Cerca nel blog

venerdì 15 agosto 2014

Letture - 181

letterautore

Banville – Citati quest’anno, per la vita del traditore Sir Anthony Blunt, Magris due anni fa, per la “Teoria degli infiniti”, frammenti di sentimento,  periodicamente il “Corriere della sera” celebra Banville con grandi paginate. Meravigliando probabilmente lo stesso scrittore – che è onesto, scrive senza pretese, e talvolta si firma, nei romanzi a suspense, “Benjamin Black”. Quest’anno “ci ha regalato”, con Citati, “un grande affresco dell’Europa tra le due guerre”. Anzi, “un romanzo straordinario: certo il più bello degli ultimi quarant’anni; del quale né critici né lettori hanno riconosciuto la vastità, la ricchezza, il terribile riso”.
Avendolo letto e anche annotato, quale calco stanco di Raymond Chandler, ci siamo detti. “cosa ci siamo persi!”, e siamo tornati a sfogliarlo. Ma niente, non c’è neanche il riso. O non è lui che ride.

Céline – Costante ha la fisima, tutta la vita, del parlato e dello stile come Verga, e quasi negli stessi termini. Che non vuol dire niente. Anche perché Céline leggeva poco. Ma il popolare in letteratura – l’occhio aperto al destino delle grandi masse – forse questo richiede: una scrittura “onesta”. Mimetica sul parlato.

Dante – La lettura casuale, in parallelo con “La rivelazione greca” di Simone Weil, delle memorie teatrali di Andrea Camlleri, “L’ombrello di Noè”, rivela l’esistenza di un dantista pisano-livornese, Egidio Guidubaldi, gesuita. Che a un successivo approfondimento si rivela autore di un “Dante europeo”, nel quale il paradiso cristiano riporta a Platone - all’universo di luce della lezione platonica mediata da san Buonaventura. Simone Weil argomenta l’ascendenza greca (platonica) del cristianesimo.

Dialetto – Pirandello lo usa solo a teatro, nella forma fonetica oltre che sintattica e logica. Ma il dialetto di Pirandello è la lingua di Pirandello, non le sue scritture dialettali, “Liolà” compreso. Queste naturalmente lo sono, sono dialettali, ma più di tutto fa “Pirandello” il giro della frase, asintattico spesso, l’interrogativo negativo, la sottesa irrimediabile ironia, l’assenza di apoditticità, in qualsiasi forma. Dei soggetti trasmutabili, della cosa che è un’altra, del lazzo insieme compassionevole e gelido: il linguaggio di Pirandello è “dialettale”, siciliano, girgentano, un modo d’essere e di pensare che si configura diverso e irriducibile anche semanticamente – anche a una semplice lettura dei racconti e romanzi, senza bisogno di analisi testuali. È un’altra mitologia – non nel senso barthesiano, dei piccoli miti, ma del modo d’essere e di pensare. Che Sciascia e Camilleri condividono, anche se non così stretti al (condizionati dal) territorio - che in primis, direbbe Camilleri, hanno rifiutato.
Il ritorno di Camilleri al dialetto parlato è per questo irrilevante, se non per la caratterizzazione che i film di Sironi, Degli Esposti e  Zingaretti gli hanno dato. “Sulla scena dialettale lo spazio è tutto dell’attore dialettale” – “L’ombrello di Noè”, p. 25

Pirandello, filologo di formazione e professione, dava alla lingua una funzione razionale, al dialetto una sentimentale, esprimere il “sentimento delle cose”, il senso.

Del tribalismo come fondo del dialetto Pirandello è cosciente, che usa una parlata, la sua, agrigentina, per il teatro suo, e un’altra, catanese, per il teatro di Martoglio col quale collaborava, che era di Catania e aveva una troupe catanese. La parlata agrigentna – di Montalbano – è più latinizzata, vicina all’italiano, quella di Martoglio, benché redatta da Pirandello, riuciva a Gransci incomprensibile.

Genere – È quel che resta dell’opera. O è l’opera quando non si può classificare per sé. Sherlock Holmes, capostipite del giallo, non si può classificare un giallo – deluderebbe molto i fan del genere.

“Basta «generi», Tolkien vale quanto Stendhal”, è argomento di Michael Cunningham su “la Repubblica”. Sono prolissi in effetti entrambi. Ma di Stendhal non si vede.
Cunningham, autore di “Giorni memorabili” e altre opere non memorabili, s’illustra con la saggistica a sensazione. Ma anche questo è un genere.

Godot – Oltre che Dio, God in inglese, l’unico antecedente trovato al beckettiano Godot è il Godeau di Balzac, il deus ex machina tanto atteso in “Mercadet l’affarista”, per sanare le disavventure dell’affarista stesso. Camilleri ne ha un’altra (“L’ombrello di Noè”, p. 159): “Nelle compagnie teatrali italiane dell’Ottocento Godò era l’amministratore. Le frasi: «Ma quando arriva Godò?», oppure: «È arrivato Godò?» erano espressioni gergali che stavano a significare: è arrivata la lira? sono arrivati i soldi?”  

