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sabato 14 maggio 2011

Meglio Osama di Madison Avenue

Mancano solo il furto delle offerte, e le percosse alla moglie, anzi alle mogli: la propaganda americana sulla morte di Bin Laden va avanti grottescamente inefficiente e perfino autolesionista. Osama rischia di essere miglior pubblicitario di se stesso anche in morte, confrontato alla serie ormai lunga, uno al giorno, di sciocchi spot con cui gli Stati Uniti celebrano la sua fine: materiale pedopornografico nei computer, i pizzini, la controfigura invecchiata, il televisore d’epoca…
Da un lato la campagna è incoraggiante: Osama viene ridotto a un Provenzano poligamo, quale Provenzano era, solo, malato, bigotto, squallido. Questo vuole dire che la mafia, almeno negli Usa, non ha eroi. Ma non è eccitante, e anzi è deprimente: esibisce ogni giorno un singolare degrado della capacità americana di fare opinione, a fronte del tremendo impatto sull’immaginazione dell’11 settembre.Una campagna che non mobilita ma, al contrario, ha disinnescato, con un calo verticale d’interesse, l’assalto finale e l’eliminazione di Osama. Senza offuscarne il fascino diabolico dell’11 settembre.
Madison Avenue con i “persuasori occulti” di Vance Packard sono stati per oltre mezzo secolo il segno della supremazia occidentale e americana, più dei missili a testata mutipla. Madison Avenue è la strada di New York che ospitava le maggiori agenzie di pubblicità, che elaboravano riti e misteri in un’immagine continuamente rinnovata e consistentemente consolidata, dalla coca-Cola al Biafra e alla fame nel mondo, e “facevano” l’Occidente, gli davano strategie e valori. Dustin Hofmann e De Niro ne hanno fatto la parodia ancora nel 1998, nel film “Sesso e potere”, ma già in un film da ridere.

Ombre - 88

Si mobilitano le suore e anche le veline, per l’acqua pubblica: non ci sarà più il Comintern ma non ci sono slabbrature, la mobilitazione è sempre generale. Mentre si evita assolutamente di scrivere, nemmeno per curiosità, che Bersani e Di Pietro erano per l’acqua pubblica quando erano al governo, non molto tempo fa. Omertà?

Dice Gian Arturo Ferrari, che a Torino cura la mostra “L’Italia dei libri” per i centocinquant’anni: “Nel 1861 eravamo un paese provinciale, che aveva avuto vette come Manzoni e Garibaldi, ma molto distante dai grandi paesi europei. Non c’era un tessuto connettivo”. Che invece c’era, allora. E l’Italia non era affatto distante, era nei cuori europei: questo è un fatto, per avere realizzato l’unica “rivoluzione” riuscita.

Il management e il consiglio d’amministrazione Rcs decide la fusione delle sue varie società (e cioè la copertura delle perdite dei vari settori con l’attivo del “Corriere della sera”) e la vendita della sede storica del “Corriere della sera”. Finte economie: si coprono perdite e debiti con operazioni straordinarie non ripetibili, tra l’altro foriere di nuovi costi. Per poter pagare dei bonus ai manager e un dividendo agli azionisti. Ma il sindacato aziendale tace: il Partito lo vuole.

Lactalis si compra Parmalat, appena e dolorosamente risanata per essere stata coperta da troppi debiti. Se la compra con tutti i crismi, l’avallo della Consob, le procedure giuste. Per scaricare sulla Parmalat, che ha un patrimonio ben superiore, i sette miliardi di debito della Lactalis stessa, piccola azienda di famiglia. Se è il mercato, è ben mafioso.

Dice bene Mario Sconcerti: con l’Inter “Moratti ha dato un senso alla propria ricchezza”. Con i soldi profusi nell’Inter, forse un miliardo, forse più. Ha ripulito i soldi degli “sfioramenti” sulla raffinazione da sottogoverno. Un altro aspetto molto mafioso del mercato.

Massimo Moratti sponsorizza il candidato sindaco di sinistra a Milano, Pisapia: “Penso che il centrosinistra abbia fatto una buona scelta. Appartiene a una famiglia che fa parate della buona borghesia milanese”. Senza vergogna.

Incredibile livore di Rai Tre contro “Striscia la notizia”, la trasmissione tv più civile, e più seguita, d’Italia. A opera delle sue autrici, anch’esse ben curate come le veline, Loredana Lipperini, Lorella Zanardo. Contro le veline, in nome del femminismo, della difesa delle donne.
È la povertà del Pci, di quello che ne resta, che ha contagiato perfino il mite Augias: frasi fatte e aria fritta. Una volta arrivavano in ritardo di dieci anni sulla realtà, ora di venti.

Nelle cronache d’epoca di Arbasino c’è ricorrente il cumenda lombardo coi soldi che per compiacere la sua attricetta, allora si chiamavano cosi, produceva un film. Dunque la tradizione è antica. Poi il cumenda fu anche emiliano, umbro, marchigiano. E il film magari direttamente porno, a basso costo.

“Smash e merletti, è il tennis bollicine”, inneggia Marco De Martino sul “Messaggero” agli Internazionali di tennis: “Sempre più alte, chic e corteggiate”. Le tenniste, s’intende. Federer, Djkovic, Nadal meritano una sosta al bar? Tutti ai loro posti invece per la Sharapova, le sorelle Williams, Ana Ivanovic, la Wizniecski, e Arantxa Parra Santonja. Che non portano merletti ma le mutandine sì, svolazzanti – è questo l’unico errore di De Martino, che per il resto coglie l’essenziale. È colpa di Berlusconi? Della globalizzazione? Dei romani poco sportivi? Dopo anni di Navratilova, brava ma brutta, spigolosa, e pure maschia.
Godimenti doppi propongono la statuaria Sharapova e le Williams con i gemiti e i gridolini con cui accompagnano ogni smash, si presume di piacere.
Ha realizzato il sogno delle veline, entrare in campo col calciatore, non solo in discoteca. Sotto tutte le televisioni, meglio se quando la squadra vince il campionato, si vede di più. È riuscito a Barbara Berlusconi. Che a questo punto di deve dire campionessa del genere inventato da papà. È riuscita anche a rovesciare i ruoli: il calciatore, Pato nell’occasione, stava sulle sue.
Però da raccomandata: ha avuto il posto in campo, nella panchina del Milan, che non si potrebbe, con la scusa che ne è proprietaria.

