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sabato 20 ottobre 2018

Letture - 362

letterautore


Ateismo – “Ad essere ateo non si richiede scienza”, Casanova, “Lana caprina”, 37 – “e però non è difficile che uno spensierato si appigli a divenirlo”.

Dante – Era tedesco anche per Stewart Houston Chamberlain, l’inglesotto che si fece famoso in Germania quale teorico del razzismo – contro gli ebrei ma poi contro tutti. Dante Chamberlain voleva tedesco per salvarlo dalla condanna degli Italiani, che faceva radicale. I Comuni e il Rinascimento erano opera dei Germani, e dunque Dante era germanico, non poteva essere altrimenti. L’Italia era stata salvata dalle tribù tedesche. Quando queste decaddero, le loro virtù annacquando nella palude italiana, l’Italia precipitò nella barbarie: violenta, ignorante, povera, e anzi sudicia, miserabile. Tra menzogna e miseria. Gli italiani senza l’apporto germanico erano solo una mescolanza, di geni inferiori. I popoli ctoni della penisola, gi schiavi africani e asiatici a carico dei quali avevano vissuto per secoli, durante l’impero – che nel suo zoccolo duro era germanico – e delle colonie militari assoldate nella aree più riposte d’Europa, Asia e Africa.

Emigrazione – Quella intellettuale va sempre a Est. Degli americani, del Nord e del Sud, verso l’Europa, Parigi, Londra, la Spagna, anche l’Italia. E degli europei, non molti, Hesse, Terzani e pochi altri, e americani – Ginsberg, Kerouac - verso l’Oriente che si crede mistico. Con un solo movimento inverso. Degli ebrei orientali, europeo-orientali, verso l’Ovest, specie verso gli Usa, molti di immigrazione recente, di prima o seconda generazione: Singer, Below, Malamud, Woody Allen, Paul Aster.
Dell’emigrazione non volontaria, però, prevale il movimento inverso. Un nutrito gruppo di scrittori africani e mediorientali ha scelto l’Italia – dopo il francese e l’inglese.  Dopo una scelta di vita, per fuggire condizioni difficili. Più cospicua e più radicata è la comunità letteraria americana di immigrazione forzata, per bisogno o con la violenza. Gli afroamericani, a partire da fine Ottocento, da  Booker T. Washington, W.E.DiBois, Marcus Garvey, e i tanti fino a Baldwin e Toni Morrison. Asiatici – Jumpha Lahiri è la sola che ha invertito il movimento, stabilendosi dagli Usa a Roma. Qualche italiano, Di Donato, Fante, De Lillo, Talese. 

Esilio – È la condizione di molti scrittori americani, ancorché volontario. Senza cioè essere una condanna. Né un limite, anzi è una forma, o un mezzo, di maturazione, una sorta di “via dell’Europa” come un ritorno alle origini. Un esilio volontario, e come un ritorno a casa. Si illustra con Henry James. E poi, nel primo Novecento, specie tra le due guerre, con una fiumana: T.S.Eliot, Pound, Hemingway, Fitzgerald, la lista è interminabile.

Giappone – Ha avuto anch’esso un momento di gloria nell’opera, a fine Ottocento, come tematiche e fondali, parte dell’esotismo asiatico che tanta opera lirica ha innescato. Non nella misura mediorientale, largamente prevalente

ma consistente: “La Princesse Jaune”, Saint-Saëns, 1872, “The Mikado of the Town of Titipu”, Gilbert & Sullivan, 1885, “Madame Chrysanthème”, André Messager, 1893, “The Geisha”, Sidney Jones, 1896. Fino a “Iris” di Mascagni, 1898, al Costanzi di Roma, e a “Madame Butterfly, di David Belasco, era stata rappresentata a Londra nel 1900, a cui Puccini aveva assistito, ma era opera di teatro.


Materialismo – “E siamo sfortunatamente in un secolo che il soverchio si presta a ogni occasione pronto a piegare al materialismo, e tal questione ne pute talmente che à moins de n’être ferré en glace: «Molto facile è il dare in ciampanelle”. A meno di non essere “fatto di ghiaccio”.
Casanova, (“Lana caprina”, 19), intendeva il secolo XVIII.

Meyerbeer - Si italianizzò il nome, da Jakob in Giacomo, nei dieci anni che trascorse in Italia, su consiglio di Salieri, per impratichirsi nell’opera, tra il 1815 e il 1826. Furono anni di grandi successi, anche se con opere poi dimenticate, lontane dal Grand opéra per cui è rimasto famoso, maturato poi a Parigi – “Les Huguenots”,  ripresa quest'’anno all’Opéra, “Robert le diable”, “L’Africaine”.
Ammiratore sempre di Rossini, che però qualche volta surclassò in fatto di successo, con le opere italiane. All’arrivo in Italia, a Venezia, assistette a una ripresa di “Tancredi” e si professò rossiniano. Scrisse in Italia, su libretto italiano, sei opere. “Romilda e Costanza”, 1817, semiseria, per il Teatro Nuovo di Padova, opera scritta di furia, in un solo mese, agevolata al debutto dalla voce del migliore contralto dell’epoca, Rosmunda Pisaroni – con riprese in mezza Europa.  “Semiramide riconosciuta”, dramma per musica, su un vecchio libretto di Metastasio (il trentatreesimo, ultimo, riutilizzo) – un successo che ispirerà probabilmente Rossini, con la su “Semiramide” quattro anni dopo sulla base della tragedia di Voltaire. “Emma di Resburgo”, 1819, “melodramma eroico”, il più grosso successo dell’epoca poi all’improvviso dimenticato, con 74 repliche al teatro San Benedetto di Venezia, e riprese in mezza Europa – l’ultima rappresentazione, prima dell’oblio, in contemporanea col successo del grand opéra di Meyerbeer alla francese a Parigi, dove si era spostato, sarà a Barcellona nel 1829. “Margherita d’Anjou”, semiseria, su libretto di Felice Romani, per la Scala: il successo europeo fu meno istantaneo della “Semiramide”, ma più duraturo, fino a tutto gli anni 1830. “L’esule di Granata”, opera seria, anch’essa su libretto di Romani  per la Scala, con un cast eccezionale, ancora Rosmunda Pisaroni e i migliori cantanti del momento, Adelaide Tosi, Carolina Bassi, Luigi Lablache – ma senza successo: Meyerbeer ne riutilizzerà le arie in altre composizioni, “Il crociato in Egitto”, melodramma eroico, 1824, ripetutamente rappresentato, il maggior successo in Italia, scritto per l’ultimo grane castrato, Giovan Battista Velluti.

Ovidio - Nicola Gardini lo dice “un alter ego di Dante”, a margine della mostra romana sul poeta. Per l’esilio, per la morte in esilio? Dante è troppe cose.

Pilato – È personaggio estravagante nei Vangeli, oggetto di molta ermeneutica. Specie nell’ebraismo. Ma anche nel laicismo, di Sciascia compreso, pur autore preciso, sulla scia di A. France. E innesco dell’incredulità, secondo dice Berni: “Odio Pilato, e nell’odiarlo eccedo:\ sono trent’anni che non vado a Messa,\ per non udirlo a nominar nel Credo”.

