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sabato 4 luglio 2009

Il richiamo alla politica di D'Alema - debole

Galvanizzato dalla rimonta ai ballottaggi a Bari e Torino (e anche dove il candidato Democratico ha perduto, a Milano e Venezia), col voto in massa della sinistra, D’Alema ripropone la politica. Prende cioè atto che il sistema politico è plebiscitario, come solo i lettori di questo sito parevano sapere fino a qualche tempo fa, lo addita come una deriva pericolosa, e perfino nazista (avrà letto l’antinazista Jünger?), e chiede che si torni a parlare di politica. Ma, non avendo il coraggio di proporre lo scioglimento del partito Democratico, non subito, e il ritorno ai vecchi compagni Vendola il senatoriale Bertinotti, parte prigioniero e, allo stato, già vittima. Non si candida alle primarie, non si può candidare perché questo sarebbe già lo spaccamento del Pd. Ma non ha idee migliori per governarle se non il ritorno all’antico. Che è impossibile, e anche un proposta debole, per almeno quattro motivi:
1) D’Alema stesso parla “estremista”, lo stesso linguaggio dei reucci dei talk-show che denuncia;
2) parla in nome proprio, senza precisare la scelta politica, che magari è nota ma non è detta: questo è linguaggio dissimulato, cominternista, trasfuso nel modello del “partito del Capo”;
3) non propone un’alleanza o un progetto diverso, ma la vecchia novena, “discutiamone”;
4) non tiene conto che il sistema elettorale-politico è ormai plebiscitario, con la sola eccezione del governo – e non per caso: ogni governo, sia di destra che di sinistra, e lui lo sa, è ricattabile e ricattato. Questo, Veltroni lo sa. E il presidente Napolitano, che pure è stato “fatto” da D’Alema, lo sa e lo dice. Posto cioè che non si può tornare indietro, che tutta la politica è organizzata attorno ai reucci, allora è opportuno che ci sia anche un primo ministro, uno che si prenda le responsabilità, che “decida”.
Forse il difetto è solo che D’Alema è partito troppo tardi, su un dibattito congressuale. Che è copia, effettivamente, povera del modello americano del “partito del Capo”, con i candidati che via via si dichiarano, per poi rabberciare un’identità politica. Ma di cui D’Alema, se non scende in campo, non può farsi il pontefice. Non doveva aspettare Scelsi e la D’Addario, doveva muoversi dopo le due sconfitte elettorali e prima del congresso, quando il Pd si era dimostrato unfit.
Un quinto motivo di debolezza peraltro c’è, da non escludere anche se solo ipotetico: che lo “scossone” dalemiano sia stato contingente, legato al moralismo degli italiani che vanno a puttane, e in cui, insieme con i vendoliani e altri comunisti, siano confluiti molti topi di sacrestia. Che, se Berlusconi si facesse terziario, lo voterebbero santo. E cioè che la sinistra è forse relativa, o una illusione.

Se L'Aquila regge all'urto del G 8

Se il G 8 si terrà all’Aquila, magari col terremoto, ma senza vittime. Se, per una volta, il consesso non sarà funestato dagli inutili no global. Se, per una volta, prenderà una decisione anche minima, se non sulle truffe delle banche, almeno sull’estremismo islamico, posto che non è solo terrorismo, in Iran, in Afghanistan, in Pakistan. O se anche solo funzionerà la logistica – ché questo è il G 8, una sfida logistica: dare abbastanza wisky e un’antenna ai diecimila partecipanti (di cui seimila sono giornalisti)...
Un terremoto devastante all’Aquila è l’ultima speranza dei suoi nemici. Perché, sennò, chi lo tiene più? C’è stato un tentativo di spostare il fronte sulle mogli del G 8: “Non venite a Roma, Berlusconi tradisce la moglie”. Col lacrimevole supporto del “Paìs”, sempre la Spagna è spagnola – ancora non riesce a digerire la batosta con i modesti calciatori Usa in Sud Africa. E quello sospetto di Murdoch, i cui tg seguono trepidi la contestazione – e parlano di “contestazione”, “movimento”, “resistenza”, proprio così, proprio loro. Ma l’argomento è per tutte doloroso. Anche per questo le mogli non rinunciano alla gita gi-ottesca, uno dei due-tre momenti all’anno in cui vedono i mariti. Per cui le residue speranze sono riposte nel terremoto. Altrimenti bisogna convenire che questo Berlusconi è un diavolo.
Col terremoto ha dribblato i black bloc – abbiamo anche questi. Non potrà non scucire a Hu Gingtao e ai suoi trecento azionisti una miriade di succulenti contratti cinesi per l’Italia. E avrà da Obama in Vaticano un buffetto per il papa, il buon Benedetto. Nonché i ringraziamenti di Medvedev. E degli africani, capitanati da Gheddafi, roba da occultare la trepida bontà di Veltroni, “La Stampa”, Armani e tutti i geldoffisti recenziori. Dopo aver trombato senza conseguenze con una D’Addario. Roba da conferenza stampa ininterrotta, per tutta l’estate.
Bisognerà allora rivedere il giudizio su quest’uomo: si diceva che avesse successo perché è uno pratico, un realizzatore, come lui si definisce. La cosa non va più bene dacché Bernie Ecclestone, un Lord non un commoner qualsiasi, e il sacro "Times" di Murdoch elogiano Hitler come una grande realizzatore. Allora, se anche il terremoto gioca per lui, non sarà un predestinato? C'è da temerlo, questo destino comincia a pesare anche ai suoi.

Si squaglia a luglio la cordata Roma

Sarebbe divertente se non fosse una vergogna. Un caso di aggiottaggio spudorato, anche se su un titolo sputtanato, l’As Roma: i soldi si fanno anche sulle scartine, anzi soprattutto sulle scartine. Che per questo sfuggono all’attenzione della Consob – sennò per quale altro motivo? Per il secondo o terzo anno si dissolvono al caldo le voci avventurose di acquisto della Roma, dopo una girandola di acquisti e vendite del titolo scopertamente manovrata: due anni fa con la storia dei baroni russi, l’anno scorso con la storia di George Soros, figurarsi, quest’anno con quella di Flick, i baroni della Bmw.
Quella di un Flick, per essere precisi, quest’anno la commedia si è arricchita di doppi. Ci sono infatti Flick e Flick, come se uno dicesse “sono Agnelli”, e fosse un Agnelli di Bagheria. Anche il grande mediatore è quest’anno un doppio del vero: si è sempre parlato di studio Irti, intendendosi Natalino Irti, uno dei più affermati studi d’affari, e invece si tratta di un altro Irti. E, a pensarci bene, pure gli altri protagonisti potrebbero non essere loro: Unicredit, che fino alla scadenza del 30 giugno, del rateo del debito Italpetroli-Sensi, i padroni della Roma, faceva la voce grossa sulla cessione inevitabile, e l’1 luglio è scomparsa dalle cronache. Era Unicredit, la famosa banca? O Mediobanca, un istituto, peraltro di proprietà Unicredit, che si vuole dappertutto in Italia e i Sensi avrebbero incaricato di valutare le offerta d’acquisto, ma che nel caso è come se non ci fosse stata. E questo Irti, che non è Natalino, che per due mesi ha condotto sapiente e discreto il gioco, anzi tre, che di colpo se ne esce pazzo, dicendo che Totti ha rovinato la Roma e altre facezie del genere, non è che avesse una ultima operazione al ribasso da portare a casa?
Solo i giornali romani sembrano sempre i soliti, che tutti, con la sola eccezione di “Repubblica”, cavalcano ogni anno con gusto l’avventura. Sempre i soliti fessi. O sono parte del trucchetto? A gratis?

giovedì 2 luglio 2009

Il racconto della Russia fantastica

Il libro di una vita di una delle maggiori russiste, che richiama a raccolta gli autori già studiati, Gogol’, Dostoevskij, Remizov, e altre fantastiche figure, Pietro il Grande, Brjusov, il pittore Brjulov, il suo dipinto che fece epoca (1833) “L’ultimo giorno di Pompei”, N.N. Ge. Un libro narrato. Con aspetti diversi e sorprendenti delle figure più note. A partire dallo stesso Pietro I, violento e timoroso - un sovrano in fuga da Mosca in realtà, dagli spettri del Cremlino, che lo marchiarono bambino di tic nervosi e incubi. Risorge la “tenebra di gelo” di Puškin. Majakovskij appare giraffone inutile, quale si vedeva. L’indiavolato Bulgakov s’aggira per Mosca e Berlino vestito ancien régime, ossessionato dall’invasione dei popoli del Caucaso “dai nomi terrificanti", osseti, ingusci, mingreli, circassi. Con uno sceltissimo apparato iconografico, esteso alle incisioni e alle scenografie teatrali.
Il punto di vista è quello di Ripellino, il russista principe di metà Novecento: l’iconicità di molta letteratura. O quello del word-painting di Ruskin (del diario di Keats), delle pitture di parole del gesuita Gerald Manley Hopkins, di Laforgue. Pieno a ogni piega di sorprese. Il lungo Medio Evo russo, fino a fine Seicento. Le “assemblee” cui Pietro sottoponeva i suoi signorotti, vere e proprie corvées d’imborghesimento e occidentalizzazione, tramite il ballo, la conversazione, le feste obbligate. I passages di Pietroburgo. Le feste popolari, sotto le torri ghiacciate e nei balagan, i luna park di legno – dove restava incongruamente (o congruamente?) proibito, ancora a Ottocento inoltrato, “recitare pièces di vita russa”. La città di vetro, che appassionerà i russi per quasi un secolo, almeno fino al viaggio in America di Majakovskij – New York gli apparve “una città di luce”. I libri manoscritti. I libri immagini. Appassionante è la “formazione” di Dostoevskij nei suo viaggi europei, che erano viaggi nell’arte, specie a Firenze, dove scrisse “L’idiota”.
Antonella D’Amelia, Paesaggio con figure. Letteratura e arte nella Russia moderna, Carocci, pp. 315, con num.ill., € 27,20

