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sabato 30 maggio 2020

Cronache dell’altro mondo – 59

A Minneapolis Derek Chauvin, il poliziotto che ha ucciso con la mani un nero indifeso, a terra, è arrestato dopo quattro giorni – dopo le devastazioni in reazione.
Chauvin è arrestato mentre la Polizia pubblica un’indagine medica che lo scagiona.
Chauvin è stato in passato sotto inchiesta diciotto volte per eccesso di reazione. Mai incriminato. Potrebbe essere una vittima?
Quattordici anni fa Chauvin fu parte della pattuglia di sei agenti che uccisero un altro nero, Wayne Reyes. Colpevole questo: un tossicodipendente ricercato per avare accoltellato la fidanzata e un amico. I sei non furono incriminati, non si fece un processo.
Procuratrice del Minnesota, lo stato di cui Minneaplis è la città principale, era nel caso di Wayne Reyes la senatrice Amy Klobuchar, democratica, che ha concorso questa’anno alla nomination  presidenziale del suo partito, e ora si aspettava la nomina a candidata vice-presidente, con Biden. La senatrice non indagò sulla morte di Reyes: discolpò i sei agenti e non cercò gli autori della sparatoria ferale.
Twitter fa censurare i tweet di Trump da un attivista politico anti-Trump.
La Russia ha fatto vincere Trump nel 2016: malgrado lo sgonfiamento del Russiagate, l’ipotesi affascina l’America. Un paese che ha più servizi segreti al mondo, più ricchi, più esenti da vincoli. La Russia e Trump ora non vogliono il voto per posta alle presidenziali di novembre. Il motivo non si sa, ma anche qui la cosa piace – è accreditata di qualche oscuro virus.


Letture - 422

letterautore
Amicizia – Quella classica, tra Teseo e Piritoo, Calasso rappresenta (“Le nozze di Cadmo e Armonia”, 26), come incontro fra opposti, o meglio concorrenti: “Come si videro e stavano per scontrarsi in duello, si ammirarono”. Diventarono “soci di avventure”. Scambiandosi “quelle conversazioni cifrate che erano il piacere più alto della vita”. Un richiamo fra opposti, con molto non detto in comune, sintetizzando Calasso.
 
Amore a distanza – È in Fogazzaro, “Daniele Cortis”, quando Daniele dice addio a Elena. Lei si fa trascrivere l’iscrizione latina di una colonna, che lui dice “di un santo”: “Sono sposi senza nozze, non con la carne ma con il cuore. Così si congiungono gli astri e i pianeti, non con il corpo ma con la luce; così si accoppiano le palme, non con la radice ma con il vertice (Innupti sunt coniuges non carne sed corde. Sic coniunguntur astra et planetae, non corpore sed lumine, sic nubent palmae, no radice sed vertice). Un amore comodo?
 
Belle Époque – Fu l’epoca dei regimi autoritari. Lo nota di striscio Zeri in uno dei suoi scritti di arte, ed è vero. Era l’epoca dell’Austria-Ungheria di Francesco Giuseppe, dell’Inghilterra vittoriana, della Germania guglielmina, della Francia della Terza Repubblica, dell’Italia umbertina.
 
Cattoscrittura – Quanto pesa il cattolicesimo, la fede sentita, negli scrittori che lo professano? La domanda insorge risfogliando Tozzi dopo Flannery O’Connor: gli stessi “vinti”, la stessa empatia. Al limite dell’indifferenza – l’accettazione del male suona indifferente. 

Il cattolicesimo s’intensifica (in Italia) con la pietas, con Manzoni, ma forse è crudele (Bernanos, Mauriac, Graham Greene): usa un obiettivo freddo, o un insieme di filtri grigi, sulla humana conditio.
 
Europa -  Si stacca  dall’Asia, nel mito, andando verso il mare – il Mediterraneo, l’Atlantico. Questa si può dire la sua identità: la navigazione, la scoperta, lo scambio – con imperialismo e senza. La Magna Grecia, l’impero romano, le repubbliche marinare, le scoperte, i regni marinari, con l’imperialismo e il colonialismo. Un destino non continentale, come la Germania lo concepiva e lo avrebbe voluto, con le guerre del Novecento. E ora, con una Unione Europea introspettiva, che si coltiva l’ombelico.
 
Femminismo – Fu combattuto e vinto, in nome della pederastia? È l’ipotesi di Calasso, “Le nozze di Cadmo e   Armonia”, 85-90.
Il femminismo veniva prima, col regno delle Amazzoni – il matriarcato di Bachofen. Crollando per una lunga serie di tradimenti, annota Calasso: Ipermestra, Ipsipile, Medea, Arianna, Antiope, Elena, Antigone - “il gesto eroico della donna è il tradimento”, con “effetti sottili” e non sanguinari, “ma non meno devastanti”, 86.
La paura delle Amazzoni è larga parte del mito greco. Eracle viene per distruggere le Amazzoni – le Danaidi, le donne di Lemno. Che nel tardo ricordo (Eschilo, Euripide) solo perpetrano o progettano nefandezze. Ma, secondo Calasso, per un disegno o una deriva: verso la pederastia – “con gli eroi si apre un nuovo mondo amoroso”, il modello è Apollo invaghito di Admeto.
 
Grazie – “Concedere le proprie grazie”, doppiato dal francese agréer – “e derivazioni: agréments, agréable, etc.”: “Tutta la metafisica dell’amore si concentra nel gesto con cui l’amato dona la sua grazia (charis) all’amante” – R.Calasso, “Le nozze di Cadmo e Armonia”, 95.  
 
Lavoro - Conrad, “Cuore di tenebra”: “Non amo il lavoro – nessuno l’ama – ma amo ciò che il lavoro implica, la possibilità di trovarsi”. Al lavoro?
 
Ottocento – Non il Novecento, come si direbbe dalla storia, ma è l’Ottocento a essere armato. Secondo Carlo Emilio Gadda, l’Ingegnere, “Conforti della Poesia” (“Il tempo le opere”): “La grande poesia ottocentesca disponeva di un armamentario che farebbe invidia ai magazzini della Scala: i cimieri, i brandi, gli usberghi vi furoreggiano, i destrieri, le pugne, le prore, le tubi, le torri, le selve, ne combinano d’ogni maniera. Senza contare il serraglio: volatili e quadrupedi”.
Così è. Il Novecento è addolorato, triste, luttuoso, mortifero, si diverte solo a letto.

Romanzo – Una gabbia e non un campo aperto, nei confronti del mito, secondo R. Calasso, “Le nozze di Cadmo e Armonia”, 36: “Le figure del mito vivono molte vite e molte morti, a differenza dei personaggi del romanzo, vincolati ogni volta a un solo gesto”.

Settecento - Inemendabile, tanto è ragionevole e sa tutto, ma impresentabile. Qui ha ancora ragione l’Ingegnere: “Ossessione immaginifica è quella d’un perpetuo celebrare, d’un interminato sacerdozio preso le are e le tombe. I gesti rituali degli officianti, lo spargimento dei sacri liquidi dalle sacre pàtere sul cubo dell’ara. Fronde di alloro e di mortella, e libagioni di latte e coltivazione delle api …., di profusione di aggettivi patronimici greci su tutti i cimiteri di memoria…”.

Stupro – “Lo stupro è un possesso che è una possessione”. R. Calasso, “Le nozze di Cadmo e Armonia”, 70.
 
Tedeschi – È proverbiale nella letteratura quattrocentesca e cinquecentesca la fama dei Tedeschi come smodati bevitori”, Giorgio Bàrberi Squarotti, in nota a F. Berni, “Rime burlesche”, al “Capitolo dell’orinale”.