Russi – Li teme anche Ian McEwan. Nella celebrazione vicendevole con Baricco domenica sul “Robinson” di “la Repubblica”, i suoi russi hanno provocato la Brexit, nientedimeno, questa “muraglia contro il mondo”. E non è finita: “Probabilmente la prossima guerra sarà con la Russia., che ha come unico obiettivo la distruzione dell’Unione Europea”. Vincente: “Saremo in grado di resistere? A me pare che i potenti russi siano bravissimi a giocare al Game”. Non è la sola agudeza  della conversazione, ma anche McEwan, come G.Greene, si glorierà un giorno di essere una spia? 

Self-fashioning – Fa la politica, il carisma cerando o catturando attraverso la rappreenteazione di se stessi? L’automodellazione, il neologismo coniato da Stephen Greenblatt nel 1980, “Renaissance Self-Fashioning”, a sua volta una rimodellazione del cinquecentesco “Cortegiano”, il manuale di Baldassarre Castiglione, verrebbe utile per analizzare molta politica – quindi molta storia. Nell’epoca dei selfie, ma anche prima. Hans Rudolph Vaget, il germanista ceco che ha professato nelle università americane, specialista di Goethe, Wagner e Thomas Mann, trova la categoria decisiva per molte carriere politiche – ne fa elaborata spiegazione nel saggio “How Hitler became «Hitler»”, ma la notazione è di agevole riscontro nella cronaca. 

Tedeschi – Già Jean Paul, prima di Jünger, voleva mandarli a scuola di disinvoltura. Voleva che facessero pratica nei club inglesi, o nei bureaux d’esprits parigini, per apprendervi la conversazione, e l’arte di porgere. “Ogni tedesco trascorre anni infuriato per essere costretto ad aggiornarsi sulle regole della vita mondana”., scrive in una digressione nel saggetto “La fortuna di essere sordo dall’orecchio sinistro” (tradotto nella piccola raccolta “L’arte di prendere sonno”). Jean Paul voleva che i tedeschi imparassero “a parlare in modo vivo una lingua viva”.

letterautore@antiit.eu

L’Africa è materna, e telefona molto

Una minimostra, ma che lascia il segno. Per l’ideazione: dare dell’Africa, che continua a restare terra incognita, i connotati essenziali, esperssi in cifre. Con utili ausili interattivi.
Niente di nuovo, per chi ancora sa dove e che cosa è l’Africa. Ma gli indici utilizzati dagli organizzatori, il gruppo Eni, sono sorprendenti – sorprendentemente significativi. 
È in Africa, in rapporto alla popolazione, il maggior di donne lavoratrici – più che negli Stati Uniti. Lo sono sempre stato, si può aggiungere, l’Africa è un continente matriarcale, l’Africa a sud del Sahara, e per tale viene anche celebrata, dagli storici e gli scrittori africani. Nel 2100 la maggior parte dei giovani sotto i venti anni saranno africani. Nel 2020 il numero degli abitanti delle città africane sarà superiore a quelo degli abitanti dele città europee – l’Africa si urbanizza. Il numero degli africani con accesso regolare a internet è più che triplicato fra 2010 e 2017, dal 7 al 22 per cento, il tasso di crescita più rapido al mondo.
Ma, per ora, ottanta milioni di bambini non vanno a scuola. Sessanta africani su cento non hanno acqua potabile. Le donne lavorano fino a cinque ora al giorno per recuperare la legna da ardere, per la cucina e contro il freddo.
Le indipendenze, insomma, necessarie, sono state mezzo secolo sprecato, e forse controproduttivo – questo la mostra non lo dice. Ma molto si sta facendo negli ultimi anni – quelle del gruppo petrolifero sono sintomatiche - per cerare scuole e altre infrastrutture, manageriali e sociali. Eppur si muove.
Il Mxi ospita in contemporanea un’altra, grande, mostra sull’Africa. Una panoramic dell’urbanizzazione, in occasione della Seconda Conferenza Italia-Africa. Di maniera. “Datafrica” dice invece molto, e dà voglia di saperne di più.
Datafrica, Maxxi Museo nazionale dell arti del XXI secolo, Roma

venerdì 19 ottobre 2018

Problemi di base civici - 452

spock


Tutti presidenti in Italia eccetto quello vero, il presidente del consiglio?

Si chiama premier il presidente del consiglio perché viene in prima serata?

“Credo che ormai la funzione della scuola sia di formare gli insegnanti”, Massimo Bucchi.

Mettere la mano su un sedere è più grave che borseggiare un anziano e mandarlo all’ospedale?

Meglio non pagare le tasse che pagarsi i contributi per la pensione?

Di Maio non potrebbe cambiare camicia, anche Salvini?

E dire una cosa diversa?


spock@antiit.eu

I trattati ineguali della Cina

La Cina jugula l’Asia, e l’Africa? È tema ricorrente del “Financial Times” londinese, ora di proprietà nipponica, e della stessa “Nikkei Asian Review” del gruppo proprietario. Ma trova riscontro in alcuni governi, specie in Asia in Giappone, in Malesia, in India.
Si applica alla Via della Seta, il progetto euroasiatico lanciato dal presidente a vita cinese Xi, la qualifica di “trattati ineguali”, che nella storia diplomatica sono quelli imposti alla Cina dalle potenze coloniali, Gran Bretagna in testa, ma anche l’Italia nel suo piccolo, nel secondo Ottocento, primo Novecento. Ma anche, si potrebbe in chiave leninista, la Cina è pur sempre un Paese comunista, dire la Via della Seta un caso esemplare di imperialismo: un surplus di capitali che cerca impiego.
La Malesia ha cancellato contratti per 20 miliardi di dollari, già firmati con la Cina, per grandi infrastrutture. L’India ha varato un piano di investimenti in Africa contro l’iniziativa cinese, che sente come un accerchiamento - l’Oceano Indiano è stato a lungo una sorta di mare interno col continente africano, con la East Africa: un piano da 50 miliardi di dollari, di cui 40 sarebbero già stati spesi, contro i 100 cinesi, cui se ne aggiungeranno altri 60.
La contestazione è soprattutto forte nella stessa Cina. Tiene il posto dela contesa politica, che il regime non ammette. Non potendosi contestare il progetto di Xi, si è creato un “caso Hu”, del professor Hu Angang, direttore di un Istituto di studi sulla Cina contemporanea, che ad agosto ha pubblicato una serie di indici da cui risulta che la Cina ha superato per molti aspetti gli Stati Uniti. Hu è accusato di “arroganza” e di “provocazione”, tale da attirare “la calamità sul popolo”. Ufficialmente la Cina si vuole in navigazione sott’acqua.
La critica in realtà mirerebbe al presidente Xi Jinping. A opera di un gruppo della vecchi guardia comunista, i predecessori di Xi: Jiang Zemin, Hu Jintao e Zhu Rongji. Ma la valutazione è sempre giapponese, della Nikkei.