Pirandello – Agrigentino, cioè empedocliano nel midollo? Empedocle era “fisico egregio” (Cicerone) e anche “padre della retorica” (Aristotele). Camilleri richiama, in un lezione tenuta all’università di Pisa (ora in “L’ombrello di Noè”) un episodio sintomatico. Dopo la difficile. tournée sudamericana dell’estate 1927, al ritorno Pirandello si rifà portando la compagnia a Napoli, con molte recite, e poi in Sicilia, nelle varie città, tra esse Agrigento. “È la prima volta che i compaesani agrigentini di Pirandello vedono il loro nume”, racconta Camilleri, “con la sua compagnia, a teatro”. Ma non è una rimpatriata. “Per cinque giorni consecutivi, che è veramente un record mostruoso”, e più per un cittadina non patita di teatro, Pirandello mette in scena “I sei personaggi”. Perché si è creato un fenomeno anch’esso in certo senso mostruoso: “Non dormirono per alcuni giorni”, i compaesani di Pirandello, occupati a spaccare il capello in quattro sui “Sei personaggi”. E l’indomani tornavano di nuovo a teatro per rivedere un dettaglio, una battuta, una frase”.  

Tragedia – Dev’essere serena? O “immobile”, dice Simone Weil. Un metro su cui salva solo Sofocle, il tragico unico: “Il teatro immobile è l’unico veramente bello. Le tragedie di Shakespeare sono di second’ordine, salvo «Lear». Quelle di Racine di terz’ordine, salvo «Phèdre». Quelle di Corneille, di ennesimo ordine” - “Quaderni”, III, p. 355 edizione Adelphi. È la conclusione di un giudizio affrettato sulla cultura che l’ha preceduta, a conclusione del “L’«Iliade» o il poema della forza”. Malgrado il Rinascimento, breve, “per venti secoli il genio della Grecia non è resuscitato”. Poco: “Qualcosa ne è apparso in Villon, Shakespeare, Cervantes, Molière, e una volta in Racine”. Sofocle invece è il campione dei “bellissimi poemi” che una volta, duemilacinquecento anni fa, si scrivevano in Grecia. Di cui fa la lettura elogiativa, di Antigone, Elettra, e Filottete.
Nei “Quaderni”, I, 163-64, S.Weil ha ancora questo apprezzamento: Sofocle ha scelto le leggende più orribili (Edipo, Oreste), per portarvi la serenità. La lezione delle sue tragedie è: non esistono rapimenti della libertà interiore. I suoi eroi conoscono la sventura, non l’ossessione. È più gioioso di una fantasmagoria di Shakespeare”. Non è vero, soprattutto se si legge in greco, ma certo suggestivo.

letterautore@antiit.eu

Al paradiso per via di Bruttezza

Non più la Bellezza conduce al Sommo Bene, com’è stato l’uso da Platone a Petrarca, no: il bene, l’utile, l’onesto e il dilettevole si legano piuttosto alla Bruttezza. Per “acutezza” o “ingegno”, il gusto delle trovate provocatorie che il Seicento premiava, ma non senza argomenti. Non tutti del genere sofistico – “sono bravo a dimostrarvi qualsiasi cosa”. Se un secolo dopo approderanno ai programmi parenetici di Mandeville (politico) e di Sade (libidinale). E dopo ancora qualche decennio ai programmi protoromantici, il “Laocoonte” di Lessing, e quello di Friedrich Schlegel, “Sullo studio della poesia greca”. Per trionfare infine nel “barocco moderno” di Baudelaire e, dopo il Surrealismo, in Bataille.
È un libro del curatore, Filiberto Walter Lupi, studioso del libertinismo, sebbene il suo contributo sia limitato a un’introduzione contenuta, talmente è pregnante. Del secolo dimenticato non solo, ma delle numerose ragnatele che il libertinismo secentesco, specie quello veneto, di Loredan e Ferrante Pallavicino oltre che di Rocco, aveva tessuto con la letteratura umanistica, ovunque il pensiero fosse libero. A partire da Erasmo, da una “cultura”, scrive Lupi, “armata dal paradosso e dall’ironia”. Passando per “il nichilismo della scepsi moderna di un Gianfrancesco Pico e di un Montaigne”. Con “l’uso aggressivo”, cioè crudo, del linguaggio di Ortensio Lando o Niccolò Franco.
Il secondo dei “Discorsi accademici” di Rocco qui tradotti, “Amore è un puro interesse”, è in linea con “L’Alcibiade fanciullo a scola”, sui pregi dell’amore dei ragazzi. Di cui la paternità a Rocco è stata riconosciuta a fine Ottocento – era filosofo in cattedra, dello studio di Padova, e aveva formato due o trecento giovani ad addottorarsi.
Rocco non era veneto, era di Sgurgola Marsicana, che esiste, ma fu ben veneziano. Per scetticismo e convivialità. Fu di casa nelle famiglie eminenti, Strozzi e Loredan, e nelle rispettiva accademie, degli Unisoni e degli Incogniti. Per il comune gusto della musica – fu consocio dei librettisti veneti di Monteverdi, Giacomo Badoaro e Girolamo Brusoni. E per lo spiritaccio. In quanto esponente dell’aristotelismo padovano  Rocco si eresse a contraddittore laico di Galileo, e questo lo ha segnato nella memoria. Ma tra le questioni che si ricordano degli Incogniti figura il Niente – quindi siamo già a Heidegger? Della cultura non si dovrebbe buttare nulla.
Antonio Rocco, Della bruttezza, Ets remainders, pp. 91 €3,36

