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giovedì 23 dicembre 2010

Proust geloso, o la ginnastica dell’elusione

“Gelosia” è parte della prima parte di “Sodoma e Gomorra III”, pubblicata avulsa nel 1921 su una rivista a grande diffusione. Ritradotta da Cristiana Fanelli, e presentata da Daria Galateria, ha nuova vita, a sé stante. Pur risentendo dell’equivoco che intorbida la lettura della redazione definitiva (insomma, più o meno… forse più autorevole, se non altro per l’autorità dei suoi curatori e esegeti, tra essi Giovanni Macchia, “Il romanzo di Albertine”). Proust v’inscena il suo palco migliore, con i duchi e le fanciulle in fiore.
L’estratto appariva come inedito in apertura nel numero novembre 1921 di un mensile dell’editore Fayard, diretto da Henri Duvernois, inaugurato a luglio, “Les Oeuvres Libres”, di testi inediti di buona qualità e di agevole lettura – una formula che verrà buona fino alla guerra nel 1940, e poi sarà ripresa nel 1944, per altri vent’anni: i primi numeri pubblicavano i Guitry, Rostand, Farère, Hermant, la duchesa di Noailles, Conan Doyle, Billy, con le amazzoni allora in voga, Myriam Harry, Lucie Delarue-Mardrus, della scuderia di Nathalie Barney. Proust vi tratteggia le più svariate forme di gelosia, compresa quella tra le dame che vestono simile. Ma il tema, anzi l’ossessione, è la gelosia amorosa. Su cui Proust modella Albertine – “Gelosia” confluirà poi, riscritta, nelle pagine di Albertine. E qui insorge il disagio: la “lettura” di Albertine.
Nathalie Mauriac Dyer, editrice di “Albertine scomparsa” nel 1987, ricorda che “un secondo estratto, ricavato da «La Prigioniera» e preparato nel’autunno del 1922, vi fu pubblicato dopo la morte, nel febbraio 1923, sotto il titolo «Precauzione inutile». Questi due estratti non ne richiamavano un terzo? Fin da quando aveva appreso la creazione della rivista nel luglio 1921 Proust in effetti aveva manifestato l’intenzione di collaborarvi regolarmente: «C’è nel Tempo perduto tutto il mio romanzo con Albertine fino alla morte di quest’ultima, che potrebbe benissimo apparire in rivista (ma in più numeri)». “Albertine scomparsa”, la redazione “recuperata” nel 1986-7, pone problemi evidenti di censura, da parte di Robert Proust e della redazione dell’editore Gallimard, sulla copia velina rispetto al dattiloscritto inviato a Gallimard. Ma per il lettore il problema è: come appassionarsi di questa gelosia? Alessandro Piperno ne fa sul “Corriere della sera” di martedì una pietra d’inciampo per dire che Proust era un simpatico ragazzo, che aveva in uggia lo gli snob e lo snobismo. Che, se anche fosse vero, non c’entra. Qui il problema è quello dei “sodomisti vergognosi” di cui all’indice di lavoro. Che rende artificiosa – più falsa che l’invenzione narrativa – la lettura di questa gelosia.
Albertine è probabilmente il personaggio più scritto di tutta la “Ricerca”, occupandone un buon terzo: una buona metà delle “Fanciulle in fiore”, la parte centrale di “Sodoma e Gomorra II” (i capitoli che i curatori dell’edizione 1954 della Pléiade titolano poeticamente “Gelosia nei confronti dl Albertine”, “Le intermittenze del cuore”, “I misteri di Albertine”), e le prime due grandi narrative di “Sodoma e Gomorra III”, “La Prigioniera” e “La Fuggitiva”, o “Albertine scomparsa”. Più, molto più, dei più noti Swann, Odette, Gilberte, e di Verdurin, Saint-Loup, i Guermantes, Charlus compreso. Volendo leggere la “Ricerca” per quello che è, non per come è stata stilizzata dai suoi grandi lettori, è l’ossessione più coltivata. Per questo è odioso doverla immaginare nelle sembianze mostacciute e quadrate di Alfred, lo chauffeur fedifrago: Albertine falsifica tutto. A partire dalla stessa descrizione della gelosia. Mille pagine, o duemila quante sono, di anatomia sul tavolo al centro dell’emiciclo, fredda. Non bastano le mille o duemila pagine a dare corpo a Albertine, al di fuori della psico-sociologia dell’epoca, fine secolo datatissimo, soprattutto nel modo d’essere delle passioni, dalla gelosia allo snobismo, con aggiunte di maschiettismo dopoguerra - senza contare le translitterazione care ai proustiani, Gilberte-Alberte, Albertine-Libertine… Alle genericità rimediandosi con le trasgressioni da campionario clinico, alla Krafft-Ebing. Che è poi il problema di Proust: Proust amava i suoi personaggi? Di nessuno di essi, donne o uomini, ci s’innamora. Albertine, cui “Gelosia” introduce, è la ginnastica dell’elusione, dell’amore come di ogni altra cosa o evento – se non, appunto, nella forma fredda della parodia, snob.
Marcel Proust, Gelosia, Editori Riuniti, pp. 167 € 9,90

