Cerca nel blog

sabato 11 giugno 2011

Lo scandalo Battisti

Unanime la condanna del Brasile. Dilma Roussef non è Gheddafi, non ci sta antipatica, e quindi non le faremo la guerra. Ma è pur sempre, per la nostra unanimità, una “ex terrorista”. Alla quale la Suprema Corte del Brasile ha dato ragione, negando l’estradizione di Battisti, perché è stata nominata da lei. Non da lei, dal suo predecessore “Lula”, ma che differenza fa (il Brasile, così lontano, è tutt’uno per la nostra unanimità) – è l’argomento di Berlusconi, secondo il quale la Suprema Corte italiana gli dà sempre torto perché è stata nominata da Scalfaro…
In nessun giornale si dice perché il Brasile nega l’estradizione, tale e tanta dev’essere l’indignazione. Che è la passione del momento, la Spagna è “indignata” con Zapatero, figurarsi, ma, in questo caso, di che? Battisti ha sempre negato gli assassini, e ha sempre affermato che i processi a suo carico sono stati artefatti, dal giudice milanese Spataro, con due testimoni e tre avvocati falsi, con false deleghe dello stesso Battisti, i due avvocati da lui nominati essendo stati invece arrestati. I due testimoni a carico sono un “correo” che si autoscagiona, e un pentito dubbio.
Tutto questo sicuramente è falso, Battisti lo condannano anche Magris, Tabucchi e Napolitano, ma perché non dirlo? Neanche un cenno mai a Fred Vargas, che pure è scrittrice molto letta in Italia – questo sito ne ha riferito il 27 gennaio:
http://www.antiit.com/2011/01/battisti-condannato-con-avvocati-falsi.html
Può darsi che i brasiliani siano tutti terroristi – si può dare torto a Napolitano, Tabucchi e Magris? Ma nessuno sembra avere la misura dei danni inferti alla giustizia dai giudici. Neppure Napolitano, che pure a lungo è sembrato avere il senso delle cose. Sofri è stato condannato, per un delitto che sicuramente non ha commesso, da sette tribunali, sulla semplice accusa di un “correo”. E Giorgio Pietrostefani, l’altro correo di Sofri, condannato egli pure, perché non è ricercato in Francia dove è tornato a cercare rifugio, i carabinieri se ne vergognano?

Letture - 65

letterautore

Conan Doyle – Fu rispettoso dei buoni motivi di sir Roger Casement fino alla fine. Al contrario di Conrad, che invece si arrese – da immigrato? – alla protervia inglese.
Borges lo dice per questo irlandese. L’autore della quintessenza dell’inglesità un irlandese non è male. Sciascia, che lo dice naturalmente “inglese fino alla caricatura”, nella postfazione al “Giallo del presidente”, attribuisce a Sherlock Holmes “la mente indubbiamente mediocre del suo autore”. Ma lui si voleva un po’ antica nobiltà anglo-normanna (alle origini il nome ortografando D’oil…), e molto celta, irlandese di nascita, scozzese di formazione.
Nella stessa postfazione Attilio Bertolucci accosta Conan Doyle a Oscar Wilde.
Graham Green gli trova la “melanconia” di Fine Secolo. Quello che Wilde diceva della nebbia: “L’ha inventata il pittore Whistler”.
“Minuzioso e garrulo” lo dice Borges. È vero, è un dettaglista. Cresciuto in una famiglia d’illustratori di libri, grafici.
Anche Giovanni Morelli, lo storico dell’arte, maestro di Berenson e Adolfo Venturi, altro medico sviato come C.Doyle, elaborò il “metodo morelliano”, di attribuzione delle opere, sulla base dei dettagli..

Peter Gay, “Freud”, 230, dice che nel caso “Dora” c’è tutto il metodo Conan Doyle. Freud dunque leggeva Sherlock Holmes? Quasi coetanei, 1858 C.Doyle, 1859 Freud, entrambi appassionati di Oliver Wendell Holmes, il poeta scienziato americano, ma il caso “Dora” è del 1901.

Destra – Annosa è la questione perché la destra non ha una cultura. La destra che più della sinistra fa buone letture. E la risposta è evidente: è della destra politica che si parla, la quale per principio, essendo monocratica (divina, carismatica, unitaria, totalitaria), rifiuta la cultura politica, nega alla radice, d’istinto, che ce ne sia una.

Giallo – Oreste Del Buono ne riporta l’origine a Edipo, il veggente che si acceca. O non ai tanti oracoli, che ognuno poi doveva interpretare?
Esopo ha la favola della volpe che, vedendo impronte di animali davanti a un a grotta, tutte in un senso, deduce che la grotta è del leone.

Dice Jünger, “Al muro del tempo”, 100, trovando S. Holmes “un po’ delinquente”, che “in ciò consiste l’attrattiva dei libri gialli, l’eroe tragico dei quali non è il poliziotto ma il delinquente”.

Il giallo è, come il complotto è, genere democratico: ognuno è un detective, e basta poco per creare misfatti a diecine, ordinari. Ma il giallo s’impone con l’enfasi sulla giustizia, che è il fondamento dell’uguaglianza. Con la democrazia delle stesse situazioni, verbosamente realizzata da Agata Christie, che Eco tenta di nobilitate in induzione, che sarebbe poi la deduzione. Mentre si sa che non è così, e nella sherlockholmesiana e nel noir se ne vedono le tensioni, l’impossibilità pratica: la giustizia è l’ingiustizia. Il sentimento della giustizia cioè è sconfitto. Non alla Manzoni, o alla Sciascia, per l’ambiguità della storia o della provvidenza, ma per le pulsioni invincibilmente perverse degli uomini, e delle donne, e per l’incorreggibile indigenza delle istituzioni.
Sciascia immagina il giudice e l’inquirente pensosi, per un’idea della giustizia astratta, da candido maestro di scuola. Ma nessuno autore vero di gialli si attende nulla dai giudici. Il che ha a che fare con la giustizia – che non è un fatto di tribunali – ma di più con l’enfasi anarchica che sta all’origine della fortuna del genere - dei giudici Le Carré dice, in morte del padre (“Sunday Times”, 16 marzo 1986), che hanno presa su un certo tipo di donna, di quelle che scrivono lettere, anche sconvenienti. È insomma un gioco, ha ragione Kipling. Divertente anche, se non ci fossero i morti. Senza disprezzare il fenomeno secondario: indurre la credenza pubblica, il regime politico è ancora elettorale. Ma sui segreti non bisogna indulgere.

