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sabato 5 ottobre 2013

Vero o falso – 7

Ci volevano far pagare l’Iva e non sapevano come? Vero.

Letta è per Renzi? Falso.

Il Csm ha assolto il figlio del giudice Esposito da un reato grave, la frequentazione di persona sotto processo, poche ore prima che al giudice stesso venisse assegnato, contro la procedura, il giudizio su Berlusconi? Vero.

Al fratello del giudice Esposito i parlamentari berlusconiani avevano revocato tre settimane prima l’incarico di sovrintendere al decreto Taranto, sul siderurgico e la protezione dell’ambiente? Vero. Un incarico da 220 mila euro l’anno.
 
Il giudice Esposito negoziava un’intervista col “Mattino” su Berlusconi via cellulare mentre era in camera di consiglio a giudicare Berlusconi? Vero.

Il figlio e il fratello del giudice Antonio Esposito sono giudici? Vero.

Queste cose le avete lette su “Repubblica”? Falso.

Le avete lette sul “Corriere della sera”? Falso.

Le avete lette sul “Fatto Quotidiano”? Vero

Berlusconi è il Paracleto? Falso (anche se ne ha i poteri)

Le banche italiane sono finanziate dallo Stato? Falso


E le banche tedesche? Vero

I capricci dell’amore, lievi e dolorosi

I capricci dell’amore – di cui sono ancora la più vera realtà, che oggi si trascura, tra responsabilità e libera scelta. Sono i primi tre racconti di Chelli, da lui pubblicati su “L’Apuano” nel 1871, la gazzetta ufficiale della provincia di Massa, di cui fu direttore per un decennio fino al 1876 e al trasferimento a Roma.
A Roma Chelli fu presto narratore di fama – e presto dimenticato - nel solco verista-verghiano. Ma la sua cifra è diversa, come avevano intuito Calvino e Pasolini nel revival dello scrittore massese negli anni 1970. Fuori dal dolorismo che è la linea maestra della narrativa italiana. I tre racconti,  esumati da Paolo Giannotti ne confermano la forte introspezione, col tratto lieve.
Gaetano Carlo Chelli, Racconti dell’Apuano, Vuelleti, pp. 110€ 10

venerdì 4 ottobre 2013

Le vergogne dell’Africa

L’Europa, l’Occidente ha fatto la guerra a Gheddafi per riempirsi di profughi. Non di povera gente, ma di poveri sfruttati dagli schiavisti. Che solo in Italia hanno trasportato quest’anno già trentamila africani con mezzi di fortuna – senza contare i tanti che, non c’è dubbio, sono morti in mare prima di sbarcare.
Sembra assurdo, ma non può esserlo. La sola ratio di queste guerre dell’Europa, dell’Occidente, è che l’Europa, l’Occidente, vogliono riempirsi di africani giovani e indifesi (senza diritti e anzi illegali), per meglio sfruttarli. In condizioni miserabili, molti nei mercati della carità, della droga, della copia. Dice: non è questo quello che ci siamo proposti con la guerra a Gheddafi. Chi lo dice?
Dice anche: gli arabi sono sempre stati schiavisti, di africani neri. Questo è vero. Anche oggi – per cifre da miseria (non i 5 mila euro che tutti concordi dicono di avere pagato: una parola d’ordine: 5 mila euro sono un capitale che in Africa non “esiste”). Ma oggi per un motivo, che i trafficanti condividono furbi con gli africani che sfruttano fino alla morte: il nazionalismo. L’odio.
Non c’è riconoscenza, non c’è nemmeno speranza, tra i salvati da questa trasmigrazioni coatte, c’è rivalsa e una forma sottile di disprezzo. Per la vecchia tara del colonialismo. Che dovrebbe essere estinta dopo tre o quattro generazioni di indipendenza, e invece è tenuta viva. Sempre a fini di soggiogazione, in questo caso da parte dei mercanti di uomini.
Si fugge dall’Africa soprattutto dalla vecchie colonie italiane, la Somalia e l’Eritrea. Che l’Italia a questo  punto bisogna dire ha ben governato per quarant’anni, poiché ci ha lasciato qualcosa – qualche strada, qualche ponte, qualche scuola o edificio pubblico. Mentre settant’anni di  indipendenza hanno solo prodotto lutti, e l’appropriazione di tutti i fondi della cooperazione per lo sviluppo - tra essi i cinque-seicento miliardi di lire pagati dall’Italia a titolo di riparazioni. Non un ponte e neanche un muro a secco da questa cooperazione, solo armi e conti svizzeri.
Contro questi capitribù, capipopolo, e marescialli ex sergenti, però, l’Europa, l’Occidente non hanno mai progettato un correttivo. Solo aiuti, per gli acquisti di armi e conti anonimi.
E ancora oggi: il lutto nazionale e l’emozione in Italia è zero in un mondo nordafricano pure ricettivo nevriticamente attentissimo all’immediatezza tv e online- Gli sbarchi avventiori, con mezzi di fortuna, continuano come prima sulle coste della Sicilia e della Calabria.    