Mondadori rincorre Rcs Media

Se il “Corriere della sera” fa nero Berlusconi ogni giorno dalla prima all’ultima pagina, Milan compreso, la Mondadori di Berlusconi fa nero quest’anno il gruppo Rcs Media, che edita il “Corriere”. Avendo ristrutturato meglio e più rapidamente, e avendo forse colto la ripresa, per quanto stentata, nelle vendita degli spazi pubblicitari, se non del prodotto (libri, giornali). Benché in contrazione, Mondadori registra un forte recupero di redditività, con un mol attorno ai 140 milioni, da cui estrarrà un utile netto di 40-42 milioni. Pur scontando uscite straordinarie per otto milioni, per condoni fiscali. Dopo aver ridotto l’indebitamento a 350 milioni (290 milioni in meno rispetto a fine 208, a crisi manifesta). Rcs mantiene le posizioni in quanto a fatturato, sui 2.200 milioni, ma con ricavi diffusionali in calo, nei periodici e anche nei quotidiani. Un risultato netto ancora negativo: in lieve perdita o contabilmente in pari. E debiti per 1.100 milioni. In crisi non manifesta ma grave. Un gruppo che può essere facile preda di chiunque - compresa la Mondadori, non fosse per lo scoglio “Corriere della sera”, impensable in mano di Berlusconi.
I due gruppi si rincorrono al vertice del settore editoriale. Con la Rcs di gran lunga al primo posto, ma in perdita di velocità. Vent’anni fa i due gruppi erano appaiati, quando Carlo De Benedetti era titolare di Mondadori, e in quanto tale si era fatto consegnare da Caracciolo e Scalfari il gruppo L’Espresso-Repubblica: entrambi i gruppi avevano nel 1988 un fatturato attorno ai 1.500 miliardi di lire. Poi Rcs aveva diversificato, nel cinema, nella tv, e sui mercati esteri, come gruppo multimedia, raddoppiando nel 1992 il fatturato. Che successivamente ha contratto per la necessaria ristrutturazione, attorno ai 2.500 miliardi a metà anni 1990 – nello stesso anno in cui si evidenziavano ammanchi per ben 1.300 miliardi. Più o meno le dimensioni del gruppo prima della gelata, in milioni di euro. Nel 2007 Rcs fatturava 2.738 milioni, con un utile netto di 220 milioni, uguale a quello del 2006. Nel 2008 il fatturato scendeva a 2.660 milioni, ancora in utile per 38 milioni. Nel 2009 a 2.206 milioni, in perdita per 135 milioni. Quest’anno si stabilizzerà sui 2.200 milioni, ma sempre senza utile. E senza futuro: senza piani, senza idee - giusto un mantello per la nobiltà parassitaria che tiene il morso a Milano, di banca e di toga.

