corpo non è l’opposto dell’anima, e anzi deve avere “una natura conforme a essa”. E che, Dio essendosi incarnato, i doni dello Spirito Santo passano per il corpo, le mani, gli occhi, la lingua.

La resurrezione della carne è venuta prima, tra gli stessi padri del cristianesimo, dell’immortalità dell’anima, tardo recupero platonico. È l’Eterno Ritorno. Che è detto mito e non lo è: è il corpo che non vuole morire. Proprio il corpo, rimasto alla meccanica e destinato per questo a morire, per usura o disfunzione. Il corpo informe anche quando è bello, “gettato lì” direbbe Heidegger, alla rinfusa, interiora, vene, pelle, le stesse ossa e i muscoli che poi si organizzano e lo tengono in piedi, ha volontà coriacea. Sempre in Russia, prima della rivoluzione ma in ambito già materialista, il filosofo F.N. Fëdorov ne progettò la ricostituzione, in quello che Majakovskij chiamerà l’Istituto delle resurrezioni.

Lou Salomé il corpo lega allo spirito, e l’uomo fa così creatore. Filosofia ineccepibile: il corpo racconta meglio l’anima, anche degli artisti. Come l’Elisa di Pietro il Venerabile, “donna tutta e veramente filosofica”. Nietzsche per questo disse Lou “superiore agli altri uomini”, come se lei ne fosse uno.
Il corpo, Lou chiarisce a Freud, le donne lo sanno, “l’essere corporeo, che separa la cosa dalla cosa, la persona dalla persona, sta nel «segreto manifesto» di essere per eccellenza il principio di unificazione dei processi interni e esterni: il nostro corpo non è nient’altro che la parte di esteriorità più vicina a noi, inseparabile dalla nostra intimità, dall’identità; ma noi ne siamo anche staccati, al punto che dobbiamo imparare a conoscerlo, a studiarlo dall’esterno come ogni altro oggetto”.
Uno spettacolo: il corpo “è al crocevia delle pulsioni che ci fanno rompere l’isolamento, per collegarci a tutte le cose, nell’universale parentela dei corpi, come se l’universale parentela si conservasse nel nostro essere fisico, il ricordo primitivo della comune identità, di cui le pulsioni amorose che ci gettano l’uno contro l’altro sarebbero le vestigia”. Hobbes non approverebbe, ma è bello pensarlo. “D’altra parte, si sviluppa in ognuno un’ostilità nei confronti del corpo a seguito della resistenza che oppone la tendenza all’io proprio”. Insomma, c’è “un rapporto equivoco con l’essere corporeo”.

Domenica – La scomparsa della domenica sancisce e nello stesso tempo altera la successione del tempo. Dei suoi diversi usi e quindi della sua sacralità. Che è connessa all’impiego del tempo insieme alla sua scansione, nelle stagioni, negli anni, nelle epoche. Esclude, con la religiosità, una scansione psichicamente evolutiva del tempo, comunque ritmata. Ora il tempo è amorfo – i giorni sono uguali.
La scomparsa della domenica nel week-end è tema degli anni 1930 – di Jünger per esempio. Della polemica anti-massificazione. Il week-end – la disperante Wochenende di Jünger – era ben una conquista sociale di massa, liberando in tutto o in parte anche il sabato, ma áncora l’attività, e quindi la scansione del tempo, a un’ininterrotta operosità, anche se di diverso genere: è una seconda occupazione, è sempre lavoro, è sempre feriale. A differenza della domenica, il week-end è un affaccendarsi – una clausewitziana continuazione del lavoro con altri mezzi.
La religiosità della domenica è perdita minore. Era stata sancita dal concilio Lateranense del 1212, con l’obbligo della messa, e della confessione obbligatoria a Pasqua. Ma la religiosità non ha massa, non ha tempo, l’abolizione della domenica non la colpisce: si applica ad altri tempi, luoghi, divinità – si applica dove vuole. Il tempo no, non si recupera. Nel senso che resta uniforme, poco o niente significante, nel week-end come nei giorni lavorativi.

Matrimonio – È una “forma naturale”, essendosi sempre praticato , in modalità variate.
È in crisi nella sua forma ultima, il matrimonio d’amore. Il cui fondamento e carattere è l’attrazione reciproca e anche l’affettuosità, se non il rispetto reciproco e l’amicizia, un legame comunque volontario e alla pari. Il matrimonio d’amore naufraga oggi con la sua più intensa o intimistica espressione, il rapporto di coppia.
Il matrimonio d’amore è una forma borghese. Della tarda borghesia, quando ha preso a negarsi. Tra le altre coperture, la borghesia ha adottato l’amore. Il matrimonio d’amore finisce quindi con la borghesia. La quale non è un dato negativo ma storico – borghese equivale più o meno a europeo. Finisce con l’Europa, occidentale, laica, illuminista.

Relativismo – Discende dallo scientismo. Fin nelle sue applicazioni minute, per esempio i disturbi della personalità di Newton. Dei quali di dice indifferentemente che fossero l’effetto della sindrome di Asperger (una forma di autismo), o dell’attaccamento disturbato alla madre, o della solita omosessualità latente, o dei suoi esperimenti alchemici, i suffumigi tra i quali passava le giornate. Della sindrome di Asperger si rendono vittime molti fisici peraltro, Einstein per primo, Marie Curie, Paul Dirac, Henry Cavendish, che prese il testimone da Newton. Oltre a Michelangelo, Wittgenstein e altre personalità “strane”.
Di Galileo. troppo solido per essere sezionato come vuole il freudismo, s’intende ora che non fosse né devoto né pio. S’intende a suo vanto. Mentre lo era, devoto e pio, come tutti i credenti, senza metro.