Italia 1 ha pronto uno speciale per celebrare lo scudetto al Milan. Composto dei punti salienti dell’annata. Ma si vedono solo gol, o attacchi riusciti, alla Juventus. Questo Milan si è illustrato soprattutto contro l’Inter, nei derby, ma sembra che abbia giocato solo contro la Juventus. Più qualche scena di squadre che hanno da ridire contro la Juventus, la Roma, la Lazio – con commenti generosi del tipo: “Beh, un errore ci può stare”. Il sottinteso è che Milano non la fanno vincere mai.

Magistrale “ascolto” di Raffaele La Capria delle “rubriche di approfondimento” della Rai, i vari talk show di partito e di corrente, sabato sul “Corriere della sera”:
http://archiviostorico.corriere.it/2011/maggio/07/CHE_NOIA_INFINITA_URLA_DEI_co_9_110507236.shtml
Una noia infinita. Resta da scoprire l’Auditel: è anch’esso di partito? O ci sono sempre quattro-cinque milioni di fedeli disposti a sorbirsi tre ore di chiacchiere ogni sera?

Di Deraa, al Sud della Siria, centro della rivolta contro Assad, solo si ricorda in Italia che è il luogo in cui T.E.Lawrence, “Lawrence d’Arabia”, fu sodomizzato (per la prima volta, dice lui). La Siria è così lontana?

La Cina ha evacuato prontamente, con proprie navi militari, trentacinquemila cinesi che lavoravano in Libia, senza che ne sapessimo nulla. Nemmeno gli aerei della Nato hanno visto le navi cinesi?

All’inaugurazione del Maggio con l’“Aida” il sindaco di Firenze ha abolito gli omaggi. Arbasino se ne meraviglia. Sul “Corriere della sera”. Duecentocinquanta euro per una poltrona gli sembrano troppi (pensa che siano addirittura 250.000….). In aggiunta, dice, alla spesa per il viaggio, l’albergo, il ristorante.
I nobili milanesi e romani si sono per questo astenuti, si apprende dallo stesso Arbasino, solo quelli fiorentini sono potuti andare. Povera Italia?

“Abbiamo sacrificato un elicottero da sessanta milioni e non avevamo i soldi per comprarci un metro?” pare abbia scherzato Obama la notte dell’attacco a Bin Laden. Ma non ha fatto ridere. La fine di Osama ha fatto piacere a tutti, ma nello sconcerto.

Il mondo com'è - 63

astolfo

Mazzini - Nelle celebrazioni dell’unità si nasconde il Piemonte dietro Garibaldi, e si cancella, fra i tanti, anche Mazzini che ne fu il vero promotore (e Cattaneo, Ferrari, Montanelli, oltre che il neoguelfismo di Gioberti e il papa), e ne è il teorico più attuale, nel senso che ne è il più necessario. Il suo sogno era l’Europa delle nazioni. Dopo la Giovane Italia fondò la Giovane Europa. Il nazionalismo vide nel complesso negativo: se la libertà nazionale contro l’oppressione straniera era necessaria, il patriottismo rischiava di compromettere “la fratellanza dei popoli, unico principio generale”.
Mazzini fu con queste idee immensamente popolare, e all’origine del ’48 e del percorso che dodici anni dopo porterà all’unità. “All’Italia spetta l’alto ufficio di bandire solenne e compatta l’emancipazione. E l’Italia adempirà l’ufficio che gli affida la civiltà”. Lo disse nel 1839 e lo fece.
È vero che Mazzini nel 1834 era stato condannato a morte dai Savoia – insieme con Garibaldi. Ma i Savoia non erano finiti male?

Neoguelfismo – Singolarmente assente nelle celebrazioni del centocinquantenario, il piano dell’Italia federale di Gioberti e il ruolo di Pio IX nell’accelerazione dello spirito unitario. Le celebrazioni lo limitano all’unificazione. Che fu, certo, savoiarda e garibaldina. Ma lasciare fuori Gioberti, che fu anche presidente del consiglio nel 1848 a Torino, e il papa, da cui tutto il ’48 prese avvio, in Italia e in Europa, è inspiegabile e sembra assurdo. Non si rileggono nemmeno “Le mie prigioni”, che sono, oltre che anti-austriache, una forte testimonianza di fede religiosa.
Sembra ovvio perché Pio IX si tenne fuori sdegnato dall’unificazione, e anzi la avversò. Ma dopo esserne stato il primo e più giusto innesco. Deliberando all’accesso al trono nel 1846 la riforma dei Codici, la libertà di stampa, l’amnistia politica, la creazione di una guardia civica. Un delirio di entusiasmo lo circondò in tutta l’Italia, di cui resta traccia ora unicamente nei tanti inni celebrativi a lui indirizzati. Palermo anticipò il Quarantotto, sull’onda dell’entusiasmo suscitato dal papa. Anche a Parigi il Quarantotto fu anticipato dall’inno a Pio IX, dice Flaubert nell’“Educazione sentimentale”.
Flaubert non dice di quale inno si trattava: ce ne furono parecchi. Il 1 gennaio 1847 una grandiosa manifestazione di popolo, guidata dai Capi dei rioni, si svolse a Roma da Piazza del Popolo al Quirinale, allora residenza papale. Pio IX ricevette gli auguri per il nuovo anno, la cerimonia s’illustrò con un inno di autore ignoto musicato da Rossini, “Grido di esaltazione riconoscente al Sommo Pontefice Pio IX”. Diceva: “Su fratelli, letizia si canti\Al magnanimo core di Pio,\Che alla santa favilla di Dio\S’infiammò del più dolce pensier”.
Francesco Dell’Ongaro fece del papa il soggetto di uno dei suoi popolari stornelli: “Pio Nono è figlio del nostro cervello,\Un idolo del cuore, un sogno d’oro... \Chi grida per le vie : «Viva Pio nono!»\ Vuol dir: « Viva la patria ed il perdono». Filippo Meucci e il maestro Gaetano Magazzari composero un “Inno Pio IX” che, dice D’Ancona, “aveva un andamento solenne, quasi trionfale, e come certi sussulti di gioia”. Meucci, che scrisse anche il coro “In lode dell’immortale Pio IX” e un inno “Alla Guardia Civica”, sarà ministro di Polizia nella Repubblica Romana, e poi esule in Piemonte.
A Pisa, nella Toscana granducale e riformista che Pio IX aveva acceso di nuovi fermenti, si celebrò il 16 giugno 1847 l’anniversario dell’elezione del papa con manifestazioni popolari, luminarie, e canti. Uno dei quali, attribuito al Guerrazzi, diceva: “Su, fratelli! D’un Uom la parola\Or ne stringe in santissimo patto.\Essa è verbo che chiama al riscatto\Dell'Italia le cento città”. Analoga manifestazione il giorno dopo a Siena il granduca riuscì a proibire, con pochi feriti. Ma tutta la Toscana fu un pullulare di rivolte. E nei ducati di Parma e di Modena-Reggio, che l’Austria intervenne a presidiare. Indirettamente spingendo i liberali mazziniani all’azione nel Regno del Sud, a Reggio il 29 agosto 1847 e a Messina tre giorni dopo.
Per qusi tutto il 1848 il papa resterà popolare. In Germania sorsero a partire da marzo delle “Associazioni Pio”, che a ottobre erano già 400, con 100 mila iscritti, una cifra allora enorme nella pratica degli associazionismi. Poi il suo primo ministro Pellegrino Rossi fu trucidato dai repubblicani, un riformista, sul portone del Quirinale, il palazzo del papa, e Pio IX se ne andò sdegnato a Gaeta, nel regno di Napoli già nuovamente legittimista.