La caduta dell’America – cronache dell’altro mondo 12

La caduta dell’America – titolo di Allen Ginsberg, un poeta – è tema ricorrente negli ultimi settant’anni, da quando l’America stessa è diventata la potenza mondiale. Dapprima in contesa con l’Unione Sovietica, poi da sola. Prima di Trump, era motivo della presidenza Reagan, e prima ancora di Carter, di Nixon.
Come dire: l’America non ha cominciato a dominare il mondo che è già una potenza finita, se non sconfitta. Mentre tutti gli indici - come oggi usa dire in slang americano - del potere sono forti e anzi si rafforzano. La produzione, mai stata così piena e così in sviluppo, quella tradizionale e quella nuova e nuovissima, dell’Ict e dell’intelligenza artificiale. La ricerca, scientifica e applicata. Lo strapotere della finanza, in ogni angolo del mondo. La supremazia bellica, naturalmente, in fatto di arsenali e di tecnologie.
Di caduta, fine, fallimento, scoppio inducono a parlare forse i sensi di colpa puritani. Forse è un furbo (diplomatico) essere-non essere: come un distanziarsi, per meglio prendere le misure del mondo. L’impero americano appare retto come nelle guerre stellari. Da una centrale remota: l’America è con noi, imperversa, nelle grandi e le piccole questioni, ogni giorno, e ci determina, ma come da lontano. L’opinione pubblica made in America è aloof, fa mondo a sé. I media americani si parlano tra di loro, incontinenti, e quando trattano di qualcosa non americano è come di un mondo strano che ha poche ragioni di esistere – la Russia è la “Russia”, la Germania la “Germania”, che fa buone macchine, sì, ma, e le organizzazioni internazionali che pretendono di dire qualcosa di non americano? Anche la Cina, che pure è grande e potente, non conta. O la Corea del Nord – Corea del Nord? con quel bimbo al governo, capriccioso?


A caccia di un’epopea Usa

A ottant’anni Ferlinghetti intraprende la sua “Divina Commedia”, sull’esempio di T.S.Eliot, Pound, W.C.Williams, nota Massimo Bacigalupo che ha curato l’edizione. Sull’esempio de “La terra desolata” “(che si accontenta di soli 433 versi)”, i “Cantos”, “Paterson” – e di Allen Ginsberg, “La caduta dell’America”. A ottantacinque pubblica “Americus: Book 1”, di dodici canti, sottintendendo una continuazione – il seguito ancora non è venuto (Ferlinghetti è poco meno che centenario).
Questa edizione-saggio ne riporta i primi quattro. Un sorta di preistoria. Il canto I è la rinascita dell’uomo europeo in un ventre sconosciuto, come Giona nella balena, il nuovo continente. Apprestandosi a diventare Lincoln, Achab, Thoreau, John Brown, Tom Paine, Lindbergh, Gene Tunney e Babe Ruth e Jackie Robinson. Thomas Wolfe, o Ti-Jean Kerouac alla Columbia,\ che sogna il Messico Sotto il vulcano, o anche Tom Sawyer. Il II è una riflessione sul tempo, al modo dei “Quartetti” di Eliot. Il III mette in scena Omero ermeneuta, che tra serio e faceto racconta la poesia americana, da Whitman a Pound.  E un repertorio organizza di un paio di centinaia di definizioni di poesia, di modi di poetare e di citazioni sparse. Col IV si entra nella storia, la conquista di Colombo – in linea con la celebrazione del cinquecentenario della scoperta, critica, in anticipo sulla damnatio memoriae odierna.
Il Nuovo Continente, ex Nuovo, è in cerca di un’epopea. Il genere epico è il suo genere, in poesia e nella narrativa. Il segno di un’assenza? Di una presenza ingombrante? Di Ferlinghetti i toni sono smorzati, quasi crepuscolari. Alla Pasolini. O come già in Eliot, e in Williams – e nello stesso Pound, a ripensarci. Didascalica, saggia, sentenziosa – chi era Walt Whitman, cos’era Woodstock… Nel IV, nota Bacigalupo, è in sintonia singolare con Dario Fo, il “Joann padan”, come il padre lombardo di Ferlinghetti, morto prima che il poeta venisse alla luce. Ma manda a dire più che divertire, il poeta resta beat nell’animo, fuori dagli schemi.
Il settore “America” nella libreria che Ferlinghetti ha diretto a San Francisco, spiega Bacigalupo, inalberava questo rinvio: “Vedi sotto Continenti Rubati”. Una maniera molto americana di essere americano, non da disadattati.  
Lawrence Ferlinghetti, Americus, interlinea, pp. 100 € 6

giovedì 18 ottobre 2018

Il mondo com'è (356)

astolfo


Arabia Saudita – Un secolo di relazioni strette e ininterrotte con gli Stati Uniti vanno alla fine con l’assassinio del giornalista Kashoggi nel consolato saudita di Istanbul? Il segretario d Stato americano Pompeo e il principe ereditario saudita, Mohammed ben Salman, lo negano. E sono anche convincenti: nessuno dei due partner ha il minimo interesse a dissolverle. Gli Stati Uniti sono anche impegnati a sostegno dell’Arabia Saudita nello Yemen, dai tempi di Obama, contro l’Iran, in una guerra che non può essere perduta.
L’assassinio di Kashoggi in una sede diplomatica saudita non è il primo incidente grave tra i due paesi. La relazione privilegiata è sopravvissuta a Bin Laden, esponente di una famiglia saudita legata alla famiglia reale, e all’11 settembre, opera di un commando prevalentemente saudita. Nonché al finanziamento saudita, diretto o indiretto, al terrorismo islamico di ispirazione wahabita-salafita, la matrice dell’Is, in Siria e altrove.
L’Arabia Saudita, dopo la Libia, è stata nel Medio Oriente il posto dove gli Stati Uniti hanno da più tempo operato, e con successo. Inizialmente per erodere la sfera d’influenza britannica. Prima della prima guerra mondiale. Il petrolio era allora iracheno, e persiano, saldamente presidiato dalla Gran Bretagna, con minori interessi francesi. La Standard Oil e il governo federale Usa puntarono allora sugli sceiccati della penisola arabica, tra i quali emergeva Abdelaziz Ibn Saud, il futuro sceicco dalle cento mogli, il fondatore della dinastia e della Arabia Saudita, di cui i regnanti successivi alla sua morte nel 1953 sono figli, cinque – l’ultimo nella linea di successione diretta sarà il re in carica, Salman.
Su di lui puntarono perché fra tutti il più attivo e energico. Saud dovette farsi strada contro gli Hussein, protettori della Mecca, protetti a loro volta da Londra. Gli Stati Uniti si affacciarono nell’area, in vista dello sfruttamento del petrolio, in veste antibritannica, e patrocinarono sempre Saud. Gi approcci diplomatici e la protezione paramilitare si concretizzarono nel 1933 in un accordo petrolifero, che diede praticamente agli Stati Uniti il monopolio del petrolio in quella che diventerà rapidamente la più grande riserva mondiale di petrolio per l’esportazione.
La grande compagnia petrolifera di Stato saudita, l’Aramco, è stata fino alla nazionalizzazione nel 1976 la Arabian American Company. Tutt’oggi l’Aramco è gestita da manager americani – al vertice è una donna, Lynn Laverty Elsenhans, ex Shell. Col compito di portare l’Aramco in Borsa – la società si ritiene capitalizzerà abbastanza per finanziare il reame per qualche anno.  