Keynes – È per Schumpeter, nel necrologio firmato del 1946, “economista del breve periodo”. O “economista della depressione”.

Kipling – Lionel Trilling dà a Kipling il primato “dal punto di vista antropologico”. In realtà l’antropologia di allora era fortemente gerarchica e razzista. Il punto di vista antropologico di Trilling, cioè l’apertura alle culture locali, era per un europeo all’epoca di Kipling un esercizio molto solitario. Soprattutto nella cultura – meno nel commercio e nella politica.
Kipling fu il primo a scrivere e pubblicare un pamphlet conto la colonizzazione del Congo, “The crime of the Congo”. Poi lavorò per una riforma del colonialismo belga.

Pound – Ismail Kadaré (“Dante, l’incontournable”) ha “il candore di Pound”. Ineccepibile. “Il candore” Bontempelli disse il “carattere originante” di Pirandello in morte del drammaturgo, che spiegò come “una forza elementare”, intrattabile: “L’anima candida non fa concessioni...., va facilmente al fondo delle cose, raggiunge i rudimenti immutevoli”.
Molto (o poco) fascismo può dunque essere “candore”. La figlia Mary De Rachewiltz lo dice “refuso del fascismo” (nella sua raccolta “Polittico”, 22).
Augusto del Noce, “Suicidio della rivoluzione”, 16, dice il fascismo il tentativo, fallito, di una rivoluzione, più adeguato del marxismo-leninismo alla più matura civiltà occidentale. Nicola Matteucci in un’intervista del 1996 dice di più: “Lo Stato sociale è stato inventato da Benito Mussolini, checché ne dica la sinistra. L’Italia fascista era considerata all’avanguardia nel mondo, tanto che il gruppo degli intellettuali rooseveltiani guardava con molta attenzione al nostro paese”.

Il silenzio, prima della condanna e dopo la liberazione, è un fatto. Mary De Rachewiltz, nella postfazione ai “Radiodiscorsi”, spiega che Pound taceva perché, secondo la legge Usa, è una maniera di dichiararsi innocenti. Ma Pound innocente si riteneva davvero: non ha sentito il bisogno di scusarsi (un caso analogo in grande formato è Heidegger). Fino all’ultimo non ritenne il fascismo una colpa, e nemmeno l’antisemitismo. Come per altri fascisti di fede l’ebreo resta abominevole, per impersonare l’odiato denaro.

Hannah Arendt, nel “B. Brecht” scritto per il “New Yorker” nel 1966 (ripreso in “Vite politiche”), lo equipara a Pound. Ma non dice qual è il prezzo che deve pagare la poesia quando si compromette con la politica. Non ci mescola nemmeno la poesia civile: solo una voglia d’identificazione con la storia.

Sherlock Holmes – Nessuna delle regole di inferenza riconosciute e accettate è in grado di ottenere risultati normativi da inputs puramente descrittivi. Argomento svolto con ottimi risultati da Alfred Ayer, “Language, truth and logic”, cap. VI, 8, 2da edizione. Anche Herbert Simon conviene, “La ragione nella vicenda umana”, 17.
Piero Sraffa ne era accanito lettore.

Simmel, “Metropoli”, ne fa uso non citandolo. S. Holmes anticipa il metodo sociologico di Simmel, e filosofico (letterario?) di W.Benjamin:
1)vedere il simile nel dissimile, analogie, corrispondenze, connessioni, tra ciò che appare a prima vista dissimile e distante. L’effetto di “reciprocità”.
2)l’aspetto spettrale degli eventi. E la razionalità di scopo weberiana – sostanziale, non logica.
3)l’intensificazione della vita nervosa indotta dalla città – S. Holmes, droga a parte, non potrebbe funzionare in campagna o in provincia.

letterautore@antiit.eu

venerdì 10 giugno 2011

Problemi di base - 63

spock

Ma che dice Obama, che parla tanto?

Ne ha uccisi più Gheddafi, o il traffico di carne umana dalla Sirte?

Se il cervello, forma vivente per eccellenza, è cento miliardi di neuroni collegati da centomila miliardi di sinapsi, e l’Escherichia Coli, non soltanto in Germania, è un batterio d’un millesimo di millimetro che contiene tremila proteine diverse, le quali interagiscono l’una con l’altra, si controllano, si neutralizzano, si complimentano (la lista delle proprietà di questo millesimo di millimetro è da completare), può essere Dio più semplice?

Se Dio non c’è, perché se ne sente la mancanza?

E che cos’altro c’è, se non c’è niente?

Se Dio si è ritirato dal mondo (Hegel), con la Tradizione (Evola), e la Filosofia (Heidegger), cosa è successo in questi due secoli?

Per prevenire gli incendi, bisogna tagliare gli alberi? O le mani?