Silenzio – “Il Silenzio è la Voce di Dio”, Mary de Rachewiltz ricorda che il priore di san Giorgio Maggiore sottolineò al funerale di Ezra Pound. È tema ricorrente della predicazione di Benedetto XVI. Si celebrava di san Giuseppe, di cui non si tramanda una sola parola. È l’ambizione dei mistici: il loro colloquio è col silenzio: “Dov’è silenzio è la voce di dio”.
Costeggia il silenzio di Dio? che però è l’abominazione.

zeulig@antiit.eu

venerdì 27 gennaio 2012

L’ordine dei Casamonica

Si scoprono a Roma i Casamonica, una potente famiglia di rom sinti provenienti dall’Abruzzo che da tempo controllano e tengono in soggezione gli affari dell’area sud-orientale della città. Straricchi, stravaganti e straviolenti, attivi nei furti, nella droga e nel pizzo. Noti da alcuni decenni a tutta la città – il romanzo di Astolfo, “Vorrei andarmene ma non so dove”, in via di pubblicazione, ne tratteggia così un momento di splendore trentasette anni fa: “La cresima della principessa Casamonica s’è tenuta, la figlia del re degli zingari. Ha officiato il cardinale Casaroli. A San Giovanni in Laterano. Si è quindi formato un corteo per Villa Miani, il cardinale in carrozza bombata, con fregi e volute, molto barocca, trainata da sei cavalli bardati su per i tornanti del monte Mario, seguita da Bentley, Rolls Royce e Cadillac. La madre della cresimanda Il Tempo fotografa in scarpine rivestite d’oro, con fiocchetti d’oro fino”.
Solo i carabinieri non lo sapevano? E la Guardia di Finanza? Erano fra i mille contribuenti più ricchi di Roma? Fra i primi centomila? Pagavano qualche tassa, magari il bollo auto delle Ferrari e le Maserati? O è vero quello che si è altrettanto sempre saputo, che il clan manteneva l’ordine nel malaffare? Assicurandosi un occhio benevolo della giustizia in cambio della collaborazione nei casi eccellenti (terrorismo, grande violenza, furti a personalità)? Il ruolo a cui la mafia ambirebbe, di agente dell’ordine.

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (115)

Giuseppe Leuzzi

Sky proietta “Qualunquemente”, il film di un anno fa con cui il comico Abanese, di Olginate in provincia di Lecco, trasporta il suo affarista Cetto La Qualunque in Calabria, lo fa diventare latitante e assassino, autore delle più efferate deturpazioni ambientali, nonché evasore totale, poligamo, spergiuro e stupido, e per questo sindaco del suo paese. Sky fa pagare agli abbonati anche gli ultimissimi nomi in coda alla pellicola, e si scopre così che “Qualunquemente” è finanziato dalla Rai, e dalla Calabria, anzi dalla Calabria Film Commission. Senza tangente?

Uno che parlò male di Garibaldi ci fu: il militare repubblicano Carlo Pisacane. Che doveva comandare la difesa di Roma e restò esterrefatto dalle improvvisazioni e le vanaglorie del futuro generalissimo. Lo scrisse in “La guerra combattuta in Italia nel 1848-1949”, e pubblicò la critica, in Svizzera, nel 1951.
Anche la principessa di Belgiojoso trovò che i triumviri a Roma faceva “minchionerie molte e varie”, come scrisse ai suoi corrispondenti. Roma le sembra la Cina: “Il popolo è lasciato allo scuro di tutto, al che si rassegna… Incapacità, stoltezza, debolezza e vanagloria furente, ecco ciò che regna in Roma”

Spulciando i bollettini di guerra per ricostruire i fatti della Brigata Catanzaro nella Grande Guerra, se ne trovano molti di questo contenuto, di quello del 25 agosto 1917: “Sul Carso la lotta perdura intorno alle posizioni da noi conquistate, che il nemico tenta invano di ritoglierci. Negl’incessanti combattimenti si distinsero per arditezza e tenacia le Brigate Salerno (89° - 90°), Catanzaro (141° -142°) e Murge (259° e 260°)”. I padani erano in licenza?

Ponente ha il Sud, e scirocco o levante, mai la tramontana. Per questo le idee non sono chiare?

Calabria
“La canzone di gesta “Aspromonte” propone il progetto storico, politico ed insieme geopolitico, dei Carolingi prima e dei Normanni poi, dell’unità storica e geopolitica dell’Europa”, argomenta su “Calabria Sconosciuta”, n.132 Carmelina Sicari che ne è studiosa – l’unica. Niente di meno. Ma non senza argomenti.

Corrado Tumiati, ufficiale medico nella Grande Guerra in forza alla terza Armata, di cui si pubblica “Zaino di sanità”, raccolta di racconti, ha tra i personaggi il muratore poeta calabrese Esco Silvestri, caporale nel 142mo Reggimento Fanteria – che col 141mo costituiva la Brigata Catanzaro. È il suo compagno migliore, brillante e pratico.
La raccolta di Tumiati ha due racconti a soggetto calabrese. Uno, “Errori”, ricorda la rivolta della Brigata Catanzaro, la notte fra il 15 e il 16 luglio, a Santa Maria La Loggia. Mentre veniva predisposta per l’XIma battaglia carsica dell’Isonzo, detta di Bainsizza (la XIIma sarà detta di Caporetto). Dopo che ininterrottamente per due anni aveva partecipato alle dieci precedenti. A Castelnuovo, Bosco Cappuccio, Oslavia, sul monte Mosciagh, durissimo, sul Cengio, sul San Michele, a Nad Logen, a Nova Vas, sul Nad Bregom e a Hudi Log. Non per punizione, anzi con grandi elogi e medaglie al merito. Dopo Caporetto la Brigata Catanzaro combatté sul Pria Forà, in Val d'Astico e in Val d'Astico e in Val Posina. Sempre con impegno, e anche con successo: un mese dopo la rivolta la Brigata Catanzaro veniva nuovamente elogiata.