Ildegarda di Bingen – È celebrata come anticipatrice delle terapie integrate. Proclamata infine santa, a otto secoli dalla morte, per chiara fama senza istruttoria, senza bisogno di “prove”, e poi dottore della chiesa, a opera del papa tedesco Ratzinger, è stata protagonista a Stresa da venerdì a domenica di un convegno medico. Non è il primo, è il secondo convegno nel suo nome, della “medicina hildegardiana”: “La Discretio di santa Ildegarda nell’approccio integrato alle malattie croniche”. Una novità e una conferma: “La medicina di santa Ildegarda” da molti anni long-seller delle Edizioni Mediterranee.
Una anticipatrice delle terapie integrate che di sé diceva: “Io sono senza istruzione e non so nulla delle cose del mondo esteriore, è nella mia anima che sono istruita”. Ma conscia dei propri mezzi, secondo la sua diagnosi dell’essere umano: “È l’uomo un microcosmo, l’essere razionale che assorbe il mondo, di cui è sintesi significativa e attiva”. Personalmente fu molti attiva.
Una falsa fragile, che visse ottant’anni, e dominò il suo secolo, il dodicesimo – modello poi di Caterina da Siena: badessa di molti conventi, mistica, filosofa, filologa, teologa, poetessa, musicista, pittrice, e naturalista, ambientalista e guaritrice, nonché, a tempo perso, predicatrice, e esorcista. Conventuale, ma ben nel mondo. Rigida amministratrice. Consigliera e fustigatrice dei potenti. Psicologa. Della malinconia, antesignana della moderna depressione, non benevola:
“I malinconici hanno le ossa grandi con poco midollo, che è tanto ardente da renderli incontinenti con le donne come le vipere”, equini, “sono libidinosi come gli asini”. Non è il solo accenno alla sessualità, vissuta allora senza pregiudizio.
 “La luce che vedo non è limitata nello spazio, è più brillante di una nuvola che porta il sole, la chiamo Riflesso della Luce della Vita”, diceva. Essa stessa una visione, badessa girovaga, malgrado l’obbligo regolamentare alla Stabilitas Loci, consigliera di quattro papi, due imperatori, Barbarossa incluso, il re d’Inghilterra Henri II, Bernardo di Chiaravalle, e di margravi, vescovi, abati, ai quali scriveva dettando, a monaci esperti di latino. Che, devoti, ne trascrissero gli inni, farciti di lancinanti verghe, copule, amplessi, amplessatori, di poesia odiernamente scabrosa nel repertorio di Rémy de Gourmont: “Oh virga ac diadema\purpure Regis”, invoca per la Madonna, o verga e corona\purpurea del Re. Nonché le opere di edificazione, un bestiario di sorprendente bizzarria, e un inferno non turbato da vendette. Di cui pure non mancarono occasioni alla fondatrice di conventi, colpita d’interdetto alla soglia della morte, per gelosia, e per la debolezza dell’intima amica Riccarda von Stade, che la accusò – di che non si sa. Per questo, e per gli intralci burocratici tedeschi, difficile da santificare, ma la chiesa la iscrisse d’autorità nel Martyrologium Romanum.
Era epoca di forte pietà. Venerata era stata lungo il Reno la santa Vigefortis, la Crocifissa barbuta. Ildegarda, donna santa benché voluttuosa e aspra, impose a penitenza il Sacro Cuore di Gesù, pugnalato, sanguinante, purulento, materia dei primi venerdì del mese e le orride novene della buona morte, che il santo Francesco di Sales rinverdirà e la vergine Maria di Alacocque consacrerà. L’anello da san Bernardo inviato alla santa recava inciso: “Mi piace soffrire”. Ma l’epoca ebbe pure culto profondo dello Spirito, invocato nei suoi sette doni, primo di tutti l’intelligenza.
La “Prophetissa teutonica” Ildegarda era la decima figlia, e fu per questo data in decima dai genitori alla chiesa. Ciò avveniva un secolo dopo il Mille, la Germania allora era pia, e il Reno, la via dei soldati romani, era via dei preti, possesso dei vescovi di San Gallo, Costanza, Basilea, Strasburgo, Spira, Worms, Magonza, Treviri e Colonia, provincia domenicana da Basilea a Rotterdam. I luoghi a lungo furono fertili di molteplici beatitudini, Gela, Jutta, Lioba, la deliziosa autrice di lettere a san Bonifazio di Crediton, Guda, Gisella, la dolce figlia di Brömser, il castello che domina il Ginger Loch, sotto l’ala vigile del vescovo di Magonza, oggi museo del vino, Adelaide, moglie, madre e nonna dei tre Ottone, Herrade, Ildegarda, Iltrude, la penitente di papa Eugenio, Taulero il sognatore, Tommaso da Kempis, Heinrich Seuse, il “Suso”, Gerardus Magnus, e Meister Eckart naturalmente.
Ci sono professioni che innalzano lo spirito. Fu amministratore di Saxonia o Teutonica, una provincia di quarantasette conventi femminili, nonché maestro di teologia, Meister Eckhart. Ildegarda rinnovò la santità. 

Trasformismo – Nasce formalmente con Depretis a fine 1878. Dopo due governi dello stesso Depretis interamente di sinistra, i primi e unici della storia d’Italia (vararono la scuola obbligatoria e pubblica, gratuita per tutti i bambini), entrambi implosi per litigi interni alla stessa sinistra. Ma come concetto politico, sotto il nome di “connubio”, è opera originaria di Cavour. Il “Gattopardo” viene da lontano.
Da ministro del conservatore D’Azeglio, Cavour volle l’apertura a sinistra, con i democratici di Rattazzi, per scongiurare ogni possibilità di rivoluzione. Con un governo “centro-sinistro”, a fine 1851, che coronava una carriera politica fulminea. In due anni Cavour passò da capo della maggioranza parlamentare dopo il successo personale a Torino nelle due elezioni del 1849 (la prima, che aveva visto il successo dei Democratici, era stata invalidata dal nuovo re Vittorio Emanuele II), a ministro dell’Agricoltura e Commercio nel governo D’Azeglio, a ministro delle Finanze dello stesso governo, a capo del governo.
Destra e Sinistra dell’epoca necessitano un chiarimento. Il governo ultradestro di D’Azeglio, varato all’indomani della sconfitta del 1849 e della fine dell’esperimento di Carlo Alberto con la Sinistra,  si reggeva con i voti della Destra di Menabrea. Ma era anticlericale, varò le leggi Siccardi, severe contro i beni e la funzione della chiesa, e studiava il matrimonio civile, anatema per il Vaticano. Aveva inoltre avviato con Cavour, ministro dell’Agricoltura e del Commercio, e poi delle Finanze, la riforma della produzione e dell’economia. La Sinistra doveva quindi votare le “sue” leggi, fatte da un governo di destra. Una incongruenza che Cavour sfruttò per sostituirsi a D’Azeglio: fare le cose della Sinistra con la Sinistra. Quando il colpo di mano del 2 dicembre 1851 a Parigi portò al potere il futuro Napoleone III, presunto rivoluzionario, Cavour ne approfittò con un progetto che avrebbe dovuto spuntare alla radice ogni ipotesi sovversiva a Torino: allearsi con la Sinistra.