giovedì 14 agosto 2014

La recessione potrebbe salvarci

Stanno tutti bene fuori dell’euro: ci sarà un motivo? Non è un indovinello, è un fatto: l’Europa vive un’assurda stagione, all’ombra della Bundesbank, ingombrante, incapace, dei burocrati suoi famigli a Bruxelles – quelli di Juncker forse peggio di quelli di Barroso – e della Bce di Draghi, l’uomo di Angela Merkel. Quelli della “riforme”, per intendersi, che nessuno sa cosa siano, mentre l’Europa affonda, per effetto delle “riforme” già fatte.
I corrispondenti da Bruxelles, famigli di famigli, ripetono la solfa che la crisi è l’effetto delle “riforme” non fatte. Della Grecia, del Portogallo, dell’Italia. I servi non necessariamente sanno di che parlano. Ma ormai tutti sanno, da tempo, che non è così. La Grecia che condiziona la Fortezza Europa, la principale area economica del mondo? O il Portogallo, o anche l’Italia. Mentre tutti vedono che più “riformata” di come è all’Europa non resta che il suicidio, ridursi a Taiwan, o a Soweto, le riserve del lavoro.
Renzi avrebbe dovuto agganciare la Merkel socialdemocratizzata. Non c’è riuscito, né con la Merkel né con il suo partito. Non era facile, anche per l’implosione del partito in Francia con l’inetta presidenza Hollande. Ora non resta che la recessione per tutti. Non c’è altro, per disfarsi dei Draghi e dei Weidmann, per svegliare i  socialisti, per disfarsi della non limpida opinione pubblica che si impone all’Italia: il bisogno potrebbe essere un buon consigliere.

Dal figlio cinese al cagnetto

Dopo due generazioni di figlio unico, ostaggio di sei persone, i genitori e quattro nonni, ma senza più zie, se dio vuole, e senza cugini, la famiglia sa essere ingombrante, ora non resta che il cagnetto. Si deve la scoperta a Maria Laura Rodotà: i nonni non sanno più che fare, nemmeno un nipote, e allora vorrebbero tenere  il cagnetto. Ma non è facile, da una parte ci sono le gelosie come per il nipotino, dall’altra ci sono le spese. È un impasse.
Si potrebbe trovare un’altra occupazione ai nonni, del tipo lavoratori socialmente utili, senza oneri per lo Stato. Ma, intanto, com’è che non c’è più niente da fare in famiglia? Si dovrebbe dire, si dice, che non si fanno figli per consentire alle madri – “alla donna” – di lavorare. Ma poche lavorano in Italia. Tre su cinque in Germania, una su tre in Italia. Sarà un caso di sterilità diffusa, maschile o femminile? Ma così, tutto d’un tratto, dopo secoli di prolificità? No, è la voglia che manca, si sopravvive.

Dall'"Espresso" ruggente al bozzettismo toscano

Si legge con la simpatia del personaggio, di Marina di Pietrasanta, e dell’età veneranda. Nella chiave del buon tempo antico. Ma con pochi riverberi. Soprattutto spiritosaggini, nella chiave del bozzettismo toscano, per illuminare il proprio io, peraltro senza storia – Cancogni è quello dell’“Espresso” degli anni buoni, ma lui non vuole.

Manlio Cancogni, Il racconto più lungo. Storia della mia vita, Interlinea, pp. 175 € 15

mercoledì 13 agosto 2014

Secondi pensieri - 184

zeulig

Corpo - La lubricità è ufficialmente interdetta, pur nell’esposizione permanente dei corpi. Siamo daccapo all’orfismo, per il quale il corpo è tomba e prigione dell’anima. Ma corpi senza corpo sono i preti, persone non disprezzabili e anche ammirevoli, che però non amano - quindi non odiano, ma questo non li scagiona.
Che corpo e anima non sono distinti, uniti solo per un po’ di tempo per caso, questa è verità che pure i preti iniziano ad accettare: funziona l’uno se funziona l’altra. Le donne liberate, invece, al corpo liberato duemila anni fa da Cristo rimettono l’armatura. Lo rinchiudono coi ragni in cantina, ogni rapporto è Sade, tutto è peccato nel corpo, anche lo sguardo. Non solo in Sicilia, c’è nel poeta Michaux: “E mentre la guarda, le fa un figlio in spirito”. Un peccato laico, con codici quindi e tribunali. O la verità che non si può dire è che nella liberazione della donna molte vergogne emergono della libertà, limiti e pieghe oscure. Per un residuo di vezzi fisici e mentali, ruoli, psicologie, ma anche per sofismi non tanto lievi. Quelli che portano alla disintegrazione anzitutto: che libertà è quella che fa scoppiare?

Dio – È bilancia. Secondo Clemente Alessandrino, Dio è bilancia. Misura cioè e numero. In questo senso lo intesero i primi scienziati, gli antichi greci e arabi, che l’idea di Dio collegarono alla misurazione degli eventi, e alle invarianti che sono sottese ai fenomeni. Il numero stesso è bilancia, cioè l’idea del calcolo, e della logica. I numeri furono calcolati dagli arabi sui patti della bilancia.

I nomi di Dio nella Bibbia, antica questione, fino ai 72 censiti dalla Cabala, fu anche querelle settecentesca, tra gesuiti e tradizionalisti. Che Maurizio Bettini risuscita - “Elogio del politeismo”. Ma da un punto di vista del tutto eversivo, sebbene a opera dei gesuiti. I quali in Cina, su indicazione del padre Matteo Ricci, avevano in uso per Dio le denominazioni locali: “Cielo”, “Sovrano all’Alto”, “Signore del Cielo”. “La querelle”, ricorda Maurizio Bettini che la risuscita in Elogio del politeismo”, p. 60, “terminò addirittura con un suicidio, quello del padre Trigault, incapace di difendere come avrebbe voluto la correttezza del termine Sovrano dall’Alto”.