spock@antiit.eu

Il film hegeliano di Gesù

Non è insolita ma è sempre bizzarra la pretesa di riscrivere la vita di Gesù, la vita spirituale, di darne l’interpretazione autentica. Qui, per di più, con le note del curatore che danno l’interpretazione autentica di Hegel. È un’operazione di superbia, la “creazione” dell’uomo che più ha segnato la storia se non dell’uomo-Dio. O di cultura, certo, ma di quale cultura? Di quella accademica, o nazionale germanica. Cioè: 1) di qualcosa di rinchiuso in se stesso, che si riproduce, 2) della confusione – non è ricerca quello che viene utilizzato a fini di parte.
Però è un “buon” Vangelo, dopo e prima di tanto oscurantismo – anche hegeliano. E una buona sceneggiatura cinematografica.
G.W.F.Hegel, Vita di Gesù

giovedì 9 giugno 2011

Secondi pensieri - (71)

zeulig

Coscienza – “Coscienza, coscienza! istinto divino, immortale e celeste voce…”, così la celebra Rousseau al libro IV dell’“Emilio”. È un atto di fede romantica del vicario savoiardo, che non intacca l’opera di Rousseau – ma sì il “pensiero”? È atto di fede comune.
La coscienza, dice Kant, “è un’altra persona, in tribunale sarebbe il giudice”. Un’altra nel senso di altra da sé, “una persona ideale, che la ragione si procura da se stessa”. Questo giudice ideale “dev’essere uno scrutatore dei cuori, perché si tratta di un tribunale posto all’interno dell’uomo”. C’è allora da stabilire cos’è il cuore, che non è il muscolo. È la coscienza? Sarebbe una tautologia. Non sarà Dio? È così: “la delicatezza di coscienza” Kant dice “che si chiama anche religione”.

In Hegel è buona cosa. Al noto capitolo “La legge del cuore e la follia della presunzione di sé”. La legge del cuore è quella della rivoluzione. Ma è “coscienza impazzita”, “non essenza”, “irrealtà” - Hegel fu conservatore.

Heidegger insegna che non c’è coscienza buona: “La coscienza richiama sempre un essere colpevole. Un’angoscia «autentica» è rara” - la coscienza, che per i ladri di Vidocq nel Dictionnaire è la morte, e Hitler decreterà essere un’invenzione degli ebrei.

L’esame di coscienza, attesta Diogene Laerzio, lo inventò Pitagora. Perciò sa di esoterico. Poi passò agli stoici. È pratica autogena, rigenerativa. Ma infida per i deboli, inducendo eccitazione, depressiva o euforizzante. Si può dire il seme della paranoia. Senza, però, sarebbe girare senza bra-ghe, e incontinenti. Bisogna contenersi, anche nell’esame di coscienza.

Marx - Era superbo, in questo è reo. Ironico: per un Witz avrebbe dato il “Capitale”. In tutti i rapporti, anche familiari, il criterio della verità diventa per lui distacco critico: io e gli altri. È la forma più esasperata di egotismo, limitare alla misantropia, il fastidio dell’umana imperfezione.
L’ironia è il suo lato simpatico, oltre che una grande dote conoscitiva, socratica. Ma è il virus che ne mina la dottrina. Il cristiano si riscatta al confessionale, per quanto ipocrita possa la confessione cristiana essere, il comunista non può pentirsi mai. Pena l’ipocrisia, che è malvagia. Inoltre, ironizzare porta all’insensibilità, non a più conoscenza. Vladimir Nabokov lo vede in aspetto di “traballante e bisbetico borghese in calzoni a quadretti di epoca vittoriana”, il cui “cupo Capitale è “figlio dell’insonnia e dell’emicrania” – ma Nabokov ne condivide il sarcasmo, con punte snob perfino più acute, anche se non sembra possibile. Come l’altro monopolista Freud, che molta buona psicologia ha oscurato, Marx ha per questo vezzo cassato molto socialismo, alle sue radici: la compassione.
Fu marxianamente figlio del tempo, gli anni fra il 1851 e il 1862, quando rintanato nella biblioteca al British Museum ponzò i quattrocento articoli per la “New York Tribune” e la “New American Cyclopedia” e la critica dell’economia, mentre i tribunali disgregavano il comunismo e la corsa alla ricchezza subentrava con la pace alla scoperta dell’oro in California. Più forte del 1789 e del 1848, più esperto anche dei diritti di libertà e miglior filosofo. Benché pure il contrario sia vero: Marx l’Europa potrebbe aver corroso nell’intimo, Stalin non esce dal nulla, o Lenin per questo.

Natura – Quella di Rousseau è, in tutti gli aspetti, innaturale – immateriale, immune perfino gli eventi fisici. È l’umanità, benché primitiva o asociale. Lo stato di natura di Rousseau è la natura umana. Che è troppo varia per essere una, e troppo poco fisica.

Religione – Derrida e Vattimo si chiedevano quindici anni fa (“La religione”) se “quella che malamente si chiama «rinascita della religione» (nei parlamenti, nel terrorismo e nella comunicazione molto più che nelle chiese sempre più vuote) è veramente altro dalla «morte di Dio»” che Hegel evocava, la risposta implicando negativa. Ma la religione è un fatto politico. È il fatto politico primo e più radicale, esclusivo e bellicoso se non terroristico, certamente non irenico.
Anche nel messaggio cristiano, seppure di una violenza non armata.

Scrivere - Si fa per guadagnare: tre quarti di quanto si scrive, quattro quinti, sono un lavoro. Scrivono molto i giudici, moltissimo gli avvocati e i giornalisti, scrivono i diplomatici, i narratori di genere, rosa, giallo, avventura, magia, e le spie, la loro attività è essenzialmente di scrittura, anche se in codice, la scrittura è un codice. Molto scrivono, al contrario di quanto vogliono le barzellette, i carabinieri. Ma si scrive anche, benché meno, per la sopravvivenza psichica, se non per l’immortalità. Come costruirsi la casa, piantare alberi, fare figli: si scrive per essere, i tanti diaristi, filosofi, poeti, narratori.

Scienza - Il cervello, forma vivente per eccellenza, è cento miliardi di neuroni collegati da centomila miliardi di sinapsi. L’Escherichia Coli è un batterio d’un millesimo di millimetro che contiene tremila proteine diverse, le quali interagiscono l’una con l’altra, si controllano, si neutralizzano, si complimentano, la lista delle proprietà di questo millesimo di millimetro è da completare. Talmente complesso che solo vederlo e leggerlo implica qualità sovrumane.