Quarantotto – Flaubert ne fa l’epitome della (sua propria) incapacità. Della velleità confusa. Appena avvenne, dice nell’“Eduaczione sentimentale”, “si smascherò”. Visto da destra e visto da sinistra. A un certo unto, ricorda Flaubert, insorse lo spettro del socialismo, e i liberali batterono in ritirata – dalla rivoluzione, non dalla scena, che anzi occuparono con durezza.
È una interpretazione come un’altra, nemmeno originale, anzi la più diffusa. Ma Flaubert aggiunge qualcosa: che il socialismo sancì e impose la proprietà: “Allora, la Proprietà montò nei rispetti al livello della Religione e si confuse con dio (maiuscole e minuscole sono dell’originale, n.d.r.). Gli attacchi che le si portavano sembrarono sacrilegio, quasi antropofagia.”

Il Quarantotto comincia nel nel ’46, all’elezione di papa Pio IX, il 16 giugno di quell’anno. Pochi giorni e il papa promulgava le libertà che incendiavano tutta Italia. In tutta Italia si susseguirono delle manifestazioni. Che culminarono il 29 agosto 1847 col tentativo di sollevazione di Reggio Calabria. A cui segui l’1 settembre quello di Messina. Il Quarantotto vero e proprio inizia a Palermo, il 7 gennaio: in pochi giorni la Sicilia si libera delle truppe borboniche, chiedendo la costituzione del 1812, abrogata con la restaurazione nel 1816. Quanto di più lontano dalla politica oggi. In Italia e in Europa.

È la smentita a Marx. Che pure lo visse intensamente, da direttore di giornale e agitatore. Ma ne trascurò presto la portata, immergendosi nell’economia, già dichiarata “scienza triste” da Carlyle, alla vana ricerca della “struttura” della società. La rivoluzione liberale, o primavera dei popoli, si volle politica, le riforme economiche le aveva ottenute e non le bastarono. Il 1989 è stato un grandissimo Quarantotto. Il sommovimento arabo di questi mesi lo è e non lo è: troppo diverse la parentela e la società, la storia, la cultura, l’urbanizzazione, la distribuzione del reddito.

Unità – Fratelli è la parola più ricorrente nel repertorio “Inni di guerra e canti patriottici del popolo italiano” messo assieme da Rinaldo Caddeo per la casa editrice Risorgimento di Milano nel 1915, alla vigilia della guerra, che ebbe largo e immediato successo. Non un’invocazione anarchica, né prodroma della parole d’ordine politiche di parte, compagno, camerata, ma indirizzata a tutti gli italiani. Oggi Galli della Loggia, studioso dell’identità italiana, dopo tanti libri la trova ancora sfuggente, da ultimo lunedì sul “Corriere della sera” (Lo stile di un paese senza identità”). Ma a questa assenza contrappone il giubilo per il royal wedding e per la morte di Osama come segni di democrazia: entrambi “ci fanno capire che cosa sono le società democratiche”. E questo perché le classi dirigenti in Gran Bretagna e negli Usa, di destra e di sinistra, al potere e fuori, partecipano dell’evento. Ma questo anche in Italia, bisogna dire, quando vince la Nazionale, quando muore un papa. Sono eventi minori rispetto al royal wedding?

astolfo@antiit.eu

venerdì 13 maggio 2011

Problemi di base - 60

spock

Perché gli storici dicono che la guerra non è popolare? La guerra in casa d’altri.

Secondo Bacone, non c’è nessuno così debole che non vinca la paura della morte. E se uno è forte?

Perché gli anziani dimenticano le chiavi in casa e i giovani invece si cambiano i pantaloni?

Perché la Bibbia è maschilista, e anche femminista?

E Dio, perché non è mai tranquillo? Sempre fa casino.

Questo Berlusconi, è solo paranoia o la minaccia è reale?

Anche Metternich era, assicura il biografo, “intollerabilmente licenzioso e frivolo con le donne”: era qui la base della Santa Alleanza? Ma non restaurava bene.

Si dice le oche del Campidoglio o le oche del Quirinale?

E se il Quirinale per un giorno tacesse?

spock@antiit.eu

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (89)

Giuseppe Leuzzi

Dovendo guardare il mondo
da sotto in su
ogni sorta di malanno
s’accompagna
al quieto vivere:
gobba, lombaggine, cervicale,
e l’infinita serie di mancanze
per difetto di ossigeno
e la disperazione,
la vista sempre ardua rivelandosi,
sfocata, incerta, fosca
per non potere, o volere,
la propria nullità vedere,
specialisti in sguardi assenti
da scemo di paese,
al quale si è bene dare
divertita compassione.
È come la storia scrutare
con strepito magari
inarmonico di fanfare
in assetto posteriore
poco onorevole.
L’odio uccide e l’invidia,
più dell’avidità.