astolfo@antiit.eu

Arricchirsi con la filantropia - cronache dell’altro mondo 11

Paul Allen, il cofondatore di Microsoft, morto lunedì, è stato nel 2010 animatore del gruppo di ultraricchi che si sono impegnati a destinare almeno la metà delle loro fortune in donazioni filantropiche. Ma il suo patrimonio, in morte, calcolato in venti miliardi di dollari, è cresciuto del 48 per cento rispetto al 2010. La filantropia è negli Usa uno dei sistemi di arricchimento, grazie alla legislazione fiscale.
In California spopolano i due sciacquoni, uno per la pipì e uno per la cacca. Dice che è per la protezione dell'ambiente, per risparmiare acqua. Che però non si risparmia con le piscine. Né con le docce multiple ogni giorno. Ma perché non recuperare anche la pipì – qualcuna delle dottrine orientali in voga nello stato lo prevede?
Prospera onorato il business degli avvocati a percentuale, cioè dei ricattatori di professione. Forte ultimamente anche delle prostituzione, delle accuse di professioniste del sesso, naturalmente ora onorate, in età avanzata, per violenza carnale verso vecchi clienti diventati per qualche verso importanti, ricchi o famosi.
Questo non solo in California, anche a New York. Forse in linea con la vocazione classica ancora durevole negli States - la cosa succedeva nel Cinquecento, che le zoccole governavano, principi e papi, a Roma, a Firenze, a Parigi e altrove. Con molte confidenze, ma non di letto.
L’America ha cacciato e disprezza Nixon, il presidente forse migliore che abbia avuto nel dopoguerra – negoziato sul Vietnam, apertura alla Cina, espatri regolati dall’Unione Sovietica, stabilizzazione del dollaro. Mentre ama e celebra Kennedy, il presidente forse più pericoloso e perdente: Vietnam e Cuba. Anche bugiardo, per le tante manomissioni, sue e del suo pupillo McNamara, rivelate dai “Pentagon Papers”.
È pure vero che l’America uccide i suoi presidenti, altro segno di classicità.

Al galoppo verso la nuova crisi

Nessuna lezione dalla crisi bancaria di dieci anni fa: le banche ombra sono cresciute, invece di essere regolate, la concentrazione bancaria è cresciuta invece che diluita, il debito volatile si è ingigantito e non prosciugato. Il bilancio dopo dieci anni va fato su questi tre criteri, non conta l’entusiasmo per la crisi superata.
La finanza è oggi molto più piena di mine che nel 2007. Lo hanno ricordato un mese fa, il 7 settembre, sul “New York Times” Bernanke, Paulson e Geithner, il presidente della Federal Rerserve all’epoca e i due ministri del Tesoro, di Bush jr. e di Obama, che dovettero risolvere la crisi. Lamentando che i rischi sono accresciuti, e che il Congresso ha sterilizzato alcuni degli strumenti che allora consentirono di bloccarla. Si sono rafforzati i coefficienti patrimoniali obbligatori per le banche. Ma non se ne è limitata la concentrazione: le cinque maggiori banche Usa controllano oggi il 47 per cento degli asset, contro il 44 per cento del 2007. E si è allargato, quasi duplicato, il sistema bancario “ombra”, di banche cioè che fanno credito senza disporre di depositi – un mercato che si valuta in 45 mila miliardi di dollari, contro i 28 mila del 2010. Ma “ombra” è termine ambiguo, il mercato è condizionato da un sistema finanziario parallelo, non sommerso: l’1 per cento dei fondi d’investimento Usa controlla il 45 per cento degli asset.
Nessuna lezione in nessun luogo sembra del resto essere stata presa dalla crisi del 2007. Il debito nominale mondiale si valuta cresciuto a fine 2017 del 45 per cento rispetto a dieci anni prima. Per 250 trilioni di dollari. Pari al 315 per cento del prodotto lordo mondiale – in crescita di 35 punti percentuali rispetto al 2017.

La crisi bancaria Usa l’hano pagata gli europei


Il conto della crisi, provocata dalle banche americane, lo hanno pagato le banche europee, e lo pagano. Da Deustche Bank in giù.
Che il conto sia stato più salato per le banche europee lo spiega invece l’economista Hyng Song Shin, capo della Ricerca alla Banca dei Regolamenti Internazionali, sulla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” del 5 settembre. La crisi è stata “transatlantica”, calcola Shin, con le banche europee protagoniste negative come quelle americane. Alla prima sommatoria, a fine 2009, le banche americane mostravano perdite cumulative per 708 miliardi di dollari, quelle europee per 520: “Le banche europee, integrate nel sistema finanziario Usa, svolsero lo stesso ruolo delle banche Usa”, prendevano a prestito dai fondi monetari americani e prestavano su ipoteche, per lo più false o vuote (di terzo e quarto grado, su beni che non le valevano).
Questo, Shin non lo dice, avveniva in Deutsche Bank, Bnp-Paribas e le grandi banche britanniche. Con una differenza, però: che furono i risparmiatori e i contribuenti europei a pagare per le perdite europee in terra americana”.
Il conto è perdente per le banche europee anche in termini di sviluppo del mercato. Un anno e mezzo fa, uno stadio Morgan Stanley, datato 22 marzo 2017, calcolava che tra fine 2006, alla viglia della crisi, e fine 2016 le cinque maggiori banche Usa avevano accresciuto del 6 per cento i ricavi globali, mentre le cinque maggiori europee li avevano ridotti del 4 per cento: JP Morgan Chase, Goldman Sachs, Bank of America Merrill Lynch, Citibank, Morgan Stanley,  contro Deutsche Bank, Ubs, Suisse, Barclays, Hsbc, Bnp-Paribas.

Menù in rima


Si resta a bocca aperta. Pubblicità? Una consolazione, dopo la meteora Renzi? Meglio la rima che la ristrutturazione di Eataly – Farinetti è proprio lui: la poesia rianimerà le vendite)?
Incredibile è anche l’esordio poetico della casa editrice più accigliata. Con una riflessione seria del filosofo veneziano Donà.
Oscar Farinetti, Quasi, La Nave di Teseo, pp. 270, ill., ril. € 17