Il romanzo hobbesiano della Francia

È il romanzo, critico e amorevole, di quella che usa chiamare la “Francia profonda”. La “vita scialba e solida” della provincia, che l’autrice spesso annota. Con passione e acume che le circostanze della pubblicazione esaltano: scritto nella seconda metà del 1940, quando la Francia era già sconfitta, occupata e divisa, pubblicato a puntate tra l’aprile e il giugno 1941, quando gli scrittori ebrei, tra essi Irène Némirovsky malgrado professasse il cattolicesimo, erano già interdetti dalla pubblicazione. Sotto pseudonimo su “Gringoire”, una pubblicazione fra le più antisemite. È un romanzo quietamente hobbesiano, negli affetti (gli amori non corrisposti), nella vita (le invidie), nella politica (la guerra). Che la fiducia nella vita supera, come da programma: il romanzo è volutamente balzacchiano, di una borghesia letta senza pregiudizi. Nel presupposto, che la guerra e la disfatta acuiscono, che le generazioni passano, le guerre pure, i destini si fanno e si disfano, ma l’amore dura, durano il lavoro e la forza d’animo, dura la patria.
Un romanzo anticonformista, come tutto nella vita e l’opera di Irène Némirovsky. Che la polemica sull’odio-di-sé-ebraico rischia di acculare all’antisemitismo, dopo il successo di stima e di simpatia di “Suite francese”. Per l’effetto perdurante che l’Olocausto rifrange su tutta la storia precedente. Anche se, per molti indizi, era una storia più complessa e articolata. Così come, forse, l’antisemitismo.
Némirovsky è scrittrice di qualità, se riesce ad animare anche una storia tutto sommato di buoni sentimenti come questa. E scrittrice francese. Di una cultura di cui dimostra di possedere i segreti intimi: gli affetti e gli odi familiari, la religiosità, questa meglio di ogni altro scrittore francese, compresi i cattolici Bernanos e Mauriac, la “roba”, la strafottenza. A distanza, e nel contesto della sua opera successivamente ripubblicata, “Suite francese” è una sorta di romanzo nazionale: l’epopea simpatetica della disfatta, di una scrittrice che ne sarebbe anche morta, a fronte di quella amara e anche cattiva di Céline, l’unico altro scrittore che abbia voluto sfidare quello che ancora è un tabù.
Ma i fatti della vita sono ancora preminenti. Benché scrittrice affermata, residente in Francia da una vita, a Irène Némirovsky fu più volte rifiutata la nazionalità francese. Anche per questo fu nel 1942 deportata a Auschwitz, dove morì. Anche questa è Francia, sebbene non se ne sia trovato il romanziere. Irène Némirovsky pubblicava prima della guerra su riviste di destra. Di questi il “Candide”, giornale di destra generica, non la pubblicò più, dopo le leggi razziali dell’ottobre 1940. “Gringoire” invece, rivista antisemita, ne pubblicò anche il romanzo a puntate.
Irène Némirovsky, I doni della vita, Adelphi, pp. 218, € 18

Immolare la Rai a Murdoch?

Il digitale è democratico, moltiplica i canali e l’offerta, il pluralismo quindi, facendosi pagare dalla pubblicità. Una sorta di free-press per tutti, e per ogni bisogno o curiosità, comprese la cucina e la vita sui monti. Ma quando la pubblicità non c’è, invece di morire può a ragione chiedere un piccolo fee: un gettone, un ticket, un abbonamento. È quello che si accingeva a fare Raisat. Sganciandosi dalla piattaforma Sky per lanciare una propria piattaforma, con Mediaset e La 7, con un abbonamento modesto per un’offerta molto ampia. Un progetto innocente, se non urtasse nel monopolio di Sky, cioè di Rupert Murdoch, uno che non tollera concorrenti. Il progetto Raisat, in elaborazione da due anni, andrebbe realizzato ora, alla scadenza a fine mese del contratto con Sky, e quindi con Berlusconi. Contro il quale Murdoch ha avuto buon gioco a lanciare una campagna scandalistica, con i telegiornali e i programmi Sky, e con i suoi giornali inglesi. Campagna che il governo vorrebbe disinnescare sacrificando il satellitare Rai. Invitata a rinnovare il contratto con Sky.
Una brutta vicenda di affarismo. All’insegna del monopolismo, e anche della corruttela dei media. Per combattere la quale Raisat ha trovato però tutte le porte chiuse: non solo l’Autorità per la Comunicazione non ha nulla di dire, ma il partito Democratico e tutta l’opposizione è schierata per Murdoch, quale alfiere dell’antiberlusconismo.
In mancanza di un utilizzo adeguato delle potenzialità di Raisat, peraltro, tutti i conti Rai sono destinati a peggiorare. Con il calo crescente della pubblicità, e l’impossibilità di adeguare il canone Rai di base, “l’odiosa tassa”.

Milano non si fida di D'Alema

Non è stato un trionfo, l’omaggio martedì a D’Alema dei milanesi che contano. Capitanati dai presidenti di Mediobanca e Rizzoli-Corriere della sera, Geronzi e Marchetti, ma con più assenze che presenze. E con presenze di controllori più che di supporter. C’erano il direttore generale del Tesoro, Vittorio Grilli, che ha portato il saluto del governatore della Banca d’Italia Draghi, l’ex ministro Padoa Schioppa, e alcuni ex banchieri, Modiano, Cesarini, insieme con i leader di Unipol e Monte dei Paschi, il braccio finanziario dell’ex Pci.
Non c’era Bazoli, che pure a suo tempo aveva molto pubblicizzato i suoi contatti con D’Alema (era il tempo in cui D’Alema incrementava i fondi alle scuole religiose), e questo significa che i vescovi lombardi sono perplessi. Non c’era nemmeno Passera, l’ad di Bazoli, che nelle stesse ore sceglieva il Centro di Montezemolo. Verso il Centro ora veleggia anche un compagno professo come Profumo di Unicredit, dopo la fusione tedesca. Altri partecipanti, Luigi Abete, Claudio Costamagna, Fabrizio Palenzona, sono notoriamente legati a Prodi. E sulla stampa lo schieramento dalemiano del “Corriere della sera”, confermato dal convegno, cui il giornale ha dedicato una pagina, è bilanciato dal sospetto perdurante di “Repubblica”, che ne ha fatto una cronaca acida.
Milano ha voluto riconoscere a D’Alema il ruolo politico conquistato con la rimonta ai ballottaggi. La città inoltre cerca altri punti d’appoggio, nell’ipotesi che Berlusconi si squagli. Ma o le banche si fidano poco di D’Alema - Mediobanca-Corriere della sera, o Geronzi-Perricone, possono poco a Milano in assenza di Bazoli. O in realtà puntano ancora su Berlusconi, fanno solo a suo riguardo un po' di snobismo senza conseguenze.

mercoledì 1 luglio 2009

La Sicilia che si vuole di fantasia

Quando Camilleri si diverte, si fa leggere d’un fiato. Anche se il modulo è noto, e un po’ abusato, dopo Sciascia: chi è stato veramente in Sicilia, che dice di esserci stato. Il rebus, condotto al solito con maestria, è qui specialmente intrigante, sebbene sempre conseguente, senza salti logici, declamatori, o autoriali, quali sono accaduti ultimamente al benamato. E condotto con eleganza, quasi che la leggerezza del soggetto Renoir abbia scacciato i fumi isolani. In tema di sicilianità (“è ciò che non è”): come già il “Caravaggio” di Camilleri, questo “Renoir” è parte dell’isola fantasmatica che tanto piace, agli scrittori siciliani oltre che ai lettori evidentemente. Anche se la Sicilia potrebbe tanto più piacere per quello che è – e malgrado, purtroppo, sia ben solida. Da tenere presente nei temi della maturità: è la realtà che fa la poesia, o è la poesia che fa la realtà? Con annessa questione: perché nascondere la Sicilia, sia pure nella poesia (dice oggi Eco arguto sul “Corriere” che l’assassino in “Todo modo” è il narratore, Sciascia: lo dice da semiologo e appassionato giallista, autore, critico, ma quanti assassini in questa Sicilia...)?
Andrea Camilleri, Il cielo rubato. Dossier Renoir, Skira, pp.111, €14

Le tristi primarie di D'Alema coi banchieri

D’Alema torna e vince, ma non sa cosa. Ha riunito al ballottaggio tutta la sinistra, da Bari a Torino, con lo “scossone”, e ora rimette la barra al centro. Riunendo i banchieri. A Milano, perché non si disturbino troppo. E tuttavia non è contento. Personalmente, D’Alema non ha mai perduto il contatto con la Milano che conta, Bazoli, Profumo, e gli eredi di Cuccia che amava, Geronzi in testa. In questo particolare momento, in cui tutto il milanese è elettoralmente a destra, la riaffermazione di questo contatto testimonia, unitamente al ripudio di Berlusconi in curia, che il Nord non è off-limits. E tuttavia D’Alema è prudente. Ritesse la tela – la rete – da unico leader del centrosinistra che manifesta capacità politica. Ma senza smettere la smorfia del “senza di me, dove andate?”. E con una punta, bene avvertita a Milano al convegno coi banchieri, d’incertezza sul da fare.
Il ballottaggio ha tirato dentro i voti, prima contrari o astenuti, della sinistra. Ma ha irrobustito le posizioni strategiche, se non i voti, di Casini e Di Pietro, un centro e un centro destra che D’Alema ritiene nocivi. Mentre il mancato referendum ha allontanato per sempre ogni possibilità di “partito del presidente”. E il partito Democratico arranca nel nulla delle procedure e degli assemblearismi. I banchieri hanno avuto la sensazione che D’Alema facesse le sue primarie con loro, che si presentasse a loro proprio per non potersi presentare al Pd, un partito di formichine che vanno non sanno dove.

Il Pd non è fallito? Dove?