Aspromonte
Il toponimo ricorre in Francia. Flaubert ne registra uno nella foresta di Fontainebleau, collinare, dove “il sentiero fa zigzag tra pini tozzi, sotto rocce dal profilo angoloso”. È un paesaggio familiare, ma pini tozzi abbarbicati alle rocce ce ne sono in molte montagne. “Tutto questo angolo della foresta ha qualcosa di rattenuto, un po’ selvaggio un po’ raccolto”, aggiunge Flaubert, e questo è solo dell’Aspromonte vero e proprio.
È francese il poema del luogo, l’antica canzone in lasse romanze del 1180 circa in ambito normanno, “Chanson d’Aspremont”. Sulla difesa della cristianità contro gli africani che hanno invase il meridione. Di auspicio per la crociata che i re d’Europa preparavano a Messina attorno a quell’anno, padroni di casa i Normanni ormai elevati al rango regale.

“Aspro\ il Monte è bruciato appena ieri”, Giuseppina Amodei, poetessa di Bova (nell’antologia “A mio padre”).

La canzone di gesta è stata però sempre di gusto popolare, e si è conservata fino a recente, un quarto di secolo o una generazione fa. Orlando e i paladini di Francia, benché “materia di Francia”, sono stati un epos popolare in Sicilia. Nel senso che spopolavano fino a quando c’era epos, dunque fino agli anni 1980, nelle piazze con i cantastorie, all‘opera dei pupi, e sulle sponde dei carretti. In Calabria, che vive in una sorta di glaciazione, un’apnea dove tutto si è smarrito, l’epos è residuato nell’Aspromonte.
È residuato fino agli anni 1990, noto agli ultimi camminatori nel boschi, che già erano anche loro residuali e di piccolo numero. Spesso mescolato col Guerin Meschino, anch’esso materia in qualche modo di Francia, ma molto spuria. Nella congerie voluminosa delle chansons de geste, la cui “storia” è più spesso dovuta alla rima, alle ottave cantabili.
Il “Guerin Meschino” è tutto d’invenzione di Andrea da Barberino, quindi del Quarrocento. Ma il personaggio Guerin in qualche modo si connette a Girart, il cavaliere che fu concorrente dei figli di Carlo Magno, ai quali tentò di strappare un regno di Borgogna - entità che rimarrà sempre utopica, tra l’Alta Provenza, il Nord Italia, e il Reno fino alle Fiandre. Ad Andrea da Barberino si deve anche un adattamento della “Chanson d’Aspremont”.
Si fa – si faceva – nella tradizione orale disinvolta commistione di storie, vicende e personaggi. Essa deriva in buona misura dall’autore dei rifacimenti cavallereschi, Andrea da Barberino. In particolare ritorna frequente, nel “Guerin Meschino”, la Sibilla, la maga. Una Saba Sibilla fronteggia a Polsi, al centro dell’Aspromonte, il luogo di culto con più continuità nella storia dell’Europa, dal suo antro la Madonna della Montagna. La stessa commistione si fa nell’opera dei pupi a Palermo.