Erano ubriaconi già quelli di Tacito. Del resto, qualcuno vuole Kaufmann derivato dal latino per oste, caupo-ponis: il mercante sarebbe in origine un venditore di vino?
 
Tsunami - Le immagini degli delle coste del Pacifico e dei mari del Sud, con vacanzieri, famigliole e sfaccendati che sfuggono all’onda dello tsunami arrampicandosi sugli alberi è in Berni, “Capitolo del diluio”, Mugello 1521. Nell’alluvione del Mugello, per sfuggire al Muccione, torrentello in piena, si appende agli alberi “quel di sotto, per non affogare,\ all’albero appoggiava il viso è’ denti”.
 
Vilgefortis - Una Virgo fortis, che tanto pregò di farsi trovare brutta dal promesso sposo, un principe pagano, che Dio la accontentò facendole crescere una folta barba. Così è raccontata da Fo in “Dario e Dio”, p. 143. La barba della ragazza “fece fuggire a gambe levate il fidanzato e infuriare come una belva suo padre”. Questi, “non sapendo più che farsene di quella vergine irsuta, pensò bene crocifiggerla in nome di quell’intervento divino tricologico”. Ma la santa esiste, è esistita a lungo (cancellata nel 1969), sulla base di un’agiografia che è quella di Fo - con l’aggiunta del casato: la martire era una principessa, figlia di un re del Portogallo.
letterautore@antiit.eu

Il cannocchiale di Zeri sull’Italia

È con il cristianesimo che Roma, lo Stato imperiale autoritario, diventa totalitario. Il manierismo la koiné figurativa di Carlo V. Il Padre Eterno “nebuloso” di Giovanni Battista Moroni la più alta, penetrante, raffigurazione della Prima Persona, l’Aiòn dei mitriaci, l’Ananche dell’Orfismo. Il francobollo, spia culturale e ideologica. “Si può dire che il fascismo è un fatto esclusivamente cattolico”. Frédéric Bazille il Masaccio dell’impressionismo - non se ne parla perché ha lasciato poche opere da commerciare. L’“occhio” di Antonioni, Godard, Fellini è quello di Alma Tadema. E siamo a p. 33, un quarto del totale.
Le agudezas prendono peraltro una piccola parte, accanto al lavoro da critico dell’immagine. Sui disegni degli scrittori – Victor Hugo, etc. . Sui monumenti funebri. Su Angelika Kaufmann e Elisabeth Vigée Le Brun. Sulle incredibili distruzioni di palazzi e opere d’arte nei moti della Riforma, in Germania, Inghilterra e Olanda. E il problema dei falsi, il tema della vanitas in pittura, Caravaggio, Piero, Luca Giordano, Guidoriccio.
Un raccolta di articoli di varia umanità – per “La Stampa” e “L’Europeo” – tratta da due precedenti raccolte degli anni 1980, “Mai di traverso” e “L’inchiostro variopinto”. Una lettura variopinta, riposante – forse non vera, a un ripensamento, ma stimolante. In materia figurativa e non: le pitture e gli oggetti sono dei segni. Di un conservatore che si vuole rivoluzionario. Con un paio di vindicatio appuntite, come era nello stile di Zeri. Quella di Bernard Berenson, che sembra facile ma negli ani 1970 non lo era. E quella, rimasta senza seguito, di Teofilo Patini, pittore abruzzese vittima del fascismo (era socialista e dipingeva i poveri in stracci), e nell’Italia repubblicana delle avanguardie – bestia nera di Zeri. Di Marx rivendicando, nella prima parte del terzo capitolo del “Manifesto”, la filippica contro il socialismo reazionario. Il Sessantotto disinvolto imputando alla “mentalità retriva”, che non si palesa più per francamente reazionaria ma per progressista. E un’ardita, ma non da buttare, pagina sull’apporto italiano alla dottrina politica: il fascismo.
Dicono gli anglosassoni che “l’unico e solo contributo italiano alla varietà tipologica delle strutture politiche è il fascismo”. Questo è vero e non lo è: “Il grande originale monumento della mentalità politica italiana è… la struttura oligarchica cui (allo stato puro o sotto maschere più o meno ingannevoli) gli italiani riducono ogni e qualsiasi forma di governo”. Nel fascismo scopertamente, come nella nella curia vaticana, e nell’Italia repubblicana col finanziamento pubblico.  
Federico Zeri, Il cannocchiale del critico


venerdì 29 maggio 2020

Cina filona – quanto basta

Sfila il presidente Xi, sullo sfondo di una tribuna tutta di rosso, davanti a file ordinate di parlamentari e delegati, tutti maschi, di età inalterabile, come le chiome, che applaudono con la punta delle dita, al congresso del Glorioso Partito Comunista Cinese – quale? sarà il XIImo, tre anni fa, quello che introdusse il “pensiero di Xi Jinping” nello statuto del partito, affiancato al “pensiero” marxista-leninista, maoista, e di Deng Xiaoping. Non cambia il cerimoniale comunista dietro il fronte spumeggiante dell’intraprendenza commerciale e della disinvoltura finanziaria: è la manifestazione del Potere immobile. Minaccioso, senza se e senza ma, anzi brutale, benché atteggi manine di biscuit. Xi, sguardo opaco, smorfia sorridente, ne sembra il Padrone Naturale.
Sfilano queste immagini su un solo tg, Sky Tg 24, per caso, prese dall’etere, la Cina non si nasconde, a riempitivo delle notizie sul coronavirus, invece delle solite mascherine e i prelievi nasali. E questo è ancora più agghiacciante: nessuno, ma proprio nessuno, nella trionfale comunità giornalistica, sa che cosa è la Cina e cosa fa. Non una riga, nemmeno una parola, sul duro, durissimo, partito Comunista Cinese.
Il PCC è abile a vendersi, ruffiano. Anche in senso proprio, ristretto: i soldi, abbondanti e facili, sono la marcia in più del PCC, la sua arma totale, invece dei missili e della Bomba.
Ma bisogna dire che lo fa con poca spesa. Col sorriso, invitante, promettente, e con la lesina – quanto basta.


L'annessione di Hong-Kong

“Trump manderà i marines a Hong Kong? Sennò, la sua «forte reazione» è l’ennesimo bluff”: sardonico il commento del partito Comunista Cinese, affidato al suo giornale di lingua inglese “Global Times” perché sia compreso meglio. Dietro le belle maniere ostentate in Occidente, il PCC è semrpe quello: è duro e marcia come un bulldozer.
Dall’Assemblea del Popolo si è anche fatto approvare, all’unanimità meno uno, e sei astenuti, l’annessione di fatto di Hong-Kong, contro gli accordi internazionali di venti anni fa per “un paese due sistemi”. La legge per l’annessione di Hong-Kong ancora non è stata varata, ma l’Assemblea se ne è detta entusiasta.
L’Assemblea, il Parlamento di Pechino, conta 2.885 membri. In rappresentanza di nove partiti, più alcuni indipendenti. Tutti gemmati e patrocinati dal PCC. Di cui si limita a ratificare le decisioni – le decisioni dell’Ufficio Politico (Politburo) del partito.
Volendo razionalizzare, si potrebbe dire domani: nel 2020 la Cina infettò gli Usa di coronavirus, e si prese Hong Kong. Non è esatto, ma non è sbagliato.