mercoledì 22 dicembre 2010

In piazza la debolezza dei partiti

Ci sono voluti anche i padri, a Roma, accanto alle figlie, per fare il “numero legale” alle manifestazioni contro la riforma dell’università. “Sono studente, povero”, la sindrome è sempre quella, del duca di Mantova che può mntire, impunito, nel “Rigoletto” – con enfasi sottolineata nel geniale “Rigoletto a Mantova” di Andrea Andermann. Gli studenti non mentono doppio come il duca, ma semplice sì: studente è un privilegio prima che una disperazione. Per il resto l'“esplosione” in piazza è dei partiti, molto organizzata e poco numerosa. In nessun posto e in nessun momento si trovano reazioni “spontanee” – se non quelli dei violenti, o balordi, a Roma il 14 dicembre. Gli argomenti, e il modo di esporli, comprese le “tattiche e strategie” delle manifestazioni, sono roba di partiti, comprese le vecchie mozioni e le procedure. Senza nessun’altra emozione e nessuna finalità che non sia quella dei “dibattito”, alle Camere, nei giornali, nei talk show. Della visibilità o pubblicità gratuita.
Si è manifestato peraltro contro una riforma che, per quanto insidiosa e debole normativamente, nessun partito contesta. Per un diritto allo studio che è quanto dire diritto alla vita – non si troverà nessuno che lo neghi, nemmeno sotto minaccia. Tutto ciò che il Pd ha chiesto e voluto è stato di rinviare di qualche ora, qualche giorno, e se possibile di nuovo alla Camera, la legge di riforma, per capitalizzare sulle manifestazioni. Che invece sono politicamente in perdita. E comunque certificano l’indigenza della politica. Se l’antipolitica è forte, è anche perché la politica è debole. Debolissima nel caso. “La stabilità politica è un bene”, questa saggezza è rimasta a Ruini. Che è un cardinale, e forse pure di destra.

Secondi pensieri - (59)

zeulig

Felicità – Si può pensarla “a scalare”: si ponga la vita al peggio, ogni suo momento sarà migliore. Non è la perfezione ma è una forma logica: l’attesa è un solido costituente della realtà.

Logica – Il reale è strano. L’uomo è stranissimo, come ogni essere animale. Molto più di ogni immaginario, che sempre supera, le forme della vita vanno oltre la capacità d’immaginazione: il mondo è un brulichio di forme viventi. La logica si vuole una regolamentazione del reale, non la sua comprensione.
In vista al Jardin des Plantes, il muso di storia naturale di Parigi, Emerson nota nel 1833: “L’Universo ci appare come un enigma più stupefacente che mai, guardando questa sbalordiiva serie di forme animate – vaporose farfalle, fossili scolpiti, uccelli, animali selvaggi, pesci, insetti, serpi – e il brulicare del principio della vita incipiente dappertutto, finanche nella roccia che scimmiotta le forme di vita complesse”. E: “Non c’è forma tanto complessa, o tanto selvaggia, e nemmeno tanto bella che non sia espressione di qualche principio inerente nell’umano che osserva; c’è una relazione occulta tra gli scorpioni e l’uomo. Sento il millepiedi dentro di me e il caimano, la carpa, l’aquila e la volpe”.

Morte – Il pensiero della morte, la vita imparentata alla morte, è già morte. O il desiderio di morire, naturalmente – il suicidio, per chi ha vissuto, è solo un incidente, una sopravvenienza.
“Per poter morire bisogna aver vissuto”(H.D.Thoreau, “Apologia per John Brown”). Dove non c’è stata vita non c’è morte, solo un imputridimento costante.

L'essere-per-la-morte (Heidegger) è il proprio dell’Occidente, l’ “ideologia” occidentale, produrre-per-la-morte. La morte “è il termine, non il fine” della vita, Montaigne insegnava. A cui è follia non pensare, o rifiutarsi di pensare, altrettanto come lo è lasciarsene in golfare.

È afflittiva. Per spiriti afflitti.

Odio – Pota male. Come si dispiega, senza la vendetta? Non libera, è una costrizione. Spesso per mancanza di oggetto.
Chi odia l’ebreo perseguitato dai tedeschi, con chi si sfoga? O il piccolo esercente, artigiano, proprietario vessato dalla mafia? O il lavoratore vessato dall’azienda? L’odio è la vera con danna.

Pietà – Il mercato più vasto, superfluo e cinico vi è stato fondato sopra, coinvolgendo sovrani, cavalieri, vescovi, papi, notai, uomini di scienza, nonché tutte le istituzioni, pie e mercantili, che il costo delle reliquie e dei miracoli hanno potuto scaricare sui devoti grazie al meccanismo delle indulgenze. Un “miracolo” che dura da un millemmnio, dalle Crociate – furono le Crociate un progetto commerciale?

Preghiera – Si rivolge a Dio ma non lo turba. Non cambia colui a cui è rivolta ma chi la fa.