Guerra – Quella di Eraclito, che si traduce madre è invece padre, polemos:  “Polemos è di tutte  le cose padre,di tutte le cose re, egli uni rivela dei e gli altri uomini, gli uni fa schiavi e gli altri liberi”.

Oscurità – Dice molto, non solo in pittura: È il campo di esercitazione del filosofo, che sempre lo sgombera per vederselo ricostruire un po’ più in là. Talvolta più spessa di prima: ogni problema che si sviscera ne apre altri, anche più ardui.
“Die Nacht hat eine Tiefe” è titolo o motto di Jeanne Hersch: la notte è profonda. Tanto che si può dirla una chiarezza: è l’evidenza immediata. Vissuta anche, sperimentata. Più propriamente nella riflessione (filosofia). È il nostro presente, e non è priva di indicazioni. Che sta al filosofo chiarire – Jaspers avrebe detto “schiarire”, erhellen, proprio dell’oscurità.

Paternità – Inizia (e finisce?) con le “Eumenidi”? Si giudica un matricidio. I giudici sono donne, le Erinni. L’assassinio di un consegui neo è unito con la morte.  In un sistema tribale, costruito cioè sui vincoli di sangue, dei quali la maternità è l’unico riconoscibile e quindi il più forte. Ma Oreste può argomentare che la madre non è consanguinea. Il suo avvocato A pollo può sostenere che il padre è l’unica parte attiva nella procreazione. E Atena, che presiede la giuria, essa stessa non tiene conto della maternità nata senza madre.
Eschilo segna anche – anche o solo ? - il passaggio dalla società tribale a una politica. Apollo lusinga la giuria con promesse di favori e poteri. Le Eumenidi vengono sedotte e placate dalla promessa di una degna sede e offerte cospicue in Atene.

Il figlio scopre il padre ai sessant’anni. Qualche volta ai cinquanta.
 
Il patriarcato va rivisto nel nomadismo. Fa fede il ruolo dell’uomo cacciatore (procacciatore, provveditore) e combattente, ma la tribù tiene unita e individua la  maternità. Il solo legame di sangue, cioè, riconoscibile. Questo è vero e accertabile nelle formazioni nomadiche ancora attive, i rom, in vario modo. Il ruolo avunculare nell’assestamento e la successione dell’eredità, che caratterizzava l’antico Egitto, eredità delle trasmigrazioni dall’Africa Nera prima della sedentarizzazione agro-fluviale, era reperibile fino ad anni recenti tra le tribù berbere del Maghreb.

Suicidio - Pavese, che fu suicida tutta la vita, sa che è un non-vivere. All’ultimo lo scrive anche: “Ora so qual è il mio più alto trionfo: manca la carne, manca il sangue, manca la vita”. Al modo del quindicenne suicida delle cronache giornalistiche di Colette, che si ritrova in ogni famiglia: ragazzi che si annegano per un rimprovero, che si avvelenano perché privati del dessert, che si buttano dal quinto piano dopo aver litigato con la ragazza. Disperato e vendicativo, notava la scrittrice perfida, l’aspirante suicida pensa a tutto, la sedia vuota a tavola, i ninnoli imbruttiti in camera, per far rispetto - “Ha tutto immaginato, salvo che non vive più”. Questo lo sosteneva anche Yourcenar giovane: “Il suicidio è un modo di turbare il prossimo: la vittima s’insedia nella memoria degli antagonisti, che non può conquistare altrimenti”. Ma la morte cancella le persone, il ricordo è altra cosa.


Che altro dire di questi tempi sconnessi? Meglio una fine disperata che una disperazione senza fine è dialogo al cinema e bacio Perugina. Anche il suicidio è segno dell’uomo come la speranza, siamo irrequieti per costituzione.

zeulig@antiit.eu


Lo scandalo non è più trasgressivo

Un successo di scandalo doppio, l’incesto del titolo venendo dopo un appassionato rapporto lesbico – “sono stata omosessuale tre mesi. Più esattamente, tre mesi ho creduto di esservi condannata”. Ma l’incesto la scrittrice se lo riservava per dopo, e grazie a questo esordio folgorante quindici anni fa, ha potuto reiterare ultimamente con l’ossessiva “Una settimana di vacanza”, fra la quindicenne inerte e un padre più che altro geometra di posture.
Un lavoro di testa. L’apertura qui è di “genere”: una riscrittura dell’apertura di Guibert, omosessuale morto di Aids, “All’amico che non mi ha salvato  la vita”. Con riprese nel testo: “Quando sono in Italia la Francia mi manca, quando sono in Francia, è l’Italia che mi manca”, “fare l’amore con una donna è un incesto”. Con “Calamity Jane” e tutto il repertorio lesbico.
Un virtuosismo eccezionale. Sia qui, dove qualcosa si muove, sia nella houellebcquiana, arida, “Una settimana di vacanza”. Di disperazione peraltro non convincente. Mentre è assente qualsiasi compiacimento, o senso di trasgressione. Scritture senza un’ombra di piacere – un personaggio vivo, sia pure molesto, un evento in qualche modo piacevole se non memorabile, un  aneddoto qualsiasi.
La parte nobile del Millennio, molto scritta come Angot fa, si potrebbe dire dell’inutilità della scrittura – per non dire dello scandalo. Per una sorta di astio, che l’autrice de “Gli altri” pratica qui sotterraneamente col pastiche, e a un certo punto formula anche, verso la cultura dell’eccesso, che si vuole specie protetta, e verso la comunicazione che le fa da specchio, e quindi la stessa scrittura. Avendo letto sui giornali, s’interrompe tra una leccatina e l’altra, come a dire “che mi tocca scrivere”, che “la copertura mediatica si merita”, cerca e cerca e non trova, “la penetrazione anale andrà bene per cominciare, ma il seguito?”. La ricetta? “Far vergognare i giornalisti, ripicche, come le freccette alla fiera, è l’etica, il sollievo anche”.
Christine Angot, L’incesto