L’Italia comincia in Calabria
Nelle celebrazioni dell’unità si nasconde il Piemonte dietro Garibaldi, e si cancellano Mazzini e Gioberti, che ne furono i veri promotori, dopo i moti del 1830-32 (e Cattaneo, Ferrari, Montanelli). È vero che Mazzini nel 1834 era stato condannato a morte dai Savoia – insieme con Garibaldi. Ma manca pure il Sud. Da dove invece il movimento unitario e repubblicano partì.
Il ’48 cominciò nel ’47. Il 29 agosto 1847, a Reggio Calabria. Le riforme del papa Pio IX nella seconda metà del 1846, e il pamphlet di Luigi Settembrini e della Giovane Italia nel luglio del 1847, “Protesta del popolo delle Due Sicilie”, avevano radicalizzato i liberali del Regno. Il re Ferdinando II rispose subito, l’11 agosto, ma con misure economiche, che furono giudicate irrisorie - un po’ come oggi i regimi nordafricani e del medio Oriente: i liberali volevano riforme politiche.
Un comitato segreto fu costituito a Napoli, con a capo Carlo Poerio, figlio di Giuseppe, il patriota calabrese che aveva aperto le porte di Napoli ai liberatori francesi nel 1799. Coadiuvato da un comitato siciliano, composto dagli avvocati Benedetto Castiglia, Michele Bertolami, Giovanni Interdonato, Giovanni Denti, dal principe Ruggero Settimo di Fitalia, e da Mariano Stabile. E da un comitato calabrese, che animavano i baroni Vincenzo Marsico e Vincenzo Stocco, il marchese Federico Genoese (poi Genoese De Zerbi), i fratelli Francesco e Giacinto Plutino, sposti a due genoesi (una famiglia di patrioti: o fratelli Agostino e Antonino Plutino, e il figlio di Agostino, Fabrizio, saranno con Garibaldi nel 1860), i fratelli Giandomenico e Giannandrea Romeo, il dottor Francesco Saverio Vollaro, il giovanissimo Pietro Foti.
Si decise che si sarebbero ribellate prima le province. Ma solo Reggio e Messina si dissero pronte, stabilendo l’insurrezione per il 10 settembre. Poi, per impazienza, e per evitare tradimenti, le sollevazioni furono anticipate. Il 29 agosto i fratelli Romeo, i fratelli Plutino, il marchese Genoese, radunati alle pendici dell’Aspromonte un migliaio d'uomini, si avviarono alla volta di Reggio. Il 2 settembre la città era presa, al grido di “Viva Pio IX! Viva l'Italia! Viva la costituzione!” La guarnigione, colta alla sprovvista, si arrese. Sul forte fu innalzata la bandiera tricolore. Furono costituiti una milizia cittadina sotto gli ordini di Giovannandrea Romeo, e un governo provvisorio presieduto dal canonico Paolo Pellicano (o Pellicanò), di cui erano parte i capi colonna degli insorti, Domenico Muratori, Antonio Cimino, Casimiro De Lieto, Pietro Mileti, e il marchese Genoese. Il canonico si presentò con un proclama all’insegna di “Viva il re costituzionale Ferdinando II! Viva la libertà! Viva l’indipendenza italiana!”
Intanto era fallito il moto di Messina. L’1 settembre gruppi di giovani avevano percorso la città con la bandiera tricolore, inneggiando a Pio IX, alla Madonna della Lettera, protettrice della città, e all'Indipendenza italiana. Tentarono poi d’impadronirsi dell’arsenale. Ma la reazione ne ebbe ragione in poche ore: fra i militari ci furono otto morti e dieci feriti, tra cui il colonnello comandante Busacca, degli insorti uno rimase ucciso, parecchi furono fatti prigionieri, gli altri trovarono scampo a Malta o in Corsica o presso le popolazioni della campagna.
All’appello di Reggio il re rispose inviando suo fratello il Conte di Aquila con cinque navi, su cui presero posto tremila soldati, al comando del generale Alessandro Nunziante e del tenente colonnello Michele De Cornè. Le truppe presero terra il 4 settembre al Pizzo e, protette dalle artiglierie delle navi, marciarono contro Reggio. Il governo provvisorio fu indeciso se resistere in città, o fare una sortita, raccogliere gli insorti della piana di Gioia Tauro e della Locride, e attraverso le montagne marciare verso Catanzaro e Cosenza. Prevalse questo progetto, Reggio fu evacuata, le truppe borboniche vi penetrarono senza resistenza. Il conte d’Aquila con due fregate passò a Messina, mentre tre fregate restavano a presidiare Reggio.
Gli insorti di Locri-Gerace per qualche giorno sembrarono poter riuscire nell’impresa. Capitanati da Gaetano Ruffo, Domenico Salvatori, Rocco Verduci e Michele Bello, catturarono il cavaliere Buonafede, che aveva condotto le operazioni contro i fratelli Bandiera, occuparono i paesi vicini, Bovalino e Gioiosa, e puntarono su Roccella, sostenuti da un gruppo di fuoriusciti capitanati da Pietro Mazzoni. All’arrivo delle truppe di Nunziante, però, le bande d’insorti si sciolsero. I fuoriusciti di Reggio, invece, inoltratisi invece nelle boscaglie di Staiti, combatterono per due settimane contro le truppe regie e e le guardie urbane. Quanto Giandomenico Romeo e il nipote Stefano, che comandavano le bande, furono soverchiati e uccisi dalle guardie urbane e i contadini di Pedavoli (oggi Delianuova), le bande si dispersero. Molti, tra essi i Plutino, si misero in salvo a Malta (Foti a Costantinopoli), altri si nascosero nei boschi e vissero alla macchia fino il giorno dell’amnistia. Seguirono i processi, a Messina e Reggio.
A Messina fu fucilato il calzolaio Giuseppe Sciva, nove insorti, tra cui tre preti e due frati, furono condannati all’ergastolo (due morirono in prigione), su dieci fuggiaschi di cui si conosceva il nome il generale Landi pose una “taglia di trecento ducati ciascuno se consegnati vivi e di mille se consegnati morti”. Per i moti di Reggio ci furono otto condanne a morte. Cinque dei condannati, Ruffo, Verduci, Salvadori, Bello e Mazzoni, furono fucilati a Locri-Gerace il 2 ottobre. Si ricorda la morte degli ultimi due, che erano molto amici: Bello chiese perdono all’altro di essere la causa di quella morte immatura avendolo convinto ad insorgere, mentre il Mazzoni lo ringraziò di avergli procurato una simile gloria.
Gli altri furono giustiziati a Reggio a novembre. Altri dieci condannati a morte, tra cui il canonico Pellicanò, ebbero la pena commutata nell’ergastolo a vita. Su diciannove che erano riusciti a fuggire, furono poste grosse taglie. Molte le condanne a pene minori. A Napoli furono arrestati altri calabresi

leuzzi@antiit.eu

mercoledì 11 maggio 2011

L’educazione politica di Flaubert (reazionaria)

Ai vent’anni inoltrati, e dopo un paio d’anni di corteggiamento, incerto, equivocato, Frédéric-Flaubert va a letto con una donna. Non l’amata, una mantenuta. Il giorno in cui scoppia a Parigi il ’48. In effetti il romanzo è politico, sulla vanità del Quarantotto. Tale lo vuole Flaubert nelle lettere successive alla sua fredda accoglienza all’uscita nel 1869: “Se si fosse letto bene, niente di tutto questo sarebbe successo”, il 1870 e il disastro della Comune. Come tale è accurato – Flaubert si documentava - e di buon taglio storico. Ma la sfida resta al solito impari, la storia vera più interessante.
Le edizioni francesi, tutte annotate, sono sempre insoddisfacenti. In traduzione i richiami si evitano, ai tempi, i luoghi, le persone, le cose, quasi fossero convenzionali come i nomi dei personaggi, ma che Flaubert si legge? Magris richiama per l’“Educazione sentimentale” il “libro su niente” che Flaubert vagheggiava con Louise Colet nel 1852, qualche anno dopo gli eventi e una quindicina prima di scrivere il romanzo, sentendosi quello “che fruga e scava il vero quanto può, che ama far risaltare il fatto minuto con altrettanta potenza che quello grande”, ma la prosa, seppure svelta, è greve. Ci vuole comunque molta buona volontà per superare l’imbarazzo dell’iniziazione, sentimentale e politica - quelli di Flaubert sono eroi negativi, si sa, ma questi inizi del romanzo borghese sono orripilanti.
Notevole, nel nostro centocinquantenario, la menzione della popolarità dell’inno a Pio IX fra i libertari parigini. E dell’influenza che su di essi ebbero i moti italiani – anche se Flaubert li fa iniziare con “l’insurrezione di Palermo”, che è invece di Reggio Calabria (forse intendeva Messina, il Sud è sempre un po’ terra incognita, dove però i moti furono stroncati sul nascere).
Gustave Flaubert, L’educazione sentimentale