C’è una legge anche per i social

L’Europa discute, se tassare o no i social per gli enormi profitti che realizzano con la pubblicità, il ciclone Trump dice e subito fa. Devono sottostare alle leggi contro la diffamazione e per la sicurezza dello Stato, e al controllo dell’ufficio federale per la correttezza sui mercati. Non possono cioè esimersi dai delitti di cui sono veicolo, e non possono truffare i concorrenti o il fisco.
Contro la regolamentazione di Trump è indubbio che si eserciteranno numerosi procuratori e giudici, federali e statali – il presidente è inviso all’establishment  americano. Anche perché Trump ha agito per reazione – al controllore dei contenuti di twitter, Yoel Roth, un attivista politico di Sanders, la sinistra del partito Democratico, molto attivo contro Trump, che gli aveva censurato due tweet come fake news. Ma la regolamentazione era da fare, da vent’anni almeno. Evitata colpevolmente da Clinton, Bush jr. e Obama, per ingraziarsi i potenti gestori dei social – solo uscendo dalla Casa Bianca Obama disse che la questione era “cruciale” per la democrazia. E al giudizio costituzionale passerà contro tutte le obiezioni che i social possano sollevare con i loro potenti trust legali.
L’esito traspare dal giubilo dei giornali, malgrado l’odio diffuso contro Trump, che vedono infine un freno all’impunità dei social e i siti online, liberi di rubare contenuti e idee.


Trump e il re nudo

Il ciclone Trump ne abbatte un altro: dopo il totem Cina attacca i social. Sorprende, irrita, ma poi tutti, anche i più decisi oppositori, si dicono che ha ragione. Trump è decisionista e sgradevole ma ci azzecca? Non è difficile.
Gli Stati Uniti sono un po’ il re nudo. Hanno letteralmente “creato” la Cina in trent’anni di globalizzazione, per arricchirsi – per arricchire manager e investitori, a danno di centinaia di milioni di lavoratori nella stessa America. Salvo scoprire che la Cina se ne è approfittata in abbondanza,  trafugando tecnologia e invadendo i mercati - al punto che gli stessi guadagni di chi ha sono a rischio. Tanto da accettare già a due riprese nei tre anni di Trump di riequilibrare gli scambi, per 4 o 500 miliardi di dollari, l’anno.
Si apre ora un terzo fronte: gli studenti cinesi negli Usa. Molti legati, per borse di studio, carriera, parentela, funzioni, al partito Comunista Cinese e alle sue diramazioni nella sicurezza. Portano soldi negli Usa, e questo allarma le università. Ma i controlli sulla sicurezza non si possono evitare.  
Sarà per i social come per la Cina? Che accede a un secondo pacchetto di concessioni dopo le chiusure e le minacce di Trump.


Il mondo com'è (404)

astolfo
Alsaziano – È Il cane pastore tedesco, ribattezzato “alsaziano” in Francia e Inghilterra dopo la guerra del 1914-1918 in odio alla Germania.
 
Fritz BauerÈ un giudice tedesco, ebreo, emigrato al tempo di Hitler dopo una breve carcerazione, dapprima in Danimarca, poi in Svezia, esponente socialista di primo piano, animatore nell’esilio anche di una “Sozialistische Tribüne” con Willy Brandt, tornato in patria nel dopoguerra e reintegrato. Si impegna soprattutto nei dossier sulla persecuzione antisemita. Ma con difficoltà: a lungo non riesce a scuotere il torpore, la voglia in Germania di rimuovere gli anni di Hitler, e anzi viene ritenuto un mestatore. È lui che indirizza il Mossad su Eichmann in Argentina, dopo che la Germania ha rifiutato di estradarlo e processarlo. Scopre anche che in Argentina Josef Mengele, il famigerato dottore dei lager, che conduceva esperimenti dal vivo sulle carni dei gemelli, risiedeva in tutta tranquillità, poiché nel 1956 aveva ritirato al consolato tedesco un passaporto a suo nome.
I rapporti di Bauer erano del resto difficili anche con Israele. Abitato e governato da ebrei dell’Est Europa prevalentemente, che non amavano gli ebrei tedeschi, ritenuti supponenti. La prima volta che Bauer si recò a Gerusalemme il fondatore e capo del Mossad Isser Harel gli oppose brutale: “Io mi occupo degli ebrei vivi, non degli ebrei morti”. E quando infine il Mossad decise il colpo di teatro del rapimento e il processo di Eichmann, Bauer non ottenne in Germania, benché fosse una personalità di rilievo, di farlo estradare: un processo a Francoforte, dove era la sua giurisdizione, avrebbe significato smascherare troppe complicità. Una eventualità che non solo Adenauer, il cancelliere degli anni 1950-1960, ma anche gli americani non potevano permettersi.
Su Bauer si è esercitato ultimamente Olivier Guez, “L’impossible retour, histoire des juifs en Allemagne après 1945”.
Nel 1975, morto Bauer, Isser Harel, libero dagli incarichi ufficiali, ha raccontato in un memoriale fiume, “The House on Garibaldi Street”, il rapimento di Eichmann in Argentina, senza fare menzione del giudice Bauer – si limita a dire di avere avuto l’indirizzo di Eichmann in Argentina da “fonte sicura”. Non lo menziona nemmeno dopo, quando gli oppone il suo vaffa: “Io mi occupo degli ebrei vivi, non dei morti”.
 
Malleczeven - Friedrich Rech-Malleczeven, 1884-1945, barone, si ricorda per aver tenuto un diario manoscritto anti-Hitler durante gli anni di Hitler nascondendolo per precauzione in giardino. Un conservatore, che ricorda nello stesso diario con affetto i suoi “graziosi padroni”, i re di Baviera, e vede i totalitarismi figli della Ragione borghese e della Rivoluzione francese. Ma che su Hitler ha idee ancora più chiare: “So perfettamente che bisogna odiare con tutto il cuore la vostra Germania, se si ama veramente la Germania”.
Un personaggio, quindi, che la Germania non terrà in considerazione – la Germania è anarchica ma non ama i dissidenti. Del barone si è sentito solo nel Sessantotto. Disperato dalla Notte dei Cristalli e dalle persecuzioni, per primi degli ebrei, si augurava la guerra, e la sconfitta.
 
Turanismo – Ritorna con Erdogan? È l’ideologia panturca che, originata in Persia, è stata coltivata nell’Ottocento soprattutto in Europa, in Germania e in Ungheria, oltre che in Turchia, e in Giappone. Elaborata da intellettuali ottomani, che in chiave di “risorgimenti” nazionali offrivano ai popoli ugro-finnici, o ugrici, una tradizione radicata ancora più lontano che in Persia, in India (dravidismo), in Mongolia e in Giappone. “Sistemata” da Friedrich Max Müller (1823-1900),  figlio di Wilhelm Müller, il poeta autore della “Bella Mugnaia” – Müller è mugnaio - e del “Viaggio d’inverno” di Schubert. Iniziatore delle religioni comparate, professore di Filologia comparata a Oxford, il primo titolare al mondo di questa disciplina, Friedrich Max Müller fu animatore del turanismo: “tutti turchi”, tutti quelli che parlano lingue uralo-altaiche, che lui dice sbrigativamente  turche.

Una Società Turanica risulta fondata nel 1839 fra i Tartari della Russia. Con lo steso nome ne fu fondata una in Ungheria nel 1910. Doppiata dieci anni dopo da una Alleanza Turanica. In Giappone il cammino è inverso: Alleanza Turanica nel 1921, Società Turanica dieci anni dopo.