I Ruffo di Calabria, cioè di Scilla, e i Ruffo di Bagnara, quelli del cardinale sanfedista, furono eminenti collezionisti d’arte nel Sei-Settecento. Di raccolte soprattutto di quadri, di qualità, disperse senza traccia nell’Ottocento per via dei terremoti, delle necessità familiari, e del carsismo della storia. La cosa è ora ignota, come le storie di altre grandi famiglie della regione, i Carafa, i Sanseverino.
Non che le cose non si sappiano. Ferdinando Ruffo trae affascinanti tracce da una rapida “consultazione dell’imponente documentazione della famiglia, conservata all’Archiviio Storico di Napoli, e di quella affidata al Sistema Bibliotecario Telematico di Bovalino”. Don Antonio Ruffo di Bagnara principe di Scaletta – sposato in Sicilia e in certo modo nell’isola adottato – fu committente tra gli altri di Rembrandt e Artemisia Gentileschi. Della quale fu pure “protettore negli ultimi e difficili anni di vita”. Nonché collezionista ricercato di Rubens, Breugel, Mattia Preti, Pussin, Borgonone, Salvator Rosa. Il cardinale Tommaso, sempre del ramo di Bagnara, zio del cardinale sanfedista Fabrizio, fu committente appassionata tra Ferrara e Ravenna, legato da stretto rapporto di amicizia con Vivaldi.
I Ruffo di Calabria lasciarono a Scilla una collezione di oltre 1.500 tele. Con opere di Rafaello, Tiziano, Veronese, Tintoretto, Rubens, Guido Reni, Mattia Preti, Luca Giordano, Orazio Gentileschi. La collezione fu avviata tra il Sei e il Settecento dal principe Tiberio. O così è da arguire, poiché non si ha documentazione del suo avvio, mentre il lascito di Tiberio al figlio Guglielmo è dettagliato. Tiberio lasciava 650 tele. Alla morte di Guglielmo, nel 1748, la collezione era salita a 1.500 tele.

C’erano in Calabria quattro teatri d’opera a metà Ottocento. Quello di Catanzaro aveva una stagione di otto mesi, con dieci rappresentazioni. Nel 1845 mise in scena Donizetti, Pacini, Paisiello e Verdi, tra gli altri.
C’era alla stessa epoca un Collegio universitario Italo Greco a San Demetrio Corone.

Quando Giuseppe Musolino fu processato la seconda volta, a Lucca, dopo che era diventato il “Brigante Musolino” universalmente famoso (vendette alcune sue poesie al “Correre della sera”, Pascoli poetò la sua cattura), il perito psichiatrico si diffuse sulla inferiorità etnica dei calabresi in genere.
Lui si difese con questi argomenti: “Eppoi, vedete, io non sono calabrese, ma di sangue nobile di un principe di Francia”.
Nicola Misasi, scrittore calabrese, sul “Corriere di Napoli” lo disse “un volgarissimo birbante sudicio e puzzolente, ... un assassino feroce, rozzo, senza nessuna educazione, che a mala pena sa scombiccherare qualche lettera mezza in italiano e mezza in dialetto di spropositi”.

C’è anche la categoria “entusiasmo di calabrese”. Ricorre nei ricordi di Gianfranco Contini, premessi al “Baudelaire” di Giovanni Macchia: negli anni 1930 il dr. Cosco, funzionario ministeriale, assolveva “con entusiasmo di calabrese” all’assegnazione delle borse di studio all’estero.

Un discorso non vi è mai preciso, né compiuto. Prevale la fuga (riserbo, complessità, assolutizzazione) adolescenziale. L’indefinitezza (il rinvio) per l’eccessivo impegno. Inconcludente.

Le famiglie Licastro e Alvaro sono impegnate a Palmi, a luglio, in una strenua lotta pe l’onore delle figlie. Una delle quali ha avuto alla maturità un voto più alto dell’altra. Da qui ricorsi, invalidazioni e quant’altro. I capifamiglia sono infatti le massime autorità del locale foro penale. Dove trattano quotidianamente affari di mafia e sangue, a volte truculenti. Sublime leggerezza?

Democrazia come governo dei nullatenenti, quale che sia il loro numero. È l’ultima definizione di democrazia che Aristotele dà negli otto libri della “Politica”, ed è la ragione per cui finisce per criticarla. In piccolo, è quello che succede nella regione dagli anni 1960, da quando si è assorbita la novità, e il potenziale, del suffragio universale.

Cortina si è scandalizzata per essere stata perquisita dagli agenti del fisco a Capodanno. Ma su questo abbiamo la priorità. L’incursione era stata provata a Palmi, anche se lì la stagione dura solo due settimane a Ferragosto, e per lo più sulla spiaggia libera, con gran consumo, sì, ma di caffè e ghiaccioli:

L’ottimo italiano Svevo

È il romanzo di Angelina, del gioco a sedurre più scoperto, perfino triviale. Incredibilmente italiano – fa senso leggerlo con le due scritture a fronte, la seconda per rispondere al’accusa di scarsa conoscenza dell’italiano. O mediterraneo: un gioco perpetuo di furbizia, fino al ridicolo. La scrittura, sì, non è manzoniana (ma Manzoni è italiano? Senza passione, nemmeno quella della rettitudine), non è distillata. Ma la letteratura c’è tutta, il mondo si muove. In una Trieste incredibilmente italiana, pur dopo un secolo di Austria: ci arriva lo scirocco.
Italo Svevo, Senilità

giovedì 26 gennaio 2012

Se il classico è “classico”

Settis definisce il classico come “classico”, cioè un non-concetto, approssimato, falso.
Sarà uno scherzo, per quello che si vuole “misura di tutte le cose”? Da classicista stanco.
Salvatore Settis, Futuro del “classico”

Letture - 84

letterautore

Calvino – “La molle Luna” è una “cosmicomica” inedita, pubblicata un anno dopo la raccolta, su “La Fiera Letteraria” del 27 gennaio 1966. Sulla Luna satellite della Terra che a un certo punto si sfilaccia e bombarda il suo pianeta. Una cosmicomica fredda, come tutto il filone fantascientifico di Calvino: troppo poco sf per i cultori, molto meno coinvolgente degli “abusatori del genere”, alla Ballard.
Una comparazione con Queneau naturalmente non è possibile, ma quanta creatività reale, di fantasia e linguaggio, nello scrittore francese e nell’Oulipo, di cui pure Calvino si dilettava. Al meglio Calvino è un narratore “storico”, per la vena politica che lo ingombrava. Benché sempre su toni non drammatici, poco coinvolgenti. Anche la trilogia fiabesca è di testa.