Storia - Non ha senso, né può averne. L’uomo è agli inizi della conoscenza, il linguaggio comincia ad articolarsi. Nuove realtà e nuovi linguaggi daranno conto del mistero. L’astrofisica, per quanto anch’essa agli inizi, elabora realtà al di là dell’esperienza concettuale, della capacità di espressione, di definizione. La biologia bisogna già fermarla, non si padroneggia. La matematica, che in quanto linguaggio umano è anch’essa limitata e limitante, ha più capacità d’arricchimento degli altri linguaggi perché ha impianto non storicizzato, e quindi meno condizionabile. Ma nell’attesa si segna il passo.
La storia non si può dire immobile. Il battito di ciglia è la potenza della grazia. O le pieghe e le righe che fa il torrente di montagna quando incontra una roccia di circa un metro di altezza nella descrizione di Ruskin. Ma non è del tutto mutevole. E ha delle costanti, anche dopo pe-riodi lunghi, che fanno l’anima del popolo. La storia sempre varia e sempre si connette per invarianti. Probabilmente non varia neppure la periodicità. È la fisicità della storia – per riflesso condizionato, sociale o biologico, o per un destino? Nella storia gli elementi periodici sono importanti, e non gli avvenimenti, annota Jünger nel ‘39, averne perduto la consapevolezza è una delle cause della rovina incombente. Che non vuol dire che se è già avvenuto avverrà, ma che bisogna vigilare. O la verità è che non abbiamo storia, non abbiamo passato? Ce l’abbiamo ma possiamo cambiarlo, questa è la verità della storia. Più spesso ci viene cambiato, da un terremoto, una carestia, dalla Bomba, ma si può cambiare.

zeulig@antiit.eu

Debutta con Sofri l’antipolitica

Dal Diario Politico di cinque anni fa, il 9 giugno 2006:
Adriano Sofri, malatissimo, è venuto a Roma a presentare un libro con Giuliano Ferrara. Bompressi ha invece avuto la grazia all’istante, si sono perfino dimenticati d’informare prima i familiari di Calabresi. Mentre Marino da Bocca di Magra dice la sua, dove sta e continua la sua modesta attività indisturbato. Tutto il peggio dell’inizio purtroppo si riproduce alla fine.
Perché Marino sicuramente ha ucciso Calabresi, dato che lo dice. Si è ricordato male molti particolari, come Dario Fo ha spiegato nel suo sghignazzo, ma discrepanze sono possibili, e potrebbe avere ragione lui su ricostruzioni tarde e testimonianze eccitate. Bompressi potrebbe essere stato il suo autista, ma la sua grazia è ineccepibile: l’ha chiesta, è malato, ha scontato metà della pena. Adriano la grazia non l’ha chiesta e questo pure è ineccepibile, non avendo nulla di cui doversi pentire, neppure un accenno indiretto alla morte auspicata di Calabresi. Ma si presta a troppe persone a farsi belle. Alle stesse che l’hanno voluto carcerato e condannato, compreso il segretario diessino Piero Fassino, che nel Duemila non solo non chiese la grazia ma per non scarcerare Sofri non propose l’indulto, benché lo chiedesse il papa, per il giubileo, di fine millennio.
È la parte orrendea della vicenda Sofri. Che comincia nella caserma milanese della Pastrengo, luogo di tante infanie della Repubblica. A opera di un colonnello servizievole, di cui il suo generale Bozzo non conserverà buona memoria, e di toghe che non vedono l’ora di mettere le mani su un socialista, seppure di complemento, un amico dei socialisti, anzi dell’odiato Martelli, promotore del referendum che ha spopolato sulla responsabilità civile dei giudici: Pomarici, D’Ambrosio, Borrelli. Il partito che sarà dell’antipolitica. Col sostegno immediato del Pci, il cui apparato scatta pronto: “l’Unità” d’intesa con “Repubblica” condanna subito Sofri, “L’Espresso” del reduce Claudio Rinaldi, lo specialista del tormentone, sempre pieno di notizie riservatissime, chiude pesantemente il coperchio. Dopodiché sette tribunali compiacenti non vorranno sentire ragioni.
Malgrado questa unanimità, ma anche a causa di essa, è il tipico processo di regime, con condanna cioè annunciata. Fra le tante condanne preparate a tavolino, tra politici, magistrati e carabinieri in carriera, anzi, questa è la più “preparata”: l’accordo è unanime e entusiasta, al punto di non preoccuparsi delle pezze d’appoggio, se non delle prove. Ma la parte più orrenda è opera dello stesso Sofri, che da vittima diventa socio dei suoi torturatori. E non c’entra la “sindrome di Stoccolma”: Sofri diventa bandiera per conto dei suoi torturatori di una battaglia di libertà. Di rispetto del diritto.
È il tipico procedimento del sovietismo, delle purghe: Adriano è Artur London. Ma con un’aggravante, che non c’è più il terribile apparato coercitivo del comunismo, sul fisico, sulla mente, sui familiari, sulla storia.
La grazia a Sofri, che potrebbe ora venire, andrà non più a un testimone di libertà, che rivendica le ragioni della giustizia, ma a un servo volontario. A opera, fra le tante urgenze, del primo presidente della Repubblica (ex) comunista. Su proposte dell’allegro Mastella, pupillo politico ultimamente del senatore a vita Andreotti.

mercoledì 8 giugno 2011

A Sud del Sud - l'Italia vista da sotto (92)

Giuseppe Leuzzi

Il colera dei cetrioli ad Amburgo è subito addebitato al produttore spagnolo di cetrioli stessi – che può venire di buono da Almeria? Senza nemmeno guardare se magari non sono stati lavati con acqua infetta dall’importatore, o trattati con sostanze infette. Poi si accerta la verità, per evitare querele spagnole, potenzialmente costose. Ma senza il bisogno di scusarsi: per uno di Amburgo già i bavaresi sono sospetti, figurarsi gli spagnoli – l’etica protestante è della superiorità: io e il mio Dio.
Il colera ad Amburgo si chiama Escherichia Coli.