L’“Enciclopedia Treccani” trova al fenomeno radici europee: “Le origini del panturchismo si potrebbero cercare anche più lontano, nelle pubblicazioni del polacco Costantino Bosenski, emigrato a Costantinopoli nel 1848, e diventato musulmano, autore dell’opera «Les Turcs anciens et modernes» (Costantinopoli 1869), negli scritti turcologici di A. ámbéry, nella «Introduction à l’histoire de l’Asie» di L. Cahun, nelle prime poesie nazionaliste di Meḥmed Emīn (1896-1897). Tutto ciò servì a far sorgere una coscienza nazionale dei Turchi, che fino allora si sentivano più ottomani o musulmani che turchi; questo nazionalismo diventò fin da principio panturchismo e ciò si spiega per ragioni politiche; i Turchi evoluti della Russia infatti si volsero a Costantinopoli come a faro della rinascita turca e furono anzi i migliori propagandisti dell'idea nazionale”.
Un fantasma geopolitico oggi – resta solo nella voce cospicua dell’Enciclopedia Treccani. Che però non è morto, e anzi radica, sotterraneamente, e per lo più indistinto, il nazionalismo turco. Basato sulle ricerche linguistiche, dell’origine e le derivazioni dei linguaggi. Nonché, ultimamente, stando a wikipedia, da ìl Dna: le teorie “panturaniche” avrebbero ricevuto nuovo impulso dalla “presenza dello stesso aploide N3 nel cromosoma Y del DNA” di Jakuti (80 per cento), Finni (70), Inuit dell’Ovest (60), Udmurti (53), Sami (49), Buriati (47), Lituani (41), Lettoni, Evenchi dell’Est (20).
Il termine è derivato dal bassopiano detto Turanico, che unisce gli stati turchi dell’Asia centrale, Turkmenistan, Uzbekistam, Kirghizistan, e Kazakistan. E in quest’area sopravvive, oltre che in Azerbaigian, più vicino all’Europa, nel Caucaso. Ma anche in Turchia ha, non dichiarate, radici.
Al turanismo vengono collegati i Lupi Grigi, il gruppo terroristico di cui faceva parte Alì Agca, l’attentatore di papa Giovanni Paolo II a san Pietro, e il Movimento Nazionale Turco, residuato del kemalismo, il rinnovamento repubblicano del primo dopoguerra. Al turanisno si ispirano anche due partiti politici di estrema destra in Ungheria, Jobbik (Movimento per un’Ungheria Migliore), che ha un decimo dei seggi all’Assemblea Nazionale, e in Giappone, Kokka Shakaishugi Nippon Rodosha.To, partito Nazionalsocialista Giapponese dei Lavora ori, senza rappresentanza politica.
 
Insieme con la localizzazione geografica, il nome fa riferimento a un Tur o Turai, personaggio dello “Shah-Nameh”, l’epopea persiana di Firdusi, 1000 d.C. circa. Tur-Turaj, da intendere “il padre dei Turani”, è il primogenito dell’imperatore Fereydun. Fratello peraltro di un Iraj che il poema dice espressamente capostipite dei Turani-Turchi. Turanshah, scià dei Turani, è il nome del fratello di Saladino.
Di origine persiana è comunque la parola: Turan era il paese a Nord dell’Amu-Darja (Oxus), territorio non conquistato e nemico – solo successivamente diventano Turkestan.
 
Turandot, nome diventato famoso con Puccini, è “figlia di Turan”, nome in uso sia in Iran che in Turchia.Il nome e l’opera sono tratti dalla “fiaba teatrale” di Carlo Gozzi (1762), che dice la sua “commedia dell’arte” tratta da “Les mille et un jour”, di François Pétis de la Croix.
La fiaba di Gozzi ha avuto molte impersonificazioni. Soprattutto in Germania, a opera di Goethe, di Schiller e di molti altri, fino a Brecht, e musicata da von Weber (1809). Dopo Puccini, sarà ripersa da Busoni, nel 1917.

astolfo@antiit.eu

Trevi resuscita Rocco Carbone e Pia Pera

La vita felice e infelice di Rocco Carbone e Pia Pera, morti anzitempo, scrittori e amici di una vita di Trevi, che ne celebra il ricordo. Una trenodia – “la scrittura è un mezzo singolarmente buono per evocare i morti”. Vigile più che appassionata. Ma nei toni del lamento funebre, che l’elegia mescola al rimprovero – la morte è risentita come un abbandono. 
Amicizie di molti anni, con frequentazioni quotidiane, personali, epistolari, telefoniche, messaggistiche. Per alcuni anni a tre, con incursioni nello studio fotografico di Marco Delogu a Trastevere, per molti anni bilaterali. Con incomprensioni e interruzioni, come in tutti i rapporti senza riserve. Su cui Trevi torna quindi con una forte dose di rimpianto – il ricordo porta inevitabili alle sliding doors, al come avrebbe potuto essere. Ma anche di impegno a ricostituire le personalità presto dimenticate di Carbone e Pia Pera.
L’affetto si doppia di un (involontario?) risarcimento letterario, da editor, il critico letterario dei nostri giorni. Per personali e svelte che siano, le anamnesi di Trevi sulle opere dei due amici si leggono come un tempo le critiche discorsive di Edmund Wilson  - e si completano con un indice delle opere dei due scrittori e dei commenti più approfonditi. “Le Furie che lo braccavano da quando era al mondo”, così si apre il ricordo di Rocco, “fra tregue e nuovi assalti, prosperavano nel manierismo, nella complicazione, nell’incertezza dei segni e dei loro significati”.
Personaggi complessi, come tutti. Carbone, semiologo affermato nei suoi anni venti, quindi romanziere, uno che scala in fretta l’olimpo editoriale, da Theoria a Feltrinelli e a Mondadori, ma sempre insoddisfatto, infine vittima di una crisi maniacale, da cui si riprende facendo l’insegnante  in carcere. Pia, che esordisce col rifacimento di “Lolita” visto da lei, vivamente sconsigliato da Trevi, inciampando in una causa rovinosa di Dmitri Nabokov, il figlio, sacrifica presto la scrittura - che Trevi apprezza soprattutto nelle traduzioni dal russo, dell’“Oneghin” e di Lermontov - al giardinaggio. La flora la appassiona e ne diventa un’autorità, ma Trevi non sa accettare la rinuncia. In più punti le oppone l’ultimo scritto, la breve cronaca della malattia degenerativa che la porta a morire a sessant’anni, dal memorabile esordio: “Un giorno di giugno di qualche anno fa un uomo che diceva di amarmi osservò, con tono di rimprovero, che zoppicavo”.
Pia, nota Trevi, ha fatto il cammino inverso di Čechov, che a un amico scriveva: “Credo che se non avessi fatto lo scrittore, avrei potuto diventare giardiniere”. Da scrittrice, studiata, limata, perfezionista, si è fatta giardiniera – coltivatrice di specie spontanee, invece che creatrice. Una compagnia riposante. Rocco, bio classica, da scrittore maudit, compresa la morte, a 46 anni a Roma per un incidente col motorino, oppone invece più di una resistenza a Trevi. Che si arrabbia: “Artista del risentimento”, lo dice a un certo punto, e autore di “cupissimi libri” – “non era mai contento di nulla”, “un campione del risentimento cosmico”. Anche se la frequentazione fu quotidiana per un quarto di secolo, con un solo lungo estraniamento. Quasi coetanei, Rocco del 1962, Trevi del 1964 - Pia era di qualche anno più avanti. E calabresi: Trevi, romano, soltanto per parte di madre, e nel ricordo di “Natali e Pasque” ed estati in Calabria, anche con Rocco. Mentre Rocco, che era di casa anche con i familiari di Trevi, faceva da loro una sosta “per spezzare il viaggio da Roma a Reggio”, era cresciuto a Cosoleto, dove la mamma era la maestra, e il padre sarà sindaco.