Italia sovietica - 21

I moniti di BruxellesLe corrispondenze di BruxellesLe riforme di BruxellesI premi letterariLe giurie dei premi letterariLe giurie popolari dei premi letterariLe cronache politicheLe cronache economicheLe cronacheLa federazione gioco calcio

Le nuove madonne al palazzo di giustizia

In un certo senso è uno spettacolo, inconsueto: i vescovi della grande provincia di Reggio Calabria messi in scacco da un comando (locale) dei Carabinieri laico, per dire così. Su fatti di chiesa, i santi e le Madonne. Ma poi di mezzo ci si mettono i giudici, e sembra il Ventennio, bieco, vieto.Una persona nota per non essere un mafioso, in nessun modo, e anzi un politico rispettabile e rispettato, nonché editore irreprensibile di una emittente tv locale, Edoardo Lamberti Castronuovo, assessore provinciale alla legalità di Reggio Calabria, viene inquisito per mafia. Laico anche lui, ma mafioso, secondo i giudici di Reggio Calabria, per aver difeso la sua Madonna, di San Procopio, il paese di cui è sindaco, dall’accusa di essersi inchinata alla mafia.Un giornalista non presente alla processione, specchiato anche lui, di un giornale onorato, ne ha parlato dopo qualche giorno sulla base di un video dei Carabinieri. Lamberti Castronuovo ha reagito sfidando il giornalista a provare la cosa. Con una lettera aperta. Un bel duello al sole, anche questo, tra informazione e controinformazione. Anche la controinformazione fatta dai Carabinieri non è male. Ma ecco che interviene la Procura di Reggio Calabria e la cosa cambia aspetto.
Il Procuratore Alessandra Cerreti indaga Lamberti Castronuovo per calunnia, con l’aggravante dell’associazione mafiosa. Ma non per ridere: Cerreti rinvierà a giudizio Lamberti Castronuovo per mafia. Magari non sarà condannato, anzi non sarà condannato. Anche perché i comandi militari si avvicendano. Ma la giustizia è questa: queste Madonne sono mafiose. 

martedì 12 agosto 2014

Tavecchio al 41 bis

Il nome si presta a facili giochi di parole, ma non è l’età il problema che Tavecchio pone. È come quest’uomo, che non si sa chi sia, che non si sa cosa voglia e cosa intenda fare, rappresenta le squadre di calcio. Non tutte ma una grandissima maggioranza. Ci sarà un motivo per tanto favore, ma non lo possiamo sapere. È la notizia del giorno, giornali e tv ci aprono, ma non ci dicono chi e perché – a parte un pesante carico di condanne per malversazione.
Si dice: l’uomo non sa comunicare. È vero, ogni volta che parla dice uno sproposito, i “mangiabanane”, le “handicappate”, etc. Ma con i suoi elettori come comunica? E i suoi sponsor, Lotito e Galliani, che sono su tutti i media, perché non ce ne dicono qualcosa? Lotito, presidente di una squadra di Roma, che il giornale sportivo di Roma, il “Corriere dello sport”, gabella inaffidabile. Un uomo che si riteneva imprenditore minore, di scarsa disponibilità, cui il magnate del cinema De Laurentiiis fa vedere la scheda col nome del patrocinato Tavecchio. Come in una sezione elettorale di Palermo: voto di scambio? concorso esterno? Lotito capo dei capi?
Si fa grande caso della società civile, migliore della politica, eccetera. Ma questa è da 41 bis.