Dante – È narratore. Teodolinda Barolini, “La Commedia senza Dio. Dante e la creazione di una realtà virtuale” (in originale “The Undivine Comedy. Detheologizing Dante”) prende in parola le pretese di Dante alla verità profetica e, senza intaccare le sue ambizioni e preoccupazioni teologiche, smonta l’ermeneutica che lo stesso Dante ci ha costruito sopra. In termini psicanalitici le sue sovradeterminazioni. Una sorta di sala degli specchi che ne “determina” la lettura. La studiosa di Princeton ne estrae le tecniche della narratività della “Commedia”, il segreto dell’attrazione sempre rinnovata.
Senza gli strumenti linguistici, è quello che fanno i più recenti traduttori della “Commedia”, e in francese Jacqueline Risset, proponendo la “Commedia” tal quale, senza gli apparati. Già Risset aveva proposto un limpido “Dante scrittore” nel 1986.
Dante ha del resto esordito con un romanzo autobiografico, a meno di trent’anni, la “Vita Nuova”.
Si può cioè anche dire il protonarratore italiano, la “Vita nova” costituendo il modello per cui il romanzo italiano sarà asfittico. Un modello tanto più impositivo in quanto è riuscito. Autobiografico già dall’adolescenza, e ben scritto, anche se non rima, forzatamente minimalistico e sentimentale, tutto centrato sull’amore, indirizzato quindi a un segmento dl pubblico, quello femminile. Dante è Dante, ma – o per ciò stesso - il tema resterà imposto dello sdolcinamento di sé, l’infinita autocommiserazione, l’ipocondria.
Barolini e Risset voglino Dante narratore con la “Divina commedia”, ma questa ha agito in Europa. In Italia, trascurata la “Commedia” da Petrarca, il modello è la “Vita nova”.

Della umana commedia si vuole artefice, protagonista e critico (giudice). Dante e Shakespeare, l’incongruo parallelo delle storie comparate della letteratura e di Harold Bloom, viene buono in questo senso. Tra il Superego dantesco e l’effacement del Bardo, un Superautore di cui si dubita l’esistenza. Lo stesso Bloom lo dice: “Shakespeare è ciascuno e nessuno, Dante è Dante” – Shakespeare “ciascuno e nessuno”?

Profeta e messia del suo (nuovo) mondo. Un altro, dopo la Bibbia e i Vangeli, dice d’acchito Borsellino, “Ritratto di Dante”: “L’io dantesco, vale a dire la coscienza della sua individualità, s’impone con un rilievo che non ha confronti nella letteratura mondiale”. Per un’ambizione senza confronti: “Dante si fa giudice di se stesso, degli altri, del potere religioso e politico”, perché si è assunto un compito radicale: “Dante ha conferito alla sua poesia il valore di una terza «scrittura», di un terzo testamento, dopo il vecchio e il nuovo della Bibbia, per di più esteso a tutti gli aspetti della società umana, civile oltre che religiosa”.

Fiaba – È cerebrale. Ma vuole ingenuità.
È cerebrale anche la più bislacca: è costruita per essere bislacca, per quest’altra verità. La “morfologia della fiaba” lascia presupporre un accumulo occasionale. Ma si tratta pur sempre della fiaba registrata, contestualizzata, decostruita – tutte le raccolte di fiabe devono esserlo.

Pasolini – “La passione secondo san Matteo” Gianroberto Scarcia dice “opera comica” (“Poesia dell’islam”). Coerentemente, le tante tragedie scritte o filmate, mitiche, leggendarie, sacre, inclusi “Teorema” e perfino “Salò”, sarebbero un non-Pasolini. Che non può essere. Il classico e il mitico sono una via di fuga dal mondo, ostentata. Sono forzature, logiche e passionali – artificiose. Ma nel culto dell’immagine. Come per i grandi pittori: il senso è nella pittura e non nel soggetto, che viene con la contemporaneità, secondo domanda (mercato) – quanti soggetti sacri non sono opera di bari, ubriaconi, assassini, stupratori.

Nell’intervista (postuma) in tv con Biagi, per la trasmissione “Terza B, facciamo l’appello”, Pasolini si nega: “La tv è un medium di massa. E il medium di massa non può che mortificarci o alienarci”. Però ci va. Per dire che in tv non si è liberi di dire, ma l’essenziale l’ha detto. A meno che non sia una delle sue (troppe) attitudes, da modesta reincarnazione del vituperato D’Annunzio: il poeta ha fatto dei Caroselli, non per soldi.
Lo stesso Biagi fa una puntata falsa della sua trasmissione. Poiché gli ex compagni di classe sono quelli del liceo di Bologna, e Biagi sa che il ricordo non può essere genuino, tutti sapendo che il ragazzo Pasolini “indicò” il compagno di liceo e amico personale Sergio Telmon alla polizia fascista. Non per la proverbiale “ipocrisia”galantomistica di Biagi. Pasolini ha sempre vissuto questa ambiguità, non traumaticamente.
“Nel luglio del 1971 sarebbe dovuta andare in onda una puntata di «Terza B: facciamo l’appello», trasmissione di Enzo Biagi”, è uno degli ultimi ricordi di Italo Moscati, scritto per il sito Pasolini.net: “Ma fu sospesa per una vicenda giudiziaria che coinvolse Pasolini nella sua qualità di direttore responsabile di «Lotta Continua». Sarà presentata quattro anni dopo, il 3 novembre 1975, all’indomani del suo assassinio”. Per l’ovvio mercato del lutto. La prima battuta di Pasolini fu, ricorda Moscati (ma l’intervista è su tutti i siti) che ritrovare i compagni non era gradevole, che la situazione creata nello studio era “brutta, falsa”.

Pound – “Il Silenzio è la Voce di Dio”, Mary de Rachewiltz ricorda che il priore di san Giorgio Maggiore sottolineò al funerale di Pound. La stessa Mary ha spiegato che il silenzio di Pound era anche un modo, secondo la legge americana (non rispondendo, cioè), di professarsi innocente.

Sogni - Un primo uso letterario è in Dante da Maiano, che a interpretare un sogni invita Dante Alighieri e altri poeti giovani. Ai quali sottoponeva il suo sogno come “visione”. Tutto costruito cioè, il sogno e, ovviamente, le letture degli amici.

Traduzione - È l’incrocio delle culture, quindi la valvola della cultura stessa, che chiusa deperisce. È recezione di un altro nel proprio, e a questo fine addomestica – può addomesticare – l’originale. Il maggior traduttore italiano è anche ottimo, benché trascurato, poeta: Foscolo. Come romantico, per imporre il suo vero, e come nazionalista ossia vero “traduttore”, sensale tra le culture.