La Calabria resta estranea a Trevi, che forse per questo non trova il capo del filo. Cosoleto, ai piedi dell’Aspromonte, è un paese di mille persone. Comprese le frazioni di Sitizano (probabilmente più popolosa) e di Acquaro, santuario di grandissima devozione, ma solo un giorno l’anno, per la festa di san Rocco. Affacciato sul Tirreno, distante molti tornanti. Una radura su un costone, tra avvallamenti densi e monotoni di altissimi ulivi. Rocco è inquieto (ambizioso e incerto), suscettibilissimo, e pieno di rimorsi, come solo può esserlo il figlio di una mamma calabrese – la “mamma” alvariana di cui non si parla, la Medea divorante.
Emanuele Trevi, Due vite, Neri Pozza, p. 131 € 12,50 


giovedì 28 maggio 2020

Secondi pensieri - 420

zeulig
Arianesimo - Ma gli Arii non venivano dall’Afghanistan, i protagonisti di tanta retorica indo-europea? Certo, non dovevano essere così tanto promettenti.
Il conte Gobineau vi sarebbe stato buon condottiero, lui che ario conneteva a Ehre (onore) e a Herr, al latino herus, al greco aristos – e all’Irlanda no, che era Erin, Erenn?
 
Africa – A Sud e a Nord del Sahara – già con i berberi, prima degli arabi islamici, e con i faraoni - è il luogo del matriarcato. E singolarmente fuori dal freudismo: crescono i giovani africani, a Nord e a Sud del Sahara, senza complessi, Freud impazzirebbe. Perché figli di mamma, maschi  e femmine? Per l’allattamento prolungato? Per il contatto fisico con l’infante tutta la giornata, anche al lavoro?
 
CapitalismoL’epoca borghese della storia fu preparata, in parallelo con la “nascita” maxweberiana dello “spirito” capitalistico, dalla caccia alle streghe. Le streghe si perseguitavano anche prima, parte del fenomeno “eretico”. La caccia alle streghe fu di massa e di genere (ne saranno vittima anche uomini ma in aree marginali, Islanda, Estonia, Russia, in situazioni contingenti). Si vede dalla tempistica, e dai reati che ne furono oggetto: la gestione femminile della procreazione, la rivendicazione esplicita della libertà sessuale. Quello che si chiamerà la diversità. Manifestazioni analoghe erano state identificate in precedenza, le Baccanti, le Amazzoni, la Gnosi, ma non sanzionate. Nel Cinque-Seicento furono fronte di guerra: centomila “processi” fanno ben un olocausto.
 
La “nascita” dello “spirito” è altra cosa dal capitalismo. L’accumulo c’è sempre stato, da Crasso e anche da prima, dacché c’è storia. Molto sviluppato poi nella pratica e nella ideologia cristiana, della chiesa di Roma. Lo “spirito” capitalistico può invece ben essere quello d Max Weber: un’etica, esclusivista e non inclusiva, quale è invece del capitalismo come fenomeno, la sua arma vincente, della classe aperta, o classe-non-classe.
 
Il capitalismo come religione di W.Benjamin è un “culto” che “non conosce nessuna particolare dogmatica, nessuna teologia”. Ma il comunismo una chiesa, il capitalismo una religione, non si sfugge al sacro.
Benjamin capovolge la frittata - anche lui come Hegel?: “Il capitalismo si è sviluppato in Occidente… in modo parassitario sul cristianesimo, in modo tale che, alla fine, la storia di quest’ultimo è essenzialmente quella del suo parassita, il capitalismo”. Ma non si sarà capovolto lui?
 
 Colpevolezza – Conversando con Anais Ginori su “la Repubblica”, Finkielkraut denuncia “l’immodestia della colpevolezza”. Il piacere della colpevolezza – a partire dai papi di Roma, dall’Occidente, dall’Europa. Un rovesciamento epocale, che l’analisi freudiana e la cultura della crisi (lo specchio della cultura del mercato, cioè del più forte) alimentano. Non la vergogna della colpa, ma l’avocazione della colpa, anche se per chiedere scusa o perdono. E non sempre autopunitiva: si va per colpe generazionali, nazionali, sociali. Dell’alto come del basso, dell’intelligenza, l’arte, la politica, la generosità, l’altruismo come della violenza, l’odio, l’invidia.
 
Femminicidio – Si può pensarlo indotto da un “maschicidio” “naturale”, di lunga durata. L’ipotesi sottosta a molti riferimenti rilevati da Primo Levi, nelle prose “Ranocchi sulla luna e altri animali”: “È noto come molti ragni femmina divorino il maschio, immediatamente dopo o addirittura durante l’atto sessuale; così del resto fanno anche le mantidi, e le api massacrano con meticolosa ferocia tutti i fuchi dell’alveare”, dopo che uno di loro ha impalmato la regina – “l’uxoricidio, tra i ragni, è pressoché normale”, tutte le strategie del ragno maschio sono indirizzate a salvarsene.
Primo Levi non lo dice, all’epoca i sessi non erano divisi, ma è come se il femminicidio cristallizzasse una frustrazione di lungo periodo, da selezione naturale. Anche le “superlucciole”, lo scrittore aggiunge dopo un ripensamento, hanno lo stesso vizio: imitano la luce delle femmine di lucciola propriamente detta , per attirare i maschi e divorarli appena si posano vicino
Prima di quello giuridico, la cancellazione dell’uomo era dunque un fatto naturale. Ora dice che l’uomo è cattivo e uccide le donne. Come se cristallizzasse una frustrazione lunga millenni, da selezione naturale.
 
Kat-echon – La biblica “dilazione”, opera nell’evo cristiano dell’anticristo, “colui che trattiene”, è di san Paolo, ed è l’impero (romano). In Carl Schmitt denazificato, 1950, “Il nomos della terra”, è “l’impero cristiano dei re germanici”.
 
Latino – L’abbandono del latino è l’abbandono, simbolico, della religione? Paolo IV che abolisce il latino in chiesa promuove, simbolicamente se non effettualmente, l’abbandono della religione. Di una religione sì – e quindi di ogni religione, se quella, in particolare, si vuole l’unica e sola?
“La questione della religio non si confonde semplicemente, se si può dire, con la questione del latino?”, argomenta Derrida nel 1999 nel seminario a Capri sulla religione – ora nel saggio “Fede e sapere”. Dopo aver rilevato che “il mondo oggi parla latino (più spesso attraverso l’anglo-americano)”. Lo ha rilevato in fatto di religione, parola e concetto tutto latino, ma poi degli altri linguaggi fondamentali, giuridico, filosofico e anche scientifico e “ciberspaziale”, tutti legati originariamente alla religio. Lo rileva quando l’Europa e la stessa cristianità romana ha da tempo e con costanza rinunciato all’eredità latina.
 
Padre - Molte società non contemplano il “padre”, non contemplando il marito. A Bagnara e Solano in Calabria, tra i Na della Cina, in molte tribù africane, nel Sud dell’India, nel Nepal. La dona fa quello che vuole con chi le garba, se ci sono figli se ne occupa il fratello.
 
Popolo - Nel Vangelo non c’è, in tutt’e quattro. C’è la moltitudine, 31 volte, la turba, 131 volte, e la plebe, 142.
 
Probabilità - “È più probabile avere un 6 lanciando quattro volte un dado, oppure un 12 lanciando ventiquattro volte due dadi”? come il cavaliere di Meré, non avendo nulla da fare, proponeva a Pascal e al matematico Fermat? Tanto, non serve a niente, la probabilità non c’è – se c’è non serve, la realtà sarà sempre diversa, non afferrabile.
 
Storia – È nata nell’Ottocento: romantica quindi e nazionale. Genialistica, cabalistica, e imperiale.
 