L’economista scimmiotta il giornalista

Forse per smentire Carlyle, che li voleva evidentemente tristi come la loro scienza, gli economisti amano scherzare. Spiritosi più che scienziati. Lo era pure Keynes, spiritoso, e perfino Marx, e dunque non ci sarebbe da scandalizzarsene. Se non quando, sotto lo spirito, non c’è niente. Non c’è nei libri e nei discorsi di Tremonti, sotto la battuta divertente o sferzante – che, certo, ha il merito di avere scoperto la Cina, dieci o quindici anni fa. Non c’erano in quelli di Padoa Schioppa - i libri purtroppo restano. Non c’è nei famosi liberisti milanesi, Bragantini e i suoi epigoni – che delle battute, certo, sono maestri. E dunque bisogna contentarsi della scoperta della Cina, la quale era stata scoperta prima di Gesù Cristo?
Sembra strano, ma non c’è nient’altro. Si cerchi dall’altro lato, gli antitremontiani di programma, e non si troverà niente, dopo le battute. Nel famoso sito lavoce.info, di Giavazzi, Boeri e i loro discepoli. O tra i giornalisti e i commentatori dei migliori giornali. Oggi sul “Corriere della sera” Michele Salvati afferma che “il vincolo dei conti ci obbliga a correre di più”. Ma non dice come: con l’olio di ricino? con la Siberia? Quando lo sanno anche le pietre che il vincolo dei conti da vent’anni ormai, dal fatidico 1992, ci costringe allo stallo, altro che corse. Scuramente lo sa Tremonti, dato che, almeno lui, ha scoperto la Cina: che il vincolo dei conti, in un mercato globale che invece non se ne dà, non gli Usa, non il Giappone, non i Bric, è una camicia di forza, seppure volontaria.
Se poi si legge tutto Salvati, si vorrebbe prendere il fucile. La sua analisi si fa forte di Tito Boeri, secondo il quale il Pnr di Tremonti non esiste, il Piano di Riforma Nazionale, come la peste di Manzoni non è questo e non è quello: alcune misure sono già state attuate, altre invece sono annunciate ma non previste. E di Gianfranco Viesti, che Salvati dice “competente, acuto, caustico”, secondo il quale il piano di Tremonti di proposito pone all’Italia “l’obiettivo di diventare… il peggiore tra i paesi europei”. E questo è tutto. Spiritosaggini, tra l’altro, di cui si ride poco – sarà, anche qui invasiva, la sindrome Berlusconi (speriamo che almeno scopino)?
Si dovrebbe dirlo il tradimento degli intellettuali. Che c’è tutto (Boeri dice che la riforma della contrattazione non ha avuto effetti, e come è possibile?). Ma di più c’è l’inconsistenza: se sono stati intellettuali in realtà ambivano a fare i giornalisti. O magari andare da Lerner, o da Santoro.

martedì 10 maggio 2011

Il pettegolezzo come virtù politica?

Non è di oggi, ma di sette anni fa, questa nota, del 10 maggio 2004:
Si pubblicano telefonate di questo a quello, e indiscrezioni varie, di abusi, sessuali e non, licenze e inganni, in cui non è più il potere che attraverso i suoi apparti droga l’informazione. È la giustizia, con i giornali. Ma non è certo la libertà di stampa che si impone o un s ervizio al diritto all’informazione: il vizio è sempre quello delle veline di stampo fascista. Gli scandali politici venivano alimentati dal fascismo attraverso i giornali, ai quali il regime forniva in esclusiva le notizie e i materiali di corredo.
La Repubblica naturalmente non è il fascismo, c’è la costituzione e c’è il mercato. Ma l’abitudine è rimasta: le prerogative costituzionali dei magistrati e il mercato convergono nel commercio delle notizie. Commercio non necessariamente a scopo di lucro, i magistrati non sono tombaroli – non sono ladri: a loro basta un semplice barbaglio di carriera, sociale e politica se non professionale.
Il pettegolezzo come virtù politica, elogiava Eco nel “Costume di casa”, nel 1972. Al pettegolezzo, argomentava, si è portati quando non abbiamo opportunità di discussione pubblica (politica). Ma chi ce la toglie questa opportunità di discussione? Il pettegolezzo.

Letture - 61

letterautore

Giallo - Ne “I segugi” di Sofocle, il primo giallo della letteratura occidentale, come già nell’“Inno omerico” di analogo soggetto, un giallo alla Poirot, da “celluline grige”, si indaga il furto delle vacche di Apollo. Commesso da Ermes. Che le vacche aveva fatto avanzare all’indietro, a passo di gambero, per confondere le tracce.
Ermes, il ladro, ha inventato e suona per i segugi la lira, con la quale li incanta. Ai segugi che le chiedono cosa sia mai quel suono, la dea dei luoghi Cillene risponde che è una bestia morta. Coro: “Ma come credere che questo sia il suono di una bestia morta?” Cillene: “Credimi. Anzi, solo morta ha avuto la voce, da viva era muta”.

È ancora la narrazione “fatta” dagli eventi – da qui la sua fortuna? I fatti e non il ricordo o l’autoanalisi, le varie forme del flusso di coscienza, insorgono, rovinano, s’incastrano, proliferano. È, in forma anomala, il ritorno del realismo nella narrazione: l’ordinario insospettato, senza le correzioni politiche del verismo-neorealismo, da Verga a Pasolini. In forma anomala, sorprendente, l’approfondimento della conoscenza riportando (relegando) al violento, patologico, paranormale.

Manzoni – “Ho paura”, scrive Flaubert a una conoscenza nel 1868, “che gli sfondi non divorino i primi piani, è questo il difetto del genere storico. I personaggi della storia sono più interessanti di quelli della finzione, soprattutto quando questi hanno passioni moderate”.

Nietzsche – L’aristocratico – il superuomo – è già nell’“Avvenire delle nostre scuole”. Ed è tutto lì: nella funzione aristocratica che la cultura deve avere.
È liberale, e in una forma poco comune in Germania nel secondo Ottocento: contrario alla semplificazione hegeliana (“il reale è razionale”), allo Stato etico prussiano. Ma è sicuramen te anti-democratico.

L’ “ariano” opposto al semita, nella “Nascita della tragedia”, viene dal tempo. Non è rtazzismo. Se non alla maniera tedesca, erudita e non becera, non “orientale”. Nietzsche è così uomo della sua epoca, del secondo Ottocento.
È prometeico, un costruttore. Al punto da diventare severo e intollerante contro i non impegnati. Non è affatto de-costruttore, un Derrida Nietzsche lo avrebbe sicuramente disprezzato. O un Vattimo, e gli altri pifferi del pensiero debole: non li avrebbe condannati al girone delle anime belle, degli esteti inerti? La sua scala di valori è imprecisata – se non per quanto concerne i benefici della tradizione – ma è una, è inattaccabile non è compromissoria (”buona”). Come tutti i tradizionalisti. Nietzsche è un sistemico assoluto. Nemmeno storicista cioè, alla Hegel: è inflessibile. È critico della moderntià ma non è l’aedo della crisi. Questa è la sua scala di valori, la critica della modernità: cioè dell’evento, della novità. Ed è una scala, di valori, cioè una gabbia solida, gerarchizzata. Un fustigatore non è un depresso, né un lirico. Semmai un predicatore – per il dna paterno?
Il critico, analitico, sorprendente Nietzsche diventa fumoso e irritante quando posa a ordinatore. Per il sistema di valori che vuole imporre. E perché ce ne ha uno.