Se ne parla molto, in fondo, perché Croce ha detto la traduzione impossibile. Ma aveva ragione anche lui. Ridurla a veicolo di comunicazione gli dà ragione doppiamente.
È assimilazione. L’opera straniera ha necessariamente una sua estraneità linguistica, in più della personalità dell’autore.
Il linguista Gianfranco Folena nel 1973, “Volgarizzare e tradurre”, Carlo Carena classicista e George Steiner “Dopo Babele”, 1975, hanno sistemato la questione richiamandosi a san Gerolamo, patrono della categoria: senso da senso e non parola per parola. Ma riconoscevano che dagli anni 1940, cioè dall’avvento della linguistica in materia, la questione era stata molto complicata. Con che risultato? Linguisticamente non si può tradurre “Aprile è il più crudele dei mesi” nel Sud-Est asiatico, dove aprile è la stagione dei monsoni, non nel senso di T.S.Eliot, o “Il Principe” in swahili: la mediazione culturale è ineliminabile.

Vent’anni fa si teneva un convengo a Trieste in cui i traduttori venivano chiamati “traslocatori di parole” (“In difesa dei traslocatori di parole”).

letterautore@antiit.eu

mercoledì 25 gennaio 2012

Il terremoto di Bertolaso

Scriveva questo sito domenica: “Breve, chiara lettera di Bertolaso al “Corriere della sera” su quanto non è stato fatto per prevenire il naufragio dalla “Concordia” e poi per rimediare. A quando la prossima incolpazione - che fanno i giudici, dormono?”. Presto fatto, ieri i giudici dell’Aquila hanno provveduto. L’incolpazione è semplice: Bertolaso ha provocato il terremoto.
Non l’hanno fatto subito perché lunedì i magistrati non lavorano.
E chi ha fatto il terremoto a Milano? Questo Bertolaso, bisogna tenerlo d’occhio.

Pound catto-confuciano

L’introduzione di Mary de Rachewiltz, sette paginette mozzafiato, molto poundiane, rendono impossibile ogni ragionamento critico sul filo conduttore di Colombo, di un “cattolicesimo pagano” in Pound. Anzi, di un “miglior” cattolicesimo sradicato dalla Bibbia e dall’ebraismo e radicato nel politeismo greco-romano. Con l’ausilio di Harold Bloom, del suo “Gesù e Yahvé, e dell’intervista ad Amy Rosenthal con cui Bloom lo presentò al pubblico italiano, sul “Foglio” del 24 dicembre 2005 (“Jahvé contro Jahvé”). Nonché dei tre saggi del filosofo polacco Tadeusz Zieliński raccolti nel 1924 in Francia sotto il titolo “La sibylle : trois essais sur la religion antique et le Christianisme” – una rielaborazione della tesi che Zieliński aveva elaborato a cavallo del secolo, pubblicate a Firenze prima della guerra col titolo “L’antico e noi. Otto letture”, a cura della Società italiana per la diffusione e l’incoraggiamento degli studi classici. Ma prima ancora, andrebbe forse aggiunto, di Marcione, a quanto è possibile arguire dalle ricostruzioni degli eresiarchi e dalla notevolissima, benché non tradotta, interpretazione di Adolf von Harnack, il teologo editore del Codice Purpureo dei Vangeli di Rossano, “Marcion: Das Evangelium vom fremden Gott. Eine Monographie zur Geschichte der Grundlegung der katholischen Kirche”.
Anche il Silenzio del Poeta per quasi trent’anni dopo la guerra Mary riporta, con le parole del priore di San Giorgio Maggiore all’interramento, alla “Voce di Dio”. Pound crebbe con la Bibbia, Mary ricorda ancora opportunamente, la cui pratica era estensiva in famiglia e per tradizione paterna. Ma dal 1906, a 21 anni, borsista a Madrid per la tesi su Lope de Vega che non finirà, visse a contatto col cattolicesimo. E il cattolicesimo poi confonderà, annota la stessa Mary de Rachewiltz nell’intervista che chiude il volume, nel suo specialissimo panteismo confuciano: “Di neo paganesimo si può parlare in quanto Pound non credeva che Dio (“il Dio vero”) fosse monopolio di un popolo o di una religione soltanto. E non riteneva necessario – anzi era contrario agli dei e agli idoli”.
Il “cattolicesimo pagano” in Pound Colombo media da Caterina Ricciardi, che su questa commistione collazionò vent’anni fa gli articoli di Pound per la pagina culturale del “Meridiano di Roma”, nella raccolta intitolata “Idee fondamentali”. E l’ha poi rielaborata nel recente “Ezra Pound. Ghiande di luce”. Colombo la consolida di molteplici tracce. La conoscenza, anche di prima mano, che Pound aveva della patristica e della filosofia medievale, da Scoto Eriugena ai Catari e a Duns Scoto e Riccardo di San Vittore. Una distinta propensione al neoplatonismo e alla gnosi, compreso il ritorno agli “idoli” di Gemisto Pletone. La dottrina sociale della chiesa, molto attenta all’interesse abusivo e all’usura, al feticcio denaro, che entusiasmò Pound per tutti gli anni 1930 e dopo. L’immedesimazione con i fenomeni naturali, della sessualità umana, della fertilità della terra – che attirò a lui, tra gli altri, Pasolini.
In Zieliński, da cui Pound avrebbe mediato negli anni 1920 l’ascendenza pagana del cristianesimo, Colombo s’è imbattuto in uno dei primi “Radiodiscorsi” bellici di Pound all’Eiar, poi Rai – di cui egli stesso ha proposto una scelta nel 1998. In appendice Colombo propone il quadro sinottico della dottrina dell’amore di Riccardo di San Vittore, che Pound s’era costruito in latino e in inglese, e alcuni “inediti”: le sue lettere in italiano a mons. Pietro Pisani e a don Tullio Calcagno, e “Un appunto confuciano per padre Vath”, il cappellano cattolico del capo d’internamento militare di Pisa, che gli aveva dato in lettura il “Catholic Prayer Book” d’ordinanza”. Qui Pound sintetizza con chiarezza il suo catto-confuciansimo.
Andrea Colombo, Il Dio di Ezra Pound, Edizioni Ares pp. 168 € 14