Una pubblicità turistica (forse) infelice della Regione Calabria serve a Gian Antonio Stella e al “Corriere della sera” per sostenere:
1)I Bronzi di Riace non sono calabresi, sono finiti in Calabria per il maltempo.
2)Gli avvocati di Catanzaro sono tutti falsi, hanno copiato i compiti.
3)In Calabria è un settimo di tutte le case abusive d’Italia.
4)Ce n’è una ogni 150 metri di costa – ma questa non sarebbe già una buona cosa?
5)Anche i nomi, la Calabria ne abusa: “Hotel Poseidon”, “Costa degli dei”, “Ristorante Magna Grecia”.
Il “Corriere” non dice di chi “sono” i Bronzi. Si potrebbe allora pensare che l’indignato Stella si diverta. E invece no, è proprio indignato. Leggere per credere:
http://www.corriere.it/cronache/11_giugno_08/stella-spot-bronzi-riace_19c76b98-918e-11e0-9b49-77b721022eeb.shtml

Napoli
Eletto De Magistris, i rifiuti sono scomparsi a Napoli. Ora vengono raccolti? I napoletani si contengono?

Lorenzo Cesa, il presidente dell’Udc (lo è ancora?), è stato sotto il cecchinaggio di De Magistris in due, se non tre, delle inchieste farlocche dell’ex magistrato a Catanzaro. Fino a un paio d’anni fa. Ma alle elezioni ha fatto da predellino di lancio per il decollo della candidatura De Magistris. Con Antonio D’Amato e consorte, e il loro grande progetto immobiliare a Ponticelli, sito dove invece dovrebbe essere costruito il nuovo termovalorizzatore, a cui è interessato anche il cardinale Sepe. Gli affari prima del’onore.

È morto a Napoli un turista scippato. Ma né mentre lo curavano in ospedale né alla morte i due candidati a sindaco si sono fatti vivi. Anche solo per i dieci secondi dell’apparizione al tg. L’anema e core di Napoli è insensibile.

La campagna di Antonio D’Amato contro il candidato berlusconiano a Napoli era in realtà contro il termovalorizzatore di Ponticelli. In un’area cioè che D’Amato e consorte, Marilù Faraone Mennella, intendono “valorizzare” con un megaprogetto immobiliare, il NaplEst. Ma nessuno lo dice al “Mattino”. Neanche al “Corriere della sera”, che ha dato mezza pagina a D’Amato in campagna elettorale e nessuna replica al candidato berlusconiano.

Plebiscito per un signore che non ha altro credito che quello di magistrato a Catanzaro in Calabria. Dove ha fatto in otto anni tre processi, tutti fasulli. Sapendo che erano fasulli. Per colpire il centrosinistra, in Basilicata, in Calabria, e a Roma – qui aveva messo Prodi a capo di una loggia segreta a San Marino.
De Magistris si è costruito un personaggio proprio per aver rovinato la vita e la politica di alcune diecine di persone. È così che è piaciuto a Napoli. Il napoletano si dice indolente, ma quando c’è da votare vota. Anche al secondo turno, quando pochi votano.

Autobio
Sono cresciuto con “porca madosca!” tra i “tamarri”. Che da qualche tempo sono stati milanesizzati, ma senza riconoscere l’origine. Mentre “madosca” è registrato nelle chat e i forum come interiezione popolare settentrionale, e così anche dal dizionario Hoepli.
Ma poi l’origine di tamarro non sarà biblica? Tamar è nella Bibbia una città, non altrimenti identificata, e una donna. La prima volta è la nuora del re Giuda, al quale vanno a dire: “Tamar, tua nuora, ha fornicato, non solo, ma è incinta della sua fornicazione”. Al che Giuda stabilisce: “Conducetela fuori e bruciatela”. Tamar allora gli manda alcuni oggetti, e il messaggio: “Iio porto il figlio di colui cui appartengono questi oggetti”. Al che Giuda riconosce: “Ella è più giusta di me”. E, dice pudica la Bibbia, “non ebbe più rapporti con lei”. La terza Tamar è la figlia di Assalonne, figlio di Davide, “molto bella”. La seconda, probabile origine della parola spregiativa, è sorella dello stesso Assalonne, anch’essa “bellissima”, che il figlio primogenito di Davide e suo fratellastro Amnon violenta e poi scaccia, per cui essa, sola in strada, si straccia la tunica e si impolvera il capo (si rifuggerà in casa di Assalone, che poi ucciderà Amnon).

Poter lasciare il portone aperto di giorno è un segno di forza. Come di fiducia reciproca. Falsa: se c’era, questa fiducia non c’è più. C’è solo il sospetto. Senza altro motivo che l’invidia sociale, perfino nelle forme dello snobismo. Lo snobismo della campagna è da studiare. Non c’è il ruolo sociale della ricchezza, non c’è mai stato: non ci sono mai stati padroni, Ma non c’è nemmeno qualità dell’animo, professionalità esperienza, o buoni propositi che tengano. Non c’è l’idea di fare parte di una società – se non occasionale, e di più su basi politiche.

Si rifà volentieri il viaggio in Calabria, in ogni stagione, malgrado la lunghezza del tragitto, e i continui problemi, sia di treno che di autostrada. Per una sensazione di libertà, nel territorio forse più inquinato dal malaffare e dalla mancanza di difese legali. Mancano i servizi, la gioventù cresce crudele e asociale. Abbiamo fatto sei rapimenti di persona negli anni a cavallo del 1960. E non sappiamo chi li ha fatti. Ma il malaffare è riconosciuto e tenuto in punta di bastone. Il ritorno è privilegiato dal territorio, col cielo sempre aperto e l’orizzonte, tutto una terrazza sul mare in qualsiasi punto. Che è, bene e male, una regione a parte e un mondo.
Tutti un po’ ovunque in Italia abbiamo “un paesello sulla coscienza”, l’urbanizzazione è recente. Ma immediato dopo l’urbanizzazione è stato il ritorno alle origini: la provincia, dopo il primo spopolamento, si consolida. Questa continuità, forse indebolita ma non perduta, che una sociologia non peregrina individua come la ricetta della resilienza dell’Italia, l’adattabilità al mutamento. Il mutamento è sempre sociale: nuove generazioni, nuove classi, nuovi uomini (tipologie umane) emergono, con volontà rinnovate e intelligenza. Ma più in Italia in ambiente provinciale.