Senza Dio l’Occidente non pensa - Nietzsche integralista

Il mondo, la cosa in sé, l’Occidente non sa come prenderlo. E non per dire che “non c’è verità”.
La fede (croyance) nelle categorie della ragione è la causa del nichilismo – abbiamo misurato il valore del mondo in base a categorie che si richiamano a un mondo puramente fittizio”.  
Il Nietzsche delle “interpretazioni” era critico, deluso, sarcastico. Lui lo dice del nichilismo, che “in parte è distruttivo, in parte ironico”. Ma lui era ironico contro. La ripulsa del nichilismo è totale, nel progetto della “Volontà di potenza” (di cui questo frammento è una delle elaborazioni) degli anni 1886-1888, contemporanei della “Gaia scienza”, alla vigilia della crisi, in ogni sua forma. Anche l’Eterno Ritorno è forma estrema di nichilismo: il niente (il “non-senso”) eterno. Nietzsche era per la verità. Per la volontà di verità – la volontà di potenza come voglia di verità. Contro la non volontà, o “volontà del niente”. Contro l’agnosticismo avalutativo. Niente avvenire, niente divenire.
Testo legnoso, programmatico. Come tutte le altri redazioni progettuali che confluiranno nei primi due capitoli, o “Libro Primo”, della “Volontà di potenza” (il frammento è stato reimpastato al § 55). Con un’ampia digressione, nella compilazione sororale, sul concetto di Rinascimento e su quello di décadence – Nietzsche è un letterato: filologo, poeta, musicista, e pensatore.
Il discorso di Nietzsche sul nichilismo meriterebbe di essere visto nell’insieme. Di testi confusi, ma di indirizzo e programma chiari: “Il nichilismo è un sintomo; indica che i diseredati non hanno più consolazione; che distruggono perché distrutti”. Specie nel rifiuto, alla “Genesi del nichilista”, § 22: “Che sono stato finora fondamentalmente nichilista, è pochissimo tempo che me lo sono confessato: l’energia o la disinvoltura che ho messo, come nichilista, a procedere oltre mi hanno chiarito questo fatto principale”. Nietzsche è più che mai missionario del sé, dell’individuo, della libertà, del bello-e-buono attraverso l’ingegno. 
Con tratti di sociologia contemporanea. Ci sono  “diseredati” e ci sono i “più forti”. Cause del nichilismo sono l’”abbassamento e incertezza di tutti i tipi superiori”, e l’innalzamento della massa – La specie inferiore, «gregge», «massa», «società», disimpara la modestia e gonfia i suoi bisogni fino a farne valori cosmici e metafisici. Per cui l’esistenza tutta intera è volgarizzata: governando la massa, essa tirannizza gli uomini d’eccezione, il che fa perdere a questi la fede in s stessi e li spinge al nichilismo”.
Un testo che si rifiuta – questo come gli altri sul nichilismo – forse perché proprio col titolo “Il nichilismo europeo” la sorella nazista ha aperto la compilazione della “Volontà di potenza”. O forse  perché disturba il comodo Nietzsche del nichilismo di Heidegger ed epigoni, dell’ermeneutica, il postmoderno, il  pensiero debole. Il breve appunto di Lenzer Heide, del 10 giugno 1887, qui è corredato dell’originale, con facsimile, e di un saggio di Giuliano Campioni. Che lega molto questo tardo Nietzsche a Parigi: a Taine (col quale, e con Burckhardt, Nietzsche vanta di costituire una sorta di trimurti del nichilismo, i tre moschettieri al rovescio) e a Paul Bourget. Un collegamento che Campioni mostra indubbio e che è estremamente interessante.
Bourget fu l’autore dei “Saggi di psicologia contemporanea”, indagata e ricostruita sulla personalità e le opere di alcuni grandi scrittori, con speciale riguardo a Baudealire e alla décadence, nonché poi di romanzi e racconti, prima di finire beghino di sacrestia e patriota maurrasiano, di Action Française. Uno dei racconti s’intitola “Nihilisme” – impersonata da una bellissima, avventurosa, gelida studentessa slava, terrorista (l’infatuzaione post-dostoevskijana per il terrorista slavo, meglio se donne bella e giovane, durerà per mezzo secolo, fino agli anni 1930, Némirosky, Morand, lo stesso Céline, A.Huxley).  
Friedrich Nietzsche, Il nichilismo europeo. Frammento di Lenzerheide, Adelphi, pp. 60 € 5,50

Europrotezionismo, contro l’e-commerce

Si fa in Francia una legge contro le vendite internet. Si dice una legge contro Amazon, ma è contro l’e-commerce. Per ora proibendo la consegna gratuita, da parte di Amazon e di ogni altro venditore..
Si giustifica la legge anti-ecommerce in Francia con l’esigenza di proteggere le librerie al dettaglio: “Amazon fa una concorrenza spietata le librerie per metterle fuori mercato e poi alzare i prezzi”, tuona la ministra della Cultura Filippetti. Non è possibile: i libri sono meno del10 per cento delle vendite Amazon, che non è la sola destinataria della legge restrittiva.
Sui libri c’è da notare semmai che i prezzi negli Usa sono inferiori a quelli francesi. I quali a loro volta hanno prezzi inferiori di un terzo e anche della metà rispetto a quelli italiani.

In Italia l’e.commerce è contrastato dalle Poste e dalle Entrate. Le poste assoggettano a nuove spese postali il porto – gratuito o oneroso che sia - fingendo una ripartenza del plico dall’ispezione doganale. Ispezione che non si effettua ma che comunque dà luogo una doppia imposizione dell’Iva, contro gli accordi internazionali. Più una tassa d’ispezione.

giovedì 3 ottobre 2013

Ombre - 192

“Forse la Provvidenza ci ha voluto mandare un segnale, col sacrificio di tante persone”, opina Alfano dei trecento o quattrocento morti a Lampedusa. Dove era pure andato il papa: a scongiurare la Provvidenza? Dev’essere una brutta bestia, se tanti fa morire per niente, nemmeno per crudeltà, nemmeno per un errore.  

La decapitazione di Berlusconi è per domani 4 ottobre. Era il giorno di san Francesco.
O domani è previsto un miracolo?

D’Alema non le manda a dire: “Oltre a essere indignato sono irritato. Anche uno stupido può capire che se uno fa un complotto non avverte per telefono la vittima”. Non le manda a dire a Romano Prodi, del quale è l’idea del complotto con telefonata.

Marco Frittella alle 13,15 di mercoledì interrompe il tg dal Senato per dire che Berlusconi ha dichiarato che voterà la fiducia. Il Tg 1 prosegue con le intervistine precotte agli amici e il solito Casini. Giornalismo? A pagamento?

Riposato, sorridente (ironico) e soprattutto sobrio, Berlusconi è infine mostrato che proclama la sua fiducia, ma pochi secondi. E dire che l’aveva postata in tempo per il Tg 1.