Romanticismo – Come religione della libertà è inappagabile perché insoddisfacente per principio, alla ricerca di un assoluto che è un di più sfuggente, per quanti recessi si muova a esplorare, dell’inconscio, dell’orrore, dell’aldilà, dell’amore, della morte. È qui la radice della crudeltà – psicologica e sociale, verso se stessi e verso gli altri – nella quale si è liberamente esercitato il secolo.

Società – Sorge (si dà) contrattualisticamente, fra individui, siano pure moltitudini, che che condividono consensualmente, sino pure inespressi, a meno di un rifiuto espresso,certti vincoli (leggi, valori) fondamentali. Ma preesiste al consenso, molte cose deve avere in comune preliminari al covenant: i linguaggio per esempio, la contiguità territoriale, la familiarità (reciproca “conoscenza2. È un fatto prima che un atto, il contratto la stabilizza, la perfeziona (migliora).

Utilitarismo – Non è l’egoismo col quale volgarmente viene confuso. Non è nemmeno l’epicureismo – ora volgarizzato in libertinismo. Sta nella sfera del riserbo e della sobrietà, della ricerca accumulativa – costante, nelle cose come avvengono (storia – del bene. Ma è ateo, e per questo rancoroso (magisteriale, giudicante, illiberale).
O lo è perché è inconcludente? Fare di se stessi (del proprio giudizio) la misura delle cose è esercizio socratico alla libertà e alla giustizia, ma è sgradevole e perfino volgare (gretto): la vita si misura poco, al meglio si vive. L’entusiasmo (la disponibilità) è meno volgare del riserbo.

Wittgenstein – S’imbriglia nella circolarità della logica aristotelica – che è poi dell’idea platonica: la verità essendo del pensiero ne segue la circolarità. Il pensiero s’invera per se stesso. Ogni parola significa in rapporto a tutte le altre, e così le parti del discorso, e in rapporto a un prima e a un dopo, ma il linguaggio è un organismo chiuso, autoreferente. Il che, se è possibile in una cosa (un dato), contraddice il linguaggio. Ciò di cui possiamo parlare, allora, è puro formalismo, cioè insignificante.

zeulig@antiit.eu

martedì 21 dicembre 2010

Lo snobismo della casta, liberale?

Un capolavoro del suo tempo (1964) e di oggi. Con scorci definitivi su liberalismo, borghesia, snobismo, élite, e sintesi lancinanti su Proust e H.James, il romanticismo reazionario, la scomparsa della “cavalleria dei grandi studiosi”, e la voglia di nulla che la ricchezza dei tempi moderni si porta dietro. Ripubblicato a coronamento degli anni 1980, quando il flusso democratizzante della nuova ricchezza stava per soccombere all’insidia della stagnazione (l’immobilità), ne è un grido profetico. Ma di un profetismo allora periodico: è che l’apice della borghesia non individualista, non avventurosa, a tendenza castale (il “giudice figlio di giudice, nipote di giudice) o notabilare, che il libriccino denuncia, appare indistruttibile.
Prima ricompattava il notabilato la minaccia egualitarista. Ora? Non c’è aria autocritica nel liberalismo, anzi non c’è aria. A meno che il liberalismo non sia morto da tempo o sorpassato, e siamo stabilmente in una società di caste, scandita (regolata) dagli status symbol. Normale che la cultura italiana non l’abbia letto, o l’abbia rimosso, al suo tempo e alla ripubblicazione: non c’è (c’era) liberalismo, come non c’è comunismo. Non c’è nemmeno sociologia.
Elena Croce, Lo snobismo liberale

Ombre - 72

Si indaga a Milano la società comunale A2A per le false fatturazioni del gas. Ma si rinvia a giudizio, perlomeno sul “Corriere della sera”, l’Eni, per avere importato, forse, gas senza dichiararlo. I distributori indipendenti di gas, A2A compresa, sono in guerra con l’Eni perché vogliono una fetta dell’affare, e Milano compatta aggredisce, palazzo di Giustizia e “Corriere della sera” compresi.
L’Eni ha anche un suo uomo, Alberto Meomartini, a capo dell’Assolombarda. Ma questo non basta, gli affari sono affari.

I capi degli studenti dicono senza mezzi termini che domani intendono ripetere il 14. Ma per i giornali romani “è giallo sul comunicato degli studenti”.