La femminilità del semitismo (“Nascita della tragedia”), con il suo peccato originale. Suggestivo. Ma superficiale. Da vero nordico. Non può capire la femminilità nel Mediterraneo, dove pure ha vissuto a lungo. Gli sfugge perfino un facile accostamento tra dionisiaco e femmineo.

Macchinosa la distinzione fra dionisiaco e non (socratico) in Euripide. Non così macchinosa come fra dionisiaco e apollineo. Ma fa capire che l’impostazione è sbagliata, nascendo “sistemica”. Schopenhauer portava la distinzione per esemplificare. Nietzsche la riprende per dividere e sistemare.
O l’errore sta nella radicale opposizione di dionisiaco-apollineo a tutto ciò che no lo è – socratico, teoretico, alessandrino. Che è ciò che fa Nietzsche.
O il mito richiede Hitler – non con i baffetti, naturalmente, e la scriminatura.

Proust – In America il paesaggio dà un senso d’immutabile uniformità (solidità): in un paese a dimensione continentale, in cui l’idrogeologia prevale sull’habitat, il paesaggio muta lentamente, cioè a grandi distanze. Per giorni si può vagare nei campi di granturco, o nelle praterie, o fra i campi di tabacco della Virginia, e fra i boschi del Maine e del Vermont. Proust è come il paesaggio americano, un grande campo di grano. Ha qualche guizzo di luce, qualche avvallamento, ma è uniforme.

“Incantevole e augusto”, ha ragione Sciascia. Augusto perché incantevole, cioè lieve, un farfallino. Il suo preteso inferno, la gelosia (“Albertine”, gli eccessi sessuali (“Sodoma e Gomorra”) sono titillamenti da letteratura di “seconda fila”, le sue avventure sono come le descrive Émile Blanche: si è affettuosamente amici, teneramente, anche con qualche gelosia dispettosina, e ogni tanto si va al bordello, coi marchettari.
L’eccesso che si risente, la pesantezza residua, sta nel ghigno: è il disprezzo che più pesa per le quattromila pagine, mal dissimulato sotto la bonomia ironica, disprezzo di sé naturalmente. Ma da pasticheur o da gay? C’è un ghigno gay, oltre che una lievità, costante in tutta la letteratura di genere, compresi gli amori teneri del tenebroso Pasolini, e più in quella americana “liberata”, con poca o niente gioia. Per non dire l’illimitata serie sadomaso – come se tutto fosse visto attraverso un buco sporco. È l’improduttività (sterilità) che porta alla leggerezza.

Il vuoto di sensualità, ecco il buco nero. La passione è sensualità. Ma le passioni di Proust sono di naso: birignao, anche divertenti, e nulla più, basti pensare all’ero-pornografia. Di storie e personaggi piatti, giusto il canone dell’infinita serie della “seconda fila”: trasgressioni che servono solo al pettegolezzo, il gossip dell’epoca, ne derivano e lo alimentano. Soprattutto per i personaggi femminili,se si escludono le ascendenti familiari, madre, zie, nonne, fuori della portata dei sensi. È un fantasma perfino Albertine, di cui si parla in complesso per un migliaio di pagine. Prendendo per buona l’offensiva “chiave” dei proustiani, che la ragazza è in realtà uno chauffeur italiano dai folti baffi, si va diritti alla “seconda fila”. Oppure Odette, che non è tentatrice, né patetica, né dannata, ma solo e involontariamente ridicola. Va meglio per i maschi. Saint-Loup per esempio, oggi che la letteratura gay ci sta abituando a una psicologia epidermica o del tatto senza ombre, sposato con la sensualità delle cose, un muscolo, la pelle, un fatto reale, e senza prima né dopo, senza innamoramenti né delusioni. La poetica dei portieri d’albergo: chi va, chi viene, tante personalità, nell’indifferenza.

letterautore@antiit.eu

lunedì 9 maggio 2011

Dostoevskij giallo d’appendice

Un romanzo elevato, perfino teologico,che scorre su due binari popolari, giallo e d’appendice. Il colpevole a tutti gli effetti può ancora non essere colpevole. La scrittura è invece da romanzo d’appendice, non nervosa come vorrebbe il giallo: stiracchiata, come se l’autore stesso la menasse incerto o scocciato per qualche puntata, e dopo lungo rigaggio “rivoltato”, con sorprese piccole e grandi. Fino all’irrealtà dell’arringa del difensore, che può senza problemi ribaltare il giudizio ma – per stanchezza? Perché la condanna è l’unica maniera di chiudere il lungo romanzo? – usa l’ironia, cita il non citabile “Udolpho” , si perde nelle vicende di Pietroburgo e, soprattutto, si appende a quei ragionamenti deduttivi che chiuderanno i racconti di Agatha Christie, a uso della giuria di contadini.
La svagatezza è anche nella ripetuta celia sul realismo nella narrazione. I tre fratelli sono tre Dostoevskij: l’entusiasta improvviso, superficiale, inconcludente (l’aspetto di sé più caratterizzante e più additato all’odio), l’intellettuale settatore, e il buono verginale che ognuno vorrebbe essere.
Fjodor Dostoevskij, I fratelli Karamazov