Cos’ha ottenuto Berlusconi? Oltre a quello  che non sappiamo, tre cose: 1) il governo Letta è il “suo” governo; 2) è l’unico pilastro del governo, il Pd essendo affaccendato a dichiararlo inaffidabile e anzi delinquente, lui Berlusconi; 3) la prova generale ha effettuato che, quando lui sarà in carcere, ci sarà una nuova grande Dc, magari chiamata partito Democratico, nel grande partito Popolare Europeo.

44 articoli letti ieri sulla crisi, uno solo aveva quello che è successo nella giornata, sul “Corriere della sera”, a firma Maria Teresa Meli. Un taglio basso, breve, a riempitivo. Meli aveva perfino le prove generali del Ppe. 

Quante omonimie tra i giudici, Lupo, Esposito, D’Avossa, Greco. Magari non sono parenti: il familismo non c’è in magistratura.

La senatrice Pezzopane vuole denunciare Berlusconi per stalking: “Mette in pericolo la mia libertà di decisione”. Come il fucilatore che potesse denunciare il fucilato che si muove al palo. Nulla di meglio per uscire sui giornali? Dove li prendono?

“Repubblica” fa di Pezzopane un’eroina. Fa l’amico del giaguaro?

Il senatore Casson dissente: Non possiamo usare il codice penale contro Berlusconi, questa è una battaglia politica”.Il senatore è quello che, politicamente, ha progettato di far fuori Berlusconi con alcuni Scilipoti.

La giunta per le immunità del Senato è dunque presieduta da Dario Stefano, vendoliano. Vice-presidente Stefania Pezzopane, democrat. La quale si tiene in stretto contatto, dice, con un “capogruppo Pd” in commissione, Giuseppe Cucca. Cui tutti sono tenuti a fare capo, anche  il senatore Casson, Pd emerito, giudice. Saldo presidio, di garanti.

Squallida informativa della Guardia di Finanza sulle intercettazioni di Berlusconi - non intercettabile - nel caso D’Addario. Redatto dallo stesso ufficiale di Bari che (non) fu indagato per la fornitura di soffietti a una cronista giudiziaria che lo beneficiava alla D’Addario? A una cronista o forse a tre, il caso fu insabbiato immeritatamente:

Sulla D’Addario lo stesso gentiluomo vantava i diritti d’autore? La cosa è probabile. Anzi più che probabile ma non lo sapremo mai - D’Addario va dicendo che ne morirebbe, non di dolore.

Alla D’Addario lo stesso ufficiale gentiluomo procurò l’avvocato che intermediò lo scandalo col “Corriere della sera”.

La Scala di Milano che ci governa

Fra orchestra e coro mancavano “oltre trenta titolari” nella tournée in Giappone il mese scorso. S’erano messi in malattia o in aspettativa, avendo altre attività da accudire. Anche dopo, all’inaugurazione della stazione sinfonica, l’orchestra si è presentata “con un organico dimezzato, riempito di aggiunti”. Mentre al ritorno dal Giappone, “nei tre giorni di riposo compensativo rivendicati al teatro per riassorbire le fatiche della tournée e del jetlag”, l’orchestra “teneva già un concerto a Parma come Filarmonica, ovvero nell’ambito dell’attività «privata»”.
Questo succede a Milano, tra orchestra e coro della Scala. Lo denunciano gli stessi direttori della Scala. Lo denunciano dopo che l’orchestra e il coro li hanno criticati con una lettera al sindaco e al “Corriere della sera”. Una brutta storia, con risvolti da codice penale (assenteismo, truffe) oltre che etici e di deontologia. Ma succede a Milano.
 “Poche righe dalla forma impeccabile”, aveva scritto ieri il “Corriere della sera”, citandone poi una cinquantina. E quanto alla forma senza interpellare i direttori della Scala. La difesa dei direttori della Scala il “Corriere della sera” ha confinato oggi alla posta nella pagina delle opinioni.
I direttori dicono la protesta dell’orchestra e del coro “l’ennesimo esercizio di un’arte squisitamente italiana, in tempi di crisi: la volontà e il piacere di autodistruggersi”. E può essere che sia “un’arte italiana”, ma imposta da Milano. Che alla sua ombra ci prospera. Dando degli stupidi ai giapponesi, che agli spettacoli della Scala sono accorsi in massa, pagando 500 euro, a biglietto.
La lettera dei direttori ne è un altro esempio. “Crediamo sia venuto il momento di sollevare il velo”, scrivono Perché lo tenevano abbassato? Dicono anche che la lettera al sindaco e al “Corriere della sera” è “parte di una strategia che persegue scopi non chiari”. Che non dicono.      


L’avanguardia è fredda anche nell’amore

Notevole exploit, un canzoniere alla moglie, lungo vent’anni. Notevole proposito, come tutto in Marinetti, ma poco dietro l’operosità: freddo romanziere, è anche freddo poeta. Benché la pelle, i candori e le curve della moglie lo alluzzino, e gli sfondi siano Capri o Lavaredo.
Uomo di molti meriti, l’inventore del futurismo, ma autore illeggibile. Anche in queste poesie per Beny-Benedetta Cappa, moglie giovane (44 anni e 23 rispettivamente al matrimonio) e madre: lusinghiere e niente di più. Neanche il francese, lingua più congeniale, lo salva. Né l’abbandono del verbo futurista - salvo in un componimento. Per finire peraltro al verso alessandrino, ingegnoso e freddo. Sono le avanguardie  sterili – Balestrini, Porta più vicini a noi?
F.T. Marinetti, Poesie a Beny

mercoledì 2 ottobre 2013

Premi letterari, soddisfatti o rimborsati

Si ritrovano sempre più di frequente a fine stagione i romanzi premiati, presso chi usa leggerli, al bagno a mare, in salotto a casa, o sui treni, con l’orecchietta alla decima o ventesima pagina. Di lettori che hanno messo il segno e poi si sono dimenticatoi di riaprire il libro. Forse per una ragione: le dieci o venti pagine devono essere il limite estremo fino a cui la curiosità e poi la pazienza hanno retto. Non si segnalano infatti  ultimamente tra i premi letterari, nonché capolavori, nemmeno letture interessanti.