D’Alema ha “vinto” i ballottaggi, recuperando le sinistre, ma il Pd continua a navigare alla cieca. Smaltito al suo modo, in solitario, l’ottimo effetto dello “scossone”, D’Alema si ritrova nella coalizione Di Pietro che gli è sempre più indigesto: il voto di destra quando arriva è nocivo. Fuori della coalizione si ritrova Casini. Che non lo è (soprattutto se perderà la Sicilia, dove ora lo difendono i berlusconiani), ma si ritiene un trionfatore. E nel partito Democratico i malpancisti in maggior numero: Rutelli, buona parte dei popolari, col supponente Renzi in testa, e i soliti Prodi e Veltroni. Che corrono a un congresso senza avere un partito, una idea almeno di partito.
Un concorrente meno schifiltoso di D’Alema non troverebbe però di meglio. Si litiga sulle candidature (le correnti, le persone, i poteri) senza alcuna idea di cosa sta succedendo. Che è, Berlusconi permettendo, da chiusura dei battenti. Tra 2008 (politiche) e 2009 (europee) quasi tre milioni di voti sono andati all’Abn, il terzo partito italiano, dei voti astenuti, bianchi, nulli: 7,1 milioni di elettori. Sono di Berlusconi? In parte sì, ma sono quelli della Sicilia, che alle europee vota poco. Il Pdl ha mezzo milioni di voti in più rispetto a Forza Italia e An alle europee del 2004. Consolida il 35 per cento dei voti validi del 2008. Ed è il primo partito in tutte le regioni, eccetto la Toscana e l’Emilia. In un anno il distacco inflitto dal Pdl al Pd passa da 3,1 punti di elettorato a 5,6 – a 7 nelle quattro principali regioni del Nord.
Senza contare gli alleati. Berlusconi si mantiene tre volte e mezzo più grande della Lega. La quale aumenta il voto di sessanta-settantamila unità, ma grazie alla penetrazione nel voto democratico: Bossi perde 170 mila voti nel Lombardo-Veneto, e ne acquista cinquantamila nel Nord-Ovest, centomila nell’ex quadrilatero rosso, e 80 mila al Sud, dove non presentava liste nel 2008. Il Pd ha avuto alle europee quattro milioni di voti in meno che nel 2008. E ha perduto la fascia operaia dell’hinterland di Milano, e dei centri di Prato, Sassuolo, Cremona. In favore della destra, fuori e dentro la coalizione. Il rapporto tra Pd e Italia dei Valori è passato in un anno da 8 a 1 a 3 a 1.
Il Pd non è fallito? Dove?

martedì 30 giugno 2009

Letta avvia la pace con Murdoch

Si allenta la guerra di Murdoch a Berlusconi, e la ragione sarebbe una proposta di Gianni Letta: lasciare la Rai sulla piattaforma Sky. Della sfida avviata da Mediaset a Sky sulla tv in abbonamento, che ha innescato l’offensiva furibonda dei media di Murdoch contro Berlusconi, dovrebbe fare parte anche la Rai, che è in scadenza di contratto con Murdoch. L’emittente pubblica, che ritiene di avere da Sky ricavi insufficienti (50 milioni), ha minacciato di non rinnovare il contratto settennale in scadenza a fine luglio. Nell’ipotesi di creare una piattaforma nazionale con Mediaset. Di fare concorrenza cioè a Sky. Letta avrebbe suggerito di lasciare Rai su Sky. Con un canone più elevato. Col sottinteso che il gruppo Murdoch, in particolare i tg Sky e i giornali inglesi, allenti la campagna antiberlsuconiana.
La sfida con Rai-Mediaset è temutissima da Murdoch, che teme di perdere, col monopolio, anche la posizione dominante. Con effetti deleteri sulla pubblicità. La Rai ha infatti oltre un centinaio di canali sul satellite a costo praticamente zero, sui quali potrebbe costruire una concorrenza imbattibile. Mediaset da sola può essere insidiosa – propone a otto euro un abbonamento che su Sky costa 44 euro – ma non fa paura: ha un bouquet ridotto ed è quindi un second player, non un concorrente alla posizione dominante.
Sarebbe questa proposta del sottosegretario alla presidenza del consiglio all’origine del visibile allentamento nelle ultime quarantott’ore del virulento antiberlusconismo del “Times” e del telegiornale Sky. Letta, da sempre fedelissimo di Berlusconi, s’intende che si sia mosso d’accordo col suo principale, e comunque con la sua cauzione.
Sarebbe questa la “dissociazione” di Letta da Berlusconi che ha indotto i servizi britannici e i giornali di Londra a ipotizzare il suo sganciamento e l’avvio di un’operazione governo tecnico. Cui né Letta, e soprattutto non il presidente Napolitano, potrebbero a ragione avere pensato.

Segni di ripresa, delle banche?

L’economia si riprende, si sente dire sempre più spesso, ma non si dice da cosa. Si riprende dal quasi fallimento, che non ha ancora finito di manifestarsi per intiero. Ci vorranno quindi anni solo per recuperare i livelli antecrisi. Si sono riprese le banche, che sono quelle che hanno creato la crisi, e questa non è una buona notizia. Le banche sopravvivono infatti grazie alla crescita abnorme del debito pubblico in molti Stati - l'Italia è forse l'unica eccezione - per poterne finanziare il salvataggio, un peggioramento che peserà sulla economia del mondo intero per molti anni, riducendo la liquidità. E "grazie" a una disoccupazione record in molti Stati, Usa, Giappone, Spagna, Germania, un esito anche questo della crisi di liquidità provocata dalle banche.
Si parla del resto di ripresa, ma con pochi dati. Che sono tutti pessimi, anche per le banche. La liquidità enorme iniettata nelle economie maggiori si è indirizzata verso impieghi a loro volta liquidi, in titoli e obbligazioni, senza corsie privilegiate per le attività produttive, contro le quali si alzano semmai muri suppletivi. Le banche peraltro si riprendono anche lucrando, suprema ironia, sul maggior indebitamento degli Stati. Magare per salvare le stesse banche, o anche solo "in virtù" dei maggiori oneri sul debito. Un paese come l'Italia, che non ha speso quasi nulla per le banche, dovrà tuttavia pagare sui 7-8 miliardi di euro in più sugfli interessi del suo debito pubblico in essere.
Da metà 2007 a fine 2008 le perdite patrimoniali delle famiglie, delle imprese e della finanza negli Usa hanno eguagliato il pil dello stesso 2008, circa 13 mila miliardi. Ma forse è andata peggio: nel mondo, secondo Lawrence Summers, ministro del Tesoro di Clinton, oggi capo degli economisti di Obama, la ricchezza delle famiglie e delle imprese aveva perso 50 mila miliardi – il che dovrebbe implicare una perdita Usa di due o tre volte il pil. Le prime dieci banche Usa hanno ancora 3.600 miliardi di attività insolute, dopo tutte le cancellazioni disastrose, e 600 miliardi di titoli senza più valore sul mercato, a fronte di 400 miliardi di capitale.
Le amministrazioni Bush e Obama hanno lanciato una politica di enormi deficit, e di sovvenzioni miliardarie per salvare imprese e banche. Senza nazionalizzarle, cioè scommettendo sulla loro ripresa. Siano quindi alla scommessa, più che al rilancio. Il bluff conta molto sull’effetto annuncio, per limare le attese pessimistiche, ma non è garanzia di niente. Questo enorme indebitamento per il bene delle banche è peraltro motivo dell'accrescimento dei tassi e quindi degli oneri finanziari, che colpiranno a lungo paesi come l'Italia: i tassi aumentano in parte per paura della crisi, e in parte più consistente per la domanda di debito.
Indebitarsi per le banche
Le misure anticrisi lasceranno un debito immenso, che si aggiorna di mese in mese in peggioramento. Il Fondo Monetario ha previsto a febbraio una crescita del debito del G 8 di 14 punti del pil nel 2009 (dal 79 al 93 per cento) e di altri sette punti nel 2010, per arrivare a quota 100 per cento del pil. Ma la politica del deficit viene continuamente aggiornata in America, dove le previsioni sono più collaudate, in peggio. Il primo bilancio di Obama prevede un debito lordo pari al 93 per cento del pil nel 2013. Ma è già al 90 per cento. A febbraio il deficit cumulativo Usa 2010-2019 era stimato in settemila miliardi, a marzo la stima era salita a 9.200 miliardi.
Due mesi fa le cifre erano queste, così sintetizzate dal “Sole 24 Ore”: per la politica degli interventi si calcola “una cifra di oltre 23 mila miliardi di dollari, per oltre la metà americani. E non è finita, perché qualcuno dovrà colmare il buco delle banche statunitensi, valutato a non meno di duemila miliardi. E anche in Europa nessuno sa se il salvataggio è finito. La seconda guerra mondiale… costò (agli Usa) sui due fronti dell’Europa e del Pacifico 3.600 miliardi di dollari, rivalutati a oggi. Il New Deal 500 miliardi”.
La questione viene volentieri portata a livello teorico, tra i difensori della neutralità del debito, che comunque non pone problemi in un’economia ben gestita, e i monetaristi assatanatati che lo vorrebbero cancellato. Ma cos’è un’economia ben gestita? Quella americana per dieci anni ha buttato anticorpi, e non si è spurgata, al contrario ha collassato. Si fa dottrina anche per evitare di riorganizzare i mercati, come si dovrebbe dopo quello che è avvenuto. Che comunque non è da poco, e sopravvive al dibattito: resta: la metà della ricchezza degli americani è scomparsa, e una fetta consistente degli altri compagni di sventura.