mercoledì 17 ottobre 2018

Il terremoto non c’è stato in Baviera

I tre partiti della Grande Coalizione a Berlino sono in difficoltà, ma non c’è stato un terremoto elettorale in Baviera. Il voto sancisce l’allarme fra i partiti al governo federale. Mettendo in difficoltà Angela Merkel, nel suo partito, i cristiano-democratici, e nell’alleanza con cui governa, i socialdemocratici e i cristiano-sociali. Ma non ha terremotato l’opinione, contrariamente alle analisi che se ne fanno: gli orientamenti restano saldi, e così lo stesso schieramento politico.
Nulla in Baviera di simile a quanto è avvenuto in Italia, dove gli orientamenti politici tradizionali e consolidati sono stati ribaltati. Il voto tedesco, nella regione più ricca e meglio amministrata della Germania, è stabile, a sinistra, al centro e a destra. Ci sono stati spostamenti consistenti fra partiti contigui, ma non è una novità: l’elettorato tedesco diffida dei governi troppo forti, quale era la Csu, i cristiano-sociali, e vota quando può per il simile. Ha così dato l’11 per cento – quanto ha perso la Csu - a una formazione scissionista della Csu, i Liberi Elettori. Che ora governeranno il Land con la Csu.
Gli equilibri politici sono rimasti immutati. Il voto socialdemocratico si è travasato nella formazione contigua dei Verdi – che non sono, neanche lontanamente, affini a 5 Stelle, come si ama far credere. A destra Afd raccoglie quel 10 per cento di voto che c’è sempre stato in Germania, frazionato fra le formazioni paranaziste, mai entrate nei Parlamenti, e la base più conservatrice del partito Liberale. Ma ha perso due punti e mezzo rispetto alle politiche di appena un anno fa. La Linke è rimasta al 3 per cento, fuori anche dal Parlamento statale.

La Germania stremata all’Olocausto


Come fu possibile? A ogni giorno della Memoria, per ricordare lo sterminio degli ebrei, il mondo se lo chiede. E la Germania se lo chiede. Prendendosene la colpa senza se e senza ma, come è giusto. Ma, curiosamente, senza farne la storia. Non la storia dello sterminio in sé, la Soluzione Finale della Questione Ebraica, quando e come fu deciso, chi e come lo ha organizzato, di questo si sa probabilmente tutto. Ma non di come la Germania ci è arrivata.
La Germania ci è arrivata stremata, politicamente e nell’opinione. Era la Germania e non lo era. Si è fatta molto la storia degli anni di Hitler, ma solo politica: la politica economica, la politica di potenza, l’antisemitismo - Norimberga, la Notte dei Cristalli, il Wannsee con la Endlōsung. Ma come e perché la Germania vi si adagiò, “esecutrice volenterosa”, no. Mentre sarebbe semplice: la Germania era in parte sfinita in parte soggiogata da sei-sette anni di dominio nazista, di polizia dura e di lavaggio invasivo del cervello.
L’ultimo biografo di Hitler, lo storico Longerich, lo dice: “A tutt’oggi, contrariamente a ciò che comunemente si crede, il nazionalsocialismo è in nessun modo un capitolo chiuso; non c’è ancora una interpretazione definitiva, proprio per nulla”.  Ma qualcosa si capisce mettendo assieme quello che si sa. 
In Germania e Austria mille lager (1004) erano aperti prima della decisione dello sterminio. La prima dozzina era stata aperta la settimana successiva all’accesso di Hitler alla cancelleria. Erano per gli oppositori politici. Per quelli che decisero di non emigrare, e furono anche loro tanti, o non poterono. Centinaia di migliaia di persone, forse milioni. Con molte migliaia di condannati a morte.
Su questo presupposto si può anche capire che il l’opinione comune, non impegnata politicamente ma non nazista e non antisemita, sia rimasta inebetita e debole. Il tedesco-boia è una figura che storicamente non ha presa. Neanche nei luoghi occupati militarmente dalla Germania dove una forte Resistenza è maturata, a Creta come sulle Apuane: la figura del tedesco cattivo non vi si accredita, c’erano i Kappler come c’erano i disertori, con molti padri di famiglia, come in tutti gli eserciti, che solo pensavano a sopravvivere.    
Sì, il razzismo fu fertile in Germania. In nessun altro paese i teorici del razzismo trovarono più ascolto che in Germania, dove convennero tutti: l’inglese Stewart Houston Chamberlain e il francese Vacher de Lapouge i più noti – entrambi darwinisti – ma non i soli. Molta pubblicistica razzista, “ariana” o antisemita, era anche tedesca – molta a opera di ebrei, Pfefferkon, Weininger, Trebitsch, Grossman, Rathenau, Scheler. Il “Mein Kampf” precede di un decennio l’hitlerismo al potere. Ma gli ebrei stavano bene in Germania, non isolati, non boicottati.
Hitler violentò la Germania. È discutibile? Ma non se ne discute, la Germania accetta la colpa, e basta. Che non si faccia la storia della Resistenza in Germania, che fu la più ampia e la più perseguitata in tutta l’Europa, allora più o meno fascistoide, questo è però un problema nel problema. Il revisionismo sì, di Nolte, Hochhuth e molti altri, quelli che danno la colpa agli inglesi, ai polacchi, al papa, ai turchi, agli stessi ebrei, la Resistenza no.
Si può pure dire che la Germania resistette dodici anni a Hitler, fino al 1945. I tedeschi sono stati i più forti oppositori al nazismo che l’Europa abbia avuto, convinti, numerosi, rigorosi. Ma non se lo dicono, e forse non lo sanno più. La Germania del dopoguerra non ama la sua Resistenza. Non c’è un giorno della liberazione. Non ci sono monumenti alle vittime politiche del nazismo. Nemmeno piazze, nemmeno strade. Del 20 luglio 1944, il giorno dell’attentato fallito per caso a Hitler, si parla poco, e soprattutto male – il conte Stauffenberg, che lo organizzò, si è tentato di liquidarlo come un superficiale, un cretino. Ma questa è la Germania Federale, che la nazione ha ridotto a business. Quella di Hitler ci aveva provato, e arrivò alla guerra e allo sterminio sfinita.

Abbasso il Tango e Parsifal!

L’ingiunzione è di Marinetti, il futuro Grand’Uff. e Accademico d’Italia con lo spadino, quando era ancora futurista e rivoluzionario, antitedesco già a gennaio del 1914, prima della mobilitazione bellica. Il convegno romano “Wagner in Italia 1914-1945” s’intitola a Marinetti per segnalare come la ricezione di Wagner sia sempre stata politica in Italia, prima che musicale. A partire dagli anni 1870, tra wagneriani, pochi, e anti – anche tra i filotedeschi, numerosi nell’Italia umbertina.
Oreste Bossini, il critico musicale del “Manifesto”, fa della stentata ricezione di Wagner il segno di due debolezze: di un nazionalismo tedesco invasivo, “desideroso di farsi amare”, sopratutto in Italia, e “dell’irrisolta questione di una identità culturale italiana”. Ma il vero scoglio è probabilmente quello che la direttrice dell’Istituto organizzatore, Roberta Ascarelli, menziona nel saluto: il convegno si tiene il giorno dopo la commemorazione della retata tedesca degli ebrei del ghetto a Roma, e di Wagner ritorna imperiosa l’immagine dell’ipernazionalista, nonché antisemita. Ora, anche l’Italia vuole bene alla Germania, ma a ogni piega deve contestarne il nordismo.  
Un’altra notazione di Bossini è più pertinente: Wagner resta fuori della miglior cultura italiana che si forma in Germania, da Pirandello a Croce e Gentile. Solo D’Annunzio ne scrive e ne parla, e con cognizione. Per l’ideale di Gesamtkunstwerk che condivideva col compositore, dell’opera d’arte totale, vita e arte insieme – ma senza gli entusiasmi francesi, va aggiunto, o di tanti musicologi ebrei, in Germania e fuori.
Allargando il fuoco ai legami culturali tra Italia e Germania, il convegno ha ricordato Max Koch, grande critico culturale tedesco tra Otto e Novecento che la lasciato la sua biblioteca, ventimila volumi, all’Istiuto romano, autore di una biografia wagneriana in tre tomi. Domani il convegno entrerà in tema, esaminando il Wagner di Errante, Manacorda, Gabetti e Mila – nonché di Adorno e Thomas Mann. Ma il Wagner politico aleggia. Hans Rudolph Vaget, il germanista ceco emigrato negli Usa, studioso di Goethe, Wagner e Thomas Mann, trova un peccato grave il patrocinio offerto a un Hitler in disgrazia, nel 1923, dagli eredi di Wagner che gestivano Bayreuth: “l’alleanza con Bayreuth” tolse Hitler dall’isolamento, e identificò Wagner col nazismo. Un passo importante anche per la degenerazione del nazismo, aggiunge lo studioso, che intitola il suo saggio, meditato, “Come Hitler divenne «Hitler»: il fattore Wagner”.
Abbasso il Tango e Parsifal!, Istituto Italiano di Studi Germanici, Roma villa Sciarra 17-18 ottobre