Non c’è un’Autorità che governi questo mercato. E tuttavia qualche correttivo si propone. Il rimborso sarebbe la garanzia migliore. Anche se si presta ad abusi. La misura è complessa. Dieci edizioni sull’unghia, venti, trenta per i superpremiati, sono molto più di un treno in ritardo. E un caso anche più frequente di un Dom Pérignon che si riveli acqua gassata. Ma correttivi sono possibili: per esempio un parere motivato per il rimborso. Non si tratta di grandi cifre, 20-25 euro. A fronte dei quali è in ballo la voglia e l’abitudine alla lettura. Meglio sarebbe la lettura in prova senza obbligo d’acquisto. 

La mafia insapore delle put

“La mia fascinazione per il male”, vuole Siti alla fine, “è oscura anche a me stesso”: Anche al lettore: a una rilettura il risultato non cambia. Mancano Ruby e Massimo Ciancimino, ma non se ne sente la mancanza, l’attualità c’è tutta, dei maghi mafiosi della finanza e delle donne escort. Nel senso che è inutile..
Rimproverato da Franchini, Mondadori, di scrivere “romanzi di froci”, Siti è saltato alla finanza-cum-mafia e alla Rizzoli, cui quest’anno toccava il premio Strega. Ma a nessun effetto a parte la pubblicità e le molteplici edizioni: uno spettegüless – non fosse che “Striscia la notizia” lascia il segno. Nemmeno l’ombra di un Michael Douglas. Giusto una eco di “Fratelli d’Itala” dopo mezzo secolo, con le put al posto delle invidie tra i poeti. Ridotta a un terzo, ma sempre troppa – con le stesse terrazze tra l’altro, e i buffet malinconici. Molte parole, nessun indizio - a parte, forse, l’amico laureato a Friburgo, in Scienze delle dottrine sociali, se vuole essere una cattiveria. L’eroina è una che, come tutte (le donne sono qui tutte belle olgettine – le olgettine sono belle, secondo Siti), ambisce a farsi Berlusconi, per una particina in una trasmissione di medicina.
Più stinto è difficile. Tutto poi, Londra, New York, Morgan Stanley, Citibank, è agli ordini di alcuni burini garrotisti dell’agro pontino – poi dice che Pennacchi non è Faulkner. Come se Siti avesse preso dal suo Pasolini la disinvoltura, da Arbasino gli accumuli, a soverchiare (per modestia?) dell’uno la passione dell’altro l’acume politico. Resta il problema che lo scrittore, studioso e ottimo saggista, potrebbe spiegarci: perché i froci hanno un solo racconto. Sbrodolandolo ora col coming out, usa, qui Siti ne fa molti, giove tuonante, ma non più di tanto.

Walter Siti, Resistere non serve a niente

Il mondo com'è (148)

astolfo

Adulterio – L’islam lo punisce con la lapidazione, il Vangelo ne fa la prova per eccellenza dell’amore. L’adultera, che poi sarà venerata per santa, Gesù perdona non perché si è pentita ma perché il suo amore era profondo. E quando, poco prima della morte, essa gli cosparge il capo di profumi preziosi, non le rimprovera lo spreco né l’avventatezza, come vorrebbero i discepoli protoborghesi, ma l’apprezza e se ne commuove.

Democrazia – Fatica a riprendersi dallo schiacciamento sull’oclocrazia, il dominio della folla – la piazza, l’occupazione, lo stesso Grillo. Irregolare sempre, è il suo genoma. Ma ingiusta, con le minoranze e con la maggioranza, sia pure silenziosa.
O.Wilde dice la democrazia spregiativamente “il bastonamento del popolo da parte del popolo e per il popolo”. Il che non è reazionario come sembra, né confuso: è vero, è questa la sommatoria finale. Nell’assemblearismo italiano, a esempio, doppiato dai media dominanti su ogni altra possibilità di dibattito, vociferanti, insistenti, suadenti.
La controprova è che avvilisce tutti i suoi partecipanti, gli spettatori passivi come i “gestori” della comunicazione, produttori, direttori, ospiti – solo ci guadagnano i soggetti della pubblicità. Lo spirito critico e di rivolta che è il suo proprio degenera a sostegno di un’artefatta, confusa, buona opinione. Nella migliore delle ipotesi a nessun effetto.

Donna – Non ha i numeri. Ci sono matematiche, ma non musiciste né architetti. Mentre ci sono sempre state, anche in tempi patriarcali, poetesse e artiste, e filosofe.

Femminismo – È un fatto unico nella storia: una rivoluzione rapida e consolidata, senza imposizioni, senza controindicazioni – un ribaltamento. Fino al 1970, per secoli e millenni, si sono dette e scritte cose delle donne che d’improvviso sono svanite. Si pensa solo in Italia, ma è fenomeno universale, nella geografia e nelle forme espressive – per esempio in letteratura, a Hollywood e perfino a Bollywood.

Più che altrove, è in chiesa che il femminismo ha ribaltato la situazione. Dove pure la donna ha sempre avuto un ruolo, come santa e nell’immagine onnicomprensiva della Madonna, vergine, madre, figlia, sposa. Nel 1966 Cristina Campo non poteva scrivere nelle riviste religiose di dottrina e nemmeno di riti: le collaborazioni femminili non erano ammesse. La donna , si diceva, “se ne sta zitta come in chiesa”, nel senso che non poteva interloquire. Giusto il monito di san Paolo.

Guerra – Sempre “difensiva” la dice Clausewitz, VI, 7, attacca chi si difende. Non è mai l’aggressore ad aprire le ostilità, spiega il teorico della guerra, sempre invece l’aggredito, a partire dal momento in cui si difende. Paradosso? È il collante della guerra, la ratio dei comandanti – etica naturalmente, non logica.

Islam – Il fatalismo è connotato repressivo, coloniale, e tuttavia è vero che la morte non è una tragedia per il buon mussulmano. Si spiega anche così l’assurda acquiescenza nei paesi islamici al terrorismo, che vi è particolarmente feroce e devastante, contro i devoti alla moschea, contro i bambini alle scuole, e le donne ai mercati, i malati all’ospedale.
La totale omertà che copre i terroristi è la passività: si spiega anche le quotidiane stragi di uomini nel fiore dell’età, tra i venti e i quaranta, in fila per un posto di netturbino, di vigile urbano, di poliziotto, di militare, passino inosservati, inconcludenti. Pur essendo quegli uomini presumibilmente il sostegno delle loro famiglie.