Sandro Modeo, autore entusiasta di “L’alieno Mourinho”, aggiunge a Farenheit , all’obiezione che l’allenatore portoghese è un fascista dichiarato: “Sì, è nipote di un ministro di Salazar, è cresciuto in una villa di quindici stanze, ma è della destra istituzionale, dei grandi burocrati. Non di quella affamata di denaro che imperversa da qualche tempo”. Meglio il fascismo dei soldi? Il fascino del fascismo è intatto, a parte la guerra perduta.

Chi vince all’Inter poi scappa. Non è la prima volta: Benitez dopo Mourinho, Mancini, Ibrahimovic, Vieri, mentre Milito è rimasto di malavoglia. Scappano magari un momento prima, o dopo, essere cacciati. È chiaro che la società dei Moratti è cannibalesca. Ma non c’è un cenno di questo nel “Corriere della sera” o nella “Gazzetta dello sport”.

“Il gelo in Toscana è costato 200 milioni”. Non è vero. Cioè non si sa, non si può sapere. Ma per dare l’idea di un danno, soprattutto di un evento naturale, bisogna ultimamente quantificarlo.

Bagnasco, mai tiepido con Berlusconi, invita alla sua assise natalizia Quagliariello, che non dev’essere molto praticante, e Gasparri, e si fa fotografare con loro. Il Fini radicaleggiante deve avere spaventato i cardinali. O è l’affondo finale all’ex Pci, un segnale ai Popolari del Pd?
No, il giorno dopo il cardinale Bertone, capo del Vaticano, si fa fotografare ammiccante con Fini, la compagna radicale e Emma Bonino: è solo ecumenismo – Bertone sta con Berlusconi e con Castro.

Orsola Fallara, la dirigente quarantaquatrenne del Comune di Reggio, si brucia lo stomaco con l’acido muriatico, dopo che glielo hanno bruciato i giornali lovali, la “Gazzetta del sud” che tifa Casini-Fini, e due giornali del Pd, “L’ora di Calabria” e “Il quotidiano di Calabria”. Due esponenti del Pd l’hanno denunciata per malversazione questo è bastato per distruggerla: le sue consulenze sono troppo care, tanto più che lei stessa se le è liquidate in qualità di superdirigente del Comune (dirigeva il Bilancio).

L’obiettivo non era lei, ma l’ex sindaco di Reggio Scopelliti, e il “modello Reggio” vetrina della destra. Una vendetta trasversale, politica. Quando si farà la storia di questi anni, i virtuosi assassini ne saranno certamente il segno. Alcuni (ex) fascisti dichiarati, Fini, Di Pietro, Travaglio. Ma il maggior numero di sinistra e di estrema sinistra: Furio Colombo, Flores d’Arcais, Armando Spataro.
Certo, Furio Colombo di sinistra è tutto dire.

Giannelli in castigo venerdì 17 sul “Corriere della sera” per la vignetta magistrale dei nuovi tre magi centristi in cammino: “Scusi buonuomo, a destra o a sinistra per la mangiatoia?”. Annegata in fondo pagina. A quando la cacciata di Giannelli, dopo Forattini?
Anche Vincino non si vede bene, benché da sempre inaffidabile e confinato alle pagine interne. Dove mette Bersani in fuga di fronte a moleste proposte di matrimonio “a tre”, con noti buggeratori.

Il fotografo del finanziere con la pistola in mano, a terra tra due eroi belli e irridenti, ha anche le foto precedenti, di quando il graduato, in età, è stato aggredito, denudato del casco e dello scudo, e picchiato a terra. Ma non le mostra. Diritto di cronaca o dovere?
Ma forse per una volta Pasolini aveva ragione: troppa cialtroneria a sinistra.

Tocca al dottor Mussari, in qualità di presidente dei banchieri, introdurre un salario di produttività in banca. All’ex presidente della Fondazione Monte dei Paschi di Siena, la banca degli (ex) compagni dell’(ex) Pci senese. Ci vuole la sinistra per fare la destra, sarà questa la massima immortale dell’Avvocato Agnelli.