martedì 16 ottobre 2018

A Sud del Sud - il Sud visto da sotto (378)

Giuseppe Leuzzi


Sveva Casati Modigliani piega a Gnoli, sul “Robinson” di “Repubblica”di avere avuto una madre codina: “Una che pretendeva che mio fratello si facesse prete”, e “nel suo delirio religioso, voleva che mi facessi suora”. Non da sola: subiva l’influenza di una cugina, “badessa di un convento sul lago di Garda”. E di “una vecchia zia che cercava di convincerla di impedirmi di leggere i libri. Chissà quali strane idee le possono venire, insinuava”. Poiché la scrittrice è del 1938, stiamo parlando degli anni 1950. In una “famiglia agiata milanese”.
Difficile immaginare l’analogo al Sud.

“Un ragazzo del Sud che vuole fare cinema, che è già una cosa strana, giovane come eri tu” – sottintendendo “che strano”. Così Curzio Maltese apostrofa Sorrentino in una vecchia “Repubblica della idee”, le kermesse veneziana del giornale. Un ragazzo di Napoli, il centro creativo per eccellenza.

Non c’è un cannabis light diversa, che non fa “fumo”. Basta poco, chiunque può farlo, la rete spiega anche come, per trasformarla in una robusta “canna”. La legge è stata fatta solo per espropriare i piccoli coltivatori e contrabbandieri a vantaggio della buona industria? Potrebbe anche essere giusto, ma perché impiegare carabinieri, mezzi aerei e stradali, e carceri contro i piccoli? Uno spreco: bisognerebbe addebitarlo all’industria light.
È vero che lo Stato protegge la proprietà, ma nelle zone di mafia per esempio no.

La forza di un modello
“La cooperativa non mi paga da otto mesi. Faccio appello al Viminale”. La situazione è questa, che il nigeriano Raymond Ibi, con moglie e un figlio a Riace, e tanti altri figli da mantenere in Nigeria, dice a Fabrizio Caccia sul “Corriere della sera”. Riace non è una soluzione per gli immigrati, non c’è lavoro e non c’è prospettiva, la casa gratuita non basta. Questi sono i limiti dell’esperimento di Mimì Lucano, generoso e visionario, ma la solidarietà tra poveri non è una soluzione. L’entusiasmo può tradire, la sostanza dell’accoglienza resta quella istituzionale, delle normative che la regolano, con le solite cooperative che vivono del sociale, di professioni abborracciate per quanto impegnate. La piccola economia alimentata dai fondi pubblici di legge, per l’assistenza temporanea.
Ma Riace ha la forza di un modello. Il richiamo, l’impegno, l’energia, una fornace di energie. Per gli stessi immigrati, che in qualche modo si sollevano dalla routine, desolante come altrove. Per gli abitanti di Riace, un paese che trova nuovi stimoli. Per il nome, Calabria, e quindi per chi ci vive o vi ha radici. Lucano ha innescato e alimentato una corrente di energie positive. Le restrizioni e anche le inefficienze nobilitando in un progetto, per quanto arduo. Innescando il supporto di piccoli, medi e grandi interpreti del reale, fino a Wenders e ai media internazionali, da cui una comunità trae prospettive e coraggio.
La scarcerazione, assortita del divieto di residenza, riporta il caso alla sua dimensione amministrativa. È un atto di giustizia. Ma può in questo modo annacquare l’esperimento, confonderlo nelle pratiche e gli atti dovuti. Paradossalmente lo diminuisce – gli eventi positivi possono avere effetti negativi. Mentre il “modello Riace” spiega che le società hanno bisogno di stimoli e di traguardi. Anche se sono misere.
Basta poco per fare una rendicontazione, non c’è nemmeno bisogno del diploma di ragioniere. Ma la mobilitazione è a premio.

La ‘ndrangheta degli Agnelli
“Una delle figure chiave”, così il “Corriere della sera” sintetizza la motivazione della Corte di Appello di Torino che ha sancito il dominio della ‘ndrangheta sulle vendita dei biglietti della Juventus allo stadio, “è l’ex tifoso Fabio Germani, assolto in primo grado e condannato in appello per concorso esterno in associazione mafiosa: «Il mondo della ‘ndrangheta calabrese lo conosceva anche come frequentatore della famiglia Agnelli»”.


Ex tifoso non è male. Ma è sublime la famiglia Agnelli a capo della ‘ndrangheta – Andrea Agnelli e sua moglie? e la sua mamma Caracciolo? È vero che gli ‘ndranghetisti non si ritengono inferiori a nessuno – fino a che non si pentono: chi più potente di loro, la regina d’Inghilterra,Trump, Putin?
La ‘ndrangheta juventina è composta da due fratelli, Saverio e Rocco Dominello. “Al vertice”, dice la motivazione, “delle locali piemontesi di ‘ndrangheta nella spartizione del business dei biglietti della Juve”. I biglietti non sembrano un grande business. Si spiegherà così che la Juventus abbia ricavi per meno della metà, o di un terzo, del Real Madrid?
Non si finisce di rimpiangere il giudice Falcone. Ma con l’invenzione delle Procure antimafia, un nuovo gradus ad Parnassum a fianco delle cento o duecento Procure della Repubblica, l’ha fatta grossa – ma che vorrà dire “l’ha fatta grossa”?

Se le radici disseccano
La “napoletanità” limita, e anche ferisce. Gli scrittori, gli artisti, chi vive di comunicazione. Lo lamenta La Capria in un saggio, “Il marchio inesorabile della napoletanità”, della nuova raccolta “Il fallimento della consapevolezza”. Il marchio nasce con la spiccata personalità della città, precisa lo scrittore, meglio con la risonanza del nome, Perché Napoli è molte cose diverse. E anche gli scrittori che vi nascono: La Capria fa l’esempio suo e di Anna Maria Ortese, che in effetti hanno solo i nomi e i luoghi in comune, i nomi dei luoghi.
Lo stesso si può dire della sicilianità. Del marchio impresso dalla risonanza del Nome, anche qui, poiché la Sicilia è molte e diversissime cose. Sono identità meridionali.