martedì 24 gennaio 2012

L’iperromanzo è falso del pentitismo

Si vuole “una grottesca e paradossale epopea degli anni della contestazione”, ma solo dice, dopo vent’anni (pubblicato nel 1990, tradotto nel 1991), che il romanzesco (iper o postmoderno) è maniera. Il brio è zavorrato dall’indignazione. Per il Sessantotto? Contro? È la stessa cosa. Ma la stessa tecnica tende a spegnerlo. E se Brock Vond facesse a sua volta il doppio gioco? Per Mosca, per Spectre? E Mosca e Spectre in realtà lavorassero per il diavolo Nixon? Il gioco non può non chiudersi, e quindi ci vorrebbe una storia, non soltanto personaggi e ambienti, per quanto sorprendenti. Senza contare le deboli polemiche: Usa = Thanatoia, r ‘n r = Vomitones, passioni = uniformi e ordine “segreto”.
È il limite è del concetto stesso d’iperromanzo. Pychon ha inventiva e scrittura (e cultura) straordinarie, e non bastano: le sorprese non bastano – non bastano mai. Ma c’è anche un fondo dannunziano, ricercato e quindi doppiamente artificioso cioè, sia nella revulsione che nel modo di esprimerla: è tale l’impegno sulle parole e le frasi nuove che uno ci si perde – il lettore e l’autore.È una sceneggiatura. A grande budget, on effetti speciali (ninja) e masse. Da coproduzione: ‘è l’Italia, il Giappone, il Messico. Italiano è anche come romanzo del pentitismo, col gioco di lusinghe, ricatti, compromessi. Che dovrebbero storicizzarlo ma non ce la fanno.
Thomas Pynchon, Vineland

Il mondo com'è - 81

astolfo

Corruzione - Il maggiore scandalo della Repubblica prima di Mani Pulite (vicenda peraltro da esplorare nei suoi veri connotati) fu l’affare Eni-Petromin. Avvenne al tempo del secondo shock petrolifero, 1978, vigente ancora il compromesso storico. Quello che il presidente dell’Eni Mazzanti e il direttore per l’Estero Sarchi vantarono come un accordo straordinario, per avere per la prima volta infranto il monopolio americano in Arabia Saudita, seppure con un accordo commerciale, in una situazione di mercato estremamente difficile per i consumatori, si ribaltò a loro danno nelle more di un’inchiesta parlamentare e della gogna mediatica. Anche se nessuna prova fu portata a loro colpa.
Per l’acquisto Mazzanti s’era impegnato a pagare una tangente (mediazione d’affari) del 7 per cento a un uomo d’affari iraniano per conto dei principi sauditi - la percentuale maggiore, l’1,50 per cento, andava al principe ereditario Fahd. La mediazione internazionale fu ritenuta accettabile, seppure non corretta e onerosa, dall’inchiesta parlamentare. Mazzanti sostenne che l’accordo era comunque proficuo per l’Eni e per l’Italia. Ma i socialisti insinuarono il dubbio che parte della provvigione fosse rifluita in Italia a beneficio del presidente del consiglio Andreotti.
Lo scandalo era stato sollevato sotterraneamente da Bisaglia, astro montante della terza generazione Dc, contro Andreotti, attraverso ministri e giornalisti a lui vicini. Il segretario del Psi Craxi, il tesoriere Formica, e il vicepresidente dell’Eni Di Donna lo fecero lievitare politicamente. Per logorare il compromesso storico del moralista Berlinguer, che dopo pochi mesi entrò in crisi.

La questione morale non può essere parziale e mirata. Questo tipo di “questione morale” è anzi la questione morale italiana. La lotta alla corruzione è l’esercizio della giustizia: dev’essere uguale per tutti. Se si indagano solo due procuratori di calcio quando tutti i procuratori compiono continuamente illeciti, non si fa la lotta alla corruzione ma la si alimenta. Lo stesso se si indaga un partito, o alcuni partiti, per delitti che tutti i partiti commettono. O un imprenditore del latte, poniamo, per frode alla Ue, quando tutti i produttori di latte frodano la Ue. Sembra semplice buonsenso e invece non è così: la lotta alla corruzione si propone essa stessa come corruttrice, solo più forte di quella che combatte.
Mani Pulite puntò il Caf e lo distrusse, metà Dc, il Psi, il Psdi, il Pri e il Pli. Lasciando fuori dalle indagini l’altra metà Dc e il Pci, anche se erano incorsi negli stessi reati, di finanziamento illecito alla politica e di traffico delle influenze – con l’aggravante riconosciuta per il Pci di finanziamento illecito da parte di potenza straniera. Ha successivamente puntato Berlusconi, che si è preso i voti del Caf. Berlusconi ha resistito alle indagini a senso unico, il cui effetto è quindi un ulteriore discredito della giustizia, della lotta alla corruzione.

Italia - “Siamo un Paese di ex, ricorda Mario Isnenghi inaugurando una piccola e densa rivista di storia online («S-Nodi», 1, 2007, www.scriptaweb.it). Ex borbonici nell’Italia liberale. Ex socialisti in camicia nera. Ex fascisti con la tessera del partito comunista. Fenomeni innovativi ma anche penosi. Dopo tutto, l’ex-ismo è un tragitto psicologico difficile, la stanchezza del naufragio, la delusione intima dell’errore. Scorie tossiche. Prendiamo la Seconda Repubblica, che dell’apostasia ha fatto quasi una religione. Alleanza nazionale spegne la fiamma del rimpianto, Rifondazione riavvolge la bandiera rossa, il Partito democratico (in un sol colpo) sotterra falce, martello e Balena Bianca. Dovrebbero essere svolte epocali e assomigliano invece a un cambio di casacca stanco, reticente, furtivo. Forse perché, da noi, le grandi cesure avvengono in un contesto di rigida continuità delle élite che sfiora il camaleontismo. Prodi, Berlusconi, Fini, Veltroni hanno sulle proprie spalle - nelle ossa - troppe stagioni della storia italiana. Sono ex”.
Si potrebbe aggiornare così, con questo nuovo lemma di Paolo Macry sul “Corriere della sera” (12 gennaio 2008), l’antologia “La questione morale. Perché siamo Italiani”, che David Bidussa ha dedicato cinque anni fa a quanti si sono prodotti sul carattere degli Italiani. È un sport nazionale.
Le generalizzazioni sono sempre infedeli, lo diceva Croce ma ognuno lo vede – gli “italiani” per esempio, che vuole dire? E tuttavia servono, oltre che divertire.