Per il tg di Murdoch il 14 non è successo nulla: non è stata bocciata la mozione di Fini contro Berlusconi, ci sono solo incidenti in giro per Roma, provocati dalla polizia in assetto da guerra, con abbondanza di immagini, e naturalmente dai black bloc. Cioè dai ninja, infiltrati benché invisibili, non organizzati, benché siano alcune migliaia, ben distribuiti, e intervengano all’ora X, non a caso. Infiltrati da Murdoch?

L’onorevole Bocchino dopo la mancata sfiducia a Berlusconi si elegge a “volontà popolare”: Berlusconi, dice, ha fatto “un ribaltone contro la volontà popolare”. Io e il mio Stato: l’onorevole, bocchino come il nome, è sicuramente un adepto dello Stato etico.

L’ambasciatore americano Thorne, già famoso per la festa natalizia gay, si segnala su Wikileaks per essere pro Murdoch e contro Berlusconi. Diventerà anche lui parlamentare del Pd?

lunedì 20 dicembre 2010

La donna è più donna in convento

Bizzarro film tradizionalista, perfino reazionario, dell’amore puro contro la donna moderna. Capace solo di sciocco sarcasmo, ridicolizzata come Faust-a stupida e corruttrice di un Margherit-o idealista.
Manoel De Oliveira, I misteri del convento

Il mondo com'è - 51

astolfo

Antipolitica – È la politica dell’Italia da circa vent’anni: gestita da interessi contro la politica classica dei partiti che fa riferimento alle elezioni periodiche. Gestita da molti magistrati e dai grandi giornali, padronali. E da una sinistra confusa (autolesionista): “organizzare” cinque o sei cortei a Roma attorno al Parlamento il giorno del voto di fiducia, portando nella capitale come massa d’urto i disoccupati napoletani, che non vanno in giro per niente, è ferocia antipolitica.
In nessun paese al mondo, Afghanistan escluso, e forse l’Iraq, la politica necessita di tante scorte al suo personale, anche minore, anche non più attivo. Qualunque ministro o ex ministro, o sottosegretario, o parlamentare, e molti ex parlamentari, i presidenti di Regione e delle Province, i sindaci, gli assessori, molte spesso anche solo ex, si aggirano tra guardie pubbliche e private. Senza nessuna minaccia terroristica organizzata, giusto per la diffusa ostilità alla politica che la Rai, l’Ansa, i giornali, i telegiornali e i talk show diffondono a dosi ogni giorno massicce, costanti.

Facebook – McLuhan, ne “Gli strumenti del comunicare”, 1964, o in “Il mezzo è il messaggio”, 1967, diceva che l’elettronica avrebbe privato l’uomo della sua identità e della morale: “Le persone vanno al lavoro principalmente per leggere”.

Ideologia – La indebolisce il legame con la politica. Alla quale altre connotazioni si legano: l’effettualità soprattutto, realizzare qualcosa, anche a dispetto dei dissenzienti che saranno sempre in gran numero. E poi: l’onestà e la generosità (magnanimità) esemplari, la sensibilità alla concezione comune e corrente del bene, oggi lo sviluppo, domani la conservazione, se il mondo sarà ricco a sazietà. Ma è l’ideologia che s’è appropriata la politica. Nel totalitarismo e nella democrazia. Da almeno un paio di secoli la politica è ideologica, nazionalismo, potenza, capitalismo, socialismo.
La politica non ne ha guadagnato. Il mondo è più ricco, molto più di ogni altra epoca, ma per effetto di migliori concatenazioni di mercato, o di una migliore organizzazione degli affari, speso però casuale – lo sviluppo non è mai acquisito, la caduta degli imperi è sempre dietro l’angolo. Per effetto anche dell’ideologia, ma in subordine: quella dello sviluppo è una storia il cui motore sono diventati gli affari, peer la prima volta nella storia, negli ultimi duecento anni.

Internet - Molto rumore per nulla per Wikileaks, per la pubblicazione dei documenti americani. Nessun governo è caduto, e nessuno nemmeno è stato criticato, neppure quello americano. Si può anche pensare che il governo Usa abbia fatto pubblicare i documenti per dire al mondo che lo tiene sotto controllo e lo considera poco – tutto si può pensare. Ma si conferma l’irrilevanza della rete, e della rete mondiale di opinione, negli affari. Se non nella rapidità della comunicazione, come strumento, tecnologia. È bastato un artificio minimo, mettere Assange, bello, biondo, misterioso, nel mirino per “oscurare” la rete.
Internet è sicuramente un linguaggio. Nella simbologia, nelle forme espressive, per la stessa sua rapidità. Per l’esposizione naturalmente, soprattutto per il suo procedere nudo. Ma questa esposizione non è arrapante. È piuttosto una poubelle, sterilizzata, pulita, dove buttare riflessione e ricordi – da cui anche non viene “naturale” ripescarli.