Il primo racconto, a quattordici anni, sulla rivista “L’asino” inventata un’estate, a stampa, in più numeri, finanziata con interesse e generosità dai concittadini in piazza la domenica, è dei delitti impetuosi, immotivati, alla “Gente di Calabria”. Di cui Jean Giono dice nel “Voyage d’Italie”: “Ci sono spesso dei crimini nella montagna e sono sempre improvvisi”. Anche se le valli dell’Aspromonte sono aperte sul’orizzonte, sul mare. La collera e l’odio sono più decisivi, e duraturi, degli entusiasmi.

leuzzi@antiit.eu

La posta di Eco e quella di Pynchon

Il disprezzo della letteratura. Della scrittura significante. Del lavoro letterario. A opera degli “operatori” della letteratura. Certe storie sono talmente tirate via (i Templari) che non fanno nemmeno venire il latte alle ginocchia. È una sfida al lettore, un’irrisione? Del fogliettone, secondo Eco, solo lo spasso è la ragione. È lo sguardo emolliente che Eco ha gettato su tutta la comunicazione, da Mike a Moana, che viene riprodotto tal quale nei suoi personaggi redattori editoriali, cinici. Dei Bouvard e Pécuchet insolenti. Ma senza radici, motivazioni, pregiudizi a cui ancorare il disprezzo, e naturalmente – siamo Eco – senza cattiveria.
Una cattiva azione senza il profumo della malvagità, o del moralismo – o la malvagità è questa mancanza di passione? Esemplare dello small talk milanese, fatto di pizzicorini da periodico femminile. Un trionfo, se si vuole, della letteratura Cederna, senza l’intelligenza della medesima, che si rivela negli argomenti. Trionfo in tutti i sensi, poiché si è venduto e si vende in quantità inimmaginabili. Potenza degli apparati editoriali, tristezza delle redazioni noiosamente leggere - l’Eco di domani potrà ricavarne più di un dottorato di ricerca.
È costruito sul procedimento analogico: la corrispondenza, il sincretismo, la memoria digitale? Ma come appendice a una brutta antologia dell’esoterismo. E la lingua dei telegiornali che ci fa qui? La Rai ci è obbligata per camuffare la stretta dipendenza politica. Umberto Eco che cosa nasconde? Forse nulla, a parte il probabile – bonario certo – ghigno.
Nella prefazione (“Chi manoscrive è perduto”) a Fabio Mauri, “I 21 modi di non pubblicare un libro”, Eco lamenta lo spreco di energie, tempo e soldi per l’afflusso di inediti alle case editrici. Ma qui la parte della casa editrice parallela, quella che pubblica i fanatici dell’esoterismo, a pagamento, è l’unica che si possa leggere. Se “Il Pendolo” fosse arrivato per posta, scritto da un altro, non sarebbe finito lì? E ancora, sempre al capitolo della posta, forse l’unico incanto del “Pendolo”: quanto Eco ha pasticciato sul Pychon del “Lotto 49”? Che probabilmente egli stesso ha fatto tradurre e annotato? Lì c’era un po’ più di metafisica (e d’incanto narrativo, naturalmente), qui un po’ più di menate, ma l’idea non è malvagia. Posto cioè che il maggior narratore del dopoguerra è praticamente anonimo, se non inesistente (e ha scritto anche un “Under the Rose”…).
Umberto Eco, Il pendolo di Foucault

martedì 7 giugno 2011

Montalbano tira dritto tra gli specchi

Montalbano semina indizi di cui poi si dimentica. È l’effetto vero dell’età avanzata che il suo autore gli rimprovera. I menù di Enzo e Adelina sono invariati da anni, come gli apprezzamenti. E non c’è, ora definitivamente, un Montalbano fuori dal commissariato: un uomo a una dimensione. Con la soluzione che arriva come sempre di suo, senza obblighi di logica – di personalità dei personaggi. Si può aggiungere il vecchio-nuovo problema della scrittura falso dialettale, non lieve per i non calabro-siculi. Ma non fa nulla, il miracolo si compie lo stesso, di una lettura svelta e ingorda.
Andrea Camilleri, Il gioco degli specchi, Sellerio, pp.257 € 14

Ombre - 91

Per prima cosa il neo sindaco di Napoli De Magistris, Procuratore della Repubblica in aspettativa, nomina assessore un Procuratore della Repubblica di Napoli, Narducci. Senza scandalo di nessuno, da Napolitano in giù.
Narducci è il Procuratore che chiede il carcere per Moggi, perché telefonava agli arbitri: per avere esercitato un “potere di influenza”. Per molto meno cioè.

Un consigliere comunale Mollicone, a Roma, presidente della commissione Cultura del Comune, grazie forse alla bella presenza, non vuole dare la cittadinanza onoraria al maestro Muti. Ma dove li prende Berlusconi? O sono infiltrati dei comunisti?

Muti da solo ha rivitalizzato il teatro dell’Opera a Roma, che ha seicento dipendenti, e da una ventina d’anni non faceva nemmeno la stagione, nemmeno di trovarobato. Quest’anno, bene o male, una stagione c’è.
È lo stesso teatro d’Opera che con balletto e coro sceneggiò il pianto greco al famoso “Nabucco” di Muti contro i “tagli alla cultura”.

Folle in festa, di donne delle pulizie a New York davanti al tribunale contro Strauss-Kahn, portate da autobus turistici, che ridono davanti alle telecamere. Mentre l’avvocato di parte lesa, un ex Procuratore pubblico, assicura, tutto in tiro, alle stesse telecamere: “Strauss-Kahn pagherà per il suo potere, il suo denaro, la sua arroganza”. Un film visto – l’avvocato ex Procuratore recita il flashback di quando sarà governatore o senatore. E lo stupro?
È vero che Hollywood è la cosa più vera dell’America.

Si leggono le intercettazioni delle trascrizioni fornite alla stampa dai giudici Salvini e De Martino e ci si chiede: tutto qui? Roba tipo il barista-tabaccaio-ricevitore romagnolo che si lamenta: “Il Siena s’è comprato quelli del Sassuolo”, che infatti hanno perso 4-0. Poi c’è la partita finita 1-0 al primo tempo, e 1-3 al secondo. Una sola volta?