Calabria
Per il ponte sul Polcevera non c’è ancora un progetto. Ma Cantore sa già che le mafie ci ambiscono. Certo, le mafie sono lì per quello. Ma anche le autorità antimafia. Si magnificano a vicenda.

Quali ‘ndranghetisti sono in agguato e per quali appalti il presidente dell’Autorità anti-corruzione non lo sa. Si limita a dire che nel movimento terra la ‘ndrangheta ha molta esperienza. Le imprese calabresi, cioè, magari trapiantate in Liguria da decenni, o create ex novo. Da buon napoletano ne diffida, per principio. La Calabria è stata sempre sotto il giogo di Napoli.

“L’Oliveto Toscana” si sintetizza così nelle note informative per i giornali, per la promozione gratuita: “50 mila aziende e 13 milioni di piante che conferiscono a 400 frantoi, 220 dei quali iscritti al Consorzio dell’Extravergine Igp (290-295 mila quintali la produzione stimata quest’anno”. Una ricchezza. La Calabria, che ha una superficie olivetata maggiore, e piante di alto fusto, a grande densità produttiva cioè, invece se ne lamenta. La ricchezza è nella testa.

Non è tutto. In Calabria si arriva ad abbattere o espiantare gli uliveti, anche quelli storici. “Non rendono”, “si lavora in perdita”, “la rendita non basta più”, l’ulivo è la pinta del lamento. In Toscana, grazia ai “nuovi Pif, piani integrati di filiera, finanziati dalla Regione sulla base di fondi Ue”, progettano “nuovi mille ettari di oliveti, di cui 500 solo in Maremma”.
Ce n’è bisogno in effetti, molti dei marchi di pregiato olio toscano si producono con materia prima dalle origini più svariate, anche non europea e non di olive.  

Tommaso Campanella fa 450 anni. Mattarella lo ricorda: “Campanella pagò prezzi elevati alla sua libertà di pensiero”. Stilo, la sua città natale, niente.
Stilo ha un monumento a Campanella, eretto un secolo fa da Luigi Carnovale, un mecenate locale. Ora abbandonato.

Se si chiede all’edicola “il Corriere”, danno il “Corriere dello Sport”. È un cattivo segno o uno buono?

Ventimiglia fu titolo comitale calabrese. Tra l’altro di un Antonio di Ventimiglia, alias Centelles, che nel Regno di Napoli ordì congiure dei baroni a ripetizione contro gli ottimi re aragonesi, Alfonso e Ferrante.

Congiurato per antonomasia, Centelles non fu mai punito, i re lo graziavano. Usava anche allora vendere la professione del pentito, il provocatore che vende i correi?

Era di Reggio Giuseppe Logoteta, l’autore dell’appello che portò alla creazione della Repubblica Napolitana nel 1799. Ma lui non tradì, fu giustiziato subito.

Nella cronica contesa franco-italiana, di misogallismo e antitalianismo, due calabresi sono stati richiesti e hanno avuto fortuna in Francia. San Francesco da Paolo, che il re Luigi XI ha fortissimamente voluto con sé come guaritore, e che è morto in Francia – ma il figlio di Luigi XI fu il terribile Carlo VIII. E Tommaso Campanella, da quando, finalmente libero dalle carceri spagnole di Napoli per complotto, è stato in Francia consigliere del cardinale Richelieu.

Campanella agente francese, prima di Mussolini? I “Documenta ad Gallorum nationem” ne potrebbero essere la prova: sono una seri di accuse circostanziate, al potere spagnolo in Italia, dalla fiscalità ai debiti.

San Simone di Calabria, santo italobizantino ignoto alla regione, è celebrato dalla chiesa di Costantinopoli. A.Cilento, “Potere e monachesimo”, gli attribuisce vicende fiabesche e avventurose, con miracoli, liberazioni, conversioni d’infedeli a gogò.

Ci sono tante storie della Calabria, e del latifondo in Calabria, del feudalesimo, dei Normanni, dei Bizantini, degl Arabi, dei Francesi, degli Spagnoli, ma non ci sono vere storie. Documentate, analizzate. Solo rifacimenti di rifacimenti. È una regione-mondo che va sul detto.
L’applicazione un tempo era considerata virtù del calabrese, fino al vizio – la testardaggine. Ma forse la testardaggine era solo presunzione.

Un lungo articolo, entusiasta, della “Gazzetta del Sud” sul germoplasma della Calabria ne illustra la  coltura in una fattoria in Toscana di un imprenditore calabrese di Limbadi. C’è un germoplasma reginale? Ma non importa: grandi elogi della fattoria ecosostenibile, ecosolidale, e tutto quanto fa ecologia. Nella senese val d’Orcia, quarant’anni fa polverosa e semiabbandonata, ora un giardino, ricchissimo. Mentre sotto Limbadi, quarant’anni fa Nicotera ospitava un club di vacanze Valtur, ora plaga rinomata di cosche.

leuzzi@antiit.eu

L’Europa è agli anni 1930


“31 mila i migranti che nel 2017 sono stati respinti dala Francia verso l’Italia. 10.407 erano in possesso di un titolo di soggiorno valido da noi. 18 mila i migranti che nel periodo gennaio-agosto 2018 sono stati respinti dai francesi verso il nostro territorio”. Verso l’Italia colpevole di dover accogliere gli immigrati dall’Africa e dall’Asia via Nord Africa. A opera di un regime francese che fa lezioni all’Italia e al mondo sul dovere di accoglienza.
Questo non è ridicolo, è drammatico. Mai la Francia era arrivata a tale grado di sciovinismo, nemmeno nei famigerati secondi anni 1930, contro gli italiani allora, e poi gli spagnoli, a opera anche di un governo di Fronte Popolare.
Che l’Europa sia divisa è un fatto. Che non ci sia un governo europeo pure. C’è lo sforzo di dire che un governo c’è e che l’E uropa è unita, ma è più divisa che mai: non c’è un Hitler, ma per il resto è divisa e imbelle come negli anni 1930. Con in più, in peggio, il simulacro di governo europeo a Bruxelles, che parla solo per fare danni. Critica una lege italiana che non c’è, solo per motivi plitici, dei democristiani contro i progressisti, o dei democristiani e progressisti contro i populisti. Contro l’Italia seminando il panico da oltre dieci anni, con dichiarazioni , minacce, e castrazioni, brandendo lo scudiscio dello zero virgola. Di professori che sono solo bei giovantti, Weidmann, Katainen, Djisselbloem, o di vecchie cariatidi della vecchia politica, della politica europea, Juncker, Schaüble, Moscovici. Incontinenti, che sbavano per fare danno. Da qui il dubbio non infondato che l’Italia starebbe meglio senza questo ingombro malefico. In cui però si è inviluppata inestricabilmente.
C’è una sola buona notizia che arriva dall’Europa?