Lavoro – L’abbondanza lo ha reso superfluo. Quando il benessere si basava sul soddisfacimento dei bisogni primari il problema era spremere quanto più lavoro possibile, nell’insieme e unitariamente – o viceversa: quando il lavoro era solo quello umano, con un ausilio animale ridott, non ce n’era mai a sufficienza per soddisfare i soli bisogni primari. L’innovazione finanziaria e industriale, organizzazione del lavoro compresa (fordismo), ha più che moltiplicato i bisogni, ma ancora di più i mezzi per soddisfare i bisogni, rendendo il lavoro sempre più superfluo.
Npn tutto il lavoro naturalmente è superfluo. Ma quello che non lo è, è indispensasabile in misura ben superiore a quello di una volta. È infatti l’unico mezzo di distribuzione del reddit in misura abbastanza elevata da alimentare i consumi e quindi l’economia. Se cessa questo lavoro (zoccolo), cessa l’abbondanza, quali che siano le disponibilità tecnologiche.
Il Novecento non ha conosciuto carestie. Se non sotto la forma della disoccupazione di massa, negli anni 1920 in Germania, negli anni 1930 in Usa e in Germania.

Mani Pulite – È il titolo di un libro pubblicato nel 1977 da Sugar, editore socialista. Scritto da Claudio Castellacci, con prefazione di Ugoberto Alfassio Grimaldi, direttore di “Critica sociale”. Aveva come sottotitolo “I comunisti e le amministrazioni degli enti locali”. La nemesi è casuale? È una trappola organizzata.
Mani Pulite ha avuto e ha singolari cadenze mafiose. Il discredito sugli indagati (le “voci”, che si perfezionano in “indiscrezioni, e infine nei cosiddetti avvisi di garanzia, resi pubblici prima di comunicarli agli indagati) per isolare l’obiettivo. Le false voci. La selettività. Il palese trattamento di favore per gli amici – esibire il potere. La rudezza. La violenza illimitata. E l’esibizionismo: non c’è mafia, infatti, che non si esibisca. È l’apporto dei suoi giudici napoletani e siculi?

Medicina preventiva – Quando il morbo arriva siamo già tutti seppelliti dai debiti.
È sciamanica. Ma non nel senso dello scongiuro. È un’evocazione propedeutica. È la danza della pioggia.

Nobili – In nessun altro paese ce ne sono tanti quanti in Francia, dopo la Rivoluzione.

Occidente – Ma è nozione cartografica. La scoperta dell’America complicò le rappresentazioni dei cartografi: dove e come situare le nuove terre? La soluzione fu di dividere la terra conosciuta in due parti, due emisferi. Quello di destra, il Vecchio Mondo, conteneva l’Europa, l’Africa e l’Asia, quello di sinistra le Americhe – ed è il Nuovo Mondo, a Occidente del Vecchio.
L’Europa si può dunque dire parte dell’Occidente come appendice degli Stati Uniti d’America - tramite l'ingegnosa interdipendenza di Altiero Spinelli. Dopo essere stata da sempre un’appendice dell’Asia, una coda.

Politica – È debole e arrendevole all’antipolitica per effetto della democrazia. Forse malintesa, ma è la democrazia che ha indebolito la funzione principale della politica, di coagulo rispetto al dissenso – la capacità di scelta e di leadership. Sia perché la politica è ideologica (massimalista, assolutista), e sia perché è riduttiva (minimalista), sfiancandosi nell’assorbimento di ogni forma di dissenso. Che naturalmente è sempre di massa, anche se marginale: in democrazia ogni fenomeno è di massa.
Se ne dibatte da quarant’anni ma il dibattito è stato sterile perché monopolizzato dalla Trialerale, o su basi trilateraliste, cioè della ricostituzione del potere – questione peraltro inafferrabile in sé La politica non è il potere, il potere è una sua espressione, sempre labile.

astolfo@antiit.eu