Il ritorno del neo realismo, tra angeli morti

Il racconto comincia ai 27 e finisce ai 93 anni del protagonista, dopo una scorribanda sui primi 27. Narra l’Algeria degli anni 1920-1930, tra favelhas - borghi putridi - e carceri. Ma non felicemente. Il creatore di un’Algeria splendente di ombre, e di storie politiche eccezionali, dall’Iraq alla Palestina, passa dal fattuale al paradigmatico. Per non dire al predicatorio – questa sua storia dell’Algeria è concepita, forse, e svolta come “La storia” di Elsa Morante. Si comincia con un bambino filosofo, come un proletario che non può disfarsi del giogo, come un “dannato della terra” a opera del destino. E si prosegue con la stessa incongruenza. Un’esperienza su cui Gor’kij aveva elaborato un secolo fa, di più, un modulo narrativo persuasivo, filante, di cui  bizzarramente gli epigoni non tengono conto – Infanzia”, Tra le gente”, “Le mie unversità”..
Lo scrittore franco-algerino avrebbe suscitato in Francia con questo romanzo grande emozione, come di narrazione popolare, storica, generazionale. È possibile, per gli algerini di Francia e i residui pieds noirs, francesi d’Algeria. Anche come ultimo, o penultimo, scrittore franco-algerino, la francofonia è in disgrazia nel mondo arabo, dalla Siria al Libano e al Maghreb. Ma arriva tardi, curiosamente, al mondo unidimensionale del neo realismo: una disgrazia che tira l’altra, di più tirano quelle dei giovani, e il popolo non si diverte mai - non sghignazza, come si sa, non ride, non sorride, non vince mai una disgrazia, e non arma trabocchetti. Dal punto di vista, nel neo realismo, della periferia urbana, che proietta il suo squallore su tutto il vivente, più spesso accomunato a malinteso impegno sociale, e oggi forse della depressione europea.
Khadra, a mezzo tra le due culture, mette in scena l’Algeria del 1920-1930 in questo quadro. Con un pizzico di pícaro, più che di storico o generazionale. Ma quanto distante da Mahfouz, che anche lui faceva rivivere lo stesso mondo, periferico, arabo, degli stessi anni, ma appunto lo faceva rivivere. Qui non solo la storia è nota, ma non un personaggio si ricorda, un’azione. Orano, la città dello sfondo che oggi si direbbe multiculturale, è di maniera – un po’ alla maniera della  memoria ebraica a Smirne, o Tripoli di Libia, o la stessa Orano, che si vuole grata all’impero ottomano. La prima persona poi falsa tutto - mette tutto in quadro: troppo filosofo, storico, filologo e moralista, un ragazzo di novanta e passa anni, che ricorda i suoi primi ventisette, cresciuto e vissuto in ogni sorta di miserie.
Yasmina Khadra, Gli angeli muoiono delle nostre ferite, Sellerio, pp. 433 € 16

lunedì 11 agosto 2014

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (215)

Giuseppe Leuzzi

“Segni concreti di interessi di ambienti ‘ndranghetisti sui lavori”  dell’Expo denuncia il Comitato antimafia di Milano, presieduto da Nando Dalla Chiesa: “Personaggi calabresi i cui cognomi o le cui località di origine o residenza ricorrono poi fluentemente sulla fittissima rete di relazioni su cui si costituiscono i legami di «lealtà» che alimentano le ‘ndrine”. Il senso, malgrado tutto, è chiaro. Ma: antimafia? leghismo? affarismo?

Dalla Chiesa ci ritorna sul “Fatto Quotidiano”. A chi gli obiettava che in fondo anche i calabresi sono in  maggioranza onesti risponde: “Che noia, che odore di muffa…  Quella del “popolo laborioso e onesto” è la formula fissa con cui da più di un secolo si pretendo sotto ogni latitudine di esorcizzare la mafia dai luoghi in cui comanda o arriva”.
Dalla Chiesa ha una sorella, Simona, che da una trentina di anni fa poltica in Calabria. Ma questo non vuol dire. Lo stesso Dalla Chiesa insegna la mafia alla Statale di Milano. Ma non a esorcizzarla?

Un gruppo americano che volva impiantare una fabbrica in Italia con 400 lavoratori ha deciso di andarsene altrove, impaurito dai giudici italiani. Gian Antonio Stella e il “Corriere della sera” si dispiacciono molto in prima pagina che “la sberla al nostro pachidermico sistema di regole burocratiche, amministrative e giudiziarie non colpisce Vibo Valentia, Caserta o Trapani o qualche realtà del Sud profondo, sgangherato e disperato”. Ma perché affliggersi, si rifaranno presto.

Cupole e vendette
Si condanna un commercialista Zumbo come consulente e prestanome dei Ficara, Pelle e Molé, famiglie mafiose. Che era stato confidente e consulente dei servizi segreti e dei Carabinieri - nonché custode giudiziario, di fiducia di molti giudici, di beni squestrati alle mafie. Confidente a danno delle famiglia rivale dei Bellocco.
Il 3 luglio 2006 fu catturato a Castellace di Oppido Mamertina Teodoro Crea, U’ toru, latitante da tempo. Mentre era ospite di una famiglia di Castellace di cui era genero Antonino Princi. Che il 26 aprile del 2008 fu vittima di un’autobomba. Di cui non si trovarono i colpevoli, e forse non si cercarono. Ma inaugurando l’anno giudiziario 2011, il giudice Pignatone, allora Procuratore Capo di Reggio Calabria disse Princi collaboratore dei Carabinieri e artefice dell’arresto di Crea – “facendolo arrestare”, disse, “attraverso una ben congegnata attività collaborativa con le Forze dell’Ordine, condotta senza esporsi direttamente”. E la Cupola? I Mandamenti? I Principali? È la “letteratura” che favorisce le mafie.