Uno-due – È in Dante prima che in Nietzsche, al “Purgatorio”, XXVIII, 125: “Ed erano due in uno, ed uno in due”. È stato del presidente Mao. O era Socrate, che era un cinico, beffardo. E l’aritmetica: le moltiplicazioni vanno a gruppi di almeno due per uno, uno per uno fa uno.
L’Uno che si fa Due, ora rituale, sé e il mondo, la regola e l’eccezione, lo stesso e l’opposto, la dialettica povera dell’amato boia, il fratello Caino, il diavolo santo, è dissociazione penosa di Nietzsche. Nella poesia “Sils Maria” in fondo alla “Gaia scienza”: “E d’improvviso, amica! Ecco che l’Uno divenne Due\ - e Zarathustra mi passò vicino”.
Era – è - principio alchemico: ciò che è intero deve dividersi, per moltiplicare la vita. O è il contrario, che il due deve farsi uno, la coincidenza degli opposti di Giordano Bruno?
Nietzsche ne fu perseguitato da ragazzo: è una voce, scrisse all’esordio, che “mi costringe a parlare come se fossi Due”. È lo spirito profetico, magari è la coscienza.
 
Zio - È il greco theios, parente divino. Uterino – zio per via di madre: lo era Carlo Magno per Orlando, il re del Graal per Parsifal, re Artù per Gawain. Lo era per i faraoni in Egitto.

zeulig@antiit.eu

La Francia dal finestrino – Mark Twain prima di Mark Twain

Versailles gli piace, almeno quella – è meglio del Colosseo: “Il posto vale il pellegrinaggio. Tutto è gigantesco. Niente è piccolo, niente è meschino. Le statue sono tutte grandi; il palazzo è grandioso”, etc.. Versailles come il resto della Francia, vista dal finestrino del treno Marsiglia-Parigi: “Che terra splendida! Che giardino! Il manto erboso di un verde squillante è certamente spazzato, spazzolato e annaffiato ogni giorno; e l’erba deve essere tagliata da un barbiere”. Non solo l’erba: “In Francia tutto marcia bene, tutto è in ordine. Non si fanno sbagli. Un uomo su tre è in uniforme”, e vi dà tutte le informazioni possibili, fino a mettervi sul vagone nel treno giusto che cercate.
La parte più opaca di un libro di viaggio, la prima crociera americana nel Mediterraneo, 1867, che si ripubblica solo perché il suo autore poi è diventato celebre. Ma umorista? Qui ci prova, ma a nessun effetto – se non l’irritazione. La “storia di Abelardo” è questa: “Eloisa è nata settecentosessantasei anni fa. Ha probabilmente avuto dei genitori. Non se ne parla. Viveva con lo zio Fulberto, canonico della cattedrale di Parigi. Non so che cosa sia un canonico di cattedrale, ma è quello che era…Eloisa passò la maggior parte dell’infanzia nel convento di Argenteuil; non ho mai sentito parlare di Argenteuil, ma supponiamo che il posto esista effettivamente…” .
Mark Twain, Finalmente Parigi, Mattioli 1885, pp. 168 € 16


mercoledì 27 maggio 2020

Gli aiuti pubblici all’economia vanno bene se tedeschi

La metà degli interventi pubblici nell’economia avallati dalla Commissione Europea - dalla direzione Concorrenza - sono tedeschi. La Germania ha avuto avalli più di Francia, Italia e Spagna messi assieme - tanti quanti quelli del resto dell’Unione Europea, se si tolgono dal totale gli avalli dati al Regno Unito, che è di fatto fuori dalla Ue.
Una poco seguita audizione al Parlamento europeo della vice-presidente della Commissione, titolare della direzione Concorrenza, Margaret Vestager, ha fornito questi dati. Sulle autorizzazioni date dalla sua direzione dopo l’allentamento delle norme antitrust deciso nel cosiddetto “Quadro temporaneo”, quindi due mesi e mezzo fa, come rimedio alla crisi economica imposta dal coronavirus. La Germania ha avuto la metà delle autorizzazioni, in termini di valore, e le ha avute rapidamente.
Le autorizzazioni sono state 175, “ per un totale stimato di 2.130 miliardi di euro”, ha spiegato la commissaria. E ha precisato:  “Il 47 per cento del totale riguarda la Germania, il 18 per cento l’Italia, il 16 la Francia, più del 4 la Spagna, quasi il 4 per cento il Regno Unito, il 2,5 il Belgio e la Polonia e l’1,5 o meno gli altri Paesi”.

Questo è un fatto, certo. Il piano da 750 miliardi è solo una proposta, da discutere


Trump non è Hitler

Docente a Yale di diritto Internazionale, storico e analista dei diritti civili e della storia del secondo Novecento,  Moyn parte dall’evidente assunto che “Trump non è Hitler”, per sradicare il vezzo dell’informazione, e anche della politica, e di una parte della della storia accademica, di configurare il presente nei termini del passato. E, peggio, di un passato fortemente caratterizzato. 
Il ricorso è facile, ammonisce, ma a costo di non vedere il predente. Nel caso di Trump “il paragone col nazismo e il fascismo che starebbero minacciando di abbattere tra poco la democrazia distrae da come abbiamo creato il fenomeno Trump da decadi, e implica che la coesistenza della nostra democrazia con lunghe storie di assassinio, asservimento, e terrore  - incluse le recentissime, anche se mitigate, forme di incarcerazione di massa e di crescenti ineguaglianze all’interno del paese – non merita tanto allarme e obbrobrio”. Hitler assolve anche dal vedere il male.
Gli anni di Trump sono stati i più fertili di teorie complottistiche, spiega ancora Moyn. E cioè, all’evidenza, di fughe dalla realtà.
La rivista pubblica, in forma di intervista, una sintesi del libro in via di pubblicazione, sui problemi che pone, all’annalista e allo storico, il vezzo di schiacciare la contemporaneità su modelli di richiamo. Che è dei media, ma anche di un filone storiografico: Moyn scrive in polemica con altri accademici, che ultimamente si sono espressi a favore dell’analogia storica.
Ma più Moyn insiste sulla non positività, o presa politica, elettorale, della critica a Trump. Fra i tanti passi falsi contesta quello di Alexandra Ocosio-Cortez, la parlamentare di New York, sempre del campo democratico-progressista, che riporta la politica anti-immigrazione di Trump allo sterminio tedesco degli ebrei nella seconda guerra mondiale.
Al fondo, una tela emerge: dei diritti civili usati quale arma. Nelle “guerre di liberazione” a cavaliere di Fine Millennio, nel Kossovo, in Afghanistan. in Iraq, in Libia.  

Samuel Moyn, The Trouble with Comparisons, “The New York Review of Books”, 24 maggio 2020
https://mail.google.com/mail/u/0/?tab=wm#inbox/FMfcgxwHNWBWvRFxkJDTjlfnklgQdzMT


martedì 26 maggio 2020

Servizi cinesi, rapinosi

È entrata la Cina in Infostrada-Wind, la “3” di CK Hutchison, o H3G,  e la vecchia gestione ex Enel, attenta al servizio pubblico, è stata spazzata via. Offerte farlocche e entrare moltiplicate, tutto subito. È la ricetta cinese degli affari: bisogna guadagnare molto e subito, dove il mercato è già maturo e ricco, non creare né fidelizzare la clientela, il rispetto dell’utente non esiste. 
Un prologo terrificante per il 5 G, la nuova frontiera della telefonia mobile cellulare, che la cinese Huawei si propone di monopolizzare in Italia. Hutchison è cinese di Hong-Kong, ma la Cina degli affari è una: tanti, maledetti, e subito. 
Lo stesso con Buccellati, Natuzzi, Pirelli: entrate moltiplicate, niente sviluppo. Lo stesso con la multinazionale genovese Easote, biotecnologie, comprata dai cinesi tre anni fa: ricerca bloccata (dal 2016, 22 milioni d’investimento, l’8 per cento del fatturato, la spesa è in rapido calo), intensificazione dei rendimenti.
Nello stesso ambito, attorno a Modena, in area Maserati e Ferrari, si farà una fabbrica cinese di auto di lusso. Una verniciatura italiana per vendere in Cina a prezzi elevati macchine necessariamente non di qualità - la qualità non s’improvvisa.
Lo stesso fanno da tempo ditte cinesi con le ceramiche di Sassuolo. Per le quali Sassuolo s’è creato a un prezzo un mercato in Cina. Forme, geometrie, colori di Sassuolo vengono riprodotti, su materiale non altrettanto durevole, ma di costo elevato - la qualità sta nel costo.
Dalle merci, di poca qualità ma sempre più di non modico prezzo, ai servizi il passo va di carica, ma sempre più di rapina.