Willi, genio del Comintern

Wilhelm “Willi” Münzenberg è l’artefice dell’apparato propagandistico e del linguaggio della Terza Internazionale, il Comintern staliniano. Con la creazione dell’“antifascismo”, il “socialfascismo”, i “compagni di strada”, il “soccorso rosso” e i giornali “popolari”. Un genio e un gigante del Novecento, una delle figure centrali della storia dell’Europa tra le due guerre. Che rese buono ai più il comunismo, con le armi della propaganda, ma per la forza della convinzione. Che però resta per questo stesso fatto, per lo stesso perdurante impatto del cominternismo su una sincera fede, ancora invisibile in Italia.
A Dugrand e Laurent baste elencarne le attività per creare uno storione di grande lettura. In Italia se ne trova traccia nel romanzo “La gioia del giorno”, firmato Astolfo, pubblicato l’anno scorso da Lampi di stampa, alle pp. 297-300, in connessione con le sorelle Thüring, Margarete e Babette, molto belle e molto comuniste. Con particolari peraltro che sfuggono ai due biografi – due “redattori fondatori” di “Libération” , la categoria ha fatto presa in Francia. Margarete fu moglie prima di Rafael Buber, figlio di Martin, poi di Karl-Heinz Neumann, alfieri del costituendo partito Comunista tedesco.
“Margarete Buber-Neumann ha avuto una sorella, Babette…. Babette era la maggiore, alta, bionda, di freddezza patrizia. A scuola a Potsdam s’infatuavano tutti di lei, professori e allievi, più che della bruna Gretchen. Erano prole di una figlia, la dodicesima, di contadini del Brandeburgo, e del direttore della fabbrica di birra, un bavarese di nome Thüring. Dei turingi si sa che sono “sanguigni e fantastici” – i Bach sono turingi, di passaggio, lo era Caspar Goethe, che modellò Wolfgang. Babette scelse il comunismo, sposando nel 1923 Wilhelm “Willi” Münzenberg, di dieci anni più anziano, piccolo, tarchiato, di famiglia povera, che Koestler dirà “personalità magnetica dotata d’intenso fascino, potentemente trasci-natrice”, con un forte accento della Turingia. Con lui ebbe casa a Berlino nell’appartamento di Karl-Heinz, sopra lo studio del dottor Hirschfeld.
“Babette diresse il Neue Deutsche Verlag, una della case editrici di Willi. Che fu editore, pubblicitario, produttore di teatro e di cinema, organizzatore di leghe e congressi, precoce creatore nell’aprile del 1915 a Zurigo dell’Union Internationale des Organizations de Jeunesses Socialistes. Sua fu l’idea di allargare il movimento di classe ai borghesi impegnati: diede forma a Parigi al compagno di strada, e secondo i nazisti, che nel ‘35 lo condannarono a morte in contumacia, creò “la categoria dema-gogica dell’antifascismo”. Brecht lo criticò al congresso del 1935 degli intellettuali antifascisti, proponendo un fronte di classe. Ma Willi l’aveva preceduto negli Usa, dove aveva fondato l’Hollywood Anti-Nazi League con Dorothy Parker. Willi, Loyola laico, anch’egli fisicamente poco notevole, che sperimentò per primo e teorizzò la forza e l’orgoglio dello spirito, si basava su un principio semplice: la partecipazione attraverso il sacrificio, di denaro, tempo, passione. La carità separa, mantenendo l’altro al suo posto, la solidarietà invece rende emotivamente partecipi.
“Nato a Erfurt da padre ubriacone e manesco, figlio illegittimo di un von Seckendorff, Willi aveva frequentato la scuola saltuariamente, e già a undici anni scappava di casa, per arruolarsi tra i boeri. Morto il pa-dre, che pulendo il fucile si sparò in testa, Willi fece l’apprendista girovago, e a Zurigo incontrò il socialismo, nella persona del medico Fritz Brupbacher. La Svizzera ospitava allora, tra i tanti, Lenin con la moglie Krupskaja, Trockij e Zinoviev. A Zurigo Willi organizzò il movimento giovanile socialista, in collegamento con gli emigrati russi. Più di tutti si legò a Lenin, che al secondo congresso del Comintern a Mosca nel 1920 lo nominerà segretario dell’Internazionale giovanile, malgrado l’età matura. L’anno dopo Zinoviev, che da Pietrogrado faceva il vuoto attorno a Lenin a Mosca, costrinse Willi a dimettersi. Lenin gli affidò allora i con-tatti con la Lega sindacale internazionale e le organizzazioni umanitarie del comitato Nansen. Fu così che Willi avviò il Soccorso operaio, che il terzo congresso del Comintern varò nello stesso anno a sostegno dello Stato sovietico. Il “trust di Münzenberg” creerà un fronte di solidarietà mondiale, il cui obiettivo slitterà dall’aiuto alle popolazioni russe alla lotta contro l’imperialismo per il comunismo. Mense e cucine da campo, allestite contro la carestia in Russia coi soldi della City e di Hollywood, saranno utilizzate in Germania negli anni dell’inflazione, in Giappone negli scioperi del 1925, in Inghilterra nello sciopero generale del 1926.
“Rientrato nel 1924 in Germania, Willi creò l’Arbeiter Illustrierte, una rivista che sfidò Life con un milione di copie, due quotidiani a larga diffusione, il Berlin am Morgen e Die Welt am Abend, molte pubblicazioni specialistiche, per fotografi, radioamatori e altri, sempre in ottica sovietica, Ce Soir a Parigi, F.M. a New York, e in Giappone diciannove riviste e giornali. Finanziò il cinema di Ejzenštein e Pudovkin, e il teatro di Piscator e Mejerch’old. Una serie di manifestazioni, leghe, congressi, libri neri e bruni, di sua invenzione sostanziò l’antifascismo, che sarà l’arma intelligente della guerra fredda, allargando la mobilitazione a nobildonne britanniche, filantropi americani, scrittori e critici francesi…
“Giunto a Parigi nel 1933 con Babette, e con Grete e Karl-Heinz, Willi fissò nello stesso anno l’immagine mostruosa del nazismo col controprocesso per l’incendio del Reichstag - il processo si replicherà contro il franchismo. Fu poi in grado di fornire a Karl-Heinz, in carcere in Svizzera per omicidio, il lasciapassare del governo francese, e di organizzare il Fronte popolare che vinse le elezioni col socialista Léon Blum. I successi non gli evitarono l’accusa di frazionismo, azionata a Parigi da Pieck e Ulbricht. Convocato a Mosca, vi si recò: nell’ottobre 1936 Karl-Heinz e Grete videro sgomenti Willi e Babette arrivare, alloggiati all’Hotel Moskvà. Manuilskij propose le solite occupazioni alternative, e Mosca come sede. Willi e Babette furono salvati da Togliatti, sostituto provvisorio di Dimitrov a capo del Comintern, che in ventiquattro ore li rispedì a Parigi, a organizzare il rifornimento di armi e consiglieri militari ai repubblicani spagnoli. Willi era il nuovo abate Gioacchino, che la rivoluzione volle affrettare degli intellettuali, l’età dei monaci. Ma la fine prese inizio”.
I processi fecero vacillare Willi, il patto Stalin-Hitler ne scosse definitivamente la fede, fino al punto di proclamare: “Stalin! Il traditore sei tu!”. Questa la seconda parte della narrativa di “La gioia del giorno”:
“A Parigi il titanico Willi ebbe un collasso, che lo tenne a lungo a Chatenay-Malabry, nella clinica del dottor Le Savouret. Fu privato delle deleghe del Comintern, cui restituì fondi e procure, nelle mani del ceco Smeral, incaricato da Manuilskij. Accusato di tradimento, fu isolato dai compagni. Ebbe aiuto solo dal banchiere Aschberg, che aveva molto lavorato con lui e con Mosca. Nel 1938 pubblicò con Koestler Die Zukunft, il futuro, giornale antifascista e antistaliniano cui Freud, Thomas Mann, Orwell, Aldous Huxley collaborarono. Allo scoppio della guerra si presentò spontaneamente al campo di concentramento di Chambarran, a Lione, per esservi internato come tedesco. Ma neppure il campo lo protesse. Nel giugno 1940, alla capitolazione, il direttore del campo lasciò liberi gli internati tedeschi, perché si salvassero dai nazisti occupanti. Willi si avviò a Sud in compagnia di due giovani comunisti tedeschi divenuti suoi devoti nel campo e di un terzo prigioniero. Fu ritrovato in autunno dal cane di un contadino a Le Cauguet près St.Marcellin, vicino Grenoble, in un boschetto, ricoperto da uno strato di foglie, in avanzato stato di decomposizione, al collo un filo d’acciaio, il volto segnato dai colpi".
Dumont e Laurent ne trattano bene il lato “inventore della comunicazione politica di massa”. Meno, anzi con lacune, il lato umano, che era forte nell’uomo, e prese il sopravvento con la guerra. Questo si legge ancora in “La gioia del giorno”:
“Mense da campo e raccolte di fondi erano state promosse nel 1919 da Herbert Hoover, direttore dell’American Relief, per aiutare la rivoluzione bolscevica a superare l’inverno. Quanto al bolscevismo, prima della liberazione a Chambarran Willi aveva pubblicato un elenco di comunisti tedeschi eliminati da Stalin. Ma si può dire l’ultimo sopravvissuto amico di Lenin. Margarete ha scritto un libro su Milena, Babette uno su Willi. Il terzo prigioniero, rintracciato, non ha saputo spiegare la fine di Willi, s’era allontanato prima del boschetto. Dei due giovani compagni si sono perdute le tracce. La storia si nutre di rimozioni. Madame Tabouis ebbe il privilegio - da destra o da sinistra era già indifferente - di scrivere la verità dissimulata: Willi era stato abbattuto da compagni che egli aveva venduto alla Gestapo. In quegli anni, dirà Jünger, il dolore dell’intellettuale è stato grande, per lo spettacolo dell’ignobiltà in trono”.
Alain Dugrand, Frédéric Laurent, Willi, artiste en revolutions, Fayard, pp. 638, € 26