L’odio-di-sé, tra lo Stretto e le Madonne
Si fa il bagno al Lido di Reggio Calabria, in un mare trasparente e in uno scenario omerico, con l’Etna sullo sfondo. Legambiente Reggio Calabria trova però, ha trovato qualche mese fa, colibatteri in quantità superiore alla norma, ha brigato per andare in Rai, alla Rai ha trovato “Ballarò”, che ci ha fatto  l’apertura, e il mare di Reggio resta seppellito dalla cacca. Mentre al Forte dei Marmi colibatteri in quantità spropositate questo luglio, venti e trenta volte superiori alla norma, sono stati dichiarati inesistenti, dal Comune, dalla Asl e dall’Arpa Toscana. E Legambiente Toscana dovutamente onora la spiaggia più cara d’Italia della bandiera blu. Sono due diverse percezioni della realtà, ma con un metro purtroppo unico, e comunicanti: uno sceglie di andare al mare qui invece che lì . Non si può dire eroismo quello di Legambiente Reggio, solo attività a perdere. Tanto può l’odio-di-sé – l’onestà non è sciocca.
Si fa molta polemica sui giornali in Calabria contro Nando Dalla Chiesa che la Calabria tutta vuole mafiosa. Ma è quello che dice il giudice Gratteri, calabrese eminente, Procuratore antimafia a Reggio, che avrebbe voluto fare il ministro della giustizia di Renzi: “La ‘ndrangheta in Calabria non è un corpo estraneo, visto che si nutre del consenso popolare” (ieri al premio Caccuri, con Sgarbi e Mieli). Questo certamente non è vero, ma perché una persona stimata lo dice?
Lo stesso le Madonne: si litiga sulle processioni proibite e sugli inchini ai boss, senza vedere il danno che la cosa ha creato. Alcuni dicono che il video della Madonna di Tresilico inchinata al boss è una vendetta del vecchio sindaco di Oppido Mamertina, Barillaro, contro il nuovo che due mesi fa l’ha sconfitto. Entrambi sono medici, di un certo credito, ma si scambiano queste accuse. Altri dicono che il maresciallo Marino ha voluto magnificarsi su facebook, dopo sette o otto anni in processione  Ed è pure vero che la processione è la stessa dagli anni quando il capomafia Mazzagatti non s’era ancora costruito la casa al punto della svolta. Nessuno crede all’inchino, ma nella stessa Calabria è un delirio di sfottò. Soprattutto sul web. È in parte spensieratezza. Anche ignoranza - che le immagini, seppure false, fanno la realtà, e che l’inchino della Madonna al mafioso resterà negli annali, del ridicolo e del disprezzo. Ma su un fondo di rifiuto, di sé e del mondo circostante. Uno ha anche trovato un vecchio video della processione al suo paese, Rizziconi, non della Madonna ma sempre di un santo rispettato, san Teodoro, e dice che fa l’inchino. Se non gli crediamo si offende? Sì.

Nel segno del Toro
L’egemonia della cultura greca nel Mediterraneo fu policentrica. Insomma, vi si incontrava di tutto. Si gira così nella Piana magno greca di Gioia Tauro attorniati da toponomastica taurina – tanto più rimarchevole in questi anni di Red Bull, la birra che sta facendo rossa la Ferrari. Di cui non si conosce il fondamento, qui non si studia, ammesso che ne abbia uno. Sono, forse, i taurobolii, sacrifici rituali del toro, che, come l’ariete e prima dell’agnello, purificava la persona o la collettività, una sorta di battesimo, e infondeva vigore – a differenza dell’agnello, il toro si legava anche alla riproduzione. Il sangue sparso dal toro aveva “un potere redentore simile a quello del sangue sparso dall’Agnello divino” (Treccani) - la purificazione della colpa, dunque, e l’assimilazione alla divinità. Un fatto non eccezionale, i miti hanno queste funzioni. Ma questi – i nomi se non i riti - piace pensarli legati, via Creta, ai miti fenici, ittiti e, in senso proprio, della Tauria.
Era un toro, El, la prima divinità fenicia. È un toro che il popolo ebraico, in assenza di Mosè, costringe il sacerdote Aronne a costruire, per poterlo adorare. Si trasformò in toro Zeus per sedurre Europa senza spaventarla.

Erano violenti i vecchi Tauri. Cioè no, erano inflessibili, al punto di uccidere. Era Tauride, o Taurica, o Tauris un tempo la Crimea, che gli Scizotauri abitavano, irriducibili, se non a patti precisi. Forse erano gli antichi Cimmerii, che nel VII secolo a.C. gli Sciti espulsero spingendoli verso Nord. Erodoto, libro IV, dice che vivevano “esclusivamente di guerre e saccheggi”. E dunque, ammesso che si siano trapiantati nella Piana di Gioia Tauro, si mantengono in esercizio.
Ma avevano già una Artemide, una dea mezza Cibele, quindi crudele, mezza vergine. Alla quale sacrificavano – anche i greci naufragati o catturati in battaglia: da qui le storie di Ifigenia e Oreste, come nella “Ifigenia in Tauride” di Euripide. Questo spiegherebbe la dominanza femminile, in un plaga ritenuta fortemente maschilista.
I greci policentrici si assunsero anche i Tauri. Ci furono città Tauropolium o Taurobolos. Ma più importante fu  Artemide Taurobolia. Ci furono poi Minerve Taurobolie – Suida ne ha visto qualcuna – e Diane Taurobolie.

leuzzi@antiit.eu


La scoperta di Artemidoro

La prima parte è una noiosa (inconsistente, inutile) ricostruzione ipotetica di cosa Artemidoro ha fatto e scritto, basata su Strabone, Marciano di Eraclea e altri divulgatori, che Canfora peraltro disprezza. Ma un ragione c’è. Strabone menziona Artemidoro per la Spagna e per la Trogloditica (l’Africa). E quindi: sembra non casuale che, nel papiro dello pseudo-Artemidoro, “sul recto ci sia la Spagna e sul verso proprio gli animali della Trogloditica”.
È una della tante contestazioni dell’Artemidoro “scoperto” qualche anno fa e avallato da Settis. La seconda parte, dedicata al falsario Simonidis, è una racconto affascinante. Il secolo XIX fu l’epoca dei falsi manoscritti, si guadagnavano tesori, “cosi come il XX lo fu per le opere d’arte”. Il filologo qui si diverte, invece di ipotizzare sul vago, e anche il lettore. Anche se si continua a non sapere come e perché il falsario Simonidis abbia fatto arrivare il falso Artemidoro dall’aldilà a mezza filologia italiana.   
Luciano Canfora, Il viaggio di Artemidoro, Rizzoli remainders, pp. 350 € 9,25

domenica 10 agosto 2014

Ombre - 232

Nando Dalla Chiesa, sociologo a Milano della criminalità organizzata e presidente del Comitato comunale antimafia, dice che l’unica minaccia all’Expo viene dalla mafia calabrese. E viene creduto.