Mani Pulite – Non è stata ancora metabolizzata la violenza di Mani Pulite. Che in ogni altro ordinamento avrebbe configurato un golpe: incriminazioni indiscriminate, da parte di un solo gip, Italo Ghitti, che professava di non leggere gli atti, atti d’accusa redatti al ciclostilo, incriminazioni notificate via giornali, due parlamenti sciolti arbitrariamente in due anni. In Italia invece si è chiamata “rivoluzione”. Confermando, nel particolarissimo significato che la rivoluzione ha nella cultura fasciocomunista, il suo carattere sovversivo. Nella fattispecie golpista – la rivoluzione resta sempre un fatto popolare.

François Furet liquidò l’operazione all’epoca come “processo di disaggregazione della Repubblica italiana e della sua autorità”. È più che mai veridica la lunga, e trascuratissima, intervista che lo storico della Rivoluzione francese diede al corrispondente del “Corriere della sera” a Parigi Ulderico Munzi, pubblicata il 10 marzo 1993. Sintetizzata, a microfoni spenti, con la battuta: “Questo paragone è un abuso, dove sono giacobini e sanculotti? Io vedo solo le Leghe”.
In dettaglio lo storico spiega: “Cosa vi salta in testa di dire che la classe politica ha perso la sua legittimità? Non l’ha mai avuta, questa legittimità. O, perlomeno, era molto debole. La politica italiana, in un certo senso, è sempre stata oligarchica. Il suo discorso è sempre stato esoterico, il suo linguaggio è sempre stato in codice e quindi sospetto. In sostanza, non ha mai avuto robuste radici popolari”.
Rivoluzione? “È un abuso. Rivoluzione vuol dire sostituzione di un potere a un altro. Non è soltanto un fenomeno di decomposizione e d’implosione del potere esistente. E dov' è la nuova ideologia rivoluzionaria? Siamo seri. Per parlare di Ancien Régime bisogna averne uno nuovo… C'è qualcuno in Italia che pensa che ci possa essere un ordine diverso da quello democratico? No. Dunque, non buttiamo al vento la parola rivoluzione e usiamo piuttosto termini appropriati. Parliamo, cioè, di un processo di disaggregazione della Repubblica italiana e delle sue autorità”.
Non è la prima volta, aggiunge Furet. Ora ci sono due fati nuovi. Uno è “il peso della fine del comunismo che era depositario di uno straordinario capitale di fiducia nelle classi popolari. C’è un vuoto”. L’altro è che “l’Italia vive una crisi costituzionale…. È la sola democrazia moderna senza potere esecutivo”. Ma questo non dà automaticamente avvio a una palingenesi, ribadisce sbrigativo lo storico all’intervistatore: “Mi ascolti. Mussolini nacque dalla debolezza popolare del giolittismo. La Repubblica italiana di De Gasperi era riuscita a trovare una relativa legittimità attraverso i due grandi partiti di massa che erano la Democrazia cristiana e il Partito comunista”. Relativa perché i due pilastri erano bacati: “Il primo era debolmente democratico in quanto era legato alla religione. Nell’uomo democratico la religione dev’essere un fatto privato. Il secondo costituiva una menzogna nella democrazia moderna, cioè i comunisti mentivano nella loro visione dell'’avvenire italiano. Questi ultimi hanno perso, oggi, persino la loro identità, e la Democrazia cristiana è in preda a una crisi. Cosa si può pretendere in un Paese che non ha un dispositivo salvatore come quello dell’elezione dell’esecutivo a suffragio universale?... Gli italiani cambino le loro istituzioni. La rivoluzione non esce fuori dal cappello a cilindro dei prestigiatori”.
Furet dice anche “pericolosa” la supplenza dei giudici. E rischioso, in generale, il momento storico per la democrazia: “La democrazia, con la fine del comunismo, è diventata universale e rappresenta l’avvenire dell’umanità. Ma ciò accade proprio nel momento in cui persino le democrazie più antiche fanno udire scricchiolii preoccupanti. Solženicyn dice che il comunismo muore e la democrazia si ammala. Pensi alla tirannia dell’opinione pubblica manipolata dai mass media, alla depoliticizzazione delle masse, al cinismo dilagante. Non sono caratteristiche solo italiane”. E dunque, il futuro dell’Italia? “il fascismo è disprezzato dall’opinione pubblica, anzi direi che e' disonorato. E poi non vedo dei Mussolini. L’Italia affonda in una sorta di anomia, nella mancanza di rispetto delle leggi e dell’autorità pubblica”.

Occidente – Mar d’Occidente è il Mediterraneo nella letteratura islamica – persiana, turca, centroasiatica.

astolfo@antiit.eu

lunedì 23 gennaio 2012

Problemi di base - 88

spock

Ma il prefetto Gabrielli ci fa o ci è?

Cavare i vangeli da Marco, Matteo, Luca, dallo stesso Giovanni, non è prova sufficiente di Dio?

Se Dio è “una malattia” (Caproni), il diavolo sarà tutto salute?

Se il caso è inconcepibile, perché la nascita è concezione?

Incomprensibile la nascita, sicura è solo la morte? E come è possibile, benché sicura?

Se “ogni società è edificata su un poema” (Octavio Paz), su quale poema sconclusionato è fondata l’Italia?