lunedì 29 giugno 2009

D'Alema con Napolitano: meglio tenersi il governo

Tace il giudice Scelsi, sono ormai otto giorni. Tace D’Alema, dopo la vittoria a Bari e Torino e, politicamente, a Milano e Venezia, col ritorno di fiamma dell’elettorato di sinistra, diessino e non. Tutti si agitano attorno al Pd, eccetto il vincitore dei ballottaggi: D’Alema si segnala ormai da due settimane per tacere. Dopo aver dimostrato che il Pd conta qualcosa solo con la sua leadership, benché non dichiarata. Non dichiararsi fa parte da tempo ormai della strategia di D’Alema, il solo antagonista vero di Berlusconi tra gli ex Pci. E coincide in questa fase congressuale con l’esigenza principale del presidente Napolitano: tenersi stretto il governo, non correre avventure. La competizione deve ancora partire. Anzi organizzarsi per partire. Con il congresso del Pd, e forse ancora, data la confusione regnante, con ulteriori affinamenti.
D’altra parte, il recupero delle sinistre al voto dei ballottaggi, nel milanese, nel torinese, e dei vendoliani in Puglia, ha aperto una strada che D’Alema intende esplorare. Estesa al conterraneo Nichi ma anche a Bertinotti, perché no, molto segnato dall'esperienza senatoriale. Anche perché da sempre D'Alema si è ritenuto garante personalmente dei moderati, al centro e al centro-destra. E non condivide, anzi al suo modo apertamente disprezza, la corsa verso Casini al centro e i dipietristi a destra. Ma ricucire un grande movimento a sinistra richiede tempo.
Un terzo fattore potrebbe avere consigliato a D’Alema la pausa: il favore sospetto dei banchieri-editori. A suo agio nella svolta del “Corriere”, che ha apprezzato in più di un’occasione, sa però di essere sempre il nemico di De Benedetti, a cui si sarebbero aggiunti ora gli Elkann – tutti quelli che si fingono prodiani. D’Alema non s’illude che gli stessi giornali non demoliranno il Pd, questa è forse l’intelligenza che lo distingue, insieme con Napolitano, nel partito dei grilli parlanti. Specie se il partito dovesse superare la prova e rilanciarsi. Il “governo Draghi” sembra fatto apposta per confermarlo, anche se non per rassicurarlo, sulla determinazione della antipolitica.
Con D'Alema è naturalmente Fini, l'altro dioscuro della Seconda Repubblica. Che, non potendosi candidare a un governo in sostituzone di Berlsuconi, ha bisogno di tutta la legislatura per consoloidare il suo doppiopettismo. Ma non c'è altra politica in realtà che tra D'Alema e Napolitano, e Berlusconi, certo.

Ma le bombe furono migliaia, impunite

È uno dei tanti contributi degli storici che ultimamente si affannano a dire che la strage di Stato non ci fu. Forse perché l’epoca è al destra-sinistra, oltre che al buonismo. Ma, curiosamente, senza criterio storico, poiché evitano i fatti. Al paragrafo “Uno Stato stragista?”, Satta spiega: “In riferimento stavolta alla sola eversione di sinistra, una tesi ricorrente ne attribuisce lo scatenamento a una sindrome auto-difensiva provocata dalla strage di Piazza Fontana e dall’incapacità dello Stato di fare giustizia sulla vicenda”. E allora? È un caso di post-hoc ergo propter hoc, e tuttavia non falsa. È anche vera? Lo storico dei movimenti dirà di sì. Allo stato dei fatti non è falsa, e questo è una verità: non c’era il terrorismo prima, ci fu alcuni mesi dopo, con una lenta organizzazione.
In seconda ipotesi, Satta mette in causa gli individui, i singoli: “Ricade su ciascun singolo l’ulteriore sciagurata scelta di reagire violentemente, dalla qale si astenne buona parte di coloro che condividevano l’analisi sbagliata in partenza”. Lo dice dei terroristi, di quelli che reagiranno a Piazza Fontana col terrorismo, ma per assolvere, per analogia, lo Stato: “Dello Stato, al massimo, si può dire che se avesse avuto la capacità di fare piena luce e giustizia su piazza Fontana, esso, con ciò, avrebbe anche tolto ai suoi nemici armati no dei loro pretesti”. Solo che non ci sono individui nello Stato: la burocrazia non è terrorista, o individualista, è collettiva per legge e tradizione – non c’è peggior collettivismo della burocrazia. E la luce mancò non fu per improvvisa interruzione di corrente.
Le bombe a Piazza Fontana non furono isolate, ma le ultime di una serie a Milano. In concomitanza con l’autunno caldo, le agitazioni sindacali. Di quelle bombe erano stati accusati gli anarchici, sapendo che non ne erano gli autori. Le indagini su Piazza Fontana furono avviate su un punto sicuramente morto – Pinelli, ma anche Valpreda. Nessun processo ha accertato la verità in nessuna delle bombe (eccetto i soli casi di Tuti, battitore libero, di Bertoli, un incapace, e naturalmente di Concutelli, un belva fuori fuggita dalla gabbia) e questo non è possibile. Avviene, ma non rientra nelle possibilità. Occorsio era un onest’uomo, ma le indagini gli furono affidate per sottrarle al giudice naturale a Milano. Su pressione e quasi un diktat del presidente Saragat. Inutile rifare la storia delle centinaia di processi che non sono riusciti ad accertare la verità, da piazza Fontana a piazza della Loggia – con code a Bologna e a Ustica.
Sabbatucci ha potuto demolire la tesi che i mandanti della strage di Piazza Fontana fossero le istituzioni (Il golpe in agguato e il doppio Stato, in”Miti e storia dell’Italia unita”). Ma è la tesi di chi? Non c’è alcuna storia, alcuna prova nella storia, di una strage ordinata dalle istituzione, nemmeno della Saint-Batrthélemy, nemmeno dell’Olocausto, che pure furono molto organizzati e nient’affatto casuali. Né c’è mai un doppio Stato, è una contraddizione: lo Stato è unico, anche se non è unitario o unito.
Il complottiamo non è onorevole, bisogna stare ai fatti. E uno di questi è che il complotto non c’è, cioè non si dichiara. E anzi non c’è storiograficamente. Ma le bombe ci sono state, in grande quantità, alcune migliaia in un paio d’anni. Esplose, con danni talvolta alle persone, e inesplose. Che richiedevano una rete organizzativa, e una protezione – una garanzia di impunità. Non per sempre, giusto quel tanto che serviva a disinnescare l’onda sociale di protesta o a schiacciarla nel terrorismo. Lo stesso Satta accredita le testimonianze secondo le quali l’avvocato romano Fusco, “che aveva frequenti legami con i dirigenti del Sid”, il 12 dicembre si accingeva a partire per Milano “allo scopo di prevenire la strage”. Questa è l’unica forma di traccia che può sfuggire a un servizio segreto, la confidenza di un uomo a sua figlia.
Un terzo argomento di Satta è Andreotti. Perché Andreotti denuncia nel 1974 i servizi segreti e i golpe? Perché non nel 1973? Un argomento inutile dal momento che il contesto è palese, e lo stesso Andreotti non avrebbe motivo di negarlo. Perché Andreotti voleva abbandonare la destra, di cui era stato sempre il referente, se non il capo. Accertata la disponibilità di Berlinguer di mettere i voti del Pci a disposizione della Dc senza governare (la versione reale del compromesso storico), Andreotti fece il grande balzo che lo proietterà a capo del governo per quattro anni. Denunciando i servizi segreti metteva anche in difficoltà Moro, il suo grande concorrente e nemico, che dei servizi era il dominus dal 1968.
Vladimiro Satta, Gli «anni di piombo», la reazione dello Stato, in “Nuova Storia Contemporanea”, a. XII, n.2, marzo-aprile 2009

Berlusconi solo, ma non peggiore

Solo Tarek Ben Ammar ha preso le difese di Berlusconi, con impegno, con serietà di argomenti. Benché non sia esattamente un suo beneficato: l’imprenditore tunisino ha mediato alcuni affari di Berlusconi, ma maggiore status ha raggiunto mediando altri affari arabi (libici soprattutto, e sauditi) e francesi in Italia. Nessuno dei tanti che a Berlusconi devono tutto ha detto una parola di conforto, se non di difesa politica, nelle squallide vicende montate da “Repubblica” e dal “Corriere della sera” contro di lui. Non Fini, né nessuna delle sue tante donne. La Carfagna, per esempio, che solo un anno fa ebbe dagli stessi giornali gli stessi eleganti attacchi, dopo essere stata derisa in piazza Navona da Camilleri e soci come la pompinara dello stesso Berlusconi. Da Montanelli, che Berlusconi letteralmente salvò quando fu cacciato dal “Corriere”, a Fiorello, si può anzi dire che praticamente tutti quelli che Berlusconi ha privilegiato lo aborrono.
È questo un segno che un “regime” non c'è, poiché manca uno dei suoi ingredienti, il culto del capo. Ma è anche un segno, nella scienza politica, che se non un regime un governo, una personalità, non funziona: quando coloro “per” i quali si governa sono tiepidi o si rivoltano contro vuol dire che i presupposti dello stesso governo-personalità sono marci, o anche soltanto sbagliati. È stato il caso, nel 1975, dello scià in Iran, trionfante per ogni aspetto, di cui però potevamo a ragione rilevare la debolezza, in “Iran: petrolio, violenza, potere”, per il suo rifiuto da parte della stessa borghesia urbana che esso intendeva privilegiare.
È questo uno dei segni. Generalmente parlando. Perché poi Berlusconi ha rivinto le elezioni. In un voto libero. In un certo senso ancora più libero per essere stato contrassegnato dal nuovo antiberlusconismo, l’ostilità dei vescovi.
Sommando all’opposizione - politica, dei media (i suoi concorrenti: cioè tutti i media eccetto Mediaset) e dei giudici - le riserve degli amici e l’ostilità dei preti, Berlusconi in Italia dovrebbe essere scomparso dalla politica. Poiché resta saldo, un’altra lettura si impone: le riserve sono elitarie, e fanno parte dell’ipocrisia e la riserva mentale che sole contraddistinguono la politica della cosiddetta Seconda Repubblica, cioè della confusione. In tanta mediocrità, tutti presumono di sé, da Fini a Fiorello. Al confronto dei quali Berlusconi, pur essendo rimasto solo, è evidentemente migliore – è il miglior prodotto sullo scaffale, direbbe lui.