Pavese anarchico

Si ripubblicano i “Dialoghi” con una presentazione di Nicola Gardini. L’opera della parentesi romana, ancora felice. Nella quale i “dialoghi” sono germogliati, e in gran parte sono stati scritti. Pavese li comincia a dicembre del 1945. A febbraio 1946 i diari registrano un indice tematico quasi definitivo. Il 22 febbraio c’è già la nota editoriale, che uscirà come presentazione e come risvolto di copertina. Dialoghi con Leucotea, la “dea bianca”, in antico identificata con Ino, dea marina – bianca come la spuma sul mare? Con lei Pavese, variamente impersonificato nei ventisette brevi dialoghi, variamente discute del più e del meno, della storia e dell’esistenza cui è inutile dare un senso.  
“La seconda, più felice, giovinezza”, la dice Gardini. Pavese si fa “mitografo”: “Si inventa episodi della religione greca”, in un dialogo “tra due solitudini”. Per vagheggiare un mondo, prima degli dei, che è “il volto della più piena libertà biologica”, con “un pansessualismo che vieta di per sé qualunque competizione tra i sessi”. Prima degli dei: “L’ordine la gistizia e e la civiltà di cui li si crederebbe creatori e garanti non è che una macchina di soprusi e negazioni”.
Un Pavese anarchico. Che a Edipo fa dire: “Vorrei essere l’uomo più sozzo e più vile purché quello che ho fatto l’avessi voluto”. Dialoghi contro il “destino”: “Il «destino» è concetto fondamentale dei «Dialoghi». Designa di volta in vlta la sudditanza dell’uomo e la violenza degli dei”.
Cesare Pavese, Dialoghi con Leucò, Einaudi, pp. XIV-224 € 12


lunedì 25 maggio 2020

Problemi di base esistenziali - 568

spock
“Il mondo è il mio mondo”, Wittgenstein, “Tractatuts”, 5.62?
 
Tutta la conoscenza non è che conoscenza di sé, Fichte?
 
“Il mondo oggettivo attinge il suo senso intero e il suo valore d’essere da me stesso, da me in quanto io trascendentale”, Husserl?
 
Il nulla non potrebbe mai cedere il passo all’essere, perché definiamo soltanto in opposizione a ciò che esiste – buddismo?
 
Se io non esistessi, il mondo non esisterebbe?
 
E io, esisto davvero?


spock@antiit.eu

L’ America all’epoca del #metoo, malinconica

Woody Allen è nel catalogo di Jim Holt, “Perché il mondo esiste?”, tra gli schopenhaueriani pessimisti. Anzi aggiornato al nulla fisico e metafisico della teoria delle stringhe, etc. Come del resto lui stesso ha spiegato nell’intervista col sacerdote Robert E. Lauder, “Woody Allen’s World: Whatever works”, nel “Commonweal Magazine”, 15 aprile 2012.
Da giovane, prima del successo, anzi del teatro, si sposò con una studentessa di filosofia. Ne ha mediato molte battute nei suoi primi sketch. Ma ne era tarato, dalla filosofia. “Lagnarsi dà non poco sollievo”, è Schopenaheur. “La metafisica è incomprensibile ma non fa male”. “Kierkegaard ci si divertiva”. “Schopenhauer negli ultimi anni divenne sempre più pessimista perché si accorse di non essere Mozart”.
Qui non si diverte, racconta aneddoti, si vede, per la bottega. Fa quello che si attende che faccia, commenti, qualche pettegolezzo, minimo, qaulche battutina, su questa o quella attrice, sapendo che lo sospettano, per la gloria, di averle sedotte, se non violentate – il sospetto può accrescere la gloria, ravvivarla. Ma sa di non essere simpatico a tutti, non più - la morte del comico: “Ci sono ancora dei mentecatti che pensano che io abbia sposato mia figlia, che Mia (Farrow) fosse mia moglie, che io avessi adottato Son-Yi, e che Obama non fosse americano”. Accusato di abusi nei confronti di una bambina di Mia Farrow in un processo che non ha avuto luogo perché non c’era materia per procedere – “le accuse sono infondate”. Con particolari terribili sulla salute mentale di Mia Farrow, che dormiva nuda abbracciata al figlio Ronan adolescente – somigliante, è vero, al Grande Amore Sinatra. Con “mentecatti” non si ride più, il comico è arrabbiato.
Woody Allen, 84 anni, non dev’essere stato un tipo facile a viverci. E non per la terribile ex moglie Mia Farrow, con la quale pure ha fatto qualche figlio, mentre lei a lui deve i pochi ruoli di qualche rilievo al cinema. Una figlia adottiva di Farrow, la ventenne Soon-Yi, è diventata l’amante e poi la sposa di Allen, e lei non glielo ha perdonato. Lei stessa si vantava, mentre viveva con Allen, di essere l’amante di Frank Sinatra. Ma questo non conta. I suoi compagni, Andrè Previn (sposato) prima di Woody Allen, sono bersagli del #metoo, e non c’è quarantena possibile, bisogna che passi la pandemia.
“L’esistenza umana è un’esperienza brutale, insignificante – un’esperienza tormentata e insignificante”. Non sembrerebbe Woody Allen, ma lo è. E l’angoscia di morte, il Todestrieb di Freud, sembra genuino, non artificio comico. Nell’intervista con Lauder ci torna su spesso. In tutti i libri, per la verità. Qui lo evita, ma è un libro tutto sommato difensivo, dopo l’assalto delle virago – che ne hanno comunque impedito la pubblicazione in America. In “Hannah e le sue sorelle” entrava in crisi alla scoperta che non aveva il cancro. È angosciato, non vuole più lavorare. E alla collega che gli obietta “ma questo lo sapevamo già, che dobbiamo morire”, risponde, e non fa ridere, “sì, ma ora non posso tenerlo più nascosto”.
Un libro malinconico. E non per per le aggressioni del #metoo, che lo ha ostracizzato al cinema e nell’editoria, che mostra di non temere. Anzi di non calcolare, ma proprio per il pessimismo che è il suo tono di fondo, di quello che “non si aspetta nulla di buono dal mondo”. Dall’America, dalle donne, dai figli. Viene molti anni dopo i titoli che lo fecero “Woody Allen”, ma sembra di un altro uomo: tanto quelli erano scoppiettanti, tanto questo è mesto.
Woody Allen, A proposito di niente, La Nave di Teseo, pp. 400 € 22 




domenica 24 maggio 2020

Ombre - 514

Tedeschi e svizzeri possono attraversare l’Austria per recarsi in Italia, gli austriaci no – e gli italiani non possono andare in Austria. Non è demenza, è il petty nationalism, il “sovranismo” che ha preso il posto di ogni politica.
 
La Svezia ha il record dei morti da coronavirus per abitante, spiega Andrea Tarquini su “la Repubblica”: “La media mobile a sette giorni (13-20 maggio, n.d.r.) del tasso di mortalità pro capite da Covid 19 è 6,25 per milione di abitanti in Svezia contro 5,75 nel Regno Unito, 4,6 in Belgio, 3,423 in Francia, 3 in Italia”. Svezia ai primi posti anche nel tasso di mortalità globale dall’inizio del contagio.
C’è un’altra concezione della vita nel Nord Europa. La Svezia per esempio considera legale l’eugenetica sui nascituri. Ma non se ne parla: l’Europa è un flatus vocis, un fiato. 
 