Se nascere è una disgrazia, nascere italiano allora?

spock@antiit.eu

Adolescente in copia per Millar e McCullers

Straordinaria identità di canovaccio, tra la Priscilla della scrittrice canadese (titolo originale: “It’s all in the family”) e la Frankie Addams di Carson McCullers: gli amori, la provincia, il suburbio , l’assetto familiare (ragazzini con mamie nera), e il tempo di due giorni, con l’attesa o “sospensione”. Più caratteristica, questa, della scrittrice georgiana. Mentre Millar ha più maestria nei dialoghi, anche nei soliloqui. Di due testi quasi contemporanei, uno pubblicato nel 1946 e uno nel 1948. Straordinaria anche la rilettura quasi contemporanea dei due testi.
Carson McCullers, Invito a nozze
Margaret Millar, La deliziosa Priscilla

domenica 22 gennaio 2012

Thomas Mann, l’elezione nell’abiezione

“Ho l’impressione come se non dovesse avvenire più nulla” – dalla prefazione 1953: la migliore letteratura contemporanea è “un ricapitolare ed evocare ancora una volta il mito occidentale – prima che cada la notte”. Questo è vero, la guerra aveva lasciato più macerie che voglia di fare. Si festeggiò la liberazione, ma furono orgasmi solitari e rapidi. C’è però un fondo decadente nel grande affrescatore Thomas Mann: una borghesia minata (l’ultimo dei Buddenbrook ne recide l’albero genealogico), un’umanità incestuosa e cinica, l’estetismo odiosamato (Kröger, Aschenbach, Faustus, l’Impolitico, Fratello Hitler..), la religiosità di maniera (Giuseppe, l’Eletto) – l’ancoraggio è più solido, meno morbido, nel lirico Heinrich Mann. Cosa significa allora vedere in un uomo così introverso, preso di sé, il testimone dell’epoca?
Thomas Mann. L’Eletto

Ombre - 116

Anche sotto gli austriaci, notava nel 1846 Cristina di Belgiojoso nei suoi “Studi intorno alla storia della Lombardia”, a Milano s’insegnava ai giovani che la politica è “un vizio depravante, al par del gioco, della crapula, della lussuria”.

È sempre “Repubblica” contro “Corriere della sera”, ma a ruoli invertiti. “la Repubblica”, di proprietà del finanziare De Benedetti, ammonisce, con argomenti e anche con asprezza, contro il predominio della finanza nella congiuntura mondiale, il lettore del “Corriere della sera” non ne sa nulla, benché il direttore del giornale sia un ottimo economista. Potenza di Bazoli? I banchieri di Dio sempre sono insidiosi.

Avremo le farmacie come le banche, una ogni pochi passi. Per la gioia di chi ha pianterreni da affittare. Ma pagheremo le medicine più care come le banche liberalizzate?

Lo slogan delle liberalizzazioni è: “Costi minori servizi migliori”. Ma non così è stato in Gran Bretagna, patria di questa ideologia e pratica: tutto è in sterline enormemente caro, e la qualità è scadente, dell’alimentazione come dell’abbigliamento, della sanità e dell’informazione. La cancellazione delle licenze e l’orario senza limiti sono stati adottati in Gran Bretagna su spinta e nell’interesse della grande distribuzione – così hanno in effetti un senso.

Saremo dunque più inglesi, ma a quale buon fine? Trovare il giornale uscendo dalla metropolitana non serve ( già ce lo troviamo del resto, da quanto sono arrivati i primi asiatici, quarant’anni fa), perché noi abbiamo il nostro giornale, e non uno qualsiasi.
Fra i tanti “scandali” dei britannici old fashion in Italia sono sempre stati il droghiere di fiducia e il bar sotto casa (oltre all’orario spezzato, con la pausa dall’una alle quattro). Un delirio economico, lamentavano, che moltiplica i prezzi. Non è vero – la ragione è un’altra: oltre Manica il concetto di pane fresco non esiste.

Il settore meno efficiente in Italia è senza dubbio quello bancario. Alla pari dell’amministrazione pubblica. Con ricadute perniciose, entrambi, sugli investimenti e la produttività. Ma sono gli unici settori cui Monti non mette mano. Che almeno uno, quello bancario, conosce meglio di chiunque altro. O proprio perché lo conosce?

Breve, chiara lettera di Bertolaso al “Corriere della sera” su quanto non è stato fatto per prevenire il naufragio dalla “Concordia” e poi per rimediare. A quando la prossima incolpazione - che fanno i giudici, dormono?

Nella tragedia della nave crociera quanta miseria del giornalismo. Invadente e superficiale. Provinciale, gretto, brutale, e compiaciuto. Razzista. Il comandante che abbandona la nave. L’ammutinamento. La droga. La “moldava”. L’assedio al capitano-eroe. Sky Tg 24, ripetitivo ogni mezzora, con la stesa faccia che ripete con le stesse parole la stessa fandonia, rende questa rappresentazione grottesca. Non è informazione. Ma che spettacolo è?

La “moldava”, l’“ucraina”, la “romena”, la “polacca” sono, andando a ritroso nelle varie ondate immigratorie di colf e badanti, i fantasmi delle spose piccolo borghesi e dei loro figli. Come di avventuriere, sfascia matrimoni e peggio, il nome è la cosa. Sono i giornalisti piccolo borghesi? Lo sono.

Si squaglia la Sicilia governata da un personaggio incredibile, Raffaele Lombardo, capofila della destra, con una giunta di sinistra, ma non ne sappiamo nulla. Paghiamo frutta e verdura il doppio perché la Sicilia è ferma, ma niente, di Lombardo adesso che è democratico non si parla. Poi dice che (non) c’è la censura.

C’era lo spread, differenziale, nel dizionario degli affari di Rachel Epstein e Nina Liebman del 1987, “Biz Speak”. Non c’era default, il fallimento. Non c’erano allora fallimenti? C’erano. Ma non erano una cosa da anestetizzare, per non disturbare il conduttore – il “mercato”.

Mons. Bregantini ricorda (“Lettere dalla Calabria”, 21), la tesi di Pirenne, lo storico belga, che lega il feudalesimo alla chiusura dell’Europa, alla rottura dell’unità del Mediterraneo: “Se il Mediterraneo resta un mare aperto, anche l’Europa si apre e cresce. Se quel mare si chiude e si spezza, anche l’Europa si frammenta e si feudalizza”. È ciò che sta avvenendo per altri versi, e non si saprebbe dargli torto - allo storico, al vescovo.

Succede l’inverosimile, lo spread, la Merkel, la Merkel con Sarkozy, coppia comica irresistibile, l'incredibile Passera, il ministro delle banche, l'incredibile Fornero. Oltre alle navi di quattromila persone prtate al naufragio in trenta metri d’acqua. Ma Crozza, Litizzetto e perfino Benigni, laureato all’università di Calabria, vogliono farci ridere con Rotondi, Rotondi?, col figlio di Bossi, e con l’ombra di Berlusconi. Comici? Democratici?