Il finto Osama made in Usa

Osama che si guarda alla tv i suoi filmati è come l’americano medio vuole immaginarsi un arabo, con l’elettricità appesa a un filo, un televisore della Caritas, un po’ di sacchetti di plastica e altri rifiuti disordinati. Mentre il mondo arabo e islamico è sempre stato ed è il primo consumatore e attore dell’etere, di parabole, satellitari, twitter, delle infinte applicazioni dei computer e dei cellulari. Nonché padrone, alla scuola americana si direbbe, delle tecniche di comunicazione.
Bin Laden ne è stato la dimostrazione più lampante. Ma non è un’eccezione: il mondo arabo vive così, senza una società politica moderna, nella modernità tecnologica più spinta. Il khomeinismo, fenomeno prevalentemente tecnologico, della comunicazione di massa ai primi tempi della videocrazia, poi “Al Jazira”, con tutti i suoi equivoci, e ora le cosiddette rivolte liberali di Tunisi, del Cairo, della Siria, azionate in realtà dai fondamentalisti, con spreco delle trovate tecniche più spinte, dicono questa padronanza dei mezzi di comunicazione di massa una costante.
È invece vero, in tutta la storia della fine di Osama, che gli Usa sempre più sono quelli delle saghe di fantascienza: sembrano falsi, almeno a un europeo. Come se non sapessero utilizzare le tecniche di comunicazione che hanno inventato, o che vengono loro attribuite. È un modo d’essere? Alla maniera degli arabi, di cui del resto gli Usa e il modo di vita americano sono l’unico faro? È un errore di regia? Era diverso ancora una quindicina d’anni fa, quando il produttore Dustin Hofmann e l’agente De Niro s’inventavano in “Sesso e potere” (Wag the dog) la scena madre per scatenare la guerra alla Serbia: quella era ben fatta, benché a opera di personaggi falliti - o proprio perché lo erano, fuori del sogno americano?

domenica 8 maggio 2011

L’Egitto studia come evitare le elezioni

Non ha prevenuto l’attacco ai copti, questa volta molto più cruento dei precedenti, e ora può minacciare il “pugno di ferro”, con l’applicazione delle leggi antiterrorismo a tutte le manifestazioni religiose, e cioè alle manifestazioni di piazza. Il Consiglio Supremo delle Forze Armate che regge l’Egitto dopo il colpo di Stato contro Mubarak aveva l’evidente intenzione di aggiornare sine die le elezioni politiche, e ora ne ha l’occasione. Si aspetta tra qualche giorno l’annuncio che la situazione dell’ordine interno non consente un ordinato svolgimento della consultazione.
L’attacco alla chiesa copta che ha dato origine agli scontri, con almeno dodici morti e trecento feriti, era annunciato, e pretestuoso: la “liberazione” di una cristiana che si voleva convertire all’islam. Sembra un ironico rovesciamento dei tanti casi di mussulmani impediti, anche con la morte, di convertirsi al cristianesimo, e lo è: la donna non era nella chiesa, e forse non esiste. Ma lo stato d’assedio, con i carri armati ancora in città, non ha prevenuto l’attacco.
La giunta Tantawi vuole tempo per consolidare il suo potere, e la presa sullo stesso partito nasseriano di governo, il National Democratic Party. Ha alleato l’Npd alla fratellanza Mussulmana, ma potrebbe non bastare. Vuole perciò allontanare il giorno delle elezioni, per non rischiare il sorpasso, sopratutto nelle città, Cairo e Alessandria, dei partiti liberali (tra essi pure uno creato da Naguib Sawiris, il maggiore industriale egiziano e la personalità copta di maggiore spicco). Intanto si studia di anticipare, almeno in parte, l’aumento promesso a febbraio ai sei milioni di dipendenti pubblici. E forse di mandare sotto corte marziale Mubarak e i suoi familiari – ma sull’effetto di un processo a Mubarak i pareri sono controversi.

Immigrato scaccia immigrato

Le conseguenze dell'immigrazione sui lavoratori “indigeni” sono minime, e più positive che negative. Questo era stato già detto e provato. Ma dalla nuova immigrazione hanno più da temere i vecchi immigrati in mercati del lavoro rigidi: è quanto calcolano Gianmarco Ottaviano, ricercatore del dipartimento di Economia della Bocconi, e Giovanni Peri, dell’University od California a Davis, nello studio “Rethinking the Gains of Immigration on Wages, che verrà pubblicato a giugno dal “Journal of the European Economic Association”. Ottaviano e Peri modificano un precedente modello di equilibrio generale di George Borjas per tenere in considerazione due fatti: che immigrati e indigeni non sono sostituti perfetti nel mercato del lavoro neppure quando condividono le stesse caratteristiche di esperienza e di istruzione, e che il capitale fisico è soggetto ad aggiustamenti come reazione alla crescita di produttività che risulta dall’impiego di immigrati meno costosi. Gli immigrati entrano in concorrenza solo con una piccola parte - circa il 10 per cento negli Stati Uniti - dei lavoratori “indigeni” nel mercato del lavoro e non influenzano gli altri. Mentre le imprese, grazie all’utilizzo di lavoro meno costoso, diventano più competitive e possono aprire nuovi impianti, che danno lavoro sia agli immigrati sia agli indigeni.
In un precedente studio, “The Labor Market Impact of Immigration in Western Germany in the 1990s”, pubblicato sulla “European Economic Review” di maggio 2010, in collaborazione con Peri e Francesco D’Amuri (Banca d’Italia e University of Essex), Ottaviano ha calcolato l’effetto dell’immigrazione sui lavoratori “indigeni” in Germania, in un mercato del lavoro cioè molto meno flessibile di quello americano. Mentre negli Usa sono i salari a rispondere allo shock dovuto all’immigrazione, per il più rigido mercato tedesco il modello è adattato alle possibili ripercussioni sull’occupazione, oltre che sui salari. Partendo dal presupposto della “sostituibilità imperfetta”, lo studio sdoppia la categoria degli immigrati in vecchi immigrati (che lavorano in Germania da 5 o più anni) e nuovi immigrati. Rileva così in Germania, a causa delle rigidità, del posto di lavoro e dei salari, l’immigrazione ha un effetto negativo sull’occupazione totale. Ma a scapito dei “vecchi” immigrati, gli “indigeni” non ne sono toccati: “Le nostre stime suggeriscono che, per ogni 1dieci nuovi immigrati, perdono il lavoro tra i tre e i quattro vecchi immigrati, mentre gli indigeni non soffrono alcuna conseguenza”.
Lo studio tenta anche un calcolo del “costo effettivo” (perdita di salari e welfare) del flusso migratorio degli anni 1990 per le casse tedesche e il “costo ipotetico” in uno scenario di perfetta flessibilità dei salari. Il risultato è che il costo dell’immigrazione è venti volte più pesante nello scenario reale di rigidità salariale e sussidio di disoccupazione che nello scenario con piena flessibilità salariale e di occupazione.