Nessuna farmacia vende le mascherine al prezzo concordato col commissario straordinario Arcuri, 0,50 euro. Anzi le vendono a dieci e venti volte tanto. Roba anche di provenienza incerta, e quindi di qualità dubbia.
L’epidemia si è tradotta presto in furto legalizzato. Sui risparmi delle famiglie. Che tanto più si vogliono vigilanti, impaurite, con la drammatizzazione, tanto più facilmente vengono derubate. Senza possibilità di denuncia o di perseguimento d’ufficio.  
 
Si fa scandalo delle intercettazioni casuali di Palamara, il giudice, con altri giudici, in cui si organizzano per “mettere sotto” Salvini. Come se questa non fosse la normalità.
 
Il Parlamento assolve il ministro della Giustizia,  accusato in televisione da un giudice, Di Matteo, di intendersela con  i mafiosi. Evitandone la promessa nomina alla sorveglianza sulle carceri, e  monetizzando i “ricoveri” per motivi di salute a domicilio. Ma non si condanna Di Matteo per calunnia.
 
I giudici sono il corpaccione del potere, quello vile - cariche, promozioni, cordate, intrighi, vendette. Il curioso è che il Pd, nella parte ex Pci, se ne fa scudo e garante. Come se fossero strumenti suoi, o comunque di democrazia – è il partito che assume Di Matteo tra i suoi, nel mentre che assolve il ministro 5 Stelle.
L’ordine giudiziario è l’unico non defascistizzato. Dalle eccellenze e gli ermellini in giù, la sacralità del potere.
 
Esemplare ma ignota ai più la storia del perché l’Europa non morde sulla crisi. A tutti eccetto che a Fubini, che sul “Corriere della sera” domenica, documenta come cinque signorine e signorini, in Austria, Finlandia, Olanda, Svezia, Danimarca, hanno eviscerato e ridotto progressivamente tutti gli interventi finanziari anti-coronavirus finora escogitati a Bruxelles. I ritardi programmando peraltro di tutte le decisioni – si andrà a estate inoltrata, forse, se tutto va bene.
 
Mercoledì s’incaricano i quattro direttamente (manca nel caso la Finlandia) di dare ragione a Fubini: il piano Macron-Merkel per un fondo europeo di rilancio da 500 miliardi è contestato, prenderà molto tempo in negoziati, sarà svilito, sarà approvato in estremo ritardo, ridotto in brandelli.
Le cose, cioè, si sanno. Ma non se ne parla. 
 
Un nome onorato della cantieristica, Ferretti, vuole insediarsi nel porto di Taranto. Sede sussidiaria della forza navale Nato in Italia, dopo Napoli. Se non che si chiama ancora Ferretti ma si legge cinese, è un nome passato da tempo nelle mani di un ente di Stato di Pechino. La Cina non si nasconde. Sorniona, con la sua strategia casalinga, ma lesta.


La peste nell’anima

In un ricordo che accompagna la riedizione del “romanzo” critico di Giacomo Debenedetti, “Il romanzo del Novecento”, Mario Andreose si sofferma su un particolare non insignificante: mentre, “a metà degli anni Sessanta”, si litiga molto, “tra tradizione e innovazione”, lui “scrive”. Scrive appartato: “Trascurando i giganti dell’arte del Novecento, si sofferma su Franz Marc, un pittore animalier. Un po’ particolare: si tratta bensì di un pittore di animali, precisa Debenedetti, ma non di un ritrattista di animali”. Uno spunto che viene naturale mettere in rapporto con l’animalismo del Tozzi delle “Bestie” – Tozzi deve molto a Debenedetti, il suo “scopritore” nel secondo Novecento.
In questi racconti, per quanto numerosi, 120, di bestie ce ne sono poche: qualche gatta, cani spersi, un’asina non materna. Ma gli uomini sono altrettanto muti - dietro il dialogare fitto, che ne agevola la lettura: dicono che fa caldo e fa freddo, e si interrogano sul perché hanno gioie e dolori, nei pochi momenti in cui non si odiano, per nessun motivo, niente altro.
La raccolta riunisce in uno, con una nota di Marco Marchi i due volumi messi su da Glauco Tozzi, il figlio che ha fatto le fortune postume di Federigo, per l’edizione vallecchiana disegnata da Bob Noorda, nel 1963, già nella Bur nel 2003, a cura di Luigi Baldacci – dopo una ripresa parziale nella Biblioteca Vallecchi, dallo stesso curata, nel 1976, con una presentazione di Moravia. Lo scrittore senese fu riscoperto dal grande pubblico molto tardi, negli anni 1960. Probabilmente a causa dell’errata interpretazione delle sue opere, notava il figlio Glauco, presentate in un primo momento come veriste. Finché la lettura di Debenedetti non prevalse, negli inediti – materiale di riflessione  - pubblicati postumi nel “Romanzo del Novecento”. Una lettura poi sviluppata da Baldacci, con l’ipotesi di una scrittura di stampo psicologico, semmai di tipo simbolista, e avvicinamenti a Čechov e Joyce, a Dostoevskij e Kafka. Coronata da Mengaldo, con la notazione: “Certi suoi racconti sono superiori a quelli di Kafka”.
Una raccolta che un po’ toglie il respiro. Monocorde, monotona. Nel respiro, nel tono, nei tempi. Che le forme esageratamente localistiche dell’espressione accentuano – di isolamento, di soffocamento. Nell’impegnata prefazione all’antologia dei racconti del 1976 (non ripresa nella raccolta dei saggi, “L’uomo come fine”), Moravia lo dice “scrittore fisiologico” – che fa pari con gli animalia del pittore di Debenedetti. E senza una visione del mondo, tra personaggi marionette, per quanto individuati: tutti agiti, senza mai uno scarto, né di sensibilità e nemmeno di intelligenza. Un viluppo di umori grigi. Eccetto che per gli ultimi, pochi, racconti romani, di Maccarese (ora Fregene), d’estate, con Orio Vergani “ventenne e bello” e altri amici pazzerelloni, del Soratte, con i quattro conventi e il frate pazzo, dei lungotevere, dei ponti.
“Miseria”, “Un’osteria”, “Una sbornia”, “Contadini”, “Colleghi”, “Pigionali”, “La matta”, “La cognata”, storie di non storie, di niente. Molti pranzi in trattoria, molte stanze d’affitto. Folte di contadini, d’impiegati. Dimesse nella presentazione: storie di poco conto e nessuna sorpresa. Segnate, per programma, storie di disgrazie. Atone, non commoventi, non coinvolgenti. Un mondo piatto, senza orizzonte. Uno stallo, verrebbe da dire stallatico, putrido. Realista, indubbiamente: si vive male più che bene. Ma senza sociologia. E senza nemmeno, malgrado Debenedetti, letteratura.
Senza pietà, curiosamente, per un scrittore di fede professa, profonda. Tozzi è vittima della spagnola, a Roma, nel 1920. Ma è come se la peste avesse sempre raccontato. Delle anime. Le facce sono mostri, i corpi sinistri e flaccidi, i platani luminosi dei lungotevere a Roma “brutti e scortecciati”. Le donne non esistono, nemmeno per cucinare. L’unica umanità è l’ubriachezza. La notte di Natale, il marito si ubriaca e litiga all’osteria, la moglie partorisce e muore, col bambino, la cognata sferruzza. E nemmeno drammi, tragedie: il male come viene, gretto. Una racconto lungo, insistito, dello squallore.
Federigo Tozzi, Novelle, Bur, pp. 1008 € 20