Società prevalentemente disintegrate, tra modernità e tradizione, perpetuano da oltre mezzo secolo ormai la subordinazione imposta dal colonialismo. Incapaci anche di mettere i datteri in scatola. Sempre tentate dall’Occidente, dalla modernizzazione, dalla potenza militare, dal fascismo, dalla democrazia, dal socialismo, dagli affari.
Il cambiamento che c’è stato è negativo: non si può essere più cristiani in Iraq o Algeria, e la fuga si prospetta necessaria in Pakistan, in Nigeria, che pure ha statuto multireligioso, e forse in Turchia.

All’islam si associa oggi il terrorismo. E l’odio del mondo: sembra che il mondo sia prigioniero da cinquant’anni del terrorismo islamico, che è specialmente feroce e devastante. Ma l’islam è debole, ha perso lo slancio che aveva trenta-quarant’anni fa, in Africa, in Nord America, in Nord Europa. Mentre il terrorismo, che non può essere una soluzione, sarebbe debole, non impossibile da abbattere: frazionato, benché distruttivo. È oscillante. È diviso e contrapposto. È prevalentemente antiarabo e antislamico.

Sessantotto – Non è il Settantasette. Ne è anzi l’opposto: è la libertà sorridente contro il torvo rancore, sia pure di classe (ma era di classe borghese: Annunziata, “il Manifesto” e simili).
Il Settantasette è la vendetta delle burocrazie rivoluzionarie, per lo più biche, contro il Sessantotto.
Ma perché i reduci del Sessantotto, Sofri, Capanna, Piperno, etc., si assimilano al Settantasette? Si lasciano assimilare, senza protestare? Il Sessantotto è avvenuto loro malgrado – sono rimasti impigliati al sogno di libertà che aveva agitato.

Sionismo – Oggi identificato con Israele, con la politica di Israele, è nato laico e liberale, un secolo fa o poco più. Theodor Herzl, il suo primo teorico, prevedeva la coabitazione con gli arabi, e l’esercizio libero dei culti, aconfessionale. Era laico e socialista ancora alla formazione di Israele subito dopo la seconda guerra mondiale. Nella guerra d’indipendenza e poi ancora per molti anni, fino alla guerra dei Sei Giorni nel 1967 e all’occupazione della Cisgiordania.
Subito dopo il sionismo ha subito una triplice mutazione. Il controllo dei Territori Occupati e l’immigrazione libera dall’Urss a partire dal 1973 hanno portato alla colonizzazione della Cisgiordania. Continuata da allora, con alterne vicende – il governo in carica la difende e la favorisce. La condizione di guerra costante ha peraltro schiacciato il sionismo con Israele. Il terzo grande mutamento è la deriva religiosa. La forte immigrazione degli anni Settanta, anche dai paesi arabi, ha dato al sionismo un carattere prevalente religioso.

Inizialmente i rabbini erano contro il sionismo: il “ritorno” era interdetto. Nella visione dei saggi ebrei dell’antichità, della terza diaspora,  avrebbe culminato l’arrivo del Messia. Quindi era prematuro. Dopo la nascita di Israele, molti rabbini hanno mutato parere, e ora il sionismo è prevalentemente religioso. Nella diaspora e anche in Israele. 

astolfo@antiit.eu

martedì 1 ottobre 2013

Problemi di base - 154

spock

La moglie l’ha alleggerito di 36 milioni, l’anno, 700 per un congrua aspettativa di vita, la Cassazione di altri 500 milioni a favore di De Benedetti, e ora lui si libera di Letta e di Napolitano, i suoi candidati: anche lui francescano?

Odifreddi, Dio differì?

Si condanna sempre Balotelli, e gli arbitri mai?

Una prova razzismo per gli arbitri, no?

La verità è una, ma non bisogna saperla?

L’evoluzione è verso l’Unico, o a partire dall’Unico?

L’uomo evolve verso Berlusconi, o a partire da Berlusconi?

Berlusconi sta facendo l’impossibile per evitare i referendum sulla responsabilità dei giudici, i giudici che faranno per lui?

spock@antiit.eu

Il superuomo era socialista

Wilde superuomo, o il socialismo egoista - Per un socialismo egoista - Con l’originale inglse
La proprietà, “nell’interesse dei ricchi, dobbiamo sbarazzarcene”. Potrebbe essere il manifesto del socialismo (“o comunismo, poco importa come si scegli di chiamarlo”) “dopo la caduta”, del Muro.
Del vero socialismo che è egoismo, seppure sano. Di Oscar Wilde superomista. Contro lo Spencer, non citato, dell’evoluzionismo sociale – contro cui nello stesso tempo Nietzsche si batteva nella “Gaia scienza”, § 373, del “disgusto” alla tardiva riconciliazione tra «l’egoismo e l’altruismo»”. 
Wilde si conferma anche qui il superuomo vivente, che Nietzsche ipotizzava e non seppe essere, prude  e imbranato. Della pietà e la compassione vivendo, prima ancora di teorizzarla, la falsità: “È immorale usare la proprietà privata per alleviare i mali terribili che derivano dall’istituzione della proprietà. È immorale e disonesto”. Rifacendo senza saperlo il Nietzsche del superuomo - a meno della sottovalutazione dell’opinione (ma comune è il disprezzo): il suo socialismo è ben il superomismo. Senza offesa: la realizzazione piena, libera, dell’individuo.
Il vantaggio principale del socialismo è all’esordio: “Sarebbe indubbiamente di liberarci della miserabile necessità di vivere per gli altri”. Con la subordinata: “La maggioranza degli uomini si rovina la vita con un altruismo malsano e esagerato”. La seconda pagina sembra mirata alla  correzione politica che i belli-e-buoni della Repubblica ci infliggono: “È molto più facile avere simpatia per la sofferenza che simpatia per il pensiero”. Senza scherzo: “La carità crea una moltitudine di vizi”. E senza timori, per l’epoca autoritaria, vittoriana, guglielmina (che durerà ancora un secolo): “Molte teorie socialiste sono inficiate da idee di autorità, se non di vera e propria costrizione”.
Un’edizione preziosa – con l’inglese a fronte – di un testo filosofico. Molto, più di molte filosofie dichiarate. Uno Spinoza libero come Nietzsche, ma col sorriso, sornione. Un testo molto utilizzato dall’accusa al processo, immorale  quindi. A partire dall’interesse ben considerato, con l’Imu e anche senza – Carlo Emilio Gadda ci scriverà sopra il suo doloroso capolavoro: “Se la proprietà comportasse semplicemente dei piaceri, potremmo conservarla; ma i doveri che essa implica la rendono insopportabile”. Da qui il nostro incipit. I doveri sociali? Non se giustificano la proprietà. La mutua riconoscenza? “I poveri migliori non sono mai riconoscenti: sono ingrati, malcontenti, insubordinati e rivoltati. E hanno tutte le ragioni di esserlo”. Lo Stato? “Lo Stato deve occuparsi dell’utile, l’individuo del Bello”. I poveri? “C’è una sola classe della società che si preoccupa del denaro più dei ricchi, e sono i poveri”. Bene argomentando anche l’impossibile: “Meno castighi, meno crimini”. Con qualche dubbio: “Ogni simpatia è bella, ma la simpatia per la sofferenza ne è la forma meno bella”? O la poesia affrancata dalla povertà. Questo anzi non è vero. Anche se, è vero, “Byron, Shelley, Browning, Victor Hugo e Baudelaire non hanno mai effettuato un solo giorno di lavoro salariato”. Ma com’è remoto il rifiuto del lavoro. 
Oscar Wilde, L’anima dell’uomo nella società socialista, Gwynplaine, pp. 134 € 12

lunedì 30 settembre 2013

La riforma raddoppia la giustizia

Sembra la riforma ideale, varata senza proteste delle “categorie” e senza blocchi stradali, rapidamente. Mentre si chiudevano mille uffici giudiziari da tempo inutili. Mai riforma è stata più unanime e rapida - la pratica confessionale delle istituzioni italiane, quella del rinvio e dell’aggiustamento, potrebbe dirla miracolosa. Non fosse che, semplicemente, raddoppia la giustizia.

Con la mediazione obbligatoria e gli ausiliari Letta e Cancellieri hanno ottenuto: 1) una gestione parallela della giustizia civile; 2) il raddoppio dei posti; 3 lo scavalcamento del blocco della funzione pubblica (ma ormai il blocco vale solo per i professori universitari); 4) senza toccare i privilegi dei giudici veri (carichi di lavoro, termini, procedure).

Il meglio della Prussia era ugonotto francese

Un passo in più rispetto al ritratto di Thomas Mann, ma il Gran Re di Prussia su cui la Germania si è conformata lo storicista filosofo delle scienze umane vuole tutto “politico”, di testa. Mentre fu una personalità tormentata, tormentosa, se non scissa, e non progettuale. Segnato irreparabilmente dal padre Federico Guglielmo I, dal quale tentò di fuggire a vent’anni. Un padre collerico, che lo educò a cinghiate, lui come la sorella. E ne fece decapitare l’amico fraterno, imponendogli la presenza all’esecuzione, dopo la fuga finita male. Uno che si concederà poi tutte le infamie politiche senza mai tentennare – machiavellismi volgari di un regnante che debutto con una trattato “Antimachiavelli”.
L’unico limite di Federico è per Dilthey la francofilia. Mentre questa è – resta – il suo solo spazio di umanità: la corrispondenza con Voltaire, la poesia, il,”viaggio” fuori dal mondo chiuso tedesco. Un po’ come per Belino la presenza calvinista, all’epoca quasi la metà della popolazione, e tra i calvinisti in numero prevalente gli ugonotti.
I due capitoli su “L’alleanza tra Federico e l’illuminismo tedesco” sono la parte migliore di questa biografia intellettuale. Anche se andava detto all’inverso: è l’illuminismo tedesco che si conforma a Federico, alla nuova entità germanica, la Prussia. E il capitolo successivo, sulla Bildung, il sistema educativo gerarchico, da Federico II impiantato ben prima e con più robuste radici di quello umanista di von Humboldt. Dilthey, kantiano, non può ammetterlo,

Wilhelm Dilthey, Federico il Grande e l’illuminismo tedesco

Gli Usa e il fondamentalismo islamico

Quindici anni fa si poteva registrare una caduta simultanea e imprevista del fondamentalismo islamico, che era stato per lunghi anni marea millenaristica incontrollabile sul lungo fianco sud dell’Europa, insieme con la sua deriva terroristica, apparentemente inscindibile. Era scomparso in Algeria, dove giornalmente il terrorismo fondamentalista scannava dozzine di persone. Al punto che il neo presidente Buteflika poteva amnistiare nell’estate del 1999 oltre tremila esponenti del Fis e del Gia, le organizzazioni integraliste. Era improvvisamente cessata, con gli aiuti sauditi, la caccia ai cristiani in Sudan. E i Talebani dell'Afghanistan erano andati a Washington a offrire la testa di Bin Laden, allora misterioso saudita, ubiquo finanziatore di terroristi senza volto, Gli integralisti israeliani, su un altro fronte ma sullo stesso scacchiere, erano entrati nel governo laburista di Barak, che voleva fare pace piena con tutti gli arabi.
La pace non si fece, Sharon non lo consentì, i palestinesi si fecero kamikaze, e Bin Laden è emerso con  le Torri Gemelle. Il cui enorme effetto, simbolico, militare, radicale, è lontano dall’esaurimento. Ma è solo dopo l’attacco agli Usa che per la prima volta gli stessi Usa, e quindi l’Occidente, non finanziano il terrorismo islamico. Per cinquant’anni sono stati i sauditi e i principati del Golfo, tutti regimi legati agli Stati Uniti, a finanziare Al Fatah. Gli Stati Uniti hanno dato per anni asilo e visibilità al Gia algerino a Chicago. Dopo avere abbandonato lo scià in favore di Khomeini nel 1978. Che successivamente hanno riarmato, con l’imbroglio Iran-Contra dell’altro fondamentalista Reagan.
L’imam Khomeini, che darà la cifra al nuovo militantismo islamico, era un vecchio arnese della politica iraniana in esilio in Iraq, riciclato trionfalmente sotto l’ombrello occidentale, al riparo dei servizi segreti francesi, con consulenti all’immagine e alla comunicazione americani. Mussavì Khoinià, che aveva organizzato nel1980 il rapimento dei residenti all’ambasciata Usa a Teheran, ci si rivelò in un’intervista esclusiva per “Repubblica” quale responsabile del rapimento degli ostaggi in un momento preciso: per dire al Majlis, il Parlamento iraniano, che ne stava discutendo, che gli ostaggi andavano liberati e non giustiziati come spie.
Si può anche dire che l’Occidente è stato sempre per l’islam, in funzione di diga al comunismo. Già contro Settembre Nero, nel1970, la Legione Araba di re Hussein era sostenuta dalle truppe pachistane del generale ul Haq, note per essere islamiste. Ma in due fasi distinte e con modalità opposte. Un distinto cambiamento c’è stato circa trent’anni fa nella politica americana verso il Medio Oriente.
C’è speciale attenzione da circa trent’anni nella politica americana verso il militantismo islamico, che ha rafforzato, anche militarmente, e ha consacrato. Persistente anche oggi che gli stessi Usa sono sfidati da questo fondamentalismo: in Afghanistan, Iraq, Egitto: la reazione è infatti, malgrado l’impegno contro il terrorismo, di acquiescenza. In Libia e ora di Siria, anzi, di sostegno. Come già avevano fatto in Iran, “consigliando” il passaggio dei poteri dallo scià a Khomeini. E in Pakistan, dove l’ultimo loro affidatario bonapartista prima di Musharraf, il generale Zia ul Haq, ebbe il compito primario di riempire il paese di madrasse e moschee. Successivamente tenteranno anche in Algeria di coprire il vuoto di un potere corrotto col sostegno al Gia islamico.
Negli anni Cinquanta e Sessanta gli Usa si sono sostituiti a Francia e Gran Bretagna nel mondo arabo con la modernizzazione. Dall’Egitto, coi Giovani Ufficiali di Neguib e Nasser nel 1952, a Gheddafi nel 1969, passando per Assad e Saddam, portata dalle forze armate. In Maroco e Giordania sotto la direzione dei sovrani.
Ma con la presidenza Carter, con Zia ul Haq sin Pakistan, che costuì ventimila fra moschee e scuole coraniche,  e poi con Khomeini in Iran, gli Usa hanno distintamente cambiato strategia: hanno eletto a strategia diplomatica e militare il militantismo islamico che aveva loro consentito di battere i sovietici in Afghanistan – l’inizio della fine del blocco sovietico.
C’è un momento di verità su questo nel volgarissimo “Fahrenheit” di Moore: i sauditi sono stati a lungo i finanziatori benevoli e scoperti del radicalismo islamico. L’attacco alle Torri ha veramente colti di sorpresa sia l’Arabia che gli Usa: non tanto per il difetto di intelligence quanto per il crollo di una strategia. Ma la reazione Usa è stata improntata alla vecchia strategia. In Irak avrebbero potuto Saddam con Tarek Aziz, e con uno qualsiasi dei suoi generali, e invece hanno smantellato tutto per consegnare il paese alle oligarchie sciite e sannite. Anche a costo di subire le divisioni incancellabili tra le confessioni e dentro le confessioni. Altrove il fondamentalismo è sostenuto benché già in perdita: in Tunisia, Egitto, Libia, Siria.

domenica 29 settembre 2013

Secondi pensieri - 151

zeulig

Anima – Non è una buona cosa in chiesa. Per Platone sì, è Dio in noi, per la religione no. Per la Bibbia è macchiata dal peccato originale – i cristiani la riscattano col battesimo. Per l’islam è tentatrice, disobbediente, maligna – diabolica in termini cristiani: “L’anima è l’istigatrice del male, a meno che il mio Signore non me ne faccia misericordia” (“Corano” 12,53).

Ha introdotto un po’ di luce nell’oltremondo cupo, inerte, della Grecia arcaica, fino a Esiodo compreso.

È monista (Spinoza: un solo essere, con due modi, corporale e spirituale) e duale (Aristotele: anima e corpo, spirito e materia). A volte (san Paolo) ulteriormente duale, con lo spirito. Ma sempre, per il cristiano, consustanziale: “nasce” alla concezione. Donata da Dio (Origene) oppure dai genitori (Tertulliano). San Tommaso d’Aquino, sulla tracia di Aristotele, vuole l’anima insufflata nell’embrione tra i 40 e gli 80 giorni dalla concezione. È la base della dottrina dell’embrione della chiesa, e della regolamentazione dell’aborto delle legge 194, i cui termini sono in discussione.

La tripartizione paolina è anche di Jung: nella psicologia del profondo l’anima è mediatrice tra lo spirito e il corpo. Nella poesia, l’arte, la mistica – tutto ciò che è umano.

La psicologia non saprebbe farne a meno, è la sua materia. Jung non ha problemi a difesa: “Il primato della fisicità è la negazione in ultima analisi della psicologia, i fenomeni psichici riducendo a processi biochimici”.

Per Nietzsche, l’ultimo a negarne la sopravvivenza dopo la morte, sebbene non materialista democriteo, si può dire che la sua vita materiale, tra il 1844 e il 1900, è stata meno dell’1 per cento della sua vita successiva.

È affermazione e cancellazione, del sé e del mondo, nell’Anima del Mondo di Plotino e nel sentire comune. Nella tripartizione di Plotino, tra l’Uno principio originario e le sue emanazioni, l’Intelletto e l’Anima del mondo, quest’ultima è il mondo come lo vediamo, lo pratichiamo, lo viviamo (facciamo). All’indicibilità dell’Uno opponendo una profusione di segni e simboli, storie e miti, e vite grevi.

Eternità - È umana, “mondana”. Come tutto ciò che è concepito (concepibile). Come tutto ciò , anche, che è altro che umano: l’onniscienza, l’onnipotenza, la sapienza (Dio), ma che è sempre dell’orizzonte umano, “mondano”.

Interpretazione – È di per sé ricostituente, anche rigenerativa. Interminabile, infinita. Sarà l’infinito il richiamo del postmoderno.
È una forma di affabulazione, solo Nietzsche poteva considerala una forma della verità. Cioè lo è, ma in soggettiva, estrema: una continua riproposta di sé sotto apparato critico.

Libertà – È la liberazione, un processo costante. Prende senso ricostituendosi – è lo stesso procedimento della salvezza come esperienza, attenzione costante.

Peccato - È provvidenziale? I vangeli sembrano dirlo: in Giuda, in Pilato, nello stesso sinedrio poi anatemizzato. Espediente cioè alla Redenzione (alla Crocefissione e alla Resurrezione), che è il fulcro del cristianesimo. “Felice sbaglio che ci valse un tale Redentore”, dice san Paolo del peccato e di Gesù Cristo.
La concezione provvidenziale della storia è moralmente ambigua, e logicamente insostenibile – contro le apparenze. Anche in termini religiosi, se il peccato è provvidenziale. E, perché no, l’Olocausto.

Suicidio Ha l’inconveniente che va organizzato. Filosoficamente è lacerare il tempo, anche se Aristotele dice che il tempo non esiste, a meno che non vi succeda qualcosa. Ma per uccidersi bisogna averci pensato, l’impulso non basta. Questo atto che fa gli uomini superiori agli dei non è pratico. E ridicolo nella meccanica: smontare e oliare l’arma, collocarsi in linea con la bocca da fuoco, contare le pillole, piegarsi a quattro zampe davanti al forno, dopo averne con cura sigillato i bordi, affilare le lame. Il conte Potocki si sparò col nottolino della teiera che aveva polito per tre anni, fino a ricavarne un proiettile penetrante, che aveva fatto benedire dal cappellano di casa.
L’atto richiede insomma mezzi adatti, e una ragione: chi non ha argomenti per vivere, se ne inventa per morire. C’è il suicidio egoista, dice il sociologo, e quello altruista: da cui si è tentati non per pessimismo, come Lucrezio, Leopardi, Croce giovane, ma per ottimismo, la fiducia negli altri, i vuoti si riempiono. E c’è il suicidio anomico. Alcuni si uccidono, in Nuova Zelanda, per deficienza dei pettorali, i giapponesi se non passano gli esami. Nell’isola di Cea alla pensione, per far bastare il cibo ai giovani. I Mundugunor della Nuova Guinea, cacciatori e erotomani, al declinare delle forze si mett(eva-)ono su una canoa e si affida(va)no alla corrente per farsi mangiare dai vicini – ogni tribù è nemica, specie se contigua. E c’è la categoria dei suicidati, il fisiologo Morselli insegnava all’anomico Durkheim. Da parte, per esempio, della persona che ti sta accanto ed è morta: è fredda, ostile. La casistica andrebbe completata col suicidio impossibile, di chi non ha argomenti per vivere, e neanche per morire.


Simone Weil dice che “due sono i modi di uccidersi, suicidio o distacco”, e dunque è questa una forma di suicidio, l’ira contro chi si ama: “Uccidere col pensiero chi si ama, sola maniera di morire”. È un’immagine di morta che prende svanendo la scena del sopravvissuto, colui che la grazia ha salvato avendo visto la morte in faccia - un piano di specchio, che guarda la vita scorrere.

zeulig

La Passione di Cristina - con l'aiuto di Proust

Si celebrava ieri, l’Arcangelo Michele. Ieri come data, ma anche ieri come tempo. La coincidenza della lettura con la celebrazione suscita una doppia meraviglia: come tanto sia cambiato, in Itaia, fuori, rispetto ai non molti anni fa di Cristina Campo, 1923-1977. E del saggio che apre questa raccolta – che nel 1967 dovette pubblicare sotto pseudonimo maschile, non si accettavano collaborazioni femminili in materia di riti.
Cristina Campo è invece sempre fresca e anzi sembra ancora che debba sbocciare. Ogni incontro con lei è una scoperta e una perdita, ha il senso amaro della mancanza. Di un’altra lingua e un altro mondo, forse già inerte (ricercato, impreziosito) ma di cui fa sorgere forte, credenti o no, la nostalgia e quasi il bisogno. L’arcangelo Michele già lei poteva dire cinquant’anni fa raro “in un mondo liturgico, volto nuovamente a un’assimilazione sacrilega con il proprio Creatore”.
Monica Farnetti raccoglie qui le lettere di Cristina Campo a Rodolfo Quadrelli, tutte attorno alla suggestione del rito ortodosso, cui la scrittrice ricorreva contro le riduzioni conciliari – o la tradizione negata. E alcuni testi dispersi, comprese alcune traduzioni. Tra queste “La morte delle cattedrali”, il saggio semiclandestino di Proust poco più che trentenne sul “Figaro” in difesa delle cattedrali che la legge francese nel 1904 sconsacrava. Cristina Campo si riflette con ironia lieve sulla vena ironico-comica di Proust prima delle “Ricerca” - la prima e forse la più caratteristica delle sue costanti, la navigazione tra i paradossi: la scomparsa delle cattedrali è naturalmente il loro trionfo, Proust ci gira attorno per una ventina di pagine, da laico, senza mai stancare. In questa ennesima vindicatio della tradizione, la pia Campo oppone al papa e al concilio l’irresistibile lezione che il laico Proust infligge alla Francia della Terza Repubblica massone.
Il grosso del volume è preso da quindici saggi di studiosi di varie discipline, che impostano una prima sistemazione critica dell’Appassionata. 
Cristina Campo, Appassionate distanze, Tre Lune, pp. 322 € 23