Vendola come si permette? Pisapia mette in riga il presidente della Puglia, nonché capo del suo partito, che s’era congratulato al grido: “Milano è espugnata!”. “Quando va in una città che non conosce, Vendola dovrebbe ascoltare più che parlare”, l’ammonisce il neo sindaco.
C’è già la gara per il 2013, a chi sarà il candidato presidente del consiglio della sinistra? Ma a parti rovesciate Vendola avrebbe accettato che Pisapia festeggiasse a Bari.

È la sinistra non Democratica che ha vinto le elezioni - il Pd ha incrementato i voti ma di poche migliaia. Anche se su piattaforme moderate. Potrebbe essere la geometria vincente anche alle politiche: un candidato di movimento (giovani o comunque “nuovo”, non sperimentato, esterno alle burocrazie) al di sopra dei vecchi schemi. Che recupera tre-quattro milioni di voti socialisti, che il Pci-Pds-Ds ha ostracizzato e continua a ostracizzare, e attrae il voto giovane. Ma sarà impossibile: questo candidato dovrebbe essere Vendola, e il Nord non lo voterebbe mai.

Il “Corriere della sera” propone un programma di buongoverno a Pisapia sotto il titolo: “Consigli da Londra, la Milano inglese”. A firma di Severgnini, che a Londra dice di essere di casa.

Lorenzo Cesa, il presidente dell’Udc (lo è ancora?), è stato sotto il cecchinaggio di De Magistris in due, se non tre, delle inchieste farlocche dell’ex magistrato a Catanzaro. Fino a un paio d’anni fa. Ma alle elezioni ha fatto da predellino di lancio per il decollo della candidatura De Magistris. Con Antonio D’Amato e consorte, e il loro grande progetto immobiliare a Ponticelli, sito dove invece dovrebbe essere costruito il nuovo termovalorizzatore, a cui è interessato anche il cardinale Sepe. Gli affari prima dell’onore.

Il generale Tantawi, l’autore del colpo di stato contro Mubarak in Egitto, vuole far dichiarare prostitute le donne non sposate che manifestano in piazza. A tanto non erano arrivati gli ayatollah a Teheran. Ma Tantawi lo ha voluto Obama al governo dell’Egitto, come più democratico rispetto al laico Mubarak. Non sarà che Obama è davvero un mussulmano in petto?

Lungo saggio di Paolo Mieli su Giuda nel “Corriere della sera”, con rassegna delle migliori pubblicazioni in libreria sul personaggio, partendo dall’ultima, del medievista Giacomo Todeschini. Ma senza neppure citare la penultima, dell’invadente Zagrebelsky. Non ne fa cenno neppure la bibliografia con cui il giornale correda il saggio. Però è vero che le venti cartelle di Mieli sono più interessanti delle cento del giudice costituzionale di Scalfaro.

La campagna di Antonio D’Amato contro il candidato berlusconiano a Napoli era in realtà contro il termovalorizzatore di Ponticelli. In un’area cioè che D’Amato e consorte, Marilù Faraone Mennella, intendono “valorizzare” con un megaprogetto immobiliare, il NaplEst. Ma nessuno lo dice al “Mattino”. Neanche al “Corriere della sera”, che ha dato mezza pagina a D’Amato in campagna elettorale e nessuna replica al candidato berlusconiano.

È morto a Napoli un turista scippato. Ma né mentre lo curavano in ospedale né alla morte i due candidati sindaco si sono fatti vivi. Anche solo per i dieci secondi dell’apparizione al tg. L’anema e core di Napoli è insensibile.

lunedì 6 giugno 2011

I due capitali del “Corriere”

Il “Corriere della sera” esercita la critica costante alla Fiat. Per smarcarsi dalla proprietà, in difesa della libertà di stampa. Ma non si smarca da Unicredit o Intesa, delle quali non critica nessuna delle tante malefatte, verso gli azionisti, verso i clienti – o delle aziende che le suddette amministrano, Telecom, Parmalat, Altalia (e la stessa Mediobanca, cioè Generali). Un caso di Milano contro Torino? Di Milano che bada all’affare e di Torino che invece si vuole elegante? Può essere. Ma c’è costanza nei due pesi.
Oggi lo stesso giornalista, Mucchetti, critica in evidenza sul giornale, in un incomprensibile pezzo, i debiti di Marchionne, e lo accusa di preparare agli azionisti un bell’aumento di capitale, senza un piano industriale preciso. Mentre elogia le due banche, che insieme non preparano ma hanno già chiesto un paio di aumenti salati di capitale, da dieci miliardi di euro, e un altro o due ne preparano, di poco meno. Senza remunerare gli azionisti. E senza migliorare i ratios, non che si veda dalle quotazioni, in costante flessione di nuovo da un anno. Nemmeno in prospettiva, salvo qualche taglio al personale.
Questo elogio Mucchetti lo fa sul supplemento economico, è vero, non con tanta evidenza che la critica alla Fiat. Ma è vero che la Fiat non ha un piano industriale, un’azienda che invece in America è apprezzata per questo? E le due banche ce l’hanno? Si adeguano ai criteri di Basilea 3, dice Mucchetti. Con aumenti di capitale da cinque miliardi, è così che si migliorano i ratios? O sono diverse le libertà di stampa nei due casi?