“Sono i terroristi più potenti della storia, quelli che danno la caccia a Yazidi e cristiani”, spiega sul “Corriere della sera” lo specialista del momento alla Casa Bianca, o Pentagono che sia. Sì, ma chi li ha armati, e finanziati?

“Abbiamo falsato i risultati elettorali, gonfiato la minaccia mafiosa, fomentato liti e divisioni , e ignorato  cambiamenti epocali del nostro Paese”. Di che si parla? Con variazioni minime, del serial tv americano “The Newsroom”.

Inps, Istat e sindacati si accordano: sono almeno 900 mila le badanti in Italia. Una ogni dieci. Sono una “professione” soprattutto italiana.

Due anni fa Woodcock lo mise dentro, e poi dovette scarcerarlo - l’ex giudice Alfonso Papa, napoletano anche lui. Il 22 luglio l’ha rimesso dentro e l’8 agosto l’ha dovuto riscarcerare. Woodcock si diverte – è quello che mise dentro Vittorio Emanuele di Savoia - ma noi perché dobbiamo pagargli lo stipendio?

“Woodcock mi scarcera se parlo di Berlusconi”, disse Papa una volta. Sbagliando, perché Woodcock è di destra – sarà di Fini?  

Si dice che la giustizia funziona, anche a Napoli, perché Tortora è stato riabilitato. Non è vero, Tortora fu salvato, letteralmente, dal partito Radicale. Contro i giudici, di Napoli e di fuori Napoli.  

Si commissariano molti Comuni, magari per mafia, per fari ritornare in bonis: i bilanci vengono comunque coperti.

Alcuni poliziotti del pronto soccorso immigrati nell’operazione di salvataggi Mare Nostrum, potrebbero aver preso la tubercolosi. Una breve. Sdegnata. Contro i poliziotti, che ancora non sono morti d tbc.

Gli assassini di Adriano Manesco, professore di Estetica in pensione, 77 anni, sono “due ragazzi di poco più di trent’anni”. Un assassinio allunga la vita?

I due assassini del professor Manesco, trovati sporchi di sangue e con le armi del delitto, rei confessi, sono “i due presunti assassini”. Che atro dovevano fare?

La cosa più importante nella  vita del professor Tavecchio è che frequentò la scuola dei salesiani insieme con Berlusconi. E che era l’unico a disertare le riunioni annuali degli ex allievi. Cos’è, il culto della personalità?

“Continua l’avanzata di Bolloré, il finanziere vicino a Berlusconi” è l’allarme che “la Repubblica” lancia mercoledì con Sara Bennewitz.  A proposito dell’offerta di Bolloré di entrare con Vivendi in Telecom Italia. Che si penserebbe iniziativa benvenuta, e invece…
Invece no perché, con lui dentro, Telecom Italia potrebbe fare la concorrenza a Sky, cioè a Murdoch. L’allarme non è mai troppo. Ma il perché del nostro allarme non viene spiegato, nel pur lungo articolo: e dunque moriremo murdocchiani?

Bolloré, primo azionista di Vivendi e secondo di Mediobanca (dopo la partecipazione incrociata con Generali), non è in realtà l’uomo di Berlusconi – lui si pensa superiore a Berlusconi. Tutto, pur di difendere lo Squalo, come Murdoch viene chiamato dai conoscenti?

In chiave di moralizzazione, la Camera apre le porte ai garanti del mercato, ai tanti funzionari, dirigenti e commissari delle Autorità di controllo. Al passaggio alle dipendenze dei vigilati. Non subito, dopo due anni. In quei due anni potranno farsi mantenere dai vigilati in nero?

Uno scafista è senegalese. E ha vent’anni. I nuovi negrieri non sono dunque ninja: almeno una banda è senegalese, e opera in Libia.  La stessa che riempie le piazze di molti quartieri a Roma di mendicanti senegalesi, giovani?

Dio non muore mai

Come per Simone Weil, “La rivelazione greca”, si può dire questa corposa raccolta di saggi, che si ripubblica dopo un quarto di secolo, tonificante per la sua inattualità. I brani antologici intitolati “Il romanzo dell’antichità”, una buona metà della raccolta, sono il filo conduttore dell’opera di Kerényi, letterato più che pensatore, specialista dell’ellenismo, nel cui ambito si sviluppò la forma romanzo che lui analizza. Un saggio, “Ippocrate, il medico divino”, ne presenta i luoghi di culto e ne segna l’evoluzione, derivandone il mito e le funzioni da Apollo e Dioniso.
Il saggio del titolo, “Rapporto col divino”, è quello che lo rende inattuale. Il contatto dell’uomo col divino Kerényi trova costante nella storia, e profetizza immortale, a dispetto di qualsiasi secolarizzazione.  
Karl Kerényi, Rapporto con il divino e altri saggi, ill., originale con trad., Bompiani, pp. 712 € 35