Draghi candidato dei servizi inglesi

È ingombrante e ucciderebbe di ridicolo un toro, la candidatura di Draghi a palazzo Chigi. Uno che non fosse Draghi, che non si vergogna di niente. Lanciata dalle banche d’affari britanniche, prima della crisi, subito dopo le elezioni dell’anno scorso, la candidatura è stata ripresa dai servizi britannici nei giorni scorsi, “servita” a tutti i giornali di Londra per il week-end. Col corredo della più improbabile delle notizie, che Letta lascia Berlusconi – in Inghilterra si può: nessuno chiede conto ai giornali il giorno dopo di quello che hanno scritto il giorno prima, i giornali inglesi non hanno in Inghilterra nessuna credibilità.
Draghi, si sa, benché voluto quattro anni fa alla Banca d’Italia dal presidente Ciampi, è l’uomo dei servizi inglesi. Che sanno tutto del famoso incontro sul “Britannia”, il panfilo reale inglese, che loro stessi organizzarono nel 1992 alla vigilia di Mani Pulite fa tra l’allora direttore generale del Tesoro e le banche d’affari britanniche, per organizzare la lucrosissima privatizzazione dell’enorme patrimonio italiano di aziende pubbliche. Con la presenza eccezionale di George Soros, che dopo un mese fece l’affare della vita affondando la lira.
Con le banche d’affari a Londra Draghi ha poi fatto personale carriera, e ne è tuttora il referente, alla presidenza del cosiddetto Financial Stability Forum. Lui stesso del resto non tenta di scrollarsi di dosso, accreditandosi ogni pochi giorni come avversario costante del governo.
Gli interessi, per quanto feroci, delle banche inglesi di affari che hanno depredato intere nazioni in Europa, a Est e anhe a Ovest (Basti pensare alla loro pupilla Spagna) sono la sola attività dei servizi di Sua Maestà. Impegnati in questa fase, con il loro governo resuntamente laburista, a boicottare ogn progetto di regolamentazone delle truffe finanziarie - il cosidetto mercato - che Tremonti non si stanca di rilanciare. Berlusconi peraltro non è per essi che un falso scopo, anche perché è un obiettivo facile: il vero obiettivo è Obama, di cui furiosamente è stato avviato il discreditamento.
Il fatto è solo evidente, e non si tratta solo di diverse logge massoniche. C'è un mistero abbastanza palese in una stampa che "fa" il mercato con i truffatori e i grandi ladri. Impunita, coè protetta. E questa è l'unica politica estera della Gran Bretagna, da Dover a Edimburgo. Dando lezioni di moralità a questo e a quello, prima alla Germania, ora all'Italia. Non per le puttane di Berlsuconi, ma da tempo - Prodi lo tritiravano un giorno sì e uno no, che pure aveva i suoi "agenti all'Avana", Costamagna e fratell Magnoni. Saltano solo la Spagna, dove i grandi affari liberamente si fanno col patrocinio delle Alte Sfere, Terra-Lycos, Endesa, Acciona, Repsol (ci hano tentato, ma Eni non ha abboccato), il Bilbao, il Santander, e le meravigliose acquisizioni messicane - di cui non sapete più nulla perché sono un disastro.

La Cina banchiere degli Usa

La Cina protesta: non vorrà Washington risolvere i suoi problemi inflazionando l’economia e svalutando il dollaro? E Geithner vola a Pechino per rassicurare: la Cina non tema, a ripresa avviata stabilizzeremo il deficit pubblico annuo al 3 per cento. È una novità diplomatica, ed è l’unica certezza della crisi: il Bretton Woods II, solido benché non dichiarato. Il sistema monetario mondiale per cui il dollaro regna ma governa la Cina, che sola sazia la fame di credito degli Usa con le enormi riserve che va accumulando. Il fatto non è ancora risentito perché Pechino ha per programma la “ascesa pacifica, in un periodo lungo”. E non mai creato problemi, da Tienanmen in poi, nella scena internazionale. Ma, seppure con discrezione, ha già detto che un dollaro moneta internazionale governato dai soli Stati Uniti non ha più senso. Se c’è ancora una logica monetaria nelle relazioni internazionali, e c’è, benché i banchieri stregoni dicano di no, la Nep cinese domina il Mondo. La nuova Lunga Marcia di pechino, la “ascesa pacifica, in un periodo lungo”, vede l’arrivo.
Nel 2008 la posizione finanziaria estera americana (la differenza tra gli attivi Usa nel mondo e quelli del resto del mondo negli Usa) ha subito un peggioramento di duemila miliardi. “Il più serio peggioramento nella storia”, secondo “Finance & Development”, il trimestrale del Fondo Monetario. Quasi tutto finanziato dalla Cina.
Con la Cina, è tutto il mondo non occidentale che in questo scorcio di millennio va recuperando il gap con l’Occidente. Nel 2005 il tasso di sviluppo dei paesi emergenti è stato più che doppio rispetto a quello Ocse (8 contro 3 per cento), nel 2006 e nel 2007 più che triplo (8 contro 2,6), nel 2008 più che quadruplo (6,6 contro1,4) e quest’anno sarà più che quintuplo (5,1 contro 0,3). Ma è la Cina che detiene le riserve monetarie mondiali.

domenica 28 giugno 2009

L'Europa trojaio mercantilista

“El Paìs” non ha mai scritto, né tanto meno ha pubblicato le fotografie, del re Juan Carlos che di notte scorazzava fuori dalla Zarzuela in moto a caccia di altre cavalcature. Né i giornali tedeschi delle quattro mogli di Schröder. E solo una parte delle nefandezze della famiglia reale inglese abbiamo saputo dai pettegoli giornali britannici di Murdoch, delle nuore, dei principini – solo la parte che interessa alla famiglia reale stessa, alla sua “democratizzazione” in quest’epoca di sballi ingloriosa. Che per questo peraltro è il solo a non avere avuto il titolo dalla Regina. Era baronetto anche Conrad Black, il canadese editore del "Daily Telegraph" finito in carcere negli Usa per malversazione - come lo sono i nuovi editori dello stesso giornale, i fratelli Sir Frederick e Sir David Barclay.
Né “Le Monde” né “Libération” né il “Nouvel Observateur” hanno mai detto di Mitterrand che nei suoi quattordici anni all’Eliseo portava le amiche di notte, per non farsi vedere dagli sbirri di palazzo, a casa sua, dalla moglie Danielle. La quale, benché non separata, ci viveva col suo proprio compagno. Tante famiglie diverse che Mitterrand manteneva peraltro tutte a spese dello Stato. O delle presentazioni di signorine a Sarkozy che si sono succedute nei lunghi anni del suo divorzio, comprese alcune ministre, fino alla scelta di Carla Bruni. O del pagliaccesco accordo dello stesso Sarkozy con la ex moglie, che doveva far finta di essere tornata per fargli vincere le elezioni. Del sindaco di Bordeaux Chaban-Delmas, che fu a capo del governo a Parigi, di cui nella sua città si diceva che avesse ucciso le sue quattro mogli, questo non si è mai saputo, nemmeno per sbaglio - ma è vero che aveva tutto per essere candidato alla presidenza, e non lo fu. Per non dire di Pompidou, che i giudici scacciò dall’Eliseo a calci nel sedere, con un editto che forse non è nemmeno passato per la Camera dei deputati - la quale comunque nella Quinta Repubblica non ha mai votato, non può, contro il Pdg, il combinato presidente-governo.
Di turpitudini molto minori succedute in Italia gli stessi giornali fanno invece gran caso. Il fatto non è senza rilevanza, e va spiegato.
Spazzatura
Piace in Italia “l’Italia malata” della “stampa internazionale”. L’Italia, facendo gli scongiuri, ancora se la cava nella crisi, un po’ meglio del resto dell’Europa. Ma tutti i giorni sappiamo dalla grande stampa che questo o quel giornale in Europa ha detto cose turche di Berlusconi, del debito, della crisi del made in Italy, delle ferrovie, del caropizza, delle veline, e della tv spazzatura, una volta finita la spazzatura di Napoli. “Ha fatto il giro del mondo” è formula di rito per quanto riguarda l’Italia, che produce solo porcherie, nei telegiornali Sky.
E' una forma di provincialismo. E di propaganda politica contro Berlusconi. Ma ha pretese di verità-obiettività, che è bene esaminare. Si parta da “Repubblica”, che nel fronte di questa censura internazionale ha un sito-archivio, dove il diluvio resta documentato. Spulciandolo, si scopre per prima cosa che “il giro del mondo” è limitato. E ripetitivo: l’esercizio è limitato a due giornali spagnoli, “El Paìs” e “El Mundo”, e a tre inglesi, il “Financial Times”, il “Times” e l’“Economist”. Più occasionalmente il “Guardian” e l’“Independent”, altri giornali inglesi, ma si sa che gli inglesi sono sempre maestri al mondo, di perspicacia, onestà, umorismo eccetera. Da ultimo con le banche di affari che li hanno portati, e ci hanno portati, alla rovina, ma di cui gli inglesi orgogliosi sempre si fanno scudo.
Il “Financial Times” è tutti loro: è un giornale che sempre si è fatto, e continua a farsi, senza nemmeno ipocrisia, con le banche d’affari, e con Murdoch, again. Lo stesso il settimanale. Per l’Italia l’informazione di questi giornali è monopolizzata dai “banchieri di Prodi”, Costamagna e i fratelli Magnoni, benché in bassa fortuna con la crisi, la crisi delle loro banche e dei buchi da loro stessi provocati. Il “Times” è di Murdoch. Ha cioè la stessa scanzonata obiettività dei tg Sky: attacca l’asino dove dice il padrone. L’“Independent” dipende da Murdoch, per finanziamenti più o meno noti. Che ha dedicato nel week-end due pagine, come il “Times”, a Berlusconi – chissà che goduria per i lettori britannici, non più adusi al giardinaggio.
Monopolio Murdoch
Nel caso di Berlusconi, i giornali di Murdoch sono diventati, come Sky Italia, alfieri della sinistra in Italia, e questo dice tutto sulla sinistra: non c’è editore più duro, gossipparo, velinaro, nel senso dei culi, di Murdoch – né più opportunista certo, Murdoch è ora un obamiano di destra, libero cioè di spernacchiare il presidente. Dice che lui non ha influenza sul “Times” e gli altri suoi giornali, ma solo per sfotterli, da australiano ha un complesso molto robusto verso la puzza al naso inglese. Del “Times” ha estirpato il personale e anche le sedi fisiche delle redazioni, modellandoli sui suoi gusti e le sue esigenze. La prima delle quali, bisogna riconoscerlo, è guadagnare.
Murdoch è anche uno di quei monopolisti che un tempo – un millennio fa? – si deprecavano. In particolare perché lo è, oltre che della stampa scandalistica, dell’informazione economica. Ha in fatto influenza sull’“Economist”, di cui è beniamino melgrado la cattiva fama, ed è proprietario del “Wall Street Journal”. Cioè “fa” quel mercato finanziario che ci ha portati nel buco nero della recessione. Nel caso dell’“Economist”, che in Italia si fa rappresentare da trepidi aspiranti a un posto di parlamentare sicuro quali l'ex Pci sa ancora garantire come al tempo degli Indipendenti di Sinistra, è noto a tutti che governa la City di Londra, in combutta col “Financial Times”, alfieri di quel capitalismo d’assalto che è sparito recentemente con tutti i capitali. Su questi giornali si pubblichino pagine sugli amori mercenari di Berlusconi e niente o poco della crisi - di cui, se proprio è necessario, si dice che migliora, mentre si sa che peggiora.
Diverso il caso spagnolo. “El Mundo” è del “Corriere della sera”, si muove in ottica milanese. “El Paìs” è un giornale socialista, ma non ha senso critico. È socialista di Zapatero, e quindi è la Spagna spagnola, quella manzoniana per intendersi, sbruffona, ridicola. “El Paìs” fa titoli come “Il fascismo di Berlusconi”.
Mercantilismo e disfattismo
Non è una novità, è anzi una costante fra i giornali europei, dare addosso al vicino. Si dice di solito che i giornalli sono vittime dei pregiudizi: il giornalismo è veloce, poco considerato, a effetto, e si scarica i nervi generalizzando e semplificando i suoi messaggi, secondo quello che il lettore ama sentirsi dire. Anche se, più che ila domanda del lettore, è di solito la offerta di un giornalismo che non sa dire altro: che l'Italia è mafiosa, che l'italiano è falso e bigamo, le solite frasi fatte. Che una volta erano prerogativa dello sciovinismo francese, sulle ali di Napoleone e l'impero, e poi sono passate all'Inghilterra, dove residuano, anche se l'impero non c'è più da un pezzo: così il "Guardian" può essere, come l'"Independent", guardiano inflessible dell'onestà pubblica. Ma non contro le ruberie britanniche, che solo il "Daily Telgraph" ha denunciato - per motivi elettorali: sono ruberie di laburisti e liberali. Senza che si possa obiettare: "La morale se ne infischia della questione morale" è precetto nobile di Pascal. Né c'è mai stato nulla di losco, per nessun giornale, tra le banche. Né, benché sia un concorrente, astuto e violento, monopolista, c'è alcunché da rimproverare allo "squalo" Murdoch. E naturalmente non si muore d'influenza, non in Gran Bretagna, semmai in Messico. Ma il giornalismo di oggi rispecchia un ambiente avvertito, che sa quello che vuole anche se non glielo dice - lo usa come un a mazza.
No, non è pettegolismo, e non è pregiudizio. È un aspetto purtroppo non unico del mercantilismo feroce di questa Europa unita. Lo stesso per cui la Opel non può andare a un’azienda italiana – la supponenza in Germania è almeno supportata dalla potenza. Nella crisi, ma anche prima, è un tutto contro tutti. Dove il feroce agroalimentare iberico da anni si affanna a soffocare la concorrenza italiana, che sottostà a controlli di qualità severi. Dove le feroci banche inglesi, se non fanno buoni affari (fusioni, incorporazioni, privatizzazioni più o meno finte, vendite, acquisti), sono più crudeli di Bin Laden: la genta la sgozzano in massa. Con i loro giornali bene informati, dalle banche stesse e da Murdoch. Dove la Germania non dà spago a nessuno.
Per un paio di secoli, da quando ci sono le gazzette e fino alla seconda guerra mondiale, i paesi europei (le potenze) si sono sempre premuniti pagando i vari giornali nei paesi concorrenti. Oggi questo non si fa, almeno non nella maggioranza dei casi, o non direttamente. Ma nel presupposto che l’Europa è unita, che i media sono liberi, e che gli interessi sono comuni. Tutt’e tre falsi. Il mercantilismo è tutto, guadagnare qualcosa a danno del vicino. Non solo sul parmigiano, di cui si imita il colore e l’odore, oltre che il nome, ma in generale, dal calcio alle puttanate. La divisissima Spagna, per esempio, si ritrova una nazione contro l’Italia – come se l’Italia ci fosse. Gli inglesi con le pezze al culo, nuovamente, non hanno che supponenza nei confronti degli arricchiti italiani – che non sanno di esserlo.
La critica del vicino è un’arma impropria, ma è anche spuntata: niente di più che un (sano) pettegolezzo. Se non è introiettata, non è cioè fatta propria dalla stampa del paese che si attacca: in questo caso diventa velenosa, e anche pericolosa. È la famosa “pugnalata alla schiena” inventata dai tedeschi per spiegare perché perdevano le guerre. Ma non senza verità: una risata su Berlusconi in Francia è fine a se stessa, ma se fa cadere il governo in Italia, il governo appena eletto, allora è micidiale. E molto spesso non è più innocente: non è un attacco a Berlusconi, è un attacco all’Italia. È il caso del “Financial Times” e dell’“Economist”, i cui padroni (Murdoch nel secondo caso) e i cui soci occulti (alcune banche d’affari nel primo) tengono l’Italia sotto scacco, sia essa di Berlusconi come di Prodi, per guadagnarci quello che vogliono.
Altrimenti zitti e muti
Questo potrebbe essere irrilevante, e nella normalità dei casi lo è. Quando Murdoch, “l’australiano”, figlio cioè di galeotti, metteva in berlina la casa reale, gli inglesi sghignazzavano e se ne fregavano (ma è vero che Murdoch ha avuto in Inghilterra tutto quello che ha voluto, ma proprio tutto…). “El Paìs”, per dire, scrive di Berlusconi più di quanto abbia scritto del suo re Juan Carlos, 94 pagine online, 937 titoli, fino a venerdì, contro 78 pagine e 781 titoli. Non per vendere: Berlusconi non è un soggetto molto cliccato, viene tra i tanti, dopo la disoccupazione, il debito, i viaggi, e perfino dopo Sarkozy. “El Paìs” è socialista, del socialismo affarista e libertino di Zapatero, e Berlusconi è un falso scopo per nascondere le lacrime. Ma la cosa non finisce lì, se all’ignaro italiano viene presentato come un vangelo. Se è la vecchia propaganda di guerra, o disfattismo attivo.
Il disfattismo è paranoico, e segno di debolezza, ma è un fatto. Un’insidia, che viene alimentata artatamente. Come tale è presa in considerazione peraltro e studiata da eminenti studiosi nella prima guerra, e poi con più perspicacia a partire dal Marc Bloch della “Strana disfatta”. È anche evitato con cura, questo bisogna saperlo, dai grandi giornali della rubrica di “Repubblica”, nelle cronache domestiche. Anche se sono cronache di ruberie (Gran Bretagna) o speculazioni impunite (Spagna). Senza calcoli qui di copie vendute e opportunità politiche: certe cose non si dicono per principio, non in casa.

Ombre - 22

Fissata all’8 luglio l’udienza preliminare per il signor Letizia, accusato a Napoli di concussione. L’accusa è del 1993, sedici anni fa. C’è dunque giustizia.
Il signor Letizia è infatti il padre di Noemi.

Intercettate “fino a una ventina di telefonate al giorno” tra Berlusconi e Tarantini, il manager barese delle squillo, titola “La Stampa” di Mario Calabresi. Quante? Due? Ventidue? Dovremo difendere anche Calabresi figlio?
Lo stesso servizio dice che a Bari l’inchiesta è sulla droga. Anche sulle tangenti alla Sanità, ma non alla giunta di Nichi Vendola, no. Si indaga solo su un signor Intini, che una volta fu presentato a Paolo Berlusconi, e una volta si presentò da Bertolaso, alla Protezione civile. E questo è confortante, significa che l’Ufficio I della Guardia di Finanza è molto efficiente, se controlla anche gli incontri casuali, e quindi un giorno ci dirà anche chi non paga le tasse e come. Dopo averlo detto, come si sa anche se non si dice, a D'Alema.
Ma poi “La Stampa” abbandona la droga e dice che il signor Intini chiese a Bertolaso di includere la sua azienda nella lista delle imprese da chiamare per le emergenze, e che Bertolaso non lo fece. Senza spiegare se dobbiamo ritenere i berlusconiani a questo punto dei santi. Anche i lettori della “Stampa”.

Penati: “Operai, ceto medio e pensionati, chi ci vota più? Non abbiamo capito nessuno”. E: “Qui il certo destra è spompato, governano da moli anni”. Umorismo? Involontario?
Il presidente della provincia di Milano, che candidato alla rielezione ha raccolto un modesto 38 per cento, fa il maestro sul “Corriere della sera”. I maestri di Milano devono essere incapaci?

I giornali d’opinione sono schierati anche sul calcio. La SuperSpagna, che paga i calciatori cento milioni, si prende due sberle dai dilettanti Usa, ma la “Stampa”, il “Corriere”,”Repubblica” registrano svogliati la notizia, Sky addirittura, che è tutta calcio, non la dà. Si può goderne su Internet, per fortuna, anche se a costo di estenuanti ricerche, e in solitario, al solito, per l’onanismo della rete. Ma non si sa compiacersi per la lealtà zapaterista degli amati giornali, o piangere.

“Oggi”, datato 24 giugno ma uscito il 17, risulta nudo di foto della signora D’Addario. Vuoto. Desolatamente, per un settimanale che si vanta di “marcare stretto Berlusconi”. Un milione di copie buttate, dopo che il “Corriere della sera”, il quotidiano della famiglia, non ha condiviso lo scoop sulle squillo di Bari. Un fratricidio.

La festa di Rifondazione si tiene a Roma in piazza Mastai a Trastevere. All’insegna di “50 anni di rivoluzione”, a Cuba. La piazza è piccola. Sulle panchine i barboni prendono il sole, con la pancia in vista, fumano, bevono, chiacchierano. All’ombra degli alberelli un folto gruppo di punkabbestia spulcia i cani, tra un sorso e un rutto.

“Il Divo”, rivisto in tv, manifesta singolari mancanze. Di momenti drammatici che avrebbero apportato più spessore. De Gasperi, si è già detto, e la censura al cinema. Ma soprattutto Leone, che Andreotti “creò” presidente, contro l’odiato Fanfani, e Andreotti affossò freddo, per uscire dal vicolo cieco cui l’aveva costretto l’odiato Moro. E che è napoletano, specie che il napoletano Sorrentino salva.
Un napoletano, il presidente Leone, molto migliore anche in scena di Cirino Pomicino, che “Il Divo” singolarmente privilegia. È un film di democristiani?

Fa specie vedere “Il Divo” su Sky, in contemporanea con la campagna di Murdoch contro Berlusconi. Non dichiarata e non diretta, ma allusiva, con gli artifici dei dossier di cui il Divo è stato per quasi quarant’anni il maestro, dall’elezione di Gronchi a Mani Pulite. Mentre Sky programma “Il Divo”, Murdoch da Milano dispensa sorrisi, tirati, e benedizioni, stanche.

Un musicista romeno viene colpito a caso – “per errore”, dice imperturbata la polizia - dai soliti vigliacchi camorristi a Napoli, che fanno la loro sventagliata e scappano a tutto gas. Il malcapitato si rifugia in un androne, di un supermercato o di un ufficio, vigilato dalle telecamere, dove sua moglie chiede aiuto. Gli astanti sono molti, ma nessuno le dà una mano: si fermano a vedere il moribondo, e se ne vanno. Per il sindaco di Napoli Jervolino, buona cattolica, sono da giustificare: “I napoletani hanno paura”. Forse della Jervolino.
Poi dei giovani napoletani fanno (quasi) fuori un ragazza sedicenne, per divertimento, in una piazza affollata. Dove nessuno si ferma, se non per curiosare. Una piazza di Napoli naturalmente. Si vede che nemmeno il sindaco fa più paura.

Il libraio editore padovano Gaetano Volpi già nell’aureo “Del furore d’avere libri” parla degli imbrattatori: “I fanciulli plebei per natural maligno istinto sono portati a diformare i prospetti delle imbiancate case”. Dava cioè due secoli e mezzo fa, la ragione dell’indelebilità dei writers, che pure tanto costano ai comuni e ai contribuenti: sono la plebe al comando.
È anche una conferma che i deprecati caratteri nazionali esistono.

Martedì D’Addario parla in libertà al “Corriere della sera”, con foto lusinghiera non sua. Mercoledì ci sono le foto della donna che aspetta Berlusconi agli incroci. Giovedì ci sono le foto del calendario, da bordello, scompaiono subito. Venerdì quelle con le celebrità. Sabato c’è l’amica: l’amica non fa in tempo a parlare alla caserma della Finanza che il verbale segregato è in mano ad “alcuni” giornali. Non all’Ansa. Anzi, nemmeno ad alcuni giornali, ad “alcuni” giornalisti. Da chi? Dal giudice.

Lo scandalo di Bari è stato organizzato? Sì. Da chi? Dalla Procura antimafia di Bari. Come? Con testimoni, testi, foto e indiscrezioni sempre forniti ai giornalisti e mai da essi scovati.
Lo scandalo è questo (la questione morale è la questione morale), del giudice in concorso con alcuni giornali. Ma che succederà? Niente. Il presidente Napolitano non legge i giornali.

L’antimafia di Bari ha fatto campagna elettorale per il sindaco uscente Emiliano, un ex magistrato della Procura.

Roma inaugura l’1 giugno un servizio di bike-sharing. Si prende e si lascia la bicicletta in diciannove posti comodi della città, nella sue parti in piano, per un euro l’ora. I mezzi sono nuovi fiammanti e puliti. Ma il 20 giugno delle duecento bici in dotazione ne sono rimaste 150. Si spera che le abbiano rubate dei ladri di professione.
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“Le Nouvel Observateur” incorona Yoann Gourcuff: “Bello, grande stile, adorato dal pubblico, con uno stile di vita cistercense”. Sarà per questo che non è piaciuto al Milan, che l’ha avuto per due anni. Tornato in Francia, ha portato il Bordeaux alla vittoria nel campionato. Dopo tanti di quegli anni che il Bordeaux più non si ricorda.

Rizzoli regala in libreria un libro che vorrebbe far ridere ma stringe il cuore sullo stato comatoso dell’insegnamento nella scuola dell’obbligo: un ordinamento incapace che ha inselvaggito i ragazzi e le loro terribili famiglie. Ma i giornali della casa editrice sfottono la Gelmini che tenta di porvi rimedio. Un’editoria d’opposizione e di governo?
Le culture muoiono con difficoltà.

Se il “Corriere” è “il Manifesto”, dei ricchi

“Attratto dalla prospettiva di far parlare di sé per un incontro all’estero e senza collegamenti con cene appariscenti a causa di signorine, Silvio Berlusconi ha deciso oggi di partire per Corfù, in Grecia”. È l’“attacco” della free-press di quartiere? No, del “Corriere della sera”, il maggiore quotidiano italiano, di uno degli inviati a Trieste per il vertice dei ministri degli Esteri. E va a Corfù Berlusconi in gita? No, va al Consiglio Nato-Russia, il primo dopo la rottura dell’anno scorso, quando la Russia invase la Georgia. Per tentare un rilancio dell’accordo di Pratica di Mare del 2002, spiega il “Corriere” infastidito, che creò il Consiglio Nato-Russia. La presenza di Berlusconi è “vista con qualche fastidio nel quartier generale della Nato a Bruxelles”, assicura il “Corriere”.
Non è un articolo isolato, ed è anzi la novità di questo 2009: il “Corriere della sera” si scrive come il “Manifesto” del 1979, o già, benché rivista pensosa, del 1969. Un altro servizio da Trieste ha sempre ieri un attacco ancora più peregrino: “In pubblico, Silvio Berlusconi riempie di complimenti Barack Obama, il presidente degli Stati Uniti che prima di dargli udienza a Washington lo ha obbligato a un’attesa di circa sette mesi dalle elezioni americane, cinque dal suo insediamento”. Lo ha tenuto alla porta? E la Merkel allora, che ha aspettato circa otto mesi? E questo in un articolo che non c'entra nulla, poiché parla della visita a Roma del premier israeliano Netanyahu: si attacca un politico senza neanche dire perché, anzi si deride, si indica al pubblico disprezzo, perché tanto è un nemico.
Volendo nobilitarlo, sarebbe un giornalismo dell’Amico\Nemico, la relazione politica topica di Carl Schmitt, che fu nazista ma è molto apprezzato anche a sinistra. Come se il Muro non fosse caduto, e ci fosse un’utopia da difendere. O è scandalismo?
C’era una volta infatti il giornalismo serio e quello scandalistico. Ma non è questo quello del “Corriere”, non lo sanno fare: il gossip si vuole leggero, non violento, e questo invece fa paura. È il “Manifesto”, un giornale arretrato di una generazione, e forse due, e una controinformazione che, venendo dall’establishment più establishment che ci sia, altezzoso, duro, è una contraddizione in termini. A mano che non sia un’altra parola per restaurazione. Di quando i giornali ci facevano la predica.
La controinformazione dei golpisti
Questi giornali della questione morale sono l’informazione. Sono i maggiori gruppi editoriali, Murdoch, De Benedetti, Rcs e Elkann, che fanno l’informazione sul concorrente Berlsuconi. Sono l’establishment e non gli outsider – l’outsider sociale è anzi l’accusato. Sono benpensanti, che come sempre avviene sono anche corrotti: il gruppo Rcs agita la questione morale dopo avere soffocato con la premurosa Procura di Milano la più colossale manomissione di bilancio della storia d’Italia, 1.300 miliardi spariti nelle tasche di azionisti e manager, e in fondi neri (tangenti). De Benedetti è l’alfiere dei privilegi della magistratura, denunciando i quali i suoi giornali anche prosperano. Senza contare che la controinformazione non esiste più – è limitata a questi blog, grilli parlanti.
No, è l’informazione con la maiuscola, potente e prepotente. Che tutta converge in un’unica direzione: non consentire mai un governo che governi. Non un’istituzione di governo efficiente, invece delle solite coalizioni che si possono scardinare. Non un leader di peso. Non solo Berlusconi, ma neanche D’Alema né Prodi – Veltroni sì ma perché, a quel che si vede, non esiste. Questo è avventurismo. Che, col sollecito supporto dei ridicoli magistrati – ridicolizzati dagli stessi giornali – diventa golpismo. Questo blog dovrebbe intitolarsi “Golpismo permanente”.
Nello stesso indirizzo, se non è un piano, troviamo peraltro una seconda ricorrenza storica, accanto alla caduta del Muro, che in Italia, terra dei decannali e dei ventennali, si tace: i quarant'anni del "Manifesto". Non ci sono più comunisti? Sono clandestini nella Resistenza, contro Berlusconi? Nei giornali più importanti e meglio pagati, alla Rai, nelle Procure della repubblica e nelle università.