C’è dell’altro oltre il niente

L’insorgenza a sorpresa, di un’immagine, una figura, una denominazione, a lungo dimenticata e forse mai vissuta, conferma Jacqueline de Romilly vecchia e quasi cieca nel sentimento che l’ha accompagnata tutta la vita, che “c’è dell’altro”. Oltre l’esperienza cosiddetta sensibile, che poi sarebbe il circuito standard di relais di ogni epoca, o il senso della storia.
Ciò che la grecista insigne narra sono apparizioni “a sorpresa, un bel giorno, a proposito di niente, o di quasi niente”. Ci sono le cose, che dal fondo emergono: la grotta azzurra di Lipari, Toledo, uno studioso classicista mai sentito, la casa di Aix-en-Provence, una vecchia cassetta audio gracchiante della “Belle Hélène” di Offenabch. E sono cose significanti, per molti aspetti. Perfino sfuggiti all’autrice: la casa dei nonni o bisnonni a Aix documenta, nella sua descrizione, una sapienza costruttiva da tempo sparita (le finestre ad angolo del salotto, un diverso orientamento che mette e frutto le stagionalità, la loro altezza diversa, in rapporto con la luce alle varie ore del giorno, lo specchio alto, non per vedersi ma per riflettere la luce al tramonto…). Ma il cui senso è qui un mondo altro, la nostra eternità: “Si potrebbe chiamare questo aspetto durevole e normalmente sconosciuto di noi molto semplicemente eternità”. C’è sempre “dell’altro”: le idee, anche se sono ancora quelle di Platone, la funzione stessa della memoria, del rimembrare, “questo sentimento, a ogni epoca, negli uomini, che esisteva altrove qualcos’altro, di più durevole e prezioso, che la realtà alla nostra portata”. C’è altro che la fatica, l’accumulazione, la solitudine urbana, la gloria, “c’è altro che vivere per niente”. In termini kantiani, o del neo kantiano Rickert, c’è una trascendenza al fondo della ragione: il fallimento della ragione è un segno da leggere, uno dei segni che manifestano che “c’è dell’altro”. Ma il suo “c’è dell’altro” Romilly preferisce accostare al “c’è un senso” di Yves Bonnefoy, il poeta.
Si dà un ricordo come scintilla dell’incendio (Proust, Makine, Bawn), o come testimonianza, o come spunto di riflessione. E si dà un déclic, lo scatto: una rivelazione, un ricordo che può anche propriamente non essere un ricordo. Jacqueline de Romilly, morta qualche mese dopo l’uscita di questa sue ultime riflessioni, sfrutta il “privilegio del grand âge”, dell’età avanzata – il francese ha questo privilegio, di chiamare grand âge, come dire Gran Secolo, età d’oro, quella che per noi è semplicemente l’età avanzata. Il privilegio della memoria cioè casuale, random, non più fallace di quella dell’età più giovane, ma non legata al quotidiano. E, nel suo caso, della cecità progressiva (Romilly cita le sorprese analoghe narrate da David Lodge per la caduta dell’udito). Sa per professione che il ricordo o la memoria sono spesso falsi, legati all’esperienza. Né indulge in quelli che da studiosa ha classificato “ricordi dimenticati”, sedimentati cioè, con l’uso, nelle generazioni, più spesso familiari, e quasi tutti insignificanti. Ma in questi casuali, irrilevanti, e tuttavia nuovi, sorprendenti, precisi lampi della memoria, coglie la rivelazione di un mondo che va oltre le sinapsi.
Jacqueline de Romilly, Les Révélations de la mémoire, Livre de Poche, pp. 119, € 5,50

La natura come utopia reazionaria

“Se c’è un termine di cui si è abusato, è quello di natura”. Irresistibile confutazione delle facilonerie del “Discorso sull’eguaglianza” premiato dall’Accademia di Digione nel 1755 che fece di Rousseau Rousseau - l’opera in cui per prima, e con più foga, Rousseau dispiega la sua felice (rigorosa) misantropia, da “filosofo che spregia i filosofi”, dice De Maistre. Senza tuttavia inficiarne il richiamo.
“Non c’è che violenza nell’universo”: in altra opera, le “Considérations sur la France”, de Maistre spiega Hitler e il male assoluto, mentre con Rousseau bisogna addebitarlo a questo e a quello, alla religione, sia romana che wittemberghiana, ai barbari, all’impero romano, e magari pure alla natura, ma solo a quella dei tedeschi. La natura sarà pure superiore, dice de Maistre, ma solo quella dell’Atlantide di Platone, non quella dei cannibali di Montaigne: di questa natura il selvaggio è piuttosto la bestia da preda. La sua natura è più semplice: è la forza plastica del filosofo Cudworth, Ralph (1617-1689): il pio Cudworth, non riuscendo a credere che Dio si fosse piegato a creare una mosca, interpose fra Dio e il creato questa forza, una natura generans.
Molto devoto, alla Provvidenza, alla Chiesa, e molto massone, il capofila della pubblicistica antirivoluzionaria rimase sempre un intellettuale. Uno isolato cioè: lo trattarono freddamente tutti i capi reazionari che si provò a omaggiare, Alessandro I, Pio VII, i vari re di Sardegna suoi sovrani, e Luigi XVIII, come già Napoleone. Un caso cioè che potrebbe risolvere l’annoso problema del perché la destra non ha una cultura – e la soluzione è: la destra è monocratica (carismatica, unitaria, totalitaria, servile) e perciò rifiuta la cultura politica, nega alla radice, d’istinto, che ce ne sia una.
Il mito del buon selvaggio viene fatto risalire in Francia a Jean de Léry, “Histoire d’un voyage fait en la terre du Brésil”, 1578). È esso stesso parte del superomismo della Scoperta. Le innumerevoli sciocchezze che Rousseau ha collazionato nel “Discorso” sono indiscutibili. Ma ancora piacciono - mentre di J. de Maistre non si parla se non come di un rinsecchito reazionario, lui sì misantropo e non lo spregiatore Rousseau. Rousseau piace, si dice, perché è ottimo scrittore e anzi poeta. E lo è, ma a leggerlo passo passo con de Maistre è solo ridicolo. No, Rousseau ha la forza dell’utopia. Di un’utopia – in questo caso della natura – che per i molti è il solo senso della vita, la rinuncia a sapere, una scorciatoia. Essa stessa parte del superomismo della Scoperta, o dell’Io-e-il-mio-Dio, del mondo come dev’essere. Siamo in un mondo che, non sappiamo come, ci sovrasta con una superiore logica (semantica, etica) e allora diciamo che essa è quella che più ci piace – per Rousseau la sua confusissima natura.
Joseph De Maistre, Contro Rousseau (